LA SCOMUNICA DELLA CUPOLA

19 Giugno 2017 Commenti chiusi

LA SCOMUNICA DELLA CUPOLA
(Fabio Beretta)
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“Tutti noi uomini d’onore pensiamo di essere cattolici, Cosa Nostra si vuole farla risalire all’apostolo Pietro”. Così Leonardo Messina, un mafioso pentito, parlava durante un interrogatorio. In quell’occasione, il boss rivelò anche l’esistenza di una “Bibbia della mafia”, nascosta nelle campagne di Riesi, un piccolo comune in provincia di Caltanissetta. Ad una prima analisi, in effetti, sembra proprio che siano veramente poche le differenze tra un cattolico e un mafioso. Entrambi pregano. Hanno in tasca, o nel portafoglio, un santino: una Madonna Addolorata, un Cristo crocifisso, un Padre Pio, ecc. Anche i mafiosi sono religiosi. Tutti. Campani, siciliani, calabresi, boss. Per anni il confine tra credente e mafioso è stato invisibile.

La mafia, l’anti-Chiesa

La malavita organizzata, da sempre denominata “anti-Stato”, oggi si potrebbe definire anche con l’appellativo di “anti-Chiesa”. Come i monaci osservano la regola benedettina dell’“ora et labora”, così anche la vita della mafia è scandita di riti, preghiere e funzioni religiose. Un esempio chiaro è la riunione dei capi della ‘Ndragheta, che il 2 settembre di ogni anno si riuniscono presso il Santuario della Madonna dei Polsi, situata a circa 860 metri d’altezza in una vallata dell’Aspromonte. Qui, a pochi passi dal torrente Bonamico, che costeggia il paese di San Luca, i boss prendono le decisioni più importanti e stringono alleanze. Qualche pentito rimasto anonimo ha raccontato che in questo luogo sono custodite le “12 Tavole della ‘Ndrangheta”. Una sorta di “codice etico” per certi aspetti molto simile ai “dieci comandamenti” donati da Dio a Mosè sul monte Sinai. Ma i riferimenti alla tradizione cristiana non si limitano al Vecchio Testamento. Nel 1951, mentre a Viterbo si celebrava il processo della strage di Portella della Ginestra, Gaspare Pisciotta, cugino traditore del bandito Salvatore Giuliano, in aula si difendeva con queste parole: “Siamo un corpo solo: banditi, polizia e mafia, come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”. Una vera e propria religione con tanto di ministri. Infatti, tra gli uomini d’onore di spicco della malavita siciliana figura anche padre Agostino Coppola, parroco di Carini. I media lo ricordano soprattutto come il prete che sposò in gran segreto Salvatore Riina (all’epoca latitante) e Antonina Bagarella. Anche le donne svolgono un ruolo importante. Infatti, i così detti “uomini d’onore” non si confessano direttamente. A riceve l’assoluzione sono le loro compagne. Grazie ad alcune intercettazioni della Polizia di Stato, è infatti emerso che sono le mogli a recarsi in chiesa per inginocchiarsi davanti al confessionale. Quando, raramente, sono gli stessi mafiosi che si accostano al Sacramento della Riconciliazione, ricorrono a una formula standard. Il dialogo suona, pressappoco, così: “Padre, mi assolva”. “Cosa hai fatto figliolo?”. “Niente, sono innocente come Gesù Cristo”.

Una Chiesa “divisa”

I media italiani hanno sempre evidenziato come la Chiesa non sia stata “unita”, bensì
divisa sulla questione mafia. Vescovi e parroci locali, stando a quanto riportano le cronache, nella maggior parte dei casi hanno taciuto il grande male che attanaglia il Mezzogiorno. In realtà, la Chiesa mai ha taciuto sulla mafia. A dimostrarlo non sono solo le scelte dettate dalla prudenza degli ecclesiastici che hanno svolto la loro missione pastorale in Sicilia, o in Calabria. Leonardo Messina, mafioso pentito, dichiarò: “La Chiesa ha capito prima dello Stato che doveva prendere le distanze da Cosa Nostra”. Quello dei mafiosi è un uso deviato della religione che, oggi come in passato, si manifesta in processioni, rituali e preghiere che assumono una dimensione pubblica con il solo scopo di riconoscere uno status di superiorità a chi, in realtà, viola la legge in nome di un falso dio.

Il peccato di mafia

Le processioni sono atti di devozione che riguardano la sfera religiosa dell’uomo. Nel
cattolicesimo, esse costituiscono un ulteriore elemento di appartenenza e identità a quel “depositum fidei” che la Chiesa custodisce. Una fede che da oltre duemila anni si rende visibile attraverso le liturgie. Esse scandiscono i ritmi della vita della Chiesa. E, per certi aspetti, anche quelli della mafia. Anche i malavitosi vanno a messa, e come tutti i buoni cristiani anche loro si confessano. Da alcune intercettazioni del prof. Guttadauro, aiuto primario in uno degli ospedali di Palermo, e capo mafia a Brancaccio, si viene a sapere che il medico la mattina si dedicava a ricevere i mafiosi, nel pomeriggio i politici di turno, e la sera istruiva il “delfino” che avrebbe dovuto sostituirlo, invitandolo a confessarsi, ma raccomandandogli di scegliere il sacerdote giusto. Gli racconta: “Sai cosa mi è successo? Un giorno mi sono andato a confessare e il sacerdote mi ha detto che esiste il peccato di mafia. Questa cosa non l’avevo mai sentita. Quindi, prima di andarti a confessare, devi trovare il soggetto giusto”.

Il senso religioso dei mafiosi

La sociologa Alessandra Dino ha provato a spiegare le motivazioni per cui un mafioso prova un forte senso religioso. Secondo la studiosa, vi sono due livelli da prendere in considerazione: quello individuale e quello dell’organizzazione. Gaspare Mutolo, uno dei killer di Mondello, autore di oltre venti omicidi, ha dichiarato: “Noi mafiosi siamo religiosi perché siamo anche noi fatti di carne e di ossa. Lo sa cosa volevo fare da bambino? Il missionario, perché volevo aiutare la gente”. A livello organizzativo, invece, la religiosità fa si che le cosche assumano i tratti di una “comunità” nella quale identificarsi. Ad esempio, Bernardo Provenzano usava la Bibbia per comunicare. Il motivo è semplice: costituisce un punto di vista culturale a cui tutti possono attingere, e dà credibilità all’organizzazione.

Una religione strumentalizzata

Pensiamo al caso della “Candelora” di Sant’Agata, nel 2005, a Catania. I membri del clan Santapaola, salirono sul catafalco della martire, al posto del prete, con l’obiettivo di deviare il percorso della processione per farla passare sotto la casa di Francesco Mangion, della cosca appena rilasciato, affinché la protettrice di Catania potesse dare il bentornato al malavitoso. Da ciò si evince che gli inchini, così come tutte le “liturgie” a cui prendono parte i mafiosi, non sono un elemento folkloristico, ma una forma di sfoggio del potere legittimato dalla divinità.

Un’efficace strategia di comunicazione

Allo stesso tempo rappresenta una straordinaria strategia di comunicazione, efficace e diretta, che trasmette un solo messaggio: qui comandiamo noi. In realtà, la Chiesa non ha mai legittimato l’operato della mafia, ne ha mai stretto alcun tipo di patto. Alla base vi sono questioni storiche e sociali ben precise che trovano le loro radici all’indomani del secondo conflitto mondiale, quando tra i cittadini e gli esponenti del clero vi era una scarsa conoscenza, nonché una grande sottovalutazione, del fenomeno mafioso. Basti pensare all’operato di mons. Ruffini, cardinale di Palermo dal 1946 al 1967. Nel maggio del 1947, commentando la strage di Portella della Ginestra, affermò: “Come vescovo non posso certo approvare le violenze da qualunque parte provengano, ma è un fatto che la reazione all’estremismo di sinistra stia assumendo proporzioni impressionanti. Del resto, si poteva ritenere inevitabile la reticenza e la ribellione di fronte alle prepotenze, alle calunnie, ai sistemi sleali dei comunisti”. In altre parole: se la sono cercata. Bisognerà attendere gli anni ’80 e l’operato di don Pino Puglisi, oggi beato, per intravedere alcune crepe nel muro di omertà e silenzio innalzato da alcuni rappresentanti del clero siciliano.

Il ruolo delle donne

Alcuni pentiti hanno raccontato che mentre erano impegnati nel realizzare l’opera voluta dai padrini, le loro mogli, o compagne, erano in chiesa, inginocchiate davanti ad un altare, o al simulacro della Vergine Maria. Pregavano affinché le anime di quelle persone che venivano uccise dai propri mariti fossero accolte in paradiso. La loro morte era necessaria perché andava contro il “piano divino”. E loro, i mafiosi, che si dicono credenti, come Cristo ha perdonato i peccatori, perdonano chiunque si metta contro il volere di Dio. Li uccidono, ma pregano per le anime dei morti ammazzati, e non per le loro perché i malavitosi, con quel gesto, compiono la volontà del Signore. Un ragionamento contorto e tutt’altro che cristiano, ma ben impostato e inculcato nelle menti dei giovani che si avvicinano al mondo della mafia.

La risposta della Chiesa locale

Bisogna attendere l’alba degli anni ’80 per avere una prima denuncia pubblica del fenomeno mafioso da parte della Chiesa siciliana. A parlare è il cardinale Salvatore Pappalardo, Arcivescovo di Palermo dal 1970 al 1996. Negli anni del suo ministero pastorale, in Sicilia si consumano quelli che saranno definiti, successivamente, i “delitti eccellenti”: Boris Giuliano, Cesare Terranova, Piersanti Mattarella, Emanuele Basile, Gaetano Costa, Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa. Ma l’evento che fa da cassa di risonanza del sentimento di disprezzo e di orrore di tanti cittadini onesti, sono i solenni funerali di Carlo Alberto Dalla Chiesa e della moglie Emanuela Setti Carraro, uccisi in un violento agguato il 3 settembre del 1982. Il giorno dopo, dal pulpito della chiesa di San Domenico, il cardinale fece impallidire i più importanti uomini politici siciliani e d’Italia, che assistevano nelle prime file alla messa funebre del prefetto Dalla Chiesa: “La mafia è un demone dell’odio, l’incarnazione stessa di Satana. Si sta sviluppando una catena di violenza e di vendette tanto più impressionanti perché, mentre così lente e incerte appaiono le mosse e le decisioni di chi deve provvedere alla sicurezza e al bene di tutti, quanto mai decise, invece, tempestive e scattanti sono le azioni di chi ha mente, volontà e braccio pronti a colpire. Sovviene e si può applicare una nota frase della letteratura latina: Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur; mentre a Roma ci si consulta, la città di Sagunto viene espugnata. Sagunto è Palermo. Povera la nostra Palermo! Come difenderla?”. Parole rimaste indelebili nelle coscienze non solo dei siciliani, ma degli italiani tutti. Queste parole, passano alla storia come l’“omelia di Sagunto”. Un intervento che, de facto, segna una grande svolta nella storia della lotta alla mafia e nei “rapporti”, se così si possono definire, della “piovra” con la Chiesa. Un lungo periodo che passa alla storia come “la Chiesa del silenzio”. Infatti, da quel momento, in Sicilia tanti giovai parroci, definiti “coraggiosi” dal Procuratore Antimafia, Pietro Grasso, “iniziarono a porsi domande sul loro ruolo in una terra di violenza, sangue e diritti negati, chiedendosi se dovevano limitarsi a curare le anime o invece impegnarsi in un’azione apostolica in difesa dei diritti dell’uomo. Sorsero, su impulso del cardinale, movimenti, missioni popolari fuori dalle parrocchie, istituti dedicati alla formazione evangelica dei credenti, dei giovani, degli emarginati”. Ma i veri trascinatori della lotta alla mafia sono i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che nel 1986 riescono a far condannare i grandi capi di Cosa Nostra, tra cui Michele Greco, detto “il Papa”, come mandanti di numerose stragi. Tuttavia, Toto Riina e Bernardo Provenzano restano latitanti. I due giudici, su ordine di Riina, capo dei capi di Cosa nostra, vengono assassinati. Ma il coraggio e la tenacia dimostrata dai due magistrati, e i sempre maggiori sforzi degli inquirenti nel debellare questa piaga sociale, fanno nascere in molti strati della società una sensibilità diversa che tocca anche i vertici della Chiesa.

La scomunica

E così, nel maggio del 1993, Giovanni Paolo II alza un forte grido contro gli uomini d’onore, e lo fa pronunciando anche la parola “mafia”. Il grido di conversione di Giovanni Paolo II viene ignorato dai mafiosi. E la Chiesa entra nel mirino di Cosa Nostra. La notte tra il 27 e il 28 luglio del 1993, due bombe al tritolo vengono fatte esplodere a Roma: una davanti la basilica di San Giovanni in Laterano, l’altra nella chiesa di San Giorgio al Velabro. Un attacco mirato alla Chiesa. E questo perché le frasi di Giovanni Paolo II tolgono ogni dubbio all’ambiguità tra religione e mafia. Per ciò cosa nostra colpisce Roma: San Giovanni in Laterano è la Cattedrale della “città eterna”, li viene custodita la cattedra del Papa. Alle bombe esplose nelle basiliche romane, segue un assassinio, quello di don Giuseppe Puglisi, parroco di Brancaccio. Anche Benedetto XVI ha condannato la mafia in occasione della sua visita pastorale a Palermo, il 3 ottobre del 2010. Le parole di Ratzinger si pongono sulla stessa scia di quelle di Giovanni Paolo II e, per certi aspetti, sembrano rievocarle. “La mafia è strada di morte, incompatibile con il Vangelo”, aveva dichiarato. Di recente, Papa Francesco ha messo del tutto fine al “rapporto” tra religione cattolica e mafia pronunciando in Calabria, terra martoriata dalla ‘Ndragheta, nel giugno del 2014, una scomunica latae sententiae nei confronti di tutti quelli che si professano mafiosi. “I mafiosi sono scomunicati, la ‘ndrangheta adora il male”, ha affermato Bergoglio. Nella concezione cristiana, chiunque commette peccato può pentirsi. Probabilmente questa prospettiva e l’idea che la mafia fosse solo un’organizzazione di assassini, ha rimandato l’uso dell’arma più potente che la Chiesa abbia mai avuto. Scomunicare persone che si ritengono, a modo loro cattoliche, avrebbe sbarrato ogni porta alla conversione.

Un fenomeno umano che ha fine

C’è differenza tra mafiosi e cattolici: definirsi credenti non basta ad esserlo. È necessario vivere con le opere quell’incontro che il battezzato ha avuto con Cristo. Altresì, possiamo dire che la religione dei mafiosi non è quella cattolica: la mafia è un distorto complesso di falsi valori e dunque, prima ancora che “per il suo nefasto potenziale di delinquenza e anti-socialità, è incompatibile con il Vangelo”. Inoltre, la Chiesa ha capito fin da subito la pericolosità di tale organizzazione e, anche se a livello gerarchico vescovi e pontefici hanno denunciato la malvagità e l’incongruenza della criminalità organizzata solo a partire dalla seconda metà del XX secolo, a livello locale sono stati numerosi i sacerdoti, ma anche laici credenti, che si sono impegnati a lottare contro l’ombra nefasta della mafia. Allo stesso modo, non dobbiamo dimenticare che i media sono uno degli strumenti principali della lotta alla mafia: una corretta e approfondita informazione, infatti, garantirebbe l’isolamento della criminalità organizzata dalla società. Giovanni Falcone diceva: “La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine”. Quel giorno, la cupola, che da simbolo e faro della cristianità è stata snaturata nella sua quintessenza dalla mafia, continuerà ad essere un ponte tra l’uomo e Dio. Non sarà più accostata ad un organigramma che getta la sua ombra malefica grazie ad un potere occulto. Da quella cupola tornerà ad echeggiare un grido di speranza per ogni uomo, una speranza che la mafia non può, non ha potuto e non potrà mai rendere all’uomo: l’incontro con l’Infinito.
di Fabio Beretta

i figli di chi sono??

12 Giugno 2017 Commenti chiusi

da lanuovabq.it Ermes Dovico
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Il Regno Unito non è più un posto sicuro per i bambini. In un’udienza di emergenza, durata poche decine di minuti e svoltasi ieri pomeriggio, tre giudici della Corte Suprema hanno confermato la condanna a morte del piccolo Charlie Gard, il bambino di dieci mesi affetto da una patologia rarissima, autorizzando i medici del Great Ormond Street Hospital di Londra a staccare il respiratore che gli fa da supporto vitale, contro la volontà dei suoi genitori che vorrebbero portarlo negli Stati Uniti per una cura sperimentale che ha già avuto successo su almeno due bambini con una malattia simile (come testimonia questo splendido video).

Ma non gli è stato permesso, perché Charlie, da quando a otto settimane ha iniziato a manifestare i sintomi della malattia, è diventato prigioniero dell’ospedale londinese, dove i medici hanno presto iniziato a dire che bisognava lasciarlo “morire con dignità”. E i giudici hanno assecondato questa scelta mortifera, pur sapendo della ferma speranza dei genitori Chris e Connie e della loro raccolta fondi – 1,3 milioni di sterline da oltre 83 mila donatori – che consentirebbe tranquillamente di proseguire le cure di Charlie in America.

“Come possono farci questo? Stanno mentendo. Perché non dicono la verità?”, ha detto la mamma scoppiando in lacrime subito dopo la decisione della Corte Suprema, che è arrivata addirittura a negare lo svolgimento di un’udienza completa per rivedere meglio il caso di questo piccolo Cristo innocente, condannato perché è la risposta di senso al dolore che il mondo rifiuta di ascoltare.

Tre corti su tre, con pareri uniformi e talmente rapidi da restituire un quadro se possibile ancora più inquietante, hanno sentenziato che è nell’interesse del bambino morire, rifiutando di dargli qualsiasi possibilità di sopravvivenza. Per l’esattezza, la Corte Suprema ha chiesto ai dottori di continuare a dare il supporto vitale a Charlie per 24 ore (che scadrebbero alle 17 di oggi pomeriggio, ora inglese, nel più macabro dei conti alla rovescia) per consentire alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) di considerare un eventuale ricorso dei genitori, che i legali hanno nel frattempo annunciato di aver fatto. L’interruzione delle cure per il momento dovrebbe perciò essere stata scongiurata e adesso si dovrà attendere il pronunciamento della Cedu, che si spera possa ribaltare l’ingiustizia disumana delle corti inglesi.

Ad ogni modo, com’era già di per sé assurdo dover arrivare alla sentenza di una corte, e perfino quella di grado più alto a livello nazionale, per dire che un bambino di 10 mesi può o meno continuare a vivere, lo è a maggior ragione dover ricorrere a un tribunale sovranazionale per affermare un principio così elementare come il diritto alla vita. Un principio sul quale si fonda la stessa convivenza umana e, negato il quale, perde di senso qualunque corte di giustizia di questo mondo, destinata a giudicare arbitrariamente secondo gli interessi dei più forti, a confondere il bene e il male, a sacrificare gli ultimi, i più indifesi, sull’altare di un’ideologia che pretende di sostituirsi a Dio, stravolgendo la morale secondo le proprie convenienze.

Abbiamo detto che il Regno Unito non è più un posto sicuro per i bambini, ma è chiaro che la considerazione andrebbe estesa a tanti altri Paesi, compreso il nostro, e retrodatata agli anni ’60-’70, ossia alla comparsa generalizzata nell’Occidente delle leggi contro la vita umana e la famiglia, primo baluardo contro le prepotenze del potere che ha gioco facile nel manovrare a suo piacimento l’individuo isolato.

Tra l’altro, per effetto della legge inglese sul fine vita, se i genitori fossero stati d’accordo con i medici, a quest’ora Charlie sarebbe morto da un pezzo: morto per omicidio. Parola che i cultori dell’eutanasia cercano di nascondere, ora stracciandosi le vesti, ora fingendo compassione, ora minacciando querele. Ma è di omicidio che si tratta. Come quello che per un soffio ha evitato di recente la piccola Marwa in Francia, anche lei veramente amata dai genitori, che hanno fatto ricorso contro la decisione dei medici di ucciderla, riuscendo a spuntarla dopo due gradi di giudizio.

Ed è sempre l’omicidio quello che dovranno sperare di evitare bambini, minori e incapaci qualora il Parlamento italiano dovesse approvare il disegno di legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento (un ddl ipocrita già dal titolo perché non nomina mai l’eutanasia, pur legalizzandola nei fatti), che come questo quotidiano ha già spiegato introdurrebbe sia l’eutanasia consensuale sia quella non consensuale: se il fiduciario e il tutore dovessero essere d’accordo sulla volontà di dare la morte al paziente – per esempio un neonato o un disabile mentale – non ci sarebbe nemmeno bisogno di ricorrere ai giudici, perché l’atto eutanasico (omicidio) sarebbe considerato del tutto legale. Legale, sebbene profondamente ingiusto.

Eppure, la cultura dominante continua a venderci lo slogan dell’autodeterminazione, continua a ingannarci dicendo che lo Stato deve lasciare libero l’individuo di fare quel che gli pare, come se fosse dio di se stesso e slegato da qualunque legame con la comunità, in una fasulla libertà senza limiti, che spalanca le porte del male aumentando a dismisura le possibilità di compierlo, con tutte le garanzie della legge.

Ma in realtà, come questo e tanti altri casi recenti dimostrano, l’unico modo libero di “autodeterminarsi” è quello che la cultura dominante vuole, che prima concede la “libertà” di uccidere e poi obbliga a uccidere il più debole, calpestando perfino il diritto di due genitori di provvedere alle cure del loro bambino. È una cultura della morte sempre più pervasiva che rifiuta di confrontarsi con la sofferenza, nega che la vita di quaggiù è un dono in vista della ricompensa celeste per chi riconosce di avere un Padre che lo ama e di aver bisogno di Lui per essere felice. Una cultura della morte che rigetta ogni speranza, non solo quella ultraterrena, ma la stessa speranza in quella scienza umana in cui a corrente alternata i suoi fautori dicono di credere, ignari che la scienza viene da Dio, lo stesso Dio che rifiutano di accogliere nella loro vita.

A Charlie, la cui dignità incommensurabile deriva dal suo essere persona e non certo dal suo grado di salute, stanno cercando di togliere anche la speranza di vivere secondo le possibilità che la medicina gli dà.
Don’t take my sunshine away, “non portarmi via la mia luce del sole”, è il sottofondo di uno dei tantissimi video che sono stati dedicati in questi mesi a questa dolcissima creatura. Alla fine del filmato si vedono gli occhioni chiari e risplendenti di Charlie, segno tangibile di una testimonianza d’amore eterno che le tenebre non riusciranno mai a oscurare. Intanto, forza piccolo, tante persone che ti amano stanno pregando per te.

Aggiornamento delle 17,15: La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha stabilito che Charlie deve ricevere i trattamenti che lo tengono in vita sino alla mezzanotte di Martedì, al fine di poter valutare il caso.

commercio dissacrante

2 Giugno 2017 Commenti chiusi

Samuele Maniscalco
Responsabile Campagna Generazione Voglio Vivere
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il Center for Medical Progress ha pubblicato un nuovo reportage sullo scandalo che da quasi due anni vede coinvolto il colosso americano degli aborti, la

Planned Parenthood, al centro di un disgustoso commercio di organi di feti abortiti nelle loro cliniche.

Nel nuovo video girato segretamente, diversi manager della Planned Parenthood scherzano su come fare a pezzi i neonati e ammettono che la vendita di organi di feti abortiti è redditizia.

Proprio su questo immondo commercio Generazione Voglio Vivere aveva pubblicato nel 2015 un ampio Dossier sul numero di Ottobre della sua Rivista. Hai per caso visto questa notizia sui più importanti quotidiani italiani o al telegiornale?

Ovviamente No!
Condividi la notizia sui social!
Il video riporta gli interventi e le presentazioni fatte durante uno degli incontri annuali che organizza, in segreto, la Federazione Nazionale dell’Aborto degli Stati Uniti (NAF). Circa il 50% dei membri e dirigenti della NAF è anche membro di Planned Parenthood.

La Dottoressa Lisa Harris, Direttrice Medica di Planned Parenthood nel Michigan, è la prima ad apparire nel video e ad ammettere che «Le nostre storie in realtà non hanno molto a che fare con gran parte del discorso e della retorica pro-choice (pro-aborto), non è vero?».

La Dottoressa si riferisce a quello che accade nelle loro cliniche, veri e propri mattatoi di bambini smembrati pezzo dopo pezzo…

«Le teste (dei feti) si bloccano e non riusciamo a farle uscire», racconta alla platea la Harris provocando una risata generale tra i partecipanti all’incontro. Storie del genere «fanno parte della nostra esperienza. Però non esiste alcun posto dove possiamo condividerle».

Si rimane inorriditi dinanzi all’insensibilità e alla freddezza di certi racconti, come quello della Dott.ssa Uta Landy, della Planned Parenthood Federation of America, che ha provocato le risate del pubblico per aver ricordato un episodio in cui “un occhio (del feto che stava smembrando, ndr) cadde sopra il mio grembo. Che schifo!”.

Fare a pezzi un bambino…è questo il loro lavoro! È questa la realtà dell’aborto!
Che aspetti? Fai girare questa notizia!
La Dott.ssa Susan Robinson, che effettua aborti presso la clinica della Planned Parenthood nel Mar Monte, in California, ci ha tenuto a precisare che «il feto è un piccolo oggetto robusto, e farlo a pezzi, voglio dire, farlo a pezzi il primo giorno è molto difficile».

Un verità talmente brutale che la stessa Dott.ssa Lisa Harris è costretta ad ammettere «che qui c’è violenza» e che il concepito «è una persona» che viene uccisa.

Nel video si vede anche la Dott.ssa Ann Schutt-Aine, Direttrice dei Servizi per l’Aborto della Planned Parenthood nella Costa del Golfo, la quale ha raccontato che se sta eseguendo un aborto e si accorge che sta per comparire l’ombelico del bambino «potrei chiedere una seconda serie di pinze per tenere il corpo dentro il collo dell’utero e staccare una gamba o due, affinché in questo modo non si tratti di un aborto a nascita parziale», proibito dalla legge degli Stati Uniti.

Cos’altro aggiungere?!

A proposito della compravendita di organi di feti abortiti, Deb VanDerhey, Direttrice Nazionale del CAPS della Planned Parenthood Federation of America, ha affermato che alcune cliniche della sua organizzazione «potrebbero voler vendere organi e tessuti di bambini abortiti per aumentare il loro reddito. E non li possiamo fermare».

Un’ammissione di colpa che fuga ogni dubbio a riguardo: queste persone dovrebbero essere fermate e messe in galera.

Cordialmente,

Samuele Maniscalco
Responsabile Campagna Generazione Voglio Vivere

I “giovani bigotti”

26 Maggio 2017 Commenti chiusi

Fonte http://www.ilfoglio.it/…/ma-quale-post-religione-in-franci…/MA QUALE POST RELIGIONE, IN FRANCIA VANNO FORTE I ” GIOVANI BIGOTTI ”

Qualcosa è cambiato nella patria della laïcité. Tra i giovani dai 18 ai 29 anni i credenti sono al 53 per cento. Solo nove anni fa, erano il 34

Roma. Giovani bigotti che rivendicano la propria fede. Con orgoglio, s’intende. Il Monde è forse un po’ sprezzante nel descrivere il ritorno al religioso nella Francia dove a essere sacra, negli ultimi decenni, era la laïcité. Qualcosa è cambiato. Lo dicono gli indicatori numerici, elaborazioni di statistiche autorevoli, e – soprattutto – le masse di giovani che non si fanno scrupoli a esibire simboli della propria fede, che frequentano le chiese e vanno in pellegrinaggio. Sia chiaro, si tratta sempre di una minoranza (creativa), i giovani che si definiscono credenti sono sempre al di sotto del cinquanta per cento della popolazione, ma tra i giovanissimi (dai 18 ai 29 anni) i credenti salgono al 53 per cento. Solo nove anni fa, erano il 34. Aggiunta necessaria: non sono solo musulmani, visto che il 42 per cento dei “credenti” è cattolico. Un bel cambiamento di rotta, se si considera che alla fine del secolo scorso il cristianesimo era dato per agonizzante nella terra delle cattedrali. Era la “grande stagione della post religione”, ricorda il Monde: “Tutti i sondaggi e le inchieste affermavano che le chiese sono vuote, i giovani non credono più e i genitori non trasmettono (o lo fanno molto poco) ai propri figli il patrimonio religioso. Si diceva che il buddismo e le filosofie New Age stavano sostituendo il monoteismo occidentale”. Insomma, all’alba del nuovo millennio si guardava con timore alla profezia apocrifa di André Malraux, secondo cui “il Ventunesimo secolo sarà spirituale o non sarà”.

Vent’anni dopo l’infausto oracolo, nota il quotidiano progressista francese, siamo “all’ostentazione” della propria fede. “Aiuto, sta tornando Gesù !”, titolava Libération lo scorso novembre. In tv i politici esibivano croci al collo. Durante la campagna per le presidenziali, più d’un candidato ha parlato di fede e della propria educazione cristiana. “Nei dibattiti – nota il Monde – è stato perfino invocato il riesame della legge del 1905 sulla separazione tra chiesa e stato”. Senza contare, negli ultimi scampoli di campagna, le visite nelle cattedrali (pure a Reims, dove si ungevano i sovrani). “In un paese dove il non essere affiliato ad alcuna religione è fin troppo banale, il fatto d’essere credenti o di rivendicare una dimensione religiosa, significa essere non conformisti. Dio non è più relegato alla sfera privata”, sottolinea l’inchiesta del quotidiano parigino. E non si tratta solo di scendere in strada, brandendo vessilli crociati per riconquistare uno spazio pubblico annichilito prima dalla rivoluzione antropologica, quindi da quella sociale, storica e politica. Insomma, c’è di più oltre la battaglia contro il mariage pour tous. I giovani d’oggi, quelli che leggono la pagina Facebook dell’abbé Grosjean e che considerano l’esasperazione laicista alla stregua di un ufo, d’un oggetto non identificato e che organizzano veglie di preghiera notturna in qualche santuario del paese, sono prive delle sovrastrutture sociologiche che hanno dominato le generazioni precedenti, cresciute a pane e laicità esasperata, riducendo l’essere credente a qualcosa di personale e la partecipazione ai riti una sorta di hobby pari al bridge o al cinema d’essai.

“Il rapporto dei giovani con la religione manifesta un cambiamento di paradigma tra la religione e la modernità”, ha detto il sociologo delle religioni Jean-Paul Willaime, aggiungendo che “più modernità non significa meno religione”. Anzi, “nella religione si cerca una dimensione rilevante della propria personalità, il modo di stare in una società che non è più così carica di significato”. I giovani di oggi, “rispetto alla generazione degli anni Sessanta – prosegue Willaime – che sono stati ‘socializzati religiosamente’, non hanno un atteggiamento di rifiuto della religione. Non hanno un’educazione contro cui ribellarsi. La fede li affascina, pone domande. E se i giovani sono più religiosi, sono più impegnati, più visibili, più coerenti”. In sostanza, rivendicando la propria appartenenza religiosa, “rivendicano la loro libertà personale”.
di Matteo Matzuzzi

Vicenda da chiarire

18 Maggio 2017 Commenti chiusi

di Andrea Zambrano da “La nuova bussola quotidiana” del 17 maggio 2017 (lanuovabq.it)
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La vicenda che sta vedendo protagonista la Diocesi di Reggio Emilia in queste ore circa il prossimo gay pride merita alcune sottolineature non di poco conto. Da due giorni i media nazionali stanno presentando la vicenda reggiana così: i buoni, il gay pride che si svolgerà il 3 giugno prossimo; i cattivi, un gruppo di cattolici tradizionalisti-oltranzisti-integralisti-retrogradi etc etc che si è opposto organizzando una processione di riparazione poche ore prima della sfilata gaia per le vie della Città del Tricolore; il bravo, il vescovo di Reggio che ha fatto sapere di non aver concesso né la cattedrale né il sagrato per questa celebrazione “contro” quindi, implicitamente acconsente alla kermesse arcobaleno dove il sesso promiscuo la farà da padrone, e tanti auguri per la salute pubblica.

Ma sullo sfondo c’è anche una veglia antiomofoba svoltasi domenica scorsa in una parrocchia reggiana, quella di Regina Pacis, che è stata presa a modello dagli autonominati “cristiani Lgbt” di Gionata.org come un bell’esempio di una Chiesa finalmente aperta e accogliente e inclusiva delle differenze e non giudicante etc etc… e che per certi versi è il vero scandalo di questa vicenda tanto che è stata la molla che ha costretto alcuni fedeli a manifestare il loro disappunto.

Questo il quadro. Ci sono diversi però, appunto, che sono indispensabili per focalizzare quello che sta accadendo a Reggio come un bello scherzetto del cornuto. Anzitutto la cronistoria dei fatti.

Nel giro di poche settimane a Reggio Emilia è successo di tutto.

Nel marzo scorso viene indetto il Gay Pride previsto per il 3 giugno prossimo. Nello stesso mese il vescovo reggiano proclama per il 13 maggio l’atto solenne di consacrazione della Diocesi al Cuore Immacolato di Maria. I due eventi sono scollegati ovviamente tra di loro, ma solo qui sulla terra. C’è qualcuno, laggiù, che lavora per farli “incontrare”.

L’occasione si presenta a fine aprile con l’esposizione in una parrocchia reggiana di un manifesto: “Benedite e non maledite”. E’ il manifesto con il quale la parrocchia di Regina Pacis pubblicizza la prima veglia reggiana contro l’omofobia e la transfobia. L’iniziativa si collega tramite il portale dei cristiani Lgbt Gionata.org nel solco delle molte veglie simili che si svolgono in tutt’Italia dal 14 maggio a oggi, guarda caso pochi giorni dopo l’anniversario di Fatima. Veglie che hanno ricevuto il placet anche di vescovi, come è il caso di Bologna.

Ma è a Reggio Emilia che la notizia fa più clamore. Quella è la città che si sta preparando a festeggiare, con il patrocinio di Comune e altri enti pubblici, la festa dell’orgoglio gay. E pazienza per il rischio epatite che le organizzazioni sanitarie sollevano. L’importante è avere il preservativo. E infatti di preservativi, è annunciato, a Reggio ne verranno distribuiti a gogo.

I giornali locali fiutano subito la notizia e ci si buttano a pesce. “In chiesa si prega per i gay”. Segue commovente discorso del parroco di Regina Pacis sull’inclusione, l’amore etc… San Paolo? Il catechismo? Chi li ha visti? I dati reali sull’inesistenza del pericolo omofobico in Italia? Niente. L’importante è essere inclusivi.

La diocesi accusa il primo colpo, il vescovo si arrabbia, ma si va avanti. Alcuni giorni dopo è annunciata su un giornale locale la presenza alla veglia niente meno che del vicario generale del vescovo. La curia non smentisce. Gli Lgbt cantano vittoria: “Finalmente la Chiesa è con noi”. E la nota della Congregazione per la Dottrina della fede del 1986 che proibisce ai vescovi di sposare iniziative che promuovano in ambito cattolico quello che il catechismo definisce ancora un disordine morale che grida vendetta al Cielo? E la Bibbia che ci va giù pesante dicendo che “gli omosessuali non entreranno nel Regno di Dio”? Il sunto non è includere, ma accompagnare, insegnando la castità, come dimostra l’esperienza di Courage, ma il messaggio è offuscato da alcune tendenze omoeretiche anche dentro la Chiesa, quindi si passa oltre. Di là si cita Papa Francesco a gogo, quindi, per timor di Papa, infondato come leggerete qui, si aggiunge un altro tassello.

Tempo poche ore e alcuni fedeli gravitanti attorno al giornale di contro informazione Radio Spada lanciano l’allarme e denunciano la veglia Lgbt in chiesa con presenza del vicario generale. Ma, nell’eccesso di apparire più puri di tutti, si lanciano in un’intemerata contro il vescovo di Reggio, reo di lasciare campo libero ad omosessualisti e affini e contemporaneamente di consacrare la Diocesi al Cuore Immacolato di Maria, che in fondo è una specie di atto dovuto. Dovuto mica tanto visto che non l’ha fatto praticamente nessuno.

Insomma: gli ingredienti per un polverone ci sono tutti. Infatti, neanche il tempo di portare in processione la Madonna, in un evento di popolo straordinario, ma puntualmente snobbato dai media mainstream locali oltre che da Radio Spada e compagnia, che la guerriglia riprende. Lo stesso giorno il giornale annuncia la nascita di un comitato Beata Giovanna Scopelli che annuncia l’intenzione di una processione di riparazione pubblica con sede la Cattedrale di Reggio.

E scoppia il finimondo: la pagina Facebook del comitato, che presenta solo alcune sigle di appoggio come Riscossa Cristiana, Radio Spada, ProVita onlus e Chiesa e Post Concilio, ma nessun nome e cognome riscontrabile o referente ottiene più di 500 iscrizioni. I giornali ne parlano e il vescovo, appreso tutto, è costretto a dire che il comitato non si è mai interfacciato con la curia né per chiedere la cattedrale né per farsi autorizzare, o quanto meno condividere la processione. I giornali parlano di una sconfessione dei tradizionalisti da parte del pastore reggiano, il quale però viene comunque bersagliato dall’Arcigay locale che gli ricorda di aver partecipato ad un evento omofobo alcuni anni prima con la presenza dell’avvocato Gianfranco Amato.

Ma Camisasca è nel mirino delle gaie combriccole anche perché aveva dato ospitalità a Courage, osando dare spazio a chi dice che l’omosessualità è una tendenza moralmente erronea e che va affrontata con castità e preghiera, per non cadere nell’omoerotismo praticato. Tutto perfettamente in linea con il Magistero, anche quello più aggiornato, della Chiesa. Ma inaccettabile adesso che, anche nella Chiesa, ci si deve piegare al diktat totalitario che gay è soltanto una variante naturale della sessualità.

Si va avanti così: con il comitato indomito, dietro al quale stanno alcuni reggiani che frequentano ambienti lefevbriani che celebrano in una frazione di Correggio (a proposito, chi glielo dice in curia che Papa Francesco è loro amicone e non devono fare più paura?) nella parte dei barricaderi anni ’70, della serie né con lo Stato né con le Br. E con i giornali che sparano a palle incatenate su questi vecchi rottami della Chiesa che proprio non ne vogliono sapere di cedere il passo al nuovo che avanza. Chi glielo spiega che i membri del comitato in questione sono tutti abbondantemente sotto i 40 anni?

Alcune considerazioni. Anzitutto sugli organizzatori della processione riparatrice: d’accordo, c’è un problema di metodo. D’altra parte annunciare una veglia di preghiera senza mai farsi vedere in volto e spendendo il nome della Cattedrale senza averne mai parlato col vescovo appare un po’ truffaldino. Che è un po’ come il benzinaio che per cuccare si presentava come il Mario del ramo petroli. Così come è vero che la ribattezzata “marcia antigay” a molti è parsa come una provocazione nei confronti del vescovo, almeno nella tempistica. Di quelle della serie: visto che tu non ti muovi a parlare noi siamo più Chiesa di te e ci facciamo giustizia da soli. Comprensibile forse nei tempi che viviamo, drammatici, ma per certi versi un po’ comodo e di sicuro non rispettoso del cosiddetto sentire cum ecclesia.

Detto questo resta un fatto incontestabile: la contro veglia di riparazione è una sveglia suonata in faccia alle 4 di notte ad un clero che non fa mistero di essersi addormentato sui basilari. Il gong al politicamente corretto ecclesiale che ha svenduto l’anima per il consenso relativista. Se c’è una cosa che si può rimproverare agli organizzatori sono i toni, non certo il cuore dell’iniziativa che invece, comunque la si cerchi di analizzare, è indispensabile e verrà replicata in altre forme nei giorni seguenti il gay pride da altri gruppi di fedeli. Anzi: doveva essere capitanata dalla Chiesa locale, non da un gruppo minoritario che così ha buon gioco nel dire o con noi o contro di noi.

E qui veniamo alla Chiesa reggiana. A forza di chiudere gli occhi su iniziative di un clero progressista che fa strame della dottrina e del Vangelo, barattandolo con un messaggio da Baci Perugina, non ci si deve stupire se qualcuno, si alza e grida che il re è nudo. Se si smette di dire la verità sulle cose, sull’uomo e sul progetto di Dio, le conseguenze sono il caos.

Alla veglia anti omofoba la benedizione finale è arrivata non dal vicario generale, ma dal vicario urbano, quindi sempre un rappresentante del vescovo, che di nome fa don Giuseppe e di cognome fa Dossetti. Un cognome, una garanzia, un simbolo. Lamentarsi perché alcuni giovani si appropriano delle insegne di cattolico (tranquilli, sono comunque battezzati a tutti gli effetti!) e provano a reagire ad uno spettacolo che offende la morale è il tipico chiudersi a riccio di un’istituzione arrivata al capolinea per assenza di motivazione e di contatto con il popolo.

Infine uno sguardo, benevolo, ma senza compiacenze nei confronti di Camisasca. Avrà anche chiuso gli occhi per dovere di scuderia di fronte alla veglia degli omoeretici locali e per questo gli ricordiamo che nel 2000 Giovanni Paolo II utilizzò parole molto chiare sui nascenti gay pride. E’ ancora in tempo. Però ha regalato alla sua Chiesa un lasciapassare per il Paradiso di quelli da manuale. La Consacrazione al Cuore Immacolato è l’evento ecclesiale più significativo che si sia mai verificato nella rossa Reggio negli ultimi 30 anni, a detta di tutti i 5.000 che sabato sera hanno affollato le vie del centro cantando Mira il tuo popolo. Camisasca ha sfidato buona parte del suo clero refrattario a questi devozionalismi per eseguire un ordine impartito al mondo dalla madre celeste. Poteva non farlo e accodarsi come quasi tutti gli altri suoi confratelli italiani nel calduccio anonimato delle celebrazioni fatimite. Invece l’ha fatto e il diavolo gli ha sferrato un caos di lustrini e paillettes che farà parlare ancora per un po’ la città. Passerà. Resterà sul fondo l’evento della sera del 13 maggio.

Non riconoscerlo significa non comprendere la portata di questo atto gradito a Dio. Ed è per questo che in tutta questa triste vicenda, la vera vittima sacrificale appare lui. Che per amore della Chiesa ha osato sfidare il cornuto e si è scottato le penne. Però, ha accumulato anche un grande merito, che gli sarà riconosciuto – glielo auguriamo – a tempo debito.

“ho perso mio figlio nel water di casa”

4 Maggio 2017 Commenti chiusi

Nel settembre 2009, Cinzia Baccaglini, psicoterapeuta che ogni giorno riceve donne colpite dalla sindrome post-aborto, nonché presidente del Movimento per la Vita di Ravenna e operatrice al Centro di Aiuto alla Vita nella stessa città, fu interpellata da Massimo Pandolfi, caporedattore del quotidiano Il Resto del Carlino, in merito ai rischi legati all’assunzione della pillola abortiva RU486, la stessa che il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, vorrebbe adesso somministrare liberamente nei Consultori Familiari.

RU486 nei Consultori Familiari? Mai! Firma adesso
La dottoressa Baccaglini raccontò: «Una volta una donna in preda a incubi continui si è presentata a me e mi ha raccontato: ‘In ospedale ho preso il primo farmaco, poi il secondo, ma mi hanno mandato a casa e ho perso mio figlio nel water di casa. Ho visto tutto, altro che mestruazioni abbondanti; per la paura ho tirato lo sciacquone. Poi mi sono detta: i topi possono vivere nelle fogne, mio figlio no’».

E ancora: «La storia più raccapricciante me l’ha raccontata un’altra donna, che è arrivata da me piena di sensi di colpa. Con la Ru486 aveva abortito in cucina, neanche in bagno. Ripulì tutto in fretta in casa, poi sa cosa fece? Corse al cimitero e seppellì quel suo bambino espulso così, nel pavimento di casa».

«La vera differenza fra aborto chirurgico e chimico — spiegò la Dottoressa, contraria da sempre all’aborto, in qualunque forma esso avvenga — è che nel primo caso la donna affronta, spesso in modo drammatico, il prima e il dopo, ma il durante no, non esiste, perchè dura poche decine di minuti e lei viene addormentata.

Con la Ru486, invece la donna vive drammaticamente pure il durante, è addirittura peggio. La pillola se la ingoia da sola, così come la dimensione del senso di colpa. Per tante ore, a volte per tanti giorni, la donna sente che nel suo corpo sta succedendo qualcosa, ma ormai, preso il primo farmaco, non può fare più nulla per fermare quel diabolico iter. Con l’aborto chirurgico fino a un secondo prima dell’intervento può scendere dal lettino e dire: ‘Fermi tutti, mi tengo il mio bambino’. Con quello chimico no, ingerita la pillola non si può più cambiare idea. Bisogna solo attendere la fine di tutto».
RU486 nei Consultori Familiari? Mai! Firma adesso
Ad oggi, Generazione Voglio Vivere ha raccolto 3.706 firme contro la decisione della Regione Lazio di permettere la somministrazione di questa pillola assassina nei Consultori Familiari.

Quando in Italia venne varata la Legge 194, politici e mass media compiacenti ci dissero che in questa maniera si sarebbe contrastato efficacemente il fenomeno – all’epoca volutamente sovrastimato – dell’aborto clandestino. Oggi, le stesse persone, stanno andando esattamente contro questo argomento. La RU486, infatti, non farà altro che aumentare gli aborti nascosti.

Se ancora non hai firmato la petizione fallo subito e girala ai tuoi contatti.

Grazie!

Cordialmente,

Samuele Maniscalco samuelemaniscalco@gen-vogliovivere.it>
Responsabile Campagna Generazione Voglio Vivere

Meditazione Orientale? No-grazie

27 Aprile 2017 Commenti chiusi

Meditazione Orientale? Il no-grazie di Claudia Koll

(fonte ZENIT)

“Il fascino che lo yoga ha sull’occidente è indiscutibile. Lo yoga è dappertutto, dai corsi nelle palestre agli esercizi pre- parto (vedi Balaskas), sembra che sia la soluzione allo stress del mondo moderno. Ma lo yoga davvero lo conosciamo? Che cos’e’ lo yoga veramente? Invece, lo yoga si muove “su diversi livelli” come dice Ratzinger nell’intervista del 1999 ad Ignazio Artizzu, “30 domande al Cardinal Ratzinger” e ti porta all’esoterismo, all’evocazione delle “potenze” per asservirle allo scopo magico e luciferino di diventare il “dio” di se stessi, come dimostra Rabi Maharaj nel suo bellissimo libro “Morte di un guru”. Ebbene la popolarità dello yoga e di altre filosofie orientali e metodi di meditazione è enormemente cresciuta negli ultimi anni. Permane, tuttavia, l’interrogativo su fino a che punto queste pratiche siano compatibili con il cristianesimo. L’ultimo contributo al dibattito su questo tema è un libro pubblicato da un religioso lasalliano australiano, Max Sculley, intitolato “Yoga, Tai Chi, Reiki: A Guide for Christians” (Connor Court Publishing). Queste tecniche sono ampiamente raccomandate come utili per il fitness e per il relax e a prima vista, pochi avrebbero elementi per giudicarle male, afferma monsignor Julian Porteous, vescovo ausiliario di Sydney, nella prefazione al saggio. Tuttavia, ammonisce il presule, “il mondo in cui viene introdotto il neofita è avverso alla fede cristiana”. Se da un lato le pratiche in questione, ad un approccio superficiale, promettono di essere benefiche, in realtà esse sono “un cavallo di Troia a causa della loro dannosa infiltrazione spirituale”. Fratello Sculley spiega che uno dei principali problemi sta nella promozione di stati di coscienza alterati. Si tratta di una pratica designata a portare le persone a sperimentare un senso di unità con il cosmo e il divino e stimola un sentimento di beatitudine. Assieme a ciò, tuttavia, porta con sé pericoli che vanno dall’instabilità mentale all’influenza demoniaca. Molti cristiani che praticano yoga, tai chi e simili discipline, lo fanno senza alcun desiderio di abbracciare la filosofia ispiratrice o le credenze spirituali, tuttavia, commenta l’autore, le tecniche di alterazione della mente provocano seri rischi spirituali. Nella sezione sullo yoga, Sculley spiega che è esso inestricabilmente connesso con i principi religiosi dell’induismo, che è in contraddizione con il Cristianesimo in vari punti fondamentali. Il panteismo, la dottrina della reincarnazione e l’idea che questa vita mortale non valga la pena di essere vissuta sono solo alcuni degli aspetti anti-cristiani dello yoga. Il Karma, aggiunge fratello Sculley, è un concetto assolutamente anti-cristiano, dal momento che include il concetto di una severa giustizia basata su un dio impersonale, senza alcuno spazio per il perdono o la pietà. “Ciò è in totale contrasto con il Cristianesimo nel quale Gesù Cristo, attraverso la sua sofferenza, morte e resurrezione, ha espiato per i nostri peccati”, commenta l’autore. Inoltre, il principio dello yoga, secondo cui l’unica realtà possibile è l’essenza divina in tutte le cose create e che qualunque cosa sia visibile è solo un miraggio passeggero, è in netto contrasto con il principio cristiano di un cosmo creato da Dio. Fratello Sculley cita uno dei più noti esegeti dello yoga, Deepak Chopra, secondo il quale la pratica regolare di questa disciplina orientale può portare ad un cambiamento nella mente e nelle emozioni. Riguardo al tai chi, l’autore afferma che si tratta di una disciplina troppo spesso considerata come un semplice mezzo di riduzione dello stress o di conseguimento di una buona salute. In comune con ciò che anima lo yoga, comunque, esso include gli stati di coscienza alterata e l’illusione di poter diventare divini. Gli istruttori di tai chi, spiega Sculley, affermano che è basato sulla filosofia del taoismo e non sulla religione. Ciò che non è spiegato, aggiunge lo studioso, è che la filosofia taoista è essa stessa un sistema di principi religiosi che sono in conflitto con i principi del Cristianesimo. Il chi è presentato come una sorta di forza vitale ma, secondo la filosofia che lo anima tutte le cose create sono manifestazioni divine del “chi” e lo scopo ultimo del tai chi è permettere a chi lo pratica di diventare divino. Fratello Sculley aggiunge che il Taoismo cerca di spiegare tutta la realtà in termini di Ying e Yang. Ciò significa che non vi sono assoluti morali, tutto è relativo e le definizioni cristiane di bene e male non trovano posto. “Anche se qualcuno cerca di prendere le distanze dalla filosofia chi, le tecniche incluse in questa meditazione in movimento sono tali da alterare in modo significativo lo stato di coscienza di chi ne fa pratica”, afferma l’autore. Alcuni cristiani, ammette Sculley, non accettano la filosofia ispiratrice né qualsiasi altra tecnica di alterazione della mente. “Qualunque maestro di tai chi deplorerebbe una versione così impoverita dell’arte”, che non sarebbe tai chi ma una sorta di ginnastica ritmica. Il Reiki è un’altra diffusa pratica, presentata come tecnica guaritrice. Il vocabolo si compone di due parole giapponesi che letteralmente significano “energia divina universale”. Esso comprende una credenza panteistica e l’affermazione che tutti gli umani hanno la capacità di diventare divini. Inoltre, il Reiki sostiene la reincarnazione e il concetto di divinità suprema, concetto profondamente diverso dalla fede cristiana. La guarigione cristiana, spiega Fratello Sculley, ha luogo in una atmosfera di fede nel potere guaritore di Cristo ed è accompagnata dalla confessione dei peccati. Nel Reiki non è richiesta alcuna fede e il peccato e il male non esistono. Non per nulla, aggiunge lo studioso, nel 2009 la Conferenza Episcopale degli USA ha pubblicato un documento in cui si spiega che la guarigione Reiki non ha nulla di cristiano e contiene gli elementi di un’altra religione. Il libro di Fratello Sculley stimola una profonda riflessione su cosa vi sia dietro a pratiche che sono ampiamente accettate da molti cristiani, inconsapevoli di ciò che rappresentano.

“….Basta poco….”

21 Aprile 2017 Commenti chiusi

I dati sull’eutanasia che non può avere limiti
di Benedetta Frigerio (la nuova bussola quotidiana 21.4.17)
19-04http://anawim.blog.tiscali.it/wp-admin/media-upload.php?post_id=6927&type=image&TB_iframe=1-2017
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E’uno spaccato glaciale quello emerso dagli ultimi dati relativi ai casi di eutanasia nei Paesi Bassi, con numeri che dal 2002 (anno della legalizzazione della morte di Stato) continuano a crescere. Basti pensare che negli ultimi 10 anni l’incremento percentuale è stato del 317 per cento. Ma le cifre sull’anno 2016, riportate settimana scorsa dal Duch News parlano di un incremento in un solo anno del 10 per cento, con 5.561 casi riportati nel 2015 e ben 6.091 nel 2016 (ben il 4 per cento di tutti i casi di morte del paese).

NUMERI NASCOSTI- Ma non è tutto perché, tenuto conto degli episodi non riportati, si potrebbe raggiungere anche una cifra pari circa 7.500 morti. Infatti il Lancet nel 2012 pubblicò uno studio, redatto ogni cinque anni sui casi di eutanasia non inseriti nelle stime ufficiali, da cui emergeva che nel quinquennio analizzato il 23 per cento di tutti le morti procurate nei Paesi Bassi non erano stati riportati: applicando questa percentuale anche al 2016 si arriva a 1.400 casi in più.

“STO BENE MA UCCIDETEMI” – Fra tutti crescono le concessioni di eutanasia per problemi psicologici e con un 32 per cento di omicidi richiesti in seguito a diagnosi di demenza (141 casi, 32 in più del 2015). In un caso addirittura a una donna è stata concessa la morte di Stato perché il marito era morto e lei sentiva che la vita non aveva senso, sebbene “non fosse depressa. Mangiava, beveva e dormiva bene. Seguiva le notizie e svolgeva attività”. Un’altra donna invece è stata uccisa perché voleva morire in seguito a violenze sessuali subite da bambina ed è stata accolta anche la richiesta di un alcolizzato. Ovviamente questa prassi legale e diffusa non ha potuto che avere effetti su una mentalità individualista e feroce per cui è diventato normale, negli ospedali, hospice o case di riposo, sedare o sospendere i trattamenti a persone anziane o prive di coscienza anche quando non richiedono di essere uccise.

ARGINI INCONSISTENTI – Eppure, si legge sul Duch News, la normativa dei Paesi Bassi varata nel 2002 era molto restrittiva permettendo l’eutanasia solo in alcuni casi estremi. E’ evidente, invece, come dimostrano i numeri, che una legge che pone come principio una menzogna non può avere limiti: una volta che si sancisce l’autodeterminazione, come se la persona potesse vivere a prescindere dalle norme naturali (date all’uomo come aiuto necessario per vivere bene) e dalle relazioni di dipendenza reciproca, non c’è più limite. Come giustificare, ad esempio, l’omicidio di un malato di cancro e non quella di un depresso se entrambi decidono che non vogliono più vivere? Se il criterio è l’autodeterminazione non si può. Non a caso, nel 2016 i Paesi Bassi hanno legalizzato l’eutanasia anche anche nell’ambito della demenza.

BASTA POCO – E’ così che un paese si trasforma in una società di morte, dove anche chi vorrebbe vorrebbe vivere si sente quasi spinto a uccidersi dalle leggi e da una mentalità che fa sentire di peso chi non è più “utile” o “produttivo”. Proprio come dice la normativa quando ammette l’eutanasia “nel caso di mancanza di terapie alternative” che guariscano il malato. Basta poco.

“…mi piacerebbe..”

17 Aprile 2017 Commenti chiusi

(Riccardo Ruggeri, 2017-04-16 10:05:05 AM)
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Cari amici del Blog, per un pò vado a bighellonare per la Svizzera interna, mi svago per prepararmi a presentare America Un romanzo gotico nei luoghi scelti da chi mi invita. Per qualche tempo il Cameo sarà più raro, tanti auguri di tutto cuore di Buona Pasqua.
Nella settimana di Pasqua della mia giovinezza la mamma ed io (rimasti soli troppo presto) facevamo diligentemente le “pulizie pasquali”, un rito che aveva due momenti topici: a) le pulizie vere e proprie, stante i pochi metri quadri dell’alloggio e l’assenza di angoli e di tappeti erano rapide; b) le pulizie dello spirito, con visita del parroco per la benedizione e relative riflessioni morali; la mamma era anarchica e mangiapreti, ma aveva voluto che venissi allevato nella religione cattolica: a me toccava una benedizione doppia.
Da allora, a Pasqua faccio una “pulizia” preventiva dei miei pensieri laici, con gli interlocutori della mia vita sociale del tempo. Ora, fuori dai giochi della routine, vivo sereno nei miei amati interstizi, interloquisco con il pensiero, e per puro divertissement, con i personaggi della mia attività giornalistica.
Pur non conoscendoli di persona, sono ormai entrati emotivamente nella mia vita a pieno titolo, vorrei mandar loro una cartolina di auguri pasquali e un piccolo cadeaux: a ciascuno un pensierino personalizzato, con la lingua non biforcuta dell’adolescenza.
Mi piacerebbe che Papa Bergoglio, al compimento del prossimo quinto anno di pontificato, valutasse anche lui se dimettersi, come fece Papa Ratzinger, quando capì che il mitico discorso di Ratisbona non era stato apprezzato dai suoi nemici, laici e religiosi. Gli stessi che curiosamente hanno dato a Bergoglio, attraverso i loro immensi arsenali mediatici, un’incredibile popolarità. Chissà se, nella sua stanzetta di Santa Marta, avrà usato una delle sue locuzioni preferite: “A me, tutto questo spuzza”?
Mi piacerebbe che Matteo Renzi vincesse le primarie del Pd, consumando la vendetta alla quale tanto anela, uscirà così dalla depressione e potrà ritirarsi con dignità a vita privata, come aveva ipotizzato proprio un anno fa, toccando il massimo della sua popolarità. Come politico il suo ciclo si è concluso il 4 dicembre scorso, perché in un mondo che corre (lui ce lo ha insegnato), dove tutto è focalizzato sul cittadino-consumatore, gli ex premier sono come gli yogurt, una volta scaduti si buttano nell’umido, semplicemente.
Mi piacerebbe che Silvio Berlusconi ritornasse alle olgiettine, seppur da voyeur, come le impone l’età. Scimmiottare i vegani, i crudisti, i fruttariani, dare il biberon agli agnellini, non è da lui. Possibile che non l’abbia capito che ormai è un simpatico nonno 1.0?
Mi piacerebbe che Matteo Salvini abbandonasse l’idea di diventare premier, è una persona perbene, pieno di buon senso, cittadino esemplare, non ha nulla in comune con personaggi opachi dominanti, come Donald Trump, come Angela Merkel, come Marine Le Pen, come Emmanuel Macron.
Mi piacerebbe che Luigi Di Maio prendesse atto della fine del suo ruolo di “sherpa cinquestelle candidato premier”: la scalata finale a Palazzo Chigi toccherà a una giovane donna, Chiara Appendino, stessa sua preparazione di base, ma dal più gradevole congiuntivo.
Mi piacerebbe infine, è quello che più mi sta a cuore, che i magistrati si rendessero finalmente conto che per i politici e per le élite la locuzione “lasciamo lavorare i magistrati” è ipocrisia allo stato puro. Lor signori, e l’apparato mediatico che li protegge, si sentono diversi da noi, non amano essere inquisiti, figuriamoci condannati, il loro mondo era quello rarefatto del porto delle nebbie della vecchia procura di Roma. Per quieto vivere si faccia finta che siano tutti devoti al bene comune, e chiudetela lì.
Festeggiamo in serenità la Pasqua, tanto, tranquilli, per la resurrezione c’è tempo.
Riccardo Ruggeri
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(L’articolo Buona Pasqua a Bergoglio, Renzi, Berlusconi, Salvini, Di Maio, e pure ai magistrati sembra essere il primo su Riccardo Ruggeri.)

“colonizzazione ideologica”

8 Aprile 2017 Nessun commento


Cari amici di Generazione Famiglia,
ecco di seguito alcuni aggiornamenti sulle nostre attività:

SCANDALO “UNAR”
Ricorderete sicuramente lo scandalo che qualche settimana fa ha travolto l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali e che ha portato alle dimissioni del suo ultimo direttore, Francesco Spano, dopo la scoperta che quest’ultimo era affiliato a un’associazione LGBT a cui lo stesso Ufficio aveva riconosciuto uno stanziamento di 50.000 euro in fondi pubblici.

Purtroppo negli ultimi 4 anni l’UNAR – benché dovrebbe occuparsi esclusivamente di questioni legate al razzismo – è stato del tutto colonizzato da associazioni LGBT, ed ha agito come braccio operativo in Italia della “colonizzazione ideologica” del Gender denunciata da Papa Francesco.

Pertanto, nelle ultime settimane Generazione Famiglia ha duramente protestato contro questa conduzione dell’UNAR presso il Dipartimento di Pari Opportunità, da cui l’ufficio dipende, e il Sottosegretariato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, che ne ha la responsabilità politica. Attualmente, il Sottosegretario è l’ex Ministro Maria Elena Boschi del Partito Democratico.

Stiamo chiedendo che l’UNAR sia bonificato dalla presenza invadente delle associazioni LGBT, e che torni a occuparsi, in modo serio e oculato, del monitoraggio degli effettivi fenomeni di discriminazione razziale che si verifichino in Italia. Stiamo chiedendo inoltre che l’UNAR non metta più piede con nessuna delle sue attività nelle scuole dei nostri figli e nipoti senza aver prima presentato i propri programmi a un tavolo di associazioni familiari appositamente costituito.

Vi terremo aggiornati sugli sviluppi di questo lavoro, che stiamo conducendo con altre associazioni di genitori.

CIRCOLI TERRITORIALI
I circoli territoriali di Generazione Famiglia stanno continuando a organizzare convegni e occasioni di informazione su tutto il territorio contro la colonizzazione dell’ideologia Gender e per aiutare i genitori a tornare protagonisti nelle scuole dei loro figli. Recentemente abbiamo scritto e pubblicato un apposito manuale, che potete scaricare gratuitamente qui, e la risposta delle famiglie è stata davvero entusiasta!

Inoltre a breve avvieremo un nuovo tour dei nostri incontri rivolto in particolare alle Parrocchie che volessero organizzare occasioni di informazione per le famiglie della loro zona. Non esitate a contattarci per organizzare un evento informativo nelle vostre Parrocchie! Potete scaricare qui la lettera da inviare al vostro Parroco, affinché conosca la nostra attività e, se vorrà, ci contatti per accordarci.

Avvisiamo infine che a seguito di dure proteste da parte di alcune famiglie di Pescara per la scelta di alcuni licei della città di affidare ad associazioni LGBT l’educazione sessuale e affettiva degli studenti, proprio a Pescara è in fase di costituzione l’ultimo circolo territoriale di Generazione Famiglia. Stiamo cercando di essere presenti ovunque ci sia da difendere la libertà educativa delle famiglie… anche se con disponibilità economiche molto ridotte.

CRESCE LA BIBLIOTECA
Come sapete, sul nostro sito (www.generazionefamiglia.it) avete gratuitamente a disposizione una serie di opuscoli su alcuni temi “scottanti” su cui è bene farsi trovare preparati nel caso si dovesse intervenire in dibattiti delicati tra amici, parenti o colleghi di lavoro: ideologia Gender, famiglia, filiazione, etc. Siamo contenti di annunciarvi che stiamo lavorando su altri due opuscoli: uno contro l’utero in affitto e uno sul perché ogni bambino ha bisogno di crescere con una mamma e un papà, anche dal punto di vista psicopedagogico. Vi informeremo con un’apposita e-mail non appena saranno disponibili.

GENERAZIONE FAMIGLIA & CITIZEN GO
Negli ultimi mesi si è stretto un legame di forte collaborazione tra Generazione Famiglia e l’organizzazione non governativa internazionale CitizenGO, di cui forse molti di voi conoscono l’attività per aver firmato qualche petizione online. Nelle prossime settimane Generazione Famiglia e CitizenGO porteranno in giro per l’Italia…. una sorpresa, che farà sicuramente molto discutere! Seguiteci sui nostri profili Facebook e Twitter per scoprire di che si tratta!

Ci sono tante altre novità di cui vi faremo sapere prossimamente.
Grazie per la fiducia che ci dimostrate in tante parti d’Italia