un Trump pro life

23 Settembre 2017 Commenti chiusi

(da “Benedetta Frigerio——www.lanuovabq.it –19.9.17“)
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Si presenta come un pro life. Ma se è un buon pro life dovrebbe capire che la famiglia è la culla della vita. Perciò dovrebbe difendere la sua unità”. Sono le parole di papa Francesco di ritorno dal recente viaggio in Colombia circa l’operato del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Parole che hanno innescato una serie di reazioni. Ma come mai? Innanzitutto perché non erano rivolte alle politiche pro family, anti gender e anti abortiste messe in atto dal presidente degli Stati uniti, ma a quelle sociali. Il riferimento del pontefice, infatti, era alla decisione di Trump di limitare il Daca, il programma che permetteva ai figli degli immigrati illegali, giunti illegalmente sul suolo americano, di rimanere in Usa.
A prendere le difese del presidente è stato per primo il fondatore e presidente del Lepanto Insititute Michael Hichborn, secondo cui Trump sta facendo quello che nessuno ha avuto o avrebbe il coraggio di fare oggi, dopo l’occupazione di ogni luogo di potere governativo, giuridico, ma sopratutto mediatico, da parte del radicalismo di sinistra che ha provato a cancellare definitivamente la libertà di opinione e di vita di chi crede in visioni opposte alla sua, cercando di eleggere Hillary Clinton contraria all’obiezione di coscienza in materia di aborto o di matrimonio. Un potere che si è fatto fortissimo e che in pochi anni si è diffuso nelle università e nei circoli dell’intellighenzia del paese, per cui solo ammettere pubblicamente di credere in visioni opposte al radicalismo, può costare se non la carriera e la perdita della reputazione, persino la potestà dei figli.
Trump, infatti, oltre a difendere i suoi confini, come dovrebbe fare per prima cosa qualsiasi statista minacciato dal terrorismo o a cui forze straniere hanno dichiarato guerra (seppur non convenzionale ma trasversale, come quella ingaggiata dall’Isis contro l’Occidente), ha deciso di valorizzare la famiglia americana in un momento in cui non c’è nulla di più politicamente scorretto e pericoloso. Innanzitutto ha voluto che il suo vice fosse Mike Pence, uno dei leader politici più vicini e più attivi nel movimento pro life. Nel novembre del 2016, poi, subito dopo la sua elezione, il presidente ha nominato come ambasciatore Usa all’Onu un pro life dichiarato come Nikki Haley, in seguito ha nominato Ben Carson, noto conservatore, come segretario del dipartimento dello Sviluppo Urbano.
A gennaio, come primo fra i suoi atti presidenziali, ha vietato il finanziamento internazionale all’aborto in modo ancora più stringente rispetto ai suoi predecessori repubblicani. Ai Servizi Sociali ha quindi chiamato Teresa Manning, una nota intellettuale e giurista pro life. Il 25 gennaio, per la prima volta nella storia, la Marcia per la Vita veniva nominata dal presidente degli Stati Uniti, che ha accusato pubblicamente i media di non parlare di un evento numerosissimo e del popolo presente alla marcia. Nel febbraio 2017, invece, parlando al National Prayer Breakfast, Trump ha chiarito la necessità di tornare alla fede in Dio e di voler proteggere “la libertà religiosa”, senza cui l’America non avrebbe “potuto prosperare”.
Dopodiché ha rovesciato la decisone di Obama di imporre a tutti i luoghi pubblici (comprese le scuole) i bagni misti per assecondare l’ideologia transessuale. Non solo, perché sua moglie Melania, prima di un discorso che Trump avrebbe dovuto tenere di fronte al suo elettorato ha deciso di cominciare facendo pregare a tutti il “Padre Nostro”. E, in maniera opposta ad Obama e alla Clinton, il presidente ha scelto accanto a sé uomini che hanno dichiarato alla stampa che la Casa Bianca lavorerà “cercando di fare la volontà di Dio” pregandoLo di benedire la nuova presidenza.
Non contento di quanto già fatto, ad aprile, Trump ha dato un altro colpo pesante al colosso degli aborti americano Planned Parenthood, deliberando che gli Stati avrebbero potuto decidere di eliminare i finanziamenti statali alle cliniche della morte. Nello stesso mese ha voluto rovesciare, tramite l’“Educational Federalism Executive Order” le politiche stataliste della sinistra, ritornando a dare alle autorità locali la facoltà di decidere autonomamente le proprie politiche scolastiche ed educative in un’ottica sussidiaria. Grazie a Trump è stato anche abolito il “Mese dell’orgoglio Lgbt” assegnato da Obama a quello di giungo. Inoltre, data la mancanza di protezioni legali per la libertà religiosa nella legge obamiana sul cosiddetto “matrimonio” fra persone dello stesso sesso (motivo per cui Kim Davis, amministratrice comunale che si era rifiutata di apporre la propria firma su un documento che le attestava, era stata arrestata) nel maggio scorso il presidente Usa ha firmato un ordine esecutivo che ora la protegge.
Per quanto riguarda la decisione di Trump di impedire temporaneamente l’accesso in Usa a cittadini di Stati da cui provengono i terroristi, in un momento di pericolo per l’Occidente (in ogni guerra è sempre accaduto, senza scandali ma come regola basilare, che uno statista difendesse i propri confini contro lo Stato o l’ideologia nemica, basti pensare al divieto di ingresso dei Comunisti in Usa durante la Guerra Fredda), bisogna aggiungere che ciò ha coinciso con un incremento dei rifugiati cristiani in Usa maggiore di quelli islamici, al contrario di quanto avvenuto durante la presidenza di Obama. Inoltre, se in pochi anni Obama era riuscito ad indebolire l’esercito, oltre che diminuendo la spesa pubblica destinata alle Forze Armate, anche ammettendo persone sedicenti transessuali, Trump ha deciso di vietare il loro reclutamento a causa del “tremendo costo medico e della distruzione che causa” alla difesa americana. Ovviamente a ciò è seguita una campagna mediatica violentissima che ha gettato fango sul presidente.
Non solo, di fronte alle parole della Clinton, convinta che l’omicidio dei bambini debba essere praticato fino all’ultima settimana di gravidanza, e che ha recentemente chiamato l’aborto un “principio non negoziabile” della sinistra, Trump ha parlato di pratica “disumana”, incrementando l’astio di Holliwood e delle star femministe che ormai si rivolgono a lui con un odio e una volgarità indicibili. Inoltre, ad una delegazione di associazioni pro family e operative nel campo delle adozioni, Trump ha spiegato che “questa amministrazione sta spingendo per una politica di tassazione sui figli che sia la più agevolata di sempre” anche con “un rimborso delle tasse salariali, cosicché anche le famiglie a basso reddito possano beneficiarne”.
E’ per questo che il mondo pro life americano non ha compreso le parole del pontefice e che Deal Wyatt Hudson, presidente del Morley Institute for Church and culture si è detto “triste”, mentre Austin Ruse, presidente del Center for Family and Human Rights, ha risposto ricordando la nomina pro life di Neil Gorsuch alla Corte Suprema, per cui ancora una volta Trump si era messo contro tutti i poteri forti e il potere mediatico americano.
Così il presidente, che in campagna elettorale promise ai cristiani la difesa della loro libertà, contro la minaccia della Clinton che voleva imporre anche ai sacerdoti di celebrare le cosiddette “nozze” Lgbt, ha mantenuto fede alle sue promesse. Dimostrando non solo una lealtà sincera e una convinzione dell’importanza delle radici cristiane per la prosperità del suo paese, ma un profondo credo personale. Altrimenti non si spiegherebbe un mano così ferma di fronte ad una sinistra che non vive se non per gettare fango ed alimentare odio non solo verso di lui ma verso tutta la sua famiglia. Motivo per cui in un’intervista rilasciata in gennaio a Fox News, uno dei più grandi leader della chiesa evangelica americana, Franklin Graham, ha ripetuto che “credo che sia la risposta di Dio (la vittoria di Trump, ndr) alle centinaia di migliaia di preghiere per un presidente che si batterà contro l’agenda umanista e ateista di Washington” .

Benedetta Frigerio

omo e gender….nobiltà del buonsenso

24 Agosto 2017 Commenti chiusi

La Bbc insegna ai bimbi che possono scegliere il loro sesso: aumentano i numeri di quelli confusi
( Benedetta Frigerio 24-08-2017 www.lanuovabq.it)


“Ormai è sdoganato anche questo”, mi racconta un Italiano che vive in America (Massachusetts) da sei anni con la famiglia in riferimento all’incremento dei bambini spinti a credere di appartenere al sesso opposto a quello di nascita. E poi mi spiega di un conoscente separato dalla moglie il cui figlio giocava con le bambole. “Ad un certo punto il padre gli ha detto: “Bene, significa che sei una bambina”. E così ha iniziato a riferirsi a lui come fosse una femmina”. Il piccolo, ormai cresciuto, ora sostiene che “a 18 anni farò l’operazione chirurgica”. Eppure, ha continuato l’italiano, “anche il mio terzo figlio giocava con le bambole. E allora?”.

E allora sono sempre di più le persone indottrinate dall’ideologia gender. A confermare la crescita di un fenomeno fra i più abominevoli agli occhi di Dio, perché oltre a sovvertire la Sua creazione lede l’innocenza spingendo i piccoli a pensare a questioni relative alla sessualità (cosa molto gradita agli sponsor della pedofilia), sono i numeri del mondo anglofono. Basti pensare che nella prima parte di quest’anno in Gran Bretagna ben 87 bambini si sono rivolti alle cliniche che tratterebbero i disturbi legati alla propria identità, mentre 4 anni fa (agli albori dello sdoganamento di questa ideologia) erano meno di 20. Chris McGovern, ex consigliere del ministero dell’Educazione, commentando l’impennata, ha spiegato che “si tratta di un’industria in cui la gente fa carriera incoraggiando i bambini a mettere in discussione il proprio sesso in età in cui dovrebbero essere lasciati liberi di essere e vivere da semplici bambini”. Si sa infatti che questo non è un problema dei piccoli se non quando lo diventa per gli adulti, che orami parlano ai bambini dell’identità sessuale come di una libera scelta. I casi di confusione patologica dei bimbi sono sempre stati minimi, circoscrivibili e normalmente curabili, diversamente da oggi in cui l’ideologia li plagia fino a creare ferite profonde, incrementando così i numeri come sta accadendo nei paesi anglofoni: “Quando gli insegnanti sollevano la questione (la menzogna dell’identità sessuale libera, ndr) i bambini possono confondersi, rimanerci male o restare traumatizzati”, ha continuato McGoven. Anche la femminista inglese Joanna Williams ha denunciato il sistema vigente in cui “si incoraggiano anche i bambini più piccoli persino a mettere in discussione il loro essere veramente maschi o femmine”.

Ma che ogni tabù sia caduto e che non si cerchi nemmeno più di nascondere quello che realmente si insegna durante i corsi all’affettività o contro il bullismo, lo chiarisce bene la scelta della Bbc di mandare in onda un programma intitolato “Non più bambini e bambine: possono i nostri bambini essere liberi dal gender?” in cui si fanno esperimenti nelle classi elementari inglesi. Eppure la violenza è svelata immediatamente, quando i 23 alunni di 7 anni rispondendo al test iniziale dimostrano che prima dell’indottrinamento dei produttori la loro percezione della differenza sessuale era molto alta. Una bimba risponde, ad esempio, che “i bambini sono migliori a comandare”, mentre un’altra sostiene che le “femmine sono più brave nel farsi belle”. Ovvio? No, secondo i conduttori del programma è uno scandalo da debellare. Perciò, sebbene quelli descritti dai bambini siano dati di fatto banali ed evidenti, oggi bisogna difenderli con le unghie da un martellamento che vuole ingannare i piccoli, rendendoli manipolabili. Se servisse anche mettendoli contro le loro stesse famiglie.

Basti pensare alla donna americana ricorsa in appello all’inizio di agosto, dopo che una scuola del Minnesota, senza il suo consenso, aveva avviato il processo per il cambiamento di sesso richiesto dal figlio minorenne. La motivazione del giudice e della scuola contro il diritto dei genitori all’educazione (da sempre garantito per proteggere i piccoli dallo Stato, supponendo che il genitore sia colui che ha più probabilmente come unico interesse il bene disinteressato del figlio) è che questo diritto non può spingersi oltre il diritto alla salute del figlio. Ma la madre, in appello, ha fatto di nuovo leva sul suo diritto all’educazione. Ancora peggio quanto avvenuto a fine luglio in un asilo dell’istituto paritario Rocklin Academy Gateway in California. Qui un insegnante, all’insaputa dei genitori, ha celebrato di fronte alla classe la scelta della famiglia di un bambino di 5 anni di considerarlo una donna. Di fronte a tutti lo ha fatto uscire dal bagno vestito da bambina e chiamandolo con un nome femminile. Grazie alle proteste delle famiglie è emerso che i piccoli sono tornati a casa letteralmente terrorizzati. Jonathan Keller, membro del California Family Council, ha dichiarato: “Molte bambine sono tornate a casa dai genitori in lacrime chiedendo, “mamma, papà, diventerò un maschio?”, mentre un bambino che prima ad ora non aveva mai menzionato questioni di questo tipo ha domandato di imitare il compagno celebrato dall’insegnante e di andare a scuola vestito da femmina. Ma, nonostante alcune proteste, il 21 agosto la scuola ha preso le parti dell’insegnante citando le leggi dello Stato contro la discriminazione.

Purtroppo c’è poco da stupirsi. Infatti, una volta che viene considerato vero il fatto che si nasce con un sesso ma che si può e si deve poter appartenere ad un altro, pena l’infelicità della persona, non è possibile scandalizzarsi se poi lo Stato si oppone ad un genitore o se una scuola prende le parti dell’insegnante che dice ai piccoli che il sesso è flessibile. Ciò significa che difendere il diritto di educazione dei genitori non basta più. Bisogna partire da ciò che sostiene tale diritto, sottolineando cosa è giusto o sbagliato per ogni uomo: se seguire la legge naturale o se distruggerla e riconoscere l’esistenza di un bene e di un male oggettivi, da perseguire il primo e da ostacolare il secondo. Tirarsi indietro da questo giudizio per non “alzare i muri” è connivenza con un male che getta in una confusione infernale gli innocenti, il peggiore che si possa commettere:

“Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare” (Matteo 18,6).

“…le carte devono essere a posto..”

19 Agosto 2017 Commenti chiusi

LA REPUBBLICA DELLE PROCEDURE
@Maurizio Blondet 18 agosto 2017 0
di Roberto PECCHIOLI
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Molti anni fa un giovanissimo studente di lettere e filosofia che adesso scrive le presenti righe entrava a far parte dell’amministrazione finanziaria, all’unico scopo di garantirsi pasti regolari. Destinato a compiti di controllo, venne catechizzato da un brillante funzionario la cui sapienza giuridica e professionale si univa alla vivacità e alla classe naturale dei napoletani di alto bordo. Il concetto su cui insistette di più fu

“le carte devono essere a posto”.

Ripeteva senza stancarsi che si poteva anche rubare la nazione intera purché i documenti relativi fossero perfetti, inattaccabili, e gli atti ben motivati. Ciò che sembrava prerogativa della sola burocrazia, è oggi divenuto il segno distintivo di una forma di società, quella liberale e liberista, che qualcuno ha definito la repubblica delle procedure. Non si scappa: tutto è procedura, sistema, apparato tecnico, linee guida, normativa minuziosa, complessa, per padroneggiare la quale è sorto un nuovo potente clero secolare di “esperti”. La ragione è in fondo assai semplice: il modo di pensare liberale nega l’esistenza del bene comune, ha orrore di principi morali condivisi, vive del solo utile, anzi di ciò che promuove “razionalmente” e determina l’interesse individuale.

Non può dunque che ripiegare su ciò che è considerato giusto e proclamato legale in base ad una norma scritta e transitoria, frutto dello spirito del tempo espresso da una (vera o presunta) maggioranza formata a quell’unico scopo. A quella norma viene attribuito un valore salvifico in base all’unica considerazione che è vigente in un certo momento storico. Sembra l’universalizzazione del pur venerando brocardo romanistico “tempus regit actum” e l’estensione all’intero mondo della vita delle “carte in regola”, dei timbri e delle normative. La distinzione tra ciò che è legittimo e ciò che è semplicemente legale in quanto permesso o non espressamente vietato dai codici si perde a favore di un positivismo giuridico tracimato in tutto l’Occidente dal mondo anglosassone dopo averne oltrepassato e travolto il principio consuetudinario. Di più, la supremazia della procedura si è trasferita all’intera società, improntandola e realizzando quel predominio della forma sulla sostanza, dei mezzi che sostituiscono i fini, del contratto misura di tutte le cose che sono tra gli aspetti più insidiosi del principio societale liberale.

L’ambito del diritto si estende ogni giorno, rendendo più numerose ed aggressive le caste dei periti giuridici delle più varie specializzazioni, un esercito di esperti che usano un linguaggio esoterico ed autoreferenziale, convinti – come del resto come tutti i devoti della società contemporanea – che la ragione coincida con il successo. La loro distanza dal senso comune, oltreché dalla maggioranza delle persone aumenta quotidianamente. Solo un paio di esempi: le scarcerazioni lampo di colpevoli di delitti o reati assai gravi, che non sono responsabilità del magistrato di turno o luciferina abilità dei legali, ma stanno scritte, come si dice, nella legge e nei mille rivoli di regolamenti, eccezioni, casistiche minutamente contemplate e descritte nel fiume irrefrenabile dell’iperproduzione giuridica.

E’ di queste ore la scarcerazione, in Spagna, dei delinquenti probabilmente colpevoli dell’omicidio a pugni e calci di un giovane fiorentino, ma è l’ultimo caso solo in ordine di tempo delle follie che indignano il senso comune ma non turbano minimamente gli esperti, i tecnici: sta scritto da qualche parte e così sia. La Spagna, del resto, è il paese che ha raggiunto e superato l’Italia in spropositi di ogni genere. Ma le procedure sono state scrupolosamente seguite, ciascuno ha fatto la sua parte conformemente alle regole stabilite. Quanto alla vittima, il convitato di pietra, si vedrà. Chi muore giace, tutto il resto sono le magnifiche sorti e progressive della civilizzazione gaia ed agonizzante.

I telefilm di genere, specie americani, ci mostrano con sincerità brutale le miserie di un sistema in cui la verità, non diciamo la giustizia, è ospite sgradito e generalmente respinto. Certo, il rispetto delle forme e delle norme è cosa di grande importanza, ma dovrebbe sussistere, almeno in linea di principio, un minimo di rispetto per l’idea di bene comune, di giustizia come atto comunitario che sana la ferita inferta alla convivenza civile. Nulla, nessun interesse per la verità “storica”, pochissimo anche per quella giudiziaria. Conta vincere la causa, attore e convenuto non sono altro che plastilina nelle mani degli operatori professionali (gli esperti della procedura…), protesi alla vittoria, per la carriera, per la parcella, per gli “obiettivi” ai quali si subordina il bene, il giusto, il vero.

Dal campo del diritto, le procedure hanno invaso la mitizzata società civile in ogni sua piega. Laissez faire, laissez passer è l’imperativo liberista in economia e finanza, nel percorso a tappe forzate verso la privatizzazione di tutto. Ma nulla deve tuttavia sfuggire alla mania contemporanea a normare tutto, incasellare secondo schemi prefissati, organizzare, gestire minuziosamente secondo le “regole” – altra parola chiave del tempo nostro – prescritte da schiere onnipresenti di sedicenti esperti. Pensiamo alla medicalizzazione di ogni passaggio della vita, a partire dagli obblighi di vaccinazione contro tutto, che probabilmente rendono più deboli le ultime generazioni, sino ai divieti ossessivi per il fumo o alla schedatura di chi vuole assistere agli spettacoli sportivi.

Tutto per il nostro bene, violando clamorosamente il postulato progressista del libero, insindacabile giudizio individuale sulle scelte personali. In compenso, nessuna difficoltà per chi intende schiamazzare, ubriacarsi, sballare, “farsi” di pillole o sostanze stupefacenti, diventare dipendenti della sessualità più estrema, compulsiva e amorale. Libertà di aborto, non sia mai, ma lacrime e disperazione per l’abbattimento di un’orsa. Una deriva antiumana che non sa più distinguere e dare giudizi di valore. Ma già, discriminare è vietato per legge, quindi non è né giusto né legale. Sempre le procedure, sempre il dannato potere di maestrini e maestrine dalla penna rossa esperti di qualcosa che ci spiegano come e qualmente l’uomo e la donna normali abbiano torto sempre e comunque. Giacché non esiste il senso comune che volge al bene e respinge il male, ma solo l’interpretazione, il giudizio relativo epperò insindacabile, beninteso se rispetta la cornice disegnata dagli esperti.

Le decisioni risultano largamente preordinate, in ossequio al principio dell’expertise tecnica, indiscutibile in quanto realizzata su presupposti “scientifici”. Non c’è più governo, ma amministrazione, adesso chiamata governance. Fu il movimento francese antiutilitarista MAUSS a definire per primo la nuova realtà: “L’obiettivo diventa quello di definire delle procedure neutre e oggettive – di cui il mercato e il diritto sono le principali incarnazioni – che permettano di far funzionare la società da sola, indipendentemente dalle motivazioni buone o cattive degli uomini “(Alain Caillé). Un mondo-meccanismo, un orologio indifferente a tutto, fuorché alla logica dominatrice dello scambio in denaro. Ci si riduce ad una triste espertocrazia, incaricata di individuare soluzioni esclusivamente tecniche, alle quali attribuire caratteri di oggettività, il criterio che ha sostituito la tramontata sacralità.

Una conseguenza è la depoliticizzazione della società, giacché la lotta non è più tra orientamenti, progetti, visioni, principi, ma tra coloro che sanno individuare ed applicare la soluzione razionalmente e tecnicamente possibile, l’unica, l’inevitabile. Negli ultimi anni, un nuovo attore di formidabile potenza si è aggiunto all’apparato di potere tecnocratico ed oligarchico, i padroni della rete informatica e i detentori dei “social media”. Qui la fiducia nella tecnica, nelle procedura e nel ruolo salvifico degli esperti rasenta il lucido delirio. Il manifesto del febbraio 2017 di Mark Zuckerberg, il dominus di Facebook di origine ebraica ne è una prova: un preciso programma di superamento antropologico del modo di essere di miliardi di uomini, il cui futuro sarebbe quello di essere costantemente connessi, destinati “a superare le istituzioni tradizionali “a favore di un super direttorio dei padroni della rete.

Un giovane filosofo e geopolitico, Parag Khanna, ha scritto un saggio intitolato, parafrasando Tocqueville, La tecnocrazia in America, nel quale, superando lo stesso Zuckerberg, conclude che in America “c’è troppa democrazia” (???). Ciò di cui c’è bisogno è “più tecnocrazia”. Khanna ha una convinzione precisa, quella che “un governo tecnocratico è costruito attorno alle analisi di esperti e sulla pianificazione di lungo periodo, piuttosto che sulla chiusura mentale e la visione di breve periodo dei capricci populisti”. Al di là del tocco finale contro i populisti, ossia contro i sostenitori della sovranità popolare, ciò che sgomenta è il tono chiliastico, millenarista del nuovo potere tecnoscientifico, nonché il disprezzo assoluto per il popolo. Decidono “gli esperti”, poiché essi “sanno”, conoscono le procedure, antivedono gli esiti, conoscono i risvolti di tutto. A noi spetta unicamente l’obbedienza, la bovina acquiescenza al verbo.

Tutto è derubricato ad opinione, fuorché l’esito delle valutazioni degli esperti in base agli scenari disegnati, agli algoritmi ed ai modelli matematici. La prima obiezione è: chi nomina gli esperti, chi li paga, e perché la loro opinione dovrebbe prevalere sulla nostra? Per quale motivo l’opinione di un ingegnere, in qualsiasi campo diverso dalla sua specializzazione professionale, ha più valore della mia, e, comunque, chi stabilisce criteri, motivazioni, fini delle elaborazioni teoriche la cui esecuzione e progettazione pratica affidiamo ovviamente alla sua perizia tecnica?

Il cosiddetto Stato di diritto, che vanta la propria supposta indifferenza assiologica, si organizza ormai sulla neutralizzazione tecnica e procedurale di tutto, anzi sulla privatizzazione integrale di quelle fonti perpetue di discordia che la morale, la religione e la filosofia necessariamente rappresenterebbero (Jean Paul Michéa). In questo modo, tutte le questioni sono “eticamente purificate” nell’ottica del pluralismo, il cui esito è uno solo: screditare ogni convinzione o principio, neutralizzando tutto come semplice opinione, circoscritta alla sfera privata o addirittura intima affinché la società economica e commerciale possa continuare la sua marcia scandita dai meccanismi “naturali” del mercato. Ancora Jean Paul Michéa spiega che, scartata l’idea di vita buona di ascendenza aristotelica, “sarà il mercato – e tramite esso l’immaginario della crescita e del consumo- a incaricarsi di definire de facto la maniera concreta in cui gli uomini dovranno vivere”. E’ sin troppo chiaro che le scelte decise dalla finta imparzialità delle procedure e delle soluzioni tecniche non sono affatto neutre.

Un altro impressionante elemento della repubblica cosmopolita delle procedure è l’esaltazione maniacale, unita alla rizomatica crescita delle “regole”. Cacciate dalla porta del laissez faire liberale nelle grandi scelte socio-economiche, si ripresentano, pignole, meticolose, sospettose ed occhiute proprio là dove la libertà personale dovrebbe regnare. Ecco dunque il salutismo esasperato, la medicalizzazione di ogni momento della vita, la necessità di seguire corsi e possedere patenti o titoli per svolgere qualsiasi attività. E’, tra le altre cose, la società del libretto delle istruzioni, senza il quale non si esce più di casa. Si tratta del paradossale esito della società dei “diritti dell’uomo”, rigorosamente individuali. La sbandierata neutralità dello spazio pubblico esige l’invasione asfissiante del dover-essere, di ciò che, apoditticamente, diventa “il giusto”. Di qui la necessità di trasformare la società attraverso obblighi e modalità pratiche sempre nuove.

Contemporaneamente, la tecnica, specie l’informatica al servizio del profitto, fa sì che ogni giorno noi compiamo azioni che fino a pochi anni fa erano di pertinenza di numerose figure professionali. Non entriamo più in banca per prelievi o depositi, facciamo e stampiamo da soli il biglietto ferroviario, prenotiamo i servizi sanitari e tanto altro. Persino al supermercato, adesso possiamo svolgere noi il lavoro di cassieri. Al di là delle ricadute occupazionali, sorprende che così pochi osservatori svolgano critiche ad un modello che ci vede prigionieri di macchine, dispositivi, procedure rigide quanto inderogabili nella più totale solitudine spinta sino al solipsismo. Alla repubblica delle procedure non interessano i rapporti umani, persino quelli minimi che intratteniamo con un cassiere o un incaricato di servizi. Colonizzato lo spazio pubblico insieme con l’immaginario privato, diventa facile convincere della necessaria neutralità dello Stato rispetto alle scelte individuali sovrane. Quella neutralità, però, dovrà essere mantenuta attraverso una selva crescente di norme esclusivamente formali e procedurali.

Naturalmente, ciò ridà fiato e potere a nuove burocrazie, detentrici di spicchi di un sapere parcellizzato, nuove corporazioni di esperti, spesso riunti in gruppi interdisciplinari nei quali ciascuno è titolare di un minuscolo campo di conoscenza. Di qui l’esigenza di creare nuovi organismi, gruppi di lavoro, ulteriori prassi da formalizzare: una sorta di “conferenza di servizi” permanente, necessaria per riunire i numerosi soggetti titolari di pareri, competenze, procedure in capo a qualsiasi decisione, atto o problema. In una conversazione privata, un sociologo del lavoro, celiano sulle infinite specializzazioni della sua professione, affermò che forse ci saranno, a fianco di tutti gli altri, anche sociologi della sociologia. Nel 1970, il geniale Giorgio Gaber scrisse una canzone dalla musica molto cadenzata, il cui refrain era “il gatto si morde la coda, si morde la coda, e non sa che la coda è sua!”.

In tutto ciò, tecniche, procedure ed esperti sembrano concordare nella tendenza ad abolire, insieme al conflitto, il Male. Esso può essere combattuto ed estirpato attraverso misure appropriate, ovvero con leggi, procedure, apparati tecnici, figli tutti di un ordine sociale in cui dominano i “diritti” e, innanzitutto, la mano invisibile del Mercato. Occorre dunque mettere a punto una struttura che affranchi l’uomo nuovo dalla naturalità, sino ad una radicale antropologia storicista: l’uomo sarà ciò che egli vuole essere! Espulso il sentimento e la dimensione del tragico, tanto straordinariamente esplorato da un Miguel Unamuno, ma altresì respinta l’alterità. Che cosa rappresentano, infatti, le sofisticate, dettagliate procedure, le classificazioni sempre più minuziose degli esperti, la tassonomia, l’ansia previsionale e descrittiva degli “esperti”, se non l’allontanamento coatto, il respingimento ed il rigetto dell’Altro, del Diverso, dell’Imprevisto? Alain De Benoist parlò, già alcuni decenni fa, della dittatura dell’Identico sottesa al mercato, all’economia di scala, alla creazione a marce forzate del consumatore globale.

Il pensatore francese aveva intuito molto bene il progetto in fieri. Un altro francese, il citato Jean Paul Michéa, un socialista che rifiuta l’etichetta di sinistra, va oltre, e ci spiega un ulteriore risvolto della repubblica, ma possiamo chiamarlo impero delle procedure e della bulimia normativa. Poiché non possono sussistere una comunità e neppure una società prive di un linguaggio e di un senso comune, il metodo liberale ed il suo diritto positivo “non ha altra soluzione che fondare la sua decisione finale sui rapporti di forza che agitano la società in un dato momento; ossia, concretamente, sui rapporti di forza esistenti tra i vari gruppi di interessi (…) il cui peso è abitualmente in funzione della superficie mediatica che sono riusciti ad occupare”. Infine, norme, leggi, procedure, esperti, libretti di istruzioni, sono lo schermo di una contraffatta neutralità, imposta da chi ha fatto dell’economia la religione delle società moderne.

Il regno artificiale delle procedure altro non è che l’idea di bene ad uso dell’Homo consumens imposta dall’ unico Regno rimasto sul trono, quello del denaro. Il diavolo in terra, probabilmente.

ROBERTO PECCHIOLI

“…finchè la preghiera non diventi gioia…”

9 Agosto 2017 Commenti chiusi

(Benedetta Frigerio www.lanuovabq.it 9 agosto 2017
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Le cose più grandi avvengono lentamente, nel silenzio. Fuori dal caos del mondo moderno a cui i cristiani sono chiamati a resistere anche liberandosi della tv, della musica che stordisce, dei dispositivi tecnologici a cui siamo continuamente connessi. E’ così che si riesce a sentire la voce di Dio. Sono alcune delle riflessioni scritte dal cardinal Robert Sarah nel suo ultimo libro “La forza del silenzio” e lette alle 5 di mattina in viaggio verso Medjugorje, dove settimana scorsa, come ogni anno durante la prima settimana di agosto, si è svolto il Festival dei Giovani.

Il caldo torrido, che alle 14.30 supera i 50 gradi, fa sembrare il paesino dell’Erzegovina dove la Madonna appare da 36 anni come un sito fantasma. C’è un grande silenzio, appunto. La gente è ritirata nelle pensioni a mangiare in attesa che il Festival, durato dalle 9 fino alle 12, ricominci alle 17 per concludersi alle 22. A pranzo vicino a noi un “omone” dagli occhi azzurri e buoni mangia solo. Istintivamente viene da coinvolgerlo e fra una frase e l’altra pronunciata in francese capiamo che era un ex barbone, poi boxer, che “ho rubato e anche ucciso, poi mi sono convertito”. Sono passati circa trent’anni da allora, sebbene le sue mani siano piene di ferite che paiono ancora vive. Scopriamo di conoscerlo e di aver letto di lui. Il suo nome è Tim Guenard, legato al palo della luce a tre anni dalla madre che lo abbandonò senza versare una lacrima e picchiato dal padre fino al sangue, padre “che provai ad uccidere”. Oggi grazie all’amore di una donna (sua moglie da cui ha avuto 4 figli), della Madonna e di Gesù, ha perdonato i suoi genitori e aiuta chi è si è perso a tornare a vivere: “Dio mi ha donato la grazia di riuscire a guarire il cuore delle persone”. Tim ha raccontato la sua storia il giorno precedente, 3 agosto, di fronte a migliaia di giovani.


Verso le 15.30 i confessionali adiacenti alla parrocchia del paese sono già colmi di sacerdoti che, rigorosamente in talare o clergyman, sopportano un caldo tale da aver impedito ai pellegrini di salire i monti delle apparizioni nelle ore calde del giorno (a migliaia li hanno quindi scalati la notte). Durante la confessione di un frate, Emiliano, si sente ripetere quanto letto la mattina: “Il silenzio è necessario per chi vive una vita attiva, solo il silenzio profondo ci fa sentire il sussurro di Dio. Ho scritto un libro su questo si intitola “Silenzio: maestro dei maestri””. Alle 17, la testimonianza di una suora che ricorda la sua adolescenza, l’ossessione della perfezione fisica, la magrezza estrema, i pensieri continui e angosciosi che la tormentavano. Poi negli anni Novanta, l’incontro a Medjugorje con suor Elvira (fondatrice ella comunità di recupero Il Cenacolo): “La madre mi insegnò a pregare il Rosario a fare adorazione eucaristica. Così la Madonna mi liberò dai pensieri di morte e mi fece conoscere la felicità”. La donna infine ha il coraggio di provocare la libertà dei giovani presenti chiedendo loro di non soffocare la chiamata al sacerdozio o alla vita religiosa “se questa è la volontà di Dio”.

Alle 18 comincia il Rosario e la piazza di fronte all’altare esterno della basilica si riempie sempre più. All’inizio della seconda corona (18.30) saranno già presenti circa 30 mila persone. Alle 19 la Messa cantata ne ospita 40 mila. I sacerdoti concelebranti solo oltre 700. Il silenzio alternato ai canti e alla liturgia in croato impressionano per la regalità con cui si onora Cristo presente sull’altare. I giovani partecipano con un fervore impressionante, aiutati dalle radioline che offrono la traduzione in 23 lingue. La consacrazione eucaristica in latino ne vede a migliaia in ginocchio. Dopo la Comunione la volta ormai stellata sovrasta centinaia di uomini e donne raccolti in una preghiera profonda. Il cuore pare volare in alto (o forse è il cielo ad essere sceso in terra) grazie a tanto fervore. E i canti finali sono un’esplosione di gioia composta, perché piena di una pace raggiunta dopo ore di orazione di tutto il popolo. E’ una pace che chiede tempo e che è quasi sconosciuta all’uomo moderno. Il Cardinal Sarah ha ragione: è questo il segreto della felicità che l’uomo moderno cerca, sbagliando, nell’evasione. Perciò viene spontaneo domandare con forza la grazia di una rinnovata fedeltà alla preghiera profonda.

Il giorno successivo, il 5 agosto, Medjugorje festeggia il compleanno della Madonna, (nel 1984 la Madonna aveva chiesto un triduo di preparazione di preghiera e digiuno per la sua nascita in questa data. Da allora a Medjugorje si festeggia sia sia il 5 agosto sia l’8 di settembre). Medjugorje freme e a centinaia portano rose e doni alla Madonna onorata su più altari. Il pranzo con vecchi e nuovi amici riporta alla mente il miracolo ricevuto in questo luogo sette anni prima, che poi fu la scoperta della strada per unirsi a Dio e trovare la cura alle ferite dell’anima. Di questo parlerò alle 17 dopo la preghiera davanti al Santissimo nella cappella dell’adorazione permanente adiacente alla Chiesa dove si riversa un flusso continuo di persone nonostante il caldo sempre più pesante. Alle 17.30 fra Alessandro, francescano noto per le sue lodi a Dio tramite il canto lirico, spiega in un altro modo il segreto della felicità “che, come l’amore, non è un sentimento ma una scelta: amare ciò che Dio ti mette davanti e dire di sì con fede, questa è la preghiera, l’offerta che rende lieti”. Il contrario dell’immaginazione di ciò che dovrebbe essere la vita, che invece uccide l’istante e l’esperienza presente lasciando l’uomo triste e frustrato.

Dopo il Rosario e la Messa si attende l’apparizione della Madonna al veggente Ivan. Sarà alle 22 sul monte Podbrdo dove saliamo alle 20.30 insieme a centinaia di persone che in preghiera o in silenzio si fanno luce con le torce. In cima si sentono da lontano i violini che animano l’adorazione notturna nel piazzale della Chiesa ancora colmo di migliaia di giovani. Al buio davanti alla statua della Madonna illuminata e sotto una luna quasi piena attendiamo l’apparizione cantando e lodando Dio, chi in piedi e chi in ginocchio. Poi il Rosario. Intorno a noi c’è chi piange piano, chi si sostiene a vicenda. I ragazzi e le suore della comunità Cenacolo sono riusciti a portare in cima una donna che fatica a reggersi in piedi. Quando la Vergine arriva la donna, con uno sforzo immenso si mette in ginocchio vincendo anche la nostra stanchezza. Un silenzio profondo cade sulla folla, la Madonna è qui: viene spontaneo implorare l’amore e la conversione per noi e per questo mondo, anche cristiano, immerso nella menzogna. La Madonna se ne va gioiosa dopo aver pregato a lungo su noi tutti: “Cari figli – afferma attraverso Ivan – anche oggi mi rallegro insieme a voi. Anche oggi desidero invitarvi a decidervi per Gesù. Vedo così tanti giovani che stanno ritornando a Lui, che si stanno decidendo per Lui e stanno cambiando. Pregate per i giovani, cari figli, pregate per le famiglie! La Madre prega per tutti voi. Specialmente in questo tempo di grazia, pregate di più! Pregate che mio Figlio nasca nei vostri cuori e vi rinnovi e permettete allo Spirito Santo di guidarvi. Grazie, cari figli, per aver anche oggi risposto alla mia chiamata”.

Di qui la speranza di un seme che si salva crescendo senza far rumore e la

necessità di pregare finché, come ha ripetuto spesso la Madonna, “la preghiera non diventi gioia”.

Mentre scendiamo la gente continua a ripetere l’Ave Maria, c’è chi si fa benedire dai sacerdoti presenti. Ci avviciniamo e mentre le mani del prete si poggiano sulle nostre teste, sentiamo con sorpresa le parole di chi, pur sconosciuto, sembra sapere nei dettagli chi siamo. Alle 5 della domenica partiamo mentre il sole si leva rosso. Il silenzio è interrotto solo da una flebile e lontana cantilena: sul monte Krizevac, sotto la croce, il Festival si sta concludendo con la Messa. La nostalgia della partenza, proprio nel giorno della Trasfigurazione del Signore, si unisce alla certezza rinnovata che il Paradiso, di cui in questo luogo prediletto si gusta l’anticipo con un’intensità unica, esiste. Il Signore nella confusione dei tempi e di una Chiesa la cui barca “si è riempita fino quasi a capovolgersi”, come ha detto di recente papa Benedetto XVI, sta costruendo il suo Resto e il suo Regno lentamente, in silenzio. E allo stesso modo lo costruisce in noi. Si rinnova così il desiderio della preghiera profonda. Il desiderio di stare davvero e sinceramente con Dio attraverso sua madre.

(vedi sito www.medjugorie.hr)

dal divorzio la povertà più grande

29 Luglio 2017 Commenti chiusi

Lettera circolare di Madre Teresa di Calcutta in occasione del referendum irlandese sul divorzio del 1996

* * *

Caro popolo d’Irlanda,

prego assieme a voi in questo tempo importante nel quale la vostra nazione sta decidendo sulla questione della legge del divorzio.

La mia preghiera è che voi siate fedeli all’insegnamento di Gesù: «L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie ed essi diventeranno una sola carne. Ciò che Dio ha unito, non venga diviso da nessuno».

I nostri cuori sono fatti per amare, un amore che non è solo incondizionato, ma anche duraturo.

Quale è il significato del vero amore nel matrimonio?

Un uomo e una donna che veramente si amano, non prometteranno mai nel momento del matrimonio “ti amerò e sarò fedele per un po’”. Essi promettono sempre “ti amerò per sempre e sarò fedele a prescindere da quello che succederà o da quello che farai”.

Rompere la promessa del matrimonio di essere fedeli fino alla morte non è solamente contro il vero amore, ma ferisce in modo particolare i bambini.

I nostri bambini dipendono da noi in tutto: salute, educazione, cura, valori, guida e soprattutto amore. Ma in alcuni casi, la madre e il padre non hanno tempo per i loro figli, oppure l’unità dei genitori è infranta e così i figli lasciano la casa e vagano di qui e di là, e il loro numero aumenta di giorno in giorno.

Gesù si è donato sulla croce, perché era ciò che doveva fare per amarci e salvarci. Se un padre e una madre non sono disposti a donarsi fino a soffrire per essere fedeli reciprocamente, ed essere fedeli ai loro figli, essi non mostrano ai loro figli cosa significhi amare. E se i genitori non mostrano ai figli cosa sia l’amore, chi altro glielo mostrerà? Questi bambini cresceranno spiritualmente poveri e questo genere di povertà è molto più difficile da superare rispetto a quella materiale.

È vero che molte famiglie hanno sperimentato tanta sofferenza a causa di violenze, alcolismo e abusi che hanno spesso portato a una rottura del rapporto. Se i membri di una famiglia pregano assieme, resteranno assieme. E se stanno assieme, si ameranno l’un l’altro come Dio ama ciascuno di loro. Il frutto della preghiera è gioia, amore, pace e unità nella famiglia e questo sarà un esempio di amore per i bambini e per i vicini di casa. E cosi non ci sarà bisogno del divorzio.

Come possono gli sposi rinunciare l’uno all’altro se si amano l’un l’altro? Il divorzio rompe, distrugge e causa terribili tentazioni. E causa anche sofferenze e dolori al cuore, ai bambini e all’intera famiglia. Il divorzio è uno dei più grandi uccisori della famiglia, dell’amore e dell’unità.

Se per qualche ragione gli sposi devono vivere separati, ciò non ha niente a che far col divorzio.

Quando un Paese permette il divorzio, il danno non è fatto solamente alle famiglie che vengono distrutte da esso. Il danno è fatto all’intera società, perché permettere il divorzio dice alle persone che la promessa del matrimonio non è di essere fedele “fino a che la morte non ci separi” ma solo “fino a che il divorzio non ci separi”. Ma ciò è molto diverso da quanto Gesù ci ha insegnato rispetto al matrimonio: “Ciò che Dio ha messo insieme, nessuno si permetta di dividerlo”.

So anche che nel mondo ci sono grandi problemi, che molti sposi non si amano abbastanza da essere fedeli fino alla morte. Noi non possiamo risolvere tutti i problemi del mondo, ma non permettiamo mai che si introduca il peggiore problema di tutti che è distruggere l’amore. E questo è ciò che facciamo quando diciamo alle persone sposate che possono divorziare e andare con qualcun altro.

Inoltre, un Paese che accetta il divorzio avrà sempre più famiglie separate e ciò condurrà ad una maggiore disunione… e a maggiori disunioni in altre famiglie. Questo non solo perché il divorzio è un distruttore d’amore, unità e pace, ma anche perché i divorziati si sentono soli e spesso trovano amici della loro età che solitamente sono sposati. Questo genere di amicizia rompe altri matrimoni e ciò andrà semplicemente avanti.

Un Paese non dovrebbe mai introdurre, per la ricerca di benefici e ricchezze materiali, la più grande povertà che è quella spirituale. E questo è ciò che accade introducendo il divorzio, che distrugge l’amore nella famiglia.

Ricordiamoci che il divorzio non è sbagliato solo per i cattolici. È sbagliato per tutti, perché è contro l’amore tra un uomo e una donna intraprendere un tipo di matrimonio nel quale essi promettono di essere fedeli “fino a che divorzio non li separi”.

Preghiamo. La gioia di amare è la gioia di condividere la vita come Maria e Giuseppe, durante il tempo della sofferenza e della difficoltà, stare insieme nell’amore, nell’unità e nella fiducia. Possa questo essere oggi un esempio per tutte le famiglie.

Prego che l’Irlanda, votando “No” al divorzio, continui ad essere un segno di unità, di amore e di pace per il mondo, specialmente di pace nel luogo nel quale essa deve iniziare, la famiglia. Pregate sempre insieme e starete insieme e vi amerete l’un l’altro come Dio ama ciascuno di voi.

Preghiamo. Dio vi benedica.

da «Oblatio rationabilis»

“Trova il tempo di pensare”

24 Luglio 2017 Commenti chiusi

L’eclissi della luna
Il Cristo-pensante. Lacrime di participio-presente
don Marco Pozza www.sullastradadiemmaus.it
Lunedì, 24 Luglio 2017
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È una storia così bella d’apparire quasi leggenda, una di quelle scritturate per dare lustro e bellezza alla vita di montagna. Questa, però, non è leggenda: è una pagina d’inesausta passione, di un affetto che sfida la burocrazia, il senso del possibile, che regge l’urto delle forze contrarie. Pino Dellasega è un uomo di Predazzo (TN), un validissimo atleta delle Fiamme-Gialle, uno di quelli che è sempre meglio avere nella propria squadra piuttosto che in quella avversaria. La statua del Cristo pensante – posta sulla cima del Monte Castellazzo (2333 m.), nello splendido scenario del Parco Naturale delle Pale di San Martino – è una storia che in meno di un decennio ha affascinato oltre mezzo milioni di pellegrini: escursionisti, gente di città, di vallata, adoratori incalliti, bestemmiatori da trivio. Uomini, donne, bambini. Tutti lassù, oltre quota duemila, in ginocchio a scrutare il volto di quel Dio in fase-di-pensamento. Il Cristo scolpito è pensante, non è pensieroso: è forma di participio presente, dice azione in perpetua fase d’accadimento, è manovra sempre passibile di inediti. Pensando – ancor prima immaginando – Dio crea: è storia che non ha mai mutato d’aspetto. Non un Dio muto, noioso, geometrico: lassù Cristo, con lo sguardo a perdersi nelle vallate, pensa. Ripensa a quel suo primo pensiero, il più bello: pensa all’uomo. Sempre.
La mia prima-volta è stata domenica: la prima volta non si scorda mai. Era la giornata dedicata alle persone con disabilità: “Dalla croce alla meraviglia. La fragilità diventa forza percorrendo sentieri diversi”. Più curioso che devoto – con me, da anni, Dio colpisce vestito in borghese – mi son fatto pellegrino, più uomo di escursioni che di fede. La fede, invece, quella vera che sposta le montagne, il Cristo-pensante me l’aveva nascosta lungo il sentiero: irto, sassoso, a tornanti. Lì c’era un popolo in-cammino: a spingere la carrozzina di Giampaolo, malato di Sla, di Chiara, di Gianmarco. Eravamo sul Monte Castellazzo, montagna gemellata con Cafarnao: «Alcuni uomini, portando sopra un letto un paralitico, salirono sul tetto e lo calarono attraverso le tegole con il lettuccio davanti a Gesù» (Lc 5,19). Attorno, in-cordata, un popolo numeroso di malati mentali, gente con spasticità, bambini diversamente abili. Stampelle, mani, abbracci: gente lenta, che rallenta, gente di compagnia. Il sentiero ad un certo punto s’impenna: il Castellazzo ha la forma del Calvario. Eccoli i cirenei d’oggi: a tirare le carrozzine con le corde, ad alzarle sui punti critici, a zigzagare tra sassi d’inciampo e burroni scoscesi. Non c’è la compassione, nel volto hanno solo una certezza: oggi, quassù, le pietre di inciampo scopriremo che son pietre angolari. Di sostegno, pietre possenti. Quel Cristo l’ha portato su un Boeing CH-47, un elicottero pesante da trasporto, roba da esercito, da missioni di pace. Cristo, pensante, sta lassù: a guardare in giù la gente che sale, quella che s’affretta. Che piange, ride, martella, impenna e urla. È la sua gente, quel Pensatore è il loro Dio. Attorno è nato il trekking del Cristo pensante. Perché credere è voce del verbo camminare-in-su: il sudore, la gioia, benedizione. “È fede-in-salita”, ho visto scritto-scolpito nelle carrozzine.
Pino è una forza-della-natura: il cuore è malleabile come il cirmolo, la fede fa alzare gli elicotteri, inginocchiare gli increduli. Prima l’ha fatto lui tutto questo: anche lui, vecchia litania, è guaritore-ferito. Come Chiara Campostrini, mamma di Pietro, un bambino disabile: la grande manager che accantona Calvin Klein per diventare tessitrice di sentieri, cuore pulsante di questa domenica. Lei, Pino, un esercito intero di cuori. A Cafarnao scoperchiano il tetto, al Cristo-pensante spianano le altezze, livellano i dirupi: «Veduta la loro fede, Gesù disse: “Uomo, i tuoi peccati ti sono rimessi» (Lc 5,20). All’arrivo la cima è un formicaio. C’è Lui: pensante, mani-in-pasta, sguardo in allerta. Le carrozzine sono altari, le carni-ferite ostie consacrate. Piango, dopo stagioni d’astinenza dalle lacrime: la mia è fede-povera, arrugginita, non-autosufficiente. Fede-in-salita: con loro, verso Lui.

(da Il Sussidiario, 18 luglio 2017)

L’eclissi della luna – Liu Xiaobo: il coraggio delle idee

17 Luglio 2017 Commenti chiusi

Maddalena Negri
Lunedì, 17 Luglio 2017 www.sullastradadiemmaus.it
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-All’udire della morte del dissidente cinese Liu Xiaobo, ho avuto un sussulto. Sgombro subito il campo da ogni incertezza: non lo conoscevo affatto. E questo ha accesso in me il rimorso dell’ignoranza. Perché non conoscere non tanto la persona, quanto l’opera, che ha compiuto chi ha deciso di non sottostare alla prepotenza di un regime, qualunque esso sia, pur di rimarcare l’importanza e l’irrinunciabilità della libertà di pensiero e d’espressione, quale massima forma della dignità dell’uomo, è e sarà sempre una grave omissione. Lungi dall’essere mero animale, sottoposto unicamente ai propri istinti, in virtù della ragione che possiede, l’essere umano si muove verso le più alte vette del pensiero e solo la paura può farlo recedere dal proseguire attraverso percorsi personali ed originali. È infatti, per così dire, innata, nell’uomo l’esigenza di esprimere se stesso, ciascuno secondo ciò che gli è più congeniale: per il bambino lo strumento può – paradossalmente – essere proprio il capriccio, per l’adolescente, spesso è la musica o lo sport, per l’intellettuale, il più delle volte, si fa irrinunciabile necessità la divulgazione ed il confronto del libero pensiero. Perfino quando la sicurezza personale e la prudenza dovrebbero consigliare comportamenti di segno opposto.

Liu Xiaobo è solo un altro nome, che si aggiunge ad una lunga lista di “martiri del pensiero”, ma è bene ricordarlo, nonostante la Cina ci appaia un posto lontano, magari suggestivo, ma profondamente differente dal nostro panorama europeo. Chi è dunque quest’uomo, degno compare di San Giovanni Battista, San Tommaso Moro, Edith Stein, Roj Aleksandrovi? Medvedev, Dietrich Bonhoffer o la Rosa Bianca?
Liu Xiaobo, intellettuale, docente e scrittore, nasce il 28 dicembre 1955 e muore il 13 luglio 2017. La differenza, come spesso accade, è nel tempo trascorso nel mezzo, nel quale si è speso per la promozione di riforme e la salvaguardia dei diritti umani. È stato incarcerato nel 2008, a seguito della firma del documento «Charta 08», per il quale è stato accusato di “istigazione al sovvertimento dello Stato”, che gli è valsa una condanna ad undici anni, che avrebbe integralmente scontato, se un tumore non se lo fosse portato via anzitempo.
Che cosa si chiedeva dunque, in questo documento? Diverse richieste che infastidivano il governo cinese. Come, ad esempio: modifiche in senso democratico alla Costituzione della Repubblica popolare cinese; separazione dei poteri; democratizzazione del potere legislativo; Indipendenza del potere giudiziario; possibilità per i cittadini di controllare l’operato degli amministratori; rispetto dei diritti umani; elezione (dal basso) e non più nomina (dall’alto) dei funzionari pubblici; equilibrio tra ambiente urbano ed ambiente rurale;libertà di associazione; libertà di riunione; libertà di espressione; libertà di religione; educazione civica; tutela della proprietà privata; riforma del sistema fiscale e tributario; sicurezza sociale; protezione dell’ambiente; passaggio alla repubblica federale; istituzione di una Commissione della verità e della riconciliazione.

Queste erano le “rivoluzionarie” richieste della «Charta 08»: il solo leggerne l’elenco credo risulti esaustivo di cosa mancasse nel 2008 al popolo cinese, tanto da spingere più di trecento intellettuali a redigere un documento tanto compromettente, pur di lottare per la libertà. Non solo: il governo cinese, tuttora, avversa apertamente anche le più elementari libertà d’espressione, dal momento che continua a redigere leggi sempre più restrittive nei confronti della Rete (ad esempio, recentemente, con la connivenza della Apple, secondo le leggi in vigore nel Paese, l’iCloud non sarà più controllato da Cupertino, bensì, da un megaserver, controllato dai cinesi). Nel frattempo, il regime oscura ogni notizia su di lui, comprese le discussioni aperte online e metà del Paese è totalmente all’oscuro che egli sia morto in ospedale per cancro al fegato. Pare proprio che il governo cinese non si accontenti dell’accanimento su di lui da vivo, ci tiene ad offuscarne persino la memoria, arrivando ad affermare che il Nobel per la Pace del 2010 (assegnatogli in contumacia, poiché già recluso) sia “una blasfemia”.
L’Occidente del resto, pare non si sia particolarmente prodigato per lui e per i diritti umani in Cina, dato che si è ricordato solo ora, alla morte del marito, della detenzione, contraria ad ogni diritto umano della moglie Xia, incarcerata unicamente in quanto fedele compagna di un dissidente.
Mi è venuto spontaneo pensare a Dante e alle parole d’incoraggiamento che gli rivolge il suo avo Cacciaguida, incontrato nel diciassettesimo canto del Paradiso: non è solo la descrizione di Dante, ma anche quella di ogni intellettuale che cerchi di essere onesto e creda veramente nei propri ideali.

«Coscienza fusca
o de la propria o de l’altrui vergogna
pur sentirà la tua parola brusca.
Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,
tutta tua vision fa manifesta;
e lascia pur grattar dov’è la rogna.

Ché se la voce tua sarà molesta
nel primo gusto, vital nodrimento
lascerà poi, quando sarà digesta.

Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime più percuote;
e ciò non fa d’onor poco argomento.
(Dante, Paradiso, Canto XVII, vv. 124 – 135).
È impossibile non sentirsi piccoli piccoli, di fronte a storie come quella di Liu Xiaobo, soprattutto, ripensando ai nostri piccoli calcoli strategici su cosa dire e cosa invece tacere, per il nostro miglior interesse lavorativo e sociale. Perché, pur non essendoci un vero e proprio tribunale per il reato d’opinione in Paesi come il nostro, è altresì vero che è sempre in agguato lo stigma collettivo, quando non sei allineato al pensiero comune (quello che è considerato giusto dall’élite culturale che segue la moda attuale).
La realtà è che, in ogni luogo, la vera ed autentica libertà d’espressione è sempre un ideale da perseguire con fiducia e speranza – e non una realtà già in atto -.
Il motivo lo analizza molto significativamente, Francesco Scisci, editorialista di Asia Times, in un’intervista rilasciata di recente a Il sussidiario : oggi nessuno scenderebbe più in piazza a protestare per la mancanza di libertà o la privazione di fondamentali diritti umani, come a Tienanmen, nel 1989. Qualche soldo in più ha comprato il silenzio: la libertà, d’altronde, ha sempre richiesto un tributo in coraggio e sacrificio, che non tutti sono disposti ad offrire.
«Se la libertà di stampa significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire» (George Orwell). Dovremmo ricordarcelo tutti: sicuramente, a partire da giornalisti ed operatori del mondo dell’educazione, ma anche ogni altra persona.
Perché a ciascuno è chiesto di veicolare la verità di cui viene a conoscenza. Soprattutto, se è scomoda.
Non facciamo il gioco di chi vuole tenere in scacco la libertà, non facciamoci fregare:

diffondiamo notizie come questa!

“No Vasco io non ci casco…”

11 Luglio 2017 Commenti chiusi

di Rino Cammilleri
www.lanuovabq.it del 3 luglio 2017

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«No, Vasco, no, Vasco, io non ci casco…». Così cantava qualche anno fa Jovanotti (un’altra «icona» della gioventù contemporanea da qualche decennio) e così verrebbe di cantare anche a me se non fosse che ho la stessa età del Rossi (il cognome nazionale) e, a differenza di lui, di cantare non mi va più. A sessantacinque anni un uomo normale sente tutto il peso della vita, vita la cui gran parte ha ormai alle spalle. E pure lui dovrà pur sentirlo, perché l’anagrafe è spietata. Anche se, per esigenze di copione, deve continuare a fare quel che fanno i dinosauri del rock, che a settant’anni seguitano ad agitarsi sul palco (come notava Ernesto Galli Della Loggia in un suo vecchio editoriale sul Corsera).

Gianni Morandi, settantadue, dal palco c’è pure caduto l’altroieri (ma poi ci è risalito: the show must go on). Il Gianni, pur con le rughe, ha conservato nell’aspetto una faccia e una silhouette giovanilistica, e pure la folta pettinatura, che per ovvi motivi ha dovuto tingere di rosso tiziano. Con Vasco Rossi il dna è stato più inclemente: pancetta accentuata, calvizie da nascondere sotto il cappellino e che il pizzetto brizzolato invano cerca di compensare. Ma che importa ai fans? Se uno è dio, è dio.

Esageriamo? No: «divo» vuol dire proprio divinità. E qualche anno fa mise a rumore il web il post di alcune ragazzine che, avallate dal padre divertito e compiaciuto, inneggiarono a Vasco in tal senso («Sei un dio»). E non c’è divinità (o «idolo», fate voi) che non richieda sacrifici. Nel megaconcerto di Modena i fans (da «fanatic») i sacrifici li hanno fatti, eccome. Dalle sei della mattina in piedi sotto il sole, per un «evento» che cominciava alle otto e mezza di sera. Restrizioni a non finire, perché la polizia, giustamente, non voleva situazioni alla Torino (panico e gente calpestata, anche a morte) o, peggio, alla Manchester (terrorismo). Così, anche le bottigliette d’acqua dovevano essere prive di tappo e la gente ha dovuto depositare pure le chiavi di casa. Più di duecento sono stati colpiti da malore, uno è perfino morto d’infarto.

Ma per Vasco questo e altro. Confesso che conosco poche canzoni del Rossi nazionale. Ricordo soprattutto la prima, Vita spericolata, che fece dire a Nino Manfredi, presente a quell’edizione di Sanremo: «Ahò, se questo vuole una vita piena di guai, gliene dâmo un poco de li nostri!». E’ arrivato in elicottero, come il papa. E, come il papa (Wojtyla) ha esortato a non avere paura. Be’, non ha torto: ci sono almeno duecentotrentamila persone che pendono letteralmente dalle sue labbra, e quel che dice Vasco per loro è vangelo.

Nei primi anni Settanta il cantautore scozzese Donovan fu processato (anche lui) per droga. Il giudice gli disse pressappoco così: contro l’uso delle droghe. Naturalmente, da quel momento il suo successo intraprese la via del “Lei ha una grande influenza sui giovani, cerchi di usarla per il bene. Donovan ne rimase molto impressionato e, scontata la condanna, pubblicò un album doppiodeclino.

Tanto che, di quello che era considerato a quei tempi l’anti-Dylan, oggi è scomparso perfino il ricordo. E dire che, ai suoi tempi, veniva utilizzato perfino per la pubblicità del dentifricio («Are you a Donofan?») e, quanto a creatività, altro che Vasco. Epperò a quei tempi i concerti andavano a farseli in località deserte come Woodstock o l’isola di Whigt, e nessuno si sognava di interrompere le messe e i funerali o paralizzare una città intera per quelle che, la si giri come si vuole, sono solo canzonette.

charlie deve morire

28 Giugno 2017 Commenti chiusi

da www.lanuovabq.it—–
Ermes DOVICO
28 giugno 2017

La strada perché i malati vengano obbligati a morire è spianata.
Con una decisione a maggioranza resa nota attraverso un comunicato stampa ieri pomeriggio e il cui testo completo sarà diffuso oggi, la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), composta nell’occasione da sette giudici, ha dato ragione ai tribunali britannici e stabilito che il Great Ormond Street Hospital può staccare il supporto vitale di Charlie Gard, il bambino di dieci mesi affetto da una rara malattia genetica, che i genitori Chris e Connie avrebbero voluto portare negli Stati Uniti per un trattamento sperimentale. La Cedu ha dichiarato inammissibile il ricorso della famiglia e ritirata perciò la misura che prorogava le cure per il piccolo.

L’ospedale londinese ha comunicato ieri che non staccherà subito il respiratore. Probabilmente, come scritto in precedenza sul suo stesso sito, attenderà qualche giorno prima di togliere la ventilazione assistita e poi procederà con delle cure palliative. Il tutto mentre i siti inglesi riferiscono come i genitori, ricevuta notizia della decisione, siano “inconsolabili”. Dopo una battaglia estenuante per difendere il diritto alla vita del figlio, non potrebbe essere altrimenti. È già inconcepibile pensare che si debba ricorrere alla giustizia per domandare che il tuo bambino possa vivere, figuriamoci lo sconforto se quattro tribunali – uno dopo l’altro – te lo condannano a morte.

“La decisione è finale”, hanno sentenziato i giudici di Strasburgo, che affermano di aver tenuto conto del “considerevole margine di manovra lasciato alle autorità nella sfera che riguarda l’accesso alle cure sperimentali per malati terminali e nei casi che sollevano delicate questioni morali ed etiche, ripetendo che non è compito della Corte sostituirsi alle competenti autorità nazionali”.

Strano che questa incompetenza della Cedu, emanazione del Consiglio d’Europa e che dovrebbe garantire il rispetto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, non sia stata affermata in diverse altre rilevanti questioni morali, in cui ha di fatto ignorato le norme nazionali favorendo la diffusione del pensiero unico, innanzitutto riguardo all’agenda omosessualista. Nel caso di Charlie, l’osservanza di quella Convenzione da parte della Cedu avrebbe richiesto come logica conseguenza l’ordine di proseguire le cure, visto che le corti britanniche ne hanno violato ben quattro articoli, cioè l’articolo 2 (diritto alla vita), 5 (diritto alla libertà), 6 (diritto a un giusto processo) e 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare). Invece, i giudici di Strasburgo sono arrivati a scrivere che le sentenze dei loro colleghi del Regno Unito sono state “meticolose, complete”.


Purtroppo, va constatato che quest’ultima decisione è sì spaventosa, ma non sorprende più. Semmai, segna un terribile “salto di qualità” di una cultura mortifera che sta demolendo l’Occidente da almeno mezzo secolo a questa parte, ratificata dalle varie leggi contro la vita e la famiglia che sono state approvate nei nostri Paesi e che ora sono approdate alla richiesta dell’eutanasia come forma di “libertà”. Un inganno diabolico, nel senso letterale del termine. Laddove viene meno l’umana pietà, che può trovare linfa solo nell’amore irradiante di Cristo crocifisso, non c’è legge civile che tenga, per quanto chiara possa essere, non ci sono paletti che possano arginare il dilagare del male.

Quell’amore gratuito l’Europa lo sta rifiutando con crescente disprezzo, sostituendolo con un nichilismo che non ammette speranza. È per questo nulla che ci ritroviamo adesso in una situazione in cui prima tre diversi tribunali britannici e poi una corte sovranazionale hanno apertamente e spudoratamente calpestato precise norme nazionali e internazionali, negando a un bimbo di pochi mesi il diritto di ricevere le cure necessarie per vivere, ratificando il suo sequestro all’interno dell’ospedale che avrebbe avuto il dovere di curarlo, strappandolo alla potestà dei suoi genitori, sostituiti arbitrariamente da un tutore che ha chiesto in continuazione di far morire Charlie.

Al bambino e alla sua famiglia è stato negato perfino il diritto a un giusto processo: ricordiamo che la Corte Suprema aveva tenuto un’udienza lampo, negando una revisione completa, e ora la Cedu si è fermata a una “prima analisi” del ricorso. La Cedu non ha aspettato nemmeno la scadenza della proroga sul mantenimento delle cure che la Corte Suprema, accettando con riluttanza la temporanea richiesta degli stessi giudici di Strasburgo, aveva fissato alla mezzanotte tra il 10 e l’11 luglio. Come se la vita di Charlie non valesse nemmeno qualche giorno di riflessione in più. Come se ci fosse fretta di eliminare un innocente inerme, amato dai genitori e dalle decine di migliaia di persone che hanno combattuto e pregato per il suo diritto alla vita, contro una giustizia ribaltata e uno Stato che ricordano i regimi totalitari, che decidono chi è degno di vivere e chi no, con la differenza che oggi il linguaggio della propaganda è diventato perfino più subdolo e usa espressioni come “dignità nel morire” e “miglior interesse del bambino”.

Una propaganda contemporanea che sta addormentando le coscienze di troppi, convinti che il potere ci voglia dare la libertà dell’“autodeterminazione”, al punto da non aprire gli occhi nemmeno quando quello stesso potere decreta l’uccisione dei bambini come Charlie, dei nostri figli, dei nostri fratelli. Dei nostri disabili e anziani. È un potere che ragiona ormai solo in termini di numeri, efficienza e “costi”, veicolando una cultura dove per il senso dell’umano non c’è più spazio.

Questa cultura che pretende di spezzare il legame inscindibile tra creatura e Creatore ormai pervade tutto. Basti ricordare che appena cinque anni fa tantissimi si scandalizzarono – giustamente – a sentire le argomentazioni di due bioeticisti italiani, secondo i quali uccidere un bambino dopo la nascita è eticamente accettabile in tutti i casi in cui è consentito l’aborto. Allora pochi notarono che anche quest’ultimo è infanticidio. Oggi siamo arrivati al punto che diversi giornali e cittadini comuni non solo non si scandalizzano, ma addirittura giustificano l’ordine di infanticidio emesso su Charlie.

A monte del cortocircuito della giustizia di cui sopra, va poi ricordato che ci sono i medici che hanno seguito il caso di Charlie e tradito la loro vocazione. Gli ospedali nacquero grazie alla diffusione del cristianesimo, si moltiplicarono nel Medioevo quando venivano chiamati “Case di Dio”, con i cristiani che iniziarono a dedicarsi alla cura di tutti gli ammalati, senza distinzioni, perché nel volto dell’ammalato scorgevano Cristo sofferente. E sentivano risuonare il richiamo potente e amorevole delle Sue parole: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Se l’Europa non tornerà cristiana, nessun malato sarà più al sicuro. Intanto, noi dobbiamo continuare a pregare con fede salda. Lo dobbiamo a Charlie, ai fratelli più piccoli e a noi stessi. “O Dio, vieni a salvarmi. Signore vieni presto in mio aiuto”.

costretto a dire la verità

28 Giugno 2017 Commenti chiusi

I dialoghi privati tra Satana e l’esorcista Padre Gabriele Amorth.
Il diavolo e Padre Amorth, il più noto degli esorcisti, scomparso recentemente all’età di 91 anni,in più occasioni si sono fronteggiati.
Amorth lo ha ascoltato: discussioni dure, aspre, piene di bugie.
Perché


l’azione del demonio si fonda sulla menzogna.

LA REPLICA DEL DIAVOLO

Scriveva Fabio Marchese Ragona, curatore del blog “Stanze vaticane”:
«Nel corso di un esorcismo Amorth gli aveva domandato quando sarebbe uscito dal corpo della ragazza posseduta. Il diavolo gli rispose che sarebbe rimasto fino all’8 dicembre. Così in realtà non fu, e quando padre Gabriele gli rimproverò la bugia, il diavolo di rimando rispose: “non te lo hanno mai detto che sono bugiardo?”» (Faro di Roma, settembre 2016).

COME INTERROGARLO?

A la Luce di Maria (maggio 2015), il sacerdote confidava che «gli esorcisti interrogano il demonio e ne ottengono risposte. Ma se il demonio è il principe della menzogna, che cosa di utile si può ottenere ad interrogarlo?

E vero che le risposte del demonio vanno poi vagliate. Ma talvolta il Signore impone al demonio di dire la verità, per dimostrare che Satana è stato sconfitto da Cristo ed è anche costretto a ubbidire ai seguaci di Cristo che agiscono nel suo nome».

L’UMILIAZIONE PEGGIORE

Spesso il maligno, evidenziava Amorth, «afferma espressamente di essere costretto a parlare, cosa che fa di tutto per evitare. Ma, ad esempio, quando è costretto a rivelare il suo nome, è per lui una grossa umiliazione, un segno di sconfitta. Guai però se l’esorcista si perdesse dietro a domande curiose (che il Rituale espressamente vieta) o se si lasciasse guidare in una discussione dal demonio! Proprio perché è maestro di menzogna, Satana resta umiliato quando Dio lo costringe a dire la verità».

“IO SONO PIU’ FORTE DI DIO”

In un’intervista ad Urlo magazine (2009), Amorth confessa: «Una volta mi è capitato di chiedere ad un demone per quale motivo, nonostante la sua intelligenza superiore, avesse preferito la discesa negli inferi; lui ha risposto: “io mi sono ribellato a Dio, quindi ho dimostrato d’esser più forte di lui”. Dunque per loro la ribellione è il segno della vittoria e della superiorità».

Leggi anche: Il testamento spirituale di padre Amorth nell’ultima e inedita intervista
“HO PIU’ PAURA QUANDO NOMINI LA MADONNA…”

Sul suo libro L’ultimo esorcista – ripreso da diversi blog tra cui Gloria Tv e Testimonianze di fede – è riportato integralmente un dialogo tra l’esorcista e il diavolo.

Padre Amorth: “Quali sono le virtù della Madonna che più ti fanno rabbia?

Demonio: “Mi fa rabbia perché è la più umile di tutte le creature e io sono il più superbo; perché è la più pura di tutte le creature e io non lo sono, perché è la più ubbidiente a Dio di tutte le creature e io sono il ribelle!

Padre Amorth: “Dimmi la quarta qualità per cui hai tanta paura della Madonna che ti spaventi di più quando nomino la Madonna che quando nomino Gesù Cristo!”

Demonio: “Ho più paura quando nomini la Madonna perché sono più umiliato ad essere vinto da una semplice creatura anziché da Lui…”

Padre Amorth: “Dimmi la quarta qualità della Madonna che ti fa più rabbia!”

Demonio: “Perché Mi vince sempre, perché non è mai stata sfiorata da alcuna colpa di peccato!”

«Durante un esorcismo – ricorda ancora Amorth – attraverso la persona posseduta, Satana mi ha detto: Ogni Ave Maria del Rosario, è per me una mazzata in testa; se i cristiani conoscessero la potenza del Rosario, per me sarebbe finita!»

IL PRIMO INCONTRO

Su Libero (3 febbraio 2012), l’esorcista rammenta il suo primo incontro con Satana. E’ accaduto durante un esorcismo:

«D’un tratto ho la netta sensazione della presenza demoniaca davanti a me. Sento questo demonio che mi fissa. Mi scruta. Mi gira intorno. L’aria è diventata fredda. C’è un freddo terribile. Anche di questi sbalzi di temperatura mi aveva preavvertito padre Candido. Ma un conto è sentire parlare di certe cose. Un conto è provarle. Cerco di concentrarmi. Chiudo gli occhi e a memoria continuo la mia supplica. “Esci, dunque, ribelle. Esci seduttore, pieno di ogni frode e falsità, nemico della virtù, persecutore degli innocenti. Lascia il posto a Cristo, in cui non c’è niente delle tue opere” (…)».