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il buio di due aborti poi la luce…

“La mia vita è stata un ring sul quale il Male e il Bene si so­no affrontati per venti anni. Un Male che era nato sull’esperienza dell’aborto. Alla fine l’amore di Dio ha vinto… E te lo dice una ex atea, bestem­miatrice convin­ta ». Difficile so­vrapporre l’antica Alessandra all’A­lessandra di oggi, sempre bella co­me allora ma di bellezza nuova, serena e traspa­rente come i suoi occhi. È lei che nella Giornata per la Vita si fa avanti per raccontarci la sua storia, spinta da un’urgenza ben precisa:

«Spero che la mia vicenda possa aiutare altre ragaz­ze »,

sorride. Alessandra Pelagatti, 39 an­ni, nata vicino a Milano e approdata a Roma come attrice, oggi è il volto della serenità, ma per tanti anni è stata il cam­po di battaglia su cui due Alessandre si sono dilaniate.

Come trovi la forza di parlarne?

Le mie esperienze di aborto e la conse­guente ferita di cui dopo vent’anni por­to ancora i segni sono anche una testi­monianza di conversione e di fede. Spe­ro così di parlare al cuore di altre donne, anche solo di una, che forse sottovaluta cosa significhi per l’anima – o per la co­scienza, se non ha fede – scegliere vo­lontariamente di uccidere il proprio bambino. Non voglio convincere nes­suno, ma mi piacerebbe che tutti riu­scissero a immaginare la propria vita quando, un tempo lontano, avevano so­lo un giorno dopo il concepimento: quel giorno eravamo già noi, unici e irripeti­bili. Se qualcuno avesse deciso che quel­la cellula non avrebbe accompagnato il sorgere del sole del giorno due, noi non saremmo qua.

Come sei arrivata all’aborto?

Mia madre, dopo aver ricevuto un’edu­cazione soffocante, divenne una donna assolutamente lontana dalla Chiesa, de­siderosa di indipendenza e “libertà”. Io sono nata come figlia dell’amore, ma an­che un po’ per gioco… Un gioco più im­pegnativo del previsto, così i miei geni­tori quando avevo 5 anni erano già di­vorziati e io crebbi in totale precarietà psicologica, tra un padre lontano e una madre al suo traguardo di “libertà”. Li­bertà di cui apprezzai presto il ‘vantag­gio’: poter star fuori fino a tardi, andare in vacanza da sola a 14 anni, dormire col mio ragazzo… Cose proibite alle mie a­miche, e ai miei occhi mia mamma di­ventò un mito. Come lei, venni su atea. Il resto è conseguenza: a 15 anni la pau­ra di essere rimasta incinta e mamma che mi fa prendere la pillola del giorno dopo. A 18 anni incinta ci resto davvero e mamma organizza l’aborto, dicendo­mi che per un fi­glio c’è tempo, o­ra devo «godermi la vita». Anche il mio fidanzato, cui dico di un figlio nostro, risponde semplicemente «preferisco di no».

Come giudichi tua madre?

Indubbiamente ha sbagliato, ma so che era offuscata dalla fitta coltre di macerie che impedivano alla luce di en­trare nel suo cuore. Più colpevole è sta­to il ginecologo, che non mi indirizzò ai colloqui psicologici previsti dalla legge 194 e obbligatori, e alle mie remore ri­spose che «fino a tre mesi non si può par­lare di vita». Ancora oggi mi chiedo per­ché non mi fece sentire il ‘suo’ cuore durante l’ecografia. Cuore che batte già dal 18esimo giorno. Così, mentre stu­diavo per la maturità, entrai all’ospeda­le di Desio.

Che cosa ricordi?

Mi misero un ovulo preparatorio e mi lasciarono in uno stanzone con altre set­te donne. Una ragazzina nel letto di fron­te al mio era tra il triste e il terrorizzato, ci fissavamo come per trovare appoggio l’una nell’altra, sul volto una richiesta di aiuto che non sarebbe mai arrivata. Ci venivano a prendere una dopo l’altra. Nel pomeriggio presero lei, uscì sveglia, rientrò addormentata e senza più il bambino. In un attimo di lucidità ebbi il coraggio di reagire e chiesi di andarme­ne, ma il ginecologo mi spiegò che quel­l’ovulo era abortivo, non potevo più tor­nare indietro. Finì con l’anestesia, poi il risveglio, vomito, dolori lancinanti, una emorragia… L’amore torna solo dopo an­ni di buio, e immediatamente resto in­cinta… Di nuovo penso a quanto mia madre sia un mito, e di nuovo il secon­do fidanzato ripete quel «preferisco di no». Stesso ginecologo, stesso ospedale ma tutto rinnovato, questa volta niente stanzone, anzi, camera singola… Ullal­là, devono rendere bene questi aborti, penso.

E inizia il precipizio…

Fatto di odio furioso, vuoto incolmabi­­le, desiderio di togliermi la vita. Avevo solo 24 anni e i tredici successivi li ho passati tra psichiatri, psicofarmaci, libri new age, yoga, buddismo, insomma, la ricerca di “qualcosa”. E ogni volta le ri­cadute in quel baratro profondo. Mi di­venne intollerabile pensare di spegnere una vita e, io che ne avevo soppresse due, facevo cose estreme come gettarmi ve­stita in piscina per salvare una coccinella che galleggiava e adorare i miei gatti per sostituire i miei figli… Poi è arrivato P., l’amore vero, e ho deciso che “ora” po­tevo avere un bambino. Ma “ora” era il bambino a non venire più… Ogni volta che vedevo un passeggino la rabbia di­ventava violenta. Il male mi aveva atta­nagliata.

Come arriva il primo spiraglio?

P. e io siamo “casualmente” passati per Assisi. Al culmine dell’indifferenza mi fermai un istante con lui, che era cre­dente, davanti alla tomba di san Fran­cesco, dove pregò per me con dispera­zione: bastò quell’istante per far sì che Francesco lo ascoltasse. Ma la via era an­cora lunga e fati­cosa. Quando sei disperata le pen­si tutte, sono an­che andata da un esorcista, che però mi ha detto che avevo solo bisogno di fare un cammino di fede e che da so­la non ce la pote­vo fare, dovevo prima riconciliarmi con Dio. Rinfranca­ta, tornai a casa con la mia bottiglia di ac­qua santa e… dimenticai di mettermi in cammino. Seguirono altri giorni atroci, Male e Bene lottavano dentro me, P. mi spingeva a chiedere aiuto a Dio, mi re­galò persino la Bibbia e lì… ho trovato il Vangelo. Misteriosamente, inspiegabil­mente ogni vuoto si colmava, nelle pa­role da Lui pronunciate ogni domanda trovava risposta, tutto aveva un senso. Una pace profonda prendeva il posto della disperazione grazie alla conver­sione del cuore. Ma il Male non era per niente contento della strada che sta­vo intraprendendo e non mollava la presa. Più mi avvi­cinavo alla Chiesa e più il mio buio si in­fittiva, il desiderio di diventare mam­ma contorceva la mia anima, rim­pianti e sensi di col­pa venivano fuori uno dopo l’altro come foulard annoda­ti tra loro dal cappello di un prestigiato­re, tutti di colore nero.

Quando, finalmente, la fede?

Quando, sempre per “caso”, siamo fini­ti allo Speco di san Francesco sulle col­line di Narni, dove faticosamente una breccia si è aperta nel mio cuore ormai sfinito, e poi a Medjugorje, per una se­rie di “coincidenze” che ci hanno devia­ti laggiù mentre dovevamo andare al ma­re in Croazia. Sentivo che là, da Maria, avrei trovato la risposta e, non avendo i soldi per il viaggio, sono corsa a vende­re tutto l’oro che avevo in casa, i regali­ni dei fidanzati che da anni erano chiu­si in un cassetto: permettermi di fare u­na cosa tanto importante mi sembrava il miglior modo per ricordarli con la gra­titudine che meritavano. La mia risalita verso la luce è stata costellata di incon­tri ‘casuali’, che Dio mi metteva sulla strada anche a costo di sofferenze indi­cibili, ma che mi avrebbero alla fine con­dotta a sentirmi da Lui perdonata e a­mata: era questo il pezzo fondamentale che ancora mi mancava.

E ora?

La mia vita è un pellegrinaggio fatto di curve, rovi, buche nelle quali ancora in­ciampo, ma ora mi affido a Gesù por­tando sulle spalle la mia croce. La croce di non essere madre. Lo sono stata di Andrea e di Camilla, per tre mesi rima­sti nel mio grembo, nomi che ho dato loro al ritorno da Medjugorje senza nem­meno sapere se erano maschio o fem­mina, ma ho voluto così per chiedere a Maria di stringerli nel suo abbraccio ma­terno. A lei affido mia madre, oggi pro­vata da un dolore nuovo che, lo so bene, non può che condurla a un bene mag­giore.
(Lucia Bellaspiga – AVVENIRE 5febbraio 2012)

  1. Etta
    15 Febbraio 2012 a 23:07 | #1

    grazie, bellissimo

  2. Alessandro77
    13 Marzo 2012 a 16:08 | #2

    Grazie davvero per la tua testimonianza, Alessandra, sono parole che toccano il cuore. Grazie per condividerla, è molto importante che si conoscano queste storie. Un abbraccio caloroso
    Alessandro

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