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Archivio Agosto 2006

m’è venuto spontaneo….

26 Agosto 2006 1 commento


Ieri sera soo stata alla stazione. Arrivava un’amica e siccome era tardi sono andata ad incontrarla. Ho dovuto aspettare mezz’ora e così intanto ho avuto modo di …osservare. Appena fuori un uomo molto malmesso era seduto su un gradino : vicino a lui un cane accovacciato e una borsa che certamente conteneva tutto fuorchè quello che serviva. L’uomo si è allontanato un attimo (piuttosto barcollante!) e il cane..si è avvicinato ancor più alla borsa come a proteggerla ancor più “fedelmente”.Nessuno certamente avrebbe potuto avvicinarsi! Un po’ più verso l’atrio due altri uomini (altrettanto malmessi) che ne hanno aspettato un terzo: l’hanno accolto con una specie di rimprovero come se fosse ..arrivato in ritardo.
Una donna con capelli lunghi e..senza dubbio di antica lavatura stava vicino ad un uomo tutto preso da certi suoi brontolamenti e ..sembrava rinfacciargli forse dei “tradimenti”.. Uno spettacolo veramente penoso che mi ha messo dentro tristezza. Che cosa avrei potuto fare per loro? Si capiva benissimo che erano tutte persone abbandonate e allo sbaraglio.
Ma…chi era quella signora esile e premurosa che avvicinava ora l’uno ora l’altro? L’ho capito quando ho visto che se ne andavano via tutti e ciascuno portava una borsa di plastica con dentro pacchetti, contenitori di alluminio, frutta…Alcuni si diressero verso le sale d’attesa
(per una cena come si deve) in luogo riparato dal freddo perchè uno di loro (in verità abbastanza anziano e di un pallore spaventoso) ripeteva che aveva freddo. Gli altri non ho visto dove sono spariti. Solo la donna esile e premurosa era rimasta a rimettere le buste vuote nel troller e poi se n’è andata verso il centro. Ho capito benissimo chi poteva essere:
una persona che senza dubbio ogni sera va da questi suoi amici
(ho visto con che sorriso li trattava!) a dare loro un segno di affetto
e qualcosa da mangiare prima che vadano a nascondersi a dormire chissà dove e chissà come. Una persona che dà amicizia a chi più ne è senza.
E ho immaginato il sonno di lei e di loro: forse ..non profondo ma senza dubbio rasserenato dal “tranquillante” dell’amicizia: lei perchè la dà
loro perchè ci possono contare di riceverla.
…..
Stamattina sul giornale un titolo in grande: morto a 34 anni dopo una notte di cocaina, sesso e alcool.
Mi è venuto spontaneo fare il paragone con la notte di quelli che avevo visto alla stazione. Notte di amicizia. Notte di vita.

messaggio anche per te

26 Agosto 2006 1 commento


“Cari fgli
anche oggi vi invito: pregate, pregate, pregate.
Solo nella preghiera sarete vicino a me e a mio Figlio
e vedrete come è breve e preziosa questa vita.
Nel vostro cuore nascerà il desiderio del cielo,
la gioia comincerà a invadere il vostro cuore
e la preghiera scorrerà come un fiume:
nelle vostre parole ci sarà solo gratitudine verso Dio
perchè vi ha creati
e il desiderio di santità diventerà per voi realtà.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata.

(la Madonna da Medjugorje – 25 agosto 2006)

"tu sei un palpito del cuore di Dio" (Giov.Paolo II°)

23 Agosto 2006 Nessun commento


?Perché una vita sia bella, – diceva Frère Roger Schutz – non è indispensabile avere capacità straordinarie o grandi possibilità: l?umile dono della propria persona rende felici?. Risulta forse un pensiero troppo scarno, ma è ?l?essenziale? di cui spesso abbiamo bisogno per iniziare la nostra giornata. Davvero è possibile guardare alla propria umanità per riconoscerne la grandezza paragonata addirittura ad un dono? Sono i miracoli più grandi che il buon Dio ha voluto realizzare perché potessimo sperimentare ogni giorno la preziosità della nostra vita. ?Tu sei un pensiero di Dio, un palpito del cuore di Dio? (Giovanni Paolo II). Continua così Frère Roger: ?La nostra vita non è sottomessa alle sorti della fatalità o del destino. Tutt?altro! La nostra vita prende senso quando è innanzitutto risposta alla chiamata di Dio. Lo Spirito Santo ha già deposto nell?essere umano un desiderio d?eternità e d?infinito. In lui, ad ogni età, si può ritrovare uno slancio e dirsi: «Abbi un cuore deciso, e prosegui il cammino!» (Sir. 2, 2)?.

mani piene di libertà

22 Agosto 2006 Nessun commento


Il vento porterà via le mie attese deserte.
Porterà lontano le mie disillusioni
e le sbriciolerà contro le rocce.
Porterà via i tuoi silenzi
che preparavano calcoli freddi;
le tue brevi apparizioni
con un sorriso prefabbricato.
Porterà lontano lontano
i tuoi sottili tradimenti
e le tue esibizioni di pentimento.
E quando mi sembrerà
di avere perduto tutto
mi troverò le mani
piene.
Di libertà.

perdonami Natasha

22 Agosto 2006 2 commenti

Un poeta francese, ateo e materialista, nemico giurato di Cristo e della Chiesa, che come può sbeffeggia, cerca la pace che la sua vita dissoluta non gli dà in un bosco e, leggendo la Divina Commedia, inizia a dubitare della sue certezze. Si convertirà.

Così come nel cuore di un picchiatore della polizia sovietica fa breccia la testimonianza di una ragazza che incontra più volte consecutivamente nel corso dei suoi raid, con i quali cerca a forza di botte di far desistere i cristiani dalle loro preghiere clandestine. Si convertirà.

Un filo rosso lega le esperienze di Adolphe Retté e di Sergei Kourdakov a quelle di tanti convertiti famosi del Novecento – André Frossard, figlio del primo segretario del partito comunista francese, lo scrittore Giovanni Papini, il bandito Pietro Cavallero – e di due ebrei che hanno abbracciato Cristo, Edith Stein e il rabbino di Roma Eugenio Zolli. E questo filo rosso è il fatto che non aspettavano Cristo, anche se l’inquietudine del loro cuore ci dice che in fondo lo cercavano, ma era lui ad aspettarli. E pian piano ha fatto breccia.

Queste «storie di conversioni del XX secolo» vengono raccontate dall’arcivescovo prelato di Loreto, Angelo Comastri, nel volume Dov’è il tuo Dio?. Si tratta di una serie di meditazioni che il pastore ha proposto nella sua diocesi durante la scorsa Quaresima e che adesso vengono proposti in un libro interessante anche nella prospettiva dell’Avvento. In questo contesto, colpiscono particolarmente le storie del poeta Retté e del poliziotto Kourdakov, sia per l’essersi avvicinati alla fede da posizioni davvero “estreme”, sia perché entrambi poco noti. Del primo, infatti, sono usciti in Italia due libri per una piccola editrice, Effatà, che ha pubblicato nel 1999 un’opera post-conversione A piedi a Lourdes. Cronaca di un pellegrinaggio e nel 2002 il diario dell’esperienza di cambiamento Dal diavolo a Dio.

Del russo è apparsa in italiano l’unica opera Perdonami, Natasha (Elledici, 1986). A incrinare le certezze di Rettè era stato un giardiniere che lo aveva avvicinato dopo una conferenza, nella quale come al solito lo scrittore (allora piuttosto popolare in Francia) aveva deriso la religione e l’idea di Dio. L’uomo gli chiese come la scienza spieghi, allora, l’inizio del mondo e della vita. Domanda tutta interna al dibattito positivista di allora, che insinua una difficoltà.

Dopo l’esperienza nella selva con Dante, un amico letterato lo va a trovare e gli confessa il suo tormento e la sua intenzione di riavvicinarsi alla Chiesa: lui lo investe con una salva di bestemmie e di ragionamenti blasfemi. Difesa scomposta di chi è ormai alle corde. Ma ancora molti passi dovrà compiere la sua anima. Durante le passeggiate nel bosco di Fontainebleau, affina la sua percezione positiva della Chiesa, finché trasferitosi nel paese di Arbonne non si imbatte nel santuario di Cornebiche e vi prega la Madonna. Da qui la scelta di lasciare la donna con cui ha una relazione e l’inizio a Parigi di un cammino di direzione spirituale.

Più vicina a noi nel tempo la vicenda di Sergei Kourdakov, il «poliziotto catturato da Dio». Nato in Siberia nel 1951 e cresciuto nell’ateismo di Stato, rimane un fervente comunista nonostante i nonni fossero morti in un carestia del 1928 e il papà fucilato nel 1955. La fede gli è estranea. Fa carriera e inizia a conoscerla in modo crudele: dal 1969 è capo di uno squadrone incaricato di reprimere i «religiozniki». Lui e alcuni del suo gruppo sono colpiti dal fatto di trovare in diverse riunioni sempre la stessa giovane, Natasha Zdanova. Perché?, inizia a chiedersi. Legge il Vangelo in samizdat sequestrato alle sue vittime. Poi, in un altra occasione, sta per picchiare una vecchietta, ma si ferma col braccio già alzato: lei sta pregando non per sé e la sua salvezza, come sarebbe naturale, ma per lui, per il suo carnefice. Come è possibile? Anche qui il cammino è lento, ma una volta presa la decisione non c’è verso di tornare indietro. Sergei deve anche sfidare un regime che non perdona. Nel 1971 si imbarca su un sottomarino spia e ne scappa mentre questo naviga a poche miglia dalla costa canadese. Chiede asilo. E due anni dopo lo trovano morto per un colpo di pistola: ha incarnato perfettamente quel Vangelo appena conosciuto.

«Dov’è il tuo Dio?», (Edizioni San Paolo, pagine 142, euro 9,50) è il libro in cui l’arcivescovo prelato di Loreto, Angelo Comastri, racconta le storie di sette conversioni al cristianesimo del XX secolo. Ogni racconto di queste maturazioni alla fede di chi si era precedentemente imbevuto delle più vuote ideologie – classiste o estetizzanti – è preceduto o seguito da intermezzi in cui appaiono altri personaggi dalle storie affini: Carducci, l’ex leader maoista del Sessantotto, Aldo Brandirali, Paul Claudel, Curzio Malaparte, il terrorista Marco Pisetta. Insieme a riferimenti ai grandi convertiti della storia: Agostino, Paolo, Francesco. Ogni capitolo è concluso da un preghiera.

(della LDC il libro di Serghei Kourdakov: “Perdonami Natasha”)

per Hina con tutto il cuore

21 Agosto 2006 Nessun commento


Mi scusi il sig.Romano Prodi ma è in piena contraddizione con le leggi vigenti. Vuole costituirsi, col suo governo, parte civile in difesa di
Hina contro il padre che l’ha sgozzata ; forse non sa che questo suo stesso governo “difende”legalmente tutte quelle mamme che “sgozzano” i diritti civili del proprio bambino: primo fra tutti il diritto alla vita?
Come la mettiamo?
Perchè difendere i diritti civili di Hina (e io sono con tutto il cuore di
questo parere!!!) e non accennare ad una mossa per difendere i diritti
civili dei nascituri? Forse perchè non ne vediamo il visetto…sofferente e
dispiaciuto? Gradirei tanto una spiegazione. Grazie

presi nel vortice

20 Agosto 2006 Nessun commento

Mi è sempre piaciuta molto questa espressione scritta dal grandissimo
Giuseppe Ungaretti: noi siamo veramente “..atomi / presi nel vortice/ dell’immortalità”. Ho avuto un inizio e non avrò più fine.
Questo mi soddisfa fino in fondo perchè il bisogno più potente, più
vivo, più impagabile qui è quello di vivere. E in questo tempo di…
preparazione al seguito voglio con tutte le mie forze prepararmi
….un seguito felice.

inconsciamente cercavo Dio

15 Agosto 2006 Nessun commento

Jacques Fesch
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«In me non ci sono due uomini:
quello di prima e quello di poi,
ma uno solo ed unico,
il quale, senza rendersene conto,
cercava e che ora ha trovato».
(Giornale intimo, 27 agosto 1957)

Giovinezza sviata
La vicenda di Jacques Fesch è una di quelle risposte che di tanto in tanto Dio va dando agli scettici della santità, sempre viva e presente nella Chiesa e sbocciata talvolta anche nelle situazioni più sconvolgenti: qui è l’episodio del “buon ladrone” che si ripete.
Ma procediamo in modo ordinato. Jacques era nato a Saint-Germain-en-Laye, vicino Parigi, il 6 aprile 1930, allora domenica di Passione. Era figlio di un belga venuto a stabilirsi in Francia, a Parigi, quale direttore di una banca del suo Paese. Costui era di carattere autoritario e tale da rendere insopportabile la vita familiare. Non si è mai occupato molto del figlio, se non per cercare di distruggere in lui ogni entusiasmo: confidenza, ottimismo, fede. Più tardi si separò dalla moglie lasciandole il figlio a Saint-Germain-en-Laye, dove Jacques frequenterà le scuole di un collegio privato e poi altri istituti, ma senza combinar nulla.
La madre si rivelò una donna debole e del tutto incapace di educarlo e prepararlo alla vita.
Scriverà del periodo familiare: «La mia natura era debole, ero fiacco, senza un carattere, mi lasciavo sedurre da ciò che era facile e avevo esigenze derivate da una vita non certo lussuosa ma sufficientemente comoda perché io non prendessi contatto con la dura realtà che è la sorte di molti».
Dirà ancora: «Ciò che soprattutto, io credo, mi ha incatenato ad un certo modo di vedere le cose, è l?educazione che ho ricevuto in famiglia. Non penso di dar prova di indiscrezione svelando quanto è stato gridato ai quattro venti e cioè che i miei genitori non andavano d’accordo. Ne risultava un ambiente familiare detestabile fatto di urli nei momenti cruciali e di disagio e durezza dopo le crisi. Niente rispetto, niente amore.
Mio padre, un uomo a suo modo incantevole per gli estranei, aveva uno spirito sarcastico, orgoglioso e cinico. Ateo all’estremo, nonostante il suo successo professionale, provava disgusto per una vita che non gli aveva procurato che disinganni e delusioni. Fin dalla più giovane età mi sono nutrito delle sue massime. Cercando esempi intorno a me, ho ricalcato il mio comportamento su quello della persona che aveva il carattere più forte. Ero inquieto, disorientato e sommamente infelice».
Scrivendo alla moglie Pierrette dirà: «Gran torto di mia madre e che avrebbe dovuto imporsi quando avevo 13-14 anni».
«A quindici anni è l’età della pubertà, momento decisivo della vita di un uomo, durante il quale si schiude la sua vera personalità. Se non lo si dirige, dandogli un fine da acquisire ed una disciplina, tutto diventa possibile. Come diceva non so più quale pediatra: Se voi date dei beni ai vostri ragazzi senza una disciplina, è peggio che se voi li uccidiate».
E proseguirà: «Ciò che mi ha perduto e che non avevo nessuno scopo. Che fare della vita? Era una domanda alla quale non avrei mai potuto dare una risposta».
Accetterà di rapinare «perché quest’azione derivava naturalmente dal mio modo di vedere le cose. Non in quel giorno sono divenuto un criminale: è stato molto tempo prima».
Altro particolare che influenzò la sua giovinezza sviata: al collegio privato, tenuto da sacerdoti, Jacques aveva avuto ottimi compagni, ma quando passò al liceo ne incontrò di quelli non buoni e guasti.
Intanto si appassiona di musica jazz, dichiarando che il jazz era divenuto per lui una droga: «Non posso più farne a meno!».
Arruolato per il servizio militare, a vent’anni sposò civilmente Pierrette, una ragazza di Saint-Germain. Non la sposò però per amore, ma solo perché resa da lui una ragazza-madre. Sarà durante la permanenza in carcere che sboccerà un amore vero, profondo che sfocerà nel matrimonio religioso, celebrato il 30 settembre 1957, un giorno prima della sua decapitazione.
Dai due sposi nacque Veronique, una creatura che avrebbe potuto rinsaldare il loro rapporto.
Avvenne, invece, che Jacques, dopo il congedo e il breve tempo che restò inserito nel lavoro del suocero, un ebreo che gestiva una ditta di noli e trasporti di carbone, piantò tutti e tutto, moglie, figlia e lavoro, e se ne andò dalla madre. Gli era saltato in mente di creare una ditta che fosse in concorrenza con quella del suocero. Scroccato a tal scopo dalla madre il denaro, che subito sperperò, sognò di uscire dalla sua situazione che gli appariva un cerchio soffocante col progetto di partire e andarsene lontano.
Tornò dalla moglie e cominciò a cercare il denaro: doveva procurarsi un battello a vela per affrontare l’oceano. Il padre si rifiutò di pagargli l’imbarcazione. Ma poiché l’idea di partire l’ossessionava, il denaro bisognava farlo uscire.
Il «dramma»
Jacques stesso diede questo nome al suo «gesto folle». Si era procurato una rivoltella, ma non volendo usarla se non per intimorire, ne aveva tolto i proiettili. La mattina del 25 febbraio del 1954 andò, a Parigi, dal cambiavalute Alexandre Silberstein, amico di suo padre e gli ordinò dell’oro, che sarebbe andato a rilevare la sera. A sera, Jacques andò per avere l’oro. I due complici che l’accompagnavano e l’avevano ossessionato col folle progetto, lo pressano a rimettere i proiettili nella rivoltella. Mentre il cambiavalute si accinge a trarlo dalla cassaforte, Jacques lo colpisce in testa col calcio della rivoltella: nel farlo gli sfugge un colpo e si ferisce ad un dito. Il vecchio, sanguinante, grida aiuto. Jacques fugge e nel fuggire perde gli occhiali (era fortemente miope).
Dato l’insuccesso i complici, per coprirsi, avvertono essi stessi la polizia e danno i connotati di Jacques. Lungo il viale Jacques scorge un caseggiato che ha la porta del cortile aperta. Vi entra, sale fino al quinto piano e attende che tutto si calmi. Ad un certo momento, ritenendo ormai tutto tranquillo là attorno, Jacques ridiscese ma nel cortile qualcuno lo riconosce e grida: «E’ lui!». Allora l’agente Vergnes intima: «Mani in alto!».
Jacques si gira di scatto ed istintivamente, con la mano nella tasca dell’impermeabile, perché ferita, senza occhiali, spara un colpo e sventuratamente uccide il poliziotto. Dopo di ciò si lancia nel viale, inseguito da gente che gli urla dietro: Colpisce di striscio un certo Leinoir che tenta di bloccarlo e corre forsennato verso la stazione del metrò.
Spara ancora ma senza colpire, finché viene bloccato tra le porte di ferro della stazione. Jacques viene colpito violentemente in testa, gli si sputa in faccia, lo percuotono a sangue, è ammanettato. Portato in questura, viene trattenuto un paio di giorni, per poi essere rinchiuso nel carcere “La Santé”.
Jacques avrà drasticamente tutto l’opposto di ciò che sognava. rinchiuso in quattro palmi di spazio, lui che sognava l’oceano; privo di tutto, lui che ambiva chissà quali emozioni. Non sa però che Uno s’interessa di lui, per “salvarlo” come nessun altro sa e può.
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Quando e come ho ritrovato Dio
(Alla suocera)
«Mamma cara, ogni giornata
è così ricca di Dio
che ho l’impressione di vivere
un anno in ventiquattro ore».
(Lettera 10 settembre 1957)

Jacques rientra in se stesso
Nella solitudine pesante della cella, tra le prime riflessioni che aprono il varco della sua coscienza c’è questa: «Ho fatto un gran male». L’essere solo nella “Cella 80″ gli favorisce, infatti, il ripiegarsi su di sé per interrogarsi, per sondare la propria coscienza e valutare i suoi atti. Al cappellano ha detto di non «avere la fede» e perciò ne riceve spesso visite che gli saranno gradite. Presto lo visiterà l’avvocato Paul Baudet, un convertito e terziario carmelitano, al quale verrà affidata la sua causa.
Scrive alla moglie Pierrette: «L’avvocato e il cappellano congiungono i loro sforzi per orientarmi su una nuova strada. Farò l’impossibile per sforzarmi di capirli e di persuadermi che è la sola via di salvezza. Ma questa conversione non si farà certo dall’oggi al domani».
Richiesto dal cappellano di mettere su carta una specie di rapporto su se stesso e sulla tristissima vicenda di cui è stato protagonista, acconsente. Il prigioniero si mette a confronto con se stesso, meglio, scende a poco a poco in se stesso, e via via che si guarda scrive, con una sincerità diamantina.
L’incontro misterioso con Qualcuno
Jacques aveva ricevuto una certa educazione cristiana, ma questa sotto l’influsso del padre abbiamo visto come era andata a finire: il relitto di un naufragio. L’aiuto però del cappellano che vi porta buoni libri, le lettere e le preghiere di un vecchio compagno di collegio divenuto religioso che appena intesa la vicenda di Jacques apre con lui un carteggio affettuoso e benefico, avviano il prigioniero verso quella rinascita interiore che si manifesterà con i contorni di un miracolo.
La sua conversione non si opera dall’oggi al domani, ma, una volta avviatosi verso di essa, nonostante le difficoltà, le lotte, i ripetuti ripiegamenti, non si ferma; egli si riprende e va avanti verso quel piccolo cerchio di luce, intravisto lontano, in fondo al tunnel oscuro nel quale si dibatte e si muove.
Jacques si sforza di credere, ma la fede non sarà il frutto di quegli sforzi, bensì un dono di Dio che, al momento che vuole fa concludere in un attimo ciò che non si ottiene in un anno di ragionamenti. Ed ecco come Jacques descrive il suo primo incontro con Dio: «A poco a poco, sono stato condotto a rivedere le mie concezioni: non avevo più la certezza dell’inesistenza di Dio, diventavo recettivo senza tuttavia possedere la fede. Tentavo di credere per mezzo della ragione, senza pregare o pregando così poco! Poi, alla fine di un anno di detenzione, mi ha percosso un intenso dolore dell’animo che mi ha fatto molto soffrire e, bruscamente, in poche ore ho posseduto la fede, una certezza assoluta. Ho creduto e non capivo più come facevo prima a non credere. La grazia mi ha visitato, una grande gioia si è impossessata di me e soprattutto una grande pace. Tutto è diventato chiaro in pochi istanti. Era una gioia sensibile fortissima che forse ho troppa tendenza a ricercare ora, quando l’essenziale non è la commozione, ma la fede».
Il pensiero torna poi a Pierrette, la sposa che prima non era riuscito ad amare e che ora è divenuta, insieme con la figlioletta, oggetto della sua particolare tenerezza. Jacques non sa rassegnarsi di saperla senza fede, quella fede che ha dato a lui tanta felicità nell’infelicità. Il convertito intinge allora la penna nel suo cuore e le scrive lettere commuoventi per cercare di convertirla; e quando lei si rifiuta, egli torna alla carica, e lo fa con una forza mista ad affetto: «Il rifiuto formale che tu opponi attualmente non deriva che da mancanza di umiltà. Tu rifiuti il soccorso più potente che possa essere dato! Comunque, ti comprendo assai bene: non molto tempo fa avrei avuto le tue stesse reazioni. Tutto questo perché noi non vogliamo vedere. Non c’è che un piccolissimo gradino da salire, ma occorre lasciare sul presente le nostre acredini e il nostro orgoglio e abbandonarsi a Colui che tutto può… Donaci la luce, Signore! Che cosa difficile amare chi non ti ama, aprire a chi non bussa!… Perdonami se ti annoio con questi lunghi discorsi che ti stancheranno una volta di più».
Nella lotta e nell’illusoria attesa
Avuto il permesso di scrivere all’amico, padre Thomas, tutte le volte che vuole, ne approfitta e la sua corrispondenza diventa così una specie di giornale dell’anima.
In questa vediamo avvicendarsi le dolci carezze della grazia ricevuta e le nubi neri degli abbandoni. «Spesso io ricado ancora in una specie di apatia e di rassegnazione e sono infelice, perché sento che allora ogni gioia mi ha abbandonato e che non mi resta altro che la disperazione».
Jacques sperimenta le solite alternanze di luci e di tenebre verso le quali passano le anime incamminate verso le altezze di Dio. Ma con l’aiuto delle sue letture (soprattutto la Sacra Scrittura, le Confessioni di Sant’Agostino, la vita di Santa Teresa d’Avila e la Storia di un’anima di Santa Teresa del Bambino Gesù) e dei colloqui col cappellano si fortifica e accetta tutto come prova purificatrice.
«Una mano possente mi ha trasformato. Dov’è? Che cosa mi ha fatto? Non lo so, perché la sua azione non è come quella degli uomini: essa è incomprensibile ed efficace; mi costringe ed io resto libero; trasforma il mio essere e tuttavia non ho cessato di divenire quello che sono. Poi è venuta la lotta silenziosamente tragica, fra ciò che sono stato e ciò che sono divenuto, perché la creatura nuova che è stata innestata in me implora da me una risposta alla quale sono libero di rifiutarmi. Ho accolto il principio, devo passare alle conclusioni… Bisogna che io abbatta, adatti, ricostruisca le strutture interiori e non posso essere in pace che accettando questa guerra… Ho trovato la pace, ma nello stesso tempo la lotta. Lotta perpetua che mi fa avanzare e quanto più avanzo tanto più mi accorgo della mia miseria e del cammino infinito che mi resta da percorrere. Se mi fermo, retrocedo».
A poco a poco si scopre di essere un’anima di desiderio e questo si orienta ormai verso l’unione con Dio: «Vedi, Thomas, io brancolo intorno a me, cerco di vivere il più possibile in unione col Cristo, ma sono debole, senza volontà e i miei slanci di adorazione assomigliano molto spesso a quei meccanismi che, a fine corsa, con una spinti compiono uno o due giri e poi si arrestano… In questo momento mi sento tuttavia molto più forte, perfino lieto. Ho consapevolezza di tutte le ricchezze che Dio mette in noi se noi gliele chiediamo. Resto stupito davanti alla grandezza della sua misericordia e dell’amore infinito che ha per noi. Io credo e affido i miei affanni alla comprensione di Cristo. Com’è dolce il suo giogo! E poi, nel silenzio della mia cella, guardo la croce e non sono più solo».
Intanto il processo si mette per le lunghe, continua a illudersi sulla conclusione: «Io penso che, tutto sommato, sarò giudicato col massimo d’indulgenza. Se tutto va bene, piglierò vent’anni o altrimenti l’ergastolo».
Ma finisce col non rimpiangere la libertà perduta: «Piuttosto d’essere un cadavere ambulante, com’ero in libertà, è meglio essere rinchiuso e vivere».
Ma ecco il cambiamento di scena. Avvenne il 3 aprile 1957, quando si aprì il processo e quattro giorni appresso si concluse recando a Jacques il crollo di una grande illusione: la sentenza di condanna a morte, pronunziata in una sala affollata fino all’inverosimile. La parte civile si era accanita per la condanna capitale del colpevole. Dissero che con quella sentenza si voleva dare un “esempio”.
Ma come fanno pensare le ultime parole del suo avvocato difensore: «Ma davvero credete che tutto sia successo con la volontà di uccidere che oggi si attribuisce al mio cliente? Che egli veramente abbia voluto uccidere un’agente? Ma che ragione avrebbe avuto per odiare quell’agente? Il caso l’ha stretto in un’azione tragica e l’ha portato in effetti a mostrarsi criminale occasionale. Egli ha agito in uno stato di follia, ha sparato nella frenetica eccitazione dell’inseguimento. Veramente dev’essere votato alla morte? La morte che si vuole per lui, vi domando, questa morte è proporzionata a quella che ha data? Ieri, era la morte nel crollo della volontà ingannata dall’istinto animale; domani, sul patibolo, sarà la morte per fredda determinazione delle vostre volontà. Ieri, era la morte data di sorpresa, nell’aggrovigliamento delle circostanze; domani, sarà la morte accuratamente preparata. Sarà la camicia modellata su misura. No! Non ci sono delitti che meritano un’altro delitto!».
Vent’anni prima, l’avvocato Vincent de Moro-Giafferi aveva scritto: «La pena irreparabile presuppone il giudice infallibile».
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Jacques di fronte alla condanna
Jacques udì leggere questa sentenza stando dritto in piedi, rigido e senza pronunciare una parola. Bisogna dire che alla vigilia di questo verdetto, dopo tre anni di cella, egli, pur lasciando sopravvivere un filo di speranza, non si faceva grandi illusioni. Ripensando al processo, Jacques guarda ancora se stesso, interroga la sua coscienza. Mette tutto questo al confronto con i particolari del processo, lucidamente, con un esame sottile e pacato e da qui si convince che, sì, egli è colpevole, degno di condanna, ma che i giudici sono andati al di la della sua responsabilità.
«Non resta che una cosa da fare: ignorare tutto quest’odio, poi cercare in sé e attorno a sé Colui che instancabilmente attende l’anima percossa e disperata per darle un tesoro che non dà al mondo… Ritrovare il Cristo, che nella solitudine di una cella vi parla forse più distintamente che altrove… Ma si è uomini, si protesta: “Signore, allontana la tua mano, io soffoco”.
“Ed io che nulla avevo fatto, non ho forse avuto i chiodi e le spine da sopportare?”.
E poi, disinvoltamente, si conclude: “Ma tu, tu eri Dio!”.
“Dio, sì, ma è la mia carne che è stata crocifissa!”…
Allora, alla luce della fede, accettare la croce che a poco a poco diverrà così leggera che neanche la si sentirà più.
Poi offrire la propria sofferenza, ingiustizia di cui si è vittime, amare coloro che ci percuotono e un giorno si udrà, come un buon ladrone crocifisso: “In verità ti dico: oggi tu sarai con me in Paradiso”».
Ora è in attesa dell’esito della Cassazione che si avrà entro otto o dieci giorni, ma è quasi sicuro che il ricorso sarà respinto. Dopo otto mesi di detenzione aveva inteso, interiormente e certa, la voce che lo sollecitava a convertirsi; una seconda volta quella voce si farà sentire quando, con la certezza della morte, il Signore gli farà giungere quella della salvezza. Al buon avvocato Baudet, che si dà da fare per la domanda di grazia, Jacques scriverà: «Fate tutto ciò che il vostro dovere vi impone affinché la vostra coscienza sia in pace, ma io non sarò graziato. D’altra parte, se lo fossi, sarei profondamente turbato, poiché a due riprese Dio mi ha detto: “Tu ricevi le grazie della tua morte”».
Di lì a poco tornerà a scrivere: «Dio si è impadronito della mia piccola anima… Un velo si è squarciato e, se continuassi a vivere, non potrei mai rimanere sulle vette che ho raggiunto. E’ meglio che muoia… Giusto o ingiusto, ciò che ha importanza è che tutto è perdonato, tutto è riscattato sovrabbondantemente, tutto è fiducia nell’onnipotenza della sua Misericordia».
Gli mancano ancora due mesi prima di salire al patibolo. D’ora in poi, le lettere che scriverà – a padre Thomas, alla suocera, alla moglie, a Veronique, all’avvocato Baudet – saranno altrettante strofe che Jacques Fesch canterà all’Amore misericordioso di Dio: «Ora io so che tutto è grazia e che non verso la morte io vado, ma verso la Vita… E’ qui che appare la croce e il suo sanguinante mistero. Tutta la vita ruota attorno a quel legno.. .Non v’è pace, non v’è salvezza da sperare fuori del Cristo crocifisso… Ogni volta che ricevo l’Ostia santa, ho il cuore che trabocca d’amore e un inno di ringraziamento sale dalle mie labbra… Invece di morire stupidamente potrò offrire la mia morte per tutti coloro che io amo».
«Vivo ore meravigliose!»
Le sue ultime lettere sono le più belle e le più commuoventi, anche perché in esse risplende, come mai nelle altre, la presenza della vergine, che il condannato invoca con la fiducia di un bimbo e Lei risponde, talvolta anche in modo sensibile, con aiuti e sollecitudini materni: «Voglio tenere la Santa Vergine per mano e non più lasciarla finché Ella mi conduca al Figlio suo. Io vivo delle ore meravigliose e ho l’impressione di non aver mai vissuto altra vita se non quella che trascorro da un mese. Gesù mi attira a sé e, conoscendo la fiacchezza della mia anima, mi dà molto, esigendo assai poco. Ad ogni piccolo sforzo che faccio, ricevo una grazia in più… La Santa Vergine mi protegge, mi indica la via e quello che il Figlio suo vuole da me… Vivo giornate che valgono anni. Sono spremuto, strizzato, messo alla prova, per essere degno di portare la veste bianca degli eletti».
Ecco altre esperienze dei suoi contatti con Maria: «La Santa Vergine mi aiuta molto e molto spesso in maniera sensibile. E’ così che per la sua natività Ella ha voluto che io gioissi con Lei ed io ho passato tutta la giornata in Paradiso. Per Nostra Signora dei Sette Dolori l’angoscia ha sostituito la gioia ed io così ho potuto passare tutta la giornata con Maria ai piedi della Croce. Vedi com’è buona la Madre nostra… O Maria, Nome benedetto che amo e che venero dal più profondo del mio essere! Io l’affermo per mia esperienza: quando un cuore ha ricevuto dal cielo il dono prezioso di ricorrere a Maria nelle pene, nei pericoli, nelle prove, questo cuore è pacificato, ristorato, benedetto».
La più grande preoccupazione di Jacques è quella di vedere la sua famiglia divenire partecipe della sua fede.
Pochissimo tempo prima della sua morte scrive a padre Thomas, dicendo tra l’altro: «Ancora soltanto qualche ora di lotta prima di conoscere ciò che è l’Amore… Attendo l’Amore, attendo di essere inebriato da torrenti di gioia e di cantare eterne lodi alla gloria del Risorto… Dio è amore… Arrivederci in Dio… Ti abbraccio in Cristo Gesù e in Maria».
Notte tra il 30 settembre e il 1° ottobre, vigilia dell’esecuzione.
«Fra cinque ore vedrò Gesù». In quest’ultima brevissima attesa, recita il Rosario, le preghiere dei moribondi e si accinge a meditare l’agonia di Gesù nell’orto degli ulivi. La pace fa posto all’angoscia ed egli ricorre alla Vergine. La pace ritorna perché «Gesù mi ha promesso di portarmi subito in Paradiso».
Un’ultima offerta: «Possa il sangue che sta per scorrere essere accettato da Dio come sacrificio totale. Che ogni goccia serva a cancellare un peccato mortale».
Le ultime parole che scriverà: «Santa Vergine, aiutami… Sono felice, addio!».
Jacques ha vegliato e ha pregato tutta la notte. Ricevuta dal cappellano l’ultima assoluzione, si comunica insieme all’avvocato. Quando vengono a prelevarlo dalla cella è ancora buio. L’addetto alla ghigliottina, fra i molti da lui decapitati, solo uno ricorda che avanza verso il patibolo “con atteggiamento assolutamente unico: con passo fermo, pallido ma sereno in volto, quasi sorridente, gioioso e in una pace incredibile”.
Prima che lo mettessero giù con la testa, si volge al cappellano: «Padre mio, il Crocifisso, il Crocifisso» e lo bacia intensamente. Alle 5,30 la testa di Jacques Fesch è troncata.
L’ardimentosa suocera era riuscita ad ottenere dal Presidente della Repubblica, René Coty, la salma di Jacques. Fu una concessione del tutto eccezionale. Così per Jacques a poco più di sei mesi dalla decapitazione, l’ 11 aprile 1958, venerdì di Pasqua, venne celebrato un funerale religioso nella grande chiesa di Saint-Germain-en-Layn, dove fu battezzato. Accorse molta folla, pensierosa e devota. La fiorista aveva preparato le corone di fiori bianchi, perché la suocera riteneva che Jacques aveva riacquistato l’innocenza battesimale.
Un fatto singolare: il 1° ottobre 1981, il Senato della Repubblica Francese votò l’abolizione della pena di morte. La data è significativa: 24° della decapitazione di Jacques!
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Roberto, il suo compagno e amico di cella, il giorno prima dell’esecuzione, lo sentì dire: -è bene partire nella notte, sul finire dell’esilio, incontro a splendida aurora, perchè quaggiù l’anima è tutta avvolta di veli.-
E questo è il biglietto che gli ha lasciato:
“Al mio amico Roberto, sperando che anch’egli vedrà splendere l’aurora:
ARRIVEDERCI IN DIO. Il tuo fratello Jaques
Poi se n ‘è andato così, passando tra singhiozzi, verso il nero patibolo e il sanguinoso acciaio, con gli occhi grandi aperti, ben fissi sulle stelle.
Sì,arrivederci in Dio fratello Jaques

(da Cathomedia)

…e ci guarderai

15 Agosto 2006 Nessun commento


Ma io ti presenterò i moncherini di un lebbroso.
Gli occhi mattutini di un bambino.
Le mani ruvide e deformate di una mamma.
L’amarezza delle lacrime di un orfano.
Le piaghe brucianti di un canceroso.
Le mani cercanti di un non vedente.
Il lamento flebile di un esausto.
Le parole di perdono di un ingiuriato.
L’attesa di una mamma per il figlio fuggito.
L’abbraccio riconciliante di due nemici.
La corsa trepidante di chi va a soccorrere.
L’insonnia agitata di chi è disperato.
Il cuore frantumato di un amico tradito.
Gli occhi sbarrati di un morente.
Le parole confortanti di un amico.
Allora tu
sicuramente
distoglierai il viso da chi ti percuote
e ci guarderai con una dolcezza
che ristora anche noi.

"..ho scritto il tuo nome sul palmo.."

15 Agosto 2006 Nessun commento


“Non temere
perchè per liberarti
ho dato come riscatto il mio sangue.

non temere: tu appartieni al mio amore..
Io ti ho liberato perchè ti amo.

Ti ho chiamato per nome.
Io sarò con te.
Attraverserai i fiumi e le acque
non ti sommergeranno.
Quando camminerai nel fuoco
le fiamme non ti toccheranno.

Io sarò sempre con te
perchè tu
sei prezioso ai miei occhi..”
firmato: DIO

(per mezzo del profeta Isaia)