Archivio

Archivio Ottobre 2011

…ma anche le palpebre!..

31 Ottobre 2011 Nessun commento

“Un discepolo si era macchiato di una grave colpa.
Tutti gli altri reagirono duramente condannandolo.
Il maestro, invece, non reagì e non lo punì.
Uno dei discepoli non seppe trattenersi e sbottò: «Non si può ignorare ciò che è accaduto: dopo tutto, Dio ci ha dato gli occhi!». «È vero,

ma anche le palpebre!»,

replicò il maestro.
A proposito di occhi, come non ricordare che il miglior commento a questo bell’apologo della spiritualità indiana è proprio nel Vangelo? «Perché guardi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello e non t’accorgi della trave che hai nel tuo occhio?» (Matteo 7,3). Ci sono in tutti gli ambienti, anche in quelli ecclesiali, questi occhiuti censori del prossimo, implacabili nel denunciare gli errori altrui, sdegnati perché si è troppo corrivi e misericordiosi. Si ergono altezzosi nel loro compito di giudici, attestando che essi vogliono rendere un servizio alla verità e alla giustizia e che il loro sdegno è profondo e amaro ma sincero. In realtà, essi si crogiolano nel gusto di sparlare degli altri e si collocano su un piedestallo che spesso è falso e artificioso: la parabola del fariseo e del pubblicano è il miglior ritratto di questi personaggi. Il racconto indiano sopra citato è accompagnato da un paio di versi dello sterminato (almeno 106 mila distici!) poema epico indiano Mahabharata: «L’uomo giusto si addolora nel biasimare gli errori altrui, il malvagio invece ne gode». Purtroppo, si deve confessare che questo sottile e perverso piacere di aprire tutti e due gli occhi sulle colpe del prossimo è una tentazione insopprimibile che lambisce tanti. Infatti — ed è il Cortegiano dell’umanista Baldesar Castiglione a ripeterlo — «tutti di natura siamo pronti più a biasimare gli errori, che a laudar le cose ben fatte».”

gianfranco ravasi AVVENIRE

“Marco ci guarda dal podio più alto”

29 Ottobre 2011 1 commento

Vorrei accostarmi al vostro dolore, carissimi papà Paolo e mamma Rossella, carissime Martina e Kate, e vorrei farlo con tutta la tenerezza che voi meritate e con il garbo di cui sono capace. Chi vi parla, non ha vissuto il dolore lacerante che vi brucia in cuore, ma permettetemi di venire a voi con l’abbraccio di tutti, con la preghiera di molti.

Vi confesso che, per il groviglio dei sentimenti che mi si arruffano in cuore, ho fatto fatica a trovare le parole più giuste per questo momento. Fatemi citare allora quelle del nostro piccolo, grande don Oreste Benzi. Il giorno che morì, il 2 novembre di quattro anni fa, di fronte alla sua salma appena composta, trovammo scritte sul suo libretto Pane quotidiano, questo pensiero profetico: “Nel momento in cui chiuderò gli occhi a questa terra, la gente che sarà vicino dirà: è morto. In realtà è una bugia. Sono morto per chi mi vede, per chi sta lì, ma in realtà la morte non esiste perché appena chiudo gli occhi a questa vita, li apro all’infinito di Dio”. So di condividere con voi, spero con tutti, questa incrollabile certezza: quando un nostro amico non vive più, vive di più. Ora, carissime sorelle, fratelli e amici, fate sottoscrivere anche a me le parole di papà Paolo: “Dicono che Dio trapianti in cielo i fiori più belli, per non farli appassire. Credo che sia così”. Passatemi un pennarello per far firmare anche a me lo striscione dei tantissimi amici: “Marco, ora insegna agli angeli ad impennare”.

Fatemi rileggere ad alta voce le parole ritrovate ieri sul libro del nostro PuntoGiovane di Riccione, dove all’età di 18 anni, Marco aveva partecipato a una settimana di convivenza con i suoi compagni di liceo. Durante quei giorni aveva scritto: “Sono stato il ‘folletto’ (così si chiama il ragazzo che prega per un altro durante la convivenza) più scandaloso che la storia ricordi. Non ti prometto che pregherò per te in futuro, perché sicuramente me ne dimenticherei. Però lo farò questa sera, prima di andare a letto e cercherò di fare in modo che la mia preghiera valga anche per tutte le volte che non la dirò”. Negli stessi giorni una compagna di classe gli aveva scritto: “Quando ho scoperto che saresti stato tu il mio ‘protetto’ sono stata contenta. Tu, a differenza di molti altri,

sei uno che non pretende dagli altri”.

Personalmente ho incontrato Marco una volta sola, qualche mese fa, alla cresima della sorella Martina, ma ora che ho scoperto la sua schiettezza e la sua bontà, mi prende un amaro rimpianto: quello di non aver provato a diventargli amico. Sono sicuro che un amico così libero, trasparente e generoso, non mi avrebbe respinto per il solo fatto di essere io anziano o vescovo, anzi con lui avrei potuto anche discutere e perfino litigare, di quelle belle litigate che si possono fare solo tra amici.
Ma adesso, fratelli miei, permettetemi che mi senta anch’io percuotere il cuore da quella domanda inesorabile: perché Marco si è schiantato domenica scorsa alle 9,55 sull’asfalto dell’autodromo di Sepang? Io non posso cavarmela ora con risposte preconfezionate, reperibili sulla bancarella delle formule pronte per l’uso. Sì, alle volte noi credenti pensiamo di svignarcela con l’allusione enigmatica a una indecifrabile volontà di Dio. Ci ripetiamo, instancabili: “è la volontà di Dio”, e non ci rendiamo conto che, sbandierando parole senza cuore, rischiamo di far bestemmiare il suo santo nome. Il mio animo si ribella all’idea volgare di un Dio che si autodenomina “amante della vita”, che mi si rivela come il Dio che “ha creato l’uomo per l’immortalità” (Sap 2,23″) e poi si apposta dietro la curva per sorprendermi con un colpo gobbo o una vile rappresaglia. Permettetemi di ridire sottovoce a me e a voi qual è questa benedetta volontà di Dio, con le parole pronunciate un giorno da suo Figlio sotto i cieli alti e puri della Palestina, mentre a Rimini si stava ultimando il ponte di Tiberio: “Questa è la volontà di colui che mi ha mandato. Che io non perda nulla di quanto mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno” (Gv 6,39).

Datemi un po’ del vostro coraggio e aiutatemi ad abbinare, a quello di Marco, il nome dolcissimo del Maestro mio e di ogni cristiano. Voi lo conoscete: il suo nome non è di quelli che condannano a morte; lui si chiama Gesù, che significa “Dio-Salva”. Dove stava allora Gesù in quell’istante fatale in cui il corpo di Marco ha cessato di vivere? Stava lì, pronto per impedire che Marco cadesse nel baratro del niente e per dargli un passaggio alla volta del cielo. Sì, Gesù è il nome del Figlio di Dio che ha preferito me, te, ognuno di noi viventi, tra la sterminata folla degli esseri ibernati nell’abisso del nulla. Gesù è il nome del Figlio di Dio, mandato dal Padre come inviato speciale sulla terra, non a fare prediche sul dolore e sulla morte, ma a condividere la nostra fragilità, fino a morirne. È il nome del Figlio di Dio che si è lasciato inchiodare su una croce per stringerci tutti nel suo immenso, tenerissimo abbraccio, e ci ha offerto il segno più grande dell’amore: dare la vita per i fratelli. Gesù non è venuto a spiegarci il dolore né a salvarci dal dolore, ma ci ha salvati nel dolore e lo ha fatto con il suo sangue innocente. Gesù è il nome del Figlio di Dio che ci ha amati con l’amore piùincredibile e ha definitivamente sconfitto la morte con la sua risurrezione. Perciò è sempre là, all’imbocco del tunnel della morte, pronto per afferrarci e portarci a godere la gioia senza più se e senza più ma.

Gesù, che registra sul suo diario perfino un bicchiere d’acqua fresca dato con amore, domenica scorsa stava là a dire a Marco: “Grazie, per tutte le volte che mi hai abbracciato nei fratellini disabili della Piccola Famiglia di Montetauro. Grazie, Marco, per tutte le volte che mi hai fatto divertire tanto, quando hai partecipato alla gara delle karatelle nella festa patronale della tua parrocchia. Grazie, perché tutte le volte che hai fatto queste cose ai miei fratelli più piccoli, le hai fatte a me”.

Ora, permettimi, caro Marco, di rivolgermi direttamente a te. La sera prima della gara hai detto che desideravi vincere il gran premio per salire sul gradino più alto del podio, perché lì ti avrebbero visto meglio tutti. A noi ora addolora non riuscire a vederti, ma ci dà pace e tanta gioia la speranza di saperci inquadrati da te, dal podio più alto che ci sia. Lasciaci allora dire un’ultima semplicissima parola: Addio, Marco. È una parola scomposta dal dolore, ricomposta dalla speranza: a-Dio!

+ Francesco Lambiasi Vescovo di Rimini

“…essere pronti è tutto….”

29 Ottobre 2011 Nessun commento

Caro direttore,
sono un romagnolo e non posso tacere dopo quanto si è detto sui giovani e sulla velocità. Sono un romagnolo e non sono potuto andare al funerale del bambino più veloce del mondo. Per mestiere ho visto molti funerali di bambini, ma non questo. Ho saputo della sua morte da YouTube. Trentotto anni fa, il 20 maggio del 1973, mentre nell’aia correvo come un matto dietro alle galline di mia nonna, si disputava a Monza la gara delle 250. Improvvisamente dalla radio della Cinquecento uscì la notizia della morte di Renzo Pasolini, un altro motociclista romagnolo. Il “Paso” era partito come un pazzo, alla prima curva era in testa davanti a tutti, compreso l’asso finlandese Jarno Saarineen. Cadde rimanendo in pista, Saarineen gli finì addosso. Poi l’ammucchiata di bolidi gementi. Pasolini morì, Saarineen venne decapitato dalle ruote di un sopravvenente. Il funerale a Rimini. Arrivavo appena alla bara alzata sul catafalco; quelle scarpe stranamente lucide ed eleganti puntate in alto, e quel casco vuoto lì di fianco. Pasolini aveva gli occhiali scuri, tristi come quelli di Pier Paolo, l’omonimo poeta anche lui schiacciato da ruote. Il “Paso” certamente era un poeta senza parole, malinconico di tutti i secondi posti dietro a Giacomo Agostini. Marco, “Sic”, è morto nella gara dopo un secondo posto. Non ha lasciato andare la moto, è morto in sella, come un cavaliere col suo destriero davanti al baratro. Pasolini e Simoncelli sono stati forse traditi dalla foga smisurata di arrivare più in alto. Romagnoli di blasone non eccelso, ma d’infinita generosità e talento. In questi giorni non avrei voluto sentir dire «fermiamo le corse», oppure «troppa velocità». Non avrei voluto sentir dire «non si può morire a 24 anni». Sono cose abbastanza banali. Muoiono bambini che non hanno mai avuto l’aria in faccia, senza capelli, e vene come piste segnate dagli aghi. Cosa dovrebbero dire, poi, i genitori dei quindicenni quasi fermi sul motorino o in bicicletta schiacciati dagli autobus? Il babbo abbracciava sempre Marco, prima delle gare. Tanti che perdono i figli in un sabato notte non riescono a farlo. Non credo sia questo il momento di fare l’elogio della lentezza. Le cose più sagge le ho sentite dai genitori di “Sic”: Marco ha vissuto. Come candela che arde in fretta, la sua luce è stata breve, ma che luce. I suoi 24 anni valgono mille. Centinaia di foto del suo sorriso sono vive e lo resteranno. Quindi, se questa dev’essere l’occasione per fare della morale, facciamo pure l’elogio della sicurezza, ma qui in via Mazzini sotto casa, ora. Sistemiamo l’asfalto con quelle buche che come mine fanno saltare moto e bici, attrezziamo ciclabili vere. E poi “tolleranza zero” per alcol e droghe in chi guida. Questo vorrei sentir dire quando muore un centauro di 24 anni a viso scoperto. Non occorre fermare un bel niente; abbiamo bisogno anche di questi miti non per imitarne l’imprudenza o la sfortuna, ma per trarne la voglia di vivere e il coraggio di andare sulla strada a incontrare la vita, a sorridergli in faccia . Dicono che Simoncelli amasse Leopardi (…pria che l’erbe inaridisse il verno…) , abbiamo evocato Pasolini. Bene, scomodiamo anche un poeta come Shakespeare: «C’è una provvidenza speciale nella morte di un passero. Se è ora, non sarà domani. Se non sarà domani, sarà ora…

essere pronti è tutto

.
Poiché nessun uomo sa qualcosa di ciò che lascia, che importa lasciare prima del tempo. Sia così». Come Amleto, bisogna morire per dimostrare di aver vissuto. Anche quando abbiamo un casco in mano, dentro non si vede ma c’è un teschio, come nella tragedia. Marco è morto una volta soltanto. Meglio una domenica a Sepang che un martedì in Italia sotto il fango. O in una stanza lentamente con un monitor acceso. È stato ora e non sarà domani. La terra ti sia lieve, se riesce a starti dietro, Marco.
Gabriele Bronzetti, Bologna
(da”Lettere al Direttore” AVVENIRE 29.X.11)
—————————————————————————
(Risponde il Direttore):
Ho amici medici e so che essere medico, come lei è, caro dottor Bronzetti, non significa solo auscultare e tastare l’umanità, ma frequentarne le fragilità e gli scoramenti e scovare in essi straordinaria normalità, tenere e rigorose dedizioni, sorprendenti e consolanti grandezze. Amare la poesia, poi, credo voglia dire essere disposti a leggere la vita e la morte senza reticenze, essere capaci di riconoscere ogni «provvidenza speciale» e di farsi toccare nel profondo dei giorni da essa. Ho avuto e ho amici poeti (e non necessariamente perché li abbia conosciuti personalmente tutti…) e so, proprio come lei, che la poesia è anche medicina, piana o vertiginosa cura. Ho amici romagnoli, dei quali conosco bene la schiettezza e la fede in Dio. Mi piace trovare nella sua lettera in morte di un giovane campione tutta questa amicizia. E molto di più.

quel papà che ringrazia

28 Ottobre 2011 Nessun commento

«Penso che un buon cristiano deve essere prima di tutto una brava persona, che non conosce l’invidia e che cerca di non fare mai del male agli altri. E se può, anzi dà una mano al prossimo.


Queste sono anche le regole che mi ha trasmesso la mia famiglia».
È quanto mi disse Marco Simoncelli l’unica volta che abbiamo potuto parlare tranquillamente, lontani dal rombo di tuono di un paddock e da quei riflettori accecanti puntati sull’erede designato di Valentino Rossi.

Al suo fianco stava il “sosia”, l’uomo di domani che sarebbe diventato il “Sic”, suo padre Paolo. E lui seguiva l’intervista dalla giusta distanza, quella del “papà di Marco” e non del genitore invasato (quanti ce ne sono in giro…) del campione del mondo della 250 e del futuro talento in ascesa della MotoGp. Come Graziano Rossi con Valentino, è stato Simoncelli senior, appena Marco ha imparato a camminare, a metterlo in sella a una minimoto e a dirgli: «Ora vai, corri e divertiti». Gli ha insegnato che in pista tutto può accadere, che la disperazione e la gioia si sorpassano continuamente.

Che si può anche cadere e vedere la morte in faccia, «perché le corse sono le corse», ma un vero pilota è quello che ha il coraggio di rimontare subito e di continuare la sua sfida con lo «spirito del guerriero». E quello spirito, Paolo a quel figlio «duro in pista e tenero nella vita» – come ha detto Valentino – glielo aveva trasmesso nel sangue. Così ora il più grande rimpianto di questo padre rimasto senza il suo ragazzo è che Marco ha voluto essere guerriero fino in fondo, «per tenere su la moto» e continuare la sua gara. In quell’ultimo gesto del “Sic” c’è la voglia di rispettare l’insegnamento paterno.

«Papà è la persona che mi conosce meglio e che mi è stato sempre vicino con i suoi consigli e con il grande amore che può avere un genitore per un figlio che deve affrontare le difficoltà e cercare di superarle in fretta, perché in questo mondo delle moto vince chi va più veloce». Disse quel giorno Marco, specchiandosi negli occhi dolci e schietti di papà, orgoglioso del suo “angelo”. Ma in quell’ultima curva della sua esistenza Simoncelli ha voluto anche confermare il suo credo: spingersi sempre un metro più in là del limite estremo imposto a ogni uomo.

Quella che è stata la sua marcia in più, alla fine forse lo ha tradito, mettendolo di fronte a tutta la limitatezza umana. Nell’infinito in cui starà sgasando, ora sa che non basta essere i più veloci per superare la morte. Un finecorsa precoce e crudele, davanti a due occhi che non avrebbero mai voluto assistere a quel finale.

Gli occhi umidi e straziati di un padre che con uno scooter ha corso per riportare disperatamente in vita il suo Marco, ma era troppo tardi. I soccorsi in gara sono stati goffi, come la postura di quel ragazzone di 191 centimetri in sella alla Honda n° 58, ma papà Paolo non accusa nessuno. In un attimo di disperazione come questa, lui e sua moglie Rossella, due genitori che provano l’assurda condizione di sopravvivere a un figlio, potrebbero avercela con il mondo, con un destino incattivito. Invece, con una dignità davvero esemplare, ringraziano per il bene quasi sorprendente che tutti hanno voluto e vogliono al loro figlio.

È l’amore che si prova per “uno di noi”, dicono i tanti ragazzi, i padri e i nonni che oggi saliranno a Coriano da tutta Italia (e anche dal resto del mondo) per andare a salutare Marco per l’ultima volta. L’ultimo «ciao Sic», al ragazzo che correva da fenomeno, ma che amava solo le cose semplici: giocare con la sorella Martina, andare sulla spiaggia di Rimini, mano nella mano con la «mia morosa, la Kate», accarezzare l’erba e il muso di un cane. Una vita normale, nonostante per mestiere dovesse correre come un folle. «Noi lo abbiamo accompagnato solo in quello che gli piaceva fare», ha detto mamma Rossella.

È l’esempio di Paolo e Rossella, uniti nel loro indicibile dolore, ma confortati dalla fede e, forse, dalle parole del poeta: «Muore giovane colui che al cielo è caro».

Massimiliano Castellani
(AVVENIRE 28.X.11)

stuprate perchè diventino islamiche

27 Ottobre 2011 Nessun commento

Il rapporto:

in Pakistan ogni anno 700 donne cristiane vittime di matrimoni forzati

S idra, Tina, Samina, Shazia… La lista è spaventosamente lunga. Ogni anno si aggiungono 700 nuove caselle in cui si susseguono i nomi, i luoghi, le date. Episodi diversi, intrecciati dallo stesso orrore. Queste donne hanno in un’esperienza tremenda: il rapimento, lo stupro selvaggio, l’intento di “normalizzare l’abuso” con un matrimonio forzato. E chi evita quest’ultimo sopruso, deve affrontare la tragedia di vivere nello stesso villaggio col suo aggressore: quasi mai il responsabile viene arrestato e condannato.

In Pakistan, gli abusi contro i cristiani – specie se donne – da parte dei musulmani sono un crimine “invisibile”. Anzi, gli stupri sistematici di ragazzine cristiane sono una strategia pianificata degli integralisti per comune costringerle a sposare un islamico e, dunque, convertirsi alla fede musulmana. Un caso di “pulizia religiosa”, per usare un termine forte.

A denunciarlo, in un lungo e dettagliato rapporto, è l’Asian Human Rights Commission (Ahrc), organizzazione indipendente con sede a Hong Kong che raggruppa giuristi e attivisti per i diritti umani. Le cifre contenute nello studio sono allarmanti: sono settecento i casi rilevati ogni anno. Molti di più quelli di cui non si hanno notizie. L’ultimo dramma è avvenuto appena due settimane fa, il 12 ottobre. Zubaida Bibi, un’inserviente cristiana impiegata nella fabbrica di un islamico, è stata aggredita dal suo principale. Zubaida ha cercato di opporsi, per questo l’uomo l’ha sgozzata e lasciata a morire in un bagno di sangue. L’impunità, oltre a favorire il perpetuarsi dei crimini, produce un effetto ulteriore. Secondo l’Ahrc, le violenze «compromettono la convivenza tra fedi diverse a causa della totale assenza dello Stato di diritto» e diventano alla fine un ulteriore elemento di discriminazione verso le minoranze. L’organizzazione sottolinea come «nessuno, all’interno del sistema giudiziario e nella polizia e perfino nel governo ha il coraggio di fare fronte alle minacce dei gruppi fondamentalisti islamici». Inoltre, prosegue il rapporto, «la situazione è resa peggiore dall’atteggiamento della polizia che si schiera sempre dalla parte dei gruppi islamici e tratta le minoranze come forme inferiori di vita». Neppure nella provincia del Punjab, quella culturalmente più emancipata e religiosamente più varia, le cristiane sono tutelate. Anzi, proprio qui si registrano i casi più conosciuti di discriminazione che hanno al centro la diversità religiosa, l’arretratezza socio-economica delle minoranze e la difesa ad oltranza di strumenti giuridici nei fatti discriminatori, come la “legge antiblasfemia”.

Per una sua interpretazione parziale è stata condannata a morte Asia Bibi, ora in carcere in attesa dell’appello.

Stefano Vecchia Banckok (AVVENIRE 26.X.11)

evviva! un’altra conquista della civiltà e della libertà!!!!

24 Ottobre 2011 Nessun commento

«Hanno liberalizzato la bestemmia in tivù»
DI LUCA BORGOMEO*

E’lecito bestemmiare? La risposta è netta: no. Nel nostro ordinamento la bestemmia, pur depenalizzata dall’art.57 del Decreto Legislativo n.507 del 1999, è punita con una sanzione am­ministrativa pecuniaria. Questo se si be­stemmia in luogo pubblico, per strada, al bar, in treno; ma se si bestemmia in tv non c’è più sanzione alcuna.

Nel Testo Unico per la radiotelevisione, prima dell’attuale riforma, sotto il Titolo IV, Principi generali del sistema radiote­levisivo a garanzia degli utenti, l’articolo 4 vietava la diffusione di trasmissioni, an­che pubblicitarie e le televendite, «che of­fendono convinzioni religiose o ideali». Per queste violazioni erano previste san­zioni (art.51 del T.U.) anche se del tutto ir­risorie. Comunque, la bestemmia era san­zionata. Oggi non è più così. Il legislato­re ha eliminato ogni sanzione.

Nel nuovo Testo Unico dei servizi di me­dia televisivi e radiofonici, l’art 32, com­ma 5 recita infatti: «I servizi di media au­diovisivi prestati dai fornitori dei servizi di media soggetti alla giurisdizione ita­liana rispettano la dignità umana e non contengono alcun incitamento all’odio basato su razza, sesso, religione e nazi­onalità». Punto. Non è prevista alcuna san­zione in caso di violazione di queste nor­me.

­

Dal punto di vista giuridico una norma che non preveda sanzioni per i trasgres­sori è un vero e proprio non senso. Ma il punto è un altro: questa scelta è frutto di una dimenticanza o di una strategia pre­cisa che serve a favore certi gruppi televi­sivi? Sono interrogativi gravi, che diven­tano ancor più inquietanti, se si tiene pre­sente che nel Decreto Romani è scom­parso anche il divieto di trasmissione di spot pubblicitari che offendono le con­vinzioni religiose. Significa che ora in pub­blicità si può essere anche apertamente blasfemi, senza correre il rischio di subi­re sanzioni. A non rendere del tutto libera la bestem­mia in tv è il Codice di autoregolamenta­zione media e minori che prescrive il di­vieto di offesa alle convinzioni religiose. Divieto che vale però solo per le trasmis­sioni d’intrattenimento e solo nella fascia oraria 7/22. In pratica una bestemmia in un programma alle ore 23 o di notte non è sanzionabile. E non sono mai sanzio­nabili, a qualunque ore del giorno e del­la notte vadano in onda, spot, film, fic­tion e quanto la tv è capace di trasmette­re al di fuori dei programmi d’intratteni­mento.

Viene da chiedersi: ma è mai possibile che in un Paese civile la bestemmia e la bla­sfemia siano di fatto consentite in tv e, co­munque, non sanzionate? Eppure gli ef­fetti devastanti della tv sulla società ita­liana, sulle persone, in particolare su i gio­vani, sull’intera comunità, sono talmen­te evidenti, al punto che ormai nessuno più ha dubbi sul fatto che la televisione sia una delle principali responsabili del de­grado morale, culturale e sociale dell’Ita­lia.

Per questo chiediamo al Ministro che provveda, con urgenza, a ripristinare – con un Decreto – la sanzione per la bestemmia in tv. È una questione di civiltà, che ri­guarda tutti: laici e credenti.

*Presidente dell’Aiart e del Consiglio Nazionale degli Utenti
————————————————————————————————
mio unico commento il vecchio infallibile proverbio:
CHI SPUTA VERSO IL CIELO — SI SPUTA IN FACCIA

a volte…bisogna pulire i vetri

20 Ottobre 2011 Nessun commento

vetripuliti

Una coppia di sposi andó ad abitare in una zona molto tranquilla della città.
Una mattina, mentre bevevano il caffé, la moglie si accorse, guardando attraverso la finestra,
che una vicina stendeva il bucato sullo stendibiancheria.
“Guarda che sporche le lenzuola di quella vicina!
Forse ha bisogno di un altro tipo di detersivo…
….Magari un giorno le farò vedere come si lavano le lenzuola!”
Il marito guardò e rimase zitto.

La stessa scena e lo stesso commento si ripeterono varie volte,
mentre la vicina stendeva il suo bucato al sole e al vento.
Dopo un mese, la donna fu meravigliata al le lenzuola che la vicina stendeva erano bianchissime, e disse al marito:
“Guarda, la nostra vicina ha imparato a fare il bucato!
Chi le avrà fatto vedere come si fa?”
Il marito le rispose:
“Nessuno le ha fatto vedere come si fa; semplicemente questa mattina, io mi sono alzato più presto e, mentre tu ti truccavi, ho pulito i vetri della nostra finestra!”

Così è nella vita.
Tutto dipende dalla pulizia della finestra attraverso cui osserviamo i fatti.
Prima di criticare, probabilmente sarà necessario osservare se abbiamo pulito a fondo il nostro cuore per poter vedere meglio…
(Racconti di sapienza)

più “credito” al non-profit

19 Ottobre 2011 Nessun commento

ciao

“Alleviare la sofferenza dei bambini, alimentare la fiducia nella possibilità di una vita attiva in cui i talenti che ogni giovane porta dentro di sé possano svilupparsi nonostante la malattia richiedono grandi risorse spirituali. Ne è alta testimonianza l’opera del beato don Gnocchi e di quanti seguendo il suo insegnamento prestano «attenzione in via prioritaria a chi si trova in stato di maggior bisogno».

È in questo rapporto di reciproca dipendenza e solidarietà che si crea tra il giovane malato e chi gli presta le cure che si manifesta in maniera più netta la visione riduttiva del benessere umano generalmente adottata nella disciplina economica. Gli economisti sono abituati a descrivere il comportamento degli individui in termini di soddisfacimento dei loro bisogni e a concentrarsi sulla disponibilità di risorse materiali che permettano di realizzarlo. Spesso dimenticano, tuttavia, che la società non è composta esclusivamente di individui indipendenti, capaci di decidere autonomamente del proprio destino, pienamente responsabili delle proprie azioni. Tutti gli esseri umani, all’inizio della vita così come alla fine, nella maggior parte dei casi, vivono in una condizione di dipendenza in cui necessitano dell’aiuto degli altri: per molti, questa condizione dura per periodi più lunghi, talora per l’intera vita, a causa di malattie e handicap. Non si può discutere di benessere degli individui in una società giusta senza considerare queste differenze. Come direbbe Amartya Sen, la qualità della vita non dipende solo dalle risorse di cui ciascuno di noi dispone, ma anche dalla capacità che ha di convertirle negli aspetti importanti del vivere e dell’essere. Ad esempio, persone malate che soffrono di disabilità non hanno la stessa possibilità di muoversi a piacimento di una persona in perfetta salute: e se la mobilità è una caratteristica che giudichiamo importante nella nostra vita, non possiamo non tenerne conto quando ragioniamo sulle misure per incrementare il benessere dei cittadini.

Questa considerazione, apparentemente ovvia, ci costringe a riflettere in modo diverso sul funzionamento della nostra economia e, più in generale, della nostra società. Ci impone innanzitutto di riconoscere l’onere che ricade sulle persone che si prendono cura dei malati e di chi vive in condizione di dipendenza, un onere che ricade ancora in misura preponderante sulle donne. Più in generale, ci porta a ragionare sul disegno e sull’ammontare della spesa sociale pubblica, sulle sue interazioni con l’azione delle organizzazioni del terzo settore e del volontariato che si occupano di assistenza. Il ruolo di queste ultime, complementare e non certo sostitutivo di quello imprescindibile dell’operatore pubblico, è importante per la forte motivazione che anima i volontari che vi operano. Questa non è tuttavia sufficiente. Sono anche necessarie risorse economiche, a integrazione di quelle messe a disposizione del settore pubblico, per sostenere la generosa azione dei volontari, mantenere strutture di cura e assistenza, finanziare la ricerca scientifica.

Il sostegno a iniziative a carattere assistenziale e filantropico ha radici profonde nella storia finanziaria del nostro Paese, dove le prime istituzioni creditizie sorte alla fine del Medioevo avevano come finalità principale il perseguimento di scopi benefici e caritatevoli. Oggi, il sostegno dell’industria bancaria e finanziaria alle attività di solidarietà si realizza attraverso una pluralità di canali. In primo luogo vi è il contributo diretto della beneficenza attraverso la destinazione di una parte degli utili delle banche e delle altre società finanziarie.

In questo ambito è particolarmente rilevante il ruolo svolto dalle banche di credito cooperativo soprattutto nelle comunità locali dove sono insediate. Un secondo canale è costituito dall’attività istituzionale delle fondazioni di origine bancaria che destinano una parte sostanziale del rendimento dei capitali investiti a favore del volontariato, della ricerca, dell’assistenza e della salute pubblica. Infine, vi è una forma indiretta di supporto che deriva dai prestiti e dai servizi che le banche concedono agli enti non profit, come la “Fondazione don Gnocchi”. In Italia, al pari che in molti altri Paesi, nell’ultimo decennio sono notevolmente cresciuti numero e volume di attività di operatori privati che intraprendono iniziative economiche senza finalità di lucro. La maggior parte di questi operatori, indicati collettivamente come “terzo settore”, offre servizi che rientrano nella sfera del welfare, tra cui quelli di assistenza e cura, e che si affiancano a quelli forniti dalle amministrazioni pubbliche. Parallelamente al volume di attività, sono cresciute anche le esigenze finanziarie del terzo settore, soddisfatte in ampia misura con il ricorso al credito bancario. Gli intermediari hanno risposto riconoscendo i caratteri specifici delle imprese non profit, ricercando metodi di valutazione del merito creditizio adeguate e sviluppando nuove reti di relazioni. Il contributo del sistema bancario e finanziario italiano alle attività di assistenza e cura dei più bisognosi è significativo e articolato. Può e deve essere migliorato per far sì che assieme alle risorse vengano messe a disposizione anche idee, competenze e capacità gestionali. (Mario Draghi)

Brano tratto da
“La baracca degli angeli’
di Roberto Gatti
Prefazione del cardinale Stanislao Dziwisz
Presentazione di Mario Draghi

chi fa il bene dà troppo “fastidio”

17 Ottobre 2011 Nessun commento

tentorio

“Un prete italiano, padre Fausto Tentorio, è stato ucciso in un agguato nel sud delle Filippine. Tentorio, da oltre 30 anni nel Paese del sudest asiatico, era parroco della città di Arakan, nella provincia di Nord Cotabato. Il religioso è stato ucciso da un uomo armato di pistola intorno alle 8.45. Non si conoscono ancora i motivi dell’omicidio. Secondo le prime informazioni, padre Tentorio, o padre “Pops” come lo chiamavano i suoi fedeli, missionario del Pime (Pontificio istituto missioni estere) nato nel 1952 a San Maria di Rovagnate (Lecco), aveva appena celebrato la Messa e stava per andare in auto a partecipare alla riunione di presbiterio a Kidapawan, quando due uomini con un casco a bordo di una moto hanno esploso contro di lui colpi di pistola, che lo hanno colpito nel lato sinistro della testa, oltre che alla schiena. La sua morte è stata confermata dal vescovo di Kidapawan, Romolo dela Cruz. Tentorio, secondo il racconto del vescovo alla stampa di Manila, è stato confermato morto al suo arrivo in ospedale ad Antipas. Tentorio è cosi’ il terzo missionario del Pime ucciso nell’isola di Mindanao, il secondo nella diocesi di Kidapawan. Padre Tullio Favalli venne ucciso da un gruppo paramilitare il 15 aprile del 1985 nella stessa zona, mentre padre Sslvador Carzedda il 20 marzo del 1992 da due uomini in moto a Zamboanga. Padre Tentorio era arrivato nelle Filippine nel 1978 e dopo due anni ad Ayala, nell’arcidiocesi di Zamboanga, fu poi trasferito nella diocesi di Kidapawan nel 1980 come amministratore della missione nella parrocchia di Columbio a Sultan Kudarat, fra indigeni e musulmani. Dal 1985 era ad Arakan. Nel 2003, secondo quanto racconta lui stesso su un blog del Pime delle Filippine, era sopravvissuto ad un tentativo di omicidio.
(AVVENIRE 17.X.11)

«FORSE DATO FASTIDIO A QUALCUNO»
«Non abbiamo parole, non riusciamo a spiegarci quanto successo. Padre Tentorio era molto amato dai suoi, forse troppo e questo probabilmente ha dato fastidio a qualcuno». Questo quello che ha raccontato all’Ansa padre Giulio Mariani, missionario Pime, responsabile del Centro missionario di Zamboanga, sede regionale del Pontificio istituto missioni estere. «Al momento – ha detto al telefono padre Mariani – non abbiamo molte informazioni. Sappiamo che padre Tentorio aveva appena finito la messa e stava entrando nella sua auto quando è stato colpito. I fedeli che si trovavano nel convento hanno sentito gli spari e sono usciti subito, hanno visto un uomo con un casco scappare verso una moto. Loro stessi lo hanno portato all’ospedale più vicino, a 30 chilometri, dove hanno dichiarato la morte di padre Tentorio». Mariani non ha notizie circa i motivi del gesto. «Lui era tenuto in grande conto da tutti i fedeli, ha sempre lavorato nella zona piena di emarginati, tribali filippini, musulmani. Era molto apprezzato. Forse ha schiacciato i piedi a qualcuno, non sappiamo ancora. Nel 2003 – continua Mariani – era sfuggito a un tentativo di omicidio. Da più di 30 anni in quel posto faceva un lavoro magnifico, era amato da tutti». Il vescovo locale voleva portare subito la salma di padre Tentorio a Kidapawan, sede della diocesi, ma i fedeli del missionario ucciso hanno voluto invece portato la salma nella sua chiesa per vegliarla. Oltre agli omicidi di padre Tentorio e di altri due missionari del Pime, a Mindanao sono stati rapiti nel 1998 padre Luciano Benedetti e nel 2007 padre Giancarlo Bossi.

LA FABBRICA DELL’INFINITO

15 Ottobre 2011 Nessun commento

SAGRADA FAMILIA

“Chi guarda le cattedrali costruite mille anni fa nelle città d’Europa può farsi una domanda: ma chi erano, e come ragionavano, gli scultori e gli architetti, e i capomastri, che ci hanno lasciato una tale bellezza? La perfezione delle statue, anche di quelle in cima a guglie dove non le vedrà nessuno; l’imponenza di opere interminabili, che passavano come un testimone da una generazione all’altra; il grandioso lavoro corale, come di un’orchestra in cui anche l’ultimo violino conta, tutto questo, se guardi attentamente, meraviglia. Ma c’è almeno un posto oggi, in Europa, dove si respira qualcosa di quello spirito antico. È il cantiere, a Barcellona, della Sagrada Familia, consacrata da Benedetto XVI lo scorso novembre. Si dice che, al suo ingresso, il Papa abbia reclinato il capo all’indietro, sfidando l’equilibrio della mitria, per l’incanto di quel bosco di colonne e luci e ombre immaginato da Gaudí e ora finalmente in via di compimento.

Per questo il Premio Internazionale Cultura Cattolica, che viene dato questa sera a Bassano del Grappa a Etsuro Sotoo, sembra emblematico: lo scultore giapponese che prosegue l’opera di Gaudí rappresenta anche quel grande cantiere, i suoi architetti e i suoi 200 operai: con le sei gru altissime che dall’alba a sera ruotano sopra Barcellona, con i manovali e i tecnici imbragati come in parete, nella vertigine delle torri che salgono – arriveranno, un giorno, a 171 metri.

Ma oltre al fervore di una grande “fabbrica” si avverte qui, nel laboratorio di Sotoo come nell’andirivieni dei passi degli operai fra la polvere, qualcosa d’altro. È la cura scrupolosa per ogni particolare, anche per ciò che, sospeso a cento metri sul vuoto, non sarà mai visto da nessuno. Nell’atelier dello scultore i modellini di gesso, perfetti, di insetti e coleotteri e foglie, stanno in attesa di incarnarsi nella pietra. Chi li vedrà, lassù? Le delicate nervature delle foglie ti commuovono: sembra che qui lavorino non solo per una funzionalità o per un esito, ma per compiere una bellezza; e quindi la facciano il più possibile perfetta – a sostenere lo sguardo del cielo.

E poi si percepisce, nel frastuono dei martelli, nel clangore degli argani oscillanti sopra ai massi di pietra, che anche questa è un’opera corale; cresce dalle mani di tutti, e di nessuna potrebbe fare a meno. Si sa che ci vorranno ancora diversi anni per completare l’opera, ma forse, come per il Duomo di Milano, non si finirà mai davvero, giacché quella selva di guglie e statue, esposte alle intemperie, come cosa viva si deteriora, e va di nuovo sanata. Comunque i più vecchi degli operai non vedranno finita la Sagrada; ci avranno solo lasciato sopra, umilmente, una impronta. (Nei giorni di festa capita di vederne, accompagnati da figli o nipoti, che indicano un punto sotto le volte, e dicono: vedi, quello lassù l’ho fatto io, con le mie mani. Non accadeva forse lo stesso, nelle nostre antiche cattedrali?)

Gaudí se n’era accorto: questo tempio, diceva, edifica chi lo edifica. È questo il segreto che ci affascina, davanti a Chartres o alla cattedrale di Strasburgo? Come se la collettiva fatica per dar forma alla pietra e a una bellezza che sfidi il tempo, sapesse costruire anche gli uomini a quell’opera intenti. Lo ha intuito il giapponese Sotoo, che qui è arrivato poco più che ventenne e non cristiano, e dopo anni nel cantiere ha chiesto il battesimo («Ho capito – dice – che dovevo guardare dove guardava Gaudí»). Lo intuiscono gli operai che restano qui a lavorare per tutta la vita.

Si lavora, alla Sagrada Familia, come dentro uno sguardo che va più lontano. Sorprendente: nel 2011 ritrovi qualcosa dello spirito delle grandi cattedrali. Respiro non effimero, che non si esaurisce nell’oggi. Ma opera: alza sui pinnacoli delle guglie rigogliosi frutti di pietra, come offerti al cielo. Sotto, Barcellona è vivace, frenetica, forse distratta. Ma le sei gru, alacri, continuano ad issare pietre che restano. Che aspetteranno gli occhi dei figli dei figli.

Marina Corradi (AVVENIRE)