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“permesso di nascita”

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Gli aborti forzati, le violenze, gli infanticidi, il controllo poliziesco.
Reggie Littlejohn di Women’s Rights Without Frontiers racconta come sono spariti 400 milioni di bambini in 30 anni. Nel silenzio del mondo.
“Verseremmo fiumi di sangue piuttosto che avere un figlio in più”, c’è scritto in rosso sul muro di una casa cinese. Perché nella Repubblica popolare, checché raccontino le sue autorità, per avere un bambino serve un “permesso di nascita” dell’ufficio per la Pianificazione familiare. Se rimani incinta senza permesso la tua gravidanza è illegale. Rischi una multa, il carcere, la tortura, le botte (per te e per la tua famiglia), il travaglio indotto e l’aborto forzato. E’ la politica in vigore dal 1978, secondo la quale ogni coppia, tranne rare eccezioni, può avere un solo figlio. “E’ lo stupro di stato, la politica contro le donne più violenta della storia”, racconta con passione in una conversazione col Foglio Reggie Littlejohn, presidente dell’associazione Women’s Rights Without Frontiers, a Roma nei giorni della beatificazione di Giovanni Paolo II. Lei, avvocato californiano laureata a Yale e moglie di un pastore metodista, è stata al Congresso, alla Casa Bianca, al Parlamento britannico e a quello europeo per raccontare quello che accade davvero, con un faldone di testimonianze e fotografie raccolte da fonti segrete che rischiano la vita per far uscire dalla Cina le prove di una politica che il governo racconta di aver abbandonato. In trent’anni le “nascite evitate” sarebbero quattrocento milioni, pari alla popolazione degli Stati Uniti.
Il governo ha un sistema infallibile di spie ben pagate, nascoste fra amici e vicini di casa. Quasi nessuna donna riesce a farla franca. Mesi fa una ragazza, “incinta illegalmente” di sette mesi, è stata fermata dalla polizia, buttata su un tavolo e fatta abortire. Poi un medico le ha lasciato sul letto il corpo del suo bambino, perché lei non poteva pagare il servizio di smaltimento. Li e suo marito, invece, avevano già pagato l’equivalente di 850 dollari di multa per portare a termine la sua seconda gravidanza, ma all’ottavo mese le autorità della contea di Xianyou hanno cambiato idea. E’ stata convocata in un ospedale con i muri altissimi e le guardie ai cancelli, specializzato nell’“aiutare donne illegalmente incinte”, dove le hanno fatto perdere il bambino. Racconta che in fondo le è andata bene: “Alcune tentavano di scappare durante la notte, prima di terminare il travaglio, ma quelli non lasciano mai andare le donne. Le fermavano per strada e le lasciavano partorire lì, poi prendevano i bambini appena nati e li uccidevano”. La donna nel letto a fianco al suo, dopo aver perso suo figlio, si è buttata dal quarto piano.
Molte volte, oltre ai bambini, sono le madri a morire sotto le mani di macellai. Liu Dan, 21 anni, è morta dopo un aborto forzato a due settimane dal parto e quando suo fratello ha tentato di raccontare la storia, i giornali gli hanno sbattuto il telefono in faccia. “Dobbiamo fermare la guerra della Cina alle donne – dice Littlejohn – perché aborto e sterilizzazione forzati equivalgono a una mutilazione”. E questo lo capisce anche chi non ha intenzione di difendere i non nati. Il segretario di stato americano, Hillary Clinton, nel 2009 disse che queste pratiche sono “un’ingerenza gravissima nei diritti delle donne”. “E’ un crimine contro l’umanità – spiega Littlejohn – e non importa se si è pro o contro l’aborto. Anzi i veri prochoice dovrebbero alzare la voce: qui non c’è nessuna scelta. Abbiamo le prove di quello che succede, eppure la macchina della propaganda governativa spaccia menzogne e nessuno fa nulla per fermarla”. L’attivista cieco Chen Guangcheng, già candidato al Nobel per la Pace e inserito dal Time nel 2006 fra le cento persone più influenti al mondo, ha raccontato che nel 2005 ci sono stati 130 mila fra aborti forzati e sterilizzazioni nella contea di Linyi.
Per questo è stato incarcerato per più di quattro anni e torturato. Oggi è agli arresti domiciliari, controllato (e picchiato) da decine di agenti. Di lui non si saprebbe più nulla se a febbraio un funzionario del governo non avesse girato di nascosto e diffuso un video. In occidente di tutto questo si sa poco e i politici (attenti ai rapporti con la Cina) sono convinti di non poterci fare nulla. “Invece indirettamente anche noi sosteniamo questo stato di cose – dice Littlejohn – attraverso i finanziamenti statali a organizzazioni per la pianificazione familiare come la rete di cliniche Planned Parenthood e l’agenzia dell’Onu Unfpa (il Fondo per la Popolazione, che in Cina ha 33 presidi)”. Tanto che nel 2001 gli Stati Uniti, dopo un’indagine guidata dall’allora segretario di stato, Colin Powell, tagliarono i fondi all’Unfpa con l’accusa di essere complice degli ufficiali governativi cinesi della pianificazione. Nel 2009 Obama ha deciso di ripristinarli per “migliorare la salute di donne e bambini”. “Ma dov’erano queste organizzazioni votate alla salute riproduttiva – si chiede Littlejohn – quando nell’aprile del 2009 la città di Puning lanciò una campagna di venti giorni per sterilizzare con la forza quasi diecimila persone?”. Allora la catena di montaggio fu efficientissima, dalle otto di mattina alle quattro di notte. Perché per aborti e sterilizzazioni ci sono quote da rispettare, rientrano nei parametri di produttività e sono legate a incentivi economici e sanzioni.
Ma oltre alla violenza di stato e alle morti materne c’è di più. Solitamente i bambini sopravvissuti sono uccisi o lasciati morire. I medici hanno istruzioni su come si compie un infanticidio: sul sito dedicato ai ginecologi e alle ostetriche cinesi è consultabile una discussione sui metodi migliori per uccidere un neonato che sopravvive a un travaglio indotto all’ottavo mese (da cui, fra l’altro, si apprende che “i bambini abbandonati nei cassonetti possono anche sopravvivere per un paio di giorni”). Se si deve avere un figlio solo, poi, è meglio che sia maschio, così in Cina mancano all’appello trentasette milioni di femmine. Oltre agli squilibri demografici, questa strage ha provocato un’impennata della tratta sessuale, soprattutto minorenne. Senza mogli o fidanzate, già oggi i cinesi comprano ragazzine nei paesini più poveri o negli stati vicini – Mongolia, Thailandia, Vietnam, Laos. In più, secondo l’Oms, in Cina si suicidano cinquecento donne al giorno, il doppio dei maschi. E’ il tasso più alto del mondo. (Valentina Fizzotti — IL FOGLIO)

  1. 21 Giugno 2011 a 7:28 | #1

    è una barbarie umana che fa rivoltare il nostro animo.

  2. 22 Giugno 2011 a 4:20 | #2

    credevo fosse una politica abbandonata e invece..
    mi associo al commento di Antonio

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