“…se l’uomo non fosse assetato di bellezza…”

20 Maggio 2013 Nessun commento

“All’inizio c’è stato un triplo salto mortale: mi sono licenziata dal Teatro alla Scala dove ero étoile del Corpo di ballo per diffondere capillarmen­te la danza e portare questa forma d’arte in mez­zo alla gente, fuori dai grandi teatri, nei piccoli centri, nei cinema, nelle piazze». Da allora so­no passati 35 anni. Liliana Cosi ha viaggiato in­stancabilmente per il mondo «per portare lin­fa e nutrimento alla parte spirituale dell’uomo che non è fatto solo di materia. La Creazione non sarebbe così bella

se l’uomo non fosse as­setato di bellezza».

Era il 1978 quando la balle­rina milanese con Marinel Stefanescu – che per questa avventura ha detto addio all’Opera di Zurigo – ha fondato la Compagnia di balletto classico: da allora i due artisti, prima come bal­lerini e ora come maestri, hanno portato la dan­za in 460 città italiane e cinquanta piazze nel mondo mandando in scena oltre duemila spet­tacoli. Oggi la Compagnia di balletto classico, che conta un organico di 13 ballerini solisti, fe­steggia i 35 anni di attività al Teatro Valli di Reg­gio Emilia, città dove la compagnia ha sede e do­ve, sempre nel 1978, è nata una Scuola di dan­za: stasera va in scena –Risveglio dell’umanità– .

«Una delle trenta coreografie – racconta Lilia­na Cosi – create in questi anni da Stefanescu. U­no spettacolo del 1986 che parla della riconci­liazione dell’uomo con la natura. Dopo averlo danzato in tutto il mondo, lo riportiamo a ca­sa, pronti, però, a ripartire per nuove sfide».

Un bel coraggio, signora Cosi, specie in un mo­mento in cui la crisi impone taglia anche al­l’arte: è di questi giorni la notizia della chiusura di Maggiodanza.

La solita miopia di fare i tagli nel campo della cultura non capendo che, invece, è un antido­to alle brutture della società e mette i nostri gio­vani al riparo da sbandate e cattivi maestri. Ta­gliare sulla cultura significa lavorare contro il futuro della società.

Cosa significa per voi festeggiate trentacinque anni di attività?

Significa che siamo riusciti a resistere al grigio­re telematico e industriale che oggi circonda tutto credendo nei valori della bellezza che l’ar­te ogni giorno ci fa vivere. Con Stefanescu ab­biamo voluto partire dal linguaggio classico, quello nel quale ci siamo formati, per creare un nuovo classico: non più le fiabe del balletto ot­tocentesco, ma temi con i quali scavare a fon­do nell’esistenza dell’uomo: sono nati così Pa­tetica , Radici e Risveglio dell’umanità . Mi han­no guidato il dono della fede e la spiritualità di Chiara Lubich che abbraccia tutta la vita del­l’uomo, ogni suo modo di esprimersi, arte e danza comprese.

Come è stata accolta questa vostra rivoluzio­ne?

Sempre con entusiasmo, abbiamo raccolto molti frutti, ultimo in ordine di tempo l’entu­siasmo con il quale siamo stati accolti nella re­cente tournée in Russia che ci ha portati a bal­lare a Ufa, la città di Nureyev.

Quali i momenti da incorniciare in questi tren­tacinque anni?

Quando nel 1983 siamo stati la prima compa­gnia di balletto a danzare in Vaticano davanti a Giovanni Paolo II, quando nel 1987 ci siamo av­venturati nella Cina popolare e quando in piaz­za Duomo a Milano abbiamo ballato davanti a 10mila persone.

Ci saranno state difficoltà?

Moltissime, soprattutto a livello economico, ma le abbiamo superate grazie all’unità di intenti che ci ha sempre sostenuto. Il mio sogno è sem­pre stato quello di offrire una scuola gratuita per tutti ripensando alla mia storia: sono di­ventata ballerina perché allora la Scuola di bal­lo della Scala era gratuita altrimenti i miei non avrebbero avuto le possibilità di farmi studia­re. Ma non è possibile.

Le istituzioni non vi aiutano in questo ruolo e­ducativo?

Riceviamo scarsissimo sostegno, e non capia­mo il perché, dalle istituzioni locali come Re­gione Emilia Romagna, Provincia e Comune di Reggio Emilia. In molti privati, però, credono in noi. Per sopravvivere dobbiamo far pagare una retta ai nostri ottanta studenti che vengono da tutta Italia e che seguiamo in sala da ballo, ma soprattutto fuori, in convitto e a scuola: sono convinta che la danza non è il fine ultimo del­la vita, ma un mezzo e cerco di far capire ai ra­gazzi che prima di tutto loro hanno un valore in quanto persone.
(AVVENNIRE 17 maggio 2013 Pierachille Dolfini)

“non condividere = derubare”

18 Maggio 2013 Nessun commento

Il vitello d’oro ha cambiato nome ma esiste ancora. Nel terzo millennio si «chiama feticismo del denaro» o «dit­tatura dell’economia senza volto né sco­po realmente umano». Anche la Torre di Babele ha avuto un’evoluzione simile. Rac­conta, infatti, un midrash ebraico che du­rante la sua costruzione il valore dei mat­toni aveva superato di gran lunga quello degli uomini. Così oggi mentre in quelle moderne torri che sono i grattacieli a spec­chio della finanza si tengono «grandi riu­nioni internazionali», in molti Paesi del cosiddetto terzo mondo «si muore di fa­me ». E in ogni caso il risultato è sempre lo stesso: la «negazione del primato dell’uomo».
Papa Francesco usa im­magini bibliche per de­scrivere la situazione at­tuale. E soprattutto per chiedere

«una riforma fi­nanziaria che sia etica
e che produca a sua volta u­na riforma economica sa­lutare per tutti».

Lo fa in due interventi, entrambi pronunciati ieri, che appaiono legati l’uno all’altro come le due facce di una stessa medaglia. Il primo (un vero e proprio discorso, che Avvenire pubblica integralmente) rivolto agli am­basciatori di Kyrgyzstan, Antigua e Bar­buda, Lussemburgo e Botswana (Paesi ric­chi e poveri, dunque. E questo ne ampli­fica, se possibile, l’efficacia). Il secondo (che è più un botta e risposta a braccio), durante l’incontro con il Comitato ese­cutivo di Caritas Internationalis, organi­smo al quale il Pontefice ha chiesto di es­sere sempre più (come l’intera Caritas a ogni livello) «la carezza della Chiesa al suo popolo».

Le parole di papa Francesco appaiono co­me una attualizzazione dell’enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate e di di­versi altri atti di magistero, non ultima u­na nota pubblicata nel 2008 dal Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, e ap­provata dalla Segreteria di Stato, che chie­deva «un nuovo patto finanziario inter­nazionale per affrontare la crisi». Richie­sta che ora il Pontefice fa sua, fondando­la – proprio come papa Ratzinger nella sua enciclica – su una precisa notazione. La crisi, ricorda Francesco, ha origine nel rifiuto di quell’etica che «dà fastidio», per­ché ricorda l’esatto ordine dei fattori. L’uomo al primo posto, soprattutto i po­veri, poi tutto il resto, compreso il dena­ro. Per questo il Pontefice sottolinea:

«Il denaro deve servire e non governare».


E per questo, citando San Giovanni Criso­stomo, (Crisostomo = dalla bocca d’oro) afferma:

«Non condividere con i poveri i propri beni è derubarli».

Il santo «dalla bocca d’o­ro » ritorna con un’altra citazione («onorare il cor­po di Cristo che sono i poveri») anche nel dialo­go con i membri della Ca­ritas Internationalis, du­rante il quale il Papa, svi­luppando il precedente intervento, spiega qual è la posta in gioco. «Oggi è in pericolo l’uomo, la persona umana». E riprendendo una suggestione appena ac­cennata nel primo discorso afferma: «Si è instaurata la cultura dell’usa e getta; quel­lo che non serve si getta nella spazzatura: i bambini, gli anziani (con questa euta­nasia nascosta che si sta praticando) i più emarginati. Questa è la crisi che stiamo vivendo».

E di fronte a questa crisi la Chiesa conti­nuerà a fare la sua parte. «Una Chiesa sen­za la Carità non esiste – sottolinea infatti il Papa –. E la Caritas è la carezza della Ma­dre Chiesa ai suoi figli; la tenerezza, la vi­cinanza ». Perciò «la spiritualità della Ca­ritas è la spiritualità della tenerezza» che «noi abbiamo escluso dalla Chiesa». E che Francesco, nel ricordare che «la Chiesa è fondamentalmente madre», chiede pro­prio alla Caritas di aiutarla a «recuperare».
(Mimmo Muolo AVVENIRE 17 maggio 2013 )

“…anch’io voglio essere come loro..”

14 Maggio 2013 Nessun commento

Mi chiamo Petar, ho ventisette anni e vengo dalla Croazia.
Voglio ringraziare il Signore per il miracolo della vita nuova che ho ritrovato in questo cammino.
Se guardo a come ero alcuni anni fa, mi rendo conto come fossi ormai perso, senza volontà di cambiare il mio modo di vivere e sempre alla ricerca di qualcosa di più… che alla fine trovavo immancabilmente nelle cose sbagliate. Con i miei amici dovevo farmi vedere chi non ero in realtà semplicemente per essere accettato, e già da qui sono nati i primi problemi: ho cominciato a mettermi le “maschere” e ad essere quello che non sono.
I miei genitori mi hanno sempre voluto bene, però visto che erano separati, io cambiavo sempre casa. Visitando un po’ l’uno e un po’ l’altro ho incominciato a “sfruttare” il loro bene e i loro sensi di colpa, facendomi riempire di cose materiali.
A quindici anni avevo tantissime domande, c’era un mondo di dubbi e di ricerche che portavo nel cuore, volevo qualcosa che desse senso alla mia vita e cercavo un modo per “scaricare” tutta la sofferenza che vivevo dentro. Così alle scuole superiori ho avuto il primo contatto con le droghe “leggere”, ho cominciato a scappare dalla classe, a uscire tutte le sere fino a tardi, a bere… Per me questo era essere libero e sentirmi qualcuno, mi sembrava che quella fosse la vita che avevo sempre cercato e che finalmente avevo trovato. Non ho mai pensato di avere dei problemi o di essere un tossico: io mi stavo solo divertendo! Non vedevo che tutto questo mi stava allontanando dalla mia famiglia, da mio fratello e da tutti quelli che mi volevano bene.
Alcuni anni dopo, grazie ai miei genitori, mi sono trovato davanti alla porta della fraternità “Campo della vita” a Medjugorje: ero tossicodipendente di eroina, disperato e cercavo aiuto. Quello che sembrava un divertimento era diventato un inferno.
All’inizio del mio cammino in Comunità guardavo alla mia vita come ad un grande fallimento, mi sembrava che tutto intorno a fosse crollato e non ci fosse più speranza. Ricordo bene che i primi giorni non accettavo di essere finito in un posto come la Comunità, avevo paura di cosa sarebbe stato di me: vedere i ragazzi in cappella pregare con il rosario in mano, sentirli cantare al Signore era strano, ma quello che mi è rimasto impresso dei primi giorni era che avevano sempre il sorriso! Vedevo che stavano bene, erano contenti, liberi, aperti, nei loro occhi c’era una luce vera e mi sono detto: “Anch’io voglio essere come loro, normale”.
Grazie all’amicizia che ho scoperto in Comunità, sono ancora qui a condividere il cammino con tanti altri giovani ai quali desidero trasmettere e restituire tutto il bene ricevuto. Ringrazio tutti i ragazzi che mi hanno insegnato a pregare, a condividere, a vivere nella verità, ad essere me stesso. Oggi sono contento perché vivo delle cose belle e pulite, perché ho scoperto la vita semplice e vera. Ho imparato ad affrontare i miei problemi, ad essere amico di me stesso, a voler bene agli altri.
Ringrazio la Madonna per tutti i buoni desideri che ha seminato nel mio cuore in questi anni, e perché oggi sono vivo. Grazie!
(www.comunitacenacolo.it)

ancora una “piaga di Egitto”?

7 Maggio 2013 Nessun commento


La piaga biblica delle cavallette salta subuto in mente, e le cavallette non si fermano, dopo l’ Egitto, colpita anche Israele, il Madagascar e la Russia
La storia insegna che non è certo un evento positivo se vogliamo leggerlo da questo punto di vista e, del resto, vi confesso che mi vengono i brividi solo a pensarci. Immaginate migliaia di cavallette che vi vengono incontro come nel peggiore degli incubi e vi sfido a rimanere impassibili. In Israele, in pratica è avvenuto ciò che sembra avvicinarsi troppo alla “piaga” d’Egitto e c’è chi vuole vederci una punizione divina dietro l’accaduto. In pratica il Paese è stato invaso da centinaia di migliaia di cavallette che hanno infestato in particolare il Negev, nella parte sud dell’area israeliana.

In verità, non è la prima volta che si registra una situazione del genere in loco, ma certo fa sempre una certa impressione e poi mai come questa volta ha avuto un tam tam mediatico di una certa rilevanza e la new ha fatto immediatamente il giro del mondo. L’ultima volta le cavallette erano arrivate nel 2005 e da allora silenzio. Adesso è invece necessario adottareimmediatamente qualche misura per contrastare i loro effetti devastanti sui campi ed anche per questo il passaggio è sempre visto come una sciagura.


In effetti, lo stesso ministero dell’agricoltura ha adottato immediatamente tutte le misure necessarie per cercare di contrastare la minaccia che è piuttosto seria. Le locuste infatti, con il loro passaggio distruggono praticamente quasi tutto quello che incontrano, rendendo inutile il lavoro di mesi e le colture inutilizzabili. Più che altro è il loro incredibile numero a causare dei danni. Pensate che uno sciame di questi insetti arriva a contenere fino a 10 milioni di esemplari nello spazio di un chilometro quadro. In più le cavallette sono veramente ingorde e divorano tutto quello che incontrano. Per loro vanno bene foglie, fiori, frutta, semi e corteccia. La preoccupazione, insomma, è notevole ma Israele ha già messo in atto tutti i sistemi che salveranno per quanto possibile il settore agricol0, pure di fronte questa inaspettata minaccia.

Lo sciame era partico dalle regioni nord del Sudan
Da una breve agenzia rilasciata dalla Voce della Russia, si apprende che in Egitto è stato dichiarato lo stato di emergenza a causa di una massiccia invasione di cavallette in diverse aree meridionali del Paese. Nei giorni scorsi, gli sciami di locuste avevano già invaso le regioni agricole del nord del Sudan, attaccando le colture invernali e numerosi frutteti. Secondo il rapporto della FAO, gli sciami di insetti sarebbero almeno sei.

Lo scorso lunedì 17 febbraio gli sciami hanno raggiunto la città di Zafarana, nei pressi del Mar Rosso, circa 200 chilometri da Il Cairo. Martedì, le voraci cavallette già avevano raggiunto la cittadina di Qena, più altri tre villaggi principali. Ora si teme che le locuste possano rapidamente raggiungere le località turistiche sul Mar Rosso di Hurghada e Marsa Alam, per poi muoversi verso le grandi città del Delta del Nilo.

Secondo quanto riportato da Ahramonline, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) raccomanda alle amministrazioni egiziane di rimanere in massima allerta e fare ogni sforzo per contrastare l’infestazione.

Sciami contententi decine di milioni di insetti sono in grado di volare per più di 150 chilometri al giorno e una locusta femmina può deporre anche 300 uova nel corso della sua vita. “La locusta del deserto è un parassita molto difficile da controllare”, ha spiegato Mamoon AlAlwi, segretario della Commissione FAO per il controllo delle locuste del deserto nella regione centrale (che comprende Egitto, Sudan, Arabia Saudita, Eritrea, Etiopia, Oman e Yemen), in un intervista rilasciata a Middle East Online.

“Le risorse limitate per il monitoraggio e il controllo delle locuste, e i disordini politici all’interno dei paesi colpiti, riduce drammaticamente la nostra capacità di intraprendere operazioni di sorveglianza e controllo”.

Secondo AlAlawi, è difficile che la minaccia possa trasformarsi in una crisi umanitaria, anche perchè le coltivazioni invernali volgono al termine. Tuttavia, si teme che il numero delle locuste possa aumentare con il miglioramento delle condizioni climatiche, favorendo la riproduzione degli insetti.

Gli esperti spiegano che la direzione del vento sarà uno di quei fattori decisivi nel determinare il pericolo effettivo per alcune aree specifiche, come il Delta del Nilo. “In quel caso la situazione potrebbe diventare pericolosa”, continua AlAlawi, poichè gli insetti potrebbero riprodursi nelle zone dedicate alle produzioni agricole primaverili.

Intanto il governo egiziano cerca di arginare l’ondata famelica con “tutte le misure necessarie”. Alcune squadre di controllo sono state dispiegate nelle zone colpite e gli elicotteri militari sono impegnati a spruzzare insetticidi sulle zone non residenziali. Tuttavia, il caso politico che sta vivendo l’Egitto complica notevolmente la velocità e l’efficacia delle operazioni d’intervento.

L’ex ministro dell’Agricoltura Salah Youssef, il quale ha svolto il suo breve incarico come ministro nei primi mesi del 2011, sulla scia della Primavera Araba, ha dato una lettura particolare di quello che sta succedendo in Egitto: “La piaga delle cavallette sembra essere la volontà di Dio”, ha detto. “Dobbiamo accettare, ce lo meritiamo”, ha concluso, facendo riferimento alla difficile crisi politica che il paese sta attraversando.

L’Egitto è il più grande produttore di grano dell’Africa, con una produzione che si aggira sulle 8,5 milioni di tonnellate all’anno. Il paese vanta una superficie coltivabile estremamente fertile pari a 3,6 milioni di ettari di terreno, il che significa che il paese rischia grosso se le cavallette dovessero moltiplicarsi. Secondo la FAO, una tonnellata di locuste è in grado di divorare la stessa quantità di cibo consumata da 2500 persone in un solo giorno.

Invasione di cavallette in Madagascar

Secondo un’agenzia delle Nazioni Unite, una grave invasione di locuste sta infestando circa la metà del Madagascar, minacciando le colture e provocando una seria carenza alimentare.

L’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura delle Nazioni Unite (FAO) fa sapere che la distruzione di miliardi di piante divorate dagli insetti potrebbe causare fame per il 60% della popolazione.

La FAO aggiunge che sono necessari circa 14,5 milioni di euro per combattere la peste in un paese dove molte persone sono povere. Si tratta della peggiore invasione di cavallette che ha colpito l’isola dal 1950.

Secondo il resoconto riportato sul sito della BBC, Annie Monard, esperta per il controllo delle locuste della FAO, ha fatto sapere che l’invasione rappresenta una gravissima minaccia per l’isola dell’Oceano Indiano. “L’ultima invasione è avvenuta nel 1950 e durò ben 17 anni. Se non interveniamo, quella attuale potrebbe durare dai 5 ai 10 anni, a seconda delle condizioni”, spiega la Monard.

Quasi il 60% della popolazione dell’isola, 22 milioni di persone, potrebbero essere subire un significativo peggioramento delle condizioni alimentari. “Attualmente, circa la metà del paese è sotto l’attacco degli sciami volanti. Si calcola che ogni sciame è composto da miliardi di voraci insetti”, spiegano alla FAO. Si stima che circa i due terzi delle produzioni agricole del paese potrebbero essere compromesse entro settembre 2013 se non si interviene immediatamente.

Per organizzazione una campagna di disinfestazione sarebbero necessari 14,5 milioni di euro e intervenire entro giugno per scongiurare il peggioramento della situazione. L’invasione minaccia i pascoli per il bestiame e le coltivazioni di riso, l’alimento basilare del Madagascar.

L’85% della popolazione dell’isola vive con meno di un dollaro al giorno e la pestilenza potrebbe seriamente aggravare questo dato determinando un’elevata insicurezza alimentare e una crescita della malnutrizione.

Il centro di controllo per le locuste in Madagascar aveva già irrorato circa 30 mila ettari di terreno lo scorso ottobre, ma il ciclone che ha colpito l’isola nel febbraio del 2013 ha peggiorato la situazione. Secondo la FAO, non solo il ciclone ha danneggiato buona parte delle colture del paese, ma ha creato anche le condizioni ottimali per la moltiplicazione delle locuste.

Invasione di cavallette in Russia
I contadini si vedono costretti a fronteggiare una piaga biblica senza precedenti

Un invasione di miliardi di cavallette sta mettendo ko la Russia e la sua agricoltura. Cinque regioni del grande paese sono sotto attacco da quella che è definita la peste agricola, dal Daghestan alla KalmyKia, da Astrakhan Oremburg e Volvograd. Lo sciame di cavallette, che in quelle zone trovano un clima favorevole, si estende su di un’area immensa, pari a circa 20 volte le dimensioni dell’Italia.

Oltre al gran caldo i contadini russi devono fare i conti con un’altra calamità, ossia l’invasione delle cavallette. Le conseguenze per l’agricoltura russa potrebbero essere gravissime. Buona parte dei raccolti di grano sono stati compromessi dal fenomeno, fra le preoccupazioni degli agricoltori, già messi in ginocchio dalle alte temperature dei giorni scorsi, dove in molte località si sono superati i +40° all’ombra. Ogni giorno venti aerei si alzano in volo per spruzzare sostanze chimiche e pesticidi sulle zone interessate, ma lo sciame di cavallette, parassiti volanti e velocissimi, viene appena scalfita. Purtroppo i danni sono notevoli e in molte aree, specie nel Daghestan, i raccolti sono stati completamente distrutti dall’incursione dei famelici animali.

Il fenomeno dell’invasione delle cavallette in Russia ha avuto il suo inizio nel 2009. E in pochi anni la superficie devastata è aumentata da 1 milione e mezzo di ettari a 4 milioni di ettari. La situazione è grave e in diverse regioni è stato lanciato lo Stato di calamità. Il problema è diventato Nazionale, ma da Mosca non arrivano ancora soluzioni efficienti e definitive. Ogni giorno un singolo esemplare di cavalletta riesce a percorrere anche 200 chilometri, guadagnando terreno e spazio in una zona messa ormai in ginocchio. Le preoccupazioni più grandi si concentrano sulla fine del mese di giugno, periodo in cui le cavallette saranno anche in grado di volare.

“si sforzò di sorridermi e le labbra gli sanguinarono”

4 Maggio 2013 Nessun commento

Nella storia della Resi­stenza italiana, così ric­ca di martiri e di ecce­zionali figure, un ruolo signifi­cativo assume un giovane prete vincenziano, don Giuseppe Mo­rosini, animato da una fede profonda, dall’amore per il prossimo, dal desiderio di edu­care i giovani nel nome di Cristo e da un senso profondo della giustizia e della carità cristiana, che lo condusse in difesa dei va­lori della libertà contro ogni for­ma di oppressione e di tirannia e a cogliere immediatamente quale doveva essere il suo dove­re di prete e di italiano. Nato un secolo fa a Ferentino in provin­cia di Frosinone il 19 marzo 1913, venne barbaramente fuci­lato il 3 aprile 1944 al Forte Bra­vetta di Roma, in esecuzione a una condanna a morte commi­nata il 22 febbraio da un tribu­nale militare tedesco. La sua tra­gedia si consumò nel clima drammatico che Roma visse nei nove mesi dell’occupazione na­zista. Entrato giovanissimo nella Congregazione della Missione, don Morosini era stato ordinato sacerdote a Roma, nella basilica di san Giovanni il sabato santo del 1937, all’età di ventiquattro anni. Il giorno di Pasqua, 28 marzo, celebrò la sua prima messa al collegio Leoniano. Do­po l’ingresso in guerra dell’Ita­lia, fu nominato cappellano mi­litare del 4° reggimento d’arti­glieria a Laurana in provincia di Fiume. Trasferitosi a Roma nel 1943, si prese cura di centocin­quanta bambini abbandonati e senza mezzi di sostentamento, provenienti da zone sinistrate della guerra, e alloggiati nella scuola Pistelli, nel quartiere Del­le Vittorie. Di fronte al terrore nazista fece con coraggio le sue scelte, dando rifugio a partigia­ni, ebrei, militari sbandati, per­seguitati, cercò di proteggerli e di salvarli, divenne l’assistente spirituale della banda partigia­na comandata dal capitano dell’esercito Fulvio Mosconi, che operava a Roma sulle pen­dici di Monte Mario. Con questi uomini celebrava la Messa, por­tava loro i conforti religiosi, rifornendoli anche dei necessari beni materiali, quali vestiti, scarpe, prodotti alimentari e al­tri generi di consumo. La sua collaborazione andò oltre, na­scose armi e giunse anche a procurare utili informazioni lo­gistiche e militari, in particolare sulla dislocazione delle truppe tedesche sulla ‘linea Gustav’.
Il suo arresto, il 4 gennaio, si deve alla delazione e all’inganno di un infiltrato, Dante Bruna, che tradì la buona fede di don Giu­seppe, per un compenso di 70 mila lire. Al suo arresto seguiro­no una lunga serie di interroga­tori, intimidazioni, ricatti mora­li, torture, per costringerlo a in­dicare nomi e circostanze relati­ve alle forze partigiane con le quali era in contatto. Non negò gli addebiti riguardanti la sua persona, ma non disse altro.
Sandro Pertini, anch’egli dete­nuto a Regina Coeli, ci ha lascia­to un toccante ricordo del gio­vane prete di Ferentino: «incon­trai una mattina don Morosini: usciva da un interrogatorio del­le SS, il volto tumefatto, gronda­va sangue come Cristo dopo la flagellazione. Con le lacrime agli occhi gli espressi la mia solida­rietà. Egli si sforzò di sorridermi e le labbra gli sanguinarono. Nei suoi occhi brillava una luce viva. La luce della sua fede». La Curia romana, in quei drammatici giorni della detenzione e della condanna di don Morosini, cercò di salvar­lo. La Segreteria di Stato vatica­na chiese alle autorità tede­sche e all’amba­sciatore presso la Santa Sede, Weizsacker, un atto di clemen­za. Ma la spe­ranza per un e­sito positivo dell’azione di­plomatica del Vaticano venne meno di fronte alla intransigente posizione as­sunta da Hitler, contrario a qualsiasi atto di clemenza. Tut­tavia, le pressioni della Santa Sede, evitarono l’inclusione di don Morosini tra coloro che il 23 marzo furono trasferiti alle Fos­se Ardeatine per essere trucida­ti. Vi erano, invece, il suo frater­no amico Marcello Bucchi e il suo compagno di cella Epime­nio Liberi. All’alba del 3 aprile lo raggiunse, nella cella 382 del 3° braccio politico di Regina Coeli, monsignor Cosimo Bonaldi, cappellano del carcere. Don Giuseppe comprese il senso di quella visita. Si confessò, cele­brò la Messa e rivolgendosi a Bonaldi esclamò: «Che giornata splendida e come mi sento col­mo di pace». Lo raggiunse an­che monsignor Traglia, vicege­rente di Roma, che lo aveva or­dinato sacerdote e che volle stargli vicino, accompagnando­lo sul camion che doveva con­durlo al Forte Bravetta. Traglia ci ha lasciato, di questo drammati­co momento, un ricordo vivo e intenso: «Le parole della pre­ghiera si sgranavano lentamen­te per le vie di Roma. Giunti al Forte, mentre si facevano i pre­parativi per l’esecuzione, don Giuseppe mi si avvicinò. Passeg­giammo un po’ sotto una tet­toia.


Si parlava della bellezza del Cielo,


del premio del Signore».

Sappiamo, sempre dalla testi­monianza di monsignor Traglia, che i componenti del plotone di esecuzione, che erano italiani della Polizia dell’Africa italiana (PAI), non ebbero la forza di col­pirlo a morte. Così ha descritto quel tragico momento: «Fu ben­dato. Gli fu letta la sentenza in nome del popolo italiano: a­scoltò tranquillamente. L’uffi­ciale comandò il fuoco, ma fos­se la trepidazione, fosse un po’ di timor reverentialis, non lo colpirono mortalmente: cadde in avanti, perse i sensi. Mi avvi­cinai e gli diedi rapidamente l’e­strema unzione prima che l’uffi­ciale […] gli desse il colpo di grazia; ma anche questo non lo finì; e allora gli fu scaricato ad­dosso un fucile mitragliatore».Ricordare oggi, la figura di don Giuseppe Morosini, significa rendere omaggio a un uomo, un cristiano, un italiano che ha te­stimoniato la sua coerenza e il suo coraggio. Siamo di fronte a una testimonianza che lascia un segno profondo, che supera i li­miti del tempo e dello spazio e che resta monito severo non per una sola generazione. La scelta di don Morosini non si ali­mentò di ideologie o di motiva­zioni politiche. A spingerlo sulla strada della resistenza fu so­prattutto il senso profondo di una cristianità vissuta al di là di qualsiasi interesse umano, che doveva portarlo a sostenere i pacifici, gli oltraggiati e gli op­pressi, i perseguitati per amore della giustizia, come ci insegna­no le beatitudini del Vangelo di Matteo. (AVVENIRE 25.04.13 Francesco Malgeri)

pastura per chi è debole

3 Maggio 2013 Nessun commento

“Di fronte all’ennesima cialtronata blasfema, la tentazione è scrollare le spalle e ignorarla. Occuparsene potrebbe infatti finire per fare il gioco del cialtrone blasfemo, regalandogli visibilità. Pubblicità gratuita.
Ma nel caso del Concertone del Primo Maggio il silenzio potrebbe essere scambiato per colpevole distrazione, o addirittura tacito assenso, un «fate pure, niente di grave». Che cos’è successo? Poiché molti, speriamo, potrebbero non aver visto la scena in tv, né sul web, neppure averne sentito parlare dagli amici (i giornali ieri non sono usciti) ecco la porcheria per sommi e sommessi capi.
Il capobanda di un gruppo musicale dal nome improbabile, ‘Management Dolore Post Operatorio’ (rigurgitato dopo un’indigestione di pepata di cozze), sul palco del Concertone si è esibito in una parodia della consacrazione dell’ostia, tenendo alto tra le dita un profilattico: «Prendete e usate…». Infine ha chinato il capo mostrando una tonsura.
Voi direte: più in basso di così non si può. Sbagliato.

Qualcosa di peggio gli spettatori se la son dovuta sorbire subito dopo: canzone e mimica, davvero orribili.
D’altronde il livello culturale e umano e la sensibilità dei ‘Dolore eccetera’ quelli sono.
Ora, non occorre essere cattolici ipersensibili per restare turbati, offesi, disgustati. Il livello della (chiamiamola così) «provocazione», anche a un occhio laico, risulta infimo. Ancora una volta, in diretta tv, sono stati irrisi con stolida arroganza i sentimenti di milioni di italiani, presi a schiaffi in ciò che per loro è più caro.
Era necessario? No. Era opportuno? Neanche. Pura violenza travestita maldestramente da libertà.
Perfino l’organizzatore del Concertone, Marco Godano, ieri prendeva le distanze dal gruppo, annunciando un’azione legale e parlando della «violenta scorrettezza» di artisti (sic) incapaci di «autoregolamentarsi». Bravo.

Ma chi mai ha invitato al mitico e prestigioso Concertone quell’accozzaglia di «artisti», che definirli tali sa di sonoro schiaffone a chi artista è davvero?

Complimenti sinceri per l’accurata selezione dei musicisti! Un bravo se lo merita Godano per aver preso le distanze con toni netti e inequivocabili. Peccato sia arrivato fuori tempo massimo.

Possibile che nessuno, subito dopo l’esibizione allucinante, abbia avuto il buon senso e il buon gusto di dissociarsi, lì sul palco, a cominciare dalla conduttrice, Gepi Cucciari?
Che razza di gente fosse era evidente. Ieri, tra i commenti su YouTube, c’erano ovviamente gli allegri blasfemi («bravo, ha fatto benissimo») e i sobri indignati («emerito imbecille»). Ma ecco il racconto illuminante di Ciro: «Io ero lì e vi confesso che è un idiota… drogatissimo… non voleva andare via dal palco quand’è finito il tempo, gli hanno dovuto staccare il microfono e per concludere si è abbassato pantaloni e mutande restando completamente nudo».

La prossima volta, signori del Concertone, informatevi meglio su chi invitate. Ma se nonostante tutto vi capitasse un altro ‘Dolore eccetera’, il microfono staccateglielo subito. E usate quello stesso microfono per chiedere scusa.”
(AVVENIRE 03.05.13 —Umberto Folena—)

lasciano la cella per fare le mamme

3 Maggio 2013 Nessun commento

“Per cinque mamme detenute a Rebibbia, con figli al di sotto dei 3 anni, si aprono le porte del carcere per uscire e scon­tare una pena alternativa nelle strut­ture della Comunità Papa Giovanni XXIII.
È il primo frutto della collabo­razione fra movimenti cattolici che prestano servizio nelle carceri, e lo hanno raccolto i mille partecipanti del pellegrinaggio “Fuori le sbarre” che domenica ha unito il carcere di Rimini con il duomo della città.

«Dobbiamo gridare a tutti che il car­cere va superato, riconvertito in co­munità in grado di accogliere sul ter­ritorio chi ha sbagliato e deve ripara­re ». Sotto un tiepido sole, Giovanni Paolo Ramonda ha dato il via alla quarta edizione del pellegrinaggio or­ganizzato dalla Papa Giovanni XXIII che unisce chi sta dentro con chi sta fuori. Per alzare la voce, il responsa­bile della comunità fondata da don Oreste Benzi usa il metodo delle pro­poste supportate dai numeri che par­lano da soli. «Il nuovo Governo si prenda cura del dramma carcerario. È necessario che i detenuti si ricon­cilino con se stessi e con le vittime dei reati, e inizino a lavorare nella so­cietà, e con costi minori per lo Stato». L’esperienza della casa “Madre del Perdono”, nella Valconca riminese, dice che è possibile. Nel 2012 ha ac­colto 103 recuperandi facendo ri­sparmiare allo Stato 8mila euro al giorno e abbassando la recidiva al 10% contro l’attuale 75%. Accompa­gnato dallo slogan “Non c’è sicurez­za senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono!”, il corteo si è mosso dalla casa circondariale di Rimini ver­so il centro storico preceduto da una grande croce di legno. In testa al cor­teo, oltre a Ramonda, don Virgilio Bal­ducchi, ispettore generale dei cap­pellani delle carceri, don Andrea La Regina della Caritas e Stefania Tallei, comunità di Sant’Egidio. Ci sono pu­re 80 detenuti, di cui Giovanni e Fran­cesco, due ergastolani ostativi, quel­li del “fine pena mai”: sono a Rimini in permesso premio. «Il mondo car­cere non va relegato in un angolo, è parte della società», commenta Ni­cola Boscoletto, presidente della Cooperativa padovana Rebus.

Il vescovo di Rimini Francesco Lam­biasi ha accolto il corteo all’arco d’Au­gusto con una richiesta: rallentare la marcia per favorire la distribuzione di materiale e sensibilizzare così i citta­dini. «Le pene alternative sono la so­luzione definitiva» rilancia Maurio Cavicchioli, del ‘Servizio carcere’ della Papa Giovanni. E non è un pa­radosso. Ne è convinto pure Raffae­le Martinez. «I movimenti ecclesiali hanno una grande responsabilità: ­ha detto il presidente di RnS – non devono solo elevare preghiere, che non mancano, e neppure provvede­re solo a opere di carità dall’esterno. È necessario offrire cammini di re­denzione dentro e fuori dal carcere». Nessuno però può vincere questa battaglia da solo. «Ma la comunione tra soggetti moltiplica la fantasia del­la carità e aumenta la prospettiva di bene’.

Giorgio Pieri, responsabile della Ca­sa Madre del Perdono, dà la notizia delle cinque mamme con figli neo­nati accolte (sono 60 in Italia quelle che stanno crescendo i loro piccoli in prigione). Di queste, una è del Rwanda ed è incinta di sette mesi, e­pilettica da accogliere urgentemen­te; un’altra è africana e tre sono Rom. Quindici Case Famiglia han già dato disponibilità per accogliere mamme con bambini.”
(AVVENIRE – da Rimini PAOLO GUIDUCCI)

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proibito far conoscere

25 Aprile 2013 Nessun commento

Una tragedia che ha bisogno di essere conosciuta nel 2013!
Incredibile!
Quello che si vede e si impara qui, non lo vedrete mai nei media ufficiali …Proibito!!!
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Dichiarazione da Padre Juan Carlos Martos CMF
Segreteria di PV Missionari Clarettiani
“Questo è un brutale esempio di quanto la lotta tra musulmani e cattolici in Nigeria ha raggiunto.
I musulmani sono determinati a imporre la loro ‘religione’ in tutta l’Africa e in altri continenti e paesi del mondo. L’Islam ha un solo obiettivo: governare il mondo ad ogni costo “!

“E dove sono le organizzazioni internazionali dei diritti umani?
I cristiani sono bruciati vivi in Nigeria: un olocausto proprio orribile davanti all’indifferenza internazionale!
Come denunciato da Padre Juan Carlos Martos, per conto del Missionari Clarettiani, via del Sacro Cuore di Maria, Roma, Italia. ”

“Con la pubblicazione di questo documento grafico su Facebook, ho intenzione di rendere il mondo a conoscenza di alcuni terribili eventi totalmente ignorati o minimizzati dai media mainstream, un autentico genocidio così crudele e inumano paragonabile solo con gli atti più odiosi e vili nei campi di sterminio nazisti “.

“Con mia grande sorpresa, Facebook mi ha criticato per la pubblicazione di questo documento grafico come una prova
della Shoah che i cristiani stanno soffrendo in Nigeria negli ultimi dieci anni.
Secondo Facebook e la sua politica di sicurezza della rete ‘sociale’, questa foto è stata classificata come ‘pornografica’, ‘violenta’ o ‘inappropriata’
e quindi sono stato bloccato a pubblicare qualsiasi immagine per una settimana. E sono stato minacciato di misure drastiche se insisto nella pubblicazione di qualsiasi documento che dimostra le terribili violazioni dei diritti umani in Nigeria.
Questo atteggiamento da parte di(spagnolo) Facebook Management è un attacco alla libertà di espressione tanto quanto un
vergognoso insulto alle 500 vittime (solo in questo orribile episodio) macellate dal terrore islamico solo per essere cristiani. ”

“Ho pensato che questo social network, nata negli Stati Uniti, non si sarebbe piegato in ginocchio di fronte a terrore.
Soprattutto, quando ancora guarire le ferite subite nella raccapricciante 9/11 attacchi, proprio come la nostra 3/11 alla stazione ferroviaria di Madrid, tutte le vittime innocenti della furia selvaggia e la follia del terrorismo islamico. ”

“Questo sembra ancora più inaccettabile in Spagna, uno stato democratico, in cui i diritti di opinione, di espressione e di religione sono garantite dalla Costituzione (art. 16 e 20), se vi è un tentativo di limitare tali diritti, e tanto meno con le minacce e coercizione indebolendo così la loro libertà di espressione, condannando come “inappropriato” un documento grafico (non un fotomontaggio), che riflette una realtà brutale in tutta la sua crudezza. ”

“Al contrario, gli amministratori di Facebook Spagna dovrebbero accogliere con favore questa protesta pubblica sostenendo che un tale atto barbaro non potrà mai essere replicato e che i suoi responsabili siano consegnati alla giustizia Questo è un diritto e un dovere di ogni cittadino:. Un servizio alla società, obiettivo finale , mi sento, di qualsiasi rete che si definisce ‘sociale’. ”

“Purtroppo, se gli omicidi continuano, questo è molto perché la verità è sempre nascosta al popolo sovrano, in modo che essi non possono essere a conoscenza e ‘disprezzato’ da essa: il silenzio complice dei media mainstream conduce all’indifferenza della comunità politica internazionale di fronte a questo olocausto indicibile Figuriamoci la codardia già radicata nel mondo occidentale di fronte al terrore islamico Una conseguenza della stupida “Alleanza di civiltà”:.. altro episodio increscioso del nostro ex primo ministro Rodriguez Zapatero ”

“Potete immaginare la reazione dell’organizzazione terroristica islamica nel caso (impossibile) di un massacro di musulmani in una moschea, per mano dei terroristi cristiani? E come ampiamente coprirebbe i nostri media e condannare il crimine ed i criminali??”

“Pertanto, da questo modesto blog, vi chiedo un favore da tutte le persone che mi stanno leggendo: si prega di diffondere questa immagine e le sue osservazioni utilizzando tutti i mezzi che hai. Se solo per commemorare questi martiri in quanto, purtroppo, Facebook sembra essere dalla parte dei carnefici, impedendo la pubblicazione di tali tragici eventi. ”

Juan Carlos Martos CMF Segretariato di PVMissionari Clarettiani
Via Sacro Cuore di Maria-5 00197-Roma

“mai più servo di Pannella”

20 Aprile 2013 Nessun commento

“Venerdì 12 aprile il Centro Culturale Amici del Timone di Staggia Senese, nella 59° conferenza organizzata, ha ospitato Danilo Quinto, insieme alla moglie Lydia e a loro figlio.
Quinto ha fatto parte del partito radicale per 20 anni, di cui 10 come tesoriere, fianco a fianco con Marco Pannella. Oggi è un uomo nuovo e considera quella del partito radicale una ideologia antiumana.
Egli ha vissuto dal di dentro e come protagonista attivo tutte le campagne elettorali e le battaglie politiche messe su dai radicali. Anzi, è stato sempre compartecipe delle loro azioni, ha organizzato per loro le strutture logistiche, ha reperito fondi. Egli stima di essere riuscito a far entrare nelle casse del partito in 10 anni almeno 25 milioni di euro. Quinto racconta di come la struttura del partito assomigli a quella di una setta, di cui Pannella sarebbe il guru. Egli ha le chiavi di tutto e ogni potere decisionale; nessuno fa carriera all’interno del partito o come parlamentare se non quelli che Pannella recluta e sceglie fra ragazzi per suoi insindacabili e inconfessabili motivi (di cui tralasciamo i particolari, alquanto raccapriccianti).
“Pannella è un uomo immensamente carismatico, ammaliatore e trascinatore”: ecco come lo descrive Danilo Quinto, imputandogli anche la capacità di distorcere la realtà e confondere il bene con il male.
Lo scopo dell’ideologia radicale è quello di distruggere i principi naturali che riguardano tutti gli uomini perché iscritti nella natura umana. Tutte le battaglie che i radicali hanno vinto, come quella sulla legalizzazione del divorzio e dell’aborto, sono assolutamente contrarie, infatti, ai principi che favoriscono una sana crescita umana e quindi della società intera. Così anche le battaglie per legalizzare l’eutanasia, i matrimoni fra omosessuali e le droghe, che sono ancora in atto, vogliono portare all’abolizione di un principio di verità, con il conseguente primato della volontà soggettiva a discapito di una oggettività di ciò che è bene o male.
Eppure Pannella ritiene necessario richiamarsi costantemente alla dottrina cattolica, al Papa, alla citazione delle Sacre Scritture. Ma chi è Giacinto Pannella detto Marco? A chi si ispira? Basta chiedersi chi è quell’essere che vuole far credere che il male sia bene e che vuole imitare Dio. Pannella fa proprio questo. Seduce anche decine e decine di parlamentari cattolici che firmano appelli a favore di Radio Radicale, che riceve dallo Stato ogni anno 10 milioni di euro per la trasmissione delle sedute parlamentari (attività che potrebbe essere svolta gratis dalla Rai). Alle elargizioni per i radicali dei Governi di destra e sinistra composti da cattolici e da laici, si aggiungono i contributi per la legge dell’editoria, le quote di finanziamento pubblico per la loro lista, il danaro proveniente dagli accordi elettorali con i partiti, le indennità e le pensioni che i radicali ricevono da ex parlamentari e alle quali non rinunciano. Alla faccia della loro battaglia contro il finanziamento pubblico.
Danilo Quinto, che si era avvicinato ai radicali negli anni del liceo, condividendo alcune delle loro battaglie politiche, aveva poi intrapreso il ruolo di tesoriere all’interno del partito come professione. Fu durante quegli anni che incontrò la persona che ha cambiato la sua vita: la moglie Lydia. Oggi Danilo la considera un dono di Dio nei suoi confronti. Ella, di professione cantante lirica e fervente cattolica, gli ha mostrato un’altra realtà. Gli ha fatto riscoprire Gesù Cristo e il Vangelo, che aveva ormai dimenticato da 40 anni. Dopo tutti questi anni si è di nuovo confessato ed ha ricominciato a pregare. Dopo pochi mesi si è sposato con Lydia in chiesa, cosa che i suoi “amici” del partito hanno dimostrato di non gradire, mancando all’invito. Dopo quel primo segnale di delegittimazione nei suoi confronti, sono cominciate, da parte di Pannella, tutta una serie di provocazioni e azioni denigratorie verso Danilo, consistenti soprattutto in una serie di mail inviate a lui, ma per conoscenza anche a tutti gli altri del giro, dove veniva accusato di aver commesso errori o provocato problemi. Nonostante la sofferenza che questo continuo doversi giustificare gli provocava, egli non riusciva a staccarsi da quel lavoro, perché psicologicamente invischiato e legato a degli strani meccanismi che lo rendevano dipendente dagli altri appartenenti al partito.
Lydia, presente in sala durante la testimonianza del marito, è poi salita sul palco ed anche lei ha spiegato come fossero tutti concatenati e dipendenti l’uno dall’altro, proprio come in una setta in cui sia stato fatto un patto di sangue, e come siano stati duri i primi due anni di matrimonio, durante i quali Danilo, ha lottato strenuamente per uscire dagli ingranaggi del partito. Lydia ha anche spiegato perché si fosse innamorata di una persona così lontana dalla sua fede cattolica e dai suoi principi. “Perché in fondo ho visto in lui una persona buona, una persona pulita”, così ha risposto Lydia alla domanda di uno dei presenti in sala. La testimonianza di Lydia, dimostra come lei e il marito si siano affidati totalmente al Signore ed abbiamo sentito ciò a cui Egli li stava chiamando. Danilo stesso ha affermato come abbia percepito chiaramente nel periodo in cui è iniziata la sua conversione, la vicinanza di Dio.
Quando Danilo chiese a Pannella la liquidazione per lasciare il lavoro, questa gli fu negata. E adesso si trova a doversi difendere da un’accusa di appropriazione indebita dei soldi che in realtà erano stati i suoi stipendi. Tuttavia egli si dichiara una persona felice, perché unisce le sue sofferenze odierne a quelle di Cristo sulla croce. E afferma di sentirsi comunque sempre indegno perché ritiene il male che ha compiuto molto più grande di quello che subisce lui adesso. Così ha trasformato un periodo che poteva essere di disperazione in un periodo di offerta e di purificazione. Grazie a questo distacco fisico dalle cose terrene può guardare a quelle del cielo, le sole che valgono per la salvezza eterna. Salvezza che egli ritiene ancora di doversi conquistare ma che sta facendo di tutto per aggiudicarsi. Mi pare opportuno riportare queste parole di Danilo Quinto: “In molti mi dicono che ho avuto coraggio. Non credo si tratti di questo. Si tratta di amore per la verità e per la libertà, che è l’essenza di essere cristiani. Si tratta soprattutto del mio tentativo di conquistarmi il Paradiso o di fare, se non ci riuscirò, meno tempo di Purgatorio possibile.”
Da cristiano vuole battersi per la verità e la libertà facendo conoscere il suo percorso negativo e quello di redenzione in cui ha scoperto la speranza della vita eterna.
Ciò di cui oggi si rammarica Quinto è di vedere come molti cattolici illustri nel mondo politico finanzino Radio Radicale e dialoghino con Pannella e i suoi, visto che gli ideali radicali sono del tutto inconciliabili con il messaggio cristiano e i suoi principi.
Nei suoi libri, “Da servo di Pannella a figlio libero di Dio” e “Emma Bonino. Dagli aborti al Quirinale?”,

egli fa nomi e cognomi di coloro i quali appoggiano direttamente o indirettamente i radicali, denunciando la loro connivenza con il male.
Al momento sembra proprio che i radicali abbiano vinto perché la loro ideologia relativista, volontaristica e contro natura ha pervaso trasversalmente tutta la società e tutto il Parlamento. Persino i Grillini, secondo Quinto, sono la risultante di questa ideologia, perché la loro matrice prende l’avvio dal peggio degli ideali radicali. Ma noi cattolici sappiamo che le porte degl’inferi non prevarranno e la nostra speranza è riposta in Cristo, unico giudice dei vivi e dei morti.
Vanessa Gruosso

Per ordinare il dvd della conferenza “Mai più servo di Pannella”, rispondi a questa mail!
Per l’elenco dei dvd disponibili, clicca qui:

http://www.amicideltimone-staggia.it/it/contenuti.php?pagina=utility&nome=dvd

diceva:”meglio morire in piedi che…”

14 Aprile 2013 Nessun commento

E «la Pasionaria» morì cattolica

« No pasarán!».
La frase divenuta celebre grazie a Dolores Ibárruri, meglio conosciuta come ‘la Pasionaria’ (1895-1989), era già stata pronunciata in realtà dal generale Philippe Pétain nel pieno della Prima Guerra Mondiale. Ma ‘la Pasionaria’ ­fortemente carismatica – la rese così popolare da farne il simbolo della resistenza della Madrid repubblicana contro le truppe di Francisco Franco. Di lei ­presidentessa del Partito comunista spagnolo ed emblema di una cultura atea, marxista e spiccatamente anticlericale – è già stato scritto tanto. Ma gli specialisti e gli appassionati di storia, i lettori comuni e perfino i nostalgici repubblicani spagnoli non immaginavano che ‘la Pasionaria’ avesse custodito un segreto finale, una conversione profonda che la accompagnò fino alla morte. Negli ultimi anni della sua vita, Dolores Ibárruri si riavvicinò alla fede cattolica, si confessò e ricevette la comunione. Ad accompagnarla in questo percorso spirituale fu il celebre padre gesuita José Maria Llanos, che dopo un primo periodo molto vicino al franchismo (era stato cappellano della Falange) si allontanò dal Caudillo e si ritirò a vivere in un quartiere molto povero di Madrid, «El Pozo del Tio Raimundo», lavorando instancabilmente per i più umili.

Lo definirono allora il ‘cura rojo’, il prete rosso, ma il dittatore Franco continuò a rispettarlo, inserendolo nella sua lista degli ‘intoccabili’.

La storia della riconversione cattolica della ‘Pasionaria’ emerge dal libro che a padre Llanos ha dedicato un altro gesuita, lo scrittore Pedro Miguel Lamet. Azzurro e Rosso: biografia del gesuita che militò nelle due Spagne e scelse il suburbio arriva in questi giorni nelle librerie iberiche, arricchito dalla vicenda spirituale di una donna che ­durante la Guerra Civile – veniva considerata spietata nei confronti della Chiesa, dei sacerdoti e dei religiosi.

Nata nel Paese Basco nel seno di una famiglia di minatori, si sposò a 21 anni con un operaio socialista e partecipò alla fondazione del Partito Comunista Spagnolo, conquistata dalla Rivoluzione bolscevica del 1917.

Il soprannome di ‘Pasionaria’ nacque dopo la pubblicazione di un suo articolo su ‘Il minatore della Vizcaya’ nel 1918. Dal marito ebbe sei figli, ma divorziò e mantenne una relazione sentimentale con un uomo più giovane di 17 anni: tutti particolari che in qualche modo contribuirono alla nascita di una sorta di ‘mito’ ateo e marxista.

«Quando si scinde il Partito Comunista, ‘la Pasionaria’ rimane isolata nella sua formazione. I suoi non andarono più a trovarla, ma il padre Llanos rimase con lei fino alla fine», racconta lo scrittore nel libro.

«Llanos la visitava ogni 15 giorni», e quando ormai la donna era prossima alla morte arrivò a «cantare perfino degli inni religiosi dell’epoca, come

Cantiamo all’amore degli amori », ha detto l’autore in un’intervista a ‘Religion Digital’.

Alcune lettere, pubblicate nel libro, confermano quanto accadde. Ma perché il suo ritorno alla fede cattolica è rimasto segreto per tanto tempo? Afferma Lamet: «Llanos non voleva propagandare una conversione come questa», non nascose mai la sua amicizia con ‘la Pasionaria’, ma non volle svelare l’iter intimo della donna.

In una lettera scritta al gesuita, l’ex presidentessa del Partito Comunista ammetteva: «Vediamo se vecchietti come siamo, trasformiamo ciò che resta della nostra vita in un canto di lode e grazie al Dio-amore, come prova del nostro eterno dovere».

«Meglio morire in piedi, che vivere in ginocchio», diceva ‘la Pasionaria’, citando Emiliano Zapata. Quella stessa donna – che dopo la fine della Guerra Civile si autoesiliò nell’Urss e tornò in Spagna solo nel 1977, dopo la morte di Franco – «fu sensibile e dal primo momento si aprì con Llanos».

Da anni la Guerra Civile spagnola è una presenza costante nelle librerie del paese iberico: biografie, ricostruzioni o romanzi ambientati durante gli anni più bui della storia moderna della penisola si moltiplicano sugli scaffali.

Sintomo di un Paese che poco a poco – fra uno strappo e l’altro – si guarda allo specchio, per fare i conti con le proprie ferite. Non del tutto rimarginate.
(Michela Coricelli da Madrid -AVVENIRE 13.04.13)