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Archivio Febbraio 2012

essere soli per….

29 Febbraio 2012 Nessun commento

“La solitudine, l’ho conosciuta tra i 4 e i 12 anni. Unico tra i miei otto fratelli e sorelle, andavo a scuola percorrendo un”antica strada romana. Un”ora di solitudine per andare a scuola, due ore di solitudine a mezzogiorno per consumare il pane e cioccolato nell”aula disertata dai miei compagni, un”ora la sera per tornare a casa. Questa solitudine fu benefica.
Nel volume autobiografico Il bambino che giocava con la luna, p. Aimé Duval, noto cantautore spirituale, racconta così la sua infanzia e adolescenza, avvolta nell”alone della solitudine e commenta: «Ho avuto in tal modo il tempo di darmi certezze a mia misura. Queste certezze hanno avuto a loro volta il tempo di depositarsi lentamente durante la mia vita».
Esiste, dunque, una benedizione della solitudine: non per nulla l’esperienza mistica suppone il silenzio interiore e spesso esteriore (l”aggettivo “mistico” deriva dal greco myein, “tacere”, così come la parola “mistero”). Il rumore assordante delle discoteche, il muoversi a branco, il chiacchiericcio vacuo e fatuo sono i segnali di una dispersione dell”intimità e della stessa identità.


«Bisogna essere soli per non essere mai soli»,


diceva paradossalmente un autore spirituale, consapevole che la sua solitudine era popolata da Dio e dal mondo che lo circondava.
Tuttavia c”è una solitudine che può essere maledizione, come dice il biblico Qohelet:
«Guai a chi è solo! Se cade, non ha nessuno che lo rialzi» (4, 10).
Si tratta dell’isolamento che è vuoto e abbandono.
In esso sboccia la mala pianta della disperazione, dell’incomunicabilità, dell’autismo spirituale.
Ed è, allora, vero quello che scriveva il russo-americano Vladimir Nabokov: «La solitudine è il campo da gioco di Satana».
Chi è senza legami e senza amore diventa schiavo dell’infelicità, dell’odio, della desolazione.
A noi tocca, allora,
l’impegno di aiutare costoro ad abbattere il muro del loro isolamento.
(gianfranco ravasi AVVENIRE)

…quell’albero pieno di nastri!!…

25 Febbraio 2012 Nessun commento

Un giovane era seduto da solo nell’autobus; teneva lo sguardo fisso
fuori del finestrino.
Aveva poco più di vent’anni ed era di bell’aspetto, con un viso dai
lineamenti delicati.
Una donna si sedette accanto a lui. Dopo avere scambiato qualche chiacchiera a
proposito del tempo, caldo e primaverile, il giovane disse, inaspettatamente:
«Sono stato in prigione per due anni. Sono uscito questa mattina e sto tornando
a casa».
Le parole gli uscivano come un fiume in piena mentre le raccontava di come fosse
cresciuto in una famiglia povera ma onesta e di come la sua attività criminale
avesse procurato ai suoi cari vergogna e dolore. In quei due anni non aveva più
avuto notizie di loro. Sapeva che i genitori erano troppo poveri per affrontare
il viaggio fino al carcere dov’era detenuto e che si sentivano troppo ignoranti
per scrivergli. Da parte sua, aveva smesso di spedire lettere perché non
riceveva risposta.
Tre settimane prima di essere rimesso in libertà, aveva fatto un ultimo,
disperato tentativo di mettersi in contatto con il padre e la madre. Aveva
chiesto scusa per averli delusi, implorandone il perdono.
Dopo essere stato rilasciato, era salito su quell’autobus che lo avrebbe
riportato nella sua città e che passava proprio davanti al giardino della casa
dove era cresciuto e dove i suoi genitori continuavano ad abitare.
Nella sua lettera aveva scritto che avrebbe compreso le loro ragioni. Per
rendere le cose più semplici, aveva chiesto loro di dargli un segnale che
potesse essere visto dall’autobus. Se lo avevano perdonato e lo volevano
accogliere di nuovo in casa, avrebbero legato un nastro bianco al vecchio melo
in giardino. Se il segnale non ci fosse stato, lui sarebbe rimasto sull’autobus
e avrebbe lasciato la città, uscendo per sempre dalla loro vita.
Mentre l’automezzo si avvicinava alla sua via, il giovane diventava sempre più
nervoso, al punto di aver paura a guardare fuori del finestrino, perché era
sicuro che non ci sarebbe stato nessun fiocco.
Dopo aver ascoltato la sua storia, la donna si limitò a chiedergli: «Cambia
posto con me. Guarderò io fuori del finestrino».
L’autobus procedette ancora per qualche isolato e a un certo punto la donna vide
l’albero.
Toccò con gentilezza la spalla del giovane e, trattenendo le lacrime, mormorò:
«Guarda! Guarda! Hanno coperto tutto l’albero di nastri bianchi».

Siamo simili a bestie quando uccidiamo.
Siamo simili a uomini quando giudichiamo.
Siamo simili a Dio quando perdoniamo.

…ricchi soltanto uno dell’altro

21 Febbraio 2012 1 commento

“C’erano una volta, in un paese di questo mondo, due sposi il cui amore non aveva smesso di crescere dal giorno del loro matrimonio. Erano molto poveri, ma ciascuno sapeva che l’altro portava nel cuore un desiderio inappagato: lui possedeva un orologio da tasca d’oro, ereditato dal padre, e sognava di comprare una catena dello stesso metallo prezioso, lei aveva dei lunghi e morbidi capelli biondi, e sognava un pettine di madreperla da poter infilare tra i capelli come un diadema.
Col passare degli anni, lui pensava sempre di più al pettine, mentre lei aveva quasi dimenticato il pettine, cercando il modo di comprare la catena d’oro.
Da molto tempo non ne parlavano più, ma dentro di loro nutrivano segretamente il sogno impossibile.
Il mattino di un anniversario del loro matrimonio,il marito vide la moglie venirgli incontro sorridente, ma… con la testa quasi rasata, senza i suoi lunghi bellissimi capelli.
“Che cosa hai fatto, cara?”, chiese, pieno di stupore.
La donna aprì le sue mani nelle quali brillava una catena d’oro.
“Li ho venduti per comprare la catena d’oro per il tuo orologio”.
“Ah, tesoro, che hai fatto?”, disse l’uomo, aprendo le mani in cui splendeva un prezioso pettine di madreperla. “Io ho venduto l’orologio per comprarti il pettine!”.
E si abbracciarono, senza più niente,

ricchi soltanto uno dell’altro.”

(Bruno Ferrero)

Ravasi: “Il CORTILE allarga i confini…”

17 Febbraio 2012 Nessun commento

“Dall’illuminista Parigi alla Tirana ex comunista; da Assisi, patria del Poverello, a Bucarest, porta d’Oriente. E, a venire: Barcellona, vetrina della Sagrada Familia, Stoccolma, terra dei Nobel, la Milano sede della Borsa, Marsiglia, patria di Albert Camus. In futuro: Gerusalemme, Washington, Vienna. Il Cortile dei gentili si allarga e abbraccia culture, località, centri accademici diversissimi ma uniti – chiarisce il cardinale Gianfranco Ravasi, regista dell’operazione voluta da Benedetto XVI – dal


desiderio

di indagare il senso del mistero dell’uomo.

Dall’iniziale intuizione del pontefice (eravamo nel dicembre 2009) affinchè la Chiesa aprisse un
«nuovo Cortile dei gentili» per dialogare con quanti «sentono la religione come una cosa estranea» ma vogliono avvicinare Dio «almeno come uno Sconosciuto»,
molto è già stato fatto e altrettanto è in cantiere. Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, confida: «Il problema è tener testa alle tantissime richieste: tutto questo significa che
c’è un desiderio comune contrassegnato dalla ricerca di senso».
Insomma, da quando il laico “Le Figaro” titolò l’anno scorso «Il Vaticano si invita alla Sorbona» (inaudito negli anni passati, se si pensa alla Francia laicissima), ormai sembra soffiare un’aria nuova tra Chiesa e cultura umanista: Julia Kristeva, Jean Clair, Remo Bodei, Axel Kahn, Giuliano Amato, Jean Luc Marion, Rémi Brague, Jean-Claude Casanova, Enzo Bianchi, Massimo Cacciari, Fabrice Hadjadj. Questi solo alcuni dei nomi che hanno punteggiato il primo anno di vita del Cortile. E altri se ne stagliano all’orizzonte.

Eminenza, tempo fa aveva annunciato il confronto con l’ateismo “popolare”, quello alla Michel Onfray per intendersi: a che punto siamo?
«Per ora abbiamo escluso – ma non necessariamente – le due ali “estreme” dell’ateismo lasciando da parte l’ateismo “nazional-popolare”, di superficie, caustico e sarcastico, quasi aggressivo. Si tratta di una forma antropologica: i suoi sostenitori sembrano alfieri di un’anti-religione. Su questo dobbiamo operare una riflessione perché è un fenomeno molto diffuso, complesso e con una sua letteratura. Tale movimento si inserisce nel più grande ambito dell’indifferenza: questi autori, se lanciano una battuta forte (“l’illusione di Dio”, “l’assurdità della religione”) suscitano interesse. Prima o poi affronteremo questa atmosfera nebbiosa che rappresenta il frutto estremo della secolarizzazione».

E gli atei devoti? Alcuni, dal mondo cattolico tradizionale, le rimproverano di escluderli…
«Anche questo è un ambito molto variegato. Degli “atei devoti” non ce ne siamo interessati perché in molti casi i suoi esponenti hanno un’implicanza politica. Da queste persone il tema religioso viene affrontato in maniera apologetica, per cui la religione cristiana costituisce solo un grande valore per l’Occidente. Si tratta di una sottolineatura giusta ma che non rappresenta uno scavo profondo. Questi autori non tengono in conto grandi prospettive di indagine. Si accontentano di ripetere la dottrina, e basta. Comunque è vero che queste “ali estreme” chiedono il dialogo: tra gli atei “nazional-popolari” cito Paolo Flores D’Arcais e Piergiorgio Odifreddi; fra gli “atei devoti” Giuliano Ferrara… Ma fino ad ora l’impostazione del Cortile rientra nell’alveo centrale del confronto tra le grandi visioni di interpretazione della realtà mediante un linguaggio comune: il concetto di cultura. Nelle tappe del Cortile di Bologna, Parigi, Firenze, Tirana si sono affrontate tematiche come la cosmologia, il male, il diritto, la laicità, l’arte».

Quale la ragione d’essere del Cortile?
«Ritornare al modello di evangelizzazione di Paolo: l’Apostolo è stato capace di assumere le categorie del pensiero classico a lui contemporaneo per annunciare il cristianesimo. Come evidenzia Jacques Dupont, l’idea della Chiesa come corpo mistico è mutuata dalla concezione stoica dell’anima mundi. Paolo andava in campo “laico” ad attingere concetti e categorie. Mi emoziono sempre a pensare quanto Agostino ha studiato Platone e Plotino per poterli poi “battezzare”».

Gli atei accettano di esser definiti tali?
«Il termine “ateismo” è obsoleto. Il filosofo non credente messicano Guillermo Hurtado, presente all’incontro di Assisi, sull’“Osservatore romano” ha rilevato come l’ateismo non si autodefinisce nemmeno terminologicamente. Le racconto un dettaglio eloquente. Quando il Papa decise di invitare i non credenti ad Assisi, sorse il problema di come definirli: atei è parola desueta e una categoria illuministica, richiama il marchese de Sade. Agnostici? Ma essi ci dicevano: “Allora voi siete gnostici?”. Infatti il cristianesimo ha rifiutato ogni gnosi. Non credenti? Determina solo in senso negativo. Alla fine è prevalsa, dopo un giro di consultazioni, l’idea di Julia Kristeva: umanisti, un termine accettato sia in ambiente francese che in quello anglofono».

Lei tiene un blog, twitta, usa i social network. Che legame esiste tra il web e il Cortile?
«Stiamo pensando a una plenaria del Pontificio Consiglio dedicata alle culture giovanili, alla secolarizzazione e alle indifferenze su vari campi: la musica (un linguaggio fondamentale), l’amicizia (non più quella della nostra generazione), i raduni corali (i concerti), le spiritualità vaghe dell’Oriente. Su questo mi piacerebbe coinvolgere il filosofo Charles Taylor e lo scrittore Claudio Magris».

Quali i risultati già delineati dopo il primo anno di Cortile?
«L’umanesimo “laico” e la fede sono accomunati da un elemento: il ruolo fondamentale della ricerca. È un tema che troviamo in due classici come l’Apologia di Socrate (“una vita senza ricerca non vale la pena di essere vissuta”) e l’incipit delle Confessioni di Sant’Agostino (il “cuore inquieto”). Su questo vorrei spendere una parola, perché spesso i giornalisti obiettano che comunque la Chiesa, con il Cortile, intende convertire chi non crede. Il problema è intendersi: quando un non credente interviene al Cortile non fa solo opera di informazione. Il suo è un intervento anche performativo, che cerca di convincere l’altro della sua posizione. Basti pensare con quanta passione sono intervenuti il genetista Axel Kahn o la scrittrice Julia Kristeva alla Sorbona. Non lo avrebbero fatto così se non pensassero di convincere i presenti delle loro ragioni. Questo non è negativo. E poi un risultato importante del Cortile c’è già…».

Quale?
«Abbiamo contribuito a elevare il tono del dibattito culturale che spesso risulta abbassato fino alla polvere. Diamo così un contributo alla società deponendo alcuni semi che possono crescere e fruttificare. A Firenze, ad esempio, si è parlato di temi alti (arte e fede, ndr) e la gente è rimasta ad ascoltare per ore. Non è vero che la gente si interessa solo di cibo e festini, o che ascolta unicamente il menù del giorno, per citare Kierkegaard».

Cosa le dice il Papa del Cortile? Le ha dato suggerimenti?
«Anzitutto, va evidenziata una cosa: che l’invito ai “non credenti” ad Assisi è un’idea precisa di Benedetto XVI in persona. Fu lui, in una riunione ristretta con quattro cardinali di Curia, a chiedere questa presenza. E mi sorprese la motivazione di tale invito: rinverdire il modello della teologia patristica, cioè riprendere la capacità dei Padri di entrare in dialogo con le categorie della filosofia del proprio tempo. Se si scorre l’indice di Introduzione al cristianesimo del teologo Joseph Ratzinger, si vedono moltissime citazioni di autori “laici” della cultura tedesca».

In che modo il pontefice si interessa al Cortile?
«Ogni volta che incontro Benedetto XVI, ciò di cui si informa subito (e che considera più importante nel mio lavoro) è il Cortile dei gentili. Una volta mi ha detto: “Le sono particolarmente grato perché con il Cortile lei va dove noi, come Chiesa, non potremmo andare”. E infatti nelle varie istituzioni in cui mi invitano io vado sempre come cardinale e rappresentante della Santa Sede».

Ci sarà un giorno un evento del Cortile con Benedetto XVI presente?
«Stiamo pensando a un evento del genere. Lui sa fare molto bene il dialogo “a braccio”, specialmente con i giovani. Ma anche con un interlocutore. Vediamo. Potrebbe essere all’interno della plenaria dedicata alle culture giovanili, come dialogo con dei ragazzi e ragazze».

Il Cortile e la cattedra dei non credenti di Milano, inventata dal cardinal Martini: più volte le due iniziative sono state accomunate. Paragone corretto?
«C’è una differenza. Nella Cattedra, per la prima volta, un non credente veniva a parlare a dei credenti dalla cattedra, presentando la sua visione su un certo tema; a Martini spettavano le conclusioni. Nel Cortile invece c’è una dimensione di parità, come se ci fossero due cattedre. Ma posso dire che Martini è molto contento di questa iniziativa perché prosegue, seppur in maniera diversa, quella sua intuizione».

Lei ha un sogno personale sul Cortile? Un dialogo che le piacerebbe vivere?
«Non ci ho mai pensato. Però … beh, sicuramente la partecipazione diretta di Benedetto XVI sarebbe molto bella. Un sogno sul passato sarebbe stato un dibattito con Albert Camus. Oggi invece mi interessano molto le questioni delle nuove comunicazioni: è venuto a incontrarmi il presidente di Google, Eric Schmidt. E penserei a Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook. Ci sono contatti in corso con lo scrittore Mario Vargas Llosa per un dialogo a due: lo farei molto volentieri».

Lorenzo Fazzini (AVVENIRE 17.02.2012)

il buio di due aborti poi la luce…

13 Febbraio 2012 2 commenti

“La mia vita è stata un ring sul quale il Male e il Bene si so­no affrontati per venti anni. Un Male che era nato sull’esperienza dell’aborto. Alla fine l’amore di Dio ha vinto… E te lo dice una ex atea, bestem­miatrice convin­ta ». Difficile so­vrapporre l’antica Alessandra all’A­lessandra di oggi, sempre bella co­me allora ma di bellezza nuova, serena e traspa­rente come i suoi occhi. È lei che nella Giornata per la Vita si fa avanti per raccontarci la sua storia, spinta da un’urgenza ben precisa:

«Spero che la mia vicenda possa aiutare altre ragaz­ze »,

sorride. Alessandra Pelagatti, 39 an­ni, nata vicino a Milano e approdata a Roma come attrice, oggi è il volto della serenità, ma per tanti anni è stata il cam­po di battaglia su cui due Alessandre si sono dilaniate.

Come trovi la forza di parlarne?

Le mie esperienze di aborto e la conse­guente ferita di cui dopo vent’anni por­to ancora i segni sono anche una testi­monianza di conversione e di fede. Spe­ro così di parlare al cuore di altre donne, anche solo di una, che forse sottovaluta cosa significhi per l’anima – o per la co­scienza, se non ha fede – scegliere vo­lontariamente di uccidere il proprio bambino. Non voglio convincere nes­suno, ma mi piacerebbe che tutti riu­scissero a immaginare la propria vita quando, un tempo lontano, avevano so­lo un giorno dopo il concepimento: quel giorno eravamo già noi, unici e irripeti­bili. Se qualcuno avesse deciso che quel­la cellula non avrebbe accompagnato il sorgere del sole del giorno due, noi non saremmo qua.

Come sei arrivata all’aborto?

Mia madre, dopo aver ricevuto un’edu­cazione soffocante, divenne una donna assolutamente lontana dalla Chiesa, de­siderosa di indipendenza e “libertà”. Io sono nata come figlia dell’amore, ma an­che un po’ per gioco… Un gioco più im­pegnativo del previsto, così i miei geni­tori quando avevo 5 anni erano già di­vorziati e io crebbi in totale precarietà psicologica, tra un padre lontano e una madre al suo traguardo di “libertà”. Li­bertà di cui apprezzai presto il ‘vantag­gio’: poter star fuori fino a tardi, andare in vacanza da sola a 14 anni, dormire col mio ragazzo… Cose proibite alle mie a­miche, e ai miei occhi mia mamma di­ventò un mito. Come lei, venni su atea. Il resto è conseguenza: a 15 anni la pau­ra di essere rimasta incinta e mamma che mi fa prendere la pillola del giorno dopo. A 18 anni incinta ci resto davvero e mamma organizza l’aborto, dicendo­mi che per un fi­glio c’è tempo, o­ra devo «godermi la vita». Anche il mio fidanzato, cui dico di un figlio nostro, risponde semplicemente «preferisco di no».

Come giudichi tua madre?

Indubbiamente ha sbagliato, ma so che era offuscata dalla fitta coltre di macerie che impedivano alla luce di en­trare nel suo cuore. Più colpevole è sta­to il ginecologo, che non mi indirizzò ai colloqui psicologici previsti dalla legge 194 e obbligatori, e alle mie remore ri­spose che «fino a tre mesi non si può par­lare di vita». Ancora oggi mi chiedo per­ché non mi fece sentire il ‘suo’ cuore durante l’ecografia. Cuore che batte già dal 18esimo giorno. Così, mentre stu­diavo per la maturità, entrai all’ospeda­le di Desio.

Che cosa ricordi?

Mi misero un ovulo preparatorio e mi lasciarono in uno stanzone con altre set­te donne. Una ragazzina nel letto di fron­te al mio era tra il triste e il terrorizzato, ci fissavamo come per trovare appoggio l’una nell’altra, sul volto una richiesta di aiuto che non sarebbe mai arrivata. Ci venivano a prendere una dopo l’altra. Nel pomeriggio presero lei, uscì sveglia, rientrò addormentata e senza più il bambino. In un attimo di lucidità ebbi il coraggio di reagire e chiesi di andarme­ne, ma il ginecologo mi spiegò che quel­l’ovulo era abortivo, non potevo più tor­nare indietro. Finì con l’anestesia, poi il risveglio, vomito, dolori lancinanti, una emorragia… L’amore torna solo dopo an­ni di buio, e immediatamente resto in­cinta… Di nuovo penso a quanto mia madre sia un mito, e di nuovo il secon­do fidanzato ripete quel «preferisco di no». Stesso ginecologo, stesso ospedale ma tutto rinnovato, questa volta niente stanzone, anzi, camera singola… Ullal­là, devono rendere bene questi aborti, penso.

E inizia il precipizio…

Fatto di odio furioso, vuoto incolmabi­­le, desiderio di togliermi la vita. Avevo solo 24 anni e i tredici successivi li ho passati tra psichiatri, psicofarmaci, libri new age, yoga, buddismo, insomma, la ricerca di “qualcosa”. E ogni volta le ri­cadute in quel baratro profondo. Mi di­venne intollerabile pensare di spegnere una vita e, io che ne avevo soppresse due, facevo cose estreme come gettarmi ve­stita in piscina per salvare una coccinella che galleggiava e adorare i miei gatti per sostituire i miei figli… Poi è arrivato P., l’amore vero, e ho deciso che “ora” po­tevo avere un bambino. Ma “ora” era il bambino a non venire più… Ogni volta che vedevo un passeggino la rabbia di­ventava violenta. Il male mi aveva atta­nagliata.

Come arriva il primo spiraglio?

P. e io siamo “casualmente” passati per Assisi. Al culmine dell’indifferenza mi fermai un istante con lui, che era cre­dente, davanti alla tomba di san Fran­cesco, dove pregò per me con dispera­zione: bastò quell’istante per far sì che Francesco lo ascoltasse. Ma la via era an­cora lunga e fati­cosa. Quando sei disperata le pen­si tutte, sono an­che andata da un esorcista, che però mi ha detto che avevo solo bisogno di fare un cammino di fede e che da so­la non ce la pote­vo fare, dovevo prima riconciliarmi con Dio. Rinfranca­ta, tornai a casa con la mia bottiglia di ac­qua santa e… dimenticai di mettermi in cammino. Seguirono altri giorni atroci, Male e Bene lottavano dentro me, P. mi spingeva a chiedere aiuto a Dio, mi re­galò persino la Bibbia e lì… ho trovato il Vangelo. Misteriosamente, inspiegabil­mente ogni vuoto si colmava, nelle pa­role da Lui pronunciate ogni domanda trovava risposta, tutto aveva un senso. Una pace profonda prendeva il posto della disperazione grazie alla conver­sione del cuore. Ma il Male non era per niente contento della strada che sta­vo intraprendendo e non mollava la presa. Più mi avvi­cinavo alla Chiesa e più il mio buio si in­fittiva, il desiderio di diventare mam­ma contorceva la mia anima, rim­pianti e sensi di col­pa venivano fuori uno dopo l’altro come foulard annoda­ti tra loro dal cappello di un prestigiato­re, tutti di colore nero.

Quando, finalmente, la fede?

Quando, sempre per “caso”, siamo fini­ti allo Speco di san Francesco sulle col­line di Narni, dove faticosamente una breccia si è aperta nel mio cuore ormai sfinito, e poi a Medjugorje, per una se­rie di “coincidenze” che ci hanno devia­ti laggiù mentre dovevamo andare al ma­re in Croazia. Sentivo che là, da Maria, avrei trovato la risposta e, non avendo i soldi per il viaggio, sono corsa a vende­re tutto l’oro che avevo in casa, i regali­ni dei fidanzati che da anni erano chiu­si in un cassetto: permettermi di fare u­na cosa tanto importante mi sembrava il miglior modo per ricordarli con la gra­titudine che meritavano. La mia risalita verso la luce è stata costellata di incon­tri ‘casuali’, che Dio mi metteva sulla strada anche a costo di sofferenze indi­cibili, ma che mi avrebbero alla fine con­dotta a sentirmi da Lui perdonata e a­mata: era questo il pezzo fondamentale che ancora mi mancava.

E ora?

La mia vita è un pellegrinaggio fatto di curve, rovi, buche nelle quali ancora in­ciampo, ma ora mi affido a Gesù por­tando sulle spalle la mia croce. La croce di non essere madre. Lo sono stata di Andrea e di Camilla, per tre mesi rima­sti nel mio grembo, nomi che ho dato loro al ritorno da Medjugorje senza nem­meno sapere se erano maschio o fem­mina, ma ho voluto così per chiedere a Maria di stringerli nel suo abbraccio ma­terno. A lei affido mia madre, oggi pro­vata da un dolore nuovo che, lo so bene, non può che condurla a un bene mag­giore.
(Lucia Bellaspiga – AVVENIRE 5febbraio 2012)

quella Lettera!..e oggi il Centro

10 Febbraio 2012 Nessun commento

« Turbato», «sgomento» e con un «senso di tradimento»:
così Bene­detto XVI descriveva i suoi stessi sentimenti davanti agli abusi «di ragazzi e gio­vani vulnerabili da parte di membri della Chie­sa in Irlanda», anche dopo essere venuto a co­noscenza «del modo in cui le autorità della Chie­sa in Irlanda» hanno affrontato questi fatti. Pa­role incisive, rafforzate anche dalla ferma de­terminazione a promuovere «un cammino di guarigione, di rinnovamento e di riparazione»; cammino che il Papa proponeva due anni fa, il 19 marzo 2010 nel­la «Lettera pastorale ai cattolici dell’Irlanda». Il testo rappresen­ta la massima espressione dello stile del Pontefice, improntato a chiarezza, onestà, ricerca della giustizia, ma anche a cura delle vittime e impegno nella prevenzione. La Lettera arrivò al termi­ne di una lunga serie di consultazioni con i vescovi irlandesi e vol­le mettere nero su bianco la posizione della Chiesa davanti a «questi atti peccaminosi e criminali». Scrivendo agli irlandesi Ratzinger si rivolse a tutte le persone coinvol­te, a partire dalle vittime:
«Avete sofferto tre­mendamente e io ne sono veramente dispia­ciuto – affermava il Papa –. Esprimo aperta­mente la vergogna e il rimorso che tutti pro­viamo ».
Ai preti e religiosi colpevoli degli abu­si, inoltre, Benedetto XVI scriveva: «Dovete ri­spondere di ciò davanti a Dio onnipotente, co­me pure davanti a tribunali debitamente costi­tuiti ».
Ai genitori, poi, il Papa assicurava che la Chiesa continuerà «a mettere in pratica le mi­sure adottate negli ultimi anni per tutelare i giovani».
Ammo­nendo i vescovi per gli errori del passato, il Pontefice li esortava a «un’azione decisa portata avanti con piena onestà e trasparen­za ».
Benedetto XVI, infine, annunciava alcune iniziative concre­te, come la visita apostolica nelle diocesi d’Irlanda. La Lettera si chiudeva con la «Preghiera per la Chiesa in Irlanda».
(M.Liut) AVVENIRE 10.02.12
———————————————————————————————————————Un Centro per la difesa delle vittime
Si è chiuso ieri ma non ter­mina l’impegno della Chiesa per af­frontare in modo serio e appropriato il dram­ma degli abusi sessuali verso i minori. Ne è prova la conferenza stampa di «chiusura» di ieri pomeriggio all’Università Gregoriana in cui è stata illustrata la creazione, all’interno dello stesso ateneo, di un

Centro per la pro­tezione dei minori

, che sarà, come ha spie­gato il rettore padre François-Xavier Du­mortier, uno «strumento di e-learning mo­derno e facile da usare per diffondere una cultura dell’ascolto e rendere accessibili la ri­flessione degli esperti più autorevoli e mi­gliori pratiche di gestione degli abusi». Per­ché, ha aggiunto il gesuita francese, «la profonda ferita degli abusi sessuali sui mi­nori è un fenomeno che non solo dobbiamo riconoscere ma che ci spinge anche ad agi­re ». Il Centro, ha proseguito il rettore, è «il frutto di una collaborazione con l’Univer­sità tedesca di Ulm (che ospiterà la sede del Centro, ndr ) per dare una risposta interna­zionale a un fenomeno che non si limita a una nazione. L’iniziativa non ha solo uno scopo didattico o di ricerca di risposte glo­bali; vogliamo dimostrare che, in quanto U­niversità Pontificia, intendiamo fare passi a­vanti per il bene di tutta la Chiesa». Ha quin­di preso la parola Maria Pia Capozza, presi­dente dell’associazione onlus «Giovanna d’Arco» che si occupa di abusi, che ha elo­giato l’iniziativa del Simposio, ribadendo che «occorre porre fine alla cultura del silenzio e dell’omertà; il primo passo verso la guari­gione è ascoltare le vittime e assicurare loro giustizia con realismo, chiarezza e traspa­renza ». Il professor Hubert Liebhardt di Ulm che dirigerà il Centro ne ha illustrato le ca­ratteristiche, non senza dimenticare di sot­tolineare come, in base ai dati di migliaia di vittime ascoltate da una Commissione na­zionale tedesca, nell’ultimo anno il 56,6% degli abusi si verificano in un contesto fa­miliare.

A margine della conferenza stampa il diret­tore della Sala Stampa vaticana, padre Fe­derico Lombardi, ha spiegato che nella Chie­sa ci sono già state «tante rotture di una cul­tura del silenzio e dell’omertà sugli abusi del clero, ma certo» il Simposio appena conclu­so alla Gregoriana è «un ulteriore passo im­portante per condividere questo cambia­mento a livello di Chiesa universale».

Padre Lombardi ha poi sottolineato che il Simposio ha avuto l’appoggio di Benedetto XVI, che «ha mandato un messaggio all’ini­zio dei lavori, ha approvato personalmente» una considerevole donazione per finanzia­re il progetto di e-learning, «ha seguito mo­mento per momen­to » l’avanzare della i­niziativa. E ha ricor­dato la presenza ai la­vori e a momenti li­turgici di «stretti col­laboratori del Papa», dal prefetto della Congregazione per i vescovi Marc Ouellet, al prefetto di Propa­ganda Fide Fernando Filoni, al prefetto e al promotore di giustizia dell’ex Sant’Uffizio, rispettivamente il cardi­nale William J. Levada e monsignor Charles J. Scicluna. «Sono stati con noi – ha precisa­to Lombardi – hanno lavorato con noi, ci hanno ispirato; e i delegati delle conferenze episcopali si sono resi conto che il governo della Chiesa era coinvolto, anche se il Sim­posio ha avuto una sede accademica e non istituzionale».
Gianni Cardinale AVVENIRE 10.02.12

la vida es “alerta”

9 Febbraio 2012 Nessun commento

“Avrai gustato tutte le gioie del mondo per tutta la vita. Avrai goduto la serenità con la tua amata per la vita. Ma al termine della vita ti toccherà partire e tutto non sarà stato che un sogno, durato per tutta la vita.”

Apriamo la nostra Quaresima con questa riflessione di uno scrittore mistico musulmano, Said Abu ‘l-Khair (967-1049). È il segno di quel tratto spirituale che accomuna tutte le esperienze religiose quando si confrontano con le verità ultime della vita e della morte, del bene e del male, degli autentici valori morali.
L’aggrapparsi al godere, al potere, all’avere è sottilmente una forma di esorcismo nei confronti della paura della morte.
Essa, però, appare alla fine e infrange quell’illusione.
«Nessuno può riscattare se stesso – dichiara il Salmista – o dare a Dio il suo prezzo. Per quanto alto si paghi il riscatto di una vita, non potrà mai bastare per vivere senza fine e non vedere la tomba» (49, 8-10).
Tuttavia vorremmo fissare l’attenzione su un altro aspetto della confessione del mistico musulmano. Egli compara la vita a un sogno come faranno tanti altri autori: pensiamo solo al celebre dramma secentesco La vita è sogno di Calderòn de la Barca o alla vita come «sogno dentro un sogno» di Edgar Allan Poe. È, questo, un modo poetico o ascetico per esaltare il destino trascendente dell’esistenza umana e la vanità delle realtà terrene, finite e caduche. Ma il cristianesimo con l’Incarnazione celebra la storia come sede della presenza divina: la Parola eterna si fa parole umane, si fa “carne” in Gesù di Nazaret. La vita stessa, allora, non è più larva o sogno, ma diventa tempo e spazio per un impegno, luogo per far fiorire la futura pienezza di vita. Allora, come diceva il poeta García Lorca,

«la vita non è sogno, è alerta (sveglia)».

(gianfranco ravasi AVVENIRE)

una virtù spesso disattesa

5 Febbraio 2012 Nessun commento

“Quello che una donna dice al suo amante appassionato, scrivilo sul vento, scrivilo sull’acqua.”
Lasciamo stare la punta di antifemminismo legata anche ai condizionamenti storici: la stessa cosa vale, infatti, e forse di più per tanti uomini falsi e infidi. Ma questa considerazione amara del grande poeta latino veronese Catullo ( I sec. a.C,) nei suoi Carmina (70, 3-4) merita un’attenzione più generale. Nelle nostre relazioni abbiamo spesso seminato illusioni, abbiamo emesso giuramenti e promesse ingannevoli, abbiamo scritto sull’acqua e sul vento, come dice il poeta con un’immagine molto efficace e incisiva. Non so più dove ho letto o sentito questa battuta: «Promettete, promettete, tanto la speranza è più viva della gratitudine». Talvolta si assicurano interessamenti vari un po’ per orgoglio, un po’ per togliersi dai piedi qualcuno. E forse qualche scusante ci può anche essere quando l’interlocutore è petulante, oppure rientra in quella diffusissima (in Italia soprattutto) categoria di coloro che vogliono una raccomandazione. La cosa diventa, invece, più grave nelle relazioni più profonde: non si può sollevare in un altro un sentimento d’amore solo per il gusto di pavoneggiarsi o di farsi coccolare; non si deve ingannare il prossimo in necessità quando si è certi che poi per lui non si muoverà un dito. Ecco, allora, delinearsi una virtù spesso disattesa, la sincerità. Ieri ho proposto una riflessione sul pensare e sul dire. La riprendo anche oggi ma in questa forma suggeritami dal tedesco G.E. Lessing: «Gli uomini giusti sono sempre veritieri nella condotta e nei discorsi:

non dicono tutto quello che pensano, ma pensano tutto quello che dicono».

gianfranco ravasi AVVENIRE

il bene che non fa rumore

3 Febbraio 2012 Nessun commento

“?Caro direttore,
prima che termini la settimana a favore dei lebbrosi (malati del morbo di Hansen) vorrei ricordare un fatto di cronaca bianca (quanto si parla di cronaca nera sui giornali!). Dunque, primavera del 2000, Quaresima. Un mezzogiorno torno dal Duomo – fui penitenziere per 13 anni – e qui al Pime la ragazza della portineria mi dice: «C’è un vecchio signore: vuole confessarsi. Aspetta da quasi un’ora; i confratelli sono impegnati…». Vado io, rispondo. Breve saluto e confessione generale. «Sa, sono vecchio e arriva il capolinea!». Confessione “angelica”. Dopo, leva da una borsa di tela un pacchetto, raccolto in una pagina di giornale. Sono lingottini d’oro. «Questi sono i risparmi della mia vita. Non ho famiglia, sono solo. Ho sentito parlare dei lebbrosi; una rivista mi ha spalancato gli occhi e toccato il cuore! Offro i miei risparmi per i poveri lebbrosi». E così, senza attendere una ricevuta, novello Melchisedek – senza genealogia, località di provenienza e di rientro – mi saluta, mi bacia e se ne va. Porto l’oro in una nota gioielleria milanese che lo cambia in lire: 78 milioni e rotti. Conosciuta la destinazione, l’orefice non si prende un centesimo. Così potei aiutare sette lebbrosari del Pime in Asia, uno in Africa e quello del dottor Marcello Candia (servo di Dio) in Amazzonia. Dio avrà riservato un posto in prima fila all’anonimo donatore in Cielo. Glielo auguro proprio di cuore.
padre Mario Meda, Pime – Milano

La storia semplice e forte che mi consegna, caro padre Meda, è ordinaria e straordinaria allo stesso tempo. Il bene non fa rumore e si fatica a farne il bilancio, ma lascia segni indelebili e cambia – poco a poco – la fisionomia del nostro mondo. Mi permetto di inviarle un abbraccio per aver regalato ai nostri lettori questo “segreto”. Il “grazie”, infatti per la sua vita e per la sua capacità di catalizzare il bene, gliel’ha già detto con tutta la giusta solennità Milano, conferendole l’Ambrogino d’oro nel 2004. Il “suo” anonimo donatore, ne sono certo, sarà oggi nel pensiero e nelle preghiere di tanti.
da “Il Direttore risponde” AVVENIRE 3.2.12