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Archivio Maggio 2010

ultima ULNN prima dell’estate

30 Maggio 2010 Nessun commento

DESENZANO.
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Qui al lago l’estate sta arrivando e anche i turisti! Quindi è un’ottima occasione per incontrare tanti giovani e parlare loro di Gesù! Ti invitiamo a partecipare a Una luce nella notte a Desenzano del Garda (BS) il 5 giugno, vigilia della solennità del Corpus Domini: tante persone potranno riconoscere e adorare il Signore presente nell’eucaristia! C’è bisogno anche di te! Ecco il programma:

- ore 17.00: preghiera e formazione
- ore 19.15: pizza
- ore 20.00: formazione specifica per chi viene per la prima volta (come contattare i giovani per strada, come accoglierli in chiesa), preparazione della chiesa
- ore 21.00: preghiera e mandato degli evangelizzatori
- ore 22.00: si apre il duomo e si esce per le strade a evangelizzare fino all’una circa

Attenzione!
- Ti aspettiamo puntuale alle 17.00 presso la chiesa del crocifisso, in Via Crocifisso (di fronte alla Poste, a due passi dal duomo);
- La preghiera, la formazione e la condivisione sono essenziali per evangelizzare: se non puoi esserci fin dal pomeriggio puoi unirti a noi dalle 22.00 quando apriremo la chiesa per tutti;
- L’esperienza è rivolta a giovani dai 20 ai 35 anni;
- Se abiti lontano e hai la necessità di fermarti a dormire, ti possiamo ospitare qui in canonica: porta con te il sacco a pelo;
- Per organizzarci al meglio ti preghiamo di avvisarci della tua presenza entro e non oltre giovedì 3 giugno, rispondendo a questa mail o inviando un sms allo 3335452780;
- Per ulteriori info e per trovare le altre date di Una luce nella notte vicine a casa tua visita il nostro sito www.sentinelledelmattino.org. Se vicino a te ancora non c’è…comincia tu il Progetto nella tua diocesi: vieni a trovarci per vivere l’esperienza in prima persona, e ti aiuteremo a partire!! Sul sito troverai anche tutti gli appuntamenti estivi: sole, mare ed evangelizzazione!!!

Venerdì 4 giugno unisciti a noi in adorazione (a Desenzano adorazione dalle 21.00): offri il tuo sacrificio e la tua preghiera per la salvezza di tutti i giovani. Passa-parola! Ti aspettiamo per questo ultimo appuntamento… si riprende a settembre!
Con gioia!

Le Sentinelle del mattino
in Italia e nel mondo

dall’emergenza alla speranza

30 Maggio 2010 Nessun commento

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Il tema cruciale dell’educazione, al quale sono dedicati gli Orientamenti pastorali della Chiesa italiana per il decennio 2010-2020, sarà al centro del convegno promosso da ‘Noi associazione’ dedicato a: ‘Educare: dall’emergenza alla speranza’, in programma da lunedì 31 maggio a mercoledì 2 giugno nell’Hotel Le Tegnùe a Sottomarina di Chioggia (Venezia). Le relazioni sono state affidate a monsignor Agostino Superbo, arcivescovo di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo e vice presidente della Conferenza episcopale italiana; a Giuseppe Milan, direttore del Dipartimento di Scienze dell’educazione dell’Università di Padova (‘Educare, come e perché’); allo psicologo Marco Cunico, direttore del Consultorio familiare di ispirazione cristiana di Verona Sud (‘Adolescenza o adolescenze’); a don Domenico Beneventi, del Servizio nazionale per la pastorale giovanile della Cei (‘Adolescenza e oratorio’). Inoltre, verranno presentati e analizzati i primi risultati dell’iniziativa del Fotoforum (www.fotoforum.it) con la quale Noi associazione ha voluto cogliere chiavi di lettura, spunti e riflessioni sulla percezione che gli adolescenti hanno della realtà. Lunedì 31 alle 9 porteranno il loro saluto al convegno il vescovo di Chioggia, Adriano Tessarollo e il sindaco della città, Romano Tiozzo Pagio; seguirà la relazione introduttiva di don Sandro Stefani, presidente nazionale di Noi associazione. Alle assise prenderanno parte un centinaio di convegnisti provenienti da tutta Italia. Inoltre saranno presenti don Mario Lusek, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale del Tempo libero, turismo e sport della Cei e don Marco Mori, presidente del Foi (Forum degli oratori italiani). «Ci risulta naturale metterci fin da subito in sintonia con le indicazioni della Chiesa italiana – commenta il presidente di Noi associazione, don Stefani -.

Del resto conosciamo le situazioni concrete dei nostri oratori e della vita delle nostre parrocchie.

Non soltanto ci accorgiamo di presenze costanti e continue dei ragazzi fino ai 12-13 anni che poi si diradano sempre più con l’inizio e lo sviluppo dell’età adolescenziale. Ma da educatori e pastori ci chiediamo quali strade percorrere, quali passi fare perché l’oratorio sia ancora strumento buono di vita e di vita cristiana per adolescenti e giovani; ma soprattutto perché la proposta cristiana diventi davvero vita vissuta e non piccola area di gioco o di parcheggio per bambini che non sanno cos’altro fare». La partecipazione al convegno è libera.

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messaggio di solidarietà

30 Maggio 2010 Nessun commento

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SOLIDARIETA’ DEI PAPABOYS AL GIOVANE RAGAZZO GAY AGGREDITO A ROMA

L’ASSOCIAZIONE DEI “GIOVANI DEL PAPA”: “INCRESCIOSO EPISODIO CHE CONFERMA BRUTALITA’ CAUSATA DA PROBLEMA ‘EDUCATIVO’

I Papaboys, con una breve dichiarazione del responsabile nazionale Daniele Venturi, esprimono piena solidarietà al ragazzo che è stato aggredito a Romai. In un messaggio inviato al responsabile romano dell’Arci Gay Fabrizio Marrazzo, il Presidente dei Papaboys ha dichiarato: “Caro Fabrizio, voglio esprimerti totale solidarietà personale per l’increscioso episodio accaduto che conferma, purtroppo, tutte le inciviltà e le brutalità che i giovani, tutti i giovani, sono costretti quotidianamente a subire, frutto di una mancata “educazione generale”, che in questo paese ormai la parte che conta (destra, centro e sinistra) ha ampiamente contribuito a sgretolare.

Dobbiamo continuare a stare dalla parte dei giovani, di tutti i giovani, e delle vittime, di tutte le vittime e contribuire anche con le nostre diversità di formazione e di ‘visioni di vita’ ad essere un po’ “sale della terra e luce del mondo”. Ti prego di porgere a questo giovane che è stato aggredito la mia solidarietà e vicinanza, che manifesto con una piccola preghiera: “Gesù, che conosci il cuore degli uomini, accendi la speranza e confortaci con il perdono! Amen”.

Ufficio Stampa Papaboys
Dr. Giovani Profeta
ufficiostampa@papaboys.it
www.papaboys.it

Il fantasma che dirottava gli aerei

29 Maggio 2010 4 commenti

bombardiere

Anche questo racconto è tratto dal libro di Renzo Allegri: “I miracoli di Padre Pio”, pubblicato negli Oscar Mondadori. Come sempre vi invito a leggere però il libro, ricchissimo di eventi straordinari come questo. “Diversi piloti dell’aviazione anglo-americana di varie nazionalità (inglesi, americani, polacchi, palestinesi) e di diverse religioni (cattolici, ortodossi, musulmani, protestanti, ebrei), che durante la Seconda guerra mondiale, dopo l’8 settembre del ’43, si trovavano nella zona di Bari per compiere missioni in territorio italiano, furono testimoni di un fatto clamoroso. Ogni volta che, nel compiere le loro missioni militari, si avvicinavano a zone del Gargano, nei pressi di San Giovanni Rotondo, vedevano nel cielo un frate il quale, protendendo le mani ferite, proibiva loro di sganciare bombe. ; su San Giovanni Rotondo non cadde neppure una bomba. Di questo episodio, che è poco definire inaudito, fu testimone diretto il generale dell’Aeronautica italiana Bernardo Rosini che, allora, faceva parte del “Comando unità aerea” operante a Bari a fianco delle forze aeree alleate. ”Ogni volta che i piloti tornavano dalle loro missioni”, mi raccontò il generale Rosini, ”parlavano di questo frate che appariva in cielo e dirottava i loro velivoli facendoli tornare indietro ”. ”Tutti ridevano increduli ascoltando quei racconti. Ma poichè l’episodio si ripeteva, e con piloti sempre diversi, il generale comandante decise di intervenire di persona ”. ” Prese il comando di una squadriglia di bombardieri per andare a distruggere un deposito di materiale bellico tedesco, che era stato segnalato proprio a San Giovanni Rotondo. Fino a quel momento nessuno era mai riuscito a dirigersi in quella direzione per la presenza nel cielo di quel misterioso fantasma che dirottava gli aerei ”. ” Dopo quello che stava accadendo da qualche tempo, a terra c’era molta tensione. Eravamo tutti curiosi di conoscere il risultato di quell’operazione. Quando la squadriglia rientrò andammo a chiedere informazioni ”. ” Il generale americano era sconvolto. Raccontò che, appena giunti nei pressi del bersaglio, lui e i suoi piloti avevano visto ergersi nel cielo la figura di un frate con le mani alzate. Le bombe si erano sganciate da sole, cadendo nei boschi, e gli aerei avevano fatto una inversione di rotta, senza alcun intervento dei piloti ”. ”Quella sera l’episodio era stato al centro di discorsi e di discussioni. Tutti si chiedevano chi fosse quel fantasma cui gli aerei avevano misteriosamente obbedito ”. ” Qualcuno disse al generale comandante che a San Giovanni Rotondo viveva un frate con le stigmate, da tutti considerato un santo e che forse poteva essere proprio lui il dirottatore. Il generale era incredulo ma disse che, appena gli fosse stato possibile, voleva andare a controllare ”. ” Dopo la guerra, il generale, accompagnato da alcuni piloti, si recò nel convento dei Cappuccini ”. ” Appena varcata la soglia della sacrestia, si trovò di fronte a vari frati, tra i quali riconobbe immediatamente quello che aveva fermato i suoi aerei. Padre Pio gli si fece incontro e, mettendogli una mano sulla spalla, gli disse: “Dunque sei tu quello che voleva farci fuori tutti”. ” Folgorato da quello sguardo e dalle parole del frate, il generale si inginocchiò davanti a lui. Padre Pio aveva parlato, come al solito, in dialetto beneventano, ma il generale era convinto che il frate avesse parlato in inglese. I due divennero amici. Il generale, che era protestante, si convertì al cattolicesimo”.
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(vuoi essere aiutato da Padre Pio? diglielo pure direttamente nel tuo cuore: lui ti risponde!!!)

COM’È DIFFICILE FARE I GENITORI!

28 Maggio 2010 2 commenti

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Caro direttore, ho letto la rubrica di Giovanni D’Alessandro (Avvenire, 10 aprile), che parlava dei ragazzi d’oggi, lasciati soli da genitori «stritolati dalla dinamica del doppio lavoro», condannati alla mancanza di dialogo.
Mi sono chiesta: a chi è destinato questo articolo?
A mio padre
che non è mai stato un padre per me, se non dal punto di vista genetico e che mi ha dato cibo e un tetto, un’istruzione, ma mai dialogo…
A mia madre
che era sempre presa tra lavoro, pulire casa, lavare e stirare e la sera era tanto stanca da non riuscire a dar mi retta? Per non parlare dei 10 an ni vissuti con la nonna…
A te, zio,
col quale non si riesce mai ad avere un confronto calmo e sereno, per ché parli solo tu e basta… poi ti in nervosisci e il discorso si blocca… forse per la tua timidezza? Ma sono certa che quell’articolo fosse scritto
per me e mio marito.
Nessuno ci ha insegnato a fare i genitori, si im para e si sbaglia strada facendo. Pos so solo dire che sia io che Paolo ce la mettiamo sempre tutta. Sicura mente non basta. I nostri figli ce lo rinfacceranno, ne sono certa. Ma per quanto riguarda tv e computer, c’è poco da dire. Quando il tempo è bello io sto all’oratorio finché non è ora di cena. Poi ci sono i mille im pegni extra scolastici che occupano (fin troppo) i miei tre figli. È tutta u na corsa per portarli a inglese, infor­matica, nonché calcio, karate, ba sket, giochi di disciplina e di squa dra in ambienti sani e propositivi… Poi ci sono i compiti e il nostro con trollo, poi i colloqui con i professo ri e i maestri… Poi i weekend al ma re, o nei luoghi di cultura per am pliare i loro orizzonti e non farli vi vere solo nel nostro ristretto seppur bel quartiere. Poi i centri sportivi or ganizzati dal comune, i mesi all’o ratorio estivo… Cercare il dialogo an che a tavola, insegnare che sbaglia chi comincia una lite, ma sbaglia al trettanto chi reagisce… Raccontare ai figli le nostre giornate e le nostre preoccupazioni circa la società non troppo bella che li circonda… Pre pararli a farli volare con le loro ali, parlando di sesso, di Aids… Ma so prattutto dargli quei valori che de vono divenir parte del loro Dna: il loro prossimo, l’amore per la natu ra, il rispetto per tutti e tutto. E cer care di inculcargli anche un po’ di dottrina religiosa… E tanto altro. Si curamente ciò non è sufficiente… Ma è quanto ci impegniamo a fare noi genitori. Quotidianamente, da quando abbiamo deciso di farli na scere.

Cristina

Milano /AVVENIRE 28-5-10 /

“la mia dolce nespolina mamma?”

28 Maggio 2010 Nessun commento

mamma

La piccola Aurora era passata dal seggiolone ai primi passi con la sua bella dose
di cadute e ginocchia sbucciate, come succede a tutti i bambini.
In quelle occasioni di solito la mamma apriva le braccia e le diceva: «Vieni da me».
Allora lei andava a gattoni verso di lei, le saliva
sulle ginocchia e mamma e bambina si abbracciavano.
La mamma le chiedeva:
«Sei la mia bambina?». Piangendo, Aurora faceva «sì» con il capo.
Poi aggiungeva: «La mia dolce nespolina Aurora?».
La bambina annuiva ancora, ma con un sorriso.
E infine la mamma diceva: «E io ti voglio bene, sempre, in eterno e ad ogni costo!».
Dopo una risata e un abbraccio, la bambina era pronta per un’ altra sfida.

Anche a cinque anni, Aurora continuava a ripetere la scenetta del
«Vieni da me» per le ginocchia sbucciate e i sentimenti feriti,
per scambiarsi il «buon giorno» e la «buona notte».
Un giorno capitò alla mamma di avere ….il cuore sbucciato.
Era stanca, irritabile e stressata dall’impegno che richiede prendersi cura di un marito,
di una bambina di cinque anni, di due ragazzi adolescenti e del lavoro che svolgeva da casa.
Ogni volta che squillava il telefono o che suonavano alla porta arrivava del lavoro
che 1′avrebbe impegnata per un giorno intero e che doveva essere fatto immediatamente.
Il punto di rottura arrivò nel pomeriggio. Allora si rifugiò in camera per piangere in santa pace.
Aurora, non vedendola, corse subito a cercarla e, aprendo la camera, la vide asciugarsi il viso con il dorso della mano. Anche a cinque anni si capiscono subito ..certe cose. E le venne spontaneo dirle:
«Vieni da me!».
Le corse vicino, si accoccolò sulle sue ginocchia, le passò lentamente le manine sulle guance ancora bagnate e disse:
«Sei la mia mamma?».
Piangendo la mamma fece «sì» col capo.
«La mia dolce nespolina mamma?».
Sorridendo la donna fece «sì» con il capo.
«E io ti voglio bene, sempre, in eterno e ad ogni costo!».
Una risata, un abbraccio e anche la mamma era pronta per la prossima sfida.
(B.Ferrero)

a cannes di scena anche la spiritualità

27 Maggio 2010 Nessun commento

monaci di tibhirine

La kermesse cinematografica, conclusa da pochi giorni,
ha assegnato Palma d’Oro al film thailandese
Uncle Boonmee. Il Grand Prix, invece, se lo è aggiudicato
il film – Des Hommes et des dieux – del regista
francese Xavier Beauvois. Film che pone al centro
della propria narrazione la spiritualità, adattandovi
anche il linguaggio cinematografico.
Des Hommes et des dieux, molto applaudito
durante il festival, ha ricevuto consensi di critica e
di pubblico.

La pellicola racconta
la drammatica vicenda dei religiosi rapiti
e assassinati a Tibhirine
nella primavera del 1996.
Un fatto ancora oggi al centro di una
difficile indagine giudiziaria,
poiché la strage
inizialmente attribuita alla
GIA (Gruppo Islamico
Armato), in una fase
processuale successiva è
stata imputata ad un
«errore dell’esercito algerino”

Tuttavia, ad interessare
il regista è soprattutto la
vita monastica. Significativa la scelta
di non mostrare la strage e la
successiva indagine, per
concentrarsi sulla vita
dei monaci: il lavoro, le
preghiere, i canti, i lunghi
silenzi, l’impegno per il prossimo.
I monaci, guidati
dal priore Christian
de Chergé vivono accanto
agli islamici come fratelli
di cui si prendono cura e
con i quali recitano anche
passi del Corano, testimoniando
con la propria vita un amore per il
prossimo che supera le
barriere culturali e religiose.
Amore spinto fino al
sacrificio quello del film
francese, ha saputo conquistare
un festival cinematografico,
spesso emblema di mondanità.

i “ragazzi-ventosa”

27 Maggio 2010 2 commenti

tirtir

Dormono abbandonati per strada, negli angoli più nascosti del porto. Vivono agli incroci delle strade, aspettando il Tir giusto a cui aggrapparsi. Ogni giorno Tangeri, città da sempre amata da poeti e artisti, vede una moltitudine di minorenni, di bambini, tentare la partenza verso l’Europa. Attaccati alla pancia dei camion, si imbarcano sui traghetti diretti in Spagna. Le sue coste, nei giorni limpidi, si scorgono a occhio nudo dal colle della Medina. Una fuga di massa che ha preso il via con la globalizzazione, e che non accenna a diminuire, nonostante l’inasprirsi dei controlli e delle leggi anti-clandestini. Nel 2008, secondo il ministero del Lavoro e dell’immigrazione spagnolo, il 70 per cento dei minori non accompagnati accolti in Spagna è arrivato dal Marocco. Anche per la legge iberica, un minorenne irregolare che emigra non può essere respinto. Consapevoli di questa norma, molti ragazzini tentano il tutto per tutto, affrontando viaggi da far tremare i polsi. Abbiamo passato con loro un pomeriggio e una nottata, ascoltando le loro storie. C’è chi viaggia di nascosto e chi, invece, paga gli autisti. Molti, coperti di stracci e di polvere, hanno percorso centinaia di chilometri per arrivare a Tangeri. Ismail, 17 anni, è seduto sul muretto del lungomare Avenue d’Espagne, insieme ad altri amici. Aspetta l’occasione buona per partire. Fa il falegname, ma il guadagno è quasi inesistente. «Voglio un lavoro che mi dia da vivere – dice –. In Europa lo troverò». Mentre parliamo, Mohamed, 22 anni, con uno scatto improvviso raggiunge il Tir fermo al semaforo. Un controllo veloce, poi torna indietro. Non c’è abbastanza spazio per aggrapparsi fra i suoi assi. «Voglio andare in Spagna – confida –. Ho sentito che c’è lavoro nell’edilizia».

All’improvviso i ragazzi si riparano dietro il muretto per ricomparire dopo qualche minuto. Davanti a noi sfila un agente in borghese, che ormai tutti riconoscono. «Ogni tanto la polizia fa qualche retata – spiegano –, picchiandoci e maltrattandoci. Ma basta qualche soldo perché ci lascino in pace». C’è anche chi tenta di aggrapparsi ai Tir direttamente dentro il porto. Nelle piazzole di rimessaggio, dove si entra pressoché indisturbati, osserviamo alcuni bambini appiattiti sotto il telaio di un camion che aspetta di essere caricato a bordo delle navi dirette ad Algeciras. Galag, un giovane agente addetto alla sicurezza, ci fa capire di essere costretto a fare finta di niente quando vede sgattaiolare i ragazzi fra i Tir. Sono troppi. Ne conta decine ogni giorno. Un altro poliziotto ci racconta che, per sfuggire ai controlli, i migranti si infilano un sacchetto di plastica in testa. La polizia di frontiera, con un apposito strumento, potrebbe rilevare il loro respiro. La tecnica funziona, ma c’è il pericolo di rimanere soffocati. E dai Tir in corsa si rischia di cadere e di subire gravi amputazioni, o di perdere la vita, come spesso accade. Intorno alle porto di Tangeri la presenza degli harraga,

dei migranti, è palpabile. Ragazzini siedono a cavalcioni di mura diroccate, sul lato della Medina che dà verso il mare. Studiano le partenze delle navi, come vedette.

Su una terrazza che dalla città antica si apre verso le banchine e i rimessaggi dei Tir, incontriamo un gruppo di marocchini. Qui tutti, ci spiegano, si scambiano informazioni per partire da clandestini. Fra loro c’è anche un africano. Viene dal Ghana e si chiama Julius. Ha attraversato in automobile Niger, Nigeria ed Algeria prima di arrivare a Tangeri.

Ora è diretto in Spagna. Ci spiega che sta bazzicando il porto alla ricerca del contatto giusto per nascondersi indisturbato su un Tir. Vive con altri trenta migranti in un fatiscente appartamento della città. Ma quando gli chiediamo se ci può portare a visitarlo scuote il capo: «No, è troppo pericoloso».

Da lassù basta scendere qualche tortuoso vicolo e si arriva dritti al porto. Otman, un ragazzo di Tangeri, ci fa da guida. Ci conduce a una vecchia fabbrica di tessuti.

Accasciati all’ombra delle sue mura i ‘ragazzi ventosa’ attendono di partire. Su uno spiazzo polveroso un gruppo di bambini fruga nella spazzatura in cerca di cibo. L’alternativa è mangiare gli avanzi dei turisti lasciati sui tavoli dei ristoranti, come capita di vedere spesso.

Ahmed spunta da un cespuglio di fiori gialli, solari, crudelmente indifferenti a tutta quella miseria.

L’occhio sinistro è serrato sotto le palpebre, per una vistosa infezione. Parla bene l’italiano, viene dal Sahara Occidentale ed è stato 7 anni ad Alessandria dove faceva l’apprendista artigiano. Ora ha 22 anni, la prima volta che è partito ne aveva 13. È stato respinto in Marocco tre volte. Una volta dalla Francia e due dalla Spagna. Lo affiancano due ragazzini, dicono di avere 16 anni, ma sono molto più piccoli, probabilmente. Nel loro sguardo c’è ancora tutta la tenerezza dell’infanzia. Vogliono seguire Ahmed nel suo viaggio verso l’Italia. «Mi butto dentro un Tir – dice lui – l’autista neanche mi vedrà. Mi porto dietro acqua e cibo e non mi fermo né in Spagna né in Francia, sennò mi rimandano indietro. Cercherò di arrivare in Italia o in Belgio». Gli chiediamo se quei due bambini accanto a lui non siano troppo giovani per affrontare un viaggio così pericoloso. «No, per loro è tutto più facile. Sono minorenni ed hanno diritto d’asilo. Se la polizia spagnola li trova, non può mandarli indietro». Da un anfratto emergono altri giovani. Hanno gli occhi gonfi e opachi, il loro sguardo è attraversato da una infelicità deforme. È l’effetto delle inalazioni di solventi per vernice con cui si sono frastornati. Una droga molto usata da queste parti, ci spiega la nostra guida. I ragazzini del porto la usano per dimenticare fame e stanchezza. Intanto dai tetti della fabbrica si affacciano altri volti. Sono migranti, accampati lassù, in attesa di partire. Ma basta camminare fra i cespugli della spiaggia, per imbattersi in corpi distesi di giovani che dormono, stremati dal vagabondaggio. Una moltitudine silenziosa abbandonata a se stessa.

trenta figli e….me la cavo

26 Maggio 2010 Nessun commento

30 figli

È iniziato tutto per un ex tossico che cercava un tetto per qualche mese. Da allora Matilde e suo marito hanno accolto decine di ragazzi in affido. «Arrivano in fasce e magari se ne vanno sbattendo la porta. E tu sei sempre una mamma che si accorge un giorno di non poter bastare al suo bambino»

L’ultima vacanza si perde nella memoria, di cenette a due non si parla neanche. «Figurarsi se sono il tipo per queste cose!». Per Matilde Maffeo e suo marito due cuori non sono mai stati sufficienti per una capanna, la loro casa si è affollata subito dopo il matrimonio. Accoglienza era una parola di là da venire, allora c’era solo Andrea, 22 anni e un passato da tossico alle spalle, che aveva bisogno di un letto per qualche mese. In casa Maffeo è rimasto cinque anni. È iniziato tutto con un’incoscienza che portava le tracce della vocazione, così in 28 anni di matrimonio Matilde e Alberto hanno avuto quattro figli loro e ospitato in casa una trentina di ragazzi in affido temporaneo. A mandarglieli, attraverso l’Associazione Fraternità di Crema guidata da don Mauro Inzoli, sono in genere i servizi sociali che ritengono di dover allontanare i bambini dalle famiglie originarie. Ma da qui sono passati anche tanti neonati, accuditi finché non si trovava per loro una famiglia adottiva. «È la cosa più bella che ho fatto. Vedi arrivare quei genitori, tutti emozionati, impauriti e tremanti e gli affidi il figlio che hai iniziato a crescere».

La casa è una fisarmonica
Gino, cerebroleso, è un altro di quelli che dovevano restare pochi mesi e hanno finito per diventare figli. Fino a tre mesi fa nella stanza del terzogenito Marco, studente all’accademia di Brera, c’era il suo lettino. Tra tele, pennelli e colori si è dovuto fare posto a sondini, medicine e respiratori. E a due occhi sempre pronti ad aprirsi di scatto. «Spesso dormivo lì accanto a lui e mettevo la sveglia ogni due ore per girarlo, per evitare che si formassero le piaghe da decubito». A vedere la cura con cui veniva accudito si commuoveva anche la mamma di Gino, quando veniva a trovarlo. Nella roulotte in cui viveva quando stava con lei macchinari per assisterlo non ci stavano, di soldi per acquistarli neanche a parlarne, soprattutto era impossibile inventarsi infermiere di giorno e di notte. Come ha fatto Matilde e come un giorno ha capito che non poteva fare più. «Tante volte si pensa che ce la si deve fare sempre. E invece ci sono dei momenti in cui devi dire di no, dire che non ce la fai».
A volte te lo dice il corpo che non regge, altre la tua famiglia, che comprendi dover essere protetta, preservata da un’esperienza che potrebbe distruggerla. Anche P. se ne è dovuto andare: una volta cresciuto le tendenze che manifestava non permettevano che vivesse in casa con altri ragazzini. La sua vita si era spezzata anni prima, quando il padre invece di portarlo all’asilo iniziò ad abusare di lui, fino a che disegni sospetti e segni inequivocabili scoperti dalle maestre sul corpo martoriato del piccolo non hanno rivelato l’orrore. «Una volta mi ha scritto una lettera commovente. Descriveva in se stesso due parti contrapposte, “il bambino buono” e “il verme”. “Con te – ha scritto – il verme non è mai venuto fuori”».

Un pomeriggio Luca, uno dei due gemelli Maffeo, giocava sul tappeto, avrà avuto sì e no un paio d’anni. «Mamma, io voglio essere una star, voglio essere importante e famoso». E lei: «Ma tesoro, tu per me sei già una star». E lui, tagliente come solo un bambino: «Ma non vale, tu sei la mia mamma». L’intuizione di un gemello mentre gioca, il figlio di un’altra che hai accolto in fasce e che di punto in bianco chiude (o sbatte) la porta di casa per seguire un fratello che si è fatto vivo dopo tanti anni, o per inventarsi una vita non sai dove e non sai con chi. «Ho sofferto enormemente per ognuno che se n’è andato. Loro sono un mistero di libertà e tu sei sempre una mamma che comprende di non poter bastare a suo figlio. Con quelli in affido questo accade ancora di più: con i tuoi ti puoi ingannare per un po’, in fondo li hai partoriti; ma con questi altri no, nemmeno per un momento. Li vedi crescere e ogni giorno che passa segna la loro distanza da te: non ti somigliano neanche. Crescono e cominciano ad assomigliare alla mamma, al papà. Magari a quelli che gli hanno fatto del male».
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Che musica la matita
Matilde la sua carriera l’ha fatta tra pannolini, termometri, astucci, righelli, penne, giochi, litigi e pianti. È il mestiere che ha sempre voluto e la possibilità di sentirsi insoddisfatte, qui, è la stessa identica che a muovere budget da centinaia di migliaia di euro in una multinazionale. «Il punto fondamentale per una mamma che sta a casa a curare i propri figli, il proprio marito, la famiglia è quella di amare ed essere amata. Loro sono occasione per il mio compimento. Altrimenti qualunque lavoro tu faccia, finisci a vivere in attesa di un altro pezzo di vita che arriverà quando i figli saranno più grandi, la casa più spaziosa, i debiti estinti». Di queste cose Matilde ha parlato diverse settimane fa anche ai bambini delle elementari dell’Istituto Sacro Cuore di Milano ed è stato un fuoco di fila di domande: «Non hai paura?», le ha chiesto una bimba terrorizzata dalla possibilità che anche i suoi genitori inizino l’esperienza dell’accoglienza in casa. «Vieni a conoscere la mia mamma», le ha chiesto la figlia di una donna gravemente malata. L’ultimo a bussare a casa Maffeo è stato Gianluca. Quando è arrivato era uno scheletrino scalzo di 4 anni e 9 chili di peso. Per mesi non ha parlato. A poco a poco la scuola, gli amici e il rapporto col papà zingaro che ogni mese viene qui a Monte Cremasco a trovarlo, hanno ricostruito un ragazzino là dove c’era solo un selvatico impaurito. Un pomeriggio in casa c’erano solo Gianluca e Matilde a fare i compiti. C’è una riga che proprio non vuole saperne di riuscire dritta. «Vieni che ti aiuta la mamma». Matilde appoggia il righello sul foglio, Gianluca segue la superficie sicura con la matita. Si ferma di scatto: «Ssssst! Silenzio, mamma! Ascolta! Senti che musica la matita su questo foglio!». Oggi ha un feeling naturale con qualunque strumento musicale si trovi tra le mani, dicono che sentirlo suonare i bonghi sia uno spettacolo. Gianluca ha un orecchio e un senso del ritmo formidabili. Senza quella riga storta lui e Matilde non lo avrebbero mai scoperto.
(Laura Borselli www.tempi.it 18.5.10)

Un prete, un padre (ateo) e quel figlio abortito e mai morto

25 Maggio 2010 3 commenti

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È un uomo sulla quarantina, elegante e triste. Mi accorgo che desidera parlarmi e lo incoraggio, salutandolo per primo. «Posso?», chiede gentilmente mettendosi al mio fianco. «Le dico subito, reverendo, che sono ateo. La fede non esercita alcun fascino su di me. Vorrei chiederle un consiglio per un dramma che mi porto dentro e di cui non riesco a liberarmi. Si tratta di un aborto, effettuato dalla mia ragazza con il mio consenso, quindici anni fa. Ci sembrò, allora, l’unica cosa logica da fare per una gravidanza non voluta. A dire il vero non ci pesò granché. In seguito ci lasciammo. Oggi sono padre di due splendidi bambini avuti dalla mia attuale moglie. Il pensiero di quel bimbo che non facemmo nascere, però, mi perseguita. Come un fantasma si presenta ogniqualvolta accarezzo e gioco con i miei piccini. Cosa posso fare per quel figlio che non volemmo accogliere?».

Sono preso alla sprovvista. Non pensavo che questo distinto signore volesse parlarmi di un vecchio aborto procurato. Passeggiando, ci dirigiamo verso la campagna. Non capisco perché si rivolga a un prete un uomo che dice di non credere. L’onestà mi obbliga a non fare sconti, a costo di essere spietato; e la carità mi chiede di aiutarlo a ritrovare la serenità perduta.

«Non le nascondo che mi trova impreparato – spiego –. Se fosse un credente le direi che Dio conosce il suo dolore e le offre il perdono; che Gesù ha promesso agli uomini – anche al suo bambino – la vita eterna; che un giorno lo ritroverà nel cielo dove fu accolto nel momento del rifiuto. Le direi anche che la persona con cui parla stamattina, un semplice prete, porta in sé un potere immenso, smisurato, incredibile, che potrebbe darle tanta pace. Parlo della confessione: un balsamo potentissimo che lenisce le ferite più nascoste e dona la certezza che Dio ha perdonato il peccato commesso.

Potrei dirle ancora tante cose. Lei, però, non crede, e io non so trovare parole di conforto senza rischiare di essere banale. Il suo cuore lacerato è un cuore nobile se ancora piange per un aborto di tanti anni fa. Le potrei consigliare di fare volontariato a favore della vita nascente, o impegnarsi nelle adozioni a distanza per aiutare i piccoli africani a non emigrare. Potrei anche invitarla a donare qualche ora della sua giornata ai bambini più sfortunati della mia parrocchia. Codesti rimedi le darebbero un po’ di sollievo. Ma lei mi chiede cosa si può fare per quel bambino abortito, per quel figlio trascinato via senza il suo consenso. Lei vuol mettere a tacere la vocina fastidiosa che la inquieta quando accarezza i suoi figlioli, e questa impresa è ardua. Lungi da me il tentativo di infierire sul suo dolore, ma l’unica cosa certa è che il suo bambino andò via per sempre, quella mattina di tanti anni fa. Via senza lasciar tracce. Sotto gli occhi e con il consenso di chi lo aveva chiamato al mondo…».

Passeggiamo ancora senza dirci niente. Un ateo e un prete. Un uomo che crede che sia vuoto il cielo, e un altro che ha scommesso la sua vita su Colui che lo abita. Un ateo che sente il bisogno di raccontare la sua angoscia a un prete. Una storia tenuta in cuore e mai raccontata prima. Un prete che raccoglie e fa suo il grido di questo sconosciuto. Due uomini che si incontrano per caso – ma esiste il caso? – e sentono di essere fratelli. Quante vittorie sbandierate sul fronte dell’aborto! Quanti inni alla libertà, pagata con il sangue dei più deboli e indifesi. Chi trovò costui a consigliarlo allora? Chi si è fatto carico del tormento di questo padre allora mancato? Intervenire su una donna per eliminare il figlio che non vuole ormai è tanto facile e banale. Più difficile è ritrovare, poi, la serenità perduta.

Ce lo insegna quest’uomo che non crede, al di sopra quindi di ogni sospetto. Quindici anni non son bastati per far tacere la voce di quel bambino che non vide il sole. Un bambino che ancora non vuol morire.
Maurizio Patriciello AVVENIRE 23.05.10