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Archivio Maggio 2011

chi l’ha detto..?

29 Maggio 2011 Nessun commento

yasuteru

Chi l’ha detto che gli eroi non esistono più? Segnatevi questo nome: Yasuteru Yamada. Non avrebbe il profilo dei personaggi dei fumetti, ma è più coraggioso di Batman e Superman messi insieme. Ingegnere giapponese in pensione, 74 anni, ha fatto un balzo sulla poltrona quando ha sentito che un centinaio di giovani operai erano impiegati nel salvataggio della centrale di Fukushima, danneggiata in modo drammatico dal terremoto e dallo tsunami. «Ma questi sono ragazzi, molti hanno dei figli, perché rischiano la vita con le radiazioni?» ha esclamato con vigore. L’ingegner Yamada ha riunito 160 ex colleghi ultrasessantenni e ha formato un squadra di recupero che sostituisca i ragazzi che tengono famiglia. Nell’operazione aveva cercato di coinvolgere anche un gruppo di veterani di guerra, che però hanno rifiutato con una lunga lettera il cui senso era più o meno: «Scusate, abbiamo già dato». Per ora l’appello dell’ingegnere eroe è caduto nel vuoto anche a livello ufficiale: «Non accettiamo gruppi suicidi», ha detto il portavoce del primo ministro. Lui si è offeso: «Anche io ho paura della morte, non sono un kamikaze, abbiamo studiato misure di sicurezza. E’ solo che i giovani devono prendere precauzioni maggiori». Parole stupefacenti nel loro buonsenso, specie lette da qui, patria della gerontocrazia. Sembra un altro pianeta, è soltanto un altro continente.
(da “LEGGO” di venerdì 27.05.11)

“…..trattatemi bene perchè sono….”

29 Maggio 2011 Nessun commento

“..un Creatore così lontano e spaventevole?..”

25 Maggio 2011 2 commenti

Creek

Non c’è Cristo nel Creatore di Malick
Il film di Terrence Malick vincitore a Cannes, sorprendentemente, parla di Dio. Parla del dolore per un figlio morto in una famiglia americana di forse cinquant’anni fa: brava gente, di chiesa, il padre irrigidito in una durezza protestante, la madre amorosa e però come impotente a dare ai tre figli la certezza che la vita sia buona. Ma tutto il vivere onesto e pio della famiglia non evita che i figli siano infelici, e sospettosi, fra sé, che il Dio che pregano ogni mattina sia in realtà cattivo. Tutta una vita onesta e pia non risparmia la morte di un figlio, e quindi che nel dolore si alzi la straziata domanda di Giobbe.

Dunque il dolore, e il senso; certamente The tree of life (L’albero della vita) è un film religioso. Allora cos’è, il crescente senso di angoscia che può farsi largo in uno spettatore? È che il Dio cercato da questi genitori è unicamente il Dio del Vecchio Testamento: è il Creatore supremo, ordinatore del cosmo, Signore del Big bang. Un Dio che il regista Malick rappresenta in masse incandescenti di materia informe, galassie nascenti nell’universo di tenebre, abissi di oceani in cui nuotano oscure amebe informi. A questo Dio, confusa forma di luce e di vento, la madre offre infine il suo figlio perduto.

Donare un figlio a un Creatore così lontano e spaventevole? È questa l’angoscia che può prendere davanti a The tree of life. Il Dio sideralmente distante delle praterie americane raccontate da Malick non è il Dio che si è fatto uomo; non è Gesù Cristo, non è il Figlio nato da una donna. La domanda posta nel film sembra ripartire da un tempo remoto, di molto avanti Cristo; come se a Betlemme non fosse nato nessuno, e ancora si trovassero, gli uomini, a combattere con la possanza terribile di uno sconosciuto demiurgo; come se, ordinato il cosmo, Dio se ne fosse disinteressato.

E dunque soli, gli uomini, con il devastante peso del dolore e del male. Se manca Cristo manca l’incarnazione, manca la croce caricata su quelle spalle, manca la morte e la pietra del sepolcro che rotola. Manca la resurrezione e il perdono. Manca quindi la speranza.

È denso, allora, lo sgomento che si accumula in chi sta a guardare il dramma di questa famiglia americana. Non c’è, in tutto il film, una sola faccia amica, forte, certa; non c’è alcun uomo nella cui faccia buona ritrovare il volto di Cristo, come è accaduto in duemila anni di cristianesimo, come è accaduto anche pochi giorni fa, a Roma, per Wojtyla beato. Non c’è traccia di quel Dio incarnato da cui, ha detto pochi giorni fa Benedetto XVI, occorre «lasciarsi afferrare»; giacché tutti i nostri sforzi di onestà e rigore, di essere «buoni» con le nostre sole forze, possono alla fine fabbricare il padre duro e vuoto di questo film, e figli tristi e soli, che non credono in niente.

Splendida fotografia, narrazione intensa; e anche vero, come dicono e come ha titolato questo giornale, che questo film è una «preghiera»; preghiera però, come ai tempi di Paolo ad Atene, a un dio ignoto.

Altro dal nostro, di italiani, cattolici, abituati da sempre a incontrare un Dio fattosi bambino nelle Natività sui muri delle nostre chiese; abituati a cercarlo nei tratti intensamente carnali dei volti di Caravaggio. Come nella Vocazione di San Matteo, a San Luigi dei Francesi a Roma; dove un Cristo profondamente uomo e figlio e padre chiama, e Matteo attonito sembra domandare: “Io”? Nello sbalordimento di conoscere un Dio che ti chiama per nome
Marina Corradi AVVENIRE 25.5.11

il cardellino accecato

23 Maggio 2011 Nessun commento

cardellino“Morire come le allodole assetate dal miraggio /
o come la quaglia /
passato il mare /
nei primi cespugli /
perché di volare /
non ha più voglia. /
Ma non vivere di lamento /
come un cardellino accecato.”–
Anche per ragioni cronologiche, non ho potuto mai dialogare con un poeta che amo profondamente, Giuseppe Ungaretti (1888-1970), pur avendo conosciuto e incontrato spesso il suo discepolo prediletto e amico Leone Piccioni. Così, ogni tanto idealmente ascolto il poeta sfogliando le sue raccolte e soffermandomi su qualche pagina. Oggi ho davanti a me i versi della notissima Agonia che so ormai a memoria. C’è dolore e dolore, così come non tutte le morti sono uguali pur meritando lo stesso rispetto. Il lamento del cardellino accecato dalla crudeltà del cacciatore che lo usa come richiamo è, certo, straziante, ma è drammaticamente senza approdo. La vita che trascina è amaramente senza sbocco e significato. Per contrasto, ecco il morire di un’allodola o di una quaglia che si sono gettate nel «folle volo» della ricerca dell’infinito, degli spazi immensi, della luce del sole. Certo, sono ormai stremate e in agonia, ma alle spalle hanno un’avventura esaltante e unica e quindi un’esistenza piena e realizzata. La parabola è chiara: la vita non dev’essere un lamento statico, una rassegnazione atroce, un incubo a cui ci si sottomette, ma una ricerca, una corsa, un volo. In noi ci sono straordinarie possibilità, c’è un’apertura naturale verso l’alto, la bellezza, il gratuito, il mistero, il divino. Dobbiamo cercare di evadere dal perimetro della nostra gabbia, anche a costo di perdere sangue. Se continuiamo ad accontentarci delle cose piccole, non saremo mai capaci di compiere quelle grandi.
Gianfranco Ravasi AVVENIRE 21.5.11

ti chiama per nome e..ti conduce FUORI..

14 Maggio 2011 1 commento

mani” Io sono la porta – disse Gesù -
se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere;
io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
Il buon pastore chiama le sue pecore, ciascuna per nome.
Non l’anonimato del gregge, ma nella sua bocca il mio nome proprio, il nome dell’affetto, dell’unicità, dell’intimità, pronunciato come nessun altro sa fare. Sa che il mio nome è «creatura che ha bisogno». Ad esso lui sa e vuole rispondere.
E le conduce fuori.
Il nostro non è un Dio dei recinti chiusi ma degli spazi aperti,
pastore di libertà e di fiducia. E cammina davanti ad esse.
Non un pastore di retroguardie, ma una guida che apre cammini e inventa strade,
è davanti e non alle spalle.
Non un pastore che pungola, incalza, rimprovera per farsi seguire ma
uno che precede, e seduce con il suo andare, affascina con il suo esempio:
pastore di futuro. “Io sono la porta” Cristo è passaggio, apertura, porta spalancata che si apre sulla terra dell’amore leale, più forte della morte ..sete della storia
Poi la conclusione: Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Non solo la vita necessaria, non solo la vita indispensabile, non solo quel respiro, quel minimo senza il quale la vita non è vita, ma la vita esuberante, magnifica, eccessiva, vita che dirompe gli argini e sconfina, uno scialo di vita. Così è nella Bibbia: manna non per un giorno ma per quarant’anni nel deserto, pane per cinquemila persone, carezza per i bambini, pelle di primavera per dieci lebbrosi, pietra rotolata via per Lazzaro, cento fratelli per chi ha lasciato la casa, perdono per settanta volte sette, vaso di nardo per 300 denari sui piedi di Gesù In una piccola parola è sintetizzato ciò che oppone Gesù, il pastore vero, a tutti gli altri, ciò che rende incompatibili il pastore e il ladro. La parola immensa e breve è «vita». Cuore del Vangelo. Parola indimenticabile. Vocazione di Dio e vocazione dell’uomo. «Non ci interessa un divino che non faccia anche fiorire l’umano. Un Dio cui non corrisponda il rigoglio dell’umano non merita che ad esso ci dedichiamo» (Bonhoeffer). Pienezza dell’umano è il divino in noi, diventare figli di Dio: i quali non da sangue, non da carne, ma da Dio sono nati (cfr. Gv 1, (Ermes Ronchi AVVENIRE)

“ho bisogno di…”

13 Maggio 2011 Nessun commento

«Là in cima c’è la croce là io ora devo andare»

13 Maggio 2011 Nessun commento

lor“Con tutto il rispetto per san Bernardo, il beato Wojtyla potrebbe essere co-patrono degli alpinisti. Il 20 luglio 1988, durante il secondo soggiorno a Lorenzago di Cadore, lo accompagnano in gita sopra Sappada, alle sorgenti del Piave. Lasciati i fuoristrada al Rifugio Calvi, s’incamminano verso il Monte Peralba. Incauti! La montagna, come dice il nome, è candida. Anche in tedesco: “Hochweisstein”, grosso sasso bianco. Ad un certo punto la guida, Gildo Tommasini, sorride: da qui in poi il sentiero è duro e pericoloso, meglio tornare indietro. Anche Giovanni Paolo II sorride. Sulla targa appoggiata al sentiero, che oggi porta il Suo nome, si può leggere la Sua risposta:
«Là sulla cima c’è la croce, là devo andare».
Un tratto del sentiero è esposto, lo imbragano. In cima firma il libro di vetta, che Giulio Galler, gestore del rifugio, si affretterà a mettere al sicuro. Quella sera Navarro Valls dirà ai giornalisti: il Papa è stato in cima al Peralba, a quota 2693. Non per diffidenza ma per curiosità, soltanto un giornalista, l’inviato di Avvenire, la mattina dopo sale a controllare. Tutto vero. Compresa un’altra celebre frase di papa Wojtyla: «Benedetta fatica».
(Umberto Folena AVVENIRE)

candele e fuoco

11 Maggio 2011 Nessun commento

fuoco
“L’assenza affievolisce le passioni mediocri
ma accresce le grandi,
come il vento spegne le candele
e ravviva il fuoco.
«La lontananza, sai, è come il vento, che fa dimenticare chi non s’ama-»: così ripeteva una canzone degli anni Sessanta, rimodulando un motivo non raro nella letteratura di tutti i tempi. Oggi ho scelto di affidarmi a un autore francese prezioso per chi, come me, deve trovare ogni giorno uno spunto tematico espresso in forma incisiva ed essenziale. Si tratta dello scrittore moralistico francese François de la Rochefoucauld (1613-1680), alle cui Massime appartiene questa riflessione sull’assenza e sulla distanza. Bella è appunto l’immagine del vento che, quando soffia forte, spegne le fiammelle dei ceri ma alimenta i focolai degli incendi. Evidente è anche l’applicazione: le passioni vere e profonde non hanno bisogno di continue prove e sostegni; esse si alimentano a una forza e a un’energia di fondo. Vorrei, però, orientare la considerazione lungo un altro percorso tematico. Ai nostri giorni si scambiano per “grandi passioni” quelle che in realtà sono soltanto eccessi. Chi strepita e urla in televisione durante un dibattito o uno spettacolo non lo fa, certo, per un insopprimibile anelito per la verità o la giustizia. Non siamo di fronte allo sdegno profetico ma semplicemente alla cialtroneria pubblicitaria di chi vuole mettersi in mostra. La passione autentica per una causa si coltiva soprattutto nel silenzio delle opere, nell’impegno nascosto. L’assenza dalla scena in questo caso rivela una dignità e una genuina donazione all’ideale senza mettere in primo piano se stessi.
Quasi tutti gli uomini di grande valore sono discreti e semplici.
E questa discrezione è spesso scambiata per debolezza e insignificanza.
(G.Ravasi AVVENIRE 11.05.11)

“..non confondete…”

9 Maggio 2011 Nessun commento

margher

” Per favore
non confondete
la modestia con l’umiltà
La televisione, Internet, gli sms hanno ridotto il nostro vocabolario, ma ogni parola è un concetto, un’idea, un mondo. Ha un contenuto inconfondibile. Perdendola rinunciamo ad un frammento della nostra intelligenza e della nostra sensibilità. Non ci sono sinonimi. Prendiamo come esempio tre parole che spesso usiamo una per l’altra: modestia, riservatezza, umiltà.
La modestia è un modo d’essere che ha la sua essenza nel non voler essere superiore agli altri e nel non dare loro disturbo. Il modesto non si pone mete troppo elevate, non entra in competizione, non pretende di avere grandi riconoscimenti. Non si mette in mostra, non opprime, non si vanta. Evita tutto ciò che ha a che fare con la superbia, la presunzione, la vanità. È misurato in ogni cosa, nel parlare, nel vestire, anche nelle emozioni. Non ha passioni violente.
La persona riservata, taciturna, ha molte qualità della modestia. Parla poco, non si mette in mostra, non entra in competizione e, se ha delle passioni, non le fa trasparire. La sua essenza però è di chiudersi agli altri esseri umani. Non si interessa a loro e non vuole che loro si interessino a lei. Non parla di sé, non si confida, non cerca la confidenza e la simpatia degli altri. I motivi possono esser diversi: timidezza, diffidenza, aridità di cuore.
L’umiltà, invece, non è un modo stabile di essere. L’umiltà nasce dalla drammatica e totale consapevolezza che niente ha realmente valore oggettivo. Per questo possono essere umili i grandi uomini della storia, i grandi filosofi, i grandi scienziati. L’essenza dell’umiltà ce la indica Shakespeare quando nella sua ultima opera, La tempesta, Prospero (il mago che rappresenta Shakespeare stesso) spezza la bacchetta magica e dice la famosa frase: «Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni». Il potere, la fama e la gloria sono solo effimeri applausi degli uomini. È perciò vanità cercare elogi, onori, potere. Quando togli di mezzo il tuo ingombrante io, non ti interessano più i riconoscimenti e non ti ferisce più nemmeno l’ingiustizia che hai subito.
L’umiltà però non rende indifferenti. Anzi, lascia posto a tutto ciò che è virtuoso, purché non sia invadente, tronfio, arrogante. La persona umile può apprezzare l’abilita di un giocoliere, la gentilezza del barista che ti serve, il gioco di un bambino, il sorriso di una ragazza innamorata, la cura che l’insegnante mette nella sua lezione.” Francesco Alberoni corriere.it
09 maggio 2011
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osservazione di un lettore:
“quando togli di mezzo il tuo ingombrante io
per fare posto a Dio (come si propone Giovanni Battista)
allora sei talmente completo
che tutto il resto non trova più posto.
Questa è umiltà vera.” (P.Pauli)

“…sarebbe stato un terremoto…”

7 Maggio 2011 Nessun commento

gp2

Leader della Polonia comunista, nel 1981 il generale Jaruzelski impose lo stato di guerra e mise fuori legge Solidarnosc. Nel 1989 aprì il dialogo con il sindacato libero e permise la svolta democratica. S’incontrò più volte con Giovanni Paolo II.

«Nelle questioni fondamentali – dice – Giovanni Paolo II aveva un atteggiamento intransigente. Per il potere questo era molto pericoloso. Quando venne eletto pontefice eravamo consapevoli che si sarebbe trattato di un ‘terremoto’ che avrebbe messo in difficoltà il sistema, e che sarebbe stato necessario ammortizzare in qualche modo il colpo. Ne soffro, me ne pento, chiedo perdono, addirittura mi vergogno di certe parole e di certi eventi».

«Non era possibile parlare con il Papa senza sentire per Lui una simpatia umana. Era caratterizzato da un lato da una grande maestà, dall’altro dalla semplicità e dalla cordialità. Non dava l’impressione di voler dare degli insegnamenti, non c’era nessun senso di superiorità. Più di una volta mi ha detto: ‘Generale, la prego di ricordare le parole del re Sigismondo Augusto: non sarò re delle vostre coscienze».
AVVENIRE 01.05.11