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Archivio Febbraio 2007

Dammi coraggio

27 Febbraio 2007 1 commento

Ti prego:
non togliermi i pericoli,
ma aiutami ad affrontarli.

Non calmar le mie pene,
ma aiutami a superarle.

Non darmi alleati nella lotta della vita…
eccetto la forza che mi proviene da te.

Non donarmi salvezza nella paura,
ma pazienza per conquistare la mia libertà.

Concedimi di non essere un vigliacco
usurpando la tua grazia nel successo;
ma non mi manchi la stretta della tua mano
nel mio fallimento.

Quando mi fermo stanco sulla lunga strada
e la sete mi opprime sotto il solleone;
quando mi punge la nostalgia di sera
e lo spettro della notte copre la mia vita,
bramo la tua voce, o Dio,
sospiro la tua mano sulle spalle.

Fatico a camminare per il peso del cuore
carico dei doni che non ti ho donati.

Mi rassicuri la tua mano nella notte,
la voglio riempire di carezze,
tenerla stretta: i palpiti del tuo cuore
segnino i ritmi del mio pellegrinaggio.

Rabindranath T.

La pipa e il pettine

27 Febbraio 2007 Nessun commento

Era un matrimonio povero.
Lei filava alla porta della sua baracca, pensando a suo marito. Tutti quelli che passavano rimanevano attratti dalla bellezza dei suoi capelli, neri, lunghi, luccicanti.
Lui andava ogni giorno al mercato a vendere un po’ di frutta e si sedeva sotto l’ombra di un albero per aspettare i clienti. Stringeva tra i denti una pipa vuota, non aveva soldi per comperare un pizzico di tabacco.
Si avvicinava il giorno del loro anniversario di matrimonio e lei non smetteva di chiedersi che cosa avrebbe potuto regalare al marito. E con quali soldi? Le venne un’idea. Mentre la pensava, ebbe un brivido, però dopo aver deciso, si riempì di gioia: avrebbe venduto i suoi capelli per comperare il tabacco a suo marito.
Già immaginava il suo uomo nella piazza, seduto davanti alla frutta, dando lunghe boccate alla sua pipa: aromi di incenso avrebbero dato, al padrone della piccola bancarella, la solennità e il prestigio di un vero commerciante.
Vendendo i suoi capelli ottenne solo alcune monete, però scelse con attenzione il tabacco più pregiato.
Alla sera, ritornò il marito, arrivò cantando. Portava nelle sue mani un piccolo pacchetto, c’erano alcuni pettini per la sposa, li aveva acquistati dopo aver venduto la sua pipa.

L’amore è puro dono,
pura gioia di pensare all’altro,
di togliersi dal centro della propria vita
per lasciare all’altro lo spazio d’onore.
Tagore

messaggio

27 Febbraio 2007 Nessun commento

Cari figli, aprite il vostro cuore
alla misericordia di Dio
in questo tempo di Quaresima.
Il Padre celeste desidera liberare
dalla schiavitù del peccato
ciascuno di voi.
Perciò, figlioli,
fate buon uso di questo tempo
e, attraverso l?incontro con Dio
nella Confessione,
lasciate il peccato
e decidetevi per la santità.
Fate questo per amore di Gesù
che ha redento tutti voi
con il Suo Sangue,
affinché siate felici ed in pace.
Non dimenticate, figlioli:
la vostra libertà
è la vostra debolezza:
perciò seguite i miei messaggi
con serietà.

si è messo il grembiule

24 Febbraio 2007 Nessun commento

( dal Vangelo: “…si mise il grembiule e cominciò a
lavare loro i piedi…”)

Se dovessi scegliere
una reliquia della tua Passione,
prenderei proprio quel catino
colmo d’acqua sporca.
Girare il mondo con quel recipiente
e ad ogni piede
cingermi dell’asciugatoio
e curvarmi giù in basso,
non alzando mai la testa oltre il polpaccio
per non distinguere
i nemici dagli amici,
e lavare i piedi del vagabondo,
dell’ateo, del drogato,
del carcerato, dell’omicida,
di chi non mi saluta più,
di quel compagno per cui non prego mai,
in silenzio
finché tutti abbiano capito nel mio
il tuo amore.

(Luigi Cantucci)

quando….

24 Febbraio 2007 Nessun commento

Entravi nella vita. Tutti intorno a te sorridevano.
Tu solo piangevi.
Imposta la tua vita in modo che,
nel momento in cui lascerai questo mondo,
tutti intorno a te piangano
mentre tu solo sorridi.

Non ero niente

20 Febbraio 2007 Nessun commento

Una luce ha illuminato tutta la cappella, mi ha attraversato, è entrata in me, mi ha fuso in essa… Era una luce spirituale, intelligente, carica d’amore e di tenerezza infinita, che conosceva le mie scarse qualità e i miei più piccoli difetti… Mi son visto tale e qual’ero allora: un misto di niente e di peccato. Non ero niente! Ma questo niente interessava alla Luce.
Andrè Frossard

Da ebreo

20 Febbraio 2007 Nessun commento

Gentile Direttore, sono ebreo ed ho vissuto la Shoah durante tutta l?infanzia.
Debbo la mia vita ai Salesiani che mi hanno protetto e nascosto durante il 1944 nel Collegio di Cavaglià (Torino), insegnandomi, nella persona del Rettore don Cavasin, a fingere di essere cattolico senza mai, dico mai, neppure accennare ad una mia eventuale conversione al Cattolicesimo.
In questo miracolo del XX secolo ho sempre manifestato la mia riconoscenza con ogni mezzo, e ne ho scritto.
Tuttavia, come cittadino italiano, mi sono trovato assai spesso,e mi trovo, su posizioni diametralmente opposte a quelle del vostro quotidiano, e sono sicuro che non me ne vorrete.
Detto questo, sento il dovere, come ebreo, di rendere onore allo storico della Chiesa Iginio Rogger, al giornalista di Trento Diego Andreatta e al vostro giornale per l?articolo a pagina 30 di giovedì 8 febbraio 2007 intitolato . ?Lo storico della Chiesa trentina afferma: Simonino non perì per mano ebrea?
In questo difficile momento della mia vita avete fatto risorgere dentro di me l?indomabile spirito cristiano di don Cavasin.
Grazie anche a nome di mia figlia Lina e di mio nipote Mario Davide che, senza quei preti, non esisterebbero neppure loro e che, oggi, per merito vostro, possono continuare ad essere contenti di essere ebrei.
Con commozione. ALDO ZARGANI

Bentornata, Federica!

20 Febbraio 2007 Nessun commento

Poco più di un anno fa qualsiasi medico la dava per spacciata..Era già praticamente morta, Federica, aggredita da due tumori subdoli e cattivi, cresciuti in posizione tale per cui prima era impossibile vederli poi, quando la TAC li aveva ormai stanati, nessuno si arrischiava a toglierli. Uno ( metastasi) era nascosto dietro ad un linfonodo del collo, un bozzettino apparentemente da nulla, scambiato a lungo per conseguenza di un mal di denti e curato con antibiotici. L?altro (tumore primario) era annidato dietro il naso e lì cresceva, spingeva verso la testa e sembrava volerla ?spaccare?. I dolori erano fortissimi. Il tutto, infine, complicato da una gravissima miocardite, infiammazione al cuore che molto di rado è conseguenza delle chemioterapie: la stava portando alla morte. ? Molto di rado ma a me è capitato – ride adesso Federica- ; si vede che non bastava tutto quello che mi era cascato addosso!..?
Federica è di Santalucia, un paese vicino a Mentana (Roma). Adesso ha 25 anni. Colpisce in lei la grande forza vitale. E? un ..vulcano in eruzione ?perché – dice – io in quella stanza di ospedale, ho improvvisamente scoperto la gioia e ora la voglio raccontare a più persone possibile, specialmente a chi non sa quanto è bello affidarsi a Dio, quanto è fantastico esserci a questo mondo??
Non resta che lasciarla parlare e provare a capire.
Federica, estetista? Qui davanti a noi a raccontare. Un trucco sapiente e due mani affusolate dalle unghie accuratissime. Accanto a lei la mamma Lucia, 43 anni, casalinga, tutta mitezza e pazienza, e il papà Franco, 49 anni, impiegato, grandi baffi e amore incontenibile per questa loro unica figlia. Rivivono nel racconto
ogni istante di quel lungo calvario che hanno passato?
?Per otto mesi – comincia Federica – dal gennaio all?agosto 2005, quel bozzetto nel collo sembrava innocuo. Anche l?esame dell?agoaspirato non manifestava la metastasi nascosta in esso.
A settembre me lo tolsero ma i dolori aumentavano, atroci. Mi prendevano tutta la faccia, fin dentro il cervello.
Non potevo più nemmeno aprire la bocca. I medici non se lo spiegavano. Era il tumore che da dietro spingeva?
Una ulteriore TAC svela il tumore primario che viene dichiarato non operabile. Federica entra allora in un altro Ospedale per subire radioterapia e chemioterapia.
?Per non bucarmi di continuo – racconta – mi misero all?ascella un catetere endovenoso, con una macchinetta che mi portavo sempre dietro. I dolori però erano ormai da impazzire. Io resistevo perché i medici mi assicuravano che era normale, che era colpa delle cellule tumorali che reagivano alla chemio. in più io stessa mi dicevo: – possibile che i vecchietti ce la fanno a resistere e io che sono giovane mi lamento? -
Così stringevo i dent! t?.
Ma il 28 settembre Federica non si alza più da terra dove si è buttata illudendosi di trovare almeno lì
un po? di sollievo: non riesce più a stare né a letto né seduta.
E da lì improvvisamente, chissà perché, Federica si rivolge alla mamma e le dice: ?Mamma, diciamo il Padre nostro??. ?Una preghiera che non conoscevo bene – continua -; nella nostra famiglia non si era mai pregato. Anzi io non ero nemmeno battezzata. Sapevo un po? il Padre nostro perché l?avevo sentito qualche volta a dei funerali o a dei matrimoni??
Della famiglia solo il papà Franco pregava, facendosi anche vedere,tanto che lo chiamavano con ironia ?il frate?.
Siamo alla sera del 28 settembre: Federica brucia letteralmente. Nel tentativo di darle sollievo le bagnano il petto con pezze fresche.
Il giorno dopo altra seduta di chemio ma ce la portano a peso morto. I medici le dicono ancora
di ?stringere i denti perché è tutto normale? Ma stavolta la mamma si rifiuta di lasciarla ancora lì e la fa trasportare al Gemelli. ?.
Siamo al 30 settembre. Federica non ci vede più, la pressione risulta di 50 la massima e 30 la minima.
Miocardite. Praticamente Federica è morta, però lei si accorge di tutto.
?Rivedo – racconta – una decina di medici che si affannano su di me, l?infermiera Sara che piange e mi carezza dicendomi. micetta, non ci lasciare. Io li guardavo e pensavo – se non ce la fanno loro a resistere?-
Finchè di colpo, mentre i dolori erano ormai qualcosa di umanamente insopportabile, ho sentito un grido dentro di me: mio Dio portami via . Ho visto in quel momento un?immagine di Cristo sulla croce, ma era un uomo vero, di carne, non un quadro. Poi un mantello mi ha avvolta. di colpo una pace stupenda, uno stato di benessere che io non posso provare a descrivere, una serenità paradisiaca?
Nello stesso istante il dolore è cessato e non è tornato mai più?.
I medici intanto pensavano ad un infarto. Non capivano. Solo una cosa era certa: Federica stava morendo.. Il primario prof. Rebuzzi uscì in corridoio ad avvertire la mamma. Poi il coma.
?Eppure io vedevo tutto, anche il mio fidanzato Fabio che piangeva. Io invece mi sentivo benissimo e non
capivo perché lui facesse così. Guardavo il mio corpo sul letto e non ci volevo rientrare?.
Rianimata, Federica emerge dal coma e da quel momento è una persona che prima non esisteva.
?Non solo non avevo più dolori – precisa – , era che adesso sapevo.
Appena mi sono svegliata, ho iniziato a fare una testa così a tutti i malati su quanto sia importante l?amore,la famiglia, la fiducia in Dio. I medici erano stupefatti ma credevano che io fossi una credente. E chiedevano
alla mamma: —da dove viene signora quella luce negli occhi di sua figlia?— ?Io non sapevo che cosa dire-
interviene la signora Lucia. E il papà Franco tira fuori dalla tasca un foglio piegato con cura, e con commozione lo porge da leggere. come se fosse una reliquia: —sono tornata per voi— c?è scritto tra il resto: sono le prime parole tracciate da Federica al risveglio, quando ancora non riusciva a parlare
?Sì —aggiunge ora— perché da allora ho capito che il mio vero sogno era la famiglia.. Io che avevo chiesto a Dio di portarmi via, adesso assaporo ogni istante della vita. E non mi fa più paura niente: malattia, morte e dolore li incontrerò ancora, è ovvio; ma adesso che ho la fede che cosa posso più temere? Quando sai che c?è Dio, vedi tutto con occhi diversi??

Di recente Federica si è preparata ed ha voluto ricevere nello stesso giorno Battesimo Comunione e Cresima. E il padrino? ?Il marito di una paziente in ospedale ; ho coinvolto proprio tutti!..? ride
La miocardite è guarita. E il tumore inoperabile? ?Cinque mesi fa – dice – gli esami non ne hanno
più trovato traccia. Sparito! E pensare che era grande come un mandarino!..?
A guarirla è stata la Medicina ma a farle vedere il mondo ?per la prima volta come un bambino che nasce? è stata la fede. ?Ora – dice – accetto ciò che Dio mi manda e mi affido a Lui con gioia. E pensare che prima vivevo giusto perché ero nata!…. La vita mi era indifferente.?
Il più spaventato, in tutta la vicenda, è Fabio, il giovane fidanzato che si era innamorato di una Federica e di colpo se ne trova un?altra. ?Ma adesso anche lui ha scoperto la fede -dice Federica -.e a
maggio ci sposiamo.?

Bisogna cercare

13 Febbraio 2007 Nessun commento

Bisogna cercare senza stancarci. Bisogna camminare lungo le vie della vita con la tenerezza di un bambino e la forza di un gigante. Bisogna soffermarci ad ammirare il cielo della sera e ascoltare i sospiri del vento che passa leggero tra i rami dei pini. Bisogna cercare perché anche la voce del mare può avere un suono diverso per dire qualcosa. Bisogna cercare perché in ogni palpito lieve del mondo si può trovare l’infinito.
(Romano Battaglia)

Il racconto di Faith

13 Febbraio 2007 Nessun commento

I
(Faith ha 17 anni. È una bella ragazza. Alta. Occhi scuri. Fisico tonico e proporzionato messo in evidenza da vestiti attillati e scarpe col tacco alto.
Faith parla inglese. È qui in Italia da poche settimane. È venuta per studiare. A casa ha lasciato sua madre e i fratelli. Il padre è morto. E lo dice con un tale distacco che sembra che parli del padre di qualcun altro.
Faith ha passato le sue prime settimane a Torino. Poi ha preso un treno. Ha aspettato cinque o sei ore ed è arrivata qui, in questa stazione ferroviaria. Stanca, spaventata, affamata.
Faith è nigeriana. Ha lasciato il suo paese insieme ad altre ragazze perché le avevano promesso l’Italia.
Le avevano promesso che avrebbe terminato gli studi, affinato le sue doti atletiche e guadagnato molti soldi.
Faith ha lasciato la Nigeria con un futuro migliore negli occhi. Faith ha lasciato la Nigeria per venire a prendere il suo sogno nel Paese dei Balocchi.
E mentre parla attraversiamo la città in autobus.
Faith è invitata a pranzo a casa mia. Saliamo. La faccio accomodare in cucina. Mi chiede se si può togliere le scarpe col tacco. Evidentemente le stanno strette. Le porgo le mie ciabatte. Le infila, poi appoggia lo zaino accanto a sé. Non se ne vuole separare.
Probabilmente lì dentro c’è tutta la sua vita, penso.
Le offro dell’acqua. Beve.
Poi inizia a raccontare davvero.
“A Torino hanno portato me e delle altre ragazze in un appartamento. Qui, la prima sera, le stesse persone che ci avevano regalato il sogno di un futuro migliore ci hanno fatto cambiare d’abito e ci hanno obbligato ad andare in strada. Mi sono prostituita per due settimane. Venivo picchiata ogni sera. Sostenevano che non guadagnavo abbastanza. Io stavo male. Avevo dei forti mal di pancia. Loro mi obbligavano a prostituirmi. Poi mi picchiavano. Mi picchiavano. Mi picchiavano. Alla fine sono scappata, ma non potevo certo rimanere a Torino. Se mi avessero trovato sarebbero stati capaci di uccidermi”.
Si interrompe per qualche secondo. Si guarda attorno. Non sta piangendo. Le chiedo se è stanca. Accenna un sì con la testa. La porto sul divano. Le offro una coperta. Le prometto che tra una mezzora sarà pronto il pranzo. E mentre lei si avvolge nella coperta io torno in cucina. Metto a bollire dell’acqua per la pasta e apparecchio la tavola e mi chiedo com’è possibile che una ragazza di soli diciassette anni possa essere trattata come un oggetto, venduta e barattata e sfruttata e picchiata. Mi chiedo chi può commettere un’azione del genere e chi con il silenzio asseconda quell’orrore. E nel frattempo due bei piatti fumanti di spaghetti con il pomodoro aspettano le nostre bocche affamate.
Così vado da Faith, le dico di venire in cucina. La osservo, cercando di essere il più discreta possibile, mentre mangia avidamente. Poi alza la testa. Mi sorride. Le sorrido. Riprende a raccontare.
“A Torino, mentre stavo piangendo seduta su una panchina, un uomo mi ha chiesto il perché. Ho cercato di spiegarglielo. Mi ha dato un numero di telefono”.
Le chiedo se ha provato a chiamarlo. Dice di No. Poi infila la mano in tasca e ne estrae un libricino. Lo sfoglia fino a trovare un pezzo di carta ripiegato che mi porge. Guardo il numero, secondo quello che leggo sul foglietto si riferisce ad un organismo ministeriale che si occupa delle donne vittime della tratta. Le restituisco quel piccolo ritaglio di speranza e mentre chiamo l’assistente sociale mi accorgo che il libricino è un Vangelo.