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Archivio Dicembre 2010

«Restiamo io e mio figlio, sorrideremo per gli altri»

30 Dicembre 2010 Nessun commento

aquila

S otto le macerie della sua casa, all’Aquila, il 6 aprile del 2009 ha perso la metà del suo cuore: sua figlia Fa­brizia, 9 anni, e la moglie Claudia, 45. L’altra metà si chiama Federico e oggi ha 15 anni. La foto che li ritrae tut­ti insieme è un miracolo essa stessa: «Dopo un mese dal terremoto – racconta Vincenzo Vittorini, chirurgo all’o­spedale dell’Aquila – un mio amico poliziotto è andato dov’era la mia casa, sotto la quale erano morte 27 perso­ne, e ha trovato un dischetto. Lo ha ripulito e ha scoper­to incredibilmente che era un cd di foto della nostra fa­miglia. Tutto resta in questo dischetto… Ma noi quattro siamo sempre uniti». Si sentiva spezzato dentro, il dottor Vittorini, quel 6 aprile, ma non si die­de tempo per piangere: doveva aiu­tare gli altri, in sala operatoria.

Il Natale è sempre un giorno diffici­le quando gli affetti più cari non ci sono più, ma il messaggio di Vitto­rini guarda avanti: «Mi batterò per­ché Federico abbia una vita felice, come spero sarebbe stata con la mamma e la sorellina. E lotterò per­ché questa città abbia un futuro. Per­ché si sappia la verità, senza giusti­zialismi, su ciò che qui all’Aquila e­ra stato fatto male e ha portato a questa tragedia. La nostra è una zona ad altissimo rischio sismico e si sapeva anche prima di quella notte male­detta, ma in Italia siamo i più bravi a gestire le cose do­po , dobbiamo diventare bravissimi a gestirle prima :

le calamità ci saranno sempre, è ovvio, per cui bisogna co­struire bene, prevenire le malattie… la vita è il bene più prezioso che Dio ci ha dato ed è nostro dovere preser­varla ». C’è un altro augurio nel Natale del chirurgo: «Che l’Aquila diventi emblema di come si possa ricostruire u­na città storica nella maniera più antisismica, perché reg­ga l’urto del prossimo mostro, quando tornerà: se non im­pariamo da ciò che accade, ci saranno sempre vite che stavano sbocciando e non fiori­ranno mai». Un sogno già avve­rato è il suo rapporto con Fede­rico, che lo ha appena accom­pagnato negli orfanotrofi della Russia per donare la terapia del sorriso con Patch Adams e pre­sto tornerà con lui in Burkina Fa­so, nella missione dei francesca­ni d’Abruzzo, «perché c’è sem­pre chi sta peggio di noi». Padre e figlio insieme hanno anche creato una onlus, ‘Un sorriso per continuare’. ( L.B. )

“…il mio inno alla vita..”

29 Dicembre 2010 Nessun commento

max

«Santo Natale 2010.Tanti progetti avevo fatto. È bastato un attimo per cancellarli. Oggi sono felice e voglio testimoniare la bellezza della vita. Max».
È l’augurio scritto per il nostro giornale da Massimiliano Tresoldi, 38 anni. Un messaggio commovente, che con forza eccezionale ci parla di fiducia e volontà di farcela: Max è caduto in stato vegetativo per un incidente d’auto nel 1991 e vi è rimasto per dieci anni. Si è svegliato esattamente dieci anni fa, a Natale, facendo il segno della croce. Ora, attorniato dai suoi genitori e fratelli, ma anche da uno stuolo di amici che mai in questi anni lo hanno abbandonato, impara tutto da capo.

Il suo ritorno è il più grande inno alla vita.

—————————————–su facebook: comitato amici di max onlus

foto max

dall’ictus alla maratona

28 Dicembre 2010 Nessun commento

lisa_festa_00001

“A 21 anni Lisa Festa viene colpita da una grave malattia. Si riprende e scrive la sua storia in un libro “Sì, no, Miami”, Mondadori editore, conquistando i lettori.

Poi una nuova sfida: tornare nelle città dov’era stata poco prima di ammalarsi. A New York, ma non da semplice turista, Lisa vuole correre la maratona e, ovviamente, ce la fa. Il percorso lungo le strade della Grande Mela diventa la metafora della sua esistenza: i primi chilometri sono allegri e spensierati, poi subentra la crisi, teme di non farcela, ma stringe i denti ed arriva al traguardo.
Quell’esperienza è diventata un nuovo libro, “Sì, Sì, New York!”, con la prefazione scritta da un podista doc: Gianni Morandi, che Lisa presenterà in occasione della Treviso Marathon.

—————-1) Dopo il successo di “Si, no, Miami” torni a conquistare il pubblico con “Si, si, New York”.
Sei soddisfatta dei tuoi libri?

Dunque… sempre! Sono felice di leggere sul mio fb i vari apprezzamenti, mi piace far ridere e sono onorata che nei miei libri si trova il sorriso e si riflette sul senso della propria vita…

————— 2) Che importanza ha la scrittura per Lisa Festa?Qual è il tuo momento ideale per scrivere?

La scrittura è una confidenza che fai tra te e il tuo io. Fin da piccina ho il diario-agenda e incido ogni giorno quello che faccio, le persone che incontro, i miei pensieri felici, tristi, scrivere x me è un’amica, la più speciale direi… sicuramente quando tutto intorno a me tace… la notte misteriosa nell’essere nera.

————-3) C’è uno scrittore che ami in modo particolare?Un libro che avresti voluto scrivere tu?

Tutti e nessuno, sono eccezionali tutte le persone che creano, attori scrittori, poeti, musicisti, cuochi, parrucchieri… ma se c’è un personaggio che ammiro molto è Gesù, vorrei aver contribuito a scrivere il primo e unico libro la Bibbia.

Poi il personaggio, bhè, sicuramente nell’altra vita ero Marilyn Monroe, ma anche Madre Teresa di Calcutta e lady D.

————-4) Cos’è per te la Poesia?

Avevo scritto in adolescenza alcune poesie, dovrò pubblicarle! la poesia va interpretata x ciascuno di noi, gli animi sensibili e romantici si dedicano alla poesia… non c’è cosa più bella scrivere una poesia x una persona amata!

————-5)Sei un’autrice giovanissima, cosa consiglieresti a chi cerca di emergere nel panorama letterario odierno?

Di rincorrere i propri sogni… guarda me sono sempre di “corsa” a cercare di prenderli ma sti birichini sfuggono sempre!

——————–6)Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Hai dei sogni ancora da realizzare?

Lavorativo: linea moda x disabili e non, tradurre i miei libri in americano e fare un film con i primi due, tra un pò uscirà “amo lei” finalmente non è più autobiografico, diventare giornalista televisiva, condurre una trasmissione tv che per ora a metà novembre farò radio con “è qui la Festa” bella e monella e tanti altri…
Viaggiare e amare sempre le persone che mi amano…

——————7) Un tuo pensiero, una frase per le donne….

Voglio salutarvi con la mia canzone che mi rispecchia…

“se 6 a terra non strisciare mai se ti diranno sei finito non ci credere devi contare solo su di te…”

(intervista a cura di Michela Zanarella) www.partecipiamo.it
lisa_festa_00002 (Lisa Festa)

“TANTI AUGURI SCOMODI!!”

24 Dicembre 2010 Nessun commento

montagna spaccata

“Carissimi, non obbedirei al mio dovere di vescovo se vi dicessi “Buon Natale” senza darvi disturbo.Io, invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario.
Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati.
Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli!

–Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali
e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio.
–Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio.
–Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate.
–Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che il bidone della spazzatura, l’inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa.
–Giuseppe, che nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro.
–Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame.
–I Poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere “una gran luce” dovete partire dagli ultimi.
Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili.
Che le pellicce comprate con le tredicesime di stipendi multipli fanno bella figura, ma non scaldano.
Che i ritardi dell’edilizia popolare sono atti di sacrilegio se provocati da speculazioni corporative.
–I pastori che vegliano nella notte, “facendo la guardia al gregge ”, e scrutano l’aurora,
vi diano il senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio.
E vi ispirino il desiderio profondo di vivere poveri che è poi l’unico modo per morire ricchi.

il Vangelo del coraggio

Buon Natale! Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza.”

Don Tonino Bello

Don Zerai : bisogna intervenire subito!

23 Dicembre 2010 6 commenti

Nuovo passo del Parlamento italiano nel­la vicenda dei 250 ostaggi eritrei prigio­nieri da oltre un mese di un gruppo di predoni nel Sinai. Ieri a mezzogiorno e mezzo a Montecitorio, davanti alla commissione Esteri della Camera si è tenuta un’audizione del sa­cerdote eritreo Mosè Zerai, che un mese fa ha de­nunciato per primo il sequestro di un gruppo di 80 cittadini del paese del Corno d’Africa prove­nienti dalla Libia, da dove avevano tentato in­vano di raggiungere le coste italiane. Dai primi contatti avvenuti il 24 novembre, il prete ha allargato i contatti con altri ostaggi della banda di bedui­ni Rashaida, molti dei quali arri­vati direttamente dall’Eritrea.

sprangati

Alla commissione parlamentare don Zerai ieri ha ribadito le infor­mazioni già trasmesse nei giorni scorsi alla Farnesina e all’amba­sciatrice presso la Santa Sede. In particolare ha fornito i particolari sul luogo di detenzione ap­presi dalle descrizioni dei prigionieri, che lo chia­mano quasi quotidianamente per chiedere che venga pagato il riscatto, che per chi proviene dalla Libia è fissato in ottomila dollari.

«Inoltre – ha spiegato don Mosè – ho chiesto al­la Commissione di sollecitare un ulteriore in­tervento del governo di Roma su quello del Cai­ro affinché gli ostaggi siano trovati e liberati». Da parte della Commissione è stato assunto l’impegno a riferire tutto alla Farnesina e a chie­dere al nostro governo un altro intervento sul Parlamento Europeo a Bruxelles affinché venga chiesto maggiore impegno al presidente Muba­rak e venga assunto da tutta l’Ue – non solo dal­­l’Italia – l’onere dell’accoglienza delle persone rapite, qualora venissero liberate.

Sul fronte del Sinai, non si registrano novità. Al­tre testimonianze di parenti di ostaggi residen­ti nel Nord Europa confermano l’avvenuta libe­razione in Israele di quattro detenuti i cui con­giunti hanno pagato il riscatto alla banda capi­tanata dal noto trafficante Abu Khaled. Ma man­cano ancora i riscontri diretti con i quattro eri­trei liberati. Alcune ong israeliane in queste ore li stanno cercando nei campi per rifugiati per contattarli. Alcuni o­staggi, due settimane fa, sarebbe­ro stati infatti arrestati dalla poli­zia egiziana dopo la liberazione e portati in centri detenzione, dai quali rischiano di venire rimpa­triati.

Attraverso un paziente lavoro di ricostruzione dei diversi racconti di ostaggi e parenti, sembra certo che la banda diversifichi il trattamento e i luoghi di detenzione a secon­da della disponibilità dei famigliari al paga­mento. Il meccanismo criminale prevede infat­ti che, se una famiglia versa un acconto del ri­scatto, le condizioni del rapito migliorino. Il de­tenuto viene così imprigionato in superficie in edifici con grandi stanze e nutrito meglio. Se in­vece i parenti non pagano nulla, l’ostaggio resta chiuso in grandi container sotto terra in condi­zioni disumane, selvaggiamente percosso e ri­dotto alla fame.

Il sangue di Nasiriyah dà nuova vita

23 Dicembre 2010 7 commenti

coletta in B.F.
“Gli occhi sgranati ad aspettare l’evento. Poi un fruscio sconosciuto e infine il miracolo e un «ooooh» di meraviglia: è l’acqua, trasparente e pulita, che per la prima volta sgorga dal pozzo e zampilla attraverso un tubo. Difficile trattenere i piccoli, i primi a lanciarsi verso la magia, quell’acqua che esce a volontà solo girando una manopola: da impazzire di eccitazione. E infatti impazziscono, quei bambini, si buttano sotto il getto, ridono e si schizzano il prezioso liquido che fino a oggi avevano visto solo stagnante sul fondo di un secchio.

Questo – e molto altro – succede in Burkina Faso, tra i Paesi più poveri al mondo, grazie a una giovane donna italiana e a migliaia di altri italiani da lei trascinati in una grande sfida per la vita, lanciata due anni fa e in questo Natale vinta. «Il nostro progetto era la costruzione di un orfanotrofio e di un pozzo per l’acqua potabile che potesse servire tutti i villaggi circostanti, perché qui i bambini muoiono come mosche non per malattie incurabili ma per i parassiti che infestano l’acqua – racconta Margherita Coletta, vedova del brigadiere dei carabinieri Giuseppe, morto a 37 anni il 12 novembre 2003 nella strage di Nasiriayh assieme ad altri diciotto italiani e a nove iracheni (molti dei quali bambini) –. Sono venuta in Burkina Faso nel luglio 2009 per porre la prima pietra e consegnare al vescovo i primi 10mila euro raccolti in Italia, ora ci sono tornata per la fase più bella: l’inaugurazione dell’orfanotrofio e del pozzo finalmente realizzati. Fino a pochi mesi fa qui c’era solo un rudere senza il tetto, fatto di fango e sterco, dove i bambini si andavano a infilare la notte per dormire…». I lavori finora sono costati 52mila euro, dice Margherita, che di ciascun euro racimolato conosce l’origine e soprattutto la destinazione, conscia di come sia importante che nulla vada sprecato «perché c’è ancora tanto da fare».

B.Faso
MERITO DI UN BOTTONE
La diocesi è quella di Diebougou, il villaggio si chiama Kpakpare… Nomi e luoghi molto lontani dalla Sicilia, dove tutto ha avuto origine: di Avola era Giuseppe Coletta, noto come il “Brigadiere dei bambini” per il suo impegno costante a favore dei più piccoli nei luoghi straziati della terra, e nel suo nome Margherita porta avanti la sua appassionata missione attraverso l’Associazione Coletta “Bussate e vi sarà aperto”. E Cristo si è fermato ad Avola una mattina di due anni fa, quando nel negozio di oggetti religiosi di Margherita è entrato un sacerdote africano… per colpa di un bottone. «Gli si era sganciato il colletto bianco del clergyman – ricorda oggi – e mi chiese se potevo aiutarlo. Vide sul muro il ritratto di mio marito in divisa e mi chiese chi fosse. Gli raccontai di Nasiriayh e dell’associazione, che allora assisteva già tante famiglie italiane e di immigrati, oltre a portare aiuti in Iraq e in Albania, così padre Joseph mi chiese se me la sentissi di costruire un orfanotrofio in Burkina Faso… Penso spesso a come sarebbe andata se quel giorno non avesse perso un bottone: la Provvidenza prende le vie più impensate».

IL POZZO DI ELUANA
L’orfanotrofio ora c’è ed è bello, perché «dare solidarietà non significa svuotarsi gli armadi delle cose vecchie ma dare il meglio – sottolinea Margherita -, come faremmo per i figli nostri. Finché vivrò e avrò fiato continuerò a girare l’Italia per raccogliere fondi e concedere loro non il lusso ma la dignità di Persone». Il tutto in obbedienza e umiltà: «Noi non ci imponiamo, chiediamo sempre al vescovo di Diebougou, monsignor Raphael Dabiré, che cosa è più urgente, perché troppo spesso la beneficienza rischia di tradursi in opere inutili mentre manca l’indispensabile». Prima che i trentadue bambini possano ora occupare le loro camerette, già arredate di tutto punto, mancano solo i due refettori, che saranno ultimati entro febbraio grazie alle risorse già confluite di nuovo nelle casse dell’Associazione Coletta, «in seguito andremo avanti ancora con una nuova ala dell’orfanotrofio per altri trentadue bambini, questa volta neonati, altri tre pozzi per l’acqua potabile e – la cosa più dispendiosa – un dispensario medico che servirà tutti i villaggi intorno». L’ala dei neonati sarà intitolata a Madre Teresa di Calcutta, il dispensario a Carlo Urbani, il medico missionario morto di Sars nel 2003, e i tre pozzi futuri a Chiara Luce Badano (la giovane scomparsa nel 1990 e beatificata a settembre), ad Andrea (un ragazzo morto di leucemia lo scorso anno a Gavirate) e alla Provvidenza. «Ma il primo pozzo l’abbiamo dedicato a Eluana Englaro, che ho conosciuto di persona: a lei è stata tolta l’acqua, e lei continuerà a dissetare la gente e a salvare vite». L’immagine del suo volto ora sorride da una targa posta sulla struttura: «Durante la cerimonia io ho spiegato la sua storia e il vescovo la traduceva in francese per la popolazione – racconta Margherita –, quando ho detto che l’hanno lasciata morire di fame e di sete, c’è stato un mormorio incredulo e un uomo si è fatto avanti con queste parole: ma come, in Italia togliete l’acqua e la vita, e venite fin qui per dare l’una e l’altra a noi? Non si raccapezzava».

IL SEME DI NASIRIYAH
L’orfanotrofio, invece, porta il nome e i volti dei diciannove uccisi a Nasiriyah, in gran parte carabinieri. «Non sapevo che avessero preparato una grande insegna con la foto di Giuseppe – racconta Margherita – e che tutti i bambini indossassero una maglietta col suo viso stampato sopra. È stato toccante quando il vescovo, che parla un italiano perfetto, ha letto uno per uno i nomi dei nostri diciannove ragazzi, mentre tutti, comprese le autorità civili, militari e religiose, ascoltavano in piedi a capo chino, sinceramente commossi». La cittadella della gioia dovrà ora riuscire ad andare avanti con le sue gambe, creando posti di lavoro e ingrandendosi sempre più, e ogni euro raccolto dall’Associazione sarà investito sul posto, perché è lì che l’economia dovrà girare. Il compito più arduo resta a padre Joseph, il cui cellulare suona di continuo; sono i servizi sociali che lo chiamano da Diebougou, ma anche dalla capitale Ouagadougou, e da tanti altri villaggi: ovunque ci sono bambini che attendono, «valuteremo il grado di necessità», allarga le mani il sacerdote. I lettini sono trentadue e altrettante le culle. Ma in fondo è solo l’inizio.
Lucia Bellaspiga AVVENIRE 22.XII.2010

….sapevo già…

20 Dicembre 2010 9 commenti

abbandon

“Il postino suonò due volte. Mancavano cinque giorni a Natale. Aveva fra le braccia un grosso pacco avvolto in carta preziosamente disegnata e legato con nastri dorati. “Avanti”, disse una voce dall’interno. Il postino entrò. Era una casa malandata: si trovò in una stanza piena d’ombre e di polvere. Seduto in una poltrona c’era un vecchio. “Guardi che stupendo pacco di Natale!” disse allegramente il postino. “Grazie. Lo metta pure lì per terra”, disse il vecchio con la voce più triste che mai.
Il postino rimase imbambolato con il grosso pacco in mano. Sentiva benissimo che il pacco era pieno di cose buone e quel vecchio non aveva certo l’aria di spassarsela benissimo!….. Allora, perché era così triste? “Ma, signore, non dovrebbe fare un po’ di festa a questo magnifico regalo?”. “Non posso… Non posso proprio”, disse il vecchio con le lacrime agli occhi.
E raccontò al postino la storia della figlia che si era sposata nella città vicina ed era diventata ricca. Tutti gli anni gli mandava un pacco, per Natale, con un bigliettino: “Da tua figlia Luisa e marito”. Mai un augurio personale, una visita, un invito: “Vieni a passare il Natale con noi”……

“Venga a vedere”, aggiunse il vecchio e si alzò stancamente. Il postino lo seguì fino ad uno sgabuzzino. il vecchio aprì la porta. “Ma … ” fece il postino. Lo sgabuzzino traboccava di regali natalizi. Erano tutti quelli dei Natali precedenti. Intatti, con la loro preziosa carta e i nastri luccicanti. “Ma non li ha neanche aperti!” esclamò il postino allibito. “No”, disse mestamente il vecchio. “Non era necessario aprirli: sapevo già che dentro non c’era amore!….
(B.Ferrero)

agnelli preda di lupi. che natale!!

18 Dicembre 2010 Nessun commento

lupoeagnello

«Mio cugino ostaggio tra gli eritrei
Vi racconto il ricatto»
Il testimone da quasi un mese non riesce più a dormire per la disperazione. Nella lingua con la quale comunichiamo, un misto di i­taliano e inglese, mi parla di « big, big problem »,un problema grandissimo, trovare in fretta i soldi per liberare il cugino, uno dei 250 eritrei « jailed in Sinai», prigionieri nel Sinai. Uno dei 250 ostaggi dei quali, secondo il go­verno del Cairo, non c’è traccia. L’accordo per poter effettuare la con­versazione è non rivelare il vero no­me del testimone, un rifugiato eri­treo in possesso di regolare permes­so di asilo che vive e lavora da anni a Genova. Non vuo­le infatti far correre rischi ai parenti nel­la sua terra, giù nel Corno d’Africa. Lo chiameremo E­zechiele.

Circa quat­tro settimane fa ha ricevuto una telefo­nata dal cugino R., 25 anni, che era scappato attraverso il Sahara in Libia nel 2009. Da lì progetta­va di raggiungere l’I­talia e chiedere asi­lo. Ma dopo giugno non è stato più possibile raggiungere le coste della Penisola via mare, anche chi avreb­be diritto a venire accolto come ri­fugiato viene respinto verso Tripoli, il cui governo non distingue tra irre­golari e migranti in fuga dall’op­pressione politica. Questo ha cam­biato piani e rotte di molti dispera­ti, i quali si sono orientati verso la frontiera del Sinai. «R. mi aveva comunicato – raccon­ta Ezechiele – a settembre che, con altri compagni di viaggio, circa una ottantina tra uomini e donne, pro­gettava di fuggire da Tripoli al Cairo e poi da lì raggiungere, attraverso il confine del Sinai, lo stato d’Israele. In Libia era inutile restare, rischia­vano di venire nuovamente incarce­rati, come a giugno».

Ma quel viaggio, come ci ha raccontato dal 24 no­vembre il sacerdote cattolico eritreo Mosè Zerai, è diventato una trappo­la infernale. «ll gruppo di R. – conferma Ezechie­le – è finito nelle mani di una banda di trafficanti. Quasi un mese fa mi ha chiamato dicendo che aveva pa­gato duemila dollari per il viaggio, ma nel deserto è stato abbandona­to e derubato di tutto dai banditi. Gli hanno lasciato solo il telefono. Poi mi ha passato uno dei rapitori, che mi ha chiesto un riscatto di ottomi­la dollari se volevo rivedere vivo mio cugino». Da allora le telefonate so­no diventate uno stillicidio quasi quotidiano. «Mi fanno uno squillo e devo ri­chiamare il numero sul display subito dopo. Risponde R., che mi dice di non potersi muovere perché è in catene e che viene torturato. Mi passa un carce­riere.
È un arabo, mi ripete che devo tro­vare il denaro e che il tempo sta scaden­do. Non so quanti siano i prigionieri. Secondo mio cugino, più di 200». Le modalità di pagamento sono pre­cise, i soldi andranno mandati via money transfer a una persona che verrà indicata dalla gang. «Ma io quei soldi non li ho proprio – conclude con voce rassegnata Eze­chiele – e non so come trovarli. So­no disperato. L’ho detto anche a R. e lui mi ha dato il numero di telefono di Mosè Zerai, il prete cattolico, di­cendomi che lui sta cercando di sal­vare gli ostaggi». Un’altra testimonianza che confer­ma la tragedia in corso in queste o­re nel Sinai, dove un racket interna­zionale di trafficanti di esseri uma­ni può rapire, torturare e violentare centinaia di persone indisturbato. Un’altra testimonianza che chiede una risposta al governo del Cairo. Un giovane eritreo prigioniero
Paolo Lambruschi
AVVENIRE 18-XII-10

“tocca agli adulti mostrare la bellezza di vivere”

17 Dicembre 2010 Nessun commento

Domenica scorsa ho vissuto un momento molto bello, ho ricevuto un grande dono. Alcuni miei carissimi amici dell’adolescenza e della giovinezza hanno deciso di festeggiare insieme i loro «primi 50 anni». Eravamo in undici e tanti di loro non li vedevo da più di vent’anni.
Siamo cresciuti insieme: tra gli 8 e i 21 anni abbiamo fatto il percorso scout, da lupetti a rover e scolte e con qualcuno abbiamo continuato svolgendo un servizio come capi.
Con alcuni, tra i 14 e i 21 anni, abbiamo vissuto un’amicizia fortissima, fatta di frequentazioni quotidiane, di passioni comuni, di gite in moto, di giornate intere trascorse a pescare, di «zingarate» in riviera, di servizio con i poveri e i disabili.
È stato un pomeriggio esplosivo di gioia e di affetto.
All’incontro erano presenti alcuni mariti, mogli e figli, di età compresa tra i 10 e i 17 anni. Credo che per i ragazzi l’aver visto i propri genitori immersi in un’atmosfera così bella, gioiosa, rilassata, fatta di ricordi e di racconti semplici e puliti sia stato un bagno tonificante di speranza.
La testimonianza di una vita buona e felice, o almeno della possibilità di viverla, da parte di noi adulti, è il primo dovere che abbiamo nei confronti delle giovani generazioni.
Il fine dell’educazione è la felicità della persona:
Dio Padre ci ha creati per questo; ogni genitore desidera infatti per i suoi figli una vita bella e felice.
Anche Gesù è venuto perché abbiamo la gioia, la gioia del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo
65700_466662229012_259828954012_5798326_895296_se perché questa gioia sia piena.
Non tutti i nostri compagni d’infanzia, purtroppo, erano presenti; qualcuno per motivi molto spiacevoli.
Al termine della giornata ho dovuto condividere con una mia amica, con la quale eravamo stati capi educatori insieme, la notizia di una situazione tragica in cui si era venuto a trovare, pochi giorni prima, un nostro scout. Insieme abbiamo pensato ai suoi genitori, agli amici. Ho pensato a cosa proverebbero mia madre e mia sorella se un giorno accadesse anche a me una cosa simile.
Nella sofferenza e nella preghiera ho sentito ancora una volta che la nostra vita non è totalmente nostra, ma di tutti, è strumento di gioia per il mondo intero, secondo il desiderio di Gesù.
Nei giorni di Natale certamente molte famiglie si ritroveranno per vivere un momento che speriamo possa essere di gioia autentica, raccolti intorno alla tavola, al presepe e ai regali; per gli adulti sono occasioni da non perdere per mostrare ai più giovani la bellezza di vivere.

don Nicolò Anselmi
don.nico@libero.it

” Non mi preoccupano i giovani, ma gli adulti”

15 Dicembre 2010 2 commenti

Alessandro D’Avenia, nato a Palermo il 2 maggio 1977 vive a Milano, è laureato e dottorato in Lettere classiche, insegna Lettere al liceo, è sceneggiatore ed autore di un “Bianca come il latte rossa come il sangue” è il suo primo romanzo. D’Avenia ha parlato a metà novembre a Monza invitato dal Centro Culturale Talamoni per una serata intitolata “I sogni, la realtà, le stelle: l’avventura dell’adolescenza”.

In tale circostanza gli ho rivolto alcune domande.

—————–aless d'aveniaCome vede gli adolescenti oggi, quali aspetti la preoccupano e quali ritiene positivi e generatori di speranza?

Non mi preoccupano i giovani, ma gli adulti. L’uomo è uno spirito in carne e ossa. Lo spirito oggi è invitato a dormire, a lasciarsi andare ad una dolce anestesia interrotta periodicamente da dolorosi risvegli: insoddisfazione, paura, smarrimento. I ragazzi non trovano maestri capaci di svegliare il loro spirito. La crisi dei ragazzi è crisi di chi li ha generati.

Centinaia di ragazzi mi scrivono dopo aver letto il mio libro e mi ringraziano per aver affrontato temi come la morte, il dolore, Dio dal punto di vista di un sedicenne. I veri problemi dei ragazzi non sono l’alcool, le droghe, le dipendenze… Queste sono solo conseguenze di una libertà che gira a vuoto, perché non ha scoperto l’orizzonte in cui essere impegnata. La crisi dei ragazzi è crisi di senso. I ragazzi però non hanno smesso di cercare, questo li caratterizza.

——————–Nella sua professione di insegnante come stimola e coinvolge i ragazzi nel lavoro in classe?

Imparo da loro e loro da me. Quando il mio professore di lettere mi prestò la sua edizione del poeta da lui preferito dicendomi “Questo tu forse lo puoi capire”, faceva scaturire la responsabilità dall’interno della libertà. Mi aiutava a vedere una mia qualità ancora tenue e la incoraggiava riponendo in essa una fiducia maggiore di quello che in quel momento valeva. Quel gesto mi obbligò senza obbligarmi a mettermi in gioco. Faceva nascere la libertà di impegnarmi da un surplus di fiducia, che nello stesso atto mi comprendeva e mi lanciava nel futuro. La libertà è parola che viene dal latino: liber, che vuol dire figlio. Se mi rapporto ai miei alunni come un padre allora cominciano ad essere liberi, cerco di mettermi al servizio di ciò che hanno di più intimo, per preservarlo, incoraggiarlo, li aiuto a diventare sè stessi nel massacro di identità odierno.

——————-Si parla molto di emergenza educativa. Condivide questa preoccupazione ed ha qualche indicazione per rispondervi?

Preferisco parlare di sfida educativa. Gli adolescenti non cambiano nel profondo. Le domande, le battaglie, i sogni, le sconfitte sono le stesse. Ciò che è cambiato è la rapidità con cui si entra in contatto con il mondo. Tutto era più graduale quando avevo 15 anni, adesso tutto ti arriva addosso subito e la quantità di messaggi confonde la possibilità di decodificarli in un età di per sé già confusa per i mutamenti personali. Nel romanzo questo si vede nel continuo cambiare di Leo, che si lascia guidare dalle emozioni come vento in tempesta, ma a poco a poco trova la rotta…

———————-Come mai ha sentito l’esigenza di scrivere un libro?

Scrivere per me è un modo di stare nella realtà, di portare ad unità i personaggi che mi porto dentro, imparando così a voler bene a loro e quindi a me stesso.

———————–Pensa, visto l’interesse suscitato dalla sua prima opera, di proseguire anche nella attività di autore?

Continuerò a farlo. Sto lavorando alla sceneggiatura del film per il cinema che sarà tratto dal libro e sto scrivendo un altro romanzo.