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Archivio Ottobre 2006

(la pagina di don Tonino)

24 Ottobre 2006 Nessun commento

?Le gioie genuinamente umane, che fanno battere il cuore dell?uomo, per quanto limitate e forse anche banali, non sono snobbate da Dio
né fanno parte di un repertorio scadente che abbia poco da spartire con la gioia pasquale del Regno.

E? contigua col brivido dell?eternità che proveremo nel cielo l?estasi che ti coglie davanti alle montagne innevate, alle trasparenze di un lago, alle spume del mare, al mistero delle foreste, ai colori dei prati, ai turgori del grano, ai profumi dei fiori, alle luci del firmamento, ai silenzi notturni, all?incanto dei meriggi, al respiro delle cose, alle modulazioni delle canzoni, al fascino dell?arte.

E? parente stretta con le sovrumane gioie dello spirito l?umanissima gioia che ti rapisce di fronte al sorriso di un bambino, al lampeggiamento degli occhi di una donna, agli stupori di un?anima pulita, alla letizia di un abbraccio sincero, al piacere di un applauso meritato, all?intuizione di cose grandi nascoste dietro i veli dell?effimero, alla fragilità tenerissima di cui si riveste la bellezza, al ?sì? che finalmente ti dice la persona dei tuoi sogni. (don Tonino Bello ? giovane vescovo di Molfetta morto di cancro)

Il prete e gli infiniti se…

23 Ottobre 2006 Nessun commento


Il prete e la sua gente: una storia piena di “se…se….se..”

Se sta da solo in Chiesa, “si chiude nel suo intimismo”
Se esce, “va sempre in giro, e non si trova mai”.
Se va a benedire le case (o meglio, le famiglie), ” non è mai in Chiesa”.
Se non va, ” non fa nulla per conoscere i suoi parrocchiani”.
Se qualche volta accetta di andare al bar “è uomo di mondo”.
Se non accetta, ” vive isolato”.
Se si ferma in strada a parlare con la gente, è ” pettegolo”.
Se non si ferma “è scostante”.
Se parla con le vecchiette, ” perde il tempo”.
Se dialoga con le giovani è “un donnaiolo”.
Se sta insieme e gioca con i ragazzi “forse è di tendenze equivoche”.
Se non li frequenta, ” trascura di compiere il suo principale dovere”.
Se accoglie in casa certe persone, ” è imprudente”.
Se non le accoglie ” non si comporta da cristiano sensibile”.
Se in chiesa afferma verità scottanti, “fa politica”.
Se tace è” menefreghista”.
Se predica un minuto in più diventa “interminabile”.
Se parla o predica poco ” non ha autorità” o “è impreparato”.
Se si occupa dei malati “dimentica i sani”.
Se accetta inviti a pranzo o a cena ” è un mangione e un beone”.
Se rifiuta , “non sa vivere in società”.
Se organizza incontri e riunioni ” sta sempre a scocciare”.
Se tace e ascolta, ” si lascia sopraffare da quelli che comandano”.
Se cerca di fare qualche aggiornamento, ” butta via tutto quello che c’è da conservare”.
Se ritiene valide alcune tradizioni, ” non capisce i tempi attuali”.
Se è d’accordo con il vescovo, ” si lascia strumentalizzare e non ha personalità”. Se non condivide tutto quello che il vescovo propone, “è fuori della Chiesa”.
Se chiede la collaborazione dei fedeli, “è lui che non vuol far niente”.
Se agisce da solo, ” non lascia spazio agli altri”.
Se si occupa degli immigrati (o extracomunitari) “è imprudente”.
Se non si interessa ” è un grande egoista che non vuole rogne”.
Se organizza gite, pellegrinaggi,” pensa solo a far soldi”.
Se non organizza, “è indolente e non ha iniziative”.
Se fa il bollettino parrocchiale, “spreca tempo e soldi”.
Se non lo fa, ” non informa i fedeli sulle attività della parrocchia”.
Se si ferma a casa, ” non è mai reperibile in ufficio”.
Se inizia la santa Messa in orario, ” il suo orologio è sempre avanti”.
Se comincia un attimo dopo, “fa quello che vuole e non rispetta gli altri”.
Se a tutti ricorda e sottolinea il dovere della partecipazione e della solidarietà, “è sempre arrabbiato e nervoso; e, in ogni occasione, bussa a quattrini”.
Se indossa la veste talare “è un sorpassato”.
Se veste da borghese, ” nasconde la sua identità”. se…….se……se…..

SIGNORE
dimmi Tu: ma come dovrebbe essere il prete?
Risposta del Capo (alias Gesù Cristo):
” UN INNAMORATO DI DIO per il bene dell’uomo”

E non dovrebbe dimenticare che: “il discepolo non è da più del maestro
nè un apostolo è più grande di chi l’ha mandato….
Se hanno perseguitato Me perseguiteranno anche voi;
se hanno osservato la Mia Parola,osserveranno anche la vostra” (Gv 15)
“Ecco Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”..(Mt28)

solo tre parole

23 Ottobre 2006 Nessun commento


Mi ami tu?
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(R. Schutz – ucciso un anno fa a Taizè mentre pregava )

“Mi ami tu?”: è l’ultima domanda di Gesù a Pietro. Pietro era triste al
pensiero di aver rinnegato tre volte Gesù, prima della sua
crocifissione. Ed ecco il Risorto sta dinanzi a lui. Gesù non lo condanna per il suo rinnegamento. Non prende l’atteggiamento del forte. Non tira sulla corda della cattiva coscienza già attaccata al collo di Pietro.

Nel Cristo vi sono viscere d’umanità: Lui pure durante la sua vita
terrena ha percorso cammini d’oscurità.
A Pietro, Cristo dice solo queste tre parole: “Mi ami tu?” e Pietro
risponde: “Signore, tu sai che ti amo”. Una seconda volta Gesù riprende:
“MI ami tu?”. E Pietro di nuovo: “Ma lo sai che ti amo”. Una terza volta
Gesù insiste: “Mi ami più di tutti costoro?” E Pietro scosso: “Signore,
tu conosci ogni cosa, tu sai che ti amo”:

Da quel giorno ad ogni essere umano sulla terra, il Cristo
instancabilmente domanda: “Mi ami tu?”.
Vi sono giorni in cui ci turiamo le orecchie: la domanda ci è
insopportabile. Essa è intollerabile per colui che non ha mai sperimentato
l’amore umano, per chi esperimenta solo l’abbandono, o la ferita ricevuta
nell’innocenza della sua infanzia.
Essa è intollerabile per noi tutti quando ci rivela quella parte di
solitudine che nessuna intimità umana può colmare, quella parte di
solitudine nella quale Dio ci aspetta. E quando la rivolta si esaspera, la
domanda ci appare come una condanna poiché per amare non basta un atto
della volontà.

Lo sappiamo abbastanza? Il Cristo non obbliga mai ad amarlo. Ma Lui, il
Vivente, rimane al fianco di ciascuno, come un povero, come un oscuro.
E’ presente anche negli eventi più squallidi, nella fragilità
dell’esistenza. Il suo amore è presenza non d’un solo istante ma di sempre.
Quell’amore d’eternità apre un aldilà al nostro vivere. Senza
quell’altrove, senza quell’aldilà, l’uomo non ha più speranza… e svanisce il gusto di procedere.
Di fronte a quell’amore d’eternità, lo sentiamo, la
nostra risposta concreta non può essere fuggitiva, per un periodo soltanto,
con la possibilità di ritornare sulle nostre decisioni in seguito. La
nostra risposta non può neppure essere uno sforzo della volontà; taluni
vi si infrangerebbero. Essa è innanzitutto un abbandonarsi.
Rimanere dinanzi a Lui, con o senza parole, significa sapere dove
riposare il nostro cuore, significa rispondergli da poveri. In questo
consiste la molla segreta dell’esistenza, il rischio del Vangelo.
“Anche se talvolta io non so più se ti amo o no, o Cristo, tu sai
tutto, tu sai che ti amo”.
Grandi felicità sono offerte a colui che corre il rischio di un tale
amore, senza calcolarne troppo le conseguenze. Quando ricerchiamo in
primo luogo la felicità per noi stessi, essa a breve o lunga scadenza ci
abbandona. Quanto più ardentemente la inseguiamo, tanto più lontano se ne
fugge da noi.

Cercatore appassionato del suo amore d’eternità, chiunque tu sia, saprai
dove riposare il tuo cuore? Attraverso le tue stesse ferite, egli apre
la porta della pienezza: la lode del suo amore. Abbandònati, dònati. In
questo consiste la guarigione delle ferite, e non solo delle tue: già,
in Lui, ci guariamo reciprocamente.

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La cornacchia e l’abete

22 Ottobre 2006 Nessun commento


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(da “Appunti dalla prigione” di Stefan Wyszynski)

17 gennaio 1954, domenica
Una cornacchia si è seduta in cima ad un alto abete. Si è guardata
attorno con espressione autoritaria e ha emesso un grido di vittoria. A
questo essere rumoroso sembra davvero che l’abete le debba tutto: la sua
esistenza, la sua bellezza slanciata, il verde sempre vivo, la forza
nella lotta col vento. Questa superbia della Cornacchia è stupefacente.
Grande benefattrice dell’abete silenzioso! E l’abete neppure trema;
sembra che non veda la cornacchia; meditabondo leva i suoi rami verso il
cielo. Sopporta tranquillamente l’ospite rumoroso. Nulla turba i suoi
pensieri, la sua serietà, la sua pace. Tante nubi sono già passate su di
lui, tanti uccelli si sono fermati qui! E se ne sono andati, così come tu
te ne andrai. Questo non è il tuo posto, non ti senti sicura e urlando
così cerchi di supplire alla mancanza di forza. Io sono cresciuto da
questa terra e sono piantato con le mie radici nel suo cuore. E tu, nube
passeggera, che getti un’ombra di tristezza sulla mia cima dorata, sei
in balia dei venti. Bisogna sopportarti tranquillamente. Tu gracchi la
tua canzone noiosa, senza anima e povera, poi te ne vai. Che cosa
riesci a fare con un urlo? Io resto, per perseverare nel raccoglimento, per
costruire la mia pazienza, per sopportare turbini e tempeste, per
andare sempre più in alto, tranquillamente. Non mi oscuri il sole, non mi
affascini, non muti il fine del mio salire. C’era il bosco e voi non
c’eravate, non ci sarete e ci sarà il bosco. Una favola? Non, non è una
favola.

(Stefan Wyszynski: nato nel 1901, nel 1948 primate di Polonia; nel
1953, dura fase di repressione contro la Chiesa; il 25 settembre è
arrestato, internato, isolato da ogni contatto è liberato il 28 ottobre 1956,
muore il 28.5.1981.
“Appunti… 1953-56″ date alle stampe 3 settimane prima di morire, sono
note personali)

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hai ragione, Berenice!…

20 Ottobre 2006 Nessun commento

Estate. Siamo sui 700 m. d?altezza. C?è una meravigliosa malga con Fred che guarda e munge una decina di mucche. Intorno pascoli di erba in abbondanza. Ogni giorno sempre uguale: Fred si alza presto per la mungitura poi apre il recinto e le mucche, precedute da Fox (cane volpino) tutto agitato ad abbaiare, si avviano senza premura verso il crinale più verde. Tornano alla sera e io le guardo camminare quasi solenni per niente spaventate da Fox che le convoglia verso il recinto con un abbaiare festoso ma anche ..severo. Fra le mucche Fred me ne ha fatta conoscere una un po? particolare: la porta qui da molti anni ormai: è un po? vecchiotta, sembra perfino di sentirsi mortificata a camminare più adagio delle altre ma..ha un pregio: contribuisce molto a riempire la botticella del latte. Fra le corna ha un ciuffetto di capelli più lunghi delle altre, perciò Fred l?ha chiamata Berenice.
Una sera stentava più del solito a camminare: le altre erano già rientrate tutte. Fred non aveva il coraggio di farle affrettare il passo da Fox e tutti e due l?aspettavano davanti al recinto. Eccola. Lenta lenta arriva e si ferma vicino a Fred che le dà qualche buffetto sulla guancia: ?Brava, brava Berenice. Vieni.?
Passarono molte sere tutte?regolari; Berenice arrivava in tempo con tutte le altre.
Una sera però?
Ancora non la si vede. Fred ha un po? premura di cominciare a mungere: richiama Fox con sè , lascia aperto il recinto e comincia il lavoro. Passa il tempo ma Berenice non la si vede entrare. Un po? preoccupato Fred esce per cercarla ma?sorpresa!! E? là, ferma immobile nel punto in cui si era fermata vicino a Fred quella prima volta che era arrivata in ritardo. ?Berenice, entra, è tardi!!? le grida da lontano. Ma lei non si muove.
Allora Fred si avvicina e le dà buffetti sulla guancia:?Brava, brava Berenice, vieni?. Adesso sì che si avvia, tranquilla ed entra nel recinto. Era chiaro che si era fermata là ad aspettare i buffetti di?consolazione e di incoraggiamento.

(Hai ragione Berenice! Un affettuoso buffetto sulla guancia rianima da tutti i piccoli o grandi insuccessi.
E’piccolo ma dà una grande carica!)

Anche tu, un giorno o l’altro….

20 Ottobre 2006 1 commento


Lasciarsi amare: l’esperienza dell’inattività

Anche voi farete, un giorno o l’altro, lontanissimo,
come lo faremo tutti, l’esperienza dell’inattività.
Verranno meno le forze,
capiterà l’esperienza della malattia,
l’esperienza dell’inutilità.

Vi verrà voglia di dire:
“Che ci sto a fare più qui, portatemi via,
sono di peso a te, sorella,
sono di peso alla comunità!”.

Farete l’esperienza del trauma, della difficoltà,
farete spesso il confronto
col vostro dinamismo iniziale
quando “mangiavate paglia per 100 cavalli”,
quando lavoravate per 100 persone.

Verrà il momento in cui voi farete il confronto
tra quel dinamismo che accompagnava
i vostri anni fortissimi, giovani,
quando si andava da un punto all’altro,
non si dormiva la notte per pensare
quel che si doveva fare il giorno dopo,
sempre per attutire i bisogni degli altri,
per venire incontro alle esigenze del popolo,
della gente,
per annunciare il Regno di Dio.

Verrà il momento in cui voi farete il confronto
tra quel periodo così intenso della vostra vita
e questo della vostra inutilità, inattività.
Ridotti a una poltrona, a un letto,
a una carrozzella,
a una incapacità, perché ogni volta che ci alziamo,
facciamo sempre tanta fatica.

Ricordatevi: ve lo dico
cento anni prima che vi succeda questo,
ricordatevi che quello sarà il momento
spiritualmente più fecondo della vostra vita,
più denso di carità.

La carità prenderà corpo,
ma non perché ci sarà la sorella giovane
che viene ad aiutarvi,
e allora prende corpo in lei la carità, no, no…

Prende corpo in voi quando vi lascerete amare,
perché noi non siamo molto capaci
di lasciarci amare, di farci amare,
ma quello di lasciarsi amare
è il gesto di carità più grande che si possa pensare.

Lasciati lavare i piedi, accogli,
quando qualcuno ti dà qualcosa. Accettalo.

(don Tonino Bello – giovane vescovo morto di cancro)

Ma tu non l’hai fatto

18 Ottobre 2006 3 commenti

Una delle più belle poesie d?amore degli ultimi tempi è stata scritta da una ragazza americana. E? intitolata: ?Le cose che non hai fatte?. Eccola:

?Ricordi il giorno che presi a prestito la tua macchina nuova e l?ammaccai?
M?aspettavo che mi avresti pestata.
Ma tu non l?hai fatto.
E ricordi quella volta che ti trascinai alla spiaggia, con un cielo minaccioso; e tu mi dicevi che sarebbe piovuto?
E infatti piovve!
M?aspettavo che mi avresti esclamato, almeno spazientito:?te l?avevo detto!!?
Ma tu non l?hai fatto .
Ricordi quella volta che civettai con tutti per farti ingelosire, e ti eri ingelosito?
Credevo che mi avresti lasciata.
Ma tu non l?hai fatto.
Ricordi quella volta che rovesciai la torta di fragole sul tappetino della tua macchina?
Potevo aspettarmi che tu mi dicessi almeno una parola di rimprovero.
Ma tu non l?hai fatto.
E ricordi quella volta che dimenticai di avvertirti che la festa era in abito da sera e tu arrivasti in jean?
Credevo che mi avresti mollata.
Ma tu non l?hai fatto.

Quante cose non hai fatto, perché avevi pazienza con me. Perché mi amavi.
??Quante cose volevo farmi perdonare quando tu saresti tornato dal Vietnam!!!….
Ma tu non sei tornato.

timori

15 Ottobre 2006 3 commenti


Timori per il papa in Turchia, dopo la condanna dell?assassino di don Santoro (12/10/2006)

La frettolosa sentenza lascia molte ombre: testimoni oculari non ascoltati e nessuna indagine sui mandanti. La madre del condannato ha lodato l?uccisione definendola ?un dono per lo stato e la nazione?. L?ambiente nazional-islamico rischia di creare problemi alla visita del pontefice. Roma (AsiaNews) ? La sentenza per O.A., il giovane 16enne condannato per l?assassinio del sacerdote romano don Andrea Santoro a Trabzon, mentre pregava nella chiesa di santa Maria, lascia aperte molte questioni. Mentre la madre del giovane lo difende, dicendo che egli ?ha commesso un atto nel nome di Allah?, mons. Padovese, vicario apostolico per l?Anatolia, ha qualche timore per l?imminente visita del papa in Turchia. ?È terribile – ha detto ad AsiaNews – che per tutto il processo, né il ragazzo, né la madre abbiano mostrato alcuna resipiscenza verso l?assassinio, anzi hanno espresso quasi la voglia di ripeterlo? Se la stampa mantiene questo atteggiamento di difesa del gesto? ci potranno essere difficoltà?, soprattutto da parte dei gruppi nazional-islamici.
Ieri la corte di Trabzon ? dopo ben 9 rinvii perché non c?era verdetto comune ? ha condannato il presunto assassino a una pena di 18 anni e 10 mesi. Con ogni probabilità, data la sua giovane età e altri accorgimenti, il ragazzo passerà 7 o 8 anni in prigione. Il governo turco voleva concludere velocemente il caso, imbarazzante nei confronti dell?Europa. Ma molti esprimono perplessità perché a causa di questa fretta, non sono stati considerati alcuni importanti elementi. Sebbene O.A. sia stato dichiarato l?assassino, Loredana P. testimone oculare italiana, che si trovava in chiesa al momento dell?assassinio – in quel periodo era a Trabzon come volontaria nella parrocchia di Santa Maria – continua ad affermare che la voce e il braccio di colui che ha sparato non poteva essere certo quella di un ragazzo. Eppure, la sua testimonianza non è neppure stata ascoltata nelle sedute del processo, svoltesi a porte chiuse, senza nessun rappresentante ecclesiale, né italiano.
Un altro elemento non approfondito è la pistola con cui il giovane avrebbe sparato. Un?arma dello stesso tipo è stata usata per l?assassinio di Mustafa Yucel Ozbilgin , giudice dell?Alta corte, lo scorso maggio. L?arma è piuttosto costosa. Come ha fatto O.A. a procurarsela? E se era del padre ? la famiglia dell?omicida non è ricca – come l?ha avuta?
Un altro punto oscuro è il fatto che la corte non abbia analizzato in profondità l?ambiente da cui è nato l?assassinio.
Appena terminato il processo, è stato chiesto alla madre del ragazzo cosa provava. La sua risposta sembra quasi un?apologia di reato: ?Fosse in carcere ? ha detto – per essere andato contro le regole dello Stato e contro la Legge, per noi sarebbe una vergogna e una maledizione, ma è stato punito per aver commesso un atto nel nome di Dio, perciò non ho nulla da dire. Confido nella giustizia umana e divina?.
Per tutto il processo la madre ha sempre difeso il figlio assassino, senza mostrare alcun pentimento. Ha detto che il gesto del figlio ?è un dono per lo stato e per la nazione?, che suo figlio condannato ?è una vittima per Allah?. Ieri l?ha perfino paragonato ad Ali Agca, l?attentatore di Giovanni Paolo II, e ha suggerito al figlio di gridare ?Allah Akhbar?, Allah è grande.
O.A. è stato difeso anche dal fratello, che ha ributtato la colpa del gesto sulle provocazioni dell?occidente, il loro ?attacco contro la nazione,? accusando l?occidente e i ?cani americani? di essere la causa di tutti i mali.
?Si vede bene ? ha detto mons. Luigi Padovese, vicario apostolico dell?Anatolia – che il sottofondo da cui è nato l?assassinio di don Santoro è una matrice nazionalista di tipo islamico. Questo ambiente fa paura perché esprime ancora l?anima di una parte della Turchia che si irrigidisce sempre più e giustifica ogni violenza. È terribile che per tutto il processo, né il ragazzo, né la madre abbiano mostrato alcuna resipiscenza verso l?assassinio, anzi hanno espresso quasi la voglia di ripeterlo?.
Papa Benedetto XVI si recherà in Turchia a fine novembre. ?Spero ? aggiunge mons. Padovese – che questo non abbia ripercussioni sulla visita del Santo Padre in Turchia. In questi giorni i giornali hanno dato poco spazio al processo e alla condanna dell?assassino di don Santoro, perché discutono e condannano la richiesta della Francia di riconoscere il genocidio armeno.
La sentenza potrà avere qualche influenza sul viaggio del papa se la stampa mantiene questo atteggiamento di difesa del gesto e di accusa alla Chiesa: don Andrea Santoro è stato accusato ? falsamente ? di proselitismo, di aver comprato conversioni e costretto alla fede cristiana giovani musulmani. Se la stampa continua a tambureggiare su questa linea, ci potranno essere difficoltà. Non tanto da parte del governo, ma da parte di gruppi nazional-islamici?. Fonte: www.asianews.it

"Caro Papa…"

15 Ottobre 2006 Nessun commento


«Caro Papa…»
Andrea Santoro
Pochi giorni prima di essere ucciso, don Andrea Santoro aveva inviato questa lettera a Benedetto XVI. È stato
lo stesso Santo Padre a rivelarlo nel corso dell?udienza generale dell?8 febbraio. «È uno specchio della sua anima sacerdotale – ha detto -, del suo amore per Cristo e per gli uomini, del suo impegno per i piccoli»

Santità, le scrivo a nome di alcune signore georgiane della mia parrocchia Sancta Maria a Trabzon (Trebisonda) sul Mar Nero in Turchia. Me l?hanno dettata in turco, la traduco come è uscita dalla loro bocca, così gliela faccio avere in occasione della mia venuta a Roma. Io sono don Andrea Santoro, prete fidei donum della Chiesa di Roma in Turchia, nella diocesi di Anatolia, qui residente da 5 anni. Il mio gregge è formato da 8/9 cattolici, i tanti ortodossi della città e i musulmani che formano il 99 per cento della popolazione. Sarebbe lei, Santità, sia il vescovo della mia diocesi di partenza (Roma) sia il vescovo della mia diocesi di arrivo, dal momento che si tratta di un Vicariato apostolico. È a questo doppio titolo che le recapito la lettera delle tre georgiane. «Caro Papa, a nome di tutti i georgiani la salutiamo. Da Dio chiediamo per te salute nel nome di Gesù. Siamo molto contenti che Dio ti ha scelto come Papa. Prega per noi, per i poveri, per i miseri di tutto il mondo, per i bambini. Crediamo che le tue preghiere arrivano dirette a Dio. I georgiani sono molto poveri, hanno debiti, senza casa, senza lavoro. Siamo senza forze. Viviamo in questo momento a Trabzon e lavoriamo. Tu prega che Dio ci benedica e crei in noi un cuore nuovo e pulito. Noi non dimentichiamo la vita cristiana e per i turchi cerchiamo di essere un buon esempio nel nome di Dio, perché per mezzo nostro vedano e glorifichino Dio. Noi abbiamo molte cose da dire e da raccontare ma, Inshallah, se verrai a Trabzon potremo parlare faccia a faccia. La tua venuta sarà una festa felice. Da Dio chiediamo e auguriamo per te salute e pace e vita cristiana. Baciamo le tue mani. Saremo contenti che tu ci risponda e ci mandassi una foto con la tua firma.
Tu come papà comune prega per don Andrea e Loredana, che Dio dia loro forza e a Trabzon per mezzo loro la chiesa cresca e si moltiplichi.
Maria, Marina e Maria».
A nome degli altri cristiani georgiani ti invitiamo a Trabzon per la tua prossima venuta a Novembre in Turchia. Santità, mi unisco a queste tre donne per invitarla davvero da noi. È un piccolo gregge, come diceva Gesù, che cerca di essere sale, lievito e luce in questa terra. Una sua visita, se pur rapida, sarebbe di consolazione e incoraggiamento. Se Dio vuole… a Dio niente è impossibile. La saluto e la ringrazio di tutto. I suoi libri mi sono stati di nutrimento durante i miei studi di teologia. Mi benedica. E che Dio benedica e assista anche lei.
Don Andrea Santoro,
31 gennaio 2006
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Il ricordo di un compagno di Seminario di don Andrea a Roma.

Era l?ottobre ?64 e si entrava al Seminario Romano Maggiore, per poi uscirne ormai preti nel 1970, dopo sei anni di studi al Laterano. Andrea fu il primo ?collega? che incontrai, certo il primo la cui immagine mi doveva restare presente. Si era nell?anticamera del padre spirituale. Veniva dal Minore e la serietà della divisa – vestito a giacca con pullover e cravatta blu scuro – corrispondeva al portamento e alla persona. Perché lui è serio, cordiale, ma non si concede mai del tutto. Non è tipo da compagnoneria, non sta simpatico a chi preferisce una ?vita tranquilla?. Tempi difficili, a detta di tutti, quelli fine 60. Anni irrequieti e confusi per chi è in Seminario appena terminato il Vaticano II (dicembre ?65). Al Laterano il ?68 giunse l?anno dopo, per una stanca ripetitività di quello ?di fuori?, mi sembrò. Andrea ?ci stava? più di me, sempre pronto a cercare e discutere. Ma è sempre in discussione pure lui, non polemizza solamente col contesto o con le colpevoli strutture. Per questo mai si incrinò la stima tra noi, e lui rimase sempre a guardare ?quelli di Rimini?. Di certo curioso e, direi, anche un po? invidioso, ?di Quello che è? tra me, Giuseppe e Piergiovanni. Non capivo, io giessino dal tempo del liceo, come Andrea potesse, in quel contesto, non mettere in questione Cristo e la sua Chiesa. Vista ora la grande presenza di sua madre al funerale, penso al suo personalissimo cammino e al sostegno che ebbe dalla Tradizione alle sue spalle. I 35 anni che l?hanno portato all?incontro finale con Cristo a Trebisonda stavano già al tempo del Seminario. Non dice don Giussani che alla fine della vita viene a galla quanto di libertà ognuno gli ha donato all?inizio?
Don Andrea Santoro, infatti, ha cercato sempre ?l?essenza?. Non fu mai, tra noi, mera questione di opzione pro o contro programmi e piani pastorali. Da anni non ci si vedeva, lui era tornato al luogo da dove partì Abramo. È rimasto fermo ?quel punto? in cui e su cui ci si è sempre stimati.
Don Giorgio Zannoni
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vuoi riconoscerlo?

15 Ottobre 2006 Nessun commento


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Il vero amico
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(Walter Winchell)

Un vero amico
è quello che entra
quando il resto del mondo esce.