“….ma spesso quella libertà…”

22 Maggio 2016 Nessun commento

L’ultimo eresiarca
(berlicche.wordpress.com)
L’ultimo eresiarca si destò e guardò la finestra. Doveva avere dormito parecchio, perché sembrava essere l’alba: la luce al di là dei vetri tingeva di un vivace rosso le tende e le tapparelle semichiuse.
Faceva fatica a respirare, ma era normale: stava morendo. Nei giorni precedenti era stata una processione di persone, politici soprattutto. Tutti ad accreditarsi. A farsi vedere, a farsi fotografare. A rendere omaggio al vincitore agonizzante. A santificarlo. Tutto da ridere, lui che ai santi non aveva mai voluto credere.
Ma i suoi visitatori li capiva bene, oh se li capiva.
Al fondo della stanza, un movimento.
Un’infermiera. Una suora. Che strano che proprio lui, che aveva tentato in tutte le maniere di distruggere la Chiesa, si trovasse al secco fondo della vita accolto in un loro ospedale. O magari non così tanto strano. Forse non era riuscito a distruggerla del tutto, ma le sue eresie erano diventate ormai praticamente ortodossia. Si può dire che molti di loro erano quasi dei suoi.
Oh, quanti ne erano venuti anche di quelli, a rendergli omaggio, lodando il peggior nemico della loro razza. Tutto da ridere.
Fece un cenno all’infermiera, che avanzò verso il suo letto. Aveva un abito che non aveva mai visto, ma chi può contare gli ordini di suore? Si sentiva la gola arida come non mai, la pelle tesa e affilata. Almeno il dolore non c’era.
La suorina era giovane, giovanissima, anche carina. Lo fece bere, gli sistemò il cuscino. E per tutto il tempo lo guardò con due occhi enormi e scuri. Che strani quegli occhi. Cosa c’era in loro?
“Aoh, vuoi qualcosa?” le chiese, con voce gracchiante, quasi a disagio.
Lei abbassò per un attimo gli occhi, poi tornò a fissarlo. “Volevo chiederle se non si era un po’ pentito di tutto quello che ha fatto”, gli chiese, con voce veloce e chiara.
Lui tentò di ridere, ma dovette smettere perché gli venne da tossire. “Oh, sorella, manco me conosci. Che ne sai tu di quello che ho fatto?”
Lei sorrise, imperturbata. “Ma io so quello che lei ha fatto. La seguo da tempo. Lei ha sempre inseguito la sua idea di libertà, per sé e per gli altri. Generosamente. Ma spesso quella libertà era quella di fare il male.”
L’eresiarca fece per darle una risposta salace, ma questa gli morì sulle labbra. La solita cristianella sotuttoio, ma qualcosa in lei gli rendeva quasi impossibile darle le solite risposte. Ad un tratto capì che le solite risposte non bastavano più. Perché lo spettacolo stava finendo.
“Il male…il male è relativo. Quello che è bene per uno è male per l’altro. Lo capirai…”
“Non sto parlando di questo,” l’interruppe lei, “ma di quello che lei sa che è male. Perché lei sa cosa è male, al fondo del cuore. Lo sapeva anche quando si batteva per esso.”
“Io mi sono sempre battuto per il bene…”
“Per il bene di chi? E’ questo ciò a cui deve rispondere. Perché credo che un poco sappia quanto dolore ha arrecato. Quanto ne ha reso possibile.”
Si sentì montare la rabbia. Neanche qui, alla fine di tutto, lo lasciavano stare, questi integralisti? Chi l’ha mandata questa? Poi i loro occhi si incrociarono ancora, e lui capì con un sussulto cos’era quello strano sguardo che l’assillava.
Era pietà.
Si sentì un gran groppone. Cercò una risposta arguta, per una volta non ne trovò nessuna. Agitò la mano ossuta e macchiata. “Oh, lasciami stare, ragazzì. So’ vecchio, e quel che è fatto è fatto. Con il Padreterno me la vedo io. Discuteremo, e mo’ convinco anche lui.”
La suorina tacque. Gli rivolse un sorriso, ancora uno, poi silenziosamente uscì dalla stanza.
L’eresiarca si abbandonò sul cuscino. Si sentiva stanco, e nello stesso tempo stranamente leggero. Tra quanto sarebbero passati i dottori?
Si girò verso l’orologio, ma era fermo ad un’ora della notte. In effetti era strano. Non si sentiva il rumore del traffico, o quelli tipici dell’ospedale. Forse dopotutto era davvero notte fonda. Ma la luce dalla finestra?
Improvvisamente capì.
Il rosso lucore all’esterno non era il breve raggio dell’alba, ma qualcosa di molto più eterno e definitivo

“…facciamo passare tutto…”

19 Maggio 2016 Nessun commento

Cirinnà spavalda: con la riforma costituzionale facciamo passare tutto

Cosa c’entra il referendum costituzionale con le unioni civili e la difesa del diritto naturale? È l’interrogativo che pongono con sempre più insistenza alcuni gruppi e movimenti cattolici e pro-famiglia guardando, con malcelato fastidio, all’annunciato impegno del Comitato promotore del Family-day per la campagna per il ‘No’ al quesito referendario di ottobre.
Il ragionamento del Comitato è semplice: la riforma delle istituzioni politiche nazionali unitamente alla nuova legge elettorale (che premia la singola lista e non la coalizione) andrebbero a creare un sistema che pone al vertice dello Stato un presidente del Consiglio espressione di un singolo partito che a sua volta avrebbe la maggioranza dei seggi in un Parlamento sostanzialmente mono-camerale. Lo stesso premier e lo stesso partito sarebbero quindi in grado di eleggere da soli il presidente della Repubblica e i giudici della Corte Costituzionale e di imporre nomine in tutti gli organismi più importanti della macchina statale. Prenderebbe forma così un sistema che non ha eguali in tutto l’Occidente democratico dove, invece, vengono di solito garantiti tutta una serie di pesi e contrappesi tesi al bilanciamento dei poteri e a garantire la rappresentanza democratica di tutti i corpi sociali. Persino lo stabile presidenzialismo Usa prevede infatti che la Casa Bianca e il Congresso possano essere controllati da rappresentanti di due partiti di segno opposto.
La recente vicenda dell’approvazione del ddl Cirinnà, che ha visto la violazione di tutte le prerogative parlamentari per la ferrea volontà del premier di portare avanti la legge, dovrebbe essere di monito a tutti. Qualora passasse la riforma con un’unica Camera, si avverte infatti l’enorme pericolo che leggi di grande valore etico e antropologico potrebbero essere approvate con un atto di imperio da parte del governo (vedi eutanasia, liberalizzazione delle droghe e riforma delle adozioni). La riforma renderebbe di fatto l’esecutivo decisore unico delle leggi dello Stato.
Si tratta di fantasmi agitati dalla piazza pro-family per punire Renzi, sostengono coloro che, con più o meno buona fede, vedono nella riforma una possibilità di semplificare l’iter per la formazione delle leggi. Peccato che, all’indomani dell’approvazione delle unioni civili, l’adozione per tutti (si badi bene: non una famiglia per tutti i bambini), il matrimonio egualitario, il diritto al suicidio e le droghe libere siano state additate da decine di esponenti del Pd come le nuove frontiere dei diritti su cui concentrare le prossime battaglie parlamentari.
Qualcuno potrebbe obiettare che non sarà di certo un sistema bicamerale a fermare una deriva antropologica in atto da anni. Ebbene a tutti coloro che tendono a sottovalutare la portata della riforma costituzionale e la distruzione di ogni istanza rappresentata dai corpi intermedi è vivamente consigliata la visione della breve intervista al deputato Pd e attivista gay, Alessandro Zan, e alla senatrice dem, Monica Cirinnà, realizzata l’11 maggio da Diego Bianchi, alias ‘Zoro’, conduttore di ‘Gazebo’, programma satirico di Rai 3.
I due parlamentari dem, raggiunti davanti a Montecitorio durante i festeggiamenti della piazza Lgbt, parlano della necessità di riformare la legge sulle adozioni affermando che “è stato fatto solo un primo passo” e che “presto si arriverà all’uguaglianza piena”. Quando? Chiede loro il giovane conduttore romano: “Con il prossimo Parlamento e con il prossimo congresso del Pd in cui saranno calendarizzate alcune mozioni”, risponde la ‘pioniera’ dei diritti civili. Zoro fa quindi notare che il Pd e il Parlamento sono due cose distinte e che alcune leggi vanno cambiate insieme agli altri partiti, ma viene subito interrotto dalla Cirinnà: “E no, il Pd è l’unico partito che ha cambiato questo Paese e poi in ottobre finalmente sanciremo la fine del bicameralismo perfetto – aggiunge la Cirinnà illustrando l’agenda dem – dopo di che faremo il congresso del Pd dove tutte le mozioni conterranno il matrimonio egualitario e, infine, il prossimo Parlamento farà il matrimonio egualitario con il Pd che sarà partito di maggioranza”. “Forse anche l’unico” fa notare Zoro con ironia, “Magari!” sottolinea la relatrice del testo sulle unioni civili.
La conversazione filmata davanti alla Camera è andata in onda nella puntata di domenica scorsa. In studio le immagini sono state successivamente commentate dallo stesso Zoro, il quale ha fatto notare agli ospiti della trasmissione come ormai per i parlamentari dem “il Pd e Parlamento sono la stessa cosa”. In pratica stanno dicendo che “dopo ottobre ce sta una camera sola dove facciamo quello che ce pare”, rincara la dose Zoro mostrando più capacità di sintesi e acume politico di molti editorialisti di lunga fama.
Ma ad avvalorare ancora di più lo scenario di una nuova offensiva sui temi etici all’indomani dell’ok al nuovo assetto istituzionale è la nascita del Comitato Italia lgbt per il Sì, tra i cui promotori appare Alessio Di Giorgi, il fondatore di gay.it appena chiamato da Renzi per condurre la campagna web e social per il Sì al referendum. Questo comitato spiega chiaramente che la riforma della Costituzione assicurerà di raggiungere più facilmente la loro agenda sui diritti.
Insomma più chiaro di così non potrebbe essere esposto il nesso tra la trasformazione del tessuto sociale e antropologico della società italiana e un sistema istituzionale che assegna tutto il potere politico ad un solo partito.

la più importante delle scienze

15 Maggio 2016 Nessun commento

Per l’ennesima volta vengo a sapere che una moglie ha cacciato il marito di casa per comportamento intollerabile. Non posso, non voglio e non devo giudicare. Vorrei soltanto farmi portavoce per avvisare delle conseguenze che queste decisioni portano.
Sono testimone che i litigi, le cause, le tensioni, eccetera che derivano da una separazione sono una via crucis che non ha niente da invidiare al tenersi il coniuge che si comporta male. Chiaramente bisogna distinguere caso per caso. Ma lo stesso vorrei mettere in guardia soprattutto le donne dalle amiche che suggeriscono: lascialo!, è “intollerabile”.
Ognuno prenderà le decisioni in coscienza ma quando si dice: «Io prendo te come mio sposo e prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita», si sta dicendo quel che si dice e occorre ricordarselo.
Chi può misurare le ferite nella personalità dei figli? E non è meglio perdonare, sorridere, andare avanti? Quanti matrimoni in passato si sono salvati così e le famiglie sono sopravvissute bene. Se Dio perdona, perché il coniuge non prova a perdonare? E certi comportamenti non saranno stati anche provocati dalla freddezza, dalla supeficialità, da cambi d’umore dell’altro o dell’altra?
Ripeto che mi guardo bene dal giudicare, parlo solo perché le sofferenze di cui sono stato testimone “dopo” vengono troppo spesso sottovalutate, specie se ci sono figli. È la più importante delle scienze: saper voler bene.
@PippoCorigliano

“mi ha chiarito quello che penso”

14 Maggio 2016 Nessun commento

Hai presente quando leggi una cosa e ti viene di andare a bussare alla gente porta a porta, di metterti a fare il volantinaggio in strada, per dire a tutti di non perdersi quel libro, quell’articolo? Quando cominci a dire agli amici “c’è una cosa che proprio non ti puoi perdere”, e quelli alla prima volta annuiscono distratti, poi dalla terza in poi ti mandano a farti benedire?

Ecco, a me succede, raramente, con due tipi di letture: o quelle che mi stupiscono perché non avrei mai saputo concepirle, eppure un inatteso riconoscimento mi fa battere il cuore, un innamoramento di qualcuno che non avresti mai pensato e che ti rapisce l’anima, e ti sprofonda nel lutto quando finisci l’ultima pagina.

Oppure mi succede quando leggo le cose che ho sempre pensato, e trovo finalmente qualcuno che le dice meglio di me, le riordina e me le offre, qualcuno che cucina il tuo piatto preferito alla perfezione, e te lo serve pronto, senza che tu abbia neanche dovuto pensare di chiederlo.
(vedi:”Manuale di sopravvivenza per fidanzati e giovani sposi” di Roberto Marchesini)

Ecco, questa lettura mi ha fatto questo effetto. Ho pensato: Roberto Marchesini mi ha letto nel cervello, e mi ha fatto il favore di chiarirmi bene quello che penso. E se questo è un libro che Roberto ha scritto anche per non dover sempre ripetere le stesse cose ai suoi pazienti, e per raggiungere altre persone che non cura direttamente, per me sarà il libro da consigliare e regalare alle persone a cui non riesco a dire quello che vorrei (quando si vuol salvare il mondo si ha sempre pochissimo tempo).

E poi me ne ha fatto un altro, di effetto. Mi ha aperto uno sguardo nuovo e inatteso, e sì che di libri sull’argomento ne ho letti. Tipo “L’unico vero motivo per cui vale la pena sposarsi è”. Mi aspettavo una bella catechesi sul sacramento, una prospettiva culturale sulla necessità di solidità e stabilità, una noiosa ode alla famiglia. E invece la frase prosegue con “l’amore”. Finalmente! Finalmente qualcuno che lo dice! Che parla di dono totale di sé per la felicità dell’altro. Una meraviglia, quelle pagine!

Il terzo prezioso contributo di questo libro è lo smascheramento dei meccanismi culturali che hanno portato la famiglia alla crisi attuale. Una lettura della storia della cultura e del pensiero comune davvero ricchissima di elementi, una miniera di frecce da tener pronte da scoccare col nostro arco quando ci si trova a confrontarsi con chi la pensa diversamente (pressoché tutti) sul tema della famiglia. E anche uno strumento prezioso per non farci manipolare da chi tiene le redini dell’informazione e della cultura intesa in senso lato (compresi cinema, musica, giornali e via sproloquiando sul tema dell’amore).

La sezione sulla differenza tra maschile e femminile, tema sul quale ho cercato di scrivere ben due libri, è stata per me come una dolcissima sviolinata: ottenere una conferma di quello che si era intuito è sempre una pacchia, si sa.

Ma la parte del libro più ampia e davvero la più imprescindibile, è quella in cui si analizzano – in modo divertente e lieve – i più frequenti errori, i meccanismi sbagliati in cui incorrono le coppie, che hanno ciascuna il suo proprio gioco, ma che spesso possono riproporre schemi ricorrenti. Si analizzano, e si offrono soluzioni, o almeno se ne prospettano molte possibili. Ed è come fare quello scarto che permette, a chi stava dietro una colonna, di vedere tutto il mondo che c’è fuori dal colonnato, quando lui pensava che ci fosse solo un muro davanti a sé. Nessuna situazione è senza via di uscita, e a volte basta fare un passo laterale per vedere una via inattesa.

E poi c’è la chicca finale dei film consigliati: solo questa vale il prezzo del libro (senza contare che nella bibliografia ci sono anche i miei libri, e queste sì che son soddisfazioni).

Insomma, non so se si è capito, ma io questo libro lo regalerò a mezzo mondo. Fatelo anche voi. Contribuirà a migliorarlo, questo mondo.
COSTANZA MIRIANO costanzamiriano.com

non sono più sola

10 Maggio 2016 Nessun commento

La mia storia è simile a quella di tanti altri. Vivevo con i miei genitori, sono figlia unica. Tra le scuole medie e le scuole superiori sono cominciate le prime difficoltà. Avevo una compagnia di amici che frequentavo, nel mio gruppo diversi ragazzi fumavano le canne ma non mi era mai interessato. Il primo contatto con le sostanze è arrivato per me a 14 anni attraverso il mio ragazzo. Anche lui aveva la mia età ma già grossi problemi di tossicodipendenza. Il mio primo tiro l’ho preso molto alla leggera, ho sottovalutato la cosa, mi sentivo tranquilla e non avevo particolari paure… Stare insieme a lui all’inizio mi sembrava la cosa più bella che potesse capitarmi, i primi mesi insieme sono stati un sogno. Poi è stato invece un rapporto sempre in discesa, a caduta libera. So che ho iniziato a causa del mio ragazzo, ma non voglio assolutamente colpevolizzarlo. Lui era già molto affaticato dalla sua vita, io dalla mia, abbiamo avuto solo la sfortuna di intrecciare le nostre sofferenze.

Mio papà non condivideva questa relazione e mi aveva posto il divieto assoluto di stare con lui, questo ci ha irrimediabilmente allontanati. A 15 anni ero ancora consumatrice occasionale. Avevo ben chiaro cosa fossero le sostanze, anche perché trascorrevo tutti i miei pomeriggi con il mio ragazzo che non faceva altro che fumare eroina. Però pensavo ancora all’eroina come la droga del “tossico” con la siringa al braccio e che viveva in strada, quindi finché non vedevo il mio ragazzo iniettarsela in vena mi sembrava che la situazione potesse essere diversa e sotto controllo. E nonostante tutto io continuavo ad avere una vita regolare, andavo a scuola, studiavo. Ho sentito che qualcosa stava cambiando dopo la terza superiore, un momento per me traumatico. Ho avuto un crollo, a livello affettivo mi sentivo completamente dipendente dal mio ragazzo, avevo escluso dalla nostra vita tutte le nostre amicizie, per me esisteva solo lui. Ho iniziato a sentire un conflitto interiore: volevo cambiare ma non riuscivo. Da qui il passaggio da consumatrice occasionale di cannabis e pasticche a consumatrice giornaliera di eroina.

L’eroina era per me come un rullo che sembrava spianare tutte le emozioni che io da sola non riuscivo a gestire. L’unica a scuola che si era accorta davvero del mio disagio è stata la professoressa di religione. Io ero abbastanza distante da un discorso religioso e con lei non avevo un gran rapporto, ma è stata proprio lei ad indirizzarmi all’Associazione Papa Giovanni XXIII che in quel momento faceva progetti sulle dipendenze anche nella mia scuola.

Dopo le scuole superiori e la maturità è arrivato il mio trasferimento per l’Università. All’università ho avuto altre storie ma continuavo a scegliere ragazzi problematici e investivo molto poco dal punto di vista affettivo. Sceglievo ragazzi così perché la mia autostima era bassa, cercavo persone che non mi giudicassero o sminuissero, perché il confronto con me non fosse troppo impietoso. Per alcuni mesi ho pensato seriamente di smettere con l’eroina. Il problema è che avevo sostituito l’eroina con l’alcol.

Malgrado le mie resistenze continuavo a frequentare il SERT, nonostante il fatto che il mio ragazzo storico fosse uscito dalla comunità senza alcun risultato e insieme ci fossimo ributtati a capofitto nell’eroina. Si era poi aggiunto anche il problema della cocaina, tirata o fumata, che era diventata la compagna delle mie serate. Avevo mollato completamente gli ormeggi, non riuscivo più ad assumermi degli impegni, vivevo solo di bugie e del pensiero di come rimediare i soldi per procurarmi le sostanze, tutto era in funzione di quello. Al SERT abbiamo concordato che l’unica soluzione arrivata a quel punto per me fosse la comunità. Dentro di me avevo capito che dovevo tirarmene fuori, c’era qualcosa nella mia disperazione più totale che nonostante tutto mi richiamava alla vita. Abbiamo scelto una struttura della Papa Giovanni e in quel momento sapevo che avevo iniziato un percorso dal quale non potevo tornare indietro. Mi sono fatta tante domande e a volte ho rimesso anche in discussione questa scelta. La comunità era una specie di tunnel in cui camminavo…ogni tanto mi veniva voglia di tornare indietro, a quello che conoscevo. Per fortuna ho trovato sempre qualcuno che ha continuato a tirarmi in avanti.

In comunità ho sperimentato non solo il mio percorso di recupero terapeutico ma una vera e propria esperienza di amicizia e condivisione.

Se fosse stato solo un freddo programma di recupero, non ce l’avrei fatta. La differenza credo sia stata nell’avere accanto persone che sentivo che mi volevano davvero bene, che mi davano la forza di provarci.

E poi la comunità in cui mi trovo ha una caratteristica particolare: un coro che anima la liturgia. Io che ho sempre amato molto la musica ho trovato nel coro una dimensione nuova dove esprimermi, ed è stato in qualche modo anche uno strumento per avvicinarmi alla fede.

Nella mia storia c’è stato sempre un confine sottile tra indipendenza e solitudine, che mi ha portato all’isolamento e alla sofferenza. Ora invece posso dire che davvero non mi sento più sola. Ho dei progetti, sogno in futuro di farmi una famiglia, ho ricominciato a vivere.

(Silvia Sanchini –Punto famiglia)

“la sua vita si è conclusa con un grande grazie”.

5 Maggio 2016 Nessun commento

Ha fatto giusto in tempo a festeggiare il quarto anniversario di matrimonio con suo marito. Il giorno dopo, la 34enne riminese Laura Grassi, è salita al cielo. Lo scorso 22 aprile ha così lasciato una famiglia composta da suo marito Ugo e dalla figlia Alessia, di tre anni.

È proprio intorno all’amore nei confronti di quest’ultima che ruota la vicenda di Laura, un vero e proprio simbolo della festa della mamma, che si celebra domenica prossima.

Una storia che fa fiorire i primi boccioli nel 2010, quando Laura e Ugo iniziano un corso di preparazione al matrimonio. Come tante coppie, anche loro si prefigurano un avvenire insieme, costellato di gioie ma anche di dolori.

Forse non si sarebbero aspettati, però, di dover fare i conti molto presto con un primo grande dolore. A fine 2010 a Laura viene diagnosticata la Sclerosi laterale amiotrofica, comunemente chiamata Sla, una malattia che in genere progredisce lentamente fino a consumarti.

È un fulmine a ciel sereno, che non dissuade i due giovani dall’unirsi in matrimonio. Si sposano il 21 aprile 2012. Nemmeno un anno dopo, inaspettatamente, Laura di accorge di essere rimasta incinta.

Davanti a lei e a suo marito prende forma un bivio. I medici consigliano fortemente di abortire. Ma Laura, nonostante sia cosciente dei rischi che si assume, decide di sospendere le sue cure e di portare a termine la gravidanza. L’amore per la vita che porta in grembo è più forte.

La piccola Alessia nasce nove mesi più tardi. In una video-intervista ad Avvenire papà Ugo ha raccontato: “Quando è nata Alessia è stata una felicità enorme per tutti, in sala operatoria tra amici e parenti eravamo quattordici persone. Fu una grande festa”.

In una recente intervista a Il Resto del Carlino Ugo racconta anche un altro momento importante vissuto dalla sua famiglia, il 16 ottobre 2013, quando hanno ricevuto la carezza di Papa Francesco durante un’udienza generale. “Ricordo molto bene quel giorno in piazza San Pietro – spiega -. Francesco si avvicinò a noi, ci parlò, giocò con nostra figlia, e ci augurò di continuare così. L’abbiamo fatto, fino a quando Laura è rimasta in vita”.

Un percorso durante il quale Laura “ha combattuto contro la malattia con grande dignità”, racconta sempre ad Avvenire Ugo. Il quale afferma che sua moglie ha preparato lui e sua figlia Alessia al momento del distacco lasciando loro delle indicazioni per il dopo. “Anche per il funerale ha pensato lei a tutto, scegliendo le letture e facendo in modo che a tutte le sue amiche venisse regalata una rosa bianca”, aggiunge.

Nell’omelia del funerale, celebrato nella chiesa San Michele Arcangelo di Morciano di Romagna, il vescovo di Rimini, mons. Francesco Lambiasi, ha definito Laura “una vera testimone dell’amore di Dio perché nella sua semplicità ha saputo abbracciare fino in fondo la croce riconoscendo l’amore di Gesù in Lei, nei segni della sua passione”. Il vescovo ha ricordato che “chi la andava a trovare a casa rimaneva colpito e affascinato nel vedere la sua accoglienza, la sua positività: chi la visitava incontrava lei, non la malattia”.

Don Marcello Zammarchi, vicerettore del seminario vescovile di Rimini che ha sposato Ugo e Laura, ha detto che

“la sua vita si è conclusa con un grande grazie”

. Nel suo testamento spirituale scritto con gli occhi grazie a un sintetizzatore vocale, Laura ha lasciato che queste parole penetrassero nel cuore dei suoi cari: “Vi è stato chiesto molto e mi avete dato ancora di più”.

Non ha dubbi suo marito Ugo: “Il suo più grande insegnamento che sono certo rimarrà di lei è il rispetto per il sacramento del matrimonio e per la vita”. Questa è la storia di Laura, un simbolo della festa della mamma.

C’era una volta la poesia per la festa della mamma. (Una fiaba per mia figlia)

5 Maggio 2016 Nessun commento

(di Benedetta Moreschini)

“C’era una volta una bambina che andava alla scuola elementare e aveva una bravissima maestra di italiano che ogni mattina faceva recitare la preghiera a tutta la classe, faceva riempire quaderni e quaderni di analisi logica e grammaticale, dava per compito un tema a settimana e faceva imparare a memoria tante tante bellissime poesie.

Un giorno, in occasione della festa della mamma, la maestra diede ai suoi bambini questa poesia, scritta da un famosissimo poeta di nome Giuseppe Ungaretti. Naturalmente, come sempre faceva, la maestra spiegò ai bambini il significato della poesia, ma la bambina la trovò un po’ triste e, il giorno della festa della mamma, non volle recitarla perché le veniva da piangere.
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La Madre
E il cuore quando d’un ultimo battito

Avrà fatto cadere il muro d’ombra

Per condurmi, Madre, sino al Signore,

Come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,

Sarai una statua davanti all’Eterno,

Come già ti vedeva

Quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante la vecchie braccia,

Come quando spirasti

Dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m’avrà perdonato,

Ti verrà il desiderio di guardarmi.

Ricorderai d’avermi atteso tanto,

E avrai negli occhi un rapido sospiro.

(Giuseppe Ungaretti)

Poi la bambina crebbe, andò alle scuole medie, alle scuole superiori e poi all’Università, ma tra tutte le cose che imparò moltissime le dimenticò subito, mentre le rimasero sempre in mente le poesie e gli insegnamenti ricevuti da quella bravissima maestra.

Quella bambina diventò donna e si sposò ed ebbe a sua volta una bambina. E arrivò anche per lei il momento di festeggiare la festa della mamma. E allora le tornò in mente quella poesia “triste” e pensò: ‘chi sa se oggi c’è ancora, in qualche scuola, una maestra che fa imparare a memoria della poesie e, specialmente, delle poesie come questa? E chi sa se la mia bambina, quando andrà a scuola, mi reciterà della poesie così belle?’

Perché quella poesia, che da bambina non era stata in grado di capire fino in fondo, oggi, da madre, aveva per lei più di un importante significato e la faceva riflettere su delle questioni molto importanti.

La mamma non era così sicura che da qualche parte, in Italia, ce ne fossero ancora di maestre così brave e di poesie del genere imparate a memoria. Perché davvero molte cose erano cambiate da quando lei era bambina e le poteva vedere tutte, proprio in quella poesia.

Prima di tutto quella poesia parlava di morte e la morte, in quel momento storico, era l’ ”innominabile”.

Di morte non si poteva parlare. La morte non poteva occupare i pensieri dell’uomo, che, sempre più alla ricerca di benessere materiale, non aveva tempo nè voglia di guardare alla fine e al fine della sua esistenza.

Di morte non si poteva morire.

E poi, in quella poesia, c’era il concetto di una vita dopo la morte e di un luogo dell’Aldilà ottenuto come premio per una vita retta. Nessuno voleva accettare che la vera Vita non era questa, ma quella dopo la morte, che è una vita eterna e che il nostro destino eterno (beatitudine o dannazione) ce lo costruiamo qui, sulla terra. E infatti quella poesia parlava anche di perdono, ma la gente non sapeva più quale fosse il significato di quella parola, perché aveva dimenticato anche cosa volesse dire peccato.

E, infine, in quella poesia, era descritta una madre. Una madre come tutte le madri avrebbero dovuto essere, come anche lei avrebbe voluto essere. Perché era

una madre silenziosa, forte, umile, che, sia in vita che in morte, aveva avuto un unico desiderio: la salvezza eterna del figlio. E aveva pregato per questo. Aveva pregato quand’era viva e interceduto da morta e, solo quando ebbe ottenuto il Perdono di Dio per il figlio, riuscì a guardarlo negli occhi. E anche in quel caso non si mise a gridare di gioia e a fare capriole, non si scompose: ebbe negli occhi un rapido sospiro. Aveva portato a termine con successo la missione che Dio gli aveva dato: salvare l’anima del figlio.

La mamma si mise a riflettere, allora, su quali fossero i desideri delle mamme per i propri figli: la salute, che avessero la possibilità di studiare, che indossassero abiti belli e possibilmente alla moda e firmati, che avessero un buon lavoro. Senz’altro tutte cose buone; ma c’era il BENE e c’era il MEGLIO. E la mamma pensava che il meglio per sua figlia fosse che prima di tutto il resto, lei potesse conoscere e amare Gesù, perché solo questo le avrebbe dato la felicità. Niente altro. E del resto quello stesso Gesù un giorno aveva detto: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”.

Ma quello era il tempo in cui nessuno credeva che il MEGLIO fosse conoscere Gesù, perché in effetti non c’era nessuno che lo conoscesse. Quello era il tempo in cui le parole: Dio, Gesù, peccato, demonio, Inferno, Paradiso, erano roba da preti e in nessun modo potevano far parte della vita concreta delle persone.

Quello era il tempo in cui, se in una scuola una maestra avesse osato proporre una poesia del genere ai suoi alunni, sarebbe stata come minimo richiamata all’ordine, perché parlando di eternità avrebbe offeso i non credenti, parlando del Signore avrebbe offeso i musulmani e parlando di madre avrebbe offeso chi, nella nuova modernissima evoluzione del concetto di famiglia, aveva il genitore 1 e il genitore 2.”

Tutto questo, piccola mia, per spiegarti che viviamo in tempi molto difficili e che per noi, per me e per tuo padre, sarà molto dura combattere con il mondo per raggiungere il nostro obiettivo: trasmetterti la Fede. Ma ce la metteremo tutta, te lo prometto.

Perciò spero di non doverti mai chiedere perdono ( a te e a Dio) per non essere stata in grado di adempiere al compito che mi è stato affidato e che io ho accettato nel momento in cui ho chiesto per te il Battesimo.

E sappi che l’unica cosa che mi renderà orgogliosa di te, più di una laurea, più dei successi e di tutti i titoli e gli onori di cui potrai fregiarti davanti al mondo, l’unica cosa sarà vederti vivere con convinzione quella frase… quella frase che io e tuo padre abbiamo scelto per la bomboniera del tuo Battesimo e che nella Bibbia viene pronunciata da una bellissima regina, di cui tu porti il nome:

“ Non mi prostrerò mai davanti a nessuno se non davanti a Te che sei il mio Signore”.

“l’arte dei piccoli passi”

3 Maggio 2016 Nessun commento

Antoine de Saint-Exupéry, autore del famosissimo ‘Piccolo principe’ (terzo libro più letto al mondo), è anche l’autore di questa preghiera. Non fu solo autore, ma fu anche aviatore e si arruolò con la marina militare francese durante la seconda guerra mondiale. Le sue esperienze in guerra furono fondamentali per la stesura delle sue opere.

Scritta in un periodo particolare della sua vita, l’autore introduce una tematica fondamentale:

‘il passo dopo passo’,

sempre presente anche ne ‘Il piccolo principe’. Questa è un’invocazione al Signore in cui Antoine lo prega di renderlo più riflessivo e di fare le giuste scelte, sottolineando proprio come i piccoli passi, giorno dopo giorno, passo dopo passo, lo aiuteranno a far fronte al presente, a quello che ogni giorno deve affrontare.

LA VERSIONE ORIGINALE

Seigneur, apprends-moi l’art des petits pas.
Je ne demande pas de miracles ni de visions,
Mais je demande la force pour le quotidien !
Rends-moi attentif et inventif pour saisir
Au bon moment les connaissances et expériences
Qui me touchent particulièrement.

Affermis mes choix
Dans la répartition de mon temps.
Donne-moi de sentir ce qui est essentiel
Et ce qui est secondaire.
Je demande la force, la maîtrise de soi et la mesure,
Que je ne me laisse pas emporter par la vie,
Mais que j’organise avec sagesse
Le déroulement de la journée.

Aide-moi à faire face aussi bien que possible
A l’immédiat et à reconnaître l’heure présente
Comme la plus importante.
Donne-moi de reconnaître avec lucidité
Que la vie s’accompagne de difficultés, d’échecs,
Qui sont occasions de croître et de mûrir.

Fais de moi un homme capable de rejoindre
Ceux qui gisent au fond.
Donne-moi non pas ce que je souhaite,
Mais ce dont j’ai besoin.

Apprends-moi l’art des petits pas!

LA TRADUZIONE IN ITALIANO

Non ti chiedo né miracoli né visioni
ma solo la forza necessaria per questo giorno!
Rendimi attento e inventivo per scegliere
al momento giusto
le conoscenze ed esperienze
che mi toccano particolarmente.

Rendi più consapevoli le mie scelte
nell’uso del mio tempo.
Donami di capire ciò che è essenziale
e ciò che è soltanto secondario.
Io ti chiedo la forza, l’autocontrollo e la misura:
che non mi lasci, semplicemente,
portare dalla vita
ma organizzi con sapienza
lo svolgimento della giornata.

Aiutami a far fronte,
il meglio possibile,
all’immediato
e a riconoscere l’ora presente
come la più importante.
Dammi di riconoscere
con lucidità
che le difficoltà e i fallimenti
che accompagnano la vita
sono occasione di crescita e maturazione.

Fa’ di me un uomo capace di raggiungere
coloro che hanno perso la speranza.
E dammi non quello che io desidero
ma solo ciò di cui ho davvero bisogno.

Signore, insegnami l’arte dei piccoli passi.

Testimone di coerenza e di buonumore

1 Maggio 2016 Nessun commento

Preghiera del buonumore
Autore: San Tommaso Moro

“Signore, donami una buona digestione e anche qualcosa da digerire.

Donami la salute del corpo e il buon umore necessario per mantenerla.

Donami, Signore, un’anima semplice che sappia far tesoro di tutto ciò che è buono e non si spaventi alla vista del male ma piuttosto trovi sempre il modo di rimetter le cose a posto.

Dammi un’anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri, i lamenti, e non permettere che mi crucci eccessivamente per quella cosa troppo ingombrante che si chiama “io”.

Dammi, Signore, il senso del buon umore. Concedimi la grazia di comprendere uno scherzo per scoprire nella vita un po’ di gioia e farne parte anche agli altri.

Amen. (san Tommaso Moro cancelliere del Re Enrico VIII che lo fece decapitare a causa della sua fedeltà al Papa)

“…su questa spiaggia ho capito..”

25 Aprile 2016 Nessun commento

Il 25 aprile è una data significativa anche per la famiglia Carminati. È infatti uno dei pochi ponti di questa avara primavera. Hanno preso nonno Renato per fargli respirare un po’ di aria di mare. Non ha reagito bene all’intervento alle corde vocali: non riprende ancora a parlare.

Lo hanno caricato nel sedile dietro con tutte le precauzioni, alla sua età è rischiosa anche una frattura. Gli hanno detto di dormire, il bello deve venire, non può arrivare senza forze. Gli hanno comprato addirittura un costume.

Si risveglia sulla sdraio, mentre gli spalmano la crema. “Hai la pelle così sottile, quante vene”. “Non avevo mai notato questa cicatrice sotto l’ombelico”. “E quando mai hai visto il nonno in costume?”. “Sarà una vecchia operazione”.

Nonno Renato ciondola la testa, e tutti pensano non stia bene. Invece il gesto ha un’altra traduzione: “No, quello è il proiettile di un repubblichino con poca mira che mi voleva sbudellare. I nostri, a costo di saltare per aria, mi hanno trascinato per gli scarponi in una fossa, e poi a spalla fino alla malga dove Fiorenzo, detto il Dottore, mi ha cucito con lo spago. Due settimane di convalescenza nascosto tra i maiali, poi di nuovo giù in valle, col fucile”.

“Senti freddo?”. Gli coprono le gambe con l’asciugamano. “È messo male, poverino”. “Dillo piano! Non può parlare ma ci sente”.

Federico si siede sulla sdraio vicino. Gli appoggia la mano sul ginocchio, come gesto di intesa virile. “Essere via dalla città, niente lavoro per tre giorni. Sai cosa ti dico, nonnino? Su questa spiaggia, ho capito davvero cosa vuol dire – liberazione -”.

Nonno Renato non è dispiaciuto. Avrebbe preferito, come gita, il monumento ai compagni caduti. Ma apprezza pure l’abbraccio del sole. È un privilegio pagato col sangue anche la superficialità dei suoi nipotini. Spera di non trovare la fila stasera. Resti imbottigliato sull’Autostrada del sole soltanto il passato, quello che ha scelto di non raccontare. Vinca, su tutto, questo tepore.
(Emanuele Fant)
fonte: Credere.it

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