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Archivio Gennaio 2008

insomma! basta “mamma” e “papà”!!!

31 Gennaio 2008 Nessun commento

Con un’iniziativa, già criticata dall’opposizione, il ministro per la Scuola e per l’Infanzia Ed Balls, ha proposto di vietare alle scuole elementari del Regno Unito di usare nelle loro comunicazioni alle famiglie i termini «mamma» e «papà» preferendo quello più generico di «genitori», per non urtare – ha spiegato il ministro – la sensibilità di chi non appartiene a una famiglia tradizionale.
  La decisione è stata annunciata dopo una consultazione tra i membri dell’esecutivo in seguito a un rapporto dell’organizzazione per i diritti degli omosessuali Stonewall secondo la quale sarebbe «discriminatorio » continuare a chiamare i genitori «mamma e papà». Ma c’è di più: secondo Balls i bambini dovranno essere educati all’idea che esistono genitori dello stesso sesso già dall’età di quattro anni per combattere, ha specificato, «le tendenze omofobiche e il bullismo radicate già nelle scuole elementari». Alle medie e alle superiori poi, quando si parlerà di matrimonio, agli studenti sarà obbligatoriamente sottolineata l’esistenza delle unioni civili e dei matrimoni gay per invitarli, ha spiegato ancora Balls, «alla tolleranza ». Tra le espressioni che saranno vietate a scuola c’è anche «comportati da uomo » e «non piangere come una donnicciola» perché secondo l’esecutivo di Brown possono indurre a comportamenti di intolleranza nei confronti degli omosessuali.
  Nella patria della "political correctness" c’è però chi crede che con questa iniziativa il governo abbia oltrepassato il limite: «È assurdo – ha commentato un portavoce dei conservatori – che ai nostri figli sia vietato di chiamarci mamma e papà. "       (Elisabetta del Soldato  -da Londra-)

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due anni

29 Gennaio 2008 Nessun commento

 Caro Direttore, desideriamo ricordare nostra figlia Antonia, a due anni dalla scom­parsa avvenuta il 28 gennaio 2006, ragazza dal volto luminoso e dal cuore aperto a captare le necessità del prossimo. Per la sua fede è sta­ta di grande esempio per quanti l’hanno conosciuta e per chi ha se­guito la storia di ‘mamma Anto­nia’ che ha rinunciato a farsi cu­rare per lasciarci un grande dono di Dio: il piccolo Emanuele Boz­zetto. Siamo certi che Antonia è sempre accanto a noi a darci for­za e ci siamo resi conto che Dio non ci abbandona mai, ma raffor­za in noi, pur attraverso il vaglio di un evento devastante come la morte di una figlia, la fede, l’amo­re e la disponibilità al perdono. An­che per noi Antonia è stata esem­pio luminoso: ha accettato con se­renità e umiltà la malattia, preoc­cupandosi solo del bene spiritua­le, per arrivare alla meta nel segno della fedeltà a Dio. Ci auguriamo che queste parole possano aiuta­re chi vive esperienze drammati­che simili.
 Maria ed Emanuele Chiarantoni

 Bari

farci uno

29 Gennaio 2008 1 commento

Pomeriggio all’ospedale, per una visita di controllo.
  Consueto via vai di gente, come alla stazione, in un aeroporto, in un bar. È curioso l’effetto che produce un flusso di gente (non si lanciano in massa anche i neutrini per studiarli?). Aspetto il mio turno, sedie che si liberano, sedie su cui vengono a sedersi nuove persone. Qualcuno cammina avanti e indietro nervoso. Si presentano una donna molto vecchia e un uomo grasso con i baffetti, cresciuto nel corpo ma non nella mente. L’infermiera addetta al ricevimento pazienti risponde a una domanda ingenua di lui e poi chiede: «Siete insieme?». La donna risponde: «Io sono mio figlio». Inizia un dialogo surreale, scandito dalle risposte della donna che continua a ribadire: «Siamo uno». Si potrebbe sorridere: c’è qualcosa di bello nella sua, di certo fondata, ostinazione. La vita passata a essere uno con quel figlio rimasto bambino. Ma rifletto su quanto tutti, e non soltanto i più fragili, abbiamo bisogno di stringerci, di farci uno per andare avanti.
  Parlare   spesso ci confonde, ci disunisce, ci separa.
  Eppure, nemmeno nella stretta di mano più calda, nemmeno abbracciati o persi nel bacio più profondo, saremo mai vicini come siamo nelle parole.  (Laura Bosio)

tu solo

28 Gennaio 2008 Nessun commento

"Quando sei nato

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un’altra fidanzata

27 Gennaio 2008 Nessun commento

Una donna era offesa perché suo figlio diciottenne, ogni volta che uscivano insieme, camminava un po’ più avanti: forse si vergognava di lei? Un giorno volle chiedergli una spiegazione. Il ragazzo, imbarazzato, rispose: «È solo che tu sembri così giovane e sei così bella che non vorrei che i miei amici sospettassero che ho un’altra fidanzata!». La tristezza della madre svanì d’incanto. Non ha una fonte nobile questo episodio, né è desunto da un articolo di giornale o da una testimonianza di personalità famosa. È solo la sintesi di un racconto – un po’ compiaciuto – della moglie di un mio amico che a cena, in assenza del figlio, rievoca per me questa vicenda. Se la donna non fosse effettivamente molto bella e giovanile, si potrebbe sospettare il tarlo dell’illusione o della vanità che, comunque, è sempre da mettere in conto, considerando anche l’astuzia dei figli per tener a bada i loro genitori. Tuttavia, io vorrei proporre questo aneddoto divertente per un’altra ragione: troppo spesso il sospetto di un inganno, il dubbio nei confronti dell’altro, l’immaginazione fervida di non si sa quali complotti ai nostri danni ci rendono la vita triste, ci trasformano in persone scontrose, ci delineano orizzonti foschi. «Il sospetto è il compagno delle anime meschine», osservava Thomas Paine, scrittore inglese del Settecento. Certo, non si deve cadere nell’illusione e nella faciloneria, ma un po’ di fiducia nei confronti del prossimo non guasta. È vero che a pensar male si fa peccato ma spesso si indovina. Tuttavia non è sempre così. E le sorprese non mancano, come per quella madre.

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spunti

26 Gennaio 2008 Nessun commento

  *Ti amo – non per chi sei -ma per chi sono io – quando sono con te

*Nessuna persona merita le tue lacrime. E chi le merita – sicuramente non ti farà piangere.

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end.gaza.siege.ps

25 Gennaio 2008 Nessun commento

GAZA: un livello di drammaticità che rasenta l’inimmaginabile.

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l’aquila e la talpa

24 Gennaio 2008 Nessun commento

Per nascere aquila bisogna abituarsi alle altitudini; per nascere scrittore bisogna imparare ad amare la rinuncia, le sofferenze, le umiliazioni. Soprattutto, bisogna imparare a vivere appartato. Come la talpa, lo scrittore si aggrappa al suo limbo, mentre sopra di lui la vita in rigoglio continua, persistente, tumultuosa. Scrittore statunitense "scandaloso", Henri Miller (1891-1980) ha rappresentato un modello di reazione, talvolta esagitata ed eccessiva, alla cultura piccolo-borghese. Dal suo "autoromanzo", come egli lo chiamava, Nexus (1960) ho estratto questo paragrafo che, a prima vista, sembra destinato solo agli scrittori. In realtà, tutte le autentiche scelte di vita richiedono un lungo apprendistato fatto di rinuncia, di sofferenze e di umiliazioni. È, dunque da recuperare in senso positivo quell’animale, la talpa, che ha acquistato ormai solo un’applicazione simbolica negativa. Stare un po’ sotto terra, nel silenzio e nell’oscurità lasciando all’esterno il tumultuoso agitarsi di chi sta in superficie, non dev’essere certo una scelta di vita definitiva, se non in casi straordinari, ma indubbiamente è un’esperienza da praticare a scadenze regolari per riacquistare una carica interiore. Ama nesciri et pro nihilo reputari, suggeriva un autentico monito ascetico, ossia ama essere ignorato e considerato un nulla. Un appello che è ancor più valido in un tempo in cui conta solo la riconoscibilità, l’apparire senza essere, l’inganno mediatico. Ma nella frase di Miller irrompe anche l’aquila: «per nascere aquila bisogna abituarsi alle altitudini». L’idea è significativa: a furia di razzolare nel fango o di essere curvi sulle cose, ci si trasforma in esseri meschini. Bisogna saper levare più spesso verso l’alto la mente e il cuore per avere un’anima grande, pura e libera.

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fatti sordo!

23 Gennaio 2008 Nessun commento

  Due lucertole organizzano una gara: arrampicarsi su un alto muro:

verticale e piuttosto scivoloso per l’umidità.

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forze d’emergenza

22 Gennaio 2008 Nessun commento

Una volta, due piccoli amici si divertivano a pattinare su un laghetto gelato.
Era una sera nuvolosa e fredda, i due bambini giocavano senza timore;
improvvisamente il ghiaccio si spaccò e si aprì inghiottendo uno dei bambini.
Lo stagno non era profondo, ma il ghiaccio cominciò quasi subito a richiudersi.
L’altro bambino corse alla riva,
afferrò la più grossa pietra che riuscì a trovare e si precipitò dove il suo piccolo compagno era sparito.
Cominciò a colpire il ghiaccio con tutte le sue forze, picchiò e picchiò finché riuscì a rompere il ghiaccio,
afferrare la mano del suo piccolo amico e aiutarlo a uscire dall’acqua …
Quando arrivarono i pompieri e videro quanto era accaduto si chiesero sbalorditi:
«Ma come ha fatto?
Questo ghiaccio è pesante e solido,
come ha potuto spaccarlo con questa pietra e quelle manine minuscole?».
In quel momento comparve un anziano che disse:
 «lo so come ha fatto!».
 «Come?» chiesero.
Il vecchietto rispose:
«Non aveva nessuno dietro di lui a dirgli che non poteva farcela … ».
 

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