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Archivio Novembre 2010

“oggi sono venuto tre volte!!…”

29 Novembre 2010 Nessun commento

mafaldaa

“C’era una volta un’anziana signora che passava in pia preghiera molte ore della giornata. Un giorno sentì la voce di Dio che le diceva: “Oggi verrò a farti visita”. Figuratevi la gioia e l’orgoglio della vecchietta. Cominciò a pulire e lucidare, impastare e infornare dolci. Poi indossò il vestito più bello e si mise ad aspettare l’arrivo di Dio.
Dopo un po’, qualcuno bussò alla porta. La vecchietta corse ad aprire. Ma era solo la sua vicina di casa che le chiedeva in prestito un pizzico di sale. La vecchietta la spinse via: “Per amore di Dio, vattene subito, non ho proprio tempo per queste stupidaggini! Sto aspettando Dio, nella mia casa! Vai via!”. E sbatté la porta in faccia alla mortificata vicina.
Qualche tempo dopo, bussarono di nuovo. La vecchietta si guardò allo specchio, si rassettò e corse ad aprire. Ma chi c’era? Un ragazzo infagottato in una giacca troppo larga che vendeva bottoni e saponette da quattro soldi. La vecchietta sbottò: “Io sto aspettando il buon Dio. Non ho proprio tempo. Torna un’altra volta!”. E chiuse la porta sul naso del povero ragazzo.
Poco dopo bussarono nuovamente alla porta. La vecchietta aprì e si trovò davanti un vecchio cencioso e male in arnese. “Un pezzo di pane, gentile signora, anche raffermo… E se potesse lasciarmi riposare un momento qui sugli scalini della sua casa”, implorò il povero.
“Ah, no! Lasciatemi in pace! Io sto aspettando Dio! E stia lontano dai miei scalini!” disse la vecchietta stizzita. Il povero se ne partì zoppicando e la vecchietta si dispose di nuovo ad aspettare Dio.
La giornata passò, ora dopo ora. Venne la sera e Dio non si era fatto vedere. La vecchietta era profondamente delusa. Alla fine si decise ad andare a letto. Stranamente si addormentò subito e cominciò a sognare. Le apparve in sogno il buon Dio che le disse: “Oggi, per tre volte sono venuto a visitarti, e per tre volte non mi hai ricevuto”.
(Bruno Ferrero)

“..quella frase!!!.”

26 Novembre 2010 Nessun commento

tau

Dalla lotta armata al convento: dopo 10 anni di latitanza in Italia e una condanna a quattro anni e mezzo di carcere, Daniel Thevenet, oggi padre Daniel, è il superiore del convento francescano di Cholet, in Francia. In Italia fa discutere l’annunciata conversione di Gianfranco Stevanin, condannato all’ergastolo per l’omicidio di sei donne, che vorrebbe entrare a far parte del Terz’ordine francescano. Sull’esempio di San Francesco, i frati accolgono tutti e qualcuno fa persino carriera nonostante il passato burrascoso, come dimostra la storia di padre Daniel. Ordinato sacerdote ad Assisi nel 1991, questo ex terrorista con il saio è tornato nel suo paese da qualche anno per guidare la comunità francescana di Cholet, nell’ovest della Francia, ed è diventato un punto di riferimento per centinaia di ragazzi e ragazze che si ritrovano nei gruppi giovanili animati dai frati. Panorama è andato a trovarlo. La «vocazione rivoluzionaria» di padre Daniel si è manifestata molto presto: «A 14 anni sono entrato a far parte dell’Ags, un gruppo trotzkistaleninista che teorizzava la necessità della lotta armata. Era il 1971 e frequentavo il liceo cattolico di Lione, ma, contagiato dagli ideali del Maggio francese, ero convinto che solo la rivoluzione proletaria potesse cambiare la società. Partecipavo alle manifestazioni e spesso ci scontravamo con i fascisti. Un anno dopo sono passato nell’Lcr, dove si formavano le prime cellule combattenti. Ho lasciato la scuola e la famiglia e ho cominciato a vivere in semiclandestinità. Il mio nome di battaglia era “Rameau” (Ramoscello)». La vita di Daniel a quel tempo non era molto diversa da quella di altri giovani, in Francia come in Italia, che si preparavano a diventare terroristi: «Andavamo nelle scuole e nelle fabbriche per organizzare gli scioperi, distribuivamo volantini e qualche volta ci portavano in campagna per perfezionare il nostro addestramento militare». Per finanziare la cellula organizzavano rapine in banca: Daniel ne fece quattro in tutto, a mano armata. «La notte rubavamo un’auto e il mattino seguente entravamo in azione. Una volta fatto il colpo andavo a rifugiarmi in Alta Savoia, in attesa che si calmassero le acque».
Tutto fila liscio finché un giorno Giacomo, un suo compagno, viene arrestato e fa il nome dei complici. Il padre di Daniel corre ad avvertire il figlio: «Mi è crollato il mondo addosso con tutti i miei ideali e i miei progetti. Decisi di fuggire» racconta il frate. È il 1978: nascosto in un’auto Daniel raggiunge Ventimiglia e da lì Genova. «Ho dormito in un giardino pubblico insieme con i barboni. E quella notte, angosciato, al freddo, per la prima volta ho sentito una voce dentro di me che mi ha detto: “Ora sei solo”. Ho deciso che dovevo ricostruirmi una vita e farmi dimenticare da tutti». Il giovane ricercato tenta allora di raggiungere Roma in autostop, ma si ferma a Firenze: «Ho trovato lavoro in un negozio che esiste ancora, accanto alla stazione. La notte dormivo al campeggio Michelangelo, spesso facendomi ospitare dai ragazzi e dalle ragazze di passaggio». Ma ricostruirsi una vita non è facile. Dalla Francia arriva la notizia della condanna in contumacia: quattro anni e sei mesi di carcere. Daniel scivola nel tunnel della droga: marijuana, hascisc e poi eroina. «Ero sempre più solo e disperato, pensavo al suicidio. Così ho scritto ai miei genitori con uno pseudonimo, Alessandro, per non farmi rintracciare dalla polizia, e ho persino telefonato. Ho parlato con mio padre. Anche lui mi chiamava Alessandro e mi dava del lei, per non farsi scoprire. Ma è bastato quel breve colloquio per trovare la forza di reagire e ricominciare ancora una volta daccapo. Mi sono fatto prestare 30 mila lire dal mio datore di lavoro a Firenze e sono partito». Giunto a Milano, Daniel vende porta a porta prodotti per la casa. «Raccontavo di essere un giovane studente francese che doveva pagarsi gli studi. La gente era generosa. Ma quei soldi mi servivano per pagare la droga. Mi bucavo nei finesettimana. Non mangiavo quasi più, ero diventato uno scheletro.

Ripensavo agli anni passati in Francia come alla vita vissuta da qualcun altro. Finché con un amico calabrese, Rodolfo, decidemmo che era ora di riprendere in mano le nostre vite. Progettammo di trasferirci in provincia di Cosenza per dedicarci a costruire marionette. Troppo tardi: nel frattempo mi ero preso l’epatite B e C e sono stato ricoverato in ospedale a Roma per mesi». Uscito dall’ospedale, Daniel va a vivere con un gruppo di amici e di amiche alla Garbatella: «Loro lavoravano, io ero clandestino. Di giorno stavo in casa a cucinare, la notte facevo il guardiano in un parcheggio. Con quel gruppo di amici ho riscoperto la gioia di vivere, senza più il bisogno della droga. Un giorno mi hanno chiesto di tradurre dal francese un Dizionario dei simboli dedicato all’esoterismo. Fu così che cominciai ad appassionarmi di spiritualità, cabala, astrologia». Spinto da questa nuova inquietudine Daniel si trasferisce in Umbria: «Trovai lavoro in un’azienda che produceva tabacco. La sera leggevo i miei libri. Tra questi c’era anche la Bibbia che mi aveva regalato un prete. Un giorno mi fermai sul Vangelo di Giovanni, nel versetto in cui Gesù dice: “Io sono la via, la verità e la vita”. Quella frase dentro di me ebbe l’effetto di un’esplosione. La domenica seguente sono tornato a messa dopo più di 10 anni». Su suggerimento di un’amica astrologa, Daniel bussa al Sacro convento di Assisi: «Volevo restarci una settimana, ci trascorsi un mese e chiesi di restare per sempre. Raccontai tutta la mia storia, senza nascondere nulla. Mi dissero di tornare dopo due mesi». Tornato al Sacro convento, il giovane chiede nuovamente di diventare frate, ma lo invitano ancora a ripensarci. «Tornai un’altra volta, dopo qualche mese, e finalmente mi accolsero come postulante. A quel punto mi sentivo pronto per finire di pagare il mio debito con la giustizia in Francia. Chiesi al mio superiore di lasciarmi andare, ma lui mi sorprese: “Hai sofferto per tutti questi anni, sei stato solo, hai avuto freddo e fame, hai lavorato, ti sei ricostruito, hai avuto la forza di abbandonare la droga. La giustizia di Dio è stata più forte di quella degli uomini. Non tornare in Francia per il momento. Aspetta di diventare sacerdote”». Così l’ex aspirante terrorista diventa frate con il nome di Daniel Marie e viene ordinato prete nel 1991. Quando torna finalmente in Francia i suoi reati sono prescritti. Oggi ha 53 anni e si occupa dei giovani, molti dei quali con storie difficili alle spalle. Il convento è stato un modo per sfuggire alla giustizia? «Non credo» risponde sicuro fra Daniel. «La Provvidenza ha voluto che espiassi la mia colpa in modo diverso e oggi vuole che io ripaghi il mio debito con la società cercando di aiutare i giovani, i poveri, le persone sole che si rivolgono al nostro convento. Grazie alla mia esperienza forse è più facile capire tante situazioni. Ho sbagliato, ma ho sperimentato la misericordia di Dio. Tutti possono cambiare purché si aprano al Signore con cuore sincero». (Panorama)

“morte senza speranza”

26 Novembre 2010 8 commenti

“Cari figli, vi guardo e vedo nel vostro cuore
la morte senza speranza, l’inquietudine e la fame.
Non c’e’ preghiera nè fiducia in Dio
perciò l’Altissimo mi fa venire a portarvi speranza e gioia.
Apritevi. Aprite i vostri cuori alla misericordia di Dio
e Lui vi dara’ tutto cio’ di cui avete bisogno
e riempira’ i vostri cuori con la pace
perché Lui e’ la pace e la vostra speranza.” -(Medjugorie 25.XI.10)-
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mafaldaa
(Mafalda è perplessa perchè:
—–se non viene nessuno dall’aldilà a dirci qualcosa
ci lamentiamo oppure proclamiamo che, se non torna nessuno, vuol
dire che aldilà di questa vita non ce n’è un’altra
—–se viene qualcuno ( e qui si tratta addirittura della Madre di Dio e Madre
nostra) diciamo: che è illusione, è costruzione umana, certamente per
degli interessi …più o meno economici, che vogliamo decidere per
conto nostro e non essere influenzati, che non vogliamo farci comandare
da nessuno, che sono…”affari nostri” ecc..
Per quello che NON VOGLIAMO FARE c’è sempre la scusa …adatta.
Poi però la realtà arriva, realtà che oltre la morte non si può più cambiare, e
soltanto noi ne siamo responsabili…
di che cosa possiamo accusare gli altri???)

agganciati per le sètte

24 Novembre 2010 3 commenti

sesso e sette

Sette a luci rosse tra Padova e Venezia con incursioni nella Marca trevigiana. Il metodo di “arruolamento” fa leva sul sesso: belle ragazze agganciano le prede per strada, nei bar o all’interno dei centri commerciali. E i loro “favori” vengono offerti a chi si dimostra subito ben disposto. Ma l’obiettivo occulto è quello di circuire e portare all’interno del gruppo nuovi adepti.

Il fenomeno è stato denunciato ieri a Treviso, durante la giornata di studio promossa nel Seminario vescovile dai Gris, Gruppi di ricerca a informazione socio-religiosa delle diocesi di Treviso e Vittorio Veneto. «La presenza di sette a sfondo sessuale ci è stata segnalato da più persone, in Veneto e in Friuli» spiega il professor Ivo Cerboni che ha relazionato in particolare sul gruppo dei “Bambini di Dio”, fondato alla fine degli anni Sessanta in America da David Berg, in epoca hippy di “sesso droga rock and roll”. Il gruppo, morto il fondatore, è oggi gestito dalla moglie Karen Zerby ed è conosciuto come “The family” per il modo di vivere in comuni, dove tutto viene condiviso: mogli, mariti, figli, denaro. Pare che questa setta stia vivendo una seconda giovinezza, con adepti nel territorio nordestino. «Il sistema – spiegano gli esperti del Gris – è soprannominato “pesca amorosa” poiché utilizza belle ragazze, vestite in modo discinto, disinibite, disponibili. Fermano in genere gli uomini abbracciandoli» precisa Cerboni. Ma dove sta l’inghippo, a parte una visione aperta della sessualità? Secondo il Gris preoccupante è l’utilizzo sessuale dei bambini e la costrizione di quelle donne che non vorrebbero spontaneamente «donare il loro corpo in sacrificio per Gesù», come auspicava il fondatore. In passato la setta si è trovata più volte a dover fare i conti con la giustizia. Le deviazioni sessuali accomunano molti gruppi religiosi alternativi e ieri sono emersi fatti inquietanti dalle denunce di due ex testimoni di Geova, fuoriusciti insieme ad una quarantina di confratelli. Toccante la testimonianza di Sara, che ha dovuto combattere contro violenze dentro e fuori casa, trovando la serenità con Andrea Cimel, di Crocetta del Montello, ex anziano (dirigente) dei Tdg. In merito a questi episodi – che ciascuna formazione religiosa imputa semmai alla responsabilità del singolo e non del gruppo – il consigliere nazionale del Gris Giuseppe Bisetto ha lanciato un «appello alle forze dell’ordine e ai magistrati affinché non indaghino solo sulla pedofilia all’interno della Chiesa Cattolica – deprecabilissima – ma estendano la minuziosa analisi a 360 gradi».

La giornata di studio (la trentacinquesima su questo argomento) sulle sètte ha puntato quest’anno l’attenzione sui gruppi apocalittici, quelli che lanciano allarmi scomposti sulla presunta vicina fine del mondo. «Oggi si parla tanto di 2012 e di profezie Maya – spiega Bisetto – ma dimentichiamo i millenarismi del passato». Sono almeno venti gli allarmi planetari lanciati dal 999 ad oggi. Tutti puntano a spaventare gli adepti per ottenere obbedienza cieca, donazioni e denaro in vista dell’Armageddon, l’Apocalisse. Tra le sette millenariste a Oderzo, Sacile e Montebelluna si trovamo adepti di Damanhur, formazione new age ispirata ad antichi riti egizi. In val di Susa hanno scavato una città santa nella roccia, nel Veneto starebbero reclutando nuovi seguaci. Vista la proliferazione delle sette, 118 nel Veneto, il vicario generale della diocesi di Treviso, monsignor Giuseppe Rizzo, ha preannunciato la volontà del vescovo Gianfranco Agostino Gardin di affrontare in modo organico la questione, formando i sacerdoti, attualmente «disarmati», predisponendo corsi di approfondimento specifici.”
(Il messaggero.it)

Il Papa, il preservativo e gli imbecilli

23 Novembre 2010 1 commento

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“In settimana, quando esce il libro-intervista del Papa, ne parleremo come merita. Oggi invece parliamo di imbecilli. Dalle associazioni gay a qualche cosiddetto tradizionalista, tutti a dire che il Papa ha cambiato la tradizionale dottrina cattolica sugli anticoncezionali. Titoli a nove colonne sulle prime pagine. Esultanza dell’ONU. Commentatori che ci spiegano come il Papa abbia ammesso che è meglio che le prostitute si proteggano con il preservativo da gravidanze indesiderate: e però, se si comincia con le prostitute, come non estendere il principio ad altre donne povere e non in grado di allevare figli, e poi via via a tutti?
Peccato, però, che – come spesso capita – i commentatori si siano lasciati andare a commentare sulla base di lanci d’agenzia, senza leggere la pagina integrale sul tema dell’intervista di Benedetto XVI, che pure fa parte delle anticipazioni trasmesse ai giornalisti. Il Papa, in tema di lotta all’AIDS, afferma che la «fissazione assoluta sul preservativo implica una banalizzazione della sessualità», e che «la lotta contro la banalizzazione della sessualità è anche parte della lotta per garantire che la sessualità sia considerata come un valore positivo». Nel paragrafo successivo – traducendo correttamente dall’originale tedesco – Benedetto XVI continua: «Ci può essere un fondamento nel caso di alcuni individui, come quando un prostituto usi il preservativo (wenn etwa ein Prostituierter ein Kondom verwendet), e questo può essere un primo passo nella direzione di una moralizzazione, una prima assunzione di responsabilità, sulla strada del recupero della consapevolezza che non tutto è consentito e che non si può fare ciò che si vuole. Ma non è davvero il modo di affrontare il male dell’infezione da HIV. Questo può basarsi solo su di una umanizzazione della sessualità».

Non so se il testo italiano che uscirà tradurrà correttamente «un prostituto», come da originale tedesco, o riporterà – come in alcune anticipazioni giornalistiche italiane – «una prostituta». «Prostituto», al maschile, è cattivo italiano ma è l’unica tradizione di «Prostituierter», e se si mette la parola al femminile l’intera frase del Papa non ha più senso. Infatti le prostitute donne ovviamente non «usano» il preservativo: al massimo lo fanno usare ai loro clienti. Il Papa ha in mente proprio la prostituzione maschile, dove spesso – come riporta la letteratura scientifica in materia – i clienti insistono perché i «prostituti» non usino il preservativo, e dove molti «prostituti» – clamoroso il caso di Haiti, a lungo un paradiso del turismo omosessuale – soffrono di AIDS e infettano centinaia di clienti, molti dei quali muoiono. Qualcuno potrebbe dire che «prostituto» si applica anche al gigolò eterosessuale che si accompagna a pagamento con donne: ma l’argomento sarebbe capzioso perché è tra i «prostituti» omosessuali che l’AIDS è notoriamente epidemico.

Stabilito dunque che le gravidanze non c’entrano, perché dalla prostituzione omosessuale è un po’ difficile che nascano bambini, il Papa non dice nulla di rivoluzionario. Un «prostituto» che ha un rapporto mercenario con un omosessuale – per la verità, chiunque abbia un rapporto sessuale con una persona dello stesso sesso – commette dal punto di vista cattolico un peccato mortale. Se però, consapevole di avere l’AIDS, infetta il suo cliente sapendo d’infettarlo, oltre al peccato mortale contro il sesto comandamento ne commette anche uno contro il quinto, perché si tratta di omicidio, almeno tentato. Commettere un peccato mortale o due non è la stessa cosa, e anche nei peccati mortali. c’è una gradazione. L’immoralità è un peccato grave, ma l’immoralità unita all’omicidio lo è di più.

Un «prostituto» omosessuale affetto da AIDS che infetta sistematicamente i suoi clienti è un peccatore insieme immorale e omicida. Se colto da scrupoli decide di fare quello che – a torto o a ragione (il problema dell’efficacia del preservativo nel rapporto omosessuale non è più morale ma scientifico) – gli sembra possa ridurre il rischio di commettere un omicidio non è improvvisamente diventato una brava persona, ma ha compiuto «un primo passo» – certo insufficiente e parzialissimo – verso la resipicenza. Di Barbablù (Gilles de Rais, 1404-1440) si dice che attirasse i bambini, avesse rapporti sessuali con loro e poi li uccidesse. Se a un certo punto avesse deciso di continuare a fare brutte cose con i bambini ma poi, anziché ucciderli, li avesse lasciati andare, questo «primo passo» non sarebbe stato assolutamente sufficiente a farlo diventare una persona morale. Ma possiamo dire che sarebbe stato assolutamente irrilevante? Certamente i genitori di quei bambini avrebbero preferito riaverli indietro vivi.

Dunque se un «prostituto» assassino a un certo punto, restando «prostituto», decide di non essere più assassino, questo «può essere un primo passo». «Ma – come dice il Papa – questo non è davvero il modo di affrontare il male dell’infezione da HIV». Bisognerebbe piuttosto smettere di fare i «prostituti», e di trovare clienti. Dove stanno la novità e lo scandalo se non nella malizia di qualche commentatore? Al proposito, vince il premio per il titolo più imbecille il primo lancio della Associated Press, versione in lingua inglese (poi per fortuna corretto, ma lo trovate ancora indicizzato su Yahoo con questo titolo): «Il Papa: la prostituzione maschile è ammissibile, purché si usi il preservativo».
(Massimo Introvigne 22 novembre 2010

caro Roberto….

21 Novembre 2010 7 commenti

caterina

“Caro Roberto,
vieni via con me e lascia i tristi a friggere nel loro odio. Questo è un invito pieno di stima: vieni a trovare mia figlia Caterina.
Ti accoglierò a braccia spalancate e se magari ne tirerai fuori l’idea per un articolo, potrai devolvere un po’ di diritti alle migliaia di bambini lebbrosi che sto aiutando tramite i miei amici missionari i quali li curano nel loro lebbrosario (in un Paese del terzo mondo).
Vieni senza telecamere, ma con il cuore e con la testa con cui hai scritto “Gomorra”, lasciandoti alle spalle i fetori dell’odiologia comunista (a cui tu non appartieni) che si respira in certi programmi tv.
Mi scrivesti – ti ricordi ? – quando io ti difesi su queste colonne per il tuo bel libro.
Ora io, debole, scrivo a te forte e potente, io padre inerme in lotta con l’orrore (e in fuga dalla tv) scrivo a te, star televisiva osannata, io cristiano controcorrente da sempre, scrivo a te che stimo: vieni a guardare negli occhi mia figlia venticinquenne che sta coraggiosamente lottando contro un Nemico forse più tremendo di quei quattro squallidi buzzurri che sono i camorristi.
Lei non si arrende all’orrore, come non ci si arrende alla camorra. Vieni a vedere il suo eroismo e quello di tanti altri come lei, che – come dice Mario Melazzini, rappresentante di molti malati di Sla – sono silenziati dal regime mediatico del ‘politically correct’ nel quale tu, purtroppo, hai accettato di diventare una stella.
Vieni. Vedrai gli occhi di Caterina, ben diversi da quelli arroganti e pieni di disprezzo delle mezzecalzette o dei tromboni che civettano nei salotti intellettuali e giornalistici.
Magari potrai vedere addirittura la felicità dentro le lacrime e forse eviterai di straparlare sull’eutanasia, sulla malattia o sul fine vita (come hai fatto lunedì scorso) imponendo il tuo pensiero unico, perché i malati, i disabili che implorano di essere aiutati e sostenuti, nel salotto radical-chic tuo e di Michele Serra, non hanno avuto diritto di parola.
Come non ce l’hanno – in questa dittatura del pensiero unico – i bambini non nati o i cristiani macellati da ogni parte e disprezzati o condannati a morte per la loro fede: è il caso della giovane Asia Bibi.
Vedi, a me non frega niente della tua diatriba col ministro Maroni: siete due potenti e avete gli strumenti a vostra disposizione per battervi. Non c’è bisogno di galoppini che osannino l’uno o l’altro.
A me importa dei deboli, dei malati, dei piccoli, dei poveri che sono ignorati, silenziati e umiliati in televisione. A cominciare dal programma di Michele Serra dove recitate tu e Fazio. Dove si taglia a fette il disprezzo per la Chiesa.
Per la Chiesa che tu sai bene – caro Roberto – ha lottato contro la camorra e la mafia ben prima di te e con uomini inermi e poveri che ci hanno pure rimesso la pelle.
La Chiesa che conosce i sofferenti e i miseri, li ama e quasi da sola soccorre tutti i disperati della terra, un po’ più di Michele Serra di cui ho sentito parlare solo nei salotti giornalistici, non in lebbrosari del Terzo Mondo o nei bassifondi di Calcutta (di Fabio Fazio neanche merita occuparsi).
E’ un peccato che tu metta il tuo volto a far da simbolo di un establishment intellettuale che non ha mai letto il tuo e mio Salamov e non ha mai combattuto l’orrore rosso che lui denunciò e contro cui morì.
Quello sì che sarebbe anticonformismo: andare in tv a raccontare Kolyma che è con Auschwitz l’abisso del XX secolo, ma che – a differenza di Auschwitz – non è mai stata denunciata nella nostra cultura e nella nostra televisione!
Abbiamo visto nel tuo programma lo spettro del (post) comunismo che legittimava lo spettro del (post) fascismo. Dandoci a bere che loro hanno “i valori”. Anzi: solo loro. Visto che solo loro sono stati ritenuti degni di proclamarli.
Il rottame dell’odiologia del Novecento che ha afflitto l’umanità e in particolare l’Italia è davvero quello che oggi ha i titoli per sdottoreggiare di valori?
Mi par di sentire mio padre minatore cattolico – che lottò in vita contro il comunismo e contro il fascismo – che, quando era ancora fra noi, si ribellava davanti a questa tv e gridava: “Andate al diavolo!”.
Quelli come lui – che hanno garantito a tutti noi la libertà e il benessere di cui godiamo – non ce li chiamate a proclamare i loro valori.
Perché sono state le persone comuni come lui a capire la grandezza di un De Gasperi e ad aiutarlo, ricostruendo l’Italia. Invece gli intellettuali italiani del Novecento sono andati dietro ai pifferi di Mussolini e di Togliatti (e di Stalin).
E dopo questo tragico abbaglio l’establishment intellettuale di oggi ancora pretende di indicare la via, gigioneggiando su tv e giornali.
Pretendono di fare la rivoluzione (etica naturalmente) con tanto di contratto o fattura (sacrosanta retribuzione per la prestazione professionale, si capisce).
Sono il regime e pretendono di spacciarsi per l’eresia, incarnano la pesantezza del conformismo e si atteggiano a dissidenti, sbandierano le regole per gli altri e se ne infischiano di quelle che dovrebbero osservare loro, predicano la tolleranza e non tollerano alcune diversità culturale e umana.
Come se non bastasse proclamano l’antiberlusconismo etico e antropologico e con l’altra mano (molti di loro) firmano contratti con le aziende di Berlusconi come Mondadori, Mediaset o Endemol (di o partecipate da Berlusconi).
Pensa un po’ Roberto, io pubblico con la Rizzoli e lavoro per la Rai. Ti assicuro che si può vivere dignitosamente anche senza lavorare con aziende che fanno capo al gruppo Berlusconi, visto che (a parole) viene così schifato da questa intellighentsia.
Caro Roberto, l’altra sera mia figlia Caterina stava ascoltando un cd con canti polifonici che lei conosce bene (perché li cantava anche lei). Era molto concentrata ad ascoltare una laude cinquecentesca a quattro voci che s’intitola: “Cristo al morir tendea”.
In essa Maria parla di Gesù ai suoi amici, agli apostoli. E quando le sue struggenti parole – cantate meravigliosamente – hanno sussurrato “svenerassi per voi” (si svenerà per voi), Caterina – che non può parlare – è scoppiata a piangere.Questa commozione per Gesù – che nei salotti che oggi frequenti è disprezzato come nei salotti di duemila anni fa – ha cambiato il mondo e salva l’umanità.
E’ la stessa commozione di Asia Bibi, la giovane madre condannata a morte perché – a chi voleva convertirla all’Islam – ha risposto: “Gesù è morto per me, per salvarmi. Maometto cos’ha fatto per voi?”.
Ecco, caro Roberto, questa commozione per un Dio che ama così è il cristianesimo.
E tu hai conosciuto uomini che per l’amicizia di Gesù, per amare gli esseri umani come lui, hanno scommesso la vita, hanno dato se stessi. Quando si sono visti quei volti come si può sopportare di vivere in un mondo di maschere e di recitare nei loro teatrini?
Ti abbraccio, Antonio Socci ” (da “Libero” 19 novembre 2010)

GLI “INDISCUTIBILI” SANNO DISINFORMARE

21 Novembre 2010 Nessun commento

SavianoFazio

“Se a parlare è Roberto Saviano, le «orazioni» sono «civili» e i monologhi «potentissimi»: lo asseriscono i comunicati di Rai 3 e tutte le agenzie di stampa devotamente rimbalzano. E chi oserebbe dissentire? Nemmeno chi non ha mai letto una sola riga di Saviano se la sentirebbe più di mettere in dubbio le sue verità assolute: perché Saviano è Saviano, un po’ come Sanremo. E così, di guru in guru, se un Saviano e un Fazio uniscono le sapienze, il risultato non può che essere indiscutibile.

La tecnica è antichissima, valida ai tempi delle Catilinarie come a quelli del tivucolor: se passa l’assunto che l’oratore non solo non può mentire ma nemmeno sbagliare, ciò che dice è sempre «indiscutibilmente» vero e chiunque lo metta in dubbio sarà esposto al pubblico ludibrio. Raggiunto tale risultato, non sarà più nemmeno necessario fingere di rispettare le regole minime del dibattito e della ricerca di una verità: largo ai tribuni e ai loro monologhi, senza mai un contraddittorio. E il pubblico (del foro come del piccolo schermo) si berrà tutto come vero: «L’ha detto la tivù!».

Anche la Rai di Fabio Fazio è (o dovrebbe essere) servizio pubblico, anche la sua è pagata da tutti gli italiani (almeno quelli che versano il canone), eppure l’uso che ne fa, in compagnia dei suoi ospiti, è di un salotto privato dal quale diffondere e inculcare quelli che ritiene «valori» e «princìpi di civiltà» (è suo diritto), ma che per la gran parte degli italiani sono disvalori gravissimi (e tener conto di questo è invece suo preciso dovere).

Anche l’altra sera, com’è suo costume, la tribuna l’ha quindi concessa, senza contraddittorio alcuno, oltre che a Saviano anche a Beppino Englaro e a Mina Welby, chiamati a recitare ognuno il suo “elenco” di verità inoppugnabili. Nessuno toglie loro il diritto di avere certezze e convinzioni, più o meno fondate, ma nessuno può nemmeno imporle a noi come fossero Vangelo, eppure questo è stato fatto ancora una volta ai milioni di telespettatori seduti davanti a “Vieni via con me”. Togliere la vita a Eluana è stata cosa buona e giusta? Basta che lo dicano Fazio, e Saviano, ed Englaro che è pure suo padre (come potrebbe sbagliare?), non occorre ascoltare con onestà intellettuale le voci opposte. Nessuno spazio alla sacralità della vita e al rifiuto di una pratica spaventosa come l’eutanasia, sebbene questa agiti ancora nella nostra coscienza memorie recenti e colpe incancellabili, e nel nostro Paese sia un reato punito alla stregua di un omicidio.

Si gioca con le parole, si evita accuratamente di pronunciare il termine “eutanasia” (salvo invocarla in altre sedi e occasioni), la si sostituisce con «principio di diritto sancito dalla Cassazione in seguito alla vicenda Englaro». Non si dice, però, che dal giorno in cui la Cassazione stessa spianò la strada all’eutanasia di Eluana, e quindi di chiunque volesse seguire le orme di quel padre, nessuno lo ha fatto. Né si racconta la verità su Eluana, perché farlo lascerebbe attoniti gli italiani, ancora convinti che fosse malata, che fosse terminale, che vivesse attaccata a macchine, che soffrisse, e magari pure che la sua volontà fosse morire.

E come mai ne sono convinti? Lo raccontarono all’epoca i Saviano e i Fazio… Di una Eluana condannata a «farsi tenere in vita per decenni dalle macchine» scrisse Saviano nel febbraio 2009, alimentando l’errore (speriamo in buona fede, forse non conosceva la materia); di lei parlò come di un «viso deformato, smunto, gonfio, le orecchie callose» e addirittura «senza capelli» (di nuovo lo giustifichiamo: a differenza nostra, la descriveva senza averla vista). E Fazio? Prima e dopo la morte della giovane invitò Englaro nel suo salotto privato di Rai 3, senza confronto, senza dibattito. Eluana fu spenta il 9 febbraio 2009, il 21 febbraio Fazio in diretta abbracciava Englaro: «Grazie a nome di tutti gli italiani per ciò che ha fatto». Di tutti gli italiani. È questo il suo stile, questo il giornalismo dei Fazio e dei Saviano. «Il giornalista non deve omettere fatti o dettagli essenziali alla completa ricostruzione dell’avvenimento. Non deve intervenire sulla realtà per creare immagini artificiose» (Carta dei doveri del giornalista)
Lucia Bellaspiga AVVENIRE

Dio non è come il gatto

18 Novembre 2010 Nessun commento

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“Un topo, un topo domestico, durante una delle sue disperate corse per sfuggire al gatto, si trovò un bel giorno nella cantina della ricca villa dove,,,abitava. E, nella poca luce che c’era, finì dentro …ad una strana pozzanghera. Era una pozzanghera di ottimo brandy, sfuggito dallo spinotto difettoso di una botticella di pregiato rovere.
Il buon topo dapprima diede qualche timida leccatina a quel liquido curioso. Il sapore gli piacque. …E ne bevve quanto potè!
Finito di bere ..tutta la pozzanghera, il topo si raddrizzò …in tutta la sua “altezza”, picchiò i pugni sul petto, fece la faccia feroce e gridò: “Dove sei, gatto?..Affrontiamoci! E ti farò saggiare la punta dei miei denti!!!”
Si spamparanzò tutto lungo per terra e nei fumi dell’alcool si addormentò.
Il gatto che lo aveva inseguito sentì l’odore della preda, cercò il finestrino giusto e…giù un salto per farne un boccone!!!

Forse anche tu ti lasci incantare e stordire da “brandy” di tutti generi, tanto da arrivare a dire con sarcasmo: “dove sei Dio che dài tanto fastidio? Vieni, affrontiamoci!! IO HO TUTTO. PERCIO’
NON HO BISOGNO DI TE E SONO IN GRADO DI ….ELIMINARTI DALLE TESTE PUERILI O SBALLATE CHE ANCORA TI CREDONO.”
Ma Dio…non è come il gatto! Dio non fa di te un boccone. Egli continua ad amarti, a sorriderti, ad aspettarti, a camminarti accanto, a starti vicino come un padre sta vicino ad un figlio che sta passando una grave malattia pericolosa.
Non perdere l’occasione di alzare il tuo sguardo ai suoi occhi.
Ci vedrai tutto il suo amore: L’UNICO BISOGNO CHE TI E’ RIMASTO
(B. Ferrero)-

“..mi sarei messo a ridere..”

16 Novembre 2010 Nessun commento

tozziIo mi sarei messo a ridere se qualcuno, tre anni fa, m’avesse detto: Tu crederai in Dio. Perché dunque a poco a poco, quasi contro la mia volontà, io mi son sentito invadere da un sentimento religioso così decisivo da far dipendere da esso tutta la mia vita intellettuale? Perché riprovavo dolcezze che credevo perdute per sempre? Perché subivo momenti di trasporto entusiastico verso una cosa indefinibile ma così forte che io dicevo: se rompo questo tenue velo, io troverò che questa tale cosa è luminosa più di ogni altra luce?

Era la luce della fede che mi prendeva a poco a poco: la fede che aumentava in me di pensiero in pensiero, quantunque con pause lunghe di qualche mese, durante le quali al mio scetticismo nudo e squallido si accompagnava un’inerzia mentale senza precedenti. Non sapevo nemmeno io se avrei potuto continuare fino in fondo alla strada intrapresa. Ma era una strada o un vano rigonfiamento dell’anima? Talvolta soffrivo di questo dubbio; ma non poteva ancora raccomandarmi, cioè pregare come si prega senza servirsi, né meno per simboli muti, delle parole. Ma non m’accorgevo che la mia attesa stessa era una grande preghiera, forse che mi sia stata concessa di rivolger al Signore! Non m’accorgevo che, a mia insaputa, il substrato della mia anima s’era mutato!

Intanto tutti i miei scatti, i miei impulsi, le mie violenze inaudite, precedenti anche al periodo che precorse la fede, mi si adunavano come un’angoscia unica e muta, un’angoscia fasciata strettamente non si sa da che cosa; talvolta, un singhiozzo solo esprimeva tutte le mie sottili e disperate sofferenze, le mie lotte, le mie rivolte contro tutto e tutti. Sentivo di avere sofferto troppo e che per tale ragione la mia anima non avrebbe mai rasciugato le sue lacrime. Né quelle di un tempo né quelle nuove che eran prodotte per la presenza di quelle vecchie. Non riuscivo a spiegarmi perché la mia anima fosse stata così rinchiusa, come una sorgente che è presso la superficie ma non può uscire.

Capivo, nondimeno, che m’ero protetto da me stesso abbastanza bene; e che avevo fatto in modo che da qui in innanzi non avrei perduto la più piccola quantità delle mie energie: m’ero preparato a trasformare in lavoro la più profonda sensibilità. Ma c’era ancora tempo! Allora, in questo distacco abissale che pareva tra me e un cominciamento di vita nova e soddisfatta, m’apparve la necessità della fede non più soltanto nella mia anima in consumabile ma in Dio! in Dio!

Ah, quale fu la profondità della grazia, per cui la prima volta sentii il fanatismo voluttuoso d’inginocchiarmi! Quale brivido mi rimase a lungo in tutta la carne! E pensai che sarei diventato subito un perfetto credente, ma non avvenne così. Entrando in chiesa sentivo una sottilissima ironia allegra, non voleva né meno guardare gli atti del sacerdote all’altare. Respingevo ancora questa attrazione, volevo ancora pigliare tempo. Ma l’idea della mia fede non mi dette più tregua. Mi rimproveravo, ora, di non compiere le pratiche rituali di tutti i credenti; cercavo di spiegarmi perché le comuni preghiere mi sembrassero quasi insipide, ripugnanti a me. Il che era causa di ritardare ancora. Ma la mia fede sprizzava scintille all’improvviso come talvolta una selce sì accende per caso battendola con un’altra. E io calpestavo la mia fede. Io ne facevo ancora un comodo assestamento mentale, procurando che se ne rimanesse così scialba e senza infastidirmi. Avevo paura delle sue rade ma scottanti scintille!

Inoltre, riflettendo che fino a tal tempo ero vissuto senza credere, mi urgeva assicurarmi del perché ora avveniva questa trasformazione. Non c’era più l’ostilità, ma la prudenza (come la chiamavo allora). Inoltre io volevo conquistare completamente questa grazia con un’insolita gioia cinta di elementi di bellezza: volevo essere certo di acquistare un altro mondo.

Poi passarono molti mesi con più indifferenza. Lavorai molto, e le letture continuate di autori mistici, e specie di Dante, mi fecero ritrovare la strada a cui non pensavo più. Ma la ritrovai, questa volta, non più in abito dimesso di pellegrino, ma ero a cavallo e con una spada in mano che fiammeggiava continuamente. Queste ultime parole sembrano una costruzione retorica; ma non è vero. Mi pareva realmente di avere in mano questa spada; e talvolta essa fiammeggiava si forte che mi si scattavano le mani e m’andava via la vista. Dopo, in quegli albori violenti, io vedevo la mia fede, la vedevo sempre più determinata, sempre più prossima, sempre con più effetto e sapevo ch’essa sarebbe entrata in me, e che una mattina, a pena desto, avrei urlato di gioia sentendola anche dentro la mia carne.

Quale fu dunque il tumulto del suo possesso ormai non più contrastato! Da essa sentivo irrigata la mia anima come da caldi fiumi di una consolazione incommensurabile. Pareva che nel cavo di una mia mano potesse raccogliersi una mare intero. Ed ora ho questa fede, quasi furiosa, piena di violenze che nessuna energia potrà diminuire. Un libro di preghiere, sia pure scritto stupidamente m’è dolce e grande, perché è la mia anima che ingrandisce le parole a seconda del proprio bisogno. Il marmo di tutte le cattedrali che io ho ammirate silenziosamente, per lunghi anni, pare si sciolga, tanta fiamma è in me. Questa mia inaspettata giovinezza nova mi esalta quanto m’è necessario. E quando penso ch’essa procede da una realtà divina ed immortale, poco mi curo di tutto il resto.

salviamo Asia Bibi

12 Novembre 2010 4 commenti

asia

Salviamo Asia Bibi.
Da questa sera tutte le edizioni dei telegiornali di TV2000 saranno contrassegnate da un logo con la foto di Asia Bibi, la donna cristiana condannata a morte in Pakistan con l’accusa di blasfemia. La donna, com’è noto, aveva respinto le pressioni delle sue colleghe perché si convertisse all’Islam e aveva difeso con forza le ragioni della propria fede. Picchiata e poi rinchiusa in carcere per oltre un anno, recentemente è stata condannata alla pena capitale da un tribunale del Punjab. In vista del passaggio del caso all’Alta Corte è necessaria una grande mobilitazione internazionale in nome della libertà religiosa, con l’obiettivo di salvare la vita e restituire la libertà a questa donna così coraggiosa e di accendere i riflettori dell’opinione pubblica sulle persecuzioni di cui sono vittime in tutto il mondo tanti cristiani a causa della loro fede.

Chi volesse aderire alla campagna può scrivere un messaggio via sms al numero 331 2933554 o all’indirizzo di posta elettronica salviamoasiabibi@tv2000.it. Ma naturalmente l’auspicio è che la campagna si allarghi e che tanti soggetti si mobilitino utilizzando ogni canale utile.