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Archivio Settembre 2010

“Mamma, sii felice perchè io lo sono…)

23 Settembre 2010 Nessun commento

festa

A Sassello, ridente paese dell’Appennino ligure appartenente alla diocesi di Acqui, il 29 ottobre 1971 nasce Chiara Badano, dopo che i genitori l’hanno attesa per 11 anni. Il suo arrivo viene ritenuto una grazia della Madonna delle Rocche, alla quale il papà è ricorso in preghiera umile e fiduciosa. Chiara di nome e di fatto, con occhi limpidi e grandi, dal sorriso dolce e comunicativo, intelligente e volitiva, vivace, allegra e sportiva, viene educata dalla mamma –attraverso le parabole del Vangelo – a parlare con Gesù e a dirgli «sempre sì». È sana, ama la natura e il gioco, ma si distingue fin da piccola l’amore verso gli «ultimi», che copre di attenzioni e di servizi, rinunciando spesso a momenti di svago. Fin dall’asilo versa i suoi risparmi in una piccola scatola per i suoi «negretti»; sognerà, poi, di partire per l’Africa come medico per curare quei bambini. Chiara è una ragazzina normale, ma con un qualcosa in più: ama appassionatamente; è docile alla grazia e al disegno di Dio su di lei, che le si svelerà a poco a poco.Dai suoi quaderni dei primi anni delle elementari traspare la gioia e lo stupore nello scoprire la vita: è una bambina felice. Nel giorno della prima Comunione riceve in dono il libro dei Vangeli. Sarà per lei un «magnifico libro» e «uno straordinario messaggio»; affermerà: «Come per me è facile imparare l’alfabeto, così deve esserlo anche vivere il Vangelo!». A 9 anni entra come Gen nel Movimento dei Focolari e a poco a poco vi coinvolge i genitori. Da allora la sua vita sarà tutta in ascesa, nella ricerca di «mettere Dio al primo posto». Prosegue gli studi fino al Liceo classico, quando a 17 anni, all’improvviso un lancinante spasimo alla spalla sinistra svela tra esami e inutili interventi un osteosarcoma, dando inizio a un calvario che durerà circa tre anni. Appresa la diagnosi, Chiara non piange, non si ribella: subito rimane assorta in silenzio, ma dopo soli 25 minuti dalle sue labbra esce il sì alla volontà di Dio. Ripeterà spesso: «Se lo vuoi tu, Gesù, lo voglio anch’io». Non perde il suo luminoso sorriso; mano nella mano con i genitori, affronta cure dolorosissime e trascina nello stesso Amore chi l’avvicina. Rifiutata la morfina perché le toglie lucidità, dona tutto per la Chiesa, i giovani, i non credenti, il Movimento, le missioni…, rimanendo serena e forte, convinta che «il dolore abbracciato rende libero». Ripete: “Non ho più niente, ma ho ancora il cuore e con quello posso sempre amare”. Non perde il suo luminoso sorriso; mano nella mano con i genitori, affronta cure dolorosissime e trascina nello stesso Amore chi l’avvicina. Rifiutata la morfina perché le toglie lucidità, dona tutto per la Chiesa, i giovani, i non credenti, il Movimento, le missioni…, rimanendo serena e forte, convinta che «il dolore abbracciato rende libero». Ripete: “Non ho più niente, ma ho ancora il cuore e con quello posso sempre amare”. La cameretta, in ospedale a Torino e a casa, è luogo di incontro, di apostolato, di unità: è la sua chiesa. Anche i medici, talvolta non praticanti, rimangono sconvolti dalla pace che le aleggia intorno, e alcuni si riavvicinano a Dio. Si sentivano “attratti come da una calamita” e ancor oggi la ricordano, ne parlano e la invocano. Alla mamma che le chiede se soffre molto risponde: «Gesù mi smacchia con la varechina anche i puntini neri e la varechina brucia. Così quando arriverò in Paradiso sarò bianca come la neve». E’ convinta dell’amore di Dio nei suoi riguardi: afferma, infatti: «Dio mi ama immensamente», e lo riconferma con forza, anche se è attanagliata dai dolori: «Eppure è vero: Dio mi vuole bene!». Dopo una notte molto travagliata giungerà a dire: «Soffrivo molto, ma la mia anima cantava…». Agli amici che si recano da lei per consolarla, ma tornano a casa loro stessi consolati, poco prima di partire per il Cielo confiderà: «…Voi non potete immaginare qual è ora il mio rapporto con Gesù… Avverto che Dio mi chiede qualcosa di più, di più grande. Forse potrei restare su questo letto per anni, non lo so. A me interessa solo la volontà dì Dio, fare bene quella nell’attimo presente: stare al gioco di Dio”. E ancora: “Ero troppo assorbita da tante ambizioni, progetti e chissà cosa. Ora mi sembrano cose insignificanti, futili e passeggere… Ora mi sento avvolta in uno splendido disegno che a poco a poco mi si svela. Se adesso mi chiedessero se voglio camminare (l’intervento la rese paralizzata), direi di no, perché così sono più vicina a Gesù”. Non si aspetta il miracolo della guarigione, anche se in un bigliettino aveva scritto alla Madonna: «Mamma Celeste, ti chiedo il miracolo della mia guarigione; se ciò non rientra nella volontà di Dio, ti chiedo la forza a non mollare mai!» e terrà fede a questa promessa. Fin da ragazzina si era proposta di non «donare Gesù agli amici a parole, ma con il comportamento». Tutto questo non è sempre facile; infatti, ripeterà alcune volte: «Com’è duro andare contro corrente!». E per riuscire a superare ogni ostacolo, ripete: «E’ per te, Gesù!». Chiara si aiuta a vivere bene il cristianesimo, con la partecipazione anche quotidiana alla S. Messa, ove riceve il Gesù che tanto ama; con la lettura della parola di Dio e con la meditazione. Spesso riflette sulle parole di Chiara Lubich: “Sono santa, se sono santa subito”. Alla mamma, preoccupata nella previsione di rimanere senza di lei, continua a ripete: «Fídati di Dio, poi hai fatto tutto»; e «Quando io non ci sarò più, segui Dio e troverai la for­za per andare avanti». A chi va a trovarla esprime i suoi ideali, mettendo gli altri sempre al primo posto. Al “suo” vescovo, Mons. Livio Maritano, mostra un affetto particolarissimo; nei loro ultimi, brevi ma intensi incontri, un’atmosfera soprannaturale li avvolge: nell’Amore diventano una cosa sola: sono Chiesa! Ma il male avanza e i dolori aumentano. Non un lamento; sulle labbra: «Se lo vuoi tu, Gesù, lo voglio anch’io». Chiara si prepara all’incontro: «E’ lo Sposo che viene a trovarmi», e sceglie l’abito da sposa, i canti e le preghiere per la “sua” Messa; il rito dovrà essere una «festa», dove «nessuno dovrà piangere!». Ricevendo per l’ultima volta Gesù Eucaristia appare immersa in Lui e supplica che le venga recitata «quella preghiera: Vieni, Spirito Santo, manda a noi dal Cielo un raggio della tua luce». Soprannominata “LUCE” dalla Lubich, con la quale ha un intenso e filiale rapporto epistolare fin da piccina, ora è veramente luce per tutti e presto sarà nella Luce. Un particolare pensiero va alla gioventù: «…I giovani sono il futuro. Io non posso più correre, però vorrei passare loro la fiaccola come alle Olimpiadi. I giovani hanno una vita sola e vale la pena di spenderla bene!». Non ha paura di morire. Aveva detto alla mamma: «Non chiedo più a Gesù di venire a prendermi per portarmi in Paradiso, perché voglio ancora offrirgli il mio dolore, per dividere con lui ancora per un po’ la croce». E lo «Sposo» viene a prenderla all’alba del 7 ottobre 1990, dopo una notte molto sofferta. E’ il giorno della Vergine del Rosario. Queste le sue ultime parole: “Mamma, sii felice, perché io lo sono. Ciao”. Ancora un dono: le cornee. Al funerale celebrato dal Vescovo, accorrono centinaia e centinaia di giovani e parecchi sacerdoti. I componenti del Gen Rosso e del Gen Verde elevano i canti da lei scelti. Dal quel giorno la sua tomba è meta di pellegrinaggi: fiori, pupazzetti, offerte per i bambini dell’Africa, letterine, richieste di grazie… E ogni anno, nella domenica prossima al 7 ottobre, i giovani e le persone presenti alla Messa in suo suffragio aumentano sempre di più. Vengono spontaneamente e si invitano a vicenda per partecipare al rito che, come voleva lei, è un momento di grande gioia. Rito preceduto, da anni dall’intera giornata di “festa”: con canti, testimonianze, preghiere…

La sua “fama di santità” si è estesa in varie parti del mondo; molti i “frutti”. La scia luminosa che Chiara “Luce” ha lasciato dietro di sé porta a Dio nella semplicità e nella gioia di abbandonarsi all’Amore. è un’esigenza acuta della società di oggi e, soprattutto, della gioventù: il significato vero della vita, la risposta al dolore e la speranza in un “poi”, che non finisca mai e sia certezza della “vittoria” sulla morte.
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Una nuova beata col cuore in Benin

Era nata nel 1971 e per molti aspetti della sua vita era proprio una ragazza di oggi. Da domenica per la Chiesa sarà una nuova beata. Si può riassumere così la storia di Chiara Badano, giovane di Sassello, nella diocesi di Aqui Terme, legata al movimento dei Focolari, che a 17 anni scopre di essere affetta da una grave malattia e trasforma il suo Calvario in un canto alla vita. Fino alla morte che giungerà a Torino nel 1990

La vicenda di Chiara è piena di messaggi interessanti per l’uomo di oggi. Ma ce n’è uno, in particolare, che la rende molto vicina al mondo missionario: il fatto che, nonostante la prova durissima che la vita le aveva riservato, questa ragazza dal suo letto di ospedale ha coltivato l’apertura al mondo. Nella sua sofferenza non risparmiava comunque energie per sostenere le missioni in Africa, che aveva imparato a conoscere.

Proprio per ricordare questo volto della sua vicenda umana i Focolari hanno promosso la nascita in Benin di due strutture che portano il nome di Chiara Badano: si tratta di un dispensario e di una casa famiglia che ospita venti bambini. Clicca qui per leggere la loro storia.

Il rito di beatificazione di Chiara Badano si terrà sabato 25 settembre alle 16 nel santuario del Divino Amore a Roma. Alla cerimonia saranno presenti giovani legati al movimento dei Focolari provenienti da 57 Paesi di tutti e cinque continenti: da Giordania e Terra Santa agli Stati Uniti, dalla Corea a Honk Kong e Filippine, dalla Colombia e Venezuela, al Brasile e Argentina.

la danza del bambino

22 Settembre 2010 4 commenti

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C’è un episodio, nella vita di madre Teresa, che sconvolge molte convinzioni e lascia pensosi, forse uno degli episodi-chiave per capire questa figura. Lo raccontò lei stessa.
«Durante una notte passata nella stazione di Howrah, a Calcutta, verso mezzanotte quando i treni sono tutti fermi per qualche ora, arrivò una poverissima famiglia che veniva di solito a dormire alla stazione. Erano una madre e quattro figli, dai cinque agli undici anni. La madre era una buffa, piccola cosa avvolta in un sari bianco di cotone, sottile per quella notte di novembre, con i capelli rasi a zero, stranamente per una donna. Aveva con sé dei recipienti di latta, qualche straccetto e dei pezzi di pane, tutto quanto possedeva per sé e per i suoi figli. Erano mendicanti. La stazione era la loro casa.
I bambini, tre ragazze e un bimbo che era il più piccolo, erano come la madre pieni di vivacità. A quell’ora, in piena notte, sedettero tutti su un marciapiede della stazione presso le rotaie, vicino ad altre innumerevoli famiglie e mendicanti solitari che già dormivano tutt’intorno, e fecero il loro pasto serale di pane secco, probabilmente quanto era avanzato a un rivenditore che verso sera lo aveva ceduto a un prezzo bassissimo. Ma non fu un pasto triste. Essi parlavano, ridevano e scherzavano. Sarebbe difficile trovare una riunione di famiglia più felice di quella.
Quando il breve pasto fu finito, andarono tutti a una pompa con grande allegria, si lavarono, bevettero e lavarono i loro recipienti di latta. Poi stesero con cura i loro stracci per dormire vicini, e un pezzo di lenzuolo per coprirsi tutti.
E fu allora che il ragazzino fece qualcosa di assolutamente meraviglioso: si mise a danzare.
Saltava e rideva fra i binari, rideva e cantava sommesso con incontenibile gioia.
Una simile danza, in una simile ora, in così assoluta miseria!».
Madre Teresa affermò tante volte che per noi occidentali, tristi nella nostra ricchezza, rintanati nelle nostre lussuose caverne, il povero è un «profeta». Pur nella miseria dove la nostra economia scaltra l’ha esiliato, egli ci insegna dei valori grandi che noi abbiamo dimenticato: l’amore per gli altri, la gioia che nasce dal gustare le piccole cose, l’amicizia, la capacità di entusiasmarsi per qualche cosa.
«Noi lo aiutiamo ad uscire dalla miseria. Ma lui ci regala qualcosa di più: ci insegna una maniera diversa di vivere: servirsi delle cose, ma non diventare prigionieri delle cose, credere che ci sono valori assai più importanti del denaro: l’amore, il calore della famiglia, il sorriso dei bambini, l’amicizia, la gioia…». ((Teresio Bosco, Madre Teresa di Calcutta, biografia)

“..se io sono falso invalido…”

21 Settembre 2010 Nessun commento


“Non ci costringete a vivere, ma fateci vivere con dignità”.
sla

Parla dal suo letto, da cui non si alza ormai da diversi anni, Francesco Spoto, siciliano di 49 anni di Gravina di Catania, affetto da Sclerosi laterale amiotrofica dal 2002. Tracheostomizzato, Francesco respira grazie ad un ventilatore artificiale. Può muovere solo gli occhi, grazie ai quali riesce a comunicare col mondo attraverso un sintetizzatore vocale. Eppure l’Inps da qualche giorno gli ha sospeso la pensione di invalidità. A raccontare la vicenda è lui stesso, in un video pubblicato su internet http://www.facebook.com/l/ba3bbyGBrL0zuwy5CyFmFn2T6Gg;www.youtube.com/watch?v=c7zMiY44D1s e proiettato in piazza Duomo a Catania lo scorso 5 settembre durante la prima edizione del Festival della solidarietà, una manifestazione in onore al corregionale Salvatore Crisafulli, risvegliatosi da uno stato vegetativo e che alcuni mesi fa minacciò di andare in Belgio per effettuare l’eutanasia, per protestare contro la mancata assistenza. Un evento, quello di Catania, organizzato dall’associazione “Sicilia Risvegli Onlus” a cui hanno partecipato altri disabili gravi per raccontare le difficoltà di convivere non solo con una malattia altamente disabilitante, ma anche con un’assistenza troppo spesso carente. Manifestazione, spiega Pietro Crisafulli, fratello di Salvatore e presidente dell’associazione, alla quale – pur attesi – non hanno partecipato politici e uomini delle istituzioni, compreso il vescovo di Catania, Salvatore Gristina.

“Se io sono un falso invalido…” dice Francesco attraverso il suo comunicatore. Nonostante la Sla, infatti, l’uomo è finito nel bel mezzo della caccia ai falsi invalidi. Come tanti altri, Francesco ha ricevuto a casa la comunicazione dell’Inps inviata a tutti coloro che non si sono presentati alla convocazione della commissione medica. “Sono due mesi che l’Inps mi manda comunicazioni – racconta Francesco – dicendo che devo andare a visita di controllo minacciandomi di sospendere la pensione di invalidità. Ma io ho fornito i certificati medici e li ho invitati ad una visita domiciliare, ma non ci sentono”. Numerosi sono stati i contatti telefonici con l’Inps, con rassicurazioni da parte dell’Istituto che non si sarebbe arrivati alla sospensione della pensione: “Io stesso – racconta Pietro Crisafulli, che segue da vicino la situazione – ho inviato il 3 settembre all’Inps il fax che ci avevano chiesto per scongiurare la sospensione dell’assegno, ma non è servito a nulla. E faccio notare che già il 5 settembre ci era stato assicurato che in piazza Duomo a Catania un rappresentante dell’Inps sarebbe intervenuto per annunciare che il provvedimento di sospensione non sarebbe stato preso. Insomma, ufficiosamente ci rassicurano, ma dal punto di vista ufficiale non cambia nulla. Siamo soli. E purtroppo anche dall’Aisla non abbiamo avuto nessun aiuto”. In particolare, Pietro Crisafulli fa poi notare che, al di là della sospensione della pensione, Spoto non riceve un’assistenza degna dalle istituzioni, che sostanzialmente “lo hanno abbandonato completamente al suo destino”.

Le parole di Francesco, anche se saltano fuori da un computer, non riescono a nascondere l’indignazione. “Si devono vergognare – dice -: nelle mie condizioni, tracheostomizzato e attaccato ad un ventilatore per respirare devo andare a fare la visita. Vergogna, vergogna a tutti i responsabili dell’Inps”. Quello di Francesco è un appello rivolto alle “massime cariche regionali e nazionali”, un messaggio che spera “non cada nel vuoto”, ma non solo per se stesso. Gli occhi di Francesco sono quelli di una persona malata di Sla, ma danno voce a tante persone con disabilità. “In fondo – dice -, lo chiediamo a nome di tutti i malati che sono allettati: un po’ di attenzione e una assistenza seria che aiuti le famiglie ignorate a vivere con dignità”. La sua storia viene raccontata anche su Facebook, con un gruppo apposito. (ga/ska)

http://www.facebook.com/profile.php?id=100001076246904#!/group.php?gid=148688521838634&ref=mf

(21 settembre 2010)

carissimi proff

21 Settembre 2010 4 commenti

paperino

“Non vi chiedo di essere mamma, papà, nonno, fratello, cugino, ma almeno di considerarmi una persona con i propri limiti e ricchezze, capacità e debolezze.”

Carissimi Proff.
sono Carlo, ma anche Sara, oppure potrei essere Alberto, Maria, Paola…insomma uno dei vostri alunni. Ho pensato di scrivervi all’inizio di quest’anno scolastico e spero abbiate un minuto per leggere questa lettera tra le tante carte in cui siete immersi e le numerosissime riunioni, programmazioni, aggiornamenti, progetti, ecc.

Vi scrivo come scriverei ad un amico – non vi offenderete per questo – ma spesso la cattedra crea barriere quasi invalicabili e io mi faccio sempre più piccolo dietro un banco già troppo piccolo. Lo so che non potete e non dovete essere degli “amiconi”, ma nemmeno degli estranei o dei contabili.

Ritorno a scuola dopo un’estate serena, con la voglia di rivedere i miei compagni e, perché no, anche voi. Mi auguro che lo stesso valga per voi, che il pensiero che ricominci la scuola non sia un peso, che non vi annoi il fatto di avere davanti degli alunni non sempre all’altezza della situazione o un po’ esuberanti o magari con qualche problema irrisolto in famiglia.

Sì la famiglia, quella che mi piacerebbe trovare in classe almeno per quanto riguarda lo stile, che credo si chiami familiarità, nel modo di discutere, di stare insieme, di organizzare i vari momenti, di scherzare, di studiare…

Non vi chiedo di essere mamma, papà, nonno, fratello, cugino, ma almeno di considerarmi una persona con i propri limiti e ricchezze, capacità e debolezze.

Forse penserete che io stia esagerando, che stia andando oltre i limiti, che le stia sparando grosse, ma mi chiedo, da qualche anno, perché i Proff. debbano sempre avere ragione, non possano mai chiedere scusa oppure ammettere di aver sbagliato. Conoscere il greco, l’inglese, la matematica, la chimica, l’italiano corrisponde forse a possedere la verità assoluta?

A proposito di materie mi domando pure che senso abbiano tante nozioni, molteplici datazioni, grandi teoremi imparati a memoria, quando poi, se mi permetto di esprimere la mia opinione su qualcosa, mi sento rispondere che il programma non lo prevede o che sono troppo giovane. Ma come faccio a crescere se non c’è nessuno che mi dia la possibilità di sbagliare e correggermi senza mettermi in ridicolo davanti agli altri, senza rimandare a domani qualcosa che potrei apprendere subito solo perché la campana ha suonato?

A volte in classe mi sento solo anche in mezzo ai compagni, la mia identità è confusa, mi sento un numero di un elenco, che vive appena l’emozione o la paura di essere chiamato quando si apre il registro. Eppure mi basterebbe poco, una parola, un sorriso, una pacca sulla spalla, un incoraggiamento, un “sta’ sereno”, un “vali più di un voto”.

So, miei cari Proff., che non è facile insegnare e che noi siamo dei veri ossi duri, che non vi diamo tregua; so pure che lo stipendio non è alto e che meritereste molto di più.

Ma avete scelto voi di percorrere questa strada, di rischiare di incontrarmi, di mettere a disposizione le vostre competenze, il vostro tempo, la vostra passione…e di questo vi ringrazio.

Infine ho due richieste da farvi a cuore aperto e con anticipata gratitudine: quest’anno datemi un po’ più di fiducia e per favore chiamatemi, rimproveratemi, lodatemi usando il mio nome proprio!

(Quaderni Cannibali) Settembre 2010 – autore: Marco Pappalardo

oltre il dolore che ci sopraffà

20 Settembre 2010 Nessun commento

ts

Il Papa e il male.
Quello che si mostra, cocente, nella sofferenza dei bambini.
Quello che ci scandalizza in modo intollerabile, e ci fa dubitare di Dio;
quello stesso, di cui discutono i fratelli Karamazov quando Ivan rabbiosamente dice ad Alëša che nessuna armonia superiore vale le lacrime di una sola bambina torturata.
E’ questo il male cui si riferisce Benedetto XVI quando dolentemente nella cattedrale di Westminster ricorda le «immense sofferenze causate dall’abuso dei bambini, specialmente nella Chiesa e da parte dei suoi ministri».

Come già nella lettera ai cattolici d’Irlanda, Benedetto dice il suo profondo dolore. Come nel dialogo con i giornalisti nel viaggio verso Edimburgo, sembra affiorare fra le sue parole l’eco di un umano sgomento, se a tradire così tanto sono stati uomini che avevano promesso di essere la voce di Cristo: «Come un uomo che ha detto e fatto questo possa poi cadere in questa perversione, è difficile capire», aveva detto – quasi egli stesso attonito di fronte alla umana capacità di male.
Ma nella cattedrale di Westminster Benedetto indica, iniziando l’omelia, il grande crocefisso che domina dall’alto la navata: «Cristo schiacciato dalla sofferenza, sopraffatto dal dolore, vittima innocente». E’ all’ombra di quel crocefisso che il Papa a Westminster affronta lo scandalo del dolore innocente: che è quello di Ivan Karamazov, e dei bambini violati da sacerdoti indegni – e anche dei milioni di bambini oggi nel mondo venduti, comprati, fotografati. E’ dentro il mistero della passione di Cristo che Benedetto colloca la sofferenza dei bambini.

Passione che continua nei nostri dolori, ricorda, usando le parole di Pascal (Cristo continua a essere in agonia, fino alla fine del mondo). In quella “agonia” che, secondo Paolo, completa nella carne degli uomini ciò che manca alle sofferenze di Cristo, si colloca il libero e accettato sacrificio dei martiri. Ma anche, aggiunge il Papa, la sofferenza silenziosa dei malati e dei vecchi. E dentro la memoria dell’agonia di Cristo Benedetto va col pensiero ai figli profanati, alla loro innocenza tradita. Come fossero agnelli, dell’Agnello misteriosamente compagni. («Come voi, egli porta ancora i segni del suo ingiusto patire», scrisse alle vittime degli abusi in Irlanda. E si commuove, nell’incontrarne a Londra alcuni altri). Compagni di dolore, ma anche, se lo vogliono, di una più grande speranza. Perché è vero, come si legge nella lettera ai cattolici d’Irlanda, che «nulla può cancellare il male sopportato». Umanamente, è vero, nulla. Solo Cristo può toccare certe piaghe.

Perciò il tornare del Papa sullo scandalo, sull’umiliazione e sulla vergogna, all’ombra del grande crocefisso di Westminster dice a chi ascolta che il più intollerabile tradimento, ciò da cui umanamente si esce distrutti, in Cristo non è più una condanna per sempre, ma entra in una logica – agli uomini oscura, altra da noi, incomprensibile – in cui la morte non ha, tuttavia, l’ultima parola. Non sotto a quel Cristo, come è raffigurato nella cattedrale di Westminster: schiacciato dalla sofferenza, sopraffatto dal dolore, ma le cui braccia spalancate «sembrano abbracciare – ha detto Benedetto XVI ai londinesi – questa chiesa intera».
Marina Corradi

una dichiarazione di don Ciotti

20 Settembre 2010 Nessun commento

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“Mi auguro che Benedetto XVI dica parole chiare e ferme sulla incompatibilità tra mafia e Vangelo”. E’ l’appello lanciato in vista della visita pastorale che Papa Ratzinger compirà a Palermo il 3 ottobre prossimo, da don Luigi Ciotti intervenuto alla tavola rotonda dal titolo “Sotto le due cupole. Chiesa, religione, mafia”. Con “amarezza” don Ciotti ha spiegato di dover affermare che ci sono stati recenti episodi che hanno agito da “segnali inquietanti”, di una certa “compiacenza e appoggio diretto o indiretto da parte di tanti sacerdoti ai mafiosi”. “Quello che credevamo superato – ha anche detto – è invece sotto i nostri occhi in questi ultimi mesi”. Per questo il sacerdote fa suo l’appello già lanciato da un sacerdote palermitano, don Cosimo Scordato, affinché il Papa nel corso della sua visita al capoluogo siciliano non solo ribadisca una “condanna chiara contro la mafia” ma anche “assicuri che la pratica di beatifcazione di don Pino Puglisi vada avanti”. Questo perché, ha spiegato don Ciotti, “se il Papa lo riconoscerà come martire sarà incoraggiato quel processo di purificazione da tutte le forme di potere politico, economico, sociale che la Chiesa deve intraprendere”

..sentirai il suo amore..

18 Settembre 2010 Nessun commento

mamma_e_bambino

“Racconta una antica leggenda che un bambino che stava per nascere disse a Dio:
- Mi dicono che mi stai per mandare sulla terra però come vivrò così piccino e indifeso come sono?
- Tra molti angeli ne ho scelto uno per te, che ti sta aspettando e avrà cura di te.
- Però dimmi: qui nel cielo non faccio altro che cantare e sorridere; questo basta per essere felice.
- Il tuo angelo ti canterà, ti sorriderà tutti i giorni e tu sentirai il suo amore e sarai felice.
- Ma che farò quando vorrò parlare con te?
- Il tuo angelo ti unirà le manine e ti insegnerà il cammino perché tu possa avvicinarti a me, benché io ti sarò sempre a fianco.
In quell’istante, una grande pace regnava nel cielo però già si udivano voci della terra e il bambino premuroso ripeteva soavemente:
- Dio mio se già me ne devo andare, dimmi il suo nome… come si chiama il mio angelo?
-Il suo nome non importa, tu la chiamerai “mamma”.–!
(da “qumran2.net)

festa!!!!!!!!dall’alpeggio si torna a..casa!!!

18 Settembre 2010 Nessun commento

Scusi, è questo il paese antipapista?

17 Settembre 2010 1 commento

L’arrivo del Papa in Inghilterra e Scozia non è stato per nulla facile. Benedetto XVI decollava da Ciampino, e già diverse polemiche rendevano il clima incandescente oltre la Manica. Di alcune Papa Ratzinger ha parlato direttamente coi giornalisti sul volo papale. Degli abusi su minori commessi da sacerdoti, ha chiesto subito di parlare padre Federico Lombardi, portavoce vaticano, poco dopo il decollo. “Queste rivelazioni sono state per me uno choc e sono una grande tristezza”, ha risposto il Papa. Parole che ricordano quelle pronunciate nel volo verso Lisbona soltanto quattro mesi fa.

E poi l’accusa rilanciata dai media in tutto il mondo: “L’autorità della chiesa non era sufficientemente vigilante”. Parole forti, lette da molti come un rinnovato “mea culpa”. Ma il Papa non si è detto preoccupato. Sa che la chiesa di Inghilterra e di Scozia, a differenza della chiesa irlandese, grazie alla commissione guidata da Lord Nolan e istituita più di dieci anni fa dall’ex primate di Westminster, il cardinale Cormac Murphy-O’Connor, ha praticamente risolto il problema. E sa che, pedofilia a parte, spinte anticattoliche sono presenti qui come altrove. Alle manifestazioni delle associazioni delle vittime della pedofilia il Pontefice ha dato una risposta sul volo. Al resto, cercherà di rispondere nelle prossime ore. Tra l’altro, ha detto il Papa, “anche in Francia mi era stato detto che era quello il paese più anticlericale d’Europa”.

Il Papa non è intimidito dagli attacchi e dalle critiche. E due giorni fa non lo è stato nemmeno un suo storico e prestigioso collaboratore: mentre Ratzinger decollava per Edimburgo, scozzesi e inglesi leggevano sui giornali l’affondo fatto 24 ore prima dal cardinale Walter Kasper, ex ministro dell’ecumenismo vaticano, contro “un nuovo ateismo aggressivo”. Le parole di Kasper, rilasciate alla rivista tedesca Focus, sono state lette come un attacco al cuore di un paese che fa della tolleranza la sua ragione d’essere: “Se per esempio indossi una croce sulla British Airways, vieni discriminato”. La reazione è stata veemente. Per il Daily Mail le parole di Kasper sanno di “razzismo”. Mentre per il Guardian “il viaggio del Pontefice è già invischiato nelle polemiche”. Più diretto il tabloid Sun di Rupert Murdoch: “L’‘idiota’ del Papa bolla il Regno Unito come un paese del Terzo mondo”, recita il titolo che accompagna una foto di Kasper e Ratzinger fianco a fianco. Quindi, ecco l’affondo mosso direttamente dal premier David Cameron: “La Gran Bretagna è una società tollerante che rispetta persone di tutte le fedi e per questo è più ricca”. Ma anche da parte di illustri esponenti delle gerarchie cattoliche scozzesi e inglesi non sono mancate le richieste al cardinale emerito di pubbliche scuse. Su tutti quelle del cardinale Keith O’Brien, capo della chiesa cattolica in Scozia. Ma nel pomeriggio è il Daily Telegraph a parlare della volontà di Kasper di non chiedere scusa. Il giornale, in contatto con il segretario personale del porporato, monsignor Oliver Lahl, ha spiegato che Kasper considera il caso chiuso.

Non sempre i rapporti tra Ratzinger e Kasper sono stati buoni. L’ha detto nel 2008 lo stesso Ratzinger quando fece a Kasper gli auguri per i 75 anni: “Non sempre siamo stati della medesima opinione ma ci siamo sempre saputi insieme nel cammino al servizio di Cristo e della chiesa”. Eppure questa volta è come se Kasper abbia voluto aprire la strada a Ratzinger, dire per lui le parole più dure e che forse egli non può pronunciare. Non ovviamente il riferimento al Regno Unito quale “paese del Terzo mondo”, ma il richiamo alla tolleranza che non può ribaltarsi nel suo contrario: intolleranza verso chi crede. Ieri con la regina Elisabetta ha usato come ovvio solo tonalità positive. Ma il 2 febbraio scorso, ai vescovi inglesi giunti in Vaticano, aveva proposto un linguaggio meno diplomatico, denunciando il rischio che nel Regno Unito si affermassero leggi fortemente restrittive per le ragioni di chi crede. Il rimando diretto era all’Equality Bill, la legislazione britannica che, in nome della non discriminazione, costringe le agenzie cattoliche a concedere l’adozione di bambini anche a coppie di omosessuali.

Benedetto XVI disse che il Regno Unito “è ben noto per il suo saldo impegno nell’assicurare pari opportunità per tutti i membri della società” e anche ieri, nel discorso davanti alla Regina, ha chiesto al Regno Unito di riscoprire le “proprie radici”, “l’apertura a Dio” e dunque la tolleranza vera, quella che non lede il diritto d’espressione e d’esistenza delle diverse fedi. Significativo, al riguardo, è il parallelo che l’anziano Pontefice tedesco ha scelto per illustrare il suo punto di vista alla Regina, sua coetanea: Ratzinger ha parlato della Gran Bretagna quando si oppose al nazismo. Si oppose alla “tirannia nazista”, ha detto, perché questa voleva “sradicare Dio dalla società e negava a molti la nostra comune umanità, specialmente ebrei, che venivano considerati non degni di vivere” ha detto il Papa. Parole che la Regina ha mostrato di apprezzare quando ha ricordato la “comune eredità cristiana”. E ancora: “La religione è sempre stata elemento cruciale dell’identità nazionale e della coscienza storica del popolo britannico”.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

di Paolo Rodaripapa regina

…quel poco così prezioso

17 Settembre 2010 1 commento

coccinella

“Il giorno delle nozze, un principe fece il suo ingresso nella capitale del suo regno accanto alla splendida sposa .
I due sposi avanzavano dentro ad una meravigliosa carrozza, mentre ai lati della strada due ali di folla applaudivano.
Ma, nella piazza davanti al castello, tutti ammutolirono.
Su un alto patibolo, un malfattore stava per essere impiccato. Il condannato aveva già infilato la testa nel cappio.
La principessa scoppiò in lacrime.
Il principe chiese al giudice se era possibile annullare l’esecuzione, come dono di nozze alla sua sposa.
La risposta fu un secco “no”.
“Ci sono dunque delitti che non possono trovare perdono?”, chiese la principessa con un filo di voce.
Uno dei consiglieri del principe fece notare che secondo un’antica consuetudine della città, qualsiasi condannato poteva riscattarsi pagando la somma di mille ducati.
Una somma enorme. Dove si poteva trovare tanto denaro?
Il principe aprì la sua borsa, la svuotò e ne uscirono ottocento ducati. La principessa, frugando nel suo elegante borsellino, ne trovò altri cinquanta.
“Non potrebbero bastare ottocentocinquanta ducati?”, chiese.
“La legge ne vuole mille!”, ribatterono.
La principessa scese e fece una colletta tra paggi, cavalieri e passanti. Fece il conto finale: novecentonovantanove ducati. E nessuno aveva più un ducato.
“Dunque per un ducato quest’uomo sarà impiccato?”, esclamò la principessa.
“E’ la legge”, rispose impassibile il giudice e fece cenno al boia di cominciare l’esecuzione.
A quel punto la principessa gridò: “Frugate nelle tasche del condannato, forse qualcosa ce l’ha anche lui”.
Il boia ubbidì e da una delle tasche del condannato saltò fuori un ducato. Quello che mancava per salvargli la vita.
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Nel cuore di ognuno c’è sempre quel poco che basta a salvargli la vita.
La bontà, l’amore: in molti sono come stoppini spenti.
Tu puoi essere un …piccolo fiammifero che trova l’occasione di accenderli.

Autore: Bruno Ferrero – Libro: Cerchi nell’Acqua
Casa Editrice: ElleDiCi