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Archivio Ottobre 2010

dolcetti, scherzetti & AFFARONI

30 Ottobre 2010 Nessun commento

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“In una notte si bruciano 420 milioni di euro. Alla faccia della crisi

È autunno, tornano a crescere le zucche… Quelle di Halloween, naturalmente: la festa – d’importazione americana – che ormai ogni anno, la sera del 31 ottobre, traveste i bambini da mostri per passare di porta in porta domandando «Dolcetto o scherzetto?». Un’occasione simpatica per alcuni, secondo altri l’ennesima moda consumista – se non addirittura un tentativo per far dimenticare la ricorrenza cristiana dei santi e dei morti con una celebrazione pagana. Di certo l’occasione commerciale è ghiotta: pare che domenica prossima indosseranno la maschera ben 8 milioni di bambini e adolescenti italiani, oltre a 2 milioni di adulti, spendendo qualcosa come 420 milioni di euro (150 per i party, 110 di travestimenti, altri 110 per i gadget e addirittura 50 milioni tra zucche, coriandoli neri, festoni, lumini, palloncini, eccetera eccetera). Cifre forse un po’ esagerate, ma che fanno pensare: non è che qualcuno sta approfittando dell’effetto imitazione che contagia spesso i giovani, per combinare qualche colossale affare sul… nulla? Se è vero che ogni bambino italiano spenderà in media 25 euro per Halloween, il dubbio si fa forte: ormai le festività di inizio novembre sembrano il «gancio» al quale appendere le spese dei giovanissimi per mantenerle sostenute tra l’estate e il Natale. E meno male che c’è la crisi economica…

Morale? Va bene festeggiare con gli amici, ogni tanto, ma cerchiamo di non abboccare troppo facilmente alle trappole di chi ci vuol far sprecare denaro. E teniamoci qualche euro per le candele e i fiori dei morti; quelli veri. (AVVENIRE 28.X.10)

orrido no festa sì!

29 Ottobre 2010 Nessun commento

hallo-ween no
holy-ween sì
I commercianti qualche anno fa hanno …scoperto una ennesima pacchia per fare quattrini:
bisognava solo presentarla come “conoscenza di una cultura di altro popolo” “occasione
per ..emozioni nuove ..per l’incontro col brivido… per chissà quale contatto
con spiriti ecc”
Messa così la cosa avrebbe certamente avuto il suo effetto “spendereccio”
(come loro volevano!) E i bambini? Dove li mettete? In prima linea!!!Chi è capace di trattenere
un bambino da giochi, feste, curiosità ecc..e comprare, comprare, comprare….
Così bambini e …bambocci ci cascano e ..le entrate dei commercianti “gonfiano il cassetto.”
Sotto sotto c’è anche la coda di berlicche : per lui è una ottima occasione per invitare qualcuno
a fare …certe sedute e …certi riti che vanno tutti a suo interesse e scombinano i cervelli
e l’anima. Naturalmente il suo primo intento è di distogliere dall’incontro con i santi .
Fatevi raccontare da chi ha avuto certe esperienze!! O leggetele sui giornali!..
Festeggiare i santi invece, il 1° novembre LI RICORDIAMO TUTTI, è veramente una gioia perchè
sentiamo aumentare la nostra speranza di raggiungerli nella felicità piena che loro già godono
e sentiamo più vivamente l’aiuto affettuoso e forte che loro ci dànno per ARRIVARE.
Facciamo festa, sì, perchè siamo figli di Dio e possiamo arrivare a quel posto che Lui
ha preparato per ciascuno vicino a Lui. Buona festa, prima di tutto con la Messa!
E BUON ONOMASTICO A TUTTI 41789_160818890603706_3547_n!!!!

«Uomini di Dio»: il vero film dei magnifici 7

25 Ottobre 2010 Nessun commento

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All’ultimo Festival di Cannes il film “UOMINI DI DIO” ha profondamente commosso il pubblico internazionale raccontando la vita quotidiana di un gruppo di monaci trappisti nell’Algeria degli anni Novanta. E non ha lasciato indifferente neppure la giuria presieduta da Tim Burton, che gli ha assegnato il prestigioso Grand Prix. Perché «Uomini di Dio» di Xavier Beauvois, fortemente voluto dal produttore cattolico Etienne Comar, nelle nostre sale dal 22 ottobre, è un perfetto esempio di come si possa fare grande cinema affidandosi, proprio come facevano Robert Bresson e Carl Dreyer, ai silenzi, agli sguardi, alla spiritualità e a temi che affrontano le grandi domande dell’uomo drammaticamente calato nell’arena della storia.

Il film, opera profondamente religiosa, rievoca infatti la drammatica vicenda dei religiosi rapiti e assassinati a Tibhirine, sulle montagne dell’Atlante, nel marzo del 1996, ancora oggi al centro di una complessa indagine giudiziaria riaperta dopo il reportage del giornalista americano John Kiser. Se infatti la strage era stata inizialmente attribuita al Gia (Gruppo Islamico Armato), in una fase processuale successiva si è invece parlato di un «errore dell’esercito algerino». La verità è ancora da stabilire, ma il regista non si addentra nella controversia, evitando di fare del film un thriller politico su un intrigo internazionale; non mostra le teste ritrovate senza i corpi (anche per rispetto alle famiglie delle vittime l’atrocità della loro morte resta fuori campo e la storia si conclude con una scena ricca di emozione) e non fa dei protagonisti dei martiri da strumentalizzare.

Non estraneo alle riflessioni sulla vita e la morte (N’oublie pas que tu vas mourir), Beauvois – che si è confrontato con religiosi e teologi trascorrendo un periodo nel convento cistercense di Notre-Dame de Tamié – si concentra piuttosto (come il bel documentario Il grande silenzio di Philip Gröning) sulla quotidiana vita monastica dei protagonisti, corpi immersi nella natura tra lavoro, preghiere, canti, pasti e impegno per il prossimo, secondo una ritualità capace di unire il cielo e la terra. Perfettamente integrati in terra musulmana, i monaci guidati dal priore Christian de Chergé sono «fratelli» degli islamici di cui si prendono cura e con i quali recitano anche passi del Corano («Amen» è sempre seguito da «inshallah»), testimoniando con la propria vita un amore per l’umanità che va oltre le barriere culturali e religiose.

Una vocazione ben resa dal titolo originale del film, Des hommes et des dieux, e in parte tradita da quello italiano. Il 30 ottobre 1994 il Gia ordinò a tutti gli stranieri di abbandonare l’Algeria, ma quei monaci decisero di restare al fianco di chi aveva bisogno di loro, convinti di non poter tradire la loro fede e la fiducia in una comunità basata sulla tolleranza. «Non temo la morte, sono un uomo libero» dice Lambert Wilson nei panni di padre Christian. La forza, il rigore e il coraggio del film stanno proprio in questo, nella decisione di riflettere sulla difficoltà di una scelta non priva di dubbi, angosce e tensioni.

E di offrire a un pubblico abituato a velocità ed effetti speciali, adrenalina e 3D un mondo fatto di lentezza, contemplazione e popolato di persone capaci di un amore e una compassione straordinari, pronti all’estremo sacrificio pur di dedicare la propria vita agli altri. Ritiratisi per alcuni giorni nella pace del monastero prima dell’inizio delle riprese, gli attori hanno più volte dichiarato di aver sentito su di loro la protezione e la fratellanza dei religiosi a cui stavano per ridare vita. E non c’è bisogno di essere credenti per sentire in quei personaggi una verità che viene da lontano.
Alessandra De Luca
(AVVENIRE 24.X.10)

Gesù in un pacchetto di sigarette

23 Ottobre 2010 Nessun commento

VAN THUAN

“La storia della sua vita ha la freschezza degli antichi atti dei martiri. Eppure è modernissima. Anticipatrice. Così avanti sui tempi che ancor oggi pochi, troppo pochi, nell´Occidente laico e cristiano, sanno guardare con occhi di giustizia alla nazione nella quale egli è nato.

Perché il Vietnam è tabù, da quando è stato “liberato”. A Roma c´è voluta una pattuglia di radicali controcorrente per indire una manifestazione, sabato 21 settembre, a favore della libertà vera in quel paese.

Nguyên Van Thuân era da pochi giorni arcivescovo coadiutore di Saigon, nel 1975, quando la città cadde in potere dei comunisti del nord.

E subito fu messo in prigione. Perché nipote dell´ucciso, famigerato presidente del Vietnam del Sud, Ngo Dinh Diem.

Ma egli non era che l´ultimo di una genealogia che aveva dato al Vietnam non una schiera di despoti, ma di testimoni della fede.

Nel 1885 tutti gli abitanti del villaggio di sua madre erano stati bruciati nella chiesa parrocchiale, eccetto suo nonno, che in quel tempo studiava in Malesia. E prima ancora, tra il 1698 al 1885, i suoi antenati paterni furono vittime di molte persecuzioni. Il suo bisnonno paterno, insieme con gli altri familiari, era stato forzatamente assegnato a una famiglia non cristiana in modo che perdesse la fede. E raccontava questa vicenda al giovane Fran?ois Xavier. Gli narrava che ogni giorno, all’età di 15 anni, faceva a piedi 30 chilometri per portare a suo padre, in prigione perché cristiano, un po’ di riso e un po’ di sale.

Sua mamma Elisabeth lo aveva educato cristianamente fin da quando era piccolino. Ogni sera gli insegnava le storie della Bibbia e gli raccontava le vicende dei martiri, specialmente dei suoi antenati.

Finché toccò a lui. Impadronitisi di Saigon, i comunisti lo accusarono d´essere parte di un «complotto tra il Vaticano e gli imperialisti». Il 15 agosto 1975, festa dell’Assunta, lo arrestarono. Aveva solo la tonaca e il rosario in tasca. Ma già nel mese di ottobre cominciò a scrivere messaggi dal carcere, su foglietti che gli procurava di nascosto un bambino di 7 anni, Quang.

Visse in prigione per tredici anni, senza giudizio né sentenza. Da Saigon fu prima trasferito in catene a Nha Trang. Quindi al campo di rieducazione di Vinh-Quang, sulle montagne. Passò momenti durissimi, come il viaggio su una nave con 1500 prigionieri affamati e disperati.

Poi il lungo isolamento, durato nove anni. C’erano due guardie solo per lui. In carcere non poté portare con sé la Bibbia. Allora raccolse tutti i pezzetti di carta che trovava e compose un minuscolo libro sul quale trascrisse più di 300 frasi del Vangelo che ricordava a memoria. Celebrava messa ogni giorno con il palmo della mano a far da calice, con tre gocce di vino e una goccia d’acqua. Il vino se l´era procurato così. Appena arrestato gli avevano permesso di scrivere una lettera per chiedere ai parenti le cose più necessarie. Domandò allora un po’ di medicina per digerire. I famigliari compresero il significato vero della richiesta e gli mandarono una bottiglietta con il vino della messa e con l’etichetta: «medicina contro il mal di stomaco». Le briciole di pane consacrato le conservava in pacchetti di sigarette.

Era in isolamento ad Hanoi quando una ufficiale della polizia gli portò un piccolo pesce che lui avrebbe dovuto cucinare. Il pesce era avvolto in due pagine dell’”Osservatore Romano”, che la polizia usava requisire quando arrivava per posta. Senza farsi notare egli lavò bene quei due fogli e li fece asciugare al sole, conservandoli quasi come una reliquia. Nell’isolamento della prigione, quelle due pagine erano per lui un segno di unione con Roma e la cattedra di Pietro.

Durante l’isolamento era solito dire la messa intorno alle 3 del pomeriggio, l’ora di Gesù sulla croce. Tutto da solo, cantava la messa in latino, in francese e in vietnamita. Cantava anche gli inni come il Te Deum, il Pange Lingua, il Veni Creator Spiritus.

La sua bontà, il suo amore anche per i nemici, colpiva non poco le guardie. Sulle montagne di Vinh Phù, nella prigione di Vinh Quang, chiese una volta a una guardia il permesso di tagliare un pezzetto di legno a forma di croce. E quello lo accontentò. In un’altra prigione chiese alla guardia un pezzo di filo elettrico. Temendo che volesse suicidarsi, l’agente si spaventò. Ma Nguyen Van Thuân gli spiegò che voleva fare semplicemente una catenella per portare la sua croce. Dopo tre giorni la guardia ricomparve con un paio di pinze e insieme composero una catenella. Da quella croce e da quella catena Nguyen Van Thuân non si separò più. Le portò sempre al collo, anche dopo la sua liberazione, avvenuta il 21 novembre 1988. E anche dopo il suo esilio forzato a Roma, nel 1991, e la sua nomina a cardinale, nel 2001.

E sempre con quella povera croce sul petto è morto, lunedì 16 settembre 2002
(Espressonline sandro magister 17 settembre 2002)
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I tratti biografici sopra riportati li ritrovi nel sito web del Vaticano ma anche, raccontati in prima persona con straordinaria vivacità, nell´ultimo libro pubblicato dal cardinale Nguyen Van Thuan, “Testimoni della speranza”, edito da Città Nuova. Il libro raccoglie le prediche dettate dall´autore al papa e alla curia romana negli esercizi spirituali della Quaresima del 2000.

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HA VINTO LUI

23 Ottobre 2010 Nessun commento

nguien v t

” Il sorriso sembrava non lasciarlo mai. Anche quando – e non lo faceva spesso, né volentieri – raccontava della prigione, dei soprusi subiti, delle umiliazioni. E si stupiva del tuo stupore, quasi che la sua vita, le sue vi­cende, il suo dolore davvero non fossero niente di spe­ciale, non avessero niente di straordinario. E se glielo dicevi si stringeva nelle spalle. Sorridendo: «È quello che qualunque sacerdote al mio posto avrebbe fatto».

Francis Xavier Nguyen Van Thuân ne era assolutamente convinto. Ma, in più che qualche modo, l’apertura ie­ri al Vicariato di Roma della sua causa di beatificazio­ne, a otto anni dalla morte, conferma la straordinarietà di una vita che, a definirla un romanzo, le si fa un tor­to. Figura simbolo della resistenza della Chiesa vietna­mita a un regime che avrebbe voluto cancellarne ogni traccia, certamente. Ma anche, e soprattutto, simbolo di come una fede salda – capace di nutrirsi di se stessa attraverso la croce costruita con un pezzo di legno e lo spago regalatigli dai suoi carcerieri, e la messa quoti­diana clandestina celebrata come poteva (il palmo del­la mano come un calice, tre gocce d’acqua e una di vi­no) – riesca a mandare in crisi anche chi cerchi in ogni modo di svuotarti l’anima.

Non era modestia, quella con cui Van Thuân respinge­va con un’alzata di spalle e un sorriso . Era, molto sem­plicemente, l’ “ovvio dei santi”, di chi ha saputo depor­re nelle mani di Cristo tutta la propria sapienza, tutta la propria cultura, la propria vita. Senza riserve. Senza esitazioni. Senza rimpianti. Nominato vescovo sei gior­ni prima della caduta di Saigon, il 24 aprile del 1975, in­dicato come elemento “reazionario” (forse perché ni­pote del presidente del Vietnam del Sud, Ngo Dinh Diem) da alcuni dei suoi stessi confratelli, passò qua­si direttamente dalla Curia al carcere. Tredici anni, no­ve dei quali in isolamento: Saigon, Nha Trang, Vinh– Quang. Guardato a vista. Nessuna accusa specifica. Nessun processo. Da impazzire.

Eppure non fu lui a impazzire. Casomai a diventar mat­to fu quel regime che, non volendolo eliminare per non farne un martire, cercò in ogni modo di spezzarlo, sen­za mai neppure scalfirlo. «Cristo è la mia corazza», di­ceva; e l’impressione, netta, era che la sua, prima che una citazione, fosse una constatazione autobiografica. E così aveva finito con lo spiazzare tutti: in primisi car­cerieri che, stupiti e ammirati, gli passavano sottoban­co le cose che chiedeva – sempre «per favore…» – com­presa la carta che gli serviva per inviare messaggi ai suoi fedeli e per “costruirsi” una Bibbia. E poi i suoi compagni nel “campo di rieducazione”. L’agenzia Asia News ha pubblicato la lettera che uno di loro, Hai, rila­sciato prima di lui, gli scrisse: «Caro fratello Thuân, vi ho promesso che andrò dalla Signora di La Vang a pre­gare per voi. In questi anni ogni domenica, quando non pioveva, sono andato in bicicletta fino al santuario del­la Madonna, perché qui la chiesa è crollata durante la guerra. Ho detto per te questa preghiera: “Cara Madre Maria, non sono cattolico e non conosco nessuna pre­ghiera. Ma ho promesso a fratello Thuân di pregarti, co­sì sono venuto qui per chiedere a te Madre Maria, che conosci questo mio fratello, di aiutarlo se ha bisogno di qualcosa”».

Quando venne rilasciato, nell’88, restò una spina nel fianco nel regime, che tre anni dopo lo costrinse a la­sciare I il Paese. Iniziarono gli anni “romani”, ac­colto nella Curia da Giovanni Paolo II che, nel 1998, lo volle a capo del pontificio Con­siglio Giustizia e Pace, che avrebbe guidato fino alla morte, e lo creò cardinale. Nel “nuovo” Vietnam sarebbe ritornato, poco prima di morire. Accolto come un eroe dai suoi fedeli, e vestito con la porpora. Ma con al collo la stessa croce e la stessa catena costruite tan­ti anni prima in carcere, con l’aiuto di un secondino. Aveva vinto lui.
(Salvatore Mazza AVVENIRE 23.10.10)