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Archivio Luglio 2010

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31 Luglio 2010 3 commenti

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ISTRUZIONI PER SEGUIRE IL XXI FESTIVAL DEI GIOVANI A MEDJUGORJE SU
INTERNET

Potete seguire il 21° Festival dei Giovani attraverso le nostre webcam, attraverso Internet ed in diretta attraverso le seguenti stazioni radio:
Radio Mir Medugorje,
Radio Maria Austria,
Radio Maria Sud Tirol,
Radio Maria Serbia (Subotica).
Come pure attraverso le pagine Internet ed i link in diretta audio e video in diverse lingue:

www.medjugorje.hr
www.medjugorje.de
www.kathtube.com
www.centromedjugorje.org
www.mir.ie

http://www.kathtube.com/player.php?id=16310&lang=1 (Deutsch)
http://www.kathtube.com/player.php?id=16310&lang=2 (Italiano)
http://www.kathtube.com/player.php?id=16310&lang=3 (English)
http://www.kathtube.com/player.php?id=16310&lang=4 (Espagnol)
http://www.kathtube.com/player.php?id=16310&lang=5 (Hrvatski)
http://www.kathtube.com/player.php?id=16310&lang=6 (Korean)
http://www.kathtube.com/player.php?id=16310&lang=7 (Magyar)
http://www.kathtube.com/player.php?id=16310&lang=8 (Cantonese – Hong Kong)

E solo AUDIO ai link sotto indicati:

http://www.kathcast.net:8000/medj1.m3u Barix1 (Deutsch)
http://www.kathcast.net:8000/medj2.m3u Barix2 (Italiano)
http://www.kathcast.net:8000/medj3.m3u Barix3 (English)
http://www.kathcast.net:8000/medj4.m3u Barix4 (Espagnol)
http://www.kathcast.net:8000/medj5.m3u Barix5 (Hrvatski)
http://www.kathcast.net:8000/medj6.m3u Barix6 (Korean)
http://www.kathcast.net:8000/medj7.m3u Barix7 (Ungarian)
http://www.kathcast.net:8000/medj8.m3u Barix8 (Cantonese – Hong Kong)

( Fonte: http://www.medjugorje.hr/)
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in live streaming:

http://www.medjugorje.hr/it/multimedia/live-streaming/

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da single o in coppia o in gruppo

31 Luglio 2010 5 commenti

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C’è chi la sceglie come meta per il viaggio di nozze. E chi decide di spendere proprio in una missione all’estero le vacanze estive: da single, in coppia o in gruppo. Le mete? Vengono proposte dai Centri missionari diocesani, oppure da congregazioni religiose, associazioni e comunità che nei luoghi di destinazione hanno avviato progetti e iniziative. Anche in tempi di crisi, quindi, giovani e adulti non rinunciano a partire per un periodo di servizio gratuito nei Paesi in via di sviluppo. I missionari saveriani propongono i campi di lavoro organizzati presso il centro giovani «Kamenge», in Burundi, diretto da padre Claudio Marano: un’oasi di pace in una zona colpita da una guerra dimenticata. Sarà un’esperienza di 12 giorni, aperta per ogni turno a circa 400 ragazzi dai 16 ai 30 anni di diverse appartenenze religiose (cattolici, protestanti, musulmani), provenienti non solo dall’Italia, ma anche da Ruanda e Repubblica democratica del Congo. Al lavoro mattutino, dedicato alla costruzione di mattoni oppure alla pulizia di fossati e strade, si alterneranno nel pomeriggio incontri formativi attraverso vari strumenti: dall’audio al video, dalla riflessione in gruppo ai giochi collettivi.

Passando dall’Africa all’America Latina, Laura e Pino, della Comunità missionaria di Villaregia, si trovano nella città messicana di Texcoco: «L’incontro con la gente, la visita alle famiglie, le benedizioni, la partecipazione ai momenti di celebrazione, ci hanno permesso di entrare nel cuore di tante situazioni, nella ricchezza e nello stesso tempo nella povertà che caratterizzano, in una sorta di contraddizione, la vita di questi fratelli», scrivono, esprimendo la loro gratitudine per aver conosciuto i fedeli della parrocchia di Cristo Rey «e questo popolo, che da subito ci ha fatto sentire a casa nostra. L’accoglienza della comunità e delle persone è stata ricca di tanti gesti e attenzioni. Non ci sentiamo ospiti, bensì amici graditi in terra messicana». E sulle relazioni si basano anche i campi promossi dai gesuiti a Sighet, in Romania: i volontari, dai 17 anni in su, vengono accolti nelle case dei fedeli cattolici di rito latino; le giornate saranno scandite dall’assistenza ad anziani e disabili, animazione nelle case-famiglia e in orfanotrofio.

Dopo aver trascorso un periodo in missione, alcuni decidono di viverci per un tempo prolungato: è il caso di Paolo, medico 27enne della diocesi di Cagliari, fidei donum in Ecuador dal maggio scorso; partecipa da anni alle iniziative del Movimento giovanile missionario (Mgm) della Fondazione Cei Missio. «Anche qui, come in Italia, il rischio è fermarsi a quello che c’è già, chiudersi in se stessi, trovarsi solo con quelli che hanno accolto il messaggio di Gesù e non rivolgere invece lo sguardo ai più lontani, ai tanti che non partecipano», racconta sul sito del Mgm. «Una difficoltà forte è risvegliare il senso di impegno, nella vita così come nella fede: la chiesa spesso si trasforma «in negozio», la gente viene per ricevere il sacramento e poi prosegue come sempre la sua esistenza. A volte sparisce per lungo tempo, anche fino al battesimo del figlio successivo».

Forse si può partire proprio dalla testimonianza, l’essere lì per condividere gratuitamente un pezzo di vita.
(Laura Badaracchi AVVENIRE 23 luglio 2010)

in streaming

30 Luglio 2010 3 commenti

“Maestro buono, che cosa devo

 

fare

 

per avere la vita eterna?”

 

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“..capocantiere di speranza”

29 Luglio 2010 Nessun commento

SUORA

“Non chiamatela ingegnere. Suor Celine, voce squillante e risata contagiosa, scuoterebbe la testa e immediatamente preciserebbe: «Io di ingegneria e costruzioni non sapevo proprio un bel niente». Fino al 2004, almeno. Quando la Congregazione delle Suore Terziarie di San Francesco l’ha “scelta”. Missione: entrare nel team di progettisti e tecnici impegnati nella costruzione del primo centro di cardiochirurgia di tutta l’Africa Centro Occidentale, l’ospedale di Shisong, realizzato dall’italiana Associazione bambini cardiopatici nel mondo. E coordinarlo.

Suor Celine, al secolo Celine Epie Mbolle, era tra i banchi di scuola quando le hanno dato la notizia. Perché di mestiere lei – nata e cresciuta in Camerun, da una famiglia che non poteva permetterle scuole facoltose, tanto meno l’università – ha sempre fatto l’insegnante: lezioni di economia domestica, precisamente, e di corretta alimentazione impartite ai ragazzini, ma spesso anche alle loro mamme, fuori dagli orari scolastici. Immaginarsi la sorpresa della consacrata: «Ho risposto “Io? Ma davvero?”. Poi ho detto “sì” – racconta –: era la mia chiamata, e anche se sembrava un compito impossibile, ho capito che era Dio a volerlo».

Così, unica donna nel raggio di chilometri, con l’abito candido e il block notes alla mano per imparare dagli ingegneri veri, suor Celine ha assunto il suo incarico direttivo nel cantiere: «Inizialmente mi sono occupata della gestione del personale – spiega–: alla costruzione dell’ospedale hanno partecipato circa 120 persone, tra operai e volontari, e il mio compito era quello di istruirli sulle loro mansioni: geometri, architetti e ingegneri mi mostravano il progetto, indicavano le priorità, spiegavano come doveva procedere il lavoro.

E io, a mia volta, illustravo tutto questo agli uomini in cantiere, e li seguivo». Ma non basta. Al nuovo ospedale servono materiali: legno per le porte e per i tetti, acciaio per le griglie e gli infissi, e ancora sabbia, cemento, vetro. Suor Celine conosce bene il mondo artigianale locale e parla perfettamente lingue e dialetti: sa quali sono i fornitori seri, quelli che lavorano meglio, quelli che lo fanno più in fretta. Così, per i responsabili del progetto, è naturale affidare la scelta di questi ultimi a lei: «Ho deciso con chi dovevamo lavorare, sottoscritto i contratti. Ho imparato persino a distinguere, col tempo, quando i materiali che ci fornivano andavano bene e quando no».

Scoppia di nuovo a ridere, suor Celine, nella sua stanza d’albergo a Milano, dove oggi la Facoltà di Architettura del Politecnico le consegnerà un attestato che certifica «il suo valido lavoro quale “capo cantiere” nella costruzione dell’ospedale di Shisong»: «Chi l’avrebbe detto –esclama –, quando decidevo da chi acquistare il calcestruzzo, che questa avventura mi avrebbe anche portata lontana dal Camerun, per la prima volta nella vita». Suor Celine non era mai uscita, dal suo Paese, prima.

E si legge tanta emozione, sul suo volto, mentre si volta a cercare lo sguardo della superiora, suor Alfonsa Kiven, arrivata con lei per ritirare il riconoscimento: «Io una laurea in ingegneria non ce l’ho – continua –, però quello che mi riconoscono oggi è un po’ come se lo fosse, una laurea». Ci pensa su un attimo e subito aggiunge: «Una laurea di famiglia, s’intende». Perché, spiega, è quello che si è davvero costruito in Camerun, nel distretto dimenticato di Kumbo, là dove centinaia di bambini soffrono di problemi di cuore e non hanno cure: una casa, una famiglia, e solo dopo, «ma molto dopo», un ospedale. «Senza Dio, e senza quell’essere famiglia che siamo stati, non sarebbe stato possibile nulla». Suor Celine, ingegnere sul campo della fede. Ponte tra uomini. Costruttrice di speranza.
Viviana Daloiso AVVENIRE 28 LUGLIO 2010

in Italia non si può vedere

28 Luglio 2010 5 commenti

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La domanda sorge spontanea: com’è possibile che un film campione d’incassi negli Stati Uniti, forte di un Oscar per la migliore attrice protagonista, sia proiettato solo al Fiuggi Family Festival e non trovi spazio nei nostri cinema? «Magie» della distribuzione all’italiana, capace inizialmente di rifiutare perché «deprimente» un film come The Road, tratto dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy, considerato un capolavoro della letteratura contemporanea. Ma qui, si è andato oltre. The Blind Side, il film che ha premiato Sandra Bullock, in un inedito ruolo drammatico, prima con il Golden Globe e poi con l’Oscar, che ha fatto commuovere famiglie di americani con quella storia, vera, di un gigante buono del football americano e ha rastrellato 255 milioni di euro, quarto incasso assoluto della stagione, in Italia è disponibile solo in dvd, dopo una fugace apparizione su Mediaset Premium.

Una scelta in controtendenza, per la pellicola che, nata dal nulla, al botteghino ha scalzato in America addirittura i teen vampiri amati da orde di adolescenti, di Twilight: New Moon
Resta la domanda. perché questo film che parla di sport e adozione non è degno di arrivare nei cinema italiani? «D’accordo con la società produttrice del film – ha raccontato Paolo Ferrari, presidente di Warner Bros Italia – abbiamo ritenuto che il soggetto fosse poco adatto al pubblico italiano, che ha sempre mostrato di gradire poco i film sullo sport e in particolare sulle discipline, come il football americano, sconosciute nel nostro paese. L’investimento promozionale per lanciare un film sul mercato delle sale è diventato gravoso e le previsioni di incasso per Blind Side sconsigliavano di rischiare».

Insomma, secondo al Warner, agli italiani, popolo che vive di pane e calcio, non piacciono i film sullo sport. Eppure Invictus di Clint Eastwood, sembra dimostrare il contrario. Quel film, dove il rugby è uno strumento di lotta politica, dove non si gioca soltanto una partita ma si raccontano emozioni e storie individuali, o collettive (il Sudafrica di Mandela) da noi è andato molto bene. E non è l’unico.
Anche in The Blind Side il football è un pretesto. Anzi è il contesto, dentro cui si dibatte il destino di Michael Oher, un grattacielo d’uomo, campione dei Baltimore Ravens. Oggi, a soli 24 anni, la sua storia è diventata un libro e un film. La storia di un ragazzo afroamericano di Memphis, orfano di padre e con una madre tossicodipendente, che non ha nulla, se non un futuro di degrado e la stazza per fendere il quadrilatero verde. Alle soglie di un destino senza destino lo salva Leigh Anne Tuohy (Sandra Bullock appunto), assieme al marito e a due figlie. Reginetta della commedia sentimentale per un’intera generazione, l’attrice ha abbandonato impacci romantici e buffi corteggiamenti, per un ruolo che lei stessa ha definito «impegnato e impegnativo»: «Ha subito avuto un significato molto importante per me: perché parla delle mamme, che si occupano sempre dei figli, naturali o adottati, e non importa da dove vengono».

Anne apre la propria casa di bianchi benestanti a quel bambinone triste di colore. Lo adottano, gli pagano gli studi, lo seguono e gli fanno coltivare il suo sogno, racchiuso in potenza nel suo talento innato: il football. Michael avrà la ribalta, ma soprattutto avrà una famiglia. È la quinta essenza dell’american dream, nella sua versione caritatevole. Il razzismo della povertà battuto dalla pietà e dallo sport che è sfida, conquista e successo. E, anche se spesso ci sfugge di mente, solidarietà.
Ilario Lombardo AVVENIRE 27.7.10

..finalmente va dalla mamma…

28 Luglio 2010 Nessun commento

semplici e straordinarie

28 Luglio 2010 2 commenti

Quando uno sguardo ti cambia la vita

27 Luglio 2010 3 commenti

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Alle volte basta uno sguardo a cambiarti la vita. A farle prendere una direzione che mai avresti immaginato. È accaduto al giornalista Mino Damato. Gli occhi che lo interpellano sono quelli di un’orfana rumena, da un giornale. La bimba ha labbra sottili, la bocca serrata. Si chiama Andreia, ha quasi tre anni ed è malata di aids. Tutto questo Damato, però, lo scopre solo dopo qualche tempo. La foto è anonima, a corredo di un servizio sulla rivoluzione contro Ceausescu. Il giornalista risale all’autore dell’immagine, un fotografo francese, che lo indirizza a tre ospedali rumeni. In uno potrebbe essere ricoverata la bambina.

Dall’Italia, siamo nel 1989, partono intanto convogli umanitari per quel Paese stremato dalla povertà. E anche Damato contribuisce, inviando, con dei Tir, gli aiuti raccolti tra gli italiani, attraverso il programma “Alla ricerca dell’Arca”. La foto viene affidata a uno dei responsabili dei soccorsi. È come un messaggio nella bottiglia. Eppure, arriva a destinazione. Andreia viene rintracciata nel padiglione malattie infettive dell’ospedale «Victor Babes» di Bucarest.
«Era denutrita, non camminava, non faceva alcun gesto – ha raccontato più volte Damato –. La prima volta che ha girato la testa verso di me è stato solo sull’aereo, quando, ottenuta la sua tutela, siamo partiti per l’Italia. Mi ha guardato e ha appoggiato il suo viso al mio». Da quell’incontro e da quell’adozione nasce un’associazione con un progetto organico di aiuti dedicato ai «Bambini in emergenza».

Sul sito dell’associazione (www.bambiniinemergenza.org) è ben descritto lo spettacolo che, nel 1990, accoglie Damato la prima volta che mette piede all’ospedale «Victor Babes»: «Bimbi di ogni età abbandonati nei loro “giacigli” fra i propri escrementi e coperti da sacchi neri dell’immondizia; bambini incapaci di parlare e camminare poiché nessuno gli aveva mai insegnato a stare eretti o aveva rivolto loro la parola». Insomma, un inferno, al quale Damato strappa la piccola Andreia, alla quale i medici non avevano dato più di tre mesi di vita. Vivrà ben sei anni, la piccola rumena, in Italia, circondata dall’affetto della famiglia adottiva. E proprio a lei verrà intitolato l’ex padiglione lager dell’ospedale di Bucarest, ristrutturato nel 1997 dalla fondazione «Bambini in Emergenza».

Oggi la struttura è formata da sette stanze di degenza, fornite di impianto a ossigeno, un reparto isolamento, un gabinetto di stomatologia e odontoiatria, una palestra per la riabilitazione neuromotoria, una mensa e una sala per le attività didattiche e ricreative.

Anche la prima struttura ospedaliera, il primo padiglione del «Victor Babes» che Damato rimette in piedi, è intitolata a un bambino. Si chiama «Casa Doru», come il piccolo al quale era stato promesso che sarebbe stato il primo ospite della struttura. Doru non ce l’ha fatta a vedere completata l’opera, ma oggi nella «casa» a due piani che porta il suo nome trovano ospitalità 50 bambini: il piano terra è dedicato alle terapie intensive e il primo piano a quanti sono in migliori condizioni di salute.

L’associazione, inoltre, è riuscita a far applicare una legge del ’95 che sancisce il diritto alla scuola per i bambini sieropositivi e affetti da aids ricoverati in ospedale. Così, dal primo ottobre 1996, all’interno del padiglione «Casa Doru», funzionano due classi regolari. L’associazione fornisce gli arredi per le aule e i materiali scolastici. Per i più piccoli o per coloro che hanno problemi di ritardo psicomotorio e non sono in grado di seguire i programmi di studio, vengono avviate attività extrascolastiche e ricreative, grazie a volontari italiani che si alternano sul campo e allo staff locale, pagato dall’associazione.

Le attività della fondazione

La fondazione ha poi realizzato a Singureni, località a quaranta chilometri da Bucarest, un progetto caratterizzato da molteplici iniziative all’interno del comprensorio ospedaliero di malattie infettive.

Nel 1997 parte la ristrutturazione di un intero padiglione ospedaliero di due piani, riservato ai 400 e più bambini Hiv positivi provenienti dall’intera regione. La struttura viene provvista di sale degenza, sale per day hospital, sala di isolamento, medicheria, ambulatorio dermatologico, sala dentistica, cucina e sala mensa. Tra gli altri ambienti vengono ricavate le aule scolastiche, una sala di fisioterapia e riabilitazione e un deposito per farmaci e vestiario. Segue la ristrutturazione di un edificio separato dal padiglione, che diventa l’alloggio per trenta bambini abbandonati e sieropositivi, le cui condizioni non richiedevano ancora ricovero ospedaliero. Infine, viene progettata una casa-famiglia per assicurare ai piccoli ospiti una vita quotidiana «normale». Li seguono cinque suore francescane missionarie di Assisi. Alla fine del ’97, sempre all’interno del complesso ospedaliero di Singureni, la fondazione recupera un magazzino diroccato di 200 metri quadri al cui posto nasce il secondo Centro operativo di «Bambini in Emergenza», sede della foresteria per i volontari, dotato di ufficio, sala riunioni, e biblioteca medico-scientifica.

Nel giugno del ’98 vengono acquistati due lotti di terreno, uno di fronte al centro-pilota e uno all’inizio del villaggio di Singureni, con la prospettiva di potervi, un giorno, edificare nuove case famiglia per ampliare la ricettività di quella già esistente all’interno del comprensorio ospedaliero. Gli anni successivi vedono l’inaugurazione di un vero e proprio laboratorio di analisi per la diagnosi precoce e il monitoraggio costante della malattia.

Nel dicembre del 1999 la fondazione realizza tre nuovi chalet per l’accoglienza di trenta bambini; nell’agosto successivo acquisisce una grande villa, per la prima volta al di fuori del circondario ospedaliero.

A settembre del 1999, la fondazione riesce a iscrivere, presso la scuola pubblica di Giurgiu, i tre ragazzi più grandi che vivono al Centro di Singureni, che frequentano la IV e la V classe. Anche così il lento processo di avvicinamento alla «normalità» continua.
Marina Guarino Messaggero di s.antonio
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“..non se ne può più..”

26 Luglio 2010 12 commenti

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“Ci sarà – anzi, certo c’è – del vero nell’inchiesta di Panorama sulle «notti brave dei preti gay». E lasciamo tutta la responsabilità agli autori del servizio, come anche all’Editore, nel pubblicizzare questa sporcizia, questa nefandezza, questo disgustoso spettacolo (a volte pare che cresca il gusto “macabro” di comunicare il male, con un compiacimento che ha, forse, del patologico).

Ma c’è un disgusto – e un’ira – nei confronti di quei soggetti che vivono quelle situazioni. Non è in gioco la misericordia: questo è affare di Dio, e della coscienza di quei disgraziati.
È che non se ne può più di questi tipi che usano la Chiesa per nascondere le loro fragilità, che vivono di quel “carrierismo” denunciato da Benedetto XVI, senza alcuno scrupolo morale.
Non se ne può più di quel “marcio” che vive nella Chiesa e che la infanga, senza poi che chi lo compie ne paghi le conseguenze. Quelle le paghiamo noi, sacerdoti e laici, che cerchiamo di vivere la missione nei vari ambienti in cui operiamo. Quelli non vanno certo a scuola o nei luoghi di lavoro a difendere la Chiesa da quelle ferite e offese che l’hanno infangata. Noi sì!
Noi siamo fieri di quella Chiesa di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, e siamo stanchi di sopportare chi «rema contro», in un gioco al massacro che distrugge sempre più la speranza negli uomini (e nei giovani, in particolare. Ricordiamo il detto terribile di Gesù a proposito di chi «scandalizza uno di questi miei fratelli più piccoli»).
Siamo stanchi della derisione – provocata da quei comportamenti – che si ritorce non sui colpevoli, che comunque sono disprezzati (come gli «utili idioti») ma su coloro che sono fedeli.
Abbiamo già detto più volte che la soluzione sta nel riconoscere e dare spazio alle tante esperienze di Chiesa vera che mostrano ancora oggi il fascino del cristianesimo vissuto, e che sono presenti in tanta parte del nostro popolo italiano.

La nostra appartenenza ecclesiale non è un affare privato, una questione insignificante: il Papa continuamente ci ricorda che è la ragione di una speranza che continuamente si rinnova.
Gesù diceva di «vincere il male col bene»: la vittoria su quello squallore umano (prima ancora che cristiano) sarà nel rifiorire di autentiche esperienze ecclesiali dove una carità vissuta nel quotidiano e una fede amica della ragione si uniranno per mostrare la convenienza vera del cristianesimo.

Non una formula ci salverà, – ci ha ricordato Giovanni Paolo II – ma una Presenza, e la certezza che essa ci infonde: «Io sono con voi!» Non si tratta, allora, di inventare un «nuovo programma». Il programma c’è già: è quello di sempre, raccolto dal Vangelo e dalla viva Tradizione. Esso si incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste. Quello stesso Gesù che vive nella sua Chiesa, testimoniato dal grande magistero pontificio.
E chi non condivide questo magistero farebbe bene a togliersi di mezzo. E chi lo condivide e lo sostiene trovi il coraggio e la fierezza di comunicarlo.
Quanto a noi, condividiamo il giudizio del Vicariato di Roma, e chiediamo di ripartire da qui. Non lo scandalo costruisce, ma una novità di vita, qui e ora.
(da www.samizdatonline.it 26.7.2010

“questa casa darà vita e speranza”

26 Luglio 2010 8 commenti

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Come all’inferno, la prima cosa che ci investe quando la porta si apre è un acre odore di fumo che ancora ristagna dopo quasi quattro anni dalla strage. La seconda è la paura. La paura di avventurarsi all’interno, l’ansia dell’incontro con l’abisso del male: in quelle stanze l’11 dicembre del 2006 morirono massacrate a colpi di spranga e di coltello quattro persone, e una quinta si salvò per miracolo. I primi soccorritori che entrarono e videro, per mesi dovettero curare la psiche…

Da pochi giorni il Tribunale di Como ha tolto i sigilli e restituito la casa a chi nell’eccidio perse la moglie Paola, la figlia Raffaella e il nipotino Youssef, e per la prima volta da quella sera Carlo Castagna rientra nel luogo in cui tutto avvenne. «Ci vuole coraggio», avverte. Poi si addentra per primo.

Cenere e fuliggine avvolgono ogni cosa, il mondo delle tenebre sembra essersi definitivamente appropriato di quelle stanze e nemmeno il sole di luglio che le invade all’aprirsi di una persiana basta a rompere l’oscurità. L’incendio, appiccato a cose fatte dai due assassini per nascondere le prove, ha annerito soffitti e pareti, ha contorto i mobili e fuso gli oggetti, ha rubato i colori e le forme, lasciando una massa irriconoscibile di armadi e suppellettili.

Anche quello che era il lettino bianco di Youssef è uno scheletro di carbone, come nella stanza accanto il letto matrimoniale di mamma Raffaella e papà Azouz. In tanto nero spicca rosso fuoco soltanto il divano dietro il quale Youssef, 2 anni e 3 mesi di vita, cercò invano riparo: Olindo lo raggiunse e gli tenne i polsi, Rosa alzò il coltello. I primi soccorritori lo trovarono così, gettato sui cuscini a braccia aperte, come un piccolo crocifisso. «Quei due erano preda del demonio, non possono aver fatto una cosa del genere… nessun essere umano ne sarebbe capace», sussurra in pianto Castagna.

E difatti di umano non c’è nulla in quello scenario rimasto immobile, cristallizzato al momento della strage: come per un’improvvisa apocalisse, i piccoli gesti della vita quotidiana si sono interrotti di colpo e ora restano lì a mezz’aria, assurdi, irrisolti. «Tutto è fermo a quella sera, nessuno ha più potuto toccare nulla», mormora Castagna girando lo sguardo sui tanti segni di una normalità che scorreva ignara del pericolo. Paola, Raffaella e Youssef erano appena rientrati in casa quando la furia di Olindo e Rosa Romano si avventò su di loro, e sul tavolo in cucina è ancora appoggiato un cappuccio di lana blu: «Era di Youssef, lo ricordo bene. Paola lo stava spogliando…», si commuove incredulo il nonno, stringendolo forte tra le dita. Poco distante, ancora sigillata, la scatola di biscotti comprata quel giorno, sul coperchio un Babbo Natale. Subito accanto il peluche di Tom e Jerry e un cucciolo dalmata della “Carica dei 101″, a terra il pallone giallo di “Winnie the Pooh”. In centro al tavolo gli addobbi per l’albero e una stella d’argento che non brillano più, sul caminetto un grande poster con Topolino e Minnie che corrono sulla slitta trainata da Pluto e una scritta, “Natale 2006, che festa ragazzi!”. Castagna non trattiene il pianto.

Lentamente, di stanza in stanza, passa in rassegna ogni oggetto, con le dita lo pulisce dalla cenere scura e lo riconosce, a volte persino sorride ai ricordi che tornano. In un angolo il bambolotto preferito di Youssef, a terra la scatola del piccolo falegname con il trapano a pile e il saldatore, e la casetta in plastica colorata in cui si sedeva e giocava all’ufficio. Le ante nere degli armadi e i cassetti vomitano alla rinfusa giocattoli, pigiamini, i libri che la nonna comprava al nipotino nato da papà islamico e mamma cattolica (“Dio Iahvè Allah, 100 risposte alle domande dei bambini”, “Cantiamo con Gesù”), e poi lettere, ritagli, montagne di foto dei giorni felici.

Ma anche i sogni e le illusioni: «Manchi solo tu con noi nella tua bellissima terra. Mille baci dal tuo Youssef e dalla tua Raffa», legge su una cartolina che Raffaella inviò dalla Tunisia nell’agosto del 2006 al marito Azouz, in carcere in Italia per spaccio, sempre convinta di poterlo cambiare. E da un cassetto esce intatta la lettera che nel 2004 il sindaco di Erba scrisse a Youssef appena venuto al mondo: “Hai scelto proprio una bella città per i primi vagiti, per i tuoi primi passi… mi auguro anzi per tutta la vita!”. Sulla soglia della camera le pantofole che sua mamma non fece in tempo a indossare. Nella lavatrice l’ultimo bucato, sulla vasca un bambolotto di gomma che il calore ha sciolto in una posa impossibile. Appesa sul terrazzo dondola al vento l’altalena e una girandola non ha mai smesso di ruotare.

«Non conserverò nulla», promette Castagna, «mi terrorizza l’idea di cercare i miei cari in luoghi e in oggetti che certo non li rappresentano. Loro non sono in questa casa ma su in cielo accanto al Padre buono, immersi nella luce della Grazia, e pregano per noi. Già i prossimi giorni farò portare via ogni cosa ed entro Natale qui sarà tutto nuovo». Quella che la gente per ora ricorda come la “casa della strage” presto diventerà luogo di rinascita e sarà un tetto per chi non ce l’ha: «Io e i miei due figli abbiamo deciso di affidarla alla Caritas, che a rotazione la darà a giovani coppie in emergenza e famiglie in difficoltà. Dove c’era la morte tornerà la vita, la speranza spazzerà via tutto l’odio, e magari risuonerà di nuovo il vagito di una nascita». Sarà la stessa ditta di arredamenti Castagna a fare i lavori, riportando l’antica corte lombarda di via Diaz alla sua austera bellezza, «curerò tutti gli arredi come avevo fatto per Raffaella, nulla dovrà pesare sulle spalle della Caritas o delle famiglie che ci entreranno… Chi abiterà qui troverà un luogo lindo e santo, e il ricordo di persone meravigliose».

Un progetto che nasce da una fede certa e nel quale Castagna include anche Azouz Marzouk, da poco diventato di nuovo papà in Tunisia: «Non restiamo attaccati a feticci inutili, ricordiamo i nostri cari per ciò che erano», gli ha consigliato giorni fa al telefono parlandogli come un padre. «Gli ho detto che quando taglieremo il nastro inaugurale ci sarà anche lui al nostro fianco, che è ora di accantonare gli errori fatti e affrontare la vita con un impegno maturo… Youssef, Raffaella e Paola proteggeranno dal cielo lui e le due creature di cui adesso è responsabile. Mi sembrava ragionevole, spero tanto che mantenga la promessa, lo spero per lui, per la ragazza italiana che lo ama e per quella bimba… Da questa casa, dove fu versato il sangue dei nostri martiri, può ripartire anche lui».
Lucia Bellaspiga AVVENIRE 25 luglio 2010