“caro Morandi, e se a Sanremo…”

29 Gennaio 2012 Nessun commento

“Caro direttore, come volontario iscritto all’associazione Aido, ho appreso con molto piacere da Avvenire la storia di Camilla e il fatto che un cast di superstar della musica italiana ha messo in musica la canzone “Vivo con te”, composta dal musicista Andrea Mercurio. La superband è formata da Andrea Braido (chitarrista di Vasco Rossi, Laura Pausini, Eros Ramazzotti, Zucchero e molti altri), Walter Savelli (pianista storico di Claudio Baglioni), Faso (storico bassista di Elio e le storie tese) e Flaviano Cuffari alla batteria (Claudio Baglioni, Renato Zero). È possibile ascoltare la canzone cliccando qui. Questi musicisti, assieme alla voce della giovanissima Manu, hanno voluto raccontare una storia umana e toccante per sensibilizzare le persone sull’importanza dei trapianti e della donazione; per dare una speranza a quelle novemila persone che oggi sono in attesa di un trapianto e lenire, per quanto possibile, il dolore di chi ha perso qualcuno, ma ha avuto la forza e il coraggio di trasformare la fine di una vita in un nuovo inizio. Dalle pagine di Avvenire vorrei poter rivolgere questa semplice richiesta a Gianni Morandi e agli organizzatori di Sanremo 2012: per favore, concedete uno spazio a questa canzone al prossimo Festival perché questo messaggio di solidarietà e di amore possa raggiungere milioni di italiani.
Luca Salvi, Verona

Mi unisco alla sua richiesta di donatore, di medico e di cittadino, caro dottor Salvi. Sarebbe molto bello se a Sanremo avesse un po’ di spazio la storia di Camilla e di Alessio che, come abbiamo raccontato martedì scorso 24 gennaio sulle pagine di Avvenire, si è fatta anche canzone bella e coinvolgente sia per chi l’ha scritta sia per chi ha deciso di suonarla e cantarla sia per chi riesce (e riuscirà) ad ascoltarla. Abbiamo bisogno che in Italia la cultura del dono e della donazione cresca (e non solo per inerzia, ma per convinzione), rendendo più marcato uno dei tratti caratteristici del nostro modello civile e religioso. Ha proprio ragione, caro amico: Gianni Morandi e gli organizzatori del Festival 2012 ci pensino. Ne vale la pena.
da “Il Direttore risponde” AVVENIRE 27 gennaio 2012

“sottouomini”..e “parassiti”..preda di belve

27 Gennaio 2012 Nessun commento

“Per me, ex detenuto polacco di Auschwitz, è stata un’esperienza inimmaginabile e profondamente toccante poter partecipare per la seconda volta all’incontro con la suprema autorità della Chiesa cattolica ad Auschwitz-Birkenau. La prima volta in cui mi è stata data una tale possibilità fu nel giugno 1979, in occasione della visita del Papa polacco Giovanni Paolo II. Inimmaginabile per il fatto che, prima, già una volta io mi sono trovato sul piazzale dell’appello di Auschwitz I, nel settembre 1940, quando avevo solo 18 anni, prigioniero numero 4427, detenuto per motivi di sicurezza, insieme con 5500 altri polacchi: studenti, boy scout, insegnanti, avvocati, medici, sacerdoti, ufficiali dell’esercito polacco, membri di diversi partiti politici e di sindacati.

Non riuscivo a immaginarmi che sarei sopravvissuto ad Hitler e alla Seconda guerra mondiale; e neppure che Auschwitz (in quanto Auschwitz Birkenau e Monowitz) dovesse servire alla attuazione dell’impensabile disegno di eliminare biologicamente gli ebrei europei. Nei primi quindici mesi di esistenza di questo luogo terribile eravamo, noi detenuti polacchi, abbandonati a noi stessi.

Il mondo libero non si interessava alla nostra sofferenza e alla nostra morte, nonostante ripetuti tentativi dell’organizzazione segreta della resistenza, attiva all’interno del campo, di garantire informazioni all’esterno.
Nella tarda estate del 1941 arrivarono ad Auschwitz alcune decine di migliaia di prigionieri di guerra facenti parte dell’esercito sovietico, e su di essi, come pure su detenuti politici polacchi ammalati, venne sperimentato, nel settembre 1941, l’effetto del gas tossico Zyklon B.

Nessuno dei detenuti poteva allora immaginarsi che si trattava «semplicemente» di un tentativo assassino per predisporre un genocidio di massa con metodi industriali. E però questa era la realtà negli anni 1942, 1943 e 1944. La costruzione di camere a gas e di forni crematori, la loro terrificante capacità operativa è soltanto il lato tecnico di un’impresa diabolica. In Polonia, nella patria di David Ben Gurion, di Shimon Peres, ma anche di Isaak Bashevis Singer, Artur Rubinstein e Menachem Begin, dopo la decisione di Berlino è sorto un centro di annientamento degli ebrei.

Ad Auschwitz-Birkenau i tedeschi trattavano i polacchi e i russi come «sottouomini», mentre gli ebrei che provenivano da Francia, Belgio, Olanda, Germania e Austria, dai paesi della ex Jugoslavia, da Grecia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Cecoslovacchia non erano per loro neppure dei sottouomini, ma dei parassiti.
Il movimento polacco della resistenza informava e metteva in allarme il mondo libero. In seguito alla missione di Jan Karski, come pure attraverso altri canali, i governi della Gran Bretagna e degli Stati Uniti sapevano esattamente, già negli ultimi mesi del 1942, ciò che accadeva ad Auschwitz-Birkenau. Nessun Paese al mondo reagì in un modo che fosse adeguato all’importanza del problema, all’appello rivolto agli alleati dal Ministro degli esteri del governo polacco in esilio a Londra, il l0 dicembre 1942, «di non soltanto condannare i crimini dei tedeschi e punire i responsabili, ma di cercare i mezzi che ponessero effettivamente fine all’assassinio di massa».

Questi mezzi non furono trovati, e per la verità nessuno li ha cercati in modo particolarmente diligente. In quel momento circa la metà delle vittime era ancora in vita. L’unica conseguenza dell’iniziativa polacca fu una breve dichiarazione di dodici paesi alleati, resa nota il 17 dicembre 1942 contemporaneamente a Londra, Mosca e Washington. In tale dichiarazione, dove Auschwitz-Birkenau del resto non veniva neppure nominata, i governi di Belgio, Cecoslovacchia, Grecia, Lussemburgo, Olanda, Norvegia, Polonia, Usa, Gran Bretagna, Urss e della Jugoslavia, come pure il Comitato nazionale francese, segnalavano che essi erano a conoscenza del terribile destino degli ebrei «in Polonia, che i nazisti avevano trasformato nel loro mattatoio» e promettevano la punizione dei responsabili di questo crimine.

Questo crimine non venne mai punito, poiché non c’è alcuna pena adeguata per un genocidio. Auschwitz-Birkenau, un tempo un luogo segreto per l’annientamento di esseri umani, è tuttavia diventata, per l’intero mondo civilizzato, un simbolo di speciale importanza. Questo ha espresso Benedetto XVI già nella prima parte del suo discorso: «Prendere la parola in questo luogo di orrore, di accumulo di crimini contro Dio e contro l’uomo che non ha confronti nella storia, è quasi impossibile ed è particolarmente difficile e opprimente per un cristiano, per un Papa che proviene dalla Germania.
In un luogo come questo vengono meno le parole, in fondo può restare soltanto uno sbigottito silenzio, un silenzio che è un interiore grido verso Dio: Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo? È in questo atteggiamento di silenzio che ci inchiniamo profondamente nel nostro intimo davanti alla innumerevole schiera di coloro che qui hanno sofferto e sono stati messi a morte; questo silenzio, tuttavia, diventa poi domanda ad alta voce di perdono e di riconciliazione, un grido al Dio vivente di non permettere mai più una simile cosa». Ad Auschwitz io ero vicino al cardinale Lustiger e al cardinale Dziwisz nel cortile del Blocco XI, quando il Santo Padre, davanti al muro della morte, stava immerso in silenziosa preghiera, e anche noi ci siamo dati la mano, in silenzio. Abbiamo ricordato che anche Karol Wojtyla, da vescovo, da cardinale e infine da Papa, aveva visitato questo blocco e la cella dove san Massimiliano Kolbe era stato tormentato a morte. E ho pensato: quanto più profondamente Joseph Ratzinger si identifica con questa tradizione, tanto più egli diventa il nostro Santo Padre.
Wladislaw Bartoszewski –AVVENIRE– giorno della memoria

“you are you are not my Sheperd?…”

26 Gennaio 2012 Nessun commento

“Un vecchio padre invalido in preda a una penosa dissenteria.
Un figlio che lo assiste e lo pulisce, una, due, tre volte, fino allo sfinimento e all’impotenza davanti a un simile inarrestabile disfacimento.
Il volto di Cristo, bello come lo immaginò Antonello da Messina, è enorme dietro alla scena, immobile, imperturbabile. Quel volto che infine, nella disperazione dei protagonisti, appare deturpato dall’interno dallo stesso umore scuro che il corpo del padre non riesce a trattenere.
Una scritta compare in sovrapposizione:

«You are/ you are not my Shepherd», tu sei, o tu non sei, il mio Pastore?.

Ovvero il dubbio antico che riemerge negli uomini davanti al dolore e alla sofferenza: tu, non sei un Dio buono. Per come è andato in scena a Milano, lo spettacolo di Romeo Castellucci non mi è sembrato blasfemo.
Quel grido, quel dubbio, è lo stesso di Giobbe tormentato dalle piaghe.
E forse semplicemente è il pensiero che cova in mente a tanti, anche credenti, che assistano un padre nelle ore estreme, o un malato agonizzante: che bontà è, quella di un Dio che permette tanto dolore? E solo finché non si sia vista da vicino una agonia, o il compiersi di un male assoluto su un innocente, questo dubitare può apparire una bestemmia; invece è, io credo,
l’estremo bussare degli uomini davanti al silenzio di Dio.
Silenzio che si manifesta talvolta nelle nostre private vite, oppure nella storia, come disse Benedetto XVI a Auschwitz: («Signore, perché hai taciuto?») Ma in scena invece il silenzio, forse apparente ma per noi uomini denso, di Dio si manifesta in una stanza di una qualunque casa, con una qualunque coppia di padre e figlio.

Cinquanta penosi, lenti, intollerabili minuti davanti a un vecchio che se la fa addosso, che trema e piange e si vergogna del disfarsi del suo povero corpo; e a un figlio che pazientemente conforta, cura, ma poi non regge più il destino del padre, che è alla fine poi il suo. Allora dapprima sosta impotente davanti al volto di Cristo, così lontano e indifferente; poi, quel volto appare come dalla stessa disperazione e dubbio degli uomini sfregiato in macchie che colano e ne cancellano i tratti. Giobbe, abbiamo detto, è il primo nome che si affaccia alla mente, la ribellione di Giobbe, che maledice il giorno in cui è nato. Ma anche, a guardare ancora, quello stesso corpo umiliato del vecchio non è a sua volta volto di Cristo, emblema della sofferenza dell’uomo che il Figlio si caricò addosso nell’ora della Passione? L’eco dei versi di Isaia nel pianto di quel vecchio (era «come uno pieno di sofferenze e di dolore/ come uno che fa ribrezzo a guardarlo/ che non vale niente…»). In un’ottica solo umana la sofferenza del vecchio è disperante.

E la reazione di cancellare, in questa disperazione, lo stesso volto di Cristo sembra semplicemente ciò che accade oggi in tante case, quando davanti al dolore Cristo appare figura astratta e lontana. Ciò che manca alla memoria cristiana di molti, oggi, è proprio la coscienza che nelle nostre vecchiaie e agonie Cristo non resta a guardare, ma è nello stesso volto del sofferente, accanto, come a lui compenetrato.
In ragione di tante polemiche,
la versione originale dello spettacolo è stata emendata di una scena che era, verso quel volto di Dio, più aggressiva.
Meglio, perché alcuni spettatori non abituati alla lingua del teatro ne sarebbero certo stati turbati e offesi. Nella versione milanese lo “scandalo” noi non riusciamo a vederlo; ci sono solo, opachi, opprimenti, il dolore e l’impotenza degli uomini. Che accusano Dio di restare lì a guardare. Senza saper più vedere Cristo in ciascuno che soffra; di ogni malato e morente, eternamente compagno.
Marina Corradi AVVENIRE 26.01.12

“se esiste l’amore…”

24 Gennaio 2012 Nessun commento

“In prima serata, Raitre ha proposto venerdì un grande capitolo de “La grande storia” di Luigi Bizzarri, intitolato –La Chiesa altrove– e firmato da Maite Carpio, per raccontare, attraverso le parole del cardinal Ravasi, di Enzo Bianchi priore di Bose e del ministro Andrea Riccardi, già fondatore della Comunità di sant’Egidio, quale sia l’esistenza dei Cristiani nel mondo musulmano che da più parti si leva a opprimere e a perseguitare la loro presenza.
Due ore intense nelle quali si sono levate voci dalla Siria e dall’Etiopia, dall’Uganda e dal Pakistan, per finire con la Turchia, dove due suore – «le sole cristiane in tutto il paese» – conservano acceso il lume nella chiesa di san Paolo, a Tarso, antica culla del Cristianesimo. Voci isolate eppure serene e penetranti, che hanno parlato di carità quale fondamento di vita e di preghiera che dona forza e sostegno: come quella del’unica presenza, padre Tufik, nel monastero di Ma’lula, o della suora che in Etiopia sorregge una comunità perseguitata con il sorriso di una fede illuminata. Preghiera e carità come fonte e dono d’amore.

(«Se esiste l’amore, esiste Dio!» ricorda Ravasi citando Pascal).

Luoghi difficili, povertà e abbandono, dolore silenzioso sono l’ambiente nel quale si muovono i Cristiani di frontiera, per testimoniare, come dice a Tarso suor Maria Di Meglio, che non occorre fare, ma è importante esserci: e se poi l’esserci è partecipazione e anche martirio, come nell’attentato mortale a Shahbaz Bhatti, in Pakistan, questo è affrontato come prova d’amore e segno di donazione. I medici del CUAMM in Uganda, le suore che difendono le loro allieve da rapimenti e torture: il fondamentalismo come aggressione e il Cristianesimo come coraggiosa difesa degli umili senza diritti. Un quadro complesso eppure chiaro, questa testimonianza televisiva (seguita da 868 mila spettatori, share 3.49%): in tempi di persecuzioni, la prova essenziale di una presenza forte e discreta che è dono e provvidenza, segno dell’amore di Dio.” (Mirella Poggialini –AVVENIRE 8 gennaio 2012)
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se qualcuno desidera vedere o rivedere la trasmissione:
– entrare nel sito www.rai.it — scegliere Rai.tv –cliccare su ON DEMAND
scrivere la grande storia nel piccolo box di CERCA —-fra i titoli che compaiono cliccare LA CHIESA ALTROVE

può andare controcorrente

23 Gennaio 2012 Nessun commento

“Ci sono difetti che sembrano oggi concepiti già nel ventre delle madri: parlo dell’infatuazione per
la gente dello spettacolo, per le auto e i calciatori.
Quanto tempo può concedere agli studi un animo assediato e preso da questi pensieri?
E dove troviamo un giovane che parli di qualcos’altro a casa sua?
E se entriamo in una scuola, che altri discorsi possiamo sentire tra i ragazzi? Persino i maestri non parlano d’altro! I lettori diranno: ecco un’altra pur giusta ma scontata lamentela sulla superficialità dei nostri giorni!
E, invece, c’è una sorpresa: io ho sostituito tre parole – attori, auto e calciatori – a un testo desunto nientemeno che da Tacito, I secolo d.C., nel dialogo De oratoribus.
Solo che lo storico romano, al posto della triade da me sostituita, aveva l’equivalente di allora: “istrioni, cavalli e gladiatori”. Questo prova almeno due cose. Da un lato, l’importanza di leggere i classici e i testi fondanti della nostra civiltà, a partire dalla Bibbia: essi non hanno tempo e non cessano mai di insegnare e ammonire (l’abbiamo dimostrato anche ieri con Eraclito, come ricorderà chi ci segue con assiduità). D’altro lato, viene spontanea la riflessione sulla costante debolezza della creatura umana.

La storia «non è magistra di niente per quel che ci riguarda”

scriveva Montale. Essa si ripete e l’umanità continua a inciampare negli stessi errori, per cui «la storia è come una galleria di quadri con pochi originali e molte copie», come ironizzava il famoso storico francese dell’Ottocento, de Tocqueville. Eppure non ci si deve stancare di ribadire che
l’uomo è libero e può andare controcorrente.
Ha energie interiori e non soltanto la forza fisica per invertire la rotta, per abbattere certi idoli, per strappare le catene dei vizi, per non accodarsi alla massa, per ribellarsi alla tromba della moda e dell’opinione dominante.
Le religioni dovrebbero essere una spina nel fianco che non fa tacere la coscienza e richiama ai veri valori.
(gianfranco ravasi AVVENIRE)

per un po’ di interessamento!….o di interesse?..

21 Gennaio 2012 Nessun commento

“C’era una volta un “pittore di marciapiedi” che stava ore chino e operoso per far nascere con i suoi gessi, sulle piastre ruvide, figure meravigliose di albe e tramonti, di bimbi e di angeli. E avrebbe tanto gradito che qualcuno si fermasse ad ammirare e anche…fargli un sorriso. Nessuno!. Tutti passavano frettolosi, indaffarati e indifferenti: quante volte ormai avevano visto queste figure!! ma lui VOLEVA ALMENO UN PO’ DI INTERESSAMENTO!…..un lume!!! si abbassò le braghe, si chinò rapidamente sui talloni e…liberò l’intestino! In un attimo si fermò attorno a lui una folla, curiosa, ridente e vociante! qualcuno trovò perfino immagini speciali e mai viste nei contorni delle …chiazze di quella materia!
Insomma, addirittura figure artistiche originali, mai viste!!
e le commentava con sussiego e…competenza!!
….l’autore finalmente aveva avuto un po’ di interessamento!(e perfino qualche monetina!!…
COME VOLEVA!!!” (da “La sacca del pellegrino” E.T.)
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(n.b. ogni riferimento ad eventi attuali e teatrali è….spontaneamente condiviso)

quante…”galline” così!..

19 Gennaio 2012 2 commenti

“Una volta le galline trovarono la volpe in mezzo al sentiero. Aveva gli occhi chiusi, la coda non si muoveva.
- È morta, è morta – gridarono le galline. – Facciamole il funerale.
Difatti suonarono le campane a morto, si vestirono di nero e il gallo andò a scavare la fossa in fondo al prato.
Fu un bellissimo funerale e i pulcini portavano i fiori. Quando arrivarono vicino alla buca la volpe saltò fuori dalla cassa e mangiò tutte le galline.
La notizia volò di pollaio in pollaio. Ne parlò perfino la radio, ma la volpe non se ne preoccupò. Lasciò passare un po’ di tempo, cambiò paese, si sdraiò in mezzo al sentiero e chiuse gli occhi.
Vennero le galline di quel paese e subito gridarono anche loro:
- È morta, è morta! Facciamole il funerale.
Suonarono le campane, si vestirono di nero e il gallo andò a scavare la fossa in mezzo al granoturco.
Fu un bellissimo funerale e i pulcini cantavano che si sentivano in Francia.
Quando furono vicini alla buca, la volpe saltò fuori dalla cassa e mangiò tutto il corteo.
La notizia volò di pollaio in pollaio e fece versare molte lacrime. Ne parlò anche la televisione, ma la volpe non si prese paura per nulla. Essa sapeva che le galline hanno poca memoria e campò tutta la vita facendo la morta. E chi farà come quelle galline vuol dire che non ha capito la storia.
(Gianni Rodari)

“nella mia fine è il mio inizio”

30 Dicembre 2011 Nessun commento

“Gli uomini avanti in età devono essere esploratori. /
Il luogo e l’ora non sono importanti. /
Noi dobbiamo muoverci senza sosta verso un’altra intensità, /
per un’unione più completa e una comunione più profonda… /

Nella mia fine è il mio principio

. In my end is my beginning: è l’ultimo verso del secondo (1940) dei Quattro Quartetti di quel grande, arduo e affascinante poeta che è stato Thomas Stearns Eliot. Era il motto dell’infelice regina Maria Stuarda di Scozia, giustiziata da Elisabetta I nel 1587, ed è anche una sorta di sigla che possiamo assumere per meditare sul gocciolare delle ultime ore di quest’anno. Ma risaliamo ai versi precedenti rivolti a coloro che hanno già vissuto molte fine d’anno. Non si deve cedere alla tentazione che nulla più ci attende, che abbiamo ormai visto tutto e sperimentato a sufficienza e, soprattutto, che ci attende solo una fredda lapide funeraria sulla quale idealmente sta scritto The end. Il poeta, invece, ci ricorda che dobbiamo sempre pellegrinare nella vita, alla ricerca di un «oltre», anzi di «un’unione più completa e di una comunione più profonda». È quello che anche l’islam credente chiama l’Incontro per eccellenza col Creatore, che ci aspetta una volta varcata la soglia della morte. È per eccellenza anche l’annuncio cristiano che apre uno squarcio di luce oltre l’oscura galleria dell’agonia: «saremo sempre col Signore», come dice san Paolo, cioè nell’eterno e nell’infinito di quel Dio dalle cui mani siamo usciti e le cui mani alla fine ci raccolgono.
gianfranco ravasi AVVENIRE 30.XII.11

nel TUO tempo prepari la TUA eternità

29 Dicembre 2011 2 commenti

Il tempo è ciò che l’uomo è sempre intento a cercare d’ammazzare,
ma che alla fine ammazza lui.
Una manciata di ore, ed ecco il botto di fine anno con la tradizionale e un po’ tribale e selvaggia chiassata della notte di S. Silvestro (un santo certamente infelice per l’associazione a questa gazzarra notturna). A una certa distanza da quel momento, proviamo, invece, a interrogarci ancora una volta su questa realtà che aderisce alla nostra stessa pelle,


il tempo

,
al quale ho assegnato una delle Definizioni elaborate dal filosofo positivista inglese Herbert Spencer (1820-1903). Egli ricorre a un’espressione che è in molte lingue, «ammazzare il tempo». Nella frase si riflette l’angosciosa attesa di chi è immerso in un’esistenza infausta o di chi, annoiato, non trova più nessun sapore nel vivere. Alla fine, però, il tempo si trasforma in una mannaia che si chiama morte e, forse, in quel momento si recrimina perché il tempo è finito così presto. Vorrei, però, riprendere questa locuzione ma da un’altra angolatura che è suggerita dallo scrittore americano Henry David Thoreau che, nel suo Walden o la vita nei boschi (1854), obietta:


«… come se si potesse ammazzare il tempo senza ferire l’eternità!».


L’idea è profondamente cristiana: nel tempo, che è l’ambito in cui è chiamato a operare, l’uomo prepara il futuro che sta oltre la frontiera della morte. Quindi, sporcare, sciupare e dissolvere le nostre ore è predeterminare il nostro destino ultimo. È ciò che Cristo esprime col simbolo del «tesoro»: «Non accumulate tesori sulla terra…, accumulate invece per voi tesori in cielo» (Matteo 6, 19-20). E allora condividiamo la sapienza del Virgilio dantesco:

«Perder tempo
a chi più sa
più spiace»

(Purgatorio III, 78).
gianfranco ravasi AVVENIRE 29.XI.11

“…non ci pentiremo mai!..”

27 Dicembre 2011 Nessun commento

«Di accogliere la vita non ci pentiremo mai»

La prima volta che aiutò una mamma a partorire fu nel Natale del 1955, quando, non ancora maggiorenne, iniziava la scuola da ostetrica. Da allora Flora Gualdani ha perso il conto delle madri assistite: negli ospedali e a domicilio, nelle campagne e in mezzo alle guerre per il mondo. Conosce i travagli delle donne – non soltanto quelli del parto – e considera l’ambulatorio ostetrico «un confessionale speciale», postazione privilegiata per comprendere i bisogni della persona. Nel 1964, dentro la grotta di Betlemme, la luce di un’intuizione profonda che la spinse ad avviare la sua iniziativa in favore della vita nascente.
Tornata in Italia trovò in reparto una donna malata di cancro che non intendeva abortire.
Le stette vicino, la bambina nacque e la donna lentamente guarì mentre Flora si occupava di sua figlia: quella neonata accolta fu la prima di una lunga serie. L’opera che prese il nome di Casa Betlemme partì così.

Flora, da sempre attenta ai segni dei tempi, dagli anni ’80 allargò l’impegno sul fronte culturale della ‘emergenza educativa’, per «preparare non intellettuali della bioetica né spiritualisti disincarnati ma apostoli intelligenti». Oggi Flora è affiancata da una fraternità di giovani laici che hanno scelto di dedicarsi con lei a questa opera sul fronte assistenziale, educativo e della preghiera.
Quali sono i frutti della sua avventura sul fronte della vita?
In questi decenni abbiamo sottratto all’aborto centinaia di innocenti, restituendo la libertà di non abortire a madri di ogni nazionalità e cultura. Qualche anno fa si presentò a Natale una coppia musulmana con il bambino in braccio. Erano stati accolti qui nel periodo difficile della gravidanza: per ringraziarci mi vollero regalare un piccolo crocifisso d’oro, segno del rispetto che avevano sperimentato. L’accoglienza della vita è un sentiero faticoso lungo il quale ci si incontra e si colgono con pazienza frutti meravigliosi, storie indicibili di umana catarsi. Nessuna donna è tornata da me pentita di aver accolto la vita: né la undicenne incinta, né la prostituta, né la vittima di violenza. Questo dimostra che non c’è mai un motivo per uccidere un essere umano: c’è sempre una via per salvarlo. Ho seguito tante altre donne in un cammino di accompagnamento spirituale usando lo sguardo della trascendenza, farmaco capace di guarire il cuore da quella ferita e di riconciliare la madre con suo figlio.
Lei afferma che davanti a una gestante dovremmo sempre
inchinarci. Qual è lo stile che utilizza nella sua relazione con le donne?
Nella trama delle relazioni umane non sappiamo quale ricaduta possa avere un nostro gesto, una nostra parola detta o non detta, magari a distanza di anni. Sta qui la responsabilità degli educatori.

Una volta una donna mi raccontò di aver stracciato il certificato dell’aborto dopo avermi visto attraversare la strada. Le era rimasto impresso un colloquio che avevamo fatto qualche giorno prima.

Ciò che conta è che la donna si senta amata e non lasciata sola: sentirsi preziosa a motivo di quel suo stato ‘interessante’ per la società intera.
Condivisione della sofferenza, dedizione personale, tempestività nell’aiuto concreto: questa è la mia linea.
Casa Betlemme non è uno sportello: i colloqui possono durare nottate intere.
Gratuità e povertà sono un’altra cifra che caratterizza la sua opera.
Perché questa scelta?
Credo anzitutto che aggiunga valore sociale al nostro impegno, da sempre in una rete di collaborazioni con istituzioni e volontariato.

Delle prime comunità di cristiani si diceva che ‘sono poveri ma arricchiscono molti’ (Lettera a Diogneto). Per me è stata una scelta di libertà e di radicalità evangelica, che ci fa esercitare la fede e ci educa all’abbandono – a volte assai faticoso – alla divina Provvidenza.

L’opera sta in piedi da 50 anni perché ci sforziamo di restare in ginocchio davanti a Gesù, Autore della vita.

Nella sua Regola – «Ora, stude et labora» – la Chiesa ha riconosciuto un apostolato moderno e itinerante dove si coniugano azione e contemplazione, fede e scienza…

I servizi che offre la nostra fraternità sono legati a un cammino di formazione permanente, ma sono tutti espressione di una spiritualità specifica centrata sulla contemplazione del mistero dell’Incarnazione e sull’esaltazione della maternità di Maria. È dal cristocentrismo mariano che sgorgano la teologia del corpo, il vangelo della vita, la bioetica cristiana.

Perché, come diceva sant’Ambrogio, è Maria che ha generato la Redenzione. E la nascita di Cristo, ci spiega sant’Agostino, è già Salvezza.
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di Lorenzo Schoepflin AVVENIRE 22.XII.11