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Archivio Marzo 2010

4 persone e un fallimento

31 Marzo 2010 2 commenti

C’erano 4 persone chiamate: Ognuno, Qualcuno ,Ciascuno, e Nessuno.
C’era un lavoro importante da fare e Ognuno era sicuro che Qualcuno l’avrebbe fatto.
Ciascuno avrebbe potuto farlo, ma Nessuno lo fece.
Qualcuno si arrabbiò perché era un lavoro di Ognuno.
Ognuno pensò che Ciascuno poteva farlo, ma Nessuno capì che Ognuno non l’avrebbe fatto.
Finì che Ognuno incolpò Qualcuno perché Nessuno fece ciò che Ciascuno avrebbe potuto fare.
gang-classic

da baby-soldato a docente a Padova

30 Marzo 2010 Nessun commento

« Cercavo di sbagliare mi ra, ma è inutile negarlo: da bambino ho dovuto uccidere e l’ho fatto tante volte ». Aveva 13 anni John Baptist O nama quando in Uganda fu rastrel lato dalle milizie governative e co stretto a imbracciare le armi contro i guerriglieri di Idi Amin. E oggi che l’ex bambino soldato è diventato un 40enne docente d’università, ha scelto di raccontare «per aiutare i ra gazzi italiani a riflettere sulla neces sità di costruire un mondo più giu sto »: «Ho visto stupri di massa su bambine della mia età e massacri di civili. Ho visto uccidere e torturare. Ho visto adulti supplicare di essere risparmiati e poi morire sotto i col pi di un fucile. E spesso quel fu cile era il mio». Esce dall’ate neo di Padova, dove insegna E conomia dello sviluppo presso la facoltà di Scienze politi che, e ci tende la mano con u na battuta: «Il mio nome è O nama… Prima tutti si sbaglia vano con Osa ma, adesso con Obama: mi so no riabilitato!». È un uomo che la fede rende solido e sereno, nono stante le ferite che si porta dentro e i ricordi incancellabili: «Era il 1980, Idi Amin era stato rovesciato dopo otto anni di dittatura e il Paese era dilaniato dalla guerra civile tra i sol dati del nuovo esercito nazionale e i guerriglieri di Amin – racconta –. Entrambi sfogavano sulla popola zione civile la loro ferocia. Nel fuggi fuggi generale io mi rifugiai in sof fitta insieme a Richard, uno dei miei fratellini che stava male e non pote va scappare, e rimanemmo immo bili nel buio…». Non sapeva che se tacciavano proprio le soffitte per ru bare i pochi valori nascosti: «Fu co sì che ci trovarono e ci portarono dal comandante. Di Richard persi le tracce, ma lì trovai George, un altro dei miei fratelli».
Era solo un bambino, Onama, con tanti sogni ancora da realizzare, pri mo tra tutti la licenza primaria, che nel sistema scolastico ugandese si ottiene in settima elementare. «In vece il solo esame di geografia fu l’in terrogatorio del comandante»: O nama era stato risparmiato solo per ché conosceva il territorio a perfe zione, era la guida giusta per i set tanta uomini del plotone che dove va stanare i guerriglieri. «Non ti chie dono per favore, ti arruolano e ba sta – testimonia oggi il professor O nama –. Prima ci hanno detto che dovevano eliminarci perché ormai sapevamo troppo, poi ci hanno fat to balenare la speranza di salvarci la pelle se avessimo collaborato. Era un bluff, ma da giorni camminava mo tra cadaveri diventati preda dei branchi di cani, come potevamo du bitare delle loro parole?». Qualche ora di addestramento con i fucili, un taglio all’uniforme per adattarla al le dimensioni del bambino, e Ona ma era ‘soldato’ a tutti gli effetti. Nessun maltrattamento, anzi, il pla gio dei bambini avviene facendoli sentire importanti, persino amati – hai fame, piccolo? Vuoi una sigaret ta? – «e così ti ritrovi assassino, an che perché il nostro plotone era spesso attaccato dai ribelli, e questo crea un legame. Per vincere paura e orrore, poi, ci davano la marijuana». Gli occhi del piccolo Onama hanno visto le più basse umiliazioni, ricor dano ancora il tremito di un adulto che porge invano il suo orologio per comprare la salvezza, o il pianto di un’anziana che chiama «figlio mio» l’uomo che le sta sparando. «Io stes so uccidevo – mormora John Ona ma –: a volte magari avrò anche cer cato di ‘sbagliare’ mira, ma la ve rità è che lo fai e basta, sei solo un bambino, hai tanta paura e pensi che altrimenti tradisci gli altri… Quella è gente che ti sa plagiare, al la fine salti la fossa ed è per sempre». A meno che non irrompa nella tua vita qualcuno ancora in grado di cambiarla e non ti resti almeno un sogno pulito, «quella licenza ele mentare che tuttora non ero riusci to a ottenere». I genitori di Onama sono rifugiati nel campo profughi oltre il confine sudanese, e il picco lo è solo. Più volte scappa e più vol te viene riacciuffato, ma sulla sua strada incontra quelli che oggi de scrive come angeli custodi in carne ed ossa. La prima a salvarlo è suor Veronica, preside italiana di una scuola fondata dai comboniani nel ladiocesi di Gulu: «È lei che mi fa sostenere l’esame di Stato, ma poi i militari mi riprendono e io vedo riaf facciarsi tutto l’orrore». Poi lo affida ai frati, che gli danno un lavoro e so prattutto parlano del suo caso al ve scovo di Gulu, Cipriano Kihangire: «Per mia fortuna il vescovo era an che presidente del consiglio d’am ministrazione del collegio dei com boniani – sorride Onama –, così mi ha esonerato dalle tasse scolastiche e ho potuto frequentare le superio ri ». La presenza dei comboniani è quello che John oggi definisce un miracolo: il governo aveva ordinato di evacuare la missione di Moyo ma i quattro sacerdoti italiani si erano ri fiutati e la missione aveva spalan cato le porte, ospitando profughi persino in chiesa e nella scuola. «A loro rischio ogni sera comunicava no via radio con la casa generalizia i massacri, costringendo così il go verno a moderare la ferocia».
È in quegli anni che Onama matu ra la sua fede, con i frati di Saint Mar tin De Porres impara a pregare, ac canto ai comboniani scopre «un ca risma di tipo francescano, la spiri tualità delle piccole cose che anco ra oggi determina ogni mia giorna ta.
Vede – fa un esempio – ieri in fon do alle cose da stirare ho trovato del le camicieche erano là sotto dalla scorsa estate e mi sono spaventato: se in tanti mesi non le ho cercate vuol dire che possiedo troppo…».
A Padova il giovane Onama ci arri va nel 1988, quando padre Lucia no Giarolo, missionario veneto co nosciuto al meeting degli studenti cattolici in Kenya, e una domenica dal pulpito racconta l’odissea del ragazzo africano. Il futuro profes sore si mantiene lavorando come lavapiatti nella mensa universita ria, mentre la Caritas gli passa tut ti i libri. Nel 2003 la laurea con 110 e lode.
Oggi, a chiedergli che sogni gli re stino da realizzare, sfodera un sor riso bianchissimo, «salvare il mon do e comprarmi uno yacht», poi torna serio: investire negli studen ti per un mondo di pace. E soprat tutto meritarsi la grazia che Dio gli ha dato: «I miei coetanei non ce l’hanno fatta e chi è sopravvissuto ha la vita distrutta. Perché io ho in contrato suor Veronica o padre Lu ciano? Perché ho potuto studiare? Non ho risposte, ma il dovere di me ritarmelo sì».
Più volte la fuga, poi sempre la cattura e il ritorno nell’inferno della guerra. Ha assistito a stupri e massacri, ha dovuto fucilare donne e anziani. Poi l’incontro con suor Veronica e i comboniani: «Mi hanno restituito alla vita». A un sacerdote veneto deve l’arrivo in Italia, dove si laurea a pieni voti. «Per mantenermi? Lavavo i piatti alla mensa dell’ateneo» Oggi è salito in cattedra
300.000 i bambini soldato nel mondo 120.000 le bambine 10.000 quelli di cui si sono perse le tracce80% i piccoli arruolati nelle truppe dell’esercito in Uganda

L.Bellaspiga (AVVENIRE 28.3.10)padova_2

quelli

29 Marzo 2010 2 commenti

“Gli uomini
che meglio riescono
a stare con le donne
sono gli stessi
che sanno starne benissimo senza.”

Charles Baudelaire
mare

Roulette in autostrada

29 Marzo 2010 4 commenti

GENOVA (28 marzo) – Per gioco, per sfida, per mostrarsi intrepidi agli occhi degli amici, un gruppo di 13 ragazzi hanno inventato un gioco tanto folle quanto pericoloso: attraversare l’autostrada A7 Milano-Genova di corsa evitando di farsi travolgere da auto e camion, filmando il tutto con i telefonini per mettere poi i video su internet. Fermati e segnalati dalla polizia al Tribunale dei Minori di Genova, i giovani, tra i 13 e i 16 anni, rischiano ora una serie di denunce per procurato allarme, attentato alla sicurezza dei trasporti, danneggiamento.

Teatro dello spericolato passatempo un tratto urbano della A7 all’altezza di Bolzaneto, dove la carreggiata con due corsie corre tra le case con un percorso tortuoso che costringe gli automobilisti a rallentare. I ragazzi hanno giocato col fuoco ieri pomeriggio per diversi minuti fino all’intervento della polizia stradale, chiamata alle 17.30 da alcuni residenti e da automobilisti stupefatti che se li sono trovati a pochi metri dal cofano.

Il gruppo è fuggito attraverso il buco nella rete di recinzione creato poco prima per scendere sulla carreggiata ma dopo una breve ricerca è stato trovato dai poliziotti nascosto poco distante nei pressi di un edificio abbandonato. Dapprima i ragazzi hanno negato, poi uno di loro ha detto che era sceso sull’autostrada per prendere il pallone che era rotolato oltre la recinzione. Alla fine hanno confessato spiegando che volevano fare un video e poi metterlo sul web. Per questo correvano da un guard rail all’altro come fulmini, da soli o in coppia, in un caso costringendo un automobilista a una schivata da brividi che lo ha costretto a sfiorare l’incidente.

La polizia, costretta a chiudere una corsia per fare riparare la recinzione e eseguire le battute per trovare i ragazzi, ha avvertito il magistrato e le famiglie. Alcuni ragazzi si sono presi degli schiaffoni dai genitori, altri se la sono cavata con una ramanzina. Qualche parente avrebbe difeso i figli dicendo che in fondo si trattava solo di una innocente bravata. Di tutt’altro avviso agenti della Polstrada, che nel rapporto al magistrato hanno evidenziato i grandi rischi corsi dai ragazzini e il pericolo provocato per la circolazione. (IL MATTINO 28.3.10)
autostrada

ai ragazzi d’oggi….

28 Marzo 2010 1 commento

Ai ragazzi d’oggi manca la consapevolezza di se stessi. Non sanno quello che hanno, non conoscono la loro potenzialità, ma soprattutto ignorano i valori della vita. I grandi sono colpevoli di non essere riusciti ad impartire loro una sana educazione, di essere stati incapaci di trasmettere validi insegnamenti, buone regole, affetto sincero.
La scuola e’ carente, i docenti impreparati, le famiglie confuse.
La casa per molti giovani non esiste più: e’ solo un luogo dove mangiano, dormono e nient’altro.
Manca loro il calore umano, un focolare acceso, i genitori uniti, i nonni che raccontano il loro passato e le favole d’altri tempi. In famiglia non si parla più, si guarda la televisione. Per molti giovani la Solitudine diventa una malattia. L’immagine dei genitori è sparita o non è mai esistita. Spesso i ragazzi sono chiusi in sè stessi, non hanno dialogo.
I genitori credono di poter sostituire i rapporti umani con l’appagamento di beni materiali che finiscono invece per generare solitudine e spegnere ogni anelito alla spiritualità. Tutto ciò non basta per salvarli dalla incomunicabilità che e’ la causa più frequente di questo terribile fenomeno.” Romano Battagliaapp_full_proxy.php

i fiori

28 Marzo 2010 1 commento

“I fiori della primavera
sono i sogni
dell’inverno
raccontati la mattina
al tavolo degli angeli”
Kahlil Gibran
primavera

Benedetto: cinque anni sotto attacco

28 Marzo 2010 Nessun commento

Da Ratisbona ai lefebvriani, dal Concilio alla pedofilia. Senza lo scudo mediatico di Wojtyla, il Papa professore governa “con il pensiero e la preghiera”. Apparenza debole e contenuti forti. L’accusa di tornare al passato

Era il 10 marzo scorso. Mentre i casi di preti accusati di aver commesso abusi su minori investivano la Germania, Benedetto XVI spiegava in piazza San Pietro la sua idea di governo della chiesa. Prese esempio da san Bonaventura dicendo che per lui “governare non era semplicemente un fare, ma era soprattutto pensare e pregare”. “Per Bonaventura” disse “non si governa la chiesa solo mediante comandi e strutture, ma guidando e illuminando le anime”. Dal 10 marzo a oggi Ratzinger non è più tornato sull’argomento. Ma di fronte alle accuse sulla gestione della chiesa che si sono fatte sempre più importanti – le ultime dicono di un New York Times che riporta i casi di due preti pedofili, lo statunitense Lawrence C. Murphy e il tedesco Peter Hullermann, per mettere in discussione il Ratzinger cardinale, prefetto dell’ex Sant’Uffizio dal 1981 – ha risposto mettendo in pratica l’insegnamento del teologo francescano. Ovvero lasciando un proprio “pensiero illuminato”, come vuole essere la lettera pastorale alla chiesa d’Irlanda.

Così è sempre successo nel corso dei suoi cinque anni di pontificato, che ricorrono il 19 aprile prossimo. Le parole sono il primo modo con cui il Papa guida e indirizza la chiesa, consapevole che la divulgazione dell’autentico pensiero cristiano è la vera “spada” portata nel mondo. “Intendiamoci – spiega il vaticanista Luigi Accattoli – non è una novità. Reazioni furenti al pensiero del Papa avvennero già in passato”. Quale l’elemento scatenante? “L’idea che il Papa vuole tornare indietro, a prima del Concilio, agli anni bui dell’era tridentina. Che le sue parole sono retrograde se paragonate alla cultura contemporanea, al progressismo dei tempi nuovi. Paolo VI scrisse l’Humanae Vitae e dopo un primo momento di speranza per la cultura mediatica di stampo più ‘liberal’ divenne d’un colpo il Papa del diavolo. ‘Il Papa e il diavolo’, scrisse non a caso Vittorio Gorresio nel 1973. ‘La svolta di Paolo VI’ scrisse il vaticanista dell’Espresso, l’ex prete Carlo Falconi nel 1978. Dove per svolta s’intende l’accento preconciliare che Montini volle dare al proprio pontificato con l’Humanae Vitae. Le medesime accuse vennero rivolte a Giovanni Paolo II. Fino al 1989 Wojtyla era una speranza per tutti. Dopo la caduta del Muro di Berlino il suo pensiero non serviva più, e arrivarono le critiche. Ma il più retrogrado per la stampa era Ratzinger. ‘Restaurazione’ titolarono tutti i giornali quando nel 1985 anticiparono l’uscita del suo ‘Rapporto sulla fede’ scritto con Vittorio Messori. ‘Restaurazione’, una parola che suonava quasi come un’infamia”.

Tutto comincia il 22 dicembre 2005. Benedetto XVI tiene il suo primo discorso alla curia romana. E lancia la sfida a coloro che vorrebbero una chiesa non tanto “per il mondo”, o “vicina al mondo”, ma una chiesa “del mondo”. Ratzinger parla del Concilio. Dice che non fu una rottura col passato. Spiega che chi svolge questa interpretazione altro non fa che allinearsi alla “simpatia dei mass media, e anche di una parte della teologia moderna”. “E’ il 22 dicembre del 2005 che tutti hanno definitivamente capito chi è Ratzinger” dice il primo dei vaticanisti, Benny Lai. “E’ qui che tutti hanno intuito con chi avrebbero avuto a che fare. Fino al 2005 c’era ancora qualcuno che sperava che il primo Ratzinger, quello ritenuto più progressista, sarebbe tornato. E invece non fu così. Ma già ai tempi del Concilio in molti presero un abbaglio ritenendo che Ratzinger fosse un teologo progressista. Lo pensava anche il cardinale Giuseppe Siri. La prima volta che lo vide non ne ebbe una buona impressione. Ma poi Ratzinger dimostrò d’essere altro dall’etichetta che gli era stata appiccicata addosso inizialmente. Ed è questo cambiamento che ancora oggi dà fastidio fuori e dentro la chiesa”.

Dal discorso alla curia romana a oggi il “Ratzinger pensiero” si è manifestato in più forme andando a scatenare la reazione indignata di diversi mondi. “Beninteso” dice ancora Benny Lai, “va detto che Ratzinger parte svantaggiato rispetto a Wojtyla perché per lui la folla non ha una funzione terapeutica, come ce l’aveva per il Papa polacco. Ma il problema è all’origine. Folla o non folla sono i contenuti che porta che danno fastidio e che generano avversioni. Anche nel caso dei preti pedofili: quanto fastidio dà, dentro la chiesa, il fatto che Ratzinger continui a insistere sul celibato dei preti? Comunque il Papa non si scompone. Come ha fatto quando gli venne negata la possibilità di parlare alla Sapienza. Non si presentò nell’aula magna ma mandò ugualmente il suo discorso e lasciò un segno: ‘Non voglio imporre la fede’ disse. E tutti i giornali ci fecero il titolo. E la stessa cosa avvenne quando partì per l’Africa. Disse che l’Aids non si può superare con la distribuzione dei preservativi. Apriti cielo. L’intellighenzia laica di mezza Europa lo attaccò. Ma aveva detto una cosa giusta: per combattere l’Aids serve un’educazione dell’uomo che lo porti a considerare il proprio corpo in modo diverso. L’opposto, insomma, di una concezione narcisistica e autoreferenziale della sessualità”.

Un’altra reazione importante a Benedetto XVI si ebbe, già prima, a Ratisbona. Parlò del rapporto tra fede e ragione. Toccò il nesso esistente tra religione e civiltà spiegando che convertire usando la violenza è contro la ragione e Dio. La citazione di una frase di Manuele II Paleologo, secondo il quale Maometto introdusse solo “cose cattive e disumane come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede” scatenò l’indignazione del mondo musulmano. “Quella pagina” spiega Piero Gheddo, missionario, giornalista e scrittore del Pime, “è sintomatica di cosa sia questo pontificato. Parte del mondo musulmano reagì indignato. Eppure le parole del Papa restarono. Perché alle sue parole non si può sfuggire. E, infatti, il suo discorso produsse frutto. Un anno fa, ad esempio, sono stato in Bangladesh. Qui diversi musulmani stanno lavorando sulle parole del Papa in particolare sul rapporto che ci deve essere tra fede e ragione”.
Ratzinger ferisce non solo quando parla. Ma anche quando prende decisioni che entrano nel cuore della vita della chiesa. Tra queste, la firma del Summorum Pontificum che ha liberalizzato il rito antico e la revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani. Il ripristino della messa antica provocò reazioni soprattutto in Francia. “Che cosa dice a coloro che in Francia temono che il Summorum Pontificum segni un ritorno indietro rispetto alle grandi intuizioni del Vaticano II?” chiesero i giornalisti al Papa nel settembre del 2008, sull’aereo che lo portava verso Parigi. “E’ una paura infondata” rispose il Papa. “Perché questo motu proprio è semplicemente un atto di tolleranza, a fini pastorali, per persone che sono state formate in quella liturgia, la amano, la conoscono, e vogliono vivere con quella liturgia”. L’accusa è sempre la medesima: il Papa vuole tornare a prima del Concilio. E, quindi, è contro la modernità. E’ la stessa accusa che in molti hanno rivolto al Papa quando revocò la scomunica ai quattro vescovi lefebvriani. Anche qui Ratzinger reagì spiegando: da una parte “non si può congelare l’autorità magisteriale della chiesa all’anno 1962”. Dall’altra disse a coloro che si segnalano come grandi difensori del Concilio che “chi vuole essere obbediente al Vaticano II, deve accettare la fede professata nel corso dei secoli e non può tagliare le radici di cui l’albero vive”.

Il Vaticano II ritorna sempre. La revoca della scomunica ai lefebvriani è per il mondo ebraico un ritorno a un passato ostile. Tra i quattro vescovi lefebvriani c’è Richard Williamson, negazionista quanto alla Shoah. Benedetto XVI è costretto a ribadire un concetto per lui ovvio, e cioè che non condivide in nulla la posizione del vescovo. Ma si capisce che parte del mondo ebraico non è soddisfatta. Del resto, è dalla visita ad Auschwitz e dal viaggio in Terra Santa che diversi rabbini di città importanti, soprattutto europee, criticano Ratzinger giudicando insufficienti la maggior parte delle parole che egli dedica agli ebrei. Dal tedesco Ratzinger si vuole di più, anche se è uno dei teologi che più hanno lavorato per il riavvicinamento con l’ebraismo. Ma nonostante le pressioni il Papa continua per la sua strada decidendo di comunicare, a pochi giorni dalla visita alla sinagoga di Roma, la firma del decreto sulle virtù eroiche di Pio XII, ultimo passo prima della beatificazione. Il mondo ebraico reagisce. Ma il Papa ha deciso e in sinagoga ridice un concetto già più volte espletato: “La sede apostolica svolse un’azione di soccorso verso gli ebrei spesso nascosta e discreta”.

C’è anche un certo mondo protestante che non comprende Ratzinger. E’ del novembre scorso la costituzione apostolica Anglicanorum Coetibus con la quale quei gruppi di anglicani che lo desiderano possono tornare con Roma. Il Papa ha spiegato il gesto come una risposta a una richiesta avanzata dagli stessi anglicani. Ma molti anglicani e anche parte della chiesa cattolica non l’hanno capito e l’hanno accusato di saper pescare “soltanto a destra”, ovvero in quei settori della cristianità scontenti per le derive progressiste e ‘liberal’ delle proprie chiese. Il primo febbraio scorso il Papa risponde alle accuse. E ai vescovi d’Inghilterra e Galles ricevuti in visita ad limina dice: “Vi chiedo di essere generosi nel realizzare le direttive della costituzione apostolica per assistere quei gruppi di anglicani che desiderano entrare in piena comunione con la chiesa cattolica. Sono convinto che questi gruppi saranno una benedizione per tutta la chiesa”. Dice Piero Gheddo: “Ho girato il mondo e ho conosciuto diverse realtà anglicane. Perché vogliono tornare in comunione con Roma? Perché una chiesa che apre al mondo in modo sconsiderato accettando l’ordinazione femminile e i matrimoni gay non ha senso. Il Papa combatte per salvaguardare una chiesa ancorata alla verità e per questo c’è chi lo osteggia”. Paolo Rodari (IL FOGLIO 27.3.10)
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28 Marzo 2010 Nessun commento

“Merita solo
disprezzo
l’uomo politico che,
per qualsiasi ragione,
ha paura di fare
ciò che ritiene meglio
per i cittadini.”

Sofocle
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“..oggi sarai con me..”

27 Marzo 2010 7 commenti

Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso». Al cuore del Vangelo c’è questo lungo patire, un Dio che muore per amore. Qualcosa che non riesco a capire e che pure mi chiama, mi disarma, mi ferisce. E io, ogni volta, impotente e affascinato. La croce non ci è stata data per capirla, ma per aggrapparci e farci portare in alto. Perché Gesù è venuto? Perché la terra intera risuona di un grido: grido di dolore e di nostalgia per il paradiso perduto, il Dio perduto, l’amore e la pace perduti. La terra, con le sue spine e i suoi rovi, con le sue primule e i sempreverdi e, ogni tanto, la sua tenerezza; ma solo ogni tanto e come di nascosto. E la sua crudeltà spesso, troppo spesso; e le sue lacrime, e i suoi singhiozzi. La terra è un immenso pianto. E un giorno Dio non ha più sopportato, non ha più potuto trattenersi. E allora è venuto, ha raggiunto i suoi figli, si è incarnato e si è messo a gridare insieme a loro lo stesso grido radicato nell’angoscia e nella speranza. Perché Gesù è salito sulla croce? Per essere con me e come me. Perché io possa essere con lui e come lui. Essere in croce è ciò che Dio, nel suo amore, deve all’uomo che è in croce. L’amore conosce molti doveri, ma il primo di questi doveri è di essere insieme con l’amato, vicino, unito, come una madre che vuole prendere su di sé il male del suo bambino, ammalarsi lei per guarire suo figlio. La croce è l’abisso dove Dio diviene l’amante. Entra nella morte perché là va ogni suo figlio. Nel corpo del crocifisso l’amore ha scritto il suo racconto con l’alfabeto delle ferite. «Tu che hai salvato gli altri, salva te stesso». Lo dicono tutti, capi, soldati, il ladro: «Se sei Dio, fai un miracolo, conquistaci, imponiti, scendi dalla croce, allora crederemo». Chiunque, uomo o re, potendolo, scenderebbe dalla croce. Lui, no. Solo un Dio non scende dalla croce, solo il nostro Dio. Perché i suoi figli non ne possono scendere. Solo la croce toglie ogni dubbio, non c’è inganno sulla croce. «Ricordati di me», prega il ladro, «Oggi sarai con me in paradiso», risponde Gesù. Per questo sono qui, per poterti avere sempre con me. Non c’è nulla che possa separarci, né male, né tradimenti, né morte. Io vengo a prenderti anche nelle profondità dell’inferno, se tu mi vuoi. Solo se tu mi vuoi. Ma io continuerò a morire d’amore per te, anche se tu non mi vorrai, e appena girerai lo sguardo troverai uno, eternamente inchiodato in un abbraccio, che grida: ti amo! Sono i giorni del nostro destino: l’uomo uscito dalle mani di Dio, rinasce ora dal cuore trafitto del suo creatore. (Letture: Isaia 50,4-7; Salmo 21; Filippesi 2,6-11; Luca 22,14-23.56)croc1

il bene c’è

26 Marzo 2010 1 commento

Oltre sessant’anni fa un giovane nazista risparmiò la vita a un bambino e alla sua famiglia. Domani l’incontro tra il sopravvissuto e il nipote del soldato
Enio aveva sette anni,
Peter pochi di più:
il primo era destinato a morire,
il secondo a uccidere.
Si può cambiare il destino? Certe volte sì. Si può disubbidire a un ordine? Certe volte si deve.
«Quando ho sentito partire la raffica di mitra sono stato sicuro di morire» racconta Enio.Vivo e in salute, perché il giovane soldato nazista che doveva giustiziarlo non puntò la mitragliatrice su di lui ma verso il cielo per far credere ai commilitoni che l’ordine era stato eseguito.
Poi disse al bambino e alla sua famiglia di scappare. Era il 12 agosto 1944 e a Sant’Anna di Stazzema, un paese in provincia di Lucca, pochi avrebbero visto la fine della giornata: 560 persone – solo bambini, donne e anziani – furono massacrate da quattro plotoni di SS (la sigla sta per Schutzstaffeln che si pronuncia sciuzstaffeln e significa «reparti di difesa»), i corpi scelti di cui faceva parte il fior fiore dei nazisti. In casa e nelle stalle, nella piazza del Paese o nei boschi vicini, la gran parte degli abitanti di Sant’Anna e molti degli sfollati che lì avevano cercato rifugio dalla guerra furono giustiziati senza aver commesso alcun crimine. Invece la famiglia Mancini si salvò grazie al gesto generoso di un giovane soldato: da allora Enio ha provato a rintracciare l’uomo a cui deve la vita ma senza successo. «Avevo abbandonato la speranza di poterlo ringraziare – racconta il signor Mancini – e invece poche settimane fa ho ricevuto una telefonata.
Qualcuno mi parlava in tedesco e io alla fine ho riagganciato, non capivo nulla». Ma il telefono è squillato di nuovo e questa volta, in un italiano stentato, la voce dall’altra parte del filo ha detto: «Mi chiamo Jochen Kirwel, mio nonno Peter Bonzelet, era il soldato tedesco che nel bosco di Sant’Anna sparò in aria». Enio è rimasto in silenzio e non solo perché non parla tedesco, «l’emozione era troppo grande, avrei voluto sapere tante cose – racconta – e ho chiesto a Jochen di scrivermi». Lui lo ha fatto, raccontando della morte del nonno, nel 1990: Peter non aveva mai parlato a nessuno di quel gesto generoso, confidando ciò che aveva fatto solo alla moglie. E la donna, prima di morire, volle condividere quella storia con l’amato nipote che, da allora, ha cercato anche lui di rintracciare quella famiglia italiana che il nonno aveva salvato. Su Internet ha trovato la storia di Enio – «ormai la racconto da quarantan’anni, nelle scuole italiane e anche in quelle tedesche» – e ha visto che combaciava perfettamente con quella di Peter. Da lì la telefonata. E domani l’incontro, a Roma: la Repubblica Federale Tedesca ha concesso a Enio Mancini un’alta onorificenza per il suo impegno a conservare e tramandare la memoria di quel che è successo tanto tempo fa.
Soprattutto per aver scelto di raccontare un episodio positivo, a dimostrazione che il bene può farsi strada anche tra i cattivi.

anche il bene