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IO CON QUESTE MANI UCCIDEVO I FIGLI DEGLI ALTRI

28 Gennaio 2011 Nessun commento

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In principio fu Bernard Nathanson. Parliamo del famoso ginecologo statunitense che al suo attivo collezionò circa 75.000 aborti, fino a quando si rese conto dell’“umanità” del feto e fece un vero cammino di conversione che lo portò a scrivere il libro The hand of God (“La mano di Dio”). Da quel momento in poi, il suo lavoro è divenuto totalmente a favore della vita nascente. Ma “la mano di Dio” continua ad operare in ogni continente, e anche in Italia, abbiamo il nostro Nathanson: è il dottor Antonio Oriente. Anche lui, come Nathanson, viveva la sua quotidianità praticando aborti di routine. Abbiamo ascoltato la sua testimonianza nel corso di un convegno dell’AIGOC. Sì, perché lui oggi è il vicepresidente e uno dei fondatori di questa Associazione Italiana Ginecologi e Ostetrici Cattolici… Praticamente una totale inversione di tendenza, rispetto al modo precedente di vivere la sua professione.
La sua testimonianza inizia così: “Mi chiamo Antonio Oriente, sono un ginecologo e, fino a qualche anno fa, io, con queste mani, uccidevo i figli degli altri”. Gelo. Silenzio. La frase pronunciata è secca, senza esitazione, lucida. La verità senza falsi pietismi, con la tipica netta crudezza e semplicità di chi ha capito e già pagato il conto. Di chi ha avuto il tempo di chiedere perdono.
Due cose colpiscono di questa frase e sono due enormi verità: la parola “uccidevo”, che svela l’inganno del termine interruzione volontaria, e la parola “figli”. Non embrioni, non grumi di cellule, ma figli. Semplicemente. E questa sua pratica quotidiana dell’aborto, il dottor Oriente la riteneva una forma di assistenza alle persone che avevano un “problema”.
“Venivano nel mio studio – racconta – e mi dicevano: Dottore, ho avuto una scappatella con una ragazzetta… io non voglio lasciare la mia famiglia, amo mia moglie. Ma ora questa ragazza è incinta. Mi aiuti… Ed io lo aiutavo. Oppure arrivava la ragazzina: Dottore, è stato il mio primo rapporto… non è il ragazzo da sposare, è stato un rapporto occasionale. Mio padre mi ammazza: mi aiuti!”. Ed io la aiutavo. Non pensavo di sbagliare”.
Ma la vita continuava a presentare il conto: lui, ginecologo, i bambini li faceva anche nascere. Sua moglie pediatra i bambini degli altri li curava. Ma non riuscivano ad avere figli propri. Una sterilità immotivata ed insidiosa era la risposta alla sua vita quotidiana. “Mia moglie è sempre stata una donna di Dio. È grazie a lei e alla sua preghiera se qualcosa è cambiato. Per lei non avere figli era una sofferenza immensa, enorme. Ogni sera che tornavo la trovavo triste e depressa. Non ne potevo più. Dopo anni di questo calvario, una sera come tante, non avevo proprio il coraggio di tornare a casa. Disperato, piegai il capo sulla mia scrivania e cominciai a piangere come un bambino”.
E lì, la mano di Dio si fa presente in una coppia che il dottor Oriente segue da tempo. Vedono le luci accese nello studio, temono un malore e salgono. Trovano il dottore in quello stato che lui definisce “pietoso” e lui per la prima volta apre il suo cuore a due persone che erano solo dei pazienti, praticamente quasi degli sconosciuti. Gli dicono: “Dottore, noi non abbiamo una soluzione al suo problema. Abbiamo però da presentarle una persona che può dargli un senso: Gesù Cristo”. E lo invitano ad un incontro di preghiera. Che lui dribbla abilmente.
Passano dei giorni ed una sera, sempre incerto se tornare a casa o meno, decide di avviarsi a piedi e, nel passare sotto un edificio, rimane attratto da una musica. Entra, si trova in una sala dove alcune persone (guarda caso il gruppo di preghiera della coppia che lo aveva invitato) stanno cantando. Nel giro di poco tempo, si ritrova in ginocchio a piangere e riceve rivelazione sulla propria vita: “Come posso io chiedere un figlio al Signore, quando uccido quelli degli altri?”.
Preso da un fervore improvviso, prende un pezzo di carta e scrive il suo testamento spirituale: “Mai più morte, fino alla morte”. Poi chiama il suo “Amico” e glielo consegna, ammonendolo di vegliare sulla sua costanza e fede. Passano le settimane e il dottor Oriente comincia a vivere in modo diverso. Comincia anche a collezionare rogne, soprattutto tra i colleghi nel suo ambiente. In certi casi il “non fare” diventa un problema: professionale, economico, di immagine.
Una sera torna a casa e trova la moglie che vomita in continuazione. Pensa a qualche indigestione ma nei giorni seguenti il malessere continua. Invita allora la moglie a fare un test di gravidanza ma lei si rifiuta con veemenza. Troppi erano i mesi in cui lei, silenziosamente, li faceva quei test e quante coltellate nel vedere che erano sempre negativi… Ma dopo un mese di questi malesseri, lui la costringe a fare un esame del sangue, che rivela la presenza del BetaHCG: sono in attesa di un bambino!
Sono passati degli anni. I due bambini che la famiglia Oriente ha ricevuto in dono, oggi sono ragazzi. La vita di questo medico è totalmente cambiata. È meno ricco, meno famoso, una mosca bianca in un ambiente dove l’aborto è ancora considerato “una forma di aiuto” a chi, a causa di una vita sregolata o di un inganno, vi ricorre. Ma lui si sente ricco, profondamente ricco. Della gioia familiare, dei suoi valori, dell’amore di Dio, quella mano che lo carezza ogni giorno facendolo sentire degno di essere un “Suo figlio”.
Sabrina Pietrangeli Paluzzi

“io che fui reclutato dall’inferno”

26 Gennaio 2011 Nessun commento

“Aveva visto tutto e fatto molto. Troppo. E troppo presto. Bambino soldato a quindici anni, poi tossico, poi dentro e fuori il carcere, poi altro ancora: un ragazzi­no reclutato dall’inferno e bruciato. A­men, per chiunque era perduto: o almeno lo sembrava.
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Prende a nevicare. Parlia­mo davanti a un caffè, nella stanzetta che in qualche modo è il suo ufficio e che sulla porta, all’interno, ha una fo­to di Sibenic, nella casa famiglia a San Marino.

Nel salone il camino crepita e scalda. Nicola dorme. Grazia mette a posto i vestitini dell’ultima arrivata, Elisabet­ta, che ha dieci mesi e dorme anche lei. Degli altri, qualcuno taglia la legna, qualcuna sistema la cucina, qualcun altro è in giro.

Robert è nato nel 1979 in Croazia a Si­benic (mezz’ora di macchina a nord di Spalato), da bambino giocava a palla­nuoto e si vedeva da grande un pro­fessionista: «Mi piaceva tanto, e nuo­tare ancora mi piace». A dieci anni, grazie anche all’aiuto di qualche ami­co, «già ho cominciato a fare un po’ di casini»: nulla di sconvolgente, ma un inizio. Cresce in Jugoslavia, «sotto la dittatura del Maresciallo Tito», e nell’89 «si sentivano voci di una brut­ta aria con la Serbia e che sarebbe co­minciata una guerra, io però non ca­pivo ».

NEL BARATRO A 15 ANNI

Nel 1990 esplode quella follia e «fin dal primo giorno» suo padre e i suoi due zii vanno a combattere: «Papà ci lasciò soli, mamma, me e mia sorella». Ed è un delirio per un bambino: «Alle set­te di sera dovevamo spegnere ogni lu­ce e rifugiarci nella parte inferiore del­la nostra casa. Li ricordo bene i bom­bardamenti ». A metà del 1993 «ho vi­sto i primi omicidi, intorno alla mia casa». Nel 1994, «a chi poteva impu­gnare il fucile, compresi noi ragazzini e le donne, chiesero di difendere il Pae­se. Non è che ci costrinsero nel senso stretto del termine, però furono assai ‘convincenti’». Parte e va in Bosnia. Ha quindici anni. Torna otto mesi do­po. È il 1995. Lui è fuori di testa. Non vuole si racconti ciò che ha vissuto lì: «Scrivi che, come in ogni guerra, vedi tante cose e fai tante cose…».

Poco dopo, nel 1996, il padre e gli zii tornano a casa e lui, a sedici anni, de­ve andare dallo psichiatra. Si butta nel­l’eroina. E neppure vi arriva gradata­mente, comincia immediato col bot­to: «Ho iniziato a farmi le pere (spa­randosi quella droga in vena con la si­ringa, ndr ) ».
Sta scivolando, è scivolato, nel buco più nero dell’inferno. Nessuno scom­mette un centesimo su lui: «Neppure io stesso». E non è finita. Nel 1997 lo arrestano ancora per droga, docu­menti falsi e perché «ero molto ag­gressivo ». Si fa anche di cocaina. Fino al 2003 entra ed esce dalle galere croa­te: sempre droga, sempre follie. «Ero pericoloso per me e per gli altri, i miei amici cominciarono ad allontanarsi da me». La mamma e il padre lo cac­ciano di casa.

«O NE ESCO O MI AMMAZZO»

È ancora il 2003. «Lo decido all’im­provviso. Entro in comunità e chiudo con tutto questo schifo oppure mi fac­cio fuori, tanto ci avevo già provato un paio di volte, ma mi dispiaceva tanto per i miei genitori e per tutto quel che avevo combinato».

Eccola la Scintilla, contro il passato, contro una parte anche di se stesso: «Mi dispiaceva per tutto quel che ave­vo combinato». Robert è un guerriero: vero, non di quelli che uccidono i pro­pri simili. Ha sbagliato quasi tutto e troppo presto finora, è vero. Uscire da quelle follie sarà durissima, è vero. Ma adesso è la buona battaglia che vuole combattere e non ha mai avuto pau­ra di nulla. Il giorno dopo quella decisione im­provvisa entra in una comunità dell’Associazione Papa Giovanni XXIII di don Oreste benzi
«All’inizio non trovavo nessun senso». Combina qualche (pic­colo) guaio anche qui, ma regge e mandarlo via nessuno vuole. Va avan­ti pian piano nel programma di recu­pero. «E nasce dentro me la voglia di aiutare le persone disabili».

Fuori ora sta nevicando più forte. Fa freddo, ma il caffè è buono. Strano, in fondo: cosa c’entrano i disabili con Ro­bert? Risponde in un attimo: «Volevo rimediare a tutto il male che avevo fat­to nella mia vita. E in Croazia i disabi­li sono quasi tutti in istituti, non è giu­sto ». Vuole provare un’esperienza con loro. Qui in Italia era possibile, ma «a me non piaceva il vostro Paese», così il responsabile della comunità gli di­ce «ok, allora ti mando tre mesi a… San Marino». Dove c’è una delle case fa­miglia della ‘Papa Giovanni’, guidata da Grazia.

Quando arriva, lei gli dice «dai, vieni a salutare Nicola». Robert lo vede: «Sbianco – ricorda – non avevo mai in­contrato una persona così tanto disa­bile. ‘E ora che faccio?’, penso. ‘Scap­po e torno in Croazia?’». Macché.

NICO E SUO ‘PADRE’

Nicola è quasi in stato vegetativo, ha trent’anni, va nutrito col sondino na­sograstrico e Robert non molla. Ter­rorizzato, ma guerriero. Miracolo o po­co meno che sia stato, ‘Nico’ – come ormai lo chiama – via via addirittura comunica con Robert. E lui se ne in­namora. «Dovevo partire, tornare nel­la comunità croata. Gli ho chiesto guardandolo ‘Sono tuo amico?’ e lui niente, ‘Sono tuo fratello?’ e niente, quando gli ho detto ‘Sono tuo papà?’ ha cominciato a ridere e scuotere la testa e destra e sinistra… Dentro mi ha spaccato l’anima». Ed è in quel mo­mento che la Scintilla finisce di com­piere il suo lavoro: «Capii cos’avrei do­vuto fare». Intanto Robert s’è anche innamorato di… Grazia, ma sceglie di non dirglie­lo prima di «avere finito il programma terapeutico». Stringe così i denti e tor­na in Croazia, in comunità: parte una sera, in nave da Ancona, dove l’ac­compagnano Grazia e Nicola: «Dopo tanti anni quella notte ho pianto di nuovo. Ho pensato di tuffarmi e tor­nare a nuoto». Invece soffre da mori­re e tiene duro. Lì fa anche la prima Comunione e la Cresima. La notte «so­gnavo Nico e Grazia». Finisce il pro­gramma. Può tornare a San Marino. È l’inizio del 2007. S’imbarca a Spalato, poco prima chiama Grazia e le dice «arrivo stasera, aspettami che devo parlarti».

UNA CASA E TANTI FIGLI
Si sono sposati alla fine del 2009. Ni­co anche ufficialmente adesso è loro figlio ed Elisabetta è nata nel marzo dello scorso anno. Ma di figli qui, nel­la casa famiglia dell’’Associazione Pa­pa Giovanni XXIII’ che loro guidano, ne hanno tanti altri. «Adesso ci sono due ragazze con problemi di tossico­dipendenza, un altro ragazzo che ha appena finito il programma e altri tre ragazzi e una ragazza con problemi di disabilità».
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A lui e a Grazia sarebbe piaciuto esse­re sposati da don Oreste Benzi, che li aveva ‘accompagnati’ lungo il fidan­zamento, ma non ce l’hanno fatta, lui è morto prima: «Quando gli dissi che amavo Grazia, mi guardò e sbiancò lui! Però rispose ‘va bene, dai, vediamo pian piano che succede’». Cambia po­co che non ci fosse fisicamente quel giorno: «Al nostro matrimonio don O­reste c’era, eccome se c’era», dice Ro­bert. Che il suo inferno l’ha cancella­to. Oggi, oltre a guidare con sua mo­glie la casa, con la ‘Papa Giovanni’ è impegnato nel servizio con le ragazze di strada per aiutarle a uscire dalla pro­stituzione e aiuta alcune famiglie no­madi. L’aveva detto: «Volevo rimedia­re al male che avevo fatto»…
(PINO CIOCIOLA inviato a s,marino AVVENIRE 23.01.2911)

“sono un prete stufo di fango”

24 Gennaio 2011 4 commenti

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“Sono un prete. Un prete della Chiesa cattolica. Uno dei tanti preti italiani. Seguo con interesse e ansia le vicende del mio Paese. Non avendo la bacchetta ma­gica per risolvere i problemi che affliggo­no l’Italia, faccio il mio dovere perché ci sia in giro qualche lacrima in meno e qualche sorriso in più.

Sono un uomo che come tanti lotta, sof­fre, spera. Che si sforza ogni giorno di es­sere più uomo e meno bestia. Sono un uo­mo che rispetta tutti e chiede di essere ri­spettato. Che non offende e gradirebbe di non essere offeso, infangato. Da nessuno. Inutilmente. Pubblicamente. Vigliacca­mente.

Sono un prete che lavora e riesce a dare gioia, pane, speranza a tanta gente bi­strattata, ignorata, tenuta ai margini. Un prete che ama la sua Chiesa e il Papa. Un prete che non vuole privilegi e non pre­tende di far cristiano chi non lo desidera, che mai si è tirato indietro per dare una mano a chi non crede.

Un prete che, prima della Messa della se­ra, brucia incenso in chiesa per elimina­re il fetore sprigionato dalle tonnellate di immondizie accumulate negli anni ai margini della parrocchia in un cosiddet­to cdr e che vanno aumentando in questi giorni.

Sono un prete che si arrabbia per le inef­ficienze dello Stato ai danni dei più debo­li e indifesi. Che organizza doposcuola per bambini che la scuola non riesce ad inte­ressare e paga le bollette di luce e gas per­ché le case dei poveri non si trasformino in tuguri.

Sono un prete, non sono un pedofilo.

So che al mondo ci sono uomini che pro­vano interesse per i bambini e, in quanto uomo, vorrei morire dalla vergogna. So che costoro sono molti di più di quanto credono gli ingenui. So anche che poco o nulla finora è stato fatto per tentare di ca­pire e curare codesta maledizione.

Piaga purulenta la pedofilia. Spaventosa. Crudele. Vergognosa. Tra coloro che si so­no macchiati di codesto delitto ci sono pa­dri, zii, nonni, professionisti, operai, gio­vani, vecchi e anche preti.

Giovedì sera, trasmissione Annozero di Michele Santoro. Tantissimi italiani guar­dano il programma. Si discute di Silvio Berlusconi. Alla fine esce, come al solito, il signor Vauro con le sue vignette che do­vrebbero far ridere tutti e invece, spesso, mortificano e uccidono nell’animo tanti innocenti. Ma non si deve dire. È politi­camente scorretto. È la satira. Il nuovo i­dolo davanti al quale inchinarsi. La sati­ra, cioè il diritto dato ad alcuni di dire, of­fendere, infangare, calunniare gli altri sen­za correre rischi di alcun genere. Una vi­gnetta rappresenta il Santo Padre che par­lando di Berlusconi dice: «Se a lui piac­ciono tanto le minorenni, può sempre far­si prete». Gli altri, compreso Michele Santoro, rido­no. Che cosa ci sia da ridere non riesco a capirlo. Ma loro sono fatti così, e ridono. Ridono di un dramma atroce e di inno­centi violentati. Ridono di me e dei miei confratelli sparsi per il mondo impegna­ti a portare la croce con chi da solo non ce la fa. Ridono sapendo che tanta gente da­vanti alla televisione in quel momento si sente offesa in ciò che ha di più caro e sof­fre. Soffre per il Santo Padre offeso e per­ché la menzogna, che non vuol morire, ancora riesce a trionfare. Per bastonare Berlusconi, si fa ricorso alla calunnia. E gli altri ridono.

Vado a letto deluso e amareggiato, sempre più convinto che con la calunnia e la men­zogna – decrepite come la befana o come le invenzioni di qualche battutista e di qualche sussiegoso giornalista-presenta­tore televisivo – non si potrà mai costrui­re niente di nuovo e stabile. E il giorno dopo scopro che alla Rai, final­mente, stavolta qualcuno s’è indignato. Spero solo che adesso Vauro e Santoro e qualcun altro che non sto a ricordare non facciano, loro, le vittime. E che in Italia ci sia più di qualcuno che comincia a farsi a­vanti e, senza ridere, dice chiaro e tondo che non si può continuare a infangare im­punemente quegli onesti cittadini dell’I­talia e del mondo che sono i preti.” (AVVENIRE 23 GENNAIO 2011)
———————
MAURIZIO PATRICELLO prete anticamorra citato anche da Saviano

999 + 1

22 Gennaio 2011 1 commento

for“Il giorno delle nozze, un principe fece il suo ingresso nella capitale del suo regno accanto alla ragazza appena sposata.
La splendida carrozza avanzava lentamente, mentre ai lati della strada due ali di folla applaudivano.
Ma, nella piazza davanti al castello, tutti ammutolirono: su un alto patibolo, un malfattore stava per essere impiccato.
Il condannato aveva già la testa infilata nel cappio.
La principessa scoppiò in lacrime.
Il principe chiese al giudice se era possibile annullare l’esecuzione, come dono di nozze alla sua sposa. La risposta fu un secco no».
«Ci sono dunque delitti che non possono trovare perdono?” chiese la principessa con un filo di voce.
Uno dei consiglieri del principe fece notare che, secondo un’antica consuetudine della città, qualsiasi condannato poteva riscattarsi pagando la somma di mille ducati.
Una somma enorme. Dove si poteva trovare tanto denaro?
Il principe aprì la sua borsa, la svuotò e ne uscirono ottocento ducati.
La principessa, frugando nel suo elegante borsellino, ne trovò altri cinquanta. Non potrebbero bastare ottocentocinquanta ducati?» chiese.
«La legge ne vuole mille!” ribatterono. La principessa scese e fece una colletta tra paggi, cavalieri e passanti. Fece il conto finale: novecentonovantanove ducati. E nessuno aveva più un ducato.
«Dunque per un ducato quest’uomo sarà impiccato?» esclamò la principessa.
«È la legg!!” rispose impassibile il giudice e fece cenno al boia di cominciare l’esecuzione.
A quel punto la principessa gridò: «Frugate nelle tasche del condannato, forse qualcosa ce l’ha anche lui».
Il boia ubbidì e da una delle tasche del condannato saltò fuori proprio un ducato d’oro. Quello che mancava per salvargli la vita.
—————————————-
I ….”999 ducati” …ce li mette Gesù! Il millesimo”ducato” che fa …”scattare” la tua salvezza deve venire da te, dalla tua libertà che dice sì o no alla salvezza che Lui ti dona!
Vedi …quanto è importante la tua libertà??
(Bruno Ferrero)

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…mangiare i biscotti di un altro..

22 Gennaio 2011 Nessun commento

biscotti

“Una ragazza stava aspettando il suo volo nella sala d’attesa di un grande aeroporto. Siccome avrebbe dovuto aspettare per molto tempo, decise di comprare un libro per ammazzare il tempo.
Comprò anche un pacchetto di biscotti lo mise in borsa e andò a sedersi. Aprì il libro e lo trovò molto interessante ma ad certo punto … un languorino ..”Ah! i biscotti!.. E la scatola era lì , sulla sedia accanto a lei. Su quella al di là c’era un signore che leggeva il giornale . Quando lei cominciò a prendere il primo biscotto, ..strano!..anche l’uomo ne prese uno; lei si sentì indignata ma non disse nulla e continuò a leggere il suo libro. Tra sé pensò: “Ma tu guarda, se solo avessi un po’ più di coraggio gliene direi quattro!…”. Così ogni volta che lei prendeva un biscotto, l’uomo accanto a lei, senza fare un minimo cenno ne prendeva uno anche lui. Continuarono fino a che rimase solo un biscotto e la donna pensò: ” adesso voglio proprio vedere cosa mi dice quando saranno finiti tutti!”. L’uomo prese l’ultimo biscotto e lo divise a metà! “Ah!, questo è troppo”; pensò e cominciò a sbuffare indignata, arraffò le sue cose, il libro, la sua borsa e si incamminò verso l’uscita della sala d’attesa. Quando si sentì un po’ meglio e la rabbia era passata, si sedette in una sedia lungo il corridoio per non attirare troppo l’attenzione ed evitare altri dispiaceri. Chiuse il libro e aprì la borsa per infilarlo dentro quando nell’aprire la borsa vide che il pacchetto di biscotti che aveva comprato era ancora tutto intero nel suo interno. Sentì tanta vergogna e capì solo allora che il pacchetto di biscotti uguale al suo era di quell’ uomo seduto accanto a lei ! Lui però aveva diviso i suoi biscotti con lei senza sentirsi indignato, nervoso o superiore, al contrario di lei che aveva sbuffato e addirittura si sentiva ferita nell’orgoglio.
Quante volte nella nostra vita “mangiamo i biscotti di un altro” e non ci accorgiamo? Ad esempio quando riduciamo la stima di una persona dando giudizi sfavorevoli ”
(fonte: www.qumran2.net)

IL FIGLIO

21 Gennaio 2011 4 commenti

alba

“Un uomo benestante e suo figlio, amavano collezionare rare opere d’arte, possedevano di tutto nella loro collezione, da Picasso a Raffaello. Spesso si sedevano insieme ad ammirare le grandi opere possedute, finché arrivò la guerra del Vietnam ed il figlio dovette partire.
Fu un soldato molto coraggioso e morì in battaglia mentre salvava uno dei suoi compagni.
Il padre fu informato della sua morte, ed una profonda tristezza lo colse, poiché era il suo unico figlio.
Circa un mese più tardi,qualcuno bussò alla porta… un giovane uomo era in piedi all’entrata con un grande pacco tra le mani.
Disse:”Signore, voi non mi conoscete, ma io sono il soldato per cui vostro figlio ha dato la vita; quel giorno ne salvò molti altri e fù mentre mi portava al sicuro che una pallottola lo colpì e morì. Spesso mi parlava di voi, e del vostro comune amore per l’arte.”
Il giovane uomo mostrò il pacco: “So che non è molto,non sono un grande artista, ma penso che vostro figlio avrebbe voluto averlo”.
Il padre aprì il pacco, era il ritratto di suo figlio, fatto dal ragazzo che gli stava davanti. In particolare l’uomo fu colpito dal modo in cui il ragazzo era riuscito a catturare la personalità di suo figlio nel dipinto. Il padre fu attirato dagli occhi, tanto che i suoi si riempirono di lacrime.
Ringraziò il giovane e si offerse di pagare il quadro.
“Oh, no signore, non potrò mai ripagare quello che vostro figlio ha fatto per me. Questo è un dono.”.
L’anziano signore abbracciò il ritratto.
Ogni volta che i visitatori venivano a casa sua egli li portava a vedere il quadro di suo figlio, prima di mostrare loro qualsiasi altra opera d’arte della sua collezione. L’uomo morì pochi mesi più tardi. Ci fu una grande asta per i suoi dipinti.
Molte persone influenti vennero, eccitate di vedere i grandi quadri ed avere l’opportunità di possederne qualcuno per le loro collezioni.
Sulla piattaforma fu messo per primo il ritratto del figlio.
Il banditore batté il martelletto: “Cominceremo le offerte con questo dipinto del figlio. Chi offre per questo quadro?” Ci fu silenzio. Poi qualcuno dal fondo della sala gridò: “Vogliamo vedere i famosi dipinti! Quello saltalo!”.
Ma il banditore insistette: “C’è qualcun altro che vorrebbe offrire per questo dipinto? Chi comincerà le offerte? 100 ? 200?”.
Un’altra voce gridò piena d’ira: “Noi non siamo venuti qui per vedere questo quadro, siamo venuti per vedere i Van Gogh, i Rembrandts. Vai avanti con le vere offerte!”.
Ma il banditore ancora continuò: “Il figlio! Il figlio! Chi prende il figlio?”.
Finalmente una voce venne dalla parte più lontana della sala : era il vecchio giardiniere che da sempre aveva lavorato con l’uomo e suo figlio.
“Io offro 10 dollari per il quadro”. Essendo povero era tutto ciò che poteva offrire.
“Abbiamo 10 dollari, chi ne offre 20?”. Disse il banditore.
“Datelo a lui per 10 dollari e vediamo gli altri capolavori.”.
“10 dollari ,venduto nessuno vuole offrirne 20?”.
La folla divenne veramente arrabbiata, non volevano il ritratto del figlio, volevano i più validi investimenti per le loro collezioni. Il banditore batté il suo martelletto: “E Uno e due e tre… Venduto per 10 dollari!”.
Un uomo seduto nelle seconda fila gridò: “Ah! Finalmente adesso proseguiremo con il resto della collezione!”.
Il banditore poggiò il martelletto: “Mi spiace, l’asta è finita.”
“E il resto dei quadri? che se ne fa?” rispose un altro.
“Mi dispiace – disse il banditore -; quando fui chiamato per condurre l’asta mi fu parlato di una stipulazione segreta, riguardante il testamento e non mi è stato permesso di rivelarla fino a questo momento. Solo il dipinto del figlio sarebbe stato messo all’asta; chiunque l’avesse comprato avrebbe ereditato tutto il patrimonio, inclusi i dipinti. L’uomo che ha preso il figlio ha preso tutto!”
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Dio diede suo Figlio più di 2000 anni fa a morire su di una croce crudele, pegno di volerci dare la sua vita divina e tutta la sua felicità.
Chiunque accoglie il Figlio eredita tutto”.
Nella Bibbia che è Parola di Dio sta scritto “Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque accoglie Lui non perisca ma abbia la vita che non ha fine” ( Giovanni 3:16).
!..
(da Don Garby –fb –)

Sulla strada di Emmaus Di Luca riscopre il sorriso

17 Gennaio 2011 2 commenti

Possagno (TV) – Perché le promesse vanno mantenute. In un teatro gremito di studenti, il campione di ciclismo Danilo Di Luca ritorna all’Istituto Cavanis per siglare l’accordo con il team russo Katusha di fronte agli stessi ragazzi ai quali, qualche settimana fa, disse: “Credetemi, tornerò a vincere senza scorciatoie”. Un rientro in grande stile (dopo una squalifica di due anni per doping, poi ridotta di 9 mesi e 7 giorni per collaborazione) per un campione dalla fortissima personalità, guidato da un leader carismatico qual è Andrei Tchmil – il “lupo di Roubaix” – che l’ha fortemente voluto nella sua squadra a condizioni quasi proibitive: ingaggio zero. Solo una tabella premi, perché “Danilo restituisca al ciclismo quello di cui s’è impropriamente addebitato”. Accompagnato dal suo fido scudiero-amico don Marco Pozza e dal suo legale Ernesto De Toni, Danilo è apparso a tratti emozionato nel firmare un gesto dall’altissimo valore simbolico di fronte ad una nutrita schiera di nuovi fans che a lui non chiederanno le grandi imprese della leggenda, ma uno stile di corsa e di vita all’altezza delle promesse fatte.

Dopo l’annuncio dato in anteprima questa mattina da La Gazzetta dello Sport, su internet è tutto un tam – tam di voci che applaudono questo nuovo riscatto e voci che condannano la fiducia ad un campione che per due volte ha tradito la leggenda del grande ciclismo. Ma – parole del suo tecnico Tchmil – ragione vuole che nella nostra squadra si dia la caccia al doping e non la caccia all’uomo. Ecco perché a chi sogna il riscatto una chance va sempre data.
Una scommessa partita da lontano e che ha visto come protagonista anche don Marco Pozza, il sacerdote-maratoneta vicentino, che ha preso per mano Danilo come un fratello e gli è stato vicino fino ad entrare nella ristretta “famiglia” che ha aiutato Danilo a riprendere la strada della redenzione: «ho pianto troppo – precisa don Marco – il giorno in cui ho concelebrato ai funerali di Marco Pantani. E nel Cimitero dei Pescatori quel giorno mi promisi che non avrei più voluto vedere storie di campioni infrangersi in quel modo. M’è capitata l’occasione d’incrociare Danilo. Ci siamo guardati nel volto da uomini e ci siamo capiti. Tutto il resto è stata la conseguenza di quel gesto d’affetto, in un tempo nel quale le stelle erano divenute stalle».
Un avvocato indomito e capace, un prete dalla forza d’animo smisurata e un tecnico stimato a livello internazionale (è stato anche Ministro dello Sport della Moldavia) hanno aperto le porte del ciclismo ad un campione che chiede di ritrovarsi per poter continuare a raccontare la splendida avventura di un sogno ch’è diventato la sua ragione di vita.
Adesso la parola passa alla strada. Il debutto a Maiorca (SPA) il 6 febbraio 2011: il numero sulla schiena e si riparte. Ma, a giudicare dalla grinta che si respirava nelle parole dei protagonisti stamattina, il bello deve ancora a venire. Anche se il segreto è forse nascosto nelle parole carismatiche di questo prete che con Di Luca condivide classe e temperamento: «ai fuoriclasse genetici bisogna saperci parlare. Non basta essere capaci, occorre metterci il mordente attorno alle parole».
E questi quattro di carisma ce ne hanno da vendere. (don marco pozza 10.01.11)danilo18
Foto di FotoBolgan

grazie ai “buscones”

14 Gennaio 2011 Nessun commento

Image_2MILLE BIMBI OGNI MESE SCHIAVI A SANTO DOMINGO
I gesuiti: «Già oltre 7.300 minori vittime della tratta dal 2010» Il confine tra Haiti e Repubblica Dominicana è terra di nessuno

I “buscones” (così vengono chiamati i trafficanti di esseri umani) conoscono a memoria i punti dove l’acqua è più bassa e le pietre del fondo meno scivolose. Bastano loro poche falcate per percorrere il letto del Río Masacre. E attraversare i 600 metri che separano Juanaméndez, limite estremo di Haiti, da Dajabón, in Repubblica Dominicana.

Due città gemelle divise da un fiume dal passato cruento: nel 1937 qui vennero buttati i cadaveri di 18mila haitiani, massacrati appunto dagli “sgherri” del feroce dittatore dominicano Trujillo. Da allora – secondo la tradizione – il fiume sarebbe “maledetto”. La superstizione non ferma però i “buscones”. Che ripetono il tragitto molte volte al giorno, con passo sicuro. Perfino quando portano due bambini in equilibrio sulle spalle. Sono i giorni di super- lavoro. Sempre più numerosi negli ultimi tempi. Il colera – che da ottobre flagella Haiti – non ha fermato la tratta di minori haitiani verso la Repubblica Dominicana. «Anzi, poiché quest’ultima ha aumentato i controlli per paura dell’epidemia, i “buscones” possono “venderli” a prezzi più alti, dato che la richiesta resta forte», denuncia ad Avvenire padre Wismith Lazard, direttore del servizio gesuita per i rifugiati di Haiti. È la legge della domanda e dell’offerta. Che, lungo questi 370 chilometri di “terra di nessuno” ovvero la frontiera dominico-haitiana, si applica anche agli esseri umani. A Port-au-Prince, la “disponibilità” di bambini è sterminata: dopo il terremoto di un anno fa, almeno 500mila minori vivono sotto le tende. Spesso con famiglie che non sono la loro. Eppure, secondo i dati di Terre des Hommes, il 70 per cento dei piccoli nei campi non è orfano. «Nel caos totale, però, le famiglie si sono divise. Tanti bimbi sono rimasti abbandonati. Magari abitano con vicini, parenti, amici. O estranei. Che non sanno come sfamarli», aggiunge padre Wismith. I “buscones” offrono la soluzione: si incaricano di portare il bambino oltre-confine a “lavorare”. Altre volte, sono le stesse famiglie a consegnarli ai trafficanti. «Credono alle promesse. Tanto da sborsare 80 dollari per far espatriare il figlio, nella speranza di dargli un futuro migliore», dice il religioso.

In media, 200 bambini alla settimana attraversano illegalmente il confine. Da gennaio a settembre – secondo i dati dell’organizzazione Red Fronteliza de Solidariedad Jeannot Success (Rfjs) – sono passati 7.320 minori. Di tutte le età. Nel 2009, ne erano stati contati 950. «Settemila sembra un numero enorme, ma potrebbe essere molto maggiore – afferma padre Wismith –. La Red monitora i 21 valichi principali, inclusi quelli superaffollati in corrispondenza di Jimaní, Dejabón e Elias Pinos. Ma tantissimi altri sfuggono al controllo. Oltretutto, i volontari fanno la rilevazione solo due giorni alla settimana».

La maggior parte dei piccoli finisce a prostituirsi per i turisti nelle spiegge dominicane di Boca Chica, altri sono “acquistati” come piccoli schiavi domestici o per mendicare. I “buscones” haitiani li fanno arrivare dall’altro lato della frontiera. Qui vengono alloggiati in case “sicure” fino a quando non vengono presi in consegna da altri trafficati che li smistano nelle varie destinazioni. Il costo di un bambino – fino allo scoppio del colera – si aggirava intorno ai 125-150 dollari. Ora si arriva a 200. «Un traffico di simili proporzioni non sarebbe possibile senza la complicità degli agenti di frontiera – aggiunge il missionario –. Questi ultimi prendono una quota fissa per ogni minore che fanno finta di non vedere ». Tale quota, in base a un’inchiesta del Miami Herald sarebbe di circa 10 dollari. «I soldati non prendono direttamente i soldi. Ci sono dei ragazzini incaricati di raccoglierli dai trafficanti e di consegnarli. Da poco, uno di questi è fuggito col denaro. Il giorno dopo è stato trovato morto ». (Lucia Capuzzi AVVENIRE 13.01.11)

I piccoli vengono prelevati con false promesse dai campi di Port-au-Prince A volte i genitori stessi li consegnano nella speranza che abbiano un futuro migliore altrove Invece i ragazzini spesso vengono venduti per duecento dollari: finiscono a fare i domestici o sono costretti a mendicare e prostituirsi nelle zone turistiche

Padre Lazard del servizio per i rifugiati: «Il traffico è cresciuto dopo l’esplosione del colera. Gli agenti alla frontiera spesso prendono soldi per far finta di niente»

“sono andato a vedere Hereafter”

12 Gennaio 2011 Nessun commento

tsunami_grande

“……….Clint più invecchia più sforna capolavori, toccati gli ottant’anni ci regala il suo capolavoro assoluto, stavolta lancia uno sguardo sull’aldilà, vede qualcosa che nessuno ha mai visto, ce lo racconta con parole-immagini turbate-commosse, insinua il dubbio che qualcosa c’è, anche chi non crede esce dal cinema con l’idea che la morte non è la fine.

………Silenzio, comincia. Lo tsunami ha l’apocalittica violenza delle catastrofi bibliche: spiaggia brulicante di vita, l’Oceano si ritira come per prendere la rincorsa, ritirandosi scopre il fondo, poi costruisce una muraglia liquida alta come una città e la scaraventa sulla costa….

…Via un’ondata sotto un’altra. Le ondate sbattono sulle costruzioni e le sradicano, poi scorrono per le vie trasportando auto, tavoli, ringhiere, frigoriferi, tutto. Le riprese son girate da sopra l’acqua e da sotto. La giornalista francese protagonista della prima storia va sotto, e sotto si sente il crac di una massa nera che le sbatte sul cranio. Poi lei resta inquadrata come attonita. È il tempo fra il di qua e il di là. C’è un medium americano che ha il potere, lui dice la maledizione, di entrare in questo tempo, collegarsi con i morti, sentire le loro parole, e dircele.

Un bambino inglese di 9 anni è figlio di una tossicodipendente, ha un fratello, godono quando la madre li manda a prendere una sostanza che (loro consultano Google) contrasta l’eroina. Vuol dire che sta guarendo. Ma dalla farmacia il piccolo non torna, un’auto l’ha travolto. Il fratellino vorrebbe collegarsi con lui, sentirlo parlare. Il medium si presta. È il momento di massima penetrazione di Clint nello spazio dell’aldilà. L’aldilà appare per lampi e squarci, è più detto che visto. Ma è l’aldilà dei medium, dove si muovono fantasmi proiettati dal di qua. La cosa più importante che il fratellino morto dice al fratellino vivo è: «Non mettere più quel berretto, è mio».

Un aldilà onirico, non metafisico. Incuriosisce, non interessa.
Tanto meno un cattolico.
Non interessa neanche i protagonisti, medium e giornalista francese, che infatti si mettono d’accordo per vivere insieme nel di qua, felici e contenti. ‘V’è piaciuto?’ chiedo agli spettatori che s’alzano in piedi intorno a me.

Rispondono: ‘Lo tsunami’. Ma quella non è arte, è professionalità. Il film rivela un’ambizione immensa, ma inane. Se questo è ciò che Clint ha da dirci sull’Aldilà, tra ascoltarlo e non ascoltarlo non fa differenza.

La scena iniziale dello tsunami vale da sola un Oscar per gli effetti speciali, ma poi «Hereafter» che sta riscuotendo grande attenzione delude le attese rivelando un’ambizione immensa, ma inane
(Ferdinando Camon AVVENIRE 11.01.11)

il bacio e il cannone

11 Gennaio 2011 Nessun commento

strada
“Il rumore di un bacio non è come quello di un cannone, ma la sua eco dura molto più a lungo.”
Me l’ha fatto conoscere la figlia di miei amici che si è laureata proprio su questo libro dal titolo inglese stravagante, The Autocrat of the Breakfast Table, «l’autocrate del tavolo della prima colazione». È una miscela di saggi e riflessioni volutamente un po’ snob di un professore di anatomia dell’università americana di Harvard divenuto scrittore, Olivier W. Holmes (1809-1894). Mi colpisce la frase paradossale che sopra ho tradotto perché si fonda su un contrasto estremo: che cos’è mai, infatti, lo schiocco di un bacio rispetto all’esplosione di un proiettile? Eppure c’è una differenza che non è più quantitativa ma qualitativa. Distruggere è un atto facile e primitivo, creare è un’azione complessa e suprema. Il colpo di cannone che spezza un albero o, peggio, annienta una persona è un dato brutale e istantaneo, ma far rinascere e crescere una pianta o una vita umana è un’opera grandiosa e immensa. Così, il bacio nella sua semplicità e fragilità riesce a creare e ad esprimere una storia delicata e ricca di eventi, di emozioni irripetibili, di segreti: è una realtà quantitativa minima che ha in sé una costellazione immensa di valori. Per questo alla potenza bisogna preferire la bellezza, alla forza l’amore. Il distruggere semina solo silenzio e morte ed è un gesto sbrigativo e bestiale; l’amare è un’esperienza lenta e dolce che genera vita e prodigi. La brutalità non sarà mai capace di far rifiorire ciò che ha annientato; la tenerezza e l’umanità sanno compiere il miracolo della vitalità, della bellezza, della creazione. Purtroppo tutta la luce dell’amore non riesce ad arrestare la tenebra della violenza; ma quella stessa luce riesce a rigenerare ciò che la violenza ha abbattuto dimostrando così che l’amore ha l’ultima parola sempre.
(da IL MATTUTINO)