Archivio

Archivio Marzo 2011

“una gran brutta storia” Andraous

31 Marzo 2011 Nessun commento

andraous

«Ho una brutta storia alle spalle. Una gran brutta storia, che incute timore. Non potrò mai scrollarmi di dosso il dolore che ho provocato. Ma oggi non nascondo più il mio passato. Anzi lo racconto per evitare che altri cadano nel mio abisso». Lui è Vincenzo Andraous, 57 anni, quasi tutti passati in carcere. Tra le sbarre ha già trascorso 40 anni (è entrato per la prima volta a 14 anni), passando tra i penitenziari più duri della penisola. Condannato all’ergastolo perché implicato in tre omicidi di una violenza indicibile, (fuori e dentro il carcere), è stato coinvolto nelle nefandezze dei più temuti criminali, come il famoso Vallanzasca. E la stampa l’ha ribattezzato spesso con epiteti da brivido. Oggi dopo un lungo cammino di conversione, continua a scrivere su giornali e riviste, oltre a firmare libri e saggi che gli sono valsi già 80 premi letterari. Da oltre dieci anni sta pagando la sua pena, in regime di semilibertà, alla Casa del Giovane di Pavia, una comunità per ragazzi contro le dipendenze (alcol, droga, disagio). La passione che mette al servizio di questa struttura, svolgendo le mansioni di educatore, balza subito all’occhio, come il tatuaggio sul braccio forzuto, l’unico segno riconoscibile di un passato da cui si sente ormai lontano “secoli”.

È stato condannato per omicidi. Eppure lei ripete che tutto è cominciato con un sasso…
Sì. Sono originario di Catania, ma la mia famiglia si è trasferita quando ero ancora bambino in un paesino del nord-est. Ero uno dei pochi “terroni” e questo continuo ritornello mi portava a reagire malamente. Al campo sportivo ero sempre sotto un mucchio di dieci persone che pestavano il “terrone”. Fino a quando ho scoperto la potenza di un sasso con cui ho spaccato la testa a un mio amico. Ho cominciato a ottenere rispetto e ho capito che la violenza poteva mettere tutti in riga. È cominciata lì la discesa verso l’inferno.

La sua è stata un’infanzia difficile?
Sì. Mio padre è scomparso quando avevo 8 anni. E solo mia madre lavorava. Ma in fondo sono tutte giustificazioni: la famiglia, l’ambiente… Il vero problema ero io. Non volevo essere un passo indietro rispetto a chi aveva più di me. E ho cominciato a primeggiare seminando il terrore. Quel sasso mi ha portato a essere anche nella classe il bullo e ho collezionato presto varie espulsioni fino all’abbandono della scuola e della famiglia. Mia madre ci ha provato in tutti i modi: prima con le buone, indebitandosi per accontentarmi in ogni modo; poi con le botte (tante). Ma ormai non poteva più nulla: avevo dato vita a una banda di minorenni con la quale rubavo e mi sostenevo senza problemi. Entravo e uscivo da un carcere minorile all’altro: ma ne ero quasi fiero. Ero in preda a un vero delirio di onnipotenza.

Un delirio che da adulto l’ha coinvolta in tre delitti: uno nel 1977 a Milano per una rapina finita male e gli altri due nel 1981 nel carcere di Novara per una rivolta orchestrata da Vallanzasca.
Negli anni Settanta il carcere era un’arena, non c’era giorno che non succedesse un omicidio, una rivolta o un’evasione. Purtroppo ha prevalso in me ancora la follia attecchita da ragazzino: a 13 anni lanciai un cancellino contro una professoressa a scuola e tutti per paura della mia vendetta mi coprirono. Nessuno osò accusarmi. L’omertà è una legge di sangue. Anche in carcere. Ero diventato il mito anche delle carceri e questo mi ha “fottuto”, mi ha ottenebrato la mente… Dal sasso, al cancellino alle armi, con la stessa logica di affermazione di potenza. Poi mi hanno attribuito tante altre cose. Ma io so che cosa ho commesso, me ne prendo tutta la responsabilità e continuo a pagarlo da 40 anni. Però se oggi sono una persona diversa, lo sono “nonostante” il carcere.

In che senso?
Devo ringraziare tanti direttori di carceri e tanti agenti penitenziari che mi hanno aiutato, accompagnato e trattato da uomo. Però mi chiedo: crediamo ancora che la pena abbia una funziona rieducativa come auspica la Costituzione? In carcere oggi ci vogliono più psicologi ed educatori: prevale l’aspetto coercitivo e non preventivo e rieducativo. Io porto il macigno di un passato orribile che mi rimarrà per tutta la vita: prova a portarti questo peso da 40 anni in un contesto dove rischi di perdere la vista e l’olfatto, in celle minuscole dove anziché un detenuto ce ne stanno tre. Sono stato rinchiuso dappertutto, da Pianosa all’Asinara… E dal 1982 al 1987 sono stato in isolamento, in una cella di 3 metri per 3. Sono evaso due volte nella mia vita, ma per fortuna non mi è mai balenato nella testa la scorciatoia del suicidio, neppure quando ero di fatto in una bara costruita su misura. Però non mi meraviglio che oggi la media è di 80-90 suicidi all’anno in carcere.

Qualcuno potrebbe obiettarle che è servito a farle cambiare strada.
No, io ho sbagliato e sto pagando. Ma il carcere duro non rende mansueti. Anzi in quelle condizioni aumentava la voglia di fare più male ancora, di vendicarmi quanto prima. La pena deve servire anche a riparare, per quanto possibile, al male commesso. Ho tolto la vita alle persone. È un carico che nessuna scorciatoia mi potrà annullare. In questi casi devi esser capace di farti aiutare. Altrimenti soccombi. E io ho avuto la grande fortuna di incontrare persone che mi hanno dato una mano.

Chi?
Uno su tutti è stato per me don Giuseppe Baschiazzorre. Una leggenda. Era il cappellano del carcere di Voghera, ora è morto. Lo incontrai negli anni ‘92-’93 e fu una svolta. Capii subito che con lui dovevo giocare a carte scoperte, non potevo più barare. Era un uomo prima che un prete. Era uno di quelli che si sedeva davanti a te e non aveva paura di prendersi un cazzotto. Però te lo dava anche. Lui mi ha insegnato che il rispetto vero per gli altri comincia quando poni un limite alle tue presunzioni e ascolti. Se lo fai non hai paura di dire all’altro “aiutami”. Con don Giuseppe non c’era più bisogno di scrivere e poi buttare via le carte per paura che qualcuno leggesse le mie fragilità. Lui mi diede subito fiducia e diventai animatore del Collettivo Verde, con il quale girammo per dieci anni in Italia impegnandoci in attività sociali e culturali. Ma un altro incontro decisivo è stato quello con don Franco Tassone. Lui ha giocato una partita terribile, non tanto con me, quanto con la città di Pavia…

Perché?
È stato lui a volermi alla Casa del Giovane. E 11 anni fa prendere Andraous non era semplice. Tanti dicevano che c’era dell’opportunismo da parte mia. Non era vero. Avrei potuto tante volte tornare alla vita passata. Ma io sono uno che ha sempre fatto scelte definitive: sia quando volevo delinquere, sia quando ho deciso di cambiar rotta. Con don Franco ci siamo intesi subito. È bastato un gesto. Mi ha chiesto di sovrapporre la mia mano alla sua: da allora è cominciato un percorso per il quale non ho più paura di sbagliare. E non lo farò.

Qual è il suo rimorso più grande?
Penso spesso ai familiari delle vittime. Ma il perdono non può essere sbandierato o richiesto tramite i giornali. È qualcosa che deve essere fatto privatamente e nel massimo silenzio tutti i giorni. Ho provato a sentirli e qualcuno mi ha anche perdonato. Per me è stato un attestato di conforto per il cammino che ho intrapreso.

Si è mai chiesto se fosse stato lei al loro posto?
Tante volte. E magari avrei reagito anche peggio. Per questo se mi odiano io li rispetto. Oltre a pagare in carcere, io sto cercando di chiedergli perdono tutti i giorni con la mia testimonianza nella casa del Giovane, nelle scuole e ovunque mi chiamino a parlare. Nulla di sovrumano, intendiamoci. Ma dando tutto me stesso. Non posso fare di più.

Sui suoi crimini hanno pesato anche le ideologie politiche degli anni passati?
Solo in parte. Ha sempre prevalso il delirio di onnipotenza. Io non ho mai aderito ad alcun partito. Ho sostenuto i Radicali solo al tempo del processo Tortora: sapevo che era innocente per questo mi son schierato con Pannella che era tra i pochi a difenderlo. Ma poi ho ridato indietro la tessera ai radicali per le loro posizioni sull’aborto per esempio o a favore della legalizzazione delle droghe. Per me non esiste la distinzione tra droghe leggere e pesanti: su 280 ragazzi tossicodipendenti che seguo alla Casa del Giovane 260 hanno cominciato con lo spinello, che oltre ad esser dannoso può esser responsabile anche della morte di altri innocenti (penso alle vittime della strada). Per quanto mi riguarda, non ho mai fatto uso di droga per delinquere. L’adrenalina più grande per me era saltare il bancone della banca, senza armi: una forma di “romanticismo improponibile”…
Ma oggi il vero problema sono i genitori che vogliono porsi come “amici” dei propri figli. Si è persa l’autorevolezza: dire sempre di sì costa meno fatica che educare alla responsabilità. E si tende a giustificarli sempre e comunque quando sbagliano.

Sentirla parlare così stride pensando al suo passato «orribile», come lo definisce lei stesso.
Me lo dicono spesso. Io però non ho più paura di riconoscere il mio passato: conosco ogni anfratto dei detriti che ho alle spalle. E più lo ripercorro più costruisco futuro, perché so che non farò più quegli errori. E c’è di più: mi spenderò fino alla fine perché gli altri non li facciano. Ma sia chiaro, io non uso mai la cattedra come docenza: è solo la cattedra di un colpevole. Poi dico sempre ai ragazzi, attenzione, non ho la pretesa di salvarvi, sarei un presuntuoso. Posso solo aiutarvi. Per essere salvati bisogna rivolgersi a qualcuno più in alto…

A chi?
A Cristo. Io grazie a quei sacerdoti ho scoperto la fede. Gesù è il mio più grande amico, lo vedo riflesso in tanti volti che incontro. Lui è davvero un eroe. Ha avuto rispetto degli altri senza usare mai la violenza. Altro che rivoluzionari alla Che Guevara. Gesù ha avuto rispetto perfino per chi l’ha tradito. Ho ripensato all’immagine di quella professoressa che colpii col cancellino: rimase per una frazione di secondo a mezz’aria e sopra di lei c’era il crocefisso. Avevano una somiglianza incredibile: la stessa sofferenza di una vittima innocente.

Non la scoraggia la dicitura della sua condanna: “fine pena mai”?
A volte ci penso. E mi domando: ma lo Stato può riconoscere che una persona dopo 40 anni di carcere è diversa? È intelligente pensare che abbia un valore da sfruttare? Io penso come don Enzo Boschetti, il fondatore della Casa del Giovane, che l’irrecuperabilità di una persona è solo un comodo rifugio della nostra intelligenza. Per questo ho chiesto la grazia. Ma son sicuro di non riceverla: manca la volontà politica (di ogni colore), prevale un certo spirito vendicativo, per cui nel mio caso sarebbero pochi anche 80 anni di reclusione. Ho aspettato vari anni prima di chiedere la grazia perché ci vuole un percorso serio. Mi fa sorridere che Vallanzasca e altri come lui dicano in un mese di voler fare gli educatori. Ma non intendo polemizzare con lui: è lui che continua a citarmi a sproposito, ma io ho tagliato con quel mondo. Dico solo che non basta un film. Io vengo da 11 anni di lavoro, di presunzioni prese a calci, ma non mi sento un educatore. Da anni non rilascio interviste, l’ho fatto per La Bussola, perché è un quotidiano cattolico che mi piace molto. Poi anche completamente libero lavorerei a tempo pieno per la Casa del Giovane…

È qui che ha incontrato anche sua moglie?
Sì, non so come ha fatto a innamorarsi di me. L’amore rende davvero ciechi. Dalle 8 alle 22 quando ritorno in prigione a Pavia posso vederla e dedicarmi alla Casa del Giovane che è diventata casa mia. Ora oltre ad alcolisti, tossicodipendenti, questa comunità che conta 18 strutture in Lombardia e Piemonte ha aperto le porte anche ai barboni. La sera ritorno in carcere stanchissimo, ma felice. Alla Casa del Giovane sperimenti davvero la correzione fraterna. Vige la regola di don Boschetti: “Si educa e si rieduca solo con l’amore e la fiducia”. Se venisse applicata nelle carceri sarebbe una rivoluzione.

Continua a scrivere sempre in maniera forsennata…
Scrivo saggi e articoli. E leggo di tutto, sono un onnivoro, in particolare i testi filosofici, i libri di Erri De Luca e la Bibbia. Ma ho smesso con la poesia. Prima pensavo che scrivere versi fosse l’unico strumento per tagliare la realtà. Oggi penso al contrario che è la realtà che formula poesia. Ritengo che la mia rivincita più grande sia Yelenia, la figlia della mia prima moglie scomparsa da tempo…

Perché una rivincita?
Lei mi ha spinto al cambiamento. Oggi ha 37 anni è sposata e mi ha regalato la gioia di esser nonno. Una rivincita perché non sono mai stato suo padre davvero. Quando è nata ero già latitante. Mi ha sempre visto al di là di un vetro in carcere quando mia madre la portava ai colloqui. Aveva sempre la testa bassa e io nel mio delirio pensavo che fosse una forma di rispetto per me. In realtà nei suoi occhi c’era la rabbia perché non mi interessavo a lei. Ho rischiato di farla diventare autistica. Non parlava più con nessuno. Soffriva terribilmente. A scuola l’additavano come la figlia del boia delle carceri, il killer senza scrupoli…

Quanto le pesano ancora questi epiteti?
Dieci anni fa mi facevano ancora male. Oggi non più. Purtroppo c’è anche tra i credenti la tendenza a giudicare chiunque senza nemmeno sapere il vissuto delle persone. Oltre il pregiudizio c’è sempre un uomo con la sua dignità. Continuo a lavorare su me stesso. Non in modo esigente. Di più: sono feroce.

Da “grande” nel male al proposito di esser grande nel bene, come l’Innominato di Manzoni…
Un altro mio cruccio è aver investito ogni mia energia nel male. “Pensa se l’avessi fatto nel bene, mi dicono tanti, chissà dove saresti arrivato”… Ma la verità è che mi corrode e mi spinge il rimorso del male fatto agli altri.

C’è ancora qualcuno che ha timore di accostarsi a lei?
Penso di no. Faccio tanti incontri e conferenze, parlo anche ai bambini. Non mi tiro indietro, sapendo che è un privilegio ma anche una grande responsabilità. Io non sono un maestro. Una volta andai a parlare della mia vita ai ragazzi di una parrocchia. Finito l’incontro, mentre stavo andando via, una ragazzina corse verso di me, mi mise tra le mani un biglietto e scappò via subito. C’era scritto: “Ciao, sono Eva. Io non so se gli uomini ti hanno perdonato. Ma sono sicura che Dio ti ha perdonato”. Io quel biglietto ce l’ho ancora.

Antonio Giuliano www.labussolaquotidiana.it

“…non lasciarlo a terra!!..

29 Marzo 2011 Nessun commento

aereo

L’aeroporto di una città dell’Estremo Oriente venne investito da un furioso temporale. I passeggeri attraversarono di corsa la pista per salire su un DC3 pronto al decollo per un volo interno.
Il decollo era prossimo e un uomo dell’equipaggio chiuse il pesante portello dell’aereo.
Improvvisamente si vide un uomo che correva verso l’aereo, riparandosi come poteva, con un impermeabile. Il ritardatario bussò energicamente alla porta dell’aereo, chiedendo di entrare. L’hostess gli spiegò a segni che era troppo tardi. L’uomo raddoppiò i colpi contro lo sportello dell’aereo. L’hostess cercò di convincerlo a desistere. “Non si può… E tardi… Dobbiamo partire”, cercava di farsi capire a segni dall’oblò.
Niente da fare: l’uomo insisteva e chiedeva di entrare. Alla fine. l’hostess cedette e aprì lo sportello.
Tese la mano e aiutò il passeggero ritardatario a issarsi nell’interno.
E rimase a bocca aperta. Quell’uomo era il pilota dell’aereo.
—————————

Attento! Non lasciare a terra Dio, il pilota della tua vita.
(Bruno Ferrero)

la strategia dell’asino

25 Marzo 2011 Nessun commento

somaro

C’erano una volta un uomo anziano e un vecchio asino.
Un giorno, l’asino cadde in un pozzo ormai esaurito, ma profondo. Il povero animale ragliò tutto il giorno e l’uomo cercò di pensare a come tirarlo fuori dal pozzo. Alla fine, però, pensò che l’asino era molto vecchio, debole, senza contare che da tempo aveva deciso di riempire di terra il pozzo che era ormai prosciugato.
Decise di seppellire là il vecchio asino. Chiese a diversi vicini di aiutarlo; tutti presero una pala e cominciarono a gettare terra nel pozzo. L’asino si mise a ragliare con tutta la forza che aveva. Dopo un po’, però, tra lo stupore generale, dal pozzo non venne più alcun suono.
Il padrone dell’asino guardò nel pozzo, credendo che l’asino fosse morto, ma vide uno spettacolo incredibile: tutte le volte in cui veniva gettata una palata di terra nel pozzo, l’asino la schiacciava con gli zoccoli. Il suo padrone e i vicini continuarono a gettare terra nel pozzo e l’asino continuò a schiacciarla, formando un mucchio sempre più alto, finché riuscì a saltare fuori.

Una scimmia da un albero gettò una noce di cocco in testa ad un saggio. L’uomo la raccolse, ne bevve il latte, mangiò la polpa, e con il guscio si fece una ciotola
La vita non smetterà mai di gettarci addosso palate di terra o noci di cocco, ma noi riuscíremo a uscire dal pozzo, se ogni volta reagiremo. Ogni problema ci offre l’opportunità di compiere un passo avanti. Ogni problema ha una soluzione, se non ci diamo per vinti…
(B.Ferrero)

tre vite

24 Marzo 2011 2 commenti

“..Tutti vivono almeno tre vite: una reale, una immaginaria e una non percepita.
«Stanotte, ritrovandomi improvvisamente a occhi aperti con tutte quelle ansie che svaporano al mattino, ho acceso la luce schermata sul comodino, ho aperto un libro di Bernhard e con la matita ho cominciato a sottolineare qua e là qualche parola, qualche frase smozzicata-». Sto leggendo anch’io a notte fonda, come spesso mi capita: ho tra le mani Il posto delle cornacchie, un libro di un amico scrittore che anche i nostri lettori ben conoscono perché a più riprese ha occupato questo spazio sul giornale, Ferruccio Parazzoli. E tra le frasi dell’aspro autore austriaco Thomas Bernhard (1931-1989), che egli sottolinea con la matita, scelgo due riflessioni acide ma vere.
Per molti si è veramente vivi solo quando si appare, quando si hanno i riflettori puntati su di sé, quando l’attenzione degli altri ci gratifica di un qualche interesse.
Soltanto così si spiega quel triste denudarsi intimo che avviene in certi programmi televisivi per dimostrare a sé e agli altri di esistere e di essere importanti, senza badare a quale prezzo.
Ma andiamo avanti con Bernhard e la sua considerazione sulle tre vite.
Sì, c’è l’esistenza reale, registrata anche dai documenti o dai nostri ricordi.
C’è, però, un’altra vita fatta di fantasticherie, di castelli in aria, di chimere e miraggi: è anch’essa necessaria, purché non debordi cancellando la prima e rendendoci persone alienate e paranoiche. Purtroppo è la terza vita che sfugge a molti ed è quella interiore, profonda, spirituale. Veleggiamo sulla superficie degli eventi o ci astraiamo nel sogno, ma non scaviamo nell’anima, nella coscienza, nel recesso segreto del cuore. ”
G.Ravasi39844_1520224096430_1559382034_1261571_4769355_n

“diglielo prima!”

21 Marzo 2011 Nessun commento

)149482_164371680260191_100000620791216_363579_2658494_s

“Strano! L’insegnante di matematica cominciò la sua ora dicendo agli allievi: “ Scrivete su un foglio la lista dei nomi dei compagni e delle compagne di classe lasciando un pò di spazio sotto ogni nome. “
”Ora – disse poi – pensate la cosa più bella che potete dire su ciascuno dei vostri compagni e scrivetela sotto al suo nome”
Ci volle tutto il resto dell’ora per finire il lavoro. Alla fine ciascuno consegnò il suo foglio e l’insegnante se li portò a casa.
A casa fece accuratamente un’altra cosa. Prese tanti fogli quanti erano i suoi allievi. Su ciascuno scrisse il nome e, sotto al nome, riportò tutte le cose che i compagni avevano scritto di lui .Il giorno in cui ritornò a scuola consegnò a ciascuno il suo foglio. Tutti si zittirono e si misero a leggere.Poco dopo l’intera classe stava sorridendo.
“Davvero?”, diceva Bill , “Non sapevo di contare così tanto per qualcuno!”,
“Non pensavo di piacere tanto agli altri” erano le frasi più pronunciate.
Nessuno parlò più di quei fogli in classe, e la prof non seppe se i ragazzi l’avessero discussa dopo le lezioni o con i genitori, ma non aveva importanza: l’esercizio era servito al suo scopo:
gli studenti erano fiduciosi in se stessi e diventavano sempre più uniti fra loro.
Molti anni più tardi, uno degli ex-studenti , militare in Afghanistan, rimase ucciso in una imboscata. L’insegnante partecipò al funerale.
I chiesa c’erano tutti i suoi ex-compagni di quella classe.
Uno ad uno si avvicinarono alla bara, e l’insegnante fu l’ultima a salutare la salma.
Mentre stava lì, uno dei soldati presenti le domandò “Lei era
l’insegnante di matematica di Mark?”
Lei fece cenno di sì. E lui:”Mark parlava di lei spessissimo”
Dopo il funerale andarono insieme a salutare i genitori di Mark .
“Vogliamo mostrarle una cosa”, disse il padre all’insegnante, estraendo un portafoglio dalla tasca. “Lo hanno trovato nella sua giacca .Dentro c’è una cosa che lei certamente riconoscerà.” Aprendo il portafoglio, estrasse con attenzione un pezzo di carta che, si capiva bene!. doveva essere stato piegato, aperto e ripiegato molte volte.
L’insegnante lo riconobbe subito: quel foglio era quello in cui lei aveva scritto tutti i complimenti che i compagni di classe di Mark avevano scritto su di lui.
“Grazie mille per averlo fatto”, disse la madre di Mark.
“Come può vedere, Mark lo conservò come un tesoro”
A questo punto, come ad un invisibile cenno, uno dopo l’altro tutti gli ex compagni di classe di Mark si avvicinarono all’insegnante.
Charli sorrise timidamente e disse “Io ce l’ho ancora la mia lista.
E’ nel primo cassetto della mia scrivania a casa “.
La moglie di Chuck disse “Mio marito mi ha chiesto di
metterla nell’album di nozze” Marilyn aggiunse che la sua era conservata nel suo diario.
Poi Vicki, un’altra compagna, aprì la sua agenda e tirò
fuori la sua lista un po’ consumata, mostrandola al gruppo.
“La porto sempre con me, penso che tutti l’abbiamo conservata”
L’insegnante si sedette : sul suo viso si vedevano bene commozione e gioia insieme!!
———————————————————————————————————–
Quanti elogi fai ad una persona amata quando non sta più qui con te!, quando purtroppo non servono più!
Se vuoi darle gioia, stimolo, fiducia, incoraggiamento, tutto il bello che trovi in essa non aspettare a dirglielo dopo! DIGLIELO PRIMA!!!”
(www.pensieridelgufo.it

il peso delle lacrime

18 Marzo 2011 2 commenti

lacrime

“Nel giorno del giudizio /
verranno pesate solo le lacrime.”

Sono stato tante volte in Egitto e devo confessare di essere stato sempre affascinato dalle pitture parietali con le scene del giudizio del defunto, giunto davanti al dio arbitro del suo destino. Una bilancia raccoglieva su un piatto l’anima del morto, mentre sull’altro piatto era posata una piuma. Solo l’anima lieve come quella piuma, cioè libera da colpe, sarebbe stata ammessa nell’eternità beata. Era la cosiddetta “psicostasia”, la pesatura delle anime.
Lo scrittore pessimista franco-rumeno Emil Cioran (1911-1995) immagina un’altra pesatura per il giorno del giudizio, quella delle lacrime. È sostanzialmente un’idea biblica perché l’antico salmista ebreo cantava: «Le mie lacrime, o Dio, nell’otre tuo raccogli: non sono forse scritte nel tuo libro?» (Salmo 56,9). Dio è raffigurato come un pastore che avanza nel deserto tenendo sulle spalle un otre, «il pozzo portatile» come lo chiamano i beduini, con la riserva d’acqua che permette di sopravvivere prima di raggiungere l’oasi. È, quindi, uno scrigno di vita, prezioso e custodito con cura.
Ebbene, il Signore nel suo otre raccoglie le nostre lacrime, spesso ignorate dagli altri e ignote ai più. Esse non cadono nella polvere del deserto della storia, dissolvendosi nel nulla.
C’è Dio che le depone nel suo otre conservandole come fossero perle.
Ad attenderci non c’è, dunque, l’assurdo; né una divinità implacabile pronta a pesare solo le nostre colpe. Siamo lontani dall’amaro scetticismo del poeta greco Eschilo che, di fronte all’insonne respiro di dolore che sale dalla terra al cielo, s’interrogava: «Io grido in alto le mie infinite sofferenze, dal profondo dell’ombra chi mi ascolterà?» (Persiani v. 635).
Quel silenzio è squarciato dal Dio che pesa le lacrime per trasformarle in luce.”
G.Ravasi
————————-
o siano lacrime di sofferenza
o siano lacrime di….ritorno a Lui

“Così è se mi pare”

17 Marzo 2011 Nessun commento

s.gemolo

«Dopo san Francesco ora canto un martire»
Angelo Branduardi ha scelto un’impronta pirandelliana per il suo nuovo album Così è se mi pare. A comporre Così è se mi pare sono quattro nuovi pezzi e due cover, The scarlet tide di Elvis Costello e Fairy tale in New York dei Pogues. Mezz’ora di suoni dal sapore antico cui prestano estro e penna Maurizio Fabrizio, Walter Tortoreto e la moglie Luisa Zappa Branduardi.

La scelta di includere solo sei pezzi è imposta da due necessità: mettere in vendita il cd a prezzo ribassato (9,90 euro) e poter curare ogni dettaglio in maniera quasi maniacale. «Non avendo più obblighi di classifica o di mercato, posso concedermi il lusso di fare i dischi proprio come voglio. Anche perché in Italia come in Germania, in Belgio o in Francia il mio zoccolo duro, i “Branduardians”, non me lo tocca nessuno” spiega, mostrando con orgoglio il calendario di un tour, al via domani dal Teatro Anselmi di Pegognaga, Mantova, dislocato soprattutto all’estero ma con significative puntate in Italia, come ad esempio il 16 aprile all’Aquila.

In Gira la testa (La veglia di San Gemolo) si aggiunge alla comitiva pure il paroliere Pasquale Panella. «Il pezzo nasce da una nostra chilometrica telefonata in cui gli ho raccontato la mitica storia di san Gemolo, martirizzato attorno all’anno Mille nel luogo in cui oggi sorge la Badia di Ganna, poco lontano da dove vivo. Decapitato dai briganti, l’uomo (che li aveva inseguiti e cercato di convincerli in nome di Dio a riconsegnare ciò che avevano rubato a suo zio vescovo, che transitava di lì in viaggio verso Roma – ndr) raccolse la propria testa, risalì a cavallo, e fece ritorno al proprio accampamento. Poi, compiuta la sua missione, accettò di riposare per l’eternità».

Nel suo nuovo tour, ovviamente, ci sarà spazio anche per un altro santo: «Il mio album L’infinitamente piccolo, dedicato a san Francesco, continua ad avere così tanto successo che sicuramente gli dedicherò uno spazio speciale negli spettacoli». Branduardi torna poi col pensiero ai fan: «Mi sono stati sempre vicini, anche quando raschiavo il fondo del barile con un album decisamente brutto quale Branduardi dell’81 o mi facevo prendere dalla depressione ne Il ladro, disco ottimo ma in cui il disturbo bipolare affiora in maniera evidente».

Mentre continua a carezzare l’idea di una colonna sonora solo per violino, l’uomo «entrato nella storia senza passare per la cronaca» grazie ai trionfi de Alla fiera dell’Est recita il requiem della musica Occidentale mettendo mano all’ottavo capitolo del suo viaggio nel barocco della collana Futuro antico.

«Basato come al solito sulle ricerche di Francesca Torelli, questo nuovo salto nel tempo avrà ad oggetto il Concilio di Trento e le musiche cresciute nella corte papale durante i vent’anni di permanenza tridentina». Volutamente fuori sintonia rispetto al mercato discografico attuale, Branduardi può permettersi pure una stilettata a quei talent show che sembrano essere diventati l’ultima spiaggia dell’agonizzante mercato del disco. «Più li guardo e più penso che quasi quarant’anni fa Canzone intelligente di Ponzoni, Pozzetto e Jannacci nella frase “per far successo con la gente / si prende un filo logico importante / la casa discografia adiacente / veste il cantante come un deficiente / lo lancia sul mercato sottostante” offrisse una fotografia perfettamente a fuoco di quel che accade oggi».
(Massimo Gatto – AVVENIRE -)
hbadia

PERCHE’

15 Marzo 2011 Nessun commento

1224156816

“C’era una volta il punto interrogativo,
un grande curiosone con un solo ricciolone,
che faceva domande a tutte le persone,
e se la risposta non era quella giusta,
sventolava il suo ricciolo come una frusta.
Agli esami fu messo in fondo a un problema
così complicato
che nessuno trovò il risultato.
Il poveretto, che di cuore non era cattivo,
diventò per il rimorso un punto esclamativo.”

«Se non diventerete come i bambini-»: questa frase evangelica non vale solo per il regno dei cieli, ma anche per la nostra esistenza terrena. Qualche volta è necessario ritrovare lo stupore dell’infanzia, con gli occhi spalancati per la meraviglia e con l’instancabile fiorire delle domande. Abbiamo, così, voluto ricorrere a quello straordinario compagno di viaggio dei bambini che è stato Gianni Rodari (1920-1980), con questo suo elogio del punto di domanda, il segno grafico più tipico di chi si apre alla vita. Ne sanno qualcosa i genitori e gli educatori con gli insaziabili «perché?» dei loro ragazzi. Eppure è innegabile quanto scriveva il romanziere francese Honoré de Balzac: «La chiave di tutte le scienze è indiscutibilmente il punto di domanda. Dobbiamo la maggior parte delle grandi scoperte al Come?, e la saggezza della vita consiste forse nel chiedersi, a qualunque proposito, Perché?». Parole sacrosante, queste, per molti adulti di oggi, incapaci di interrogarsi sul senso del loro comportamento, del loro agire e parlare e, alla fine, della loro stessa vita, col risultato di avere atteggiamenti insipienti e un’esistenza vuota e insensata. Non per nulla la pubblicità ama l’esclamativo che non è, però, quello di cui parla Rodari, segno di vergogna per la complessità del mistero che ci circonda, ma solo espressione di imperio, di dominio, di sicumera e di conformismo. (G.Ravasi)

il suo testamento

14 Marzo 2011 1 commento

BHATTI«Il mio nome è Shahbaz Bhatti. Sono nato in una famiglia cattolica. Mio padre, insegnante in pensione, e mia madre, casalinga, mi hanno educato secondo i valori cristiani e gli insegnamenti della Bibbia, che hanno influenzato la mia infanzia.

Fin da bambino ero solito andare in chiesa e trovare profonda ispirazione negli insegnamenti, nel sacrificio, e nella crocifissione di Gesù. Fu l’amore di Gesù che mi indusse ad offrire i miei servizi alla Chiesa. Le spaventose condizioni in cui versavano i cristiani del Pakistan mi sconvolsero. Ricordo un venerdì di Pasqua quando avevo solo tredici anni: ascoltai un sermone sul sacrificio di Gesù per la nostra redenzione e per la salvezza del mondo. E pensai di corrispondere a quel suo amore donando amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani, specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo paese islamico.

Mi sono state proposte alte cariche al governo e mi è stato chiesto di abbandonare la mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta è sempre stata la stessa: “No, io voglio servire Gesù da uomo comune”».
Shahbaz Bhatti

“La mia battaglia continuerà,
nonostante le difficoltà e le minacce che ho ricevuto.
Il mio unico scopo è
difendere i diritti fondamentali,
la libertà religiosa e la vita stessa dei cristiani e delle altre minoranze religiose.
Sono pronto a ogni sacrificio per questa missione,
che assolvo con lo spirito di un servo di Dio.
Ora vi è ancora molto lavoro da fare,
dobbiamo affrontare sfide molto serie
come quella sulla blasfemia.
Cercherò di testimoniare, nel mio impegno, la fede in Gesù Cristo”.
Shahbaz Bhatti, 12 febbraio 2011

(si aspettava di essere ucciso : era accusato di “complice di blasfemia”
perchè cercava di salvare dalla morte Bibi Asìa la donna pakistana cattolica
condannata a morte per blasfemia.
due mesi prima aveva partecipato al funerale del papà
e, al sacerdote che aveva svolto la funzione,
aveva detto “ci ritroveremo qui fra non molto
al mio funerale…”
e questo si è avverato..
UN VERO MARTIRE

“lasciati…beccare sottopelle”..

10 Marzo 2011 2 commenti

MandorloAlto e trionfante, ben diritto e puntato verso il cielo, un mandorlo dominava sull’orto.
Era felice quando le leggiadre cocorite dai vivaci colori o le cinciallegre eleganti e signorili si rincorrevano sui suoi rami; ospitava con gioia cardellini, usignoli e altri uccelli canterini.
Ma un giorno si posò su uno dei suoi rami un upupa. L’uccello appoggiò l’orecchio alla corteccia dell’albero e percepì il formicolio delle minuscole ma voraci larve che abbondavano sotto la scorza. Infilò il suo lungo becco ricurvo nel tronco del mandorlo, cominciò a estrarre le larve e a divorarle.
Il mandorlo precipitò in una cupa tristezza.
Quell’uccello squallido, che frugava con il becco nella sua corteccia e rovinava la sua perfetta bellezza, era veramente insopportabile.
Il superbo mandorlo fece di tutto per scacciare l’upupa, che finalmente un giorno se ne volò via.
Da quel momento le piccole larve poterono ingrassare in pace e lentamente invasero tutto il tronco.
Bastò un colpo di vento, una sera, a schiantare l’orgoglioso mandorlo.

Se qualcuno ti “becca sotto la pelle”, mostrandoti difetti e manchevolezze, non arrabbiarti. Ringrazialo.
(Bruno Ferrero -solo il vento lo sa -)