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Archivio Dicembre 2011

“nella mia fine è il mio inizio”

30 Dicembre 2011 Nessun commento

“Gli uomini avanti in età devono essere esploratori. /
Il luogo e l’ora non sono importanti. /
Noi dobbiamo muoverci senza sosta verso un’altra intensità, /
per un’unione più completa e una comunione più profonda… /

Nella mia fine è il mio principio

. In my end is my beginning: è l’ultimo verso del secondo (1940) dei Quattro Quartetti di quel grande, arduo e affascinante poeta che è stato Thomas Stearns Eliot. Era il motto dell’infelice regina Maria Stuarda di Scozia, giustiziata da Elisabetta I nel 1587, ed è anche una sorta di sigla che possiamo assumere per meditare sul gocciolare delle ultime ore di quest’anno. Ma risaliamo ai versi precedenti rivolti a coloro che hanno già vissuto molte fine d’anno. Non si deve cedere alla tentazione che nulla più ci attende, che abbiamo ormai visto tutto e sperimentato a sufficienza e, soprattutto, che ci attende solo una fredda lapide funeraria sulla quale idealmente sta scritto The end. Il poeta, invece, ci ricorda che dobbiamo sempre pellegrinare nella vita, alla ricerca di un «oltre», anzi di «un’unione più completa e di una comunione più profonda». È quello che anche l’islam credente chiama l’Incontro per eccellenza col Creatore, che ci aspetta una volta varcata la soglia della morte. È per eccellenza anche l’annuncio cristiano che apre uno squarcio di luce oltre l’oscura galleria dell’agonia: «saremo sempre col Signore», come dice san Paolo, cioè nell’eterno e nell’infinito di quel Dio dalle cui mani siamo usciti e le cui mani alla fine ci raccolgono.
gianfranco ravasi AVVENIRE 30.XII.11

nel TUO tempo prepari la TUA eternità

29 Dicembre 2011 2 commenti

Il tempo è ciò che l’uomo è sempre intento a cercare d’ammazzare,
ma che alla fine ammazza lui.
Una manciata di ore, ed ecco il botto di fine anno con la tradizionale e un po’ tribale e selvaggia chiassata della notte di S. Silvestro (un santo certamente infelice per l’associazione a questa gazzarra notturna). A una certa distanza da quel momento, proviamo, invece, a interrogarci ancora una volta su questa realtà che aderisce alla nostra stessa pelle,


il tempo

,
al quale ho assegnato una delle Definizioni elaborate dal filosofo positivista inglese Herbert Spencer (1820-1903). Egli ricorre a un’espressione che è in molte lingue, «ammazzare il tempo». Nella frase si riflette l’angosciosa attesa di chi è immerso in un’esistenza infausta o di chi, annoiato, non trova più nessun sapore nel vivere. Alla fine, però, il tempo si trasforma in una mannaia che si chiama morte e, forse, in quel momento si recrimina perché il tempo è finito così presto. Vorrei, però, riprendere questa locuzione ma da un’altra angolatura che è suggerita dallo scrittore americano Henry David Thoreau che, nel suo Walden o la vita nei boschi (1854), obietta:


«… come se si potesse ammazzare il tempo senza ferire l’eternità!».


L’idea è profondamente cristiana: nel tempo, che è l’ambito in cui è chiamato a operare, l’uomo prepara il futuro che sta oltre la frontiera della morte. Quindi, sporcare, sciupare e dissolvere le nostre ore è predeterminare il nostro destino ultimo. È ciò che Cristo esprime col simbolo del «tesoro»: «Non accumulate tesori sulla terra…, accumulate invece per voi tesori in cielo» (Matteo 6, 19-20). E allora condividiamo la sapienza del Virgilio dantesco:

«Perder tempo
a chi più sa
più spiace»

(Purgatorio III, 78).
gianfranco ravasi AVVENIRE 29.XI.11

“…non ci pentiremo mai!..”

27 Dicembre 2011 Nessun commento

«Di accogliere la vita non ci pentiremo mai»

La prima volta che aiutò una mamma a partorire fu nel Natale del 1955, quando, non ancora maggiorenne, iniziava la scuola da ostetrica. Da allora Flora Gualdani ha perso il conto delle madri assistite: negli ospedali e a domicilio, nelle campagne e in mezzo alle guerre per il mondo. Conosce i travagli delle donne – non soltanto quelli del parto – e considera l’ambulatorio ostetrico «un confessionale speciale», postazione privilegiata per comprendere i bisogni della persona. Nel 1964, dentro la grotta di Betlemme, la luce di un’intuizione profonda che la spinse ad avviare la sua iniziativa in favore della vita nascente.
Tornata in Italia trovò in reparto una donna malata di cancro che non intendeva abortire.
Le stette vicino, la bambina nacque e la donna lentamente guarì mentre Flora si occupava di sua figlia: quella neonata accolta fu la prima di una lunga serie. L’opera che prese il nome di Casa Betlemme partì così.

Flora, da sempre attenta ai segni dei tempi, dagli anni ’80 allargò l’impegno sul fronte culturale della ‘emergenza educativa’, per «preparare non intellettuali della bioetica né spiritualisti disincarnati ma apostoli intelligenti». Oggi Flora è affiancata da una fraternità di giovani laici che hanno scelto di dedicarsi con lei a questa opera sul fronte assistenziale, educativo e della preghiera.
Quali sono i frutti della sua avventura sul fronte della vita?
In questi decenni abbiamo sottratto all’aborto centinaia di innocenti, restituendo la libertà di non abortire a madri di ogni nazionalità e cultura. Qualche anno fa si presentò a Natale una coppia musulmana con il bambino in braccio. Erano stati accolti qui nel periodo difficile della gravidanza: per ringraziarci mi vollero regalare un piccolo crocifisso d’oro, segno del rispetto che avevano sperimentato. L’accoglienza della vita è un sentiero faticoso lungo il quale ci si incontra e si colgono con pazienza frutti meravigliosi, storie indicibili di umana catarsi. Nessuna donna è tornata da me pentita di aver accolto la vita: né la undicenne incinta, né la prostituta, né la vittima di violenza. Questo dimostra che non c’è mai un motivo per uccidere un essere umano: c’è sempre una via per salvarlo. Ho seguito tante altre donne in un cammino di accompagnamento spirituale usando lo sguardo della trascendenza, farmaco capace di guarire il cuore da quella ferita e di riconciliare la madre con suo figlio.
Lei afferma che davanti a una gestante dovremmo sempre
inchinarci. Qual è lo stile che utilizza nella sua relazione con le donne?
Nella trama delle relazioni umane non sappiamo quale ricaduta possa avere un nostro gesto, una nostra parola detta o non detta, magari a distanza di anni. Sta qui la responsabilità degli educatori.

Una volta una donna mi raccontò di aver stracciato il certificato dell’aborto dopo avermi visto attraversare la strada. Le era rimasto impresso un colloquio che avevamo fatto qualche giorno prima.

Ciò che conta è che la donna si senta amata e non lasciata sola: sentirsi preziosa a motivo di quel suo stato ‘interessante’ per la società intera.
Condivisione della sofferenza, dedizione personale, tempestività nell’aiuto concreto: questa è la mia linea.
Casa Betlemme non è uno sportello: i colloqui possono durare nottate intere.
Gratuità e povertà sono un’altra cifra che caratterizza la sua opera.
Perché questa scelta?
Credo anzitutto che aggiunga valore sociale al nostro impegno, da sempre in una rete di collaborazioni con istituzioni e volontariato.

Delle prime comunità di cristiani si diceva che ‘sono poveri ma arricchiscono molti’ (Lettera a Diogneto). Per me è stata una scelta di libertà e di radicalità evangelica, che ci fa esercitare la fede e ci educa all’abbandono – a volte assai faticoso – alla divina Provvidenza.

L’opera sta in piedi da 50 anni perché ci sforziamo di restare in ginocchio davanti a Gesù, Autore della vita.

Nella sua Regola – «Ora, stude et labora» – la Chiesa ha riconosciuto un apostolato moderno e itinerante dove si coniugano azione e contemplazione, fede e scienza…

I servizi che offre la nostra fraternità sono legati a un cammino di formazione permanente, ma sono tutti espressione di una spiritualità specifica centrata sulla contemplazione del mistero dell’Incarnazione e sull’esaltazione della maternità di Maria. È dal cristocentrismo mariano che sgorgano la teologia del corpo, il vangelo della vita, la bioetica cristiana.

Perché, come diceva sant’Ambrogio, è Maria che ha generato la Redenzione. E la nascita di Cristo, ci spiega sant’Agostino, è già Salvezza.
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di Lorenzo Schoepflin AVVENIRE 22.XII.11

incontrare se stessi e le cose alte

19 Dicembre 2011 Nessun commento

“Un re corrotto domandò a un uomo pio: «Tra gli atti di culto che compio, qual è il più gradito a Dio?». L’uomo pio rispose: «La siesta che fai nel pomeriggio, perché è l’unico tempo in cui non tormenti nessuno!».
«Questo libro resterà per lunghi anni, dopo che ogni granello della mia polvere sarà disperso, perché so quanto veloce fugge la vita!». Così scriveva del suo Golestân («Il roseto») Sa’dî, un sapiente mistico persiano vissuto per più di cent’anni tra il XII e il XIII secolo. I fiori che sbocciano in questo giardino poetico sono lezioni di vita, talora punteggiate da una stilla di ironia amabile.
È il caso di questo apologo sul potere oppressivo.
Non di rado dei dittatori si dice che vegliano sempre sulla loro nazione,
mentre sarebbe meglio che dormissero di più… Al riguardo, scriveva ancora Sa’dî: «Un re vide un asceta e gli chiese: Non ti ricordi di me? Sì, rispose l’asceta, quando dimentico Dio!». Vorrei, però, porre l’accento nella parabola sopra citata sul tema del riposo che, tra l’altro, scandisce l’odierna giornata domenicale. Ovviamente la siesta è necessaria al corpo ed è tutto quello che nel giorno di festa sa offrire la società contemporanea, classificandolo sotto il vocabolo inglese relax. Un termine significativo che rimanda al «rilassamento» e spesso questo atteggiamento non è solo la distensione fisica, ma anche l’allentamento morale. Noi, invece, pensiamo a un altro riposo che si trasfigura proprio in una sorta di “roseto” simbolico. È la variante spirituale di quello che descriveva Machiavelli in una sua lettera del 1513: «Venuta la sera, mi ritorno in casa ed entro nel mio scrittoio; mi spoglio della veste cotidiana piena di fango e loto, e mi metto panni reali e curiali…» per dialogare coi grandi del passato e «pascersi di quel cibo che solum è mio».

Incontrare sé stessi e le cose alte nella quiete della propria camera.

(gianfranco ravasi AVVENIRE)

torna il presepe a Barbiana

16 Dicembre 2011 Nessun commento

“?Erano 44 anni che Gesù Bambino non nasceva più a Barbiana: esattamente da quando morì il parroco-maestro che della canonica sperduta tra i monti del Mugello fu l’ultimo abitante. Ma domenica un presepio tornerà ad essere allestito nei locali della scuoletta divenuta famosa nel mondo, e tuttora meta per migliaia di pellegrini riconoscenti all’autore di Lettera a una professoressa.

Il presepio di don Milani: «Quest’anno Gesù bambino nasce anche a Barbiana, nell’officina dove il Priore formava i suoi ragazzi al lavoro», annuncia infatti il comunicato stampa della Fondazione intitolata al celeberrimo sacerdote ed educatore. E pare davvero che Michele Gesualdi – il quale di quei «ragazzi» è senz’altro tra i primi – abbia avuto un’altra idea giusta: non tanto mantenere come museo dei ricordi la remota località dove don Lorenzo visse un fecondissimo esilio tra il 1954 e la morte, nel 1967, ma lavorare perché da essa venga rilanciato verso il futuro e in modi nuovi il messaggio durevole del prete fiorentino. In base a questa filosofia, l’anno scorso si era inaugurato il percorso della Costituzione; quest’anno invece ecco il «presepe per il lavoro».

Sì, perché la classica scena della Natività – la quale peraltro tanto tradizionale non sarà, visto che è stata affidata all’originalità di un’associazione del modenese – verrà allestita nella sala che fu l’officina della scuola di Barbiana (una delle caratteristiche della didattica milaniana era appunto un passaggio molto diretto dalla teoria alla pratica) e sarà circondata da pannelli illustrativi sul mondo del lavoro: dalla disoccupazione allo sfruttamento, dalle fabbriche in crisi sulla porta di casa nostra al lavoro minorile nel terzo mondo. Anzi, simbolicamente Gesualdi – che è stato sindacalista, prima di diventare presidente della Provincia di Firenze per parecchi anni – dedica il nuovo presepe a una vertenza concreta, quella che non farà passare un Natale tranquillo a 375 operai della ex Electrolux di Scandicci.

Messo così, il messaggio sicuramente sarebbe stato caro al Priore, che sul lavoro ha scritto pagine bellissime e acute sia nelle sue lettere, sia in Esperienze pastorali. I pannelli introduttivi al presepe di Barbiana rincareranno poi la dose con la testimonianza di un’altra grande anima nella stagione d’oro del cattolicesimo fiorentino, Giorgio La Pira: il «sindaco santo» di cui si ricorda lo strenuo prodigarsi nella crisi della Nuova Pignone.

Si incroceranno inoltre le voci «laiche» di sindacalisti come Di Vittorio e Pastore o presidenti quali Pertini ed Einaudi, insieme a brani tratti dalle encicliche sociali o dalle parabole del Vangelo. La scena della nascita, invece, vedrà all’intorno una folla di contadini illuminati dalla luce proveniente dalla mangiatoia; che non sarà posta in una grotta, bensì su un ponte – il famoso «ponte di Luciano», fatto costruire da don Milani per permettere a un ragazzo di frequentare la sua scuola, e recentemente restaurato.

Allo stesso modo altri oggetti schiettamente «milaniani» – l’astrolabio realizzato dagli allievi di Barbiana con l’ausilio di un professore di astronomia per studiare le stelle; il «santo scolaro», singolare mosaico pure costruito nella scuola e piazzato poi nella chiesetta del Mugello – occhieggeranno qua e là tra pastori e re Magi, secondo il progetto elaborato dal cappuccino Antonello Ferretti, dai volontari della parrocchia Sant’Antonio di Sassuolo (Mo) e dall’associazione di promozione sociale «La Comune del parco di Braida». Un presepio «impegnato», dunque: come usava negli anni Sessanta e Settanta; e non a caso domenica sarà inaugurato alla presenza dei segretari fiorentini delle tre maggiori centrali sindacali italiani. Sarebbe piaciuto a don Milani? Chi lo conosce dagli scritti, direbbe a naso di sì.

Parlando con un testimone come Gesualdi affiora per di più un inedito, e forse inatteso, amore del Priore per il presepio tout court. «I primi quattro anni – racconta Michele, che col fratello Francuccio venne praticamente “adottato” da don Milani proprio nei giorni intorno al Natale 1955 – facevamo il presepio vivente nel bosco alla luce delle candele, ispirandoci a quello di san Francesco a Greccio e usando come grotta una capanna che serviva da ricovero per gli animali; don Lorenzo, come al solito, sfruttava l’occasione per farci delle lezioni, in quel caso sulla storicità dei Vangeli».

È documentata infatti una lettera del 1955 in cui il Priore scriveva: «Spero di riuscire a fare un bel presepio vivente in quella capannuccia vera che ti feci vedere». Poi invece la sacra rappresentazione venne trasferita nella chiesetta; lì, sotto un altare laterale, don Milani dirigeva la costruzione di un bel presepio, con un sacco di accorgimenti tecnici come le luci e l’acqua che scorreva. Il nuovo presepio attualizzato di Barbiana resterà aperto fino al 30 aprile 2012 e si concluderà con un convegno nazionale sempre sui problemi del lavoro. Ma per il prossimo Natale è già pronta una replica; a tema, questa volta, la selezione scolastica che colpisce tuttora i figli dei più deboli. La professoressa si prepari: riceverà posta da Gesù Bambino.
Roberto Beretta (AVVENIRE)

“…e noi passiamo..”

15 Dicembre 2011 Nessun commento

(

“I giorni della nostra vita sono come un blocchetto di assegni in bianco. Li puoi spendere come vuoi, ma l’ultimo devi riservarlo a Lui.
«Tutti i giorni vanno verso la morte, l’ultimo vi arriva»,
ammoniva nei suoi Saggi il pensatore francese Montaigne.
È un’altra francese, di origine ebrea, Simone Weil, a rileggere quel monito in chiave spirituale nella frase sopra citata tratta dal suo libro L’ombra e la grazia.
I giorni di questo 2011 stanno lentamente colando verso la loro fine: abbiamo avuto tra le mani un assegno in bianco e ciascuno di noi, nell’intimità della sua coscienza, può dire se l’ha investito, se l’ha lasciato in un cassetto a impolverarsi, se l’ha strappato o macchiato rendendolo invalido. Ma soprattutto – continua la Weil, donna di straordinaria intelligenza e intensa spiritualità, morta a soli 34 anni nel 1943 – c’è un ultimo assegno che si deve intestare a Dio. È quello del bilancio della propria esistenza che, se si vuole, può diventare una metafora della conversione. Durante la vita abbiamo avuto una disponibilità di intelligenza, tesori di amore, fondi di beni materiali, depositi di sentimenti, ricchezze di amicizie e forse abbiamo sprecato e dissipato tale patrimonio, sacrificandolo all’egoismo, dissolvendolo nelle banalità, riservandolo a persone sbagliate. È, questo, il rischio intrinseco alla nostra libertà. Ma questa stessa libertà può farci decidere di impiegare bene l’ultimo assegno. Noi, però, non sappiamo quale sia: potrebbe essere quello datato 2012 o molto più il là nel tempo. Per questo, allora,
è prudente intestare subito a Dio e al bene
l’assegno che abbiamo ora tra le mani perché – come diceva un altro francese, il poeta Lamartine –

«l’uomo non ha porto,
il tempo non ha riva:
esso scorre e noi passiamo!»

Gianfranco Ravasi.—AVVENIRE –)

addio al “papà” di Calimero…

14 Dicembre 2011 Nessun commento

Addio a Perogatt, il papà di Calimero
È morto ieri sera a Guanzate (Como), all’età di 82 anni, Carlo Peroni, in arte Perogatt, celebre fumettista e papà di numerosi personaggi tra i quali Calimero, Draghiottino, Slurp, Gianconiglio, Zio Boris, Nerofumo, Paciocco, l’Ispettore Perogatt. Ne ha dato notizia la famiglia in un messaggio postato su Facebook:

“Non ha sofferto, è volato via in un attimo
breve come il battito d’ali d’una farfalla
che vola sorridente verso un luogo felice”.

Nato a Senigallia (Ancona) il 29 novembre 1929, Peroni aveva iniziato la sua carriera nel 1948 collaborando con Il Giornalino. Ma le sue creature hanno popolato tante altre riviste, italiane e straniere, tra cui Il Vittorioso, Capitan Walter, Jolly, il Corriere dei Piccoli, Sonny, Tilt, Slurp!, Guerin Sportivo, Bild Zeitung.

Perogatt aveva lavorato con la Rai e con agenzie e case di produzione per Carosello, Topolino e Pecos Bill, il
mediometraggio Arrivano i Putipoti e il lungometraggio Putiferio va alla guerra. Numerosi i suoi disegni animati, come Silvanella (Ferrarella), Calimero, Billo e Tappo, Minù e l’elefante, Paciocco e le sue sigle tv (per programmi come Zitti e Mosca, Slurpiamo!, La città dei consumi). Nella sua lunga carriera, aveva anche pubblicato libri ed opuscoli tra i quali Uffa Charlie Brown quanto rompi, Zio Boris, 30 anni di fumetti, Mondo Lumaca, Parlacosando, Anche i robot hanno un cuore.

Tra i tanti premi vinti da Peroni, il riconoscimento alla carriera ad Acqui Terme in occasione di AcquiComics nel 2003 e il Premio miglior sito italiano 2004 a TorinoComics 2004 per il suo sito web, che aggiornava continuamente e dove presentava i suoi personaggi, le sue animazioni e le sue “Cartoline virtuali”.

non sono stata mai così felice

13 Dicembre 2011 Nessun commento

“Mi chiamo Andrea, sono croata ed oggi sono una ragazza felice. Vivo da alcuni anni in Comunità, dove sono arrivata perché avevo problemi di tossicodipendenza. Sono nata e cresciuta in una famiglia in cui la fede era per lo più una consuetudine. Anche se avevo ricevuto tutti i Sacramenti, potevo scegliere a mio piacere se andare in chiesa o no, così già intorno ai tredici anni ero molto attirata dal mondo e da tutto ciò che mi offriva. Anche se i miei genitori avrebbero voluto darmi un’educazione migliore per imparare i veri valori della vita, io oramai avevo già bisogno di “qualcosa di più” ed ho cominciato a uscire fuori di casa, a cercare la mia identità nelle cose sbagliate, negli amici trasgressivi.
Davanti alla mia famiglia mi conveniva fare la “brava ragazza”, ed è stato lì che ho cominciato a dire le bugie e sono arrivati i primi litigi. In casa ero sempre stata una bambina timida, chiusa, però davanti agli amici volevo farmi vedere forte. Quando a quattordici anni ho incontrato la droga, ho pensato che fosse il modo migliore per farmi notare e rispettare dagli altri.
Alla fine delle scuole superiori sono cominciati i problemi seri. Non sapendo cosa volevo fare nella vita e non essendomi presa nessuna responsabilità, cercavo qua a là risposte che nessuno sapeva darmi, e in quella situazione è arrivata l’eroina. Per un attimo pensavo di avercela fatta, di aver risolto tutti i miei problemi. Andavo all’università, lavoravo, la mia famiglia non si accorgeva di niente, mettevo la maschera della brava figlia che ha sistemato la sua vita.
In realtà con il passare degli anni ero sempre più infelice, chiusa, triste, senza più speranza di potermi salvare, neanche per miracolo. I miei genitori oramai si erano accorti della mia disperazione, vedevano che stavo andando sempre più giù e grazie a Dio volevano aiutarmi. Abbiamo provato di tutto: psichiatri, pastiglie, metadone… tutte cose che mi aiutavano per qualche periodo, dopo di che cadevo ancora più giù nella disperazione e nell’inferno della droga.
Voglio ringraziare i miei genitori dal profondo del cuore per la loro forza e determinazione nell’aiutarmi. Oggi so che il loro amore era lo strumento attraverso il quale il Signore stava compiendo la Sua opera di salvezza nella mia vita disperata. Un bel giorno infatti mi hanno proposto la Comunità, dicendomi chiaramente che questa era ormai l’unica cosa che mi potesse salvare.
Sono così arrivata al Cenacolo disperata, stanca della vita, senza più luce nel cuore, morta dentro. Mi hanno colpito subito la gioia e l’amicizia di quelle ragazze: ero stupita della pace che poi ho cominciato a sentire anche dentro di me. La più grande fatica era quella di dirmi la verità, di vedere chi sono davvero e di ricominciare, però questa volta con Dio. Ho fatto tanta difficoltà a fidarmi delle altre, a credere che mi volevano bene e che il loro aiuto era veramente senza interessi. Ringrazio anche il mio “angelo custode”, la ragazza che è stata con me all’inizio, per la pazienza di spiegarmi ogni cosa, di amarmi senza scandalizzarsi né offendersi per tutte le mie falsità. Le sono grata soprattutto per avermi così trasmesso il dono più grande che potessi ricevere: la fede.
Anche con la preghiera infatti all’inizio è stato difficile: i rosari, le adorazioni, incominciare a costruire un rapporto con Dio… però avendo tanti esempi attorno, vedendo cose concrete come il perdono, l’amicizia, la verità, dentro di me è nato e si è sviluppato sempre più il desiderio di vivere questo incontro con Lui, di essere parte della grande famiglia dei Suoi figli in questa Sua opera che è il Cenacolo. Con l’aiuto degli altri ho scoperto pian piano che cosa significa l’amicizia vera, il sacrificio, l’amore pulito, il servizio gratuito. Oggi sono consapevole che tutto ciò che sto diventando non potrebbe mai esistere senza l’aiuto di Dio, senza tutte quelle ore trascorse in cappella. Adesso so che la mia vera forza per andare avanti si trova nell’Eucaristia e ringrazio Dio per la mia vita rinata, per il grandissimo dono di Madre Elvira e per tutti i buoni desideri che Gesù ha messo dentro il mio cuore.

Non sono stata mai così felice, e non mi sono mai sentita così libera. Grazie Gesù!

(da www.comunitacenacolo.it )

“il povero ane”

8 Dicembre 2011 Nessun commento

“Se andrete a Firenze
vedrete certamente
quel povero ane
di cui parla la gente.

È un cane senza testa,
povera bestia.
Davvero non si sa
ad abbaiare come fa.

La testa, si dice,
gliel’hanno mangiata…
(La ” c ” per i fiorentini
è pietanza prelibata).

Ma lui non si lamenta,
è un caro cucciolone,
scodinzola e fa festa
a tutte le persone.

Come mangia? Signori,
non stiamo ad indagare:
ci sono tante maniere
di tirare a campare.

Vivere senza testa
non è il peggio dei guai:
tanta gente ce l’ha
ma non l’adopera mai.”
(Gianni Rodari)

“..piccola cosa..”

5 Dicembre 2011 Nessun commento

C’è un’ape che se posa /
su un bottone de rosa: /
lo succhia e se ne va…/
Tutto sommato, la felicità /
è una piccola cosa.


Trilussa, il ben noto poeta romanesco morto nel 1950, aveva intitolato una sua raccolta di versi Acqua e vino, evocando le realtà più semplici, quotidiane eppure fondamentali della vita.

«Interroga la vecchia terra: ti risponderà sempre col pane e col vino»,
diceva invece un suo collega più paludato e solenne, il francese Paul Claudel, ribadendo però la stessa verità. Ecco, da quelle pagine ho tratto cinque versi soltanto, piccola cosa come lo è l’immagine usata del bocciolo di rosa sul quale l’ape si posa e come lo è una felicità genuina, che ti viene incontro nella realtà di ogni giorno e non nella magniloquenza dell’epifania del successo. Eppure, è proprio di queste piccole gioie, simili all’acqua, al vino o al pane, che noi siamo – spesso inconsciamente – in ricerca. A questo punto lascerei perdere altre mie considerazioni per dare voce a una bella e famosa parabola buddhista. «Un uomo s’imbatté in una tigre. Si mise a correre sempre tallonato dalla belva. Giunto davanti a un precipizio, si lasciò penzolare aggrappandosi a una vite selvatica posta sull’orlo. La tigre lo fiutava dall’alto. Tremando, l’uomo vide che due topi avevano cominciato a rosicchiare piano piano la vite. In quel momento, però, egli scorse davanti a sé una stupenda fragola. Afferrandosi alla vite con una mano sola, con l’altra spiccò la fragola: com’era dolce!».
Anche nel pericolo più atroce e nel dolore più disperato, c’è sempre un frammento di gioia pura; anche nell’incubo più nero, si può accendere una scintilla di luce.
È importante afferrarla: la paura e la sofferenza muteranno, senza per questo scomparire.
gianfranco ravasi AVVENIRE 5.XI.11