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Archivio Novembre 2011

..naufragio della speranza

30 Novembre 2011 Nessun commento

“Un uomo di 79 anni in una sera d’autunno parte da Roma. È un venerdì, ma non ha in programma un weekend. Va verso la Svizzera. Lo immaginiamo su un Frecciarossa che corre a duecento all’ora, così veloce che le case e i campi sono forme quasi indistinguibili, fuori dal finestrino. Il viaggiatore, benché anziano, è un bell’uomo; ha occhi chiari, e l’aria di chi ha letto e studiato, e scritto, per tutta la vita. È solo e assorto, fra le chiacchiere dei passeggeri, fra i trilli dei cellulari che squillano. Oltrefrontiera lo aspetta un medico suo amico. Già una volta c’è andato, ed è tornato. Non ha saputo decidersi, non è stato capace di dire: voglio morire. Ma questa volta l’uomo è più determinato. Con la morte della donna che amava è sprofondato in una depressione buia, impenetrabile. Quel lutto ha trascinato con sé tutto, tutta una vita di passioni e battaglie.

Lucio Magri, uno dei fondatori del Manifesto, comunista eretico scomunicato dal Pci ai tempi della Primavera di Praga, maestro di pensiero della sinistra italiana, è stanco. Ci sono giovani che lo guarderebbero con deferenza, come uno che ha combattuto per intero la sua battaglia. Che vita piena, per quel ragazzo precocemente sceso nell’agone politico: nella sinistra Dc a vent’anni, poi comunista, ma presto intollerante dell’acquiescenza del partito sui carri armati a Praga, e radiato. Poi l’avventura di un giornale che vuol essere libero. Un passionale, uno che ha lottato, che per cinquant’anni ha condiviso la sua battaglia con fedeli amici. Ha scritto un libro, dicono, importante, una storia del Pci italiano. Titolo, «Il sarto di Ulm», dall’apologo di Brecht su un sarto secentesco che credeva d’avere inventato la macchina per volare, e si schiantò giù dal campanile della città. Che titolo amaro, per una storia intrecciata con la propria biografia. Quasi la storia di una speranza naufragata. Mentre nel mondo che gli è cresciuto attorno Magri sembra spaesato: come se il tempo del Grande Fratello, del chiasso mediatico, smentisse malamente ciò in cui uno come lui ha creduto.

E su quel treno su cui lo immaginiamo è così solo. Le case, le città passano via veloci e irriconoscibili. Ci sono solitudini impenetrabili anche agli amici di una vita. Gli dicono: «Non sei contento, che ora traducano il tuo libro in inglese?». Ma lui è lontano, e ogni successo gli pare senza senso. Lei non c’è più; e a quasi ottant’anni età e dolore possono coagularsi, e travolgere. Perché dalla depressione ci si può curare, ma dal lutto, dal fallimento delle proprie speranze, è difficile. Può venire un tempo, con la vecchiaia, in cui tutti i sogni di un uomo sembrano un mucchio di cenere.

Il treno va, il viaggiatore tace, già così distante dalle parole spensierate di chi gli è attorno. Non sappiamo del suo sbarcare in Svizzera, nel freddo di novembre, né se c’era qualcuno, ad aspettarlo. Una clinica, infermiere gentili, passi discreti nei corridoi. Potrebbe tornare indietro, ancora. Ma quel dolore addosso fa più paura perfino della morte. Il lunedì chiama Roma: ho deciso, dice. Poi una telefonata annuncia agli amici che, davvero, è finita. E ora forse qualcuno vorrà usare la storia di un uomo come una bandiera, come il vessillo di un “diritto” a morire. Diranno: sapete quanti vecchi sconosciuti, soli, magari malati, farebbero ciò che ha fatto Magri, se la legge lo consentisse? L’ansia di aiutare a morire sembra la declinazione post moderna della carità: appare compassionevole, e pietosa. Noi, però, continuiamo a credere che carità è aiutare a vivere. È stare accanto a un malato grave, o al più solo dei vecchi in un ospizio. Testimoniando con le nostre povere facce di uomini che non siamo soli, e non siamo polvere. E di questa tragica storia ciò che ci colpisce non è tanto la determinazione dell’ultimo giorno, ma l’essere, la volta precedente, Magri tornato indietro. Come incapace di dire spontaneamente sì alla morte, come se questo contraddicesse una umana natura. Ci colpisce e ferisce quel giorno in cui quell’uomo tornò indietro, come cercando, vanamente, ancora.

Marina Corradi (AVVENIRE 30.XI.11)

voleva dedicare la sua vita agli altri

30 Novembre 2011 Nessun commento

Lasciò il lavoro per aiutare gli altri

Francesco Bazzani, 59 anni, era in pensione e nel 2009 aveva deciso di dedicare la la sua vita agli altri, mettendosi a disposizione dell’associazione Ascom di Legnago.

Una Onlus, questa, nata dalla solidarietà di tante parrocchie veronesi, «in stretta collaborazione con l’ufficio missionario diocesano», come ci conferma don Giuseppe Pizzoli. Bazzani di fatto dirigeva l’ospedale di Kiremba, fondato dalla diocesi di Brescia e supportato dall’Ascom e dalle Ancelle della Carità.

«Sul posto abbiamo Lucilla Volta, un altro volontario e 6 dottoresse provenienti da di versi ospedali italiani, anche loro volontarie – spiega Giovanni Gobbi, presidente dell’associazione –. E c’era, appunto, anche Francesco che coordinava l’organizzazione dell’opera, un nosocomio da 11mila ricoveri all’anno, 70mila accessi al pronto soccorso, 1800 parti e 1500 interventi chirurgici». Bazzani e Volta, una dentista, abitavano insieme in una casa a pochi passi dalla missione, dove è avvenuto l’assalto. L’ospedale fa parte della rete del servizio sanitario nazionale del Burundi. Il cooperante italiano, già 6 mesi fa aveva subito una rapina, per mano di malviventi del posto. «Noi eravamo in pensiero – racconta Rosanna, una delle due sorelle di Francesco – gli chiedevamo di stare attento, ma lui diceva che non dovevamo preoccuparci. Mio fratello non era una persona che andasse allo sbaraglio». La decisione di partire per l’Africa l’aveva presa poco meno di due anni fa, rinunciando a proseguire l’attività di odontotecnico. Lascia tre figli.

L’associazione Ascom è stata fondata da Enzo Ziviani, già dirigente di una delle più importanti aziende nel settore della climatizzazione. «Era il 1980 e meditavo di fare qualcosa per chi sta peggio di noi – racconta –. Con il medico Gianni Gobbi, ora ex primario del pronto soccorso di Legnago, e il dottor Giovanni Manzini, chirurgo a Legnago decidemmo di andare in Burundi, a Kiremba, dove Gobbi era stato volontario dal 1974 al ’76. Da allora il servizio prosegue. E con sempre maggiore intensità. Non si fermerà – assicurano i dirigenti – con la morte di Francesco. La vicinanza ai familiari di Bazzani e all’associazione è stata manifestata dal presidente della Regione Veneto, Luca Zaia.

Francesco Dal Mas (AVVENIRE 29.XI.11)

“..FAR DEL MALE E’ DA BAMBINI..”

28 Novembre 2011 Nessun commento

“Buddha s’era imbattuto in un criminale che voleva ucciderlo. Gli chiese solo di esaudire un suo ultimo desiderio: «Taglia un ramo da quest’albero!». Quello lo accontentò e disse: «E ora?». «Riattaccalo!», ordinò Buddha. Il bandito sghignazzò: «Sei pazzo a volere questo!». «No, lo sei tu: uccidere e far del male è una cosa da bambini e non un segno di potenza. Lo è, invece, creare e risanare!».

FAR DEL MALE E DISTRUGGERE E’ COSA DA BAMBINI – PRODURRE E RIPARARE è SEGNO DI POTENZA

La potenza degli eserciti si misura sulla loro capacità di fuoco e di annientamento. La forza di una persona si esprime nei bicipiti che sanno spaccare ciò che capita sotto tiro. È la logica di morte che sottilmente pervade la nostra società: assassini, stupri, violenze come soluzioni imboccate sotto il turgore della passione, atti istantanei ed “efficaci” che sono, però, irrimediabili e irreversibili. Un sapore di morte che si insinua anche quando si affrontano questioni delicate e complesse riguardanti la vita: pensiamo all’aborto o all’eutanasia adottate come soluzioni più facili. La lezione del Buddha, nell’apologo indiano da noi evocato, mostra la penosa immaturità di chi opta per la logica dell’eliminazione e non della soluzione, della prevaricazione e non del rispetto, della distruzione e non della creazione. Tutti hanno la forza bruta di premere un grilletto e di cancellare una vita; nessuno sa ricrearla perché è un’opera unica e superiore. Dobbiamo, allora, ricostruire nelle menti e nei cuori l’amore per ogni creatura vivente come unica e insostituibile. Il contrasto tra l’estrema fragilità e la suprema grandezza della vita lo esprimeva in modo lapidario lo scrittore e politico francese André Malraux nel suo romanzo I conquistatori (1928): «Ho imparato che una vita non vale nulla e che nulla vale una vita».
(gianfranco ravasi AVVENIRE)

Dio mi ha disegnata senza braccia

24 Novembre 2011 Nessun commento

“La guardi parlare, sprofondata tra i cuscini del divano, e tuo malgrado ti trovi a fissare le sue braccia (o sono gambe?), il gesticolare delle mani affusolate (o sono i piedi?), l’agile movimento delle dita mentre sfoglia le pagine del suo libro e trova la pagina che cercava: «Ecco qui. È il punto in cui racconto che il 18 giugno del 1974 vengo al mondo e i miei si tengono per mano mentre decidono non di “accettarmi” ma di accogliermi con gioia infinita: sapersi amati fa assolutamente la differenza».

Simona Atzori

ha ormai calcato i palcoscenici del mondo, è volata sulle punte con l’étoile della Scala al “Roberto Bolle and Friends”, è stata Ambasciatrice della danza nel Giubileo del 2000, ha aperto le Paraolimpiadi invernali del 2006 e oggi porta in giro per l’Italia “Me”, il primo spettacolo realizzato interamente da lei, insieme alla sua compagnia “Simonarte Dance Company” e ai ballerini della Scala di Milano. Ma per molti resta prima di tutto “la danzatrice nata senza braccia”. «Sono rimaste in cielo», annuisce serena. Intorno a lei, ballerina e pittrice, i grandi quadri accatastati al suolo, pronti a partire per la prossima mostra.
Parla rilassata, a “braccia” conserte, le “mani” sul grembo, poi le scioglie e le poggia a terra, dove diventano magicamente i suoi piedi. Di nuovo solleva un piede, lo porta alla testa e con eleganza sinuosa si ravvia i lunghi capelli ricci…
Simona, sono più le tue braccia o le tue gambe? Come le senti?
Domanda interessante (ride), non ci avevo mai pensato. Credo che per la maggior parte del tempo siano braccia. Sono vissuta qualche anno in Canada, dove mi sono laureata, e lì mi dicevano che ero proprio un’italiana da quanto gesticolavo. La sintesi perfetta avviene quando guido, un piede su freno o acceleratore, l’altra “mano” sul volante.
Come reagirono i tuoi genitori, Tonina e Vitalino, alla tua nascita?
Allora non c’era l’ecografia, fui una bella sorpresa, non c’è che dire. I primi due parti per mia mamma erano andati male, per questo mia sorella, la sua terza gravidanza, è stata chiamata Gioia. Poi sono arrivata io e mia madre aveva il terrore di perdere anche me. Quando si è svegliata dal cesareo e ha visto i volti cupi degli infermieri, che non le lasciavano vedere la sua bambina, è stata malissimo. Poi ha saputo che invece ero sana e salva, soltanto mi mancavano le braccia. Mamma e papà si sono abbracciati e hanno subito deciso il da farsi: mi avrebbero insegnato a prendere il ciuccio con i piedini. Già prima che io nascessi, mia madre sognava per me che io diventassi ballerina, mi aveva dentro e già immaginava di vedermi volare sul palcoscenico: il suo primo pensiero è stato la chiave della nostra vita, la sua positività ha dato a tutti noi il segreto della felicità..
L’essere ballerina, e quindi snodata, ti ha aiutato a vivere?
La danza mi ha anche aiutata dal punto di vista fisico, è vero, ma non l’ho scelta io, è lei che ha scelto me, così come la pittura, ed entrambe le arti mi permettono di esprimere tutto il mio mondo interiore.
Ora però con “Cosa ti manca per essere felice?” sei anche scrittrice.
Il titolo del libro è la domanda che faccio sempre agli altri. A me non è mancato nulla, nella mia vita non ho avuto scuse né alibi, allora alle persone vorrei dire di non arrendersi alle prime apparenti difficoltà, di non scoraggiarsi mai perché, anche se ti manca qualcosa, puoi comunque essere felice. Di fronte alla foto di copertina, spesso la gente non si accorge che non ci sono le braccia e questo significa una cosa importante: nella vita bisogna guardare quello che c’è, non lamentarsi per ciò che non abbiamo. Qualcosa, tanto, manca a tutti, anche a chi ha braccia e gambe in regola: l’esteriorità si nota prima, ma se il vuoto è interiore il dolore è più straziante, più limitante di due arti rimasti in cielo.
Qual è il tuo messaggio?
La vita è un dono straordinario e non va sprecata. Io tengo incontri motivazionali in aziende, banche e scuole e sempre cito Papa Giovanni Paolo II: «Prendete la vita nelle vostre mani e fatene un capolavoro». È una verità assolutamente concreta: quando hai un dono sei felice, prima di tutto, e poi vuoi adornarlo, farlo più bello, e questo cerco di fare anch’io. Quando narro la mia storia sembra che racconti una favola, e in effetti è la “mia” favola, è proprio uno spettacolo di vita. Ognuno di noi può fare questo, basta crederci, purché non a metà, crederci veramente. Non è facile, ma nulla è facile nella vita.
Qual è il tuo rapporto con il Creatore?
Ringrazio il Signore non per la vita in generale, ma per avermi disegnata esattamente così. Il mio grazie quotidiano è cercare di rendere questa mia vita un capolavoro, come lui ha voluto che fosse.
Hai anche l’amore… Come lo hai riconosciuto in Andrea, il tuo fidanzato, istruttore di volo?
L’amore è soprattutto l’uomo che gioisce dei tuoi successi e li condivide. Due strade parallele ma una crescita insieme.
Perché non viene da dire che sei una disabile? Perché ti si conosce e si pensa “che fortuna ha avuto a nascere così”?
Perché è vero. Che cosa significa disabile? Chi lo è e chi no? E colui che è sano, fino a quando lo sarà? Non è questo che conta, non certo due braccia o due occhi, e spesso proprio nella caduta si scopre il senso della vita, come testimoniava Ambrogio Fogar e come racconta Mario Melazzini, il medico malato di Sla. Per molti questo è incomprensibile, perché guardano l’avere e il fare anziché l’essere.
Potessi chiedere al Signore le tue braccia, lo faresti?
In Kenya ho danzato per carcerati, malati di Aids e bambini di strada e mi hanno fatto la stessa domanda. Ti rispondo come a loro: se fossi nata con le braccia, tu ora non staresti parlando con me, ma con un’altra persona. E io amo Simona.

Lucia Bellaspiga (AVVENIRE 24.XI.2011)

sunny e peter gli “sposi dell’anno”

22 Novembre 2011 Nessun commento

Gli sposi dell’anno si chiamano Sonia e Peter, hanno 64 e 73 anni e questa è la loro storia.
Sonia ‘Sunny’ Jacobs viene arrestata nel 1976 con il marito, Jesse Tafero, per l’omicidio di due poliziotti. Sonia esce dal carcere nel 1992, dopo 16 anni, quando il vero assassino confessa; il marito, però, è già stato messo a morte sulla sedia elettrica nel 1990. Innocente, come Sunny.Vita sconvolta, nel 1998 lei vola in Irlanda per una conferenza organizzata da Amnesty International e conosce Peter Pringle, anch’egli condannato a morte (la pena capitale fu abolita in Irlanda soltanto nel 1990), per ben 15 anni in carcere innocente, accusato del crimine più ignobile, l’omicidio. Si parlano. Si raccontano le loro storie. Lui – racconterà lei – piange. Sono stati vittime di un duplice tragico errore. Per Jesse, irrimediabile. Nei giorni scorsi si sono sposati. «Siamo felicissimi e tanto fortunati a poter vivere questa nostra vita. La gente potrà pensare che sono pazza – ha detto Sunny – ma mi considero una donna benedetta da Dio». Da due sbagli, una cosa giusta.Viva gli sposi!
(AVVENIRE 22.XI.11)

sì a qualcuno? allora a tutti!

22 Novembre 2011 2 commenti

Un luogo per la preghiera islamica all’interno dell’università. I musulmani, nelle facoltà torinesi, dal Politecnico a Palazzo Nuovo, non mancano, ma la richiesta di uno spazio ad hoc per la preghiera è arrivata per la prima volta nei giorni scorsi. A farsene portavoce è stata Melek, una giovane turca intenzionata a iscriversi a Scienze che ha scritto alla segreteria dell’ateneo per sapere se al suo arrivo avrebbe trovato un luogo appartato in cui poter pregare come prevede la sua fede. Mai avrebbe però immaginato di suscitare un vespaio. Se da Palazzo Campana, che ospita la Facoltà, fanno sapere che una soluzione verrà trovata, la Lega parte all’attacco. «Quella dei musulmani per la religione e la creazione di luoghi di preghiera ovunque si trovino è una vera e propria ossessione», ha tuonato Mario Carossa, presidente del gruppo regionale del Carroccio. Brucia ancora la bocciatura da parte del Tar del ricorso con cui la Lega voleva fermare la costruzione della moschea. Per Sergio Roda, prorettore dell’ateneo, è invece «giusto porre la questione attribuendole l’adeguata importanza, senza ridurla a un mero problema di spazi». Don Tino Negri, direttore del Centro studi Peirone, l’organismo della diocesi di Torino incaricato del dialogo con l’islam, è perentorio: «All’università esiste una chiesa? No, allora non vedo perché debbano esserci spazi specifici per i musulmani.

Se viene data una sala per pregare a qualcuno va data a tutti».


(AVVENIRE)–
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piccola domanda: – e se un cattolico va dove governano gli islamici può tenere la Bibbia, chiedere dov’è una chiesa per la Messa?…

tutto in una parola: SOLITUDINE

20 Novembre 2011 Nessun commento

“Possono esserci persone che hanno distrutto totalmente in sé stesse il desiderio della verità e la disponibilità all’amore… In simili individui non ci sarebbe più nulla di rimediabile: è questo che si indica con la parola “inferno”. «Questa è la mia idea dell’inferno: uno se ne sta seduto là,, e sente che non può più amare, mai più e che mai più incontrerà un’altra persona, per tutta l’eternità». Così scriveva al teologo Karl Rahner la romanziera tedesca Luise Rinser, echeggiando le parole di un altro scrittore, Georges Bernanos: «L’inferno è non amare più», che a sua volta raccoglieva l’idea del suo connazionale Victor Hugo secondo il quale

“l’inferno è tutto in una parola: solitudine”

Forse per questo si potrebbe dire — sempre con Bernanos — che non si deve parlare del «fuoco dell’inferno» perché «l’inferno è freddo», come ogni luogo senza la luce e il calore dell’amore. Si dice che i predicatori di oggi, rispetto ai loro colleghi del passato, non sono inclini a mettere a tema i cosiddetti “Novissimi”. Non così Benedetto XVI che li ha affrontati nella sua enciclica Spe salvi (2007) alla quale abbiamo attinto per un’efficace rappresentazione dell’inferno come stato interiore che può già crearsi dentro la vita e l’anima di una persona in vita. Due sono i sintomi inequivocabili. Innanzitutto spegnere ogni ricerca della verità e, quindi, ogni cammino verso il mistero, il trascendente, il divino. Segue a ruota proprio la chiusura all’amore che raggela ogni spiritualità profonda. Solo una piccola nota di commento. Il Papa fa balenare la possibilità che l’inferno inizi già ora, qui nella storia. Il filosofo americano William James (1842-1910) l’aveva già intuito: «L’inferno di cui parla la teologia non è peggiore di quello che creiamo a noi stessi in questo mondo».
(gianfranco ravasi AVVENIRE)

“Io, malato ma non vinto”

19 Novembre 2011 Nessun commento

Il “Garoto”, il ragazzo, se ne è andato in punta di piedi dall’Italia, come quando con gli scarpini accarezzava l’erba “sempre verde del Comunale di Firenze. Amarildo Tavares da Silveira, stella luminosa del secondo scudetto della Fiorentina (stagione 1968-’69) se ne è andato da qui, tra l’indifferenza del popolo degli stadi, che ha la lingua lunga, ma la memoria sempre troppo corta.

È tornato a casa, in Brasile dove si è appena ripreso da giorni tristi e solitari, in cui sdraiato su un letto d’ospedale a vegliarlo c’era il terrore che quelli fossero anche finali. «Ha cominciato a sputare sangue e alla fine la diagnosi è stata impietosa: cancro alla laringe», dice il figlio Rildo, fiorentino doc e poliglotta come suo padre («parliamo sette lingue a testa o giù di lì»), che ha accompagnato papà Amarildo nel suo viaggio di ritorno alle origini e ora lo sta curando nella graduale ripresa fisica.

«Avevo perso 10 chili, ora piano piano con l’aiuto di Dio che non mi ha mai abbandonato un giorno in questi 72 anni, ne ho già recuperati quattro. E la voce che era andata via, senti come è squillante dopo l’operazione?…», dice al telefono da Rio un Amarildo rincuorato dopo l’ultimo ciclo di chemio, ma un po’ amareggiato dalle tante problematiche che affliggono il suo Paese. «In Brasile se stai male e non hai soldi sei un uomo finito. L’ospedale in cui sono stato operato e in cui ora vengo seguito, costa una fortuna. Se non fosse intervenuto il buon cuore del Botafogo che si è ricordato del suo ex ragazzo…».

Quel garoto di Campos, «come il mio compagno di nazionale Didì», arrivato nel nostro campionato nel 1963 e che con la sua classe pura e un’innata allegria, dopo Firenze aveva ammaliato la Milano rossonera e infine la Roma di Helenio Herrera. Di lui si erano accorti tutti a Cile ’62, quando sostituì l’infortunato Pelè e trascinò il Brasile alla conquista del titolo mondiale. Ma da quel momento iniziò una “guerra” tra O Rey e Amarildo, culminata nel gran rifiuto di San Siro. «Nel maggio del ’63 con la Seleçao venimmo a disputare un’amichevole e quando nel secondo tempo il ct Moreira mi disse che dovevo scaldarmi per sostituire Pelè gli dissi di no, che non ci stavo a fare la sua riserva e che mi doveva far giocare prima.

Ero un ragazzo, poi quando ho smesso di giocare con Pelè ci siamo riappacificati. Vale comunque quel che Romario ha detto un giorno di Pelé: se stesse zitto sarebbe il miglior poeta brasiliano. Più grande lui o Maradona? Io non ho dubbi: Garrincha». L’amico “Manè” al quale è stato sempre vicino, fino all’ultimo. «Hanno scritto che nessuno porta più un fiore sulla sua tomba, ma non è vero che il Brasile ha dimenticato Garrincha. I brasiliani si ricordano di tutti i loro campioni della Seleçao. Perfino i bambini mi fermano per la strada per chiedermi una foto ricordo o un autografo».

In Italia invece il ricordo di Amarildo è confinato nelle menti dei vecchi tifosi del Barsport e una volta appesi gli scarpini si è dovuto accontentare di panchine di serie C (Sorso, Turris, Pontedera, Rondinella), per poi tentare la fortuna nei nuovi eldorado dell’Arabia Saudita e del Qatar. «Come allenatore non ho avuto fortuna, ma credo che in parte dipenda dal fatto di non aver mai voluto fare sconti a nessuno. Nel ’90 ero il vice di Lazaroni alla Fiorentina e Cecchi Gori mi cacciò perché io mi opposi a fare esordire in Serie A un tale Bartolelli che era il figlio di un suo intimo amico. Per me il calcio non funziona su raccomandazioni, se hai talento vai in campo altrimenti fai un altro mestiere».

Firenze è nel suo cuore, «ho trovato anche moglie, Fiamma, stiamo insieme da 42 anni e prima di Rildo mi ha dato altre due figlie Jennifer e Katiuscia», ma è in Brasile che va alla ricerca di una nuova primavera. «Sono ambasciatore internazionale del Botafogo, ma vorrei tanto mettere la mia esperienza al servizio del calcio italiano. Solo qui a Rio ci sono decine di Neymar, ma tanti procuratori vengono e non vedono. Quando Hernanes era ancora al San Paolo mi ero permesso di segnalarlo in al Milan e alla Fiorentina, poi due anni dopo alla Lazio hanno capito che era un affare e l’hanno pagato 12 milioni di euro. Se mi avessero ascoltato prima avrebbero sicuramente risparmiato. Ma i presidenti dei club italiani pensano che più spendi, più sei bravo e vinci. Non hanno capito niente…».

Il suo presente ora è solo il Brasile. «Questo è un Paese che potenzialmente è il migliore dei mondi possibili. È vero che economicamente è cresciuto moltissimo , ma io giro per le favelas e vedo ancora tanta povertà. E la piaga più grande è la mancanza d’istruzione dei nostri giovani. Abbiamo tanti grandi calciatori, ma anche troppi analfabeti e ancora pochissimi laureati. E senza la cultura il Brasile non potrà mai volare in alto». La speranza è rivolta ai prossimi Mondiali di calcio del 2014: «Spero tanto che sia un momento di grande riscatto sociale, ma anche sportivo. Il Brasile deve cancellare per sempre l’incubo della finale del ’50 persa al Maracanà contro l’Uruguay».

Un’immagine calcisticamente “luttuosa”, che per un attimo rende triste Amarildo, ma poi si illumina subito di immensa allegria e ringrazia commosso:

«Grazie a quegli amici dell’Italia che in questi giorni mi hanno chiamato per sapere come stavo. Io non ho mai dimenticato nessuno, tutti i miei compagni di squadra li porto sempre nel mio cuore.

Ho due sogni per il futuro: tornare a lavorare per i club italiani, ma prima di tutto, fare una passeggiata mano nella mano con mia moglie Fiamma per le strade di Firenze come quando eravamo giovani. Ci penso tutti i giorni…».
Massimiliano Castellani (AVVENIRE)

l’insegnamento di un’orsa zoppa

16 Novembre 2011 Nessun commento

“L e notizie brutte sono più brutte se accadono vicino a te, le notizie belle sono più belle se obbediscono a una morale naturale, perché dimostrano che anche la Natura può essere buona. Ieri ho letto e riletto una notizia bruttissima, accaduta nella mia città; e una notizia bellissima, che ha per protagonista un’orsa. Liberiamoci subito della notizia brutta: fuori il dente, fuori il dolore. Due ragazzine minorenni sono scappate da casa loro, a Vicenza, e son venute nella mia città, Padova, in cerca di emozioni forti. Premessa: una di loro aveva già provato la marijuana, e s’era trovata bene. Stavolta han cercato cocaina. Per loro disgrazia, l’han trovata. Dicono i giornali: in un angoletto nascosto di un parco della città. Magari fosse così. Vorrebbe dire che il mercato della droga si svolge negli angoletti bui, ha vergogna di mostrarsi al sole. Purtroppo non è vero. L’angoletto buio è alle spalle della Cappella Scrovegni, dove stanno gli affreschi di Giotto, una meraviglia della storia umana, per vedere la quale vengono turisti da tutto il mondo, in pellegrinaggio. E dunque diciamo la verità: la droga si vende e si compra coram populo.

Le due bambine comprano cocaina da fumare, la fumano subito, van fuori di testa, il pusher tunisino ne approfitta e violenta la più piccola. Le due ragazzine girano di qua e di là, appena svaniscono i fumi della droga capiscono quel che han fatto e quel che gli è capitato, e decidono di suicidarsi. Si spostano di un chilometro, in un altro parco, e si tagliano le vene. Prima di morire, danno l’addio a un amico, per telefono, l’amico avverte i carabinieri, salvataggio delle sventurate e arresto dello spacciatore. È il miliardesimo esempio che la droga leggera introduce alle pesanti: queste stavano per morire l’altro ieri, con la robaccia che le ha mandate in paranoia, ma avevan cominciato a morire tempo prima, con la robetta che le aveva mandate in estasi. C’è una linea retta dalla robetta alla robaccia, dall’estasi al suicidio.

Dall’inizio alla fine corre un tempo senza valori, senza scopo, senza Dio.

La droga è la zavorra che riempie il vuoto. Spero che i genitori le perdonino. Che l’amico non le molli.

Che il pusher non rientri più in Italia. C’è un tipo d’imputazione che dice: induzione al suicidio. E questa cos’è?

Le due amichette cercavano emozioni forti perché morivano di noia, la droga doveva riempire una vita vuota.

Sempre ieri, la risposta gliela dava un’orsa marsicana: anch’essa con la vita vuota, il suo compagno morto avvelenato, lei sola, invalida perché zoppa, una tagliola le aveva troncato la gamba anteriore destra. Corricchia sbilenca, zoppicando. Per questo le guardie che la seguono col binocolo la riconoscono. E vedono che bazzica la zona dove il compagno è morto, lo cerca da anni. In quella zona un’altra orsa è morta, cercava cibo per i suoi due orsetti e fu travolta da un’auto. I piccoli vagarono in tondo, senza allontanarsi dall’area, Freud direbbe che elaboravano il lutto, ma è più probabile che non sapessero cosa fare. E qui entra in scena la ‘femmina zoppa’: mancata madre, vedova, sola, vita vuota, ha deciso di prendersi cura di loro, ed è stata vista più volte con al seguito i cuccioli non suoi. Gli etologi discutono se un’orsa marsicana possa o non possa avere l’istinto dell’adozione. Ma l’abbiamo visto altre volte, perfino in cagne con gattini, o in gatte con cagnolini. È un modo per dare un oggetto a un istinto affettivo buono, l’istinto materno: se fossero esseri umani, diremmo che cercano di fare del bene. Se sta alla portata di un’orsa, vuol dire che è un’opzione alla portata di tutti, un rifugio-salvezza.

Tanti ragazzi, come le due amichette vicentine, si drogano perché non sanno cos’altro fare. L’orsa zoppa ha un piccolo insegnamento anche per loro.
(Ferdinando Camon AVVENIRE 16.xi.11)

“….più breve del tuo fazzoletto…”

13 Novembre 2011 Nessun commento

“Spesso il male di vivere ho incontrato:
/ era il rivo strozzato che gorgoglia,
/ era l’incartocciarsi della foglia riarsa,
/ era il cavallo stramazzato. ”

L’autunno avanzato stende il suo manto sulla natura. Se oggi passeggerete in un parco cittadino, camminerete su un tappeto di foglie «riarse e incartocciate». La vita ha un levare e un posare, un prima e un poi, un gioire e un piangere, un inizio e una fine. Il nostro sguardo si fissa e s’impressiona maggiormente per l’irrompere del buio, il nostro cuore batte più forte verso la morte, gli scenari tragici, accuratamente scansati, si parano innanzi all’improvviso tagliandoci la strada in un incidente.
Si può elencare a lungo la litania che compone il «male di vivere», come lo chiamava Montale nei versi tratti dai suoi indimenticabili Ossi di seppia (1925). Altrove, nella raccolta Occasioni (1939), ci ammoniva:

«La vita che sembrava vasta è più breve del tuo fazzoletto».


Cosa dire? È possibile ancora parlare di queste cose senza essere tacciati di pessimismo o di triste romanticismo? Si è infastiditi dalle domande impertinenti che spettinano i pensieri ordinati nei luoghi comuni di un’artificiosa serenità. Una volta il mese di novembre conduceva la domenica alla visita dei cimiteri e qualche scia rimaneva nell’anima. Ora non è più così. Eppure non cessa l’insoddisfazione, non diminuiscono le depressioni, non si allontana neanche da chi è nel pieno della giovinezza «il male di vivere».
L’imperatore Marco Aurelio, nei suoi Ricordi, osservava che «l’arte di vivere somiglia più al pugilato che alla danza», e quindi si deve sempre stare in guardia oppure combattere. Ogni tanto, su un palcoscenico sociale popolato di nani, guitti e ballerine, è giusto che salga la serietà a zittire tutti.
Almeno per qualche minuto.
gianfranco ravasi AVVENIRE