Archivio

Archivio Aprile 2012

“..fra poco le riavrà nuove..”

30 Aprile 2012 Nessun commento

“Il costo del denaro, sovrattasse, credito malato, aumento della benzina, le buste paga più povere. I titoli dei giornali di tutta Europa ci rendono amaro il mattino e non sappiamo chi curerà questo grande malato che è il nostro tempo. Un malato che non ha confini precisi e che risente delle correnti fredde dei propri vicini, degli errori e delle debolezze anche di chi ci è più lontano. Inutile cercare di capire quando è incominciata la discesa da un tipo di vita che ci eravamo immaginati non avesse bisogno anche di attenzione a evitare il superfluo e troppo spesso dedicata a spese allegre, che si sono rivelate essere al di sopra delle nostre possibilità. Oggi è duro ritornare a un modo di vivere che pensavamo superato per sempre. Ho un piccolo anello d’oro con un trifoglio di antichi diamanti che mia nonna aveva regalato a mia madre per i suoi diciotto anni e che io ho ricevuto alla stessa età. Un anellino senza grande valore che ha però superato almeno due secoli, quattro generazioni, un grande pezzo della nostra storia. Esso mi potrebbe raccontare di tanti altri periodi di difficoltà economiche succeduti alle guerre e poi alle carestie dovute alla povertà delle messi di una o più stagioni quando la ricchezza era data solo dalla terra. I nostri bisnonni furono costretti a emigrare non per trovare ricchezza, ma per vivere. Pochi tornarono. Chi rimase nei paesi e nella campagna trovò in se stesso il coraggio di andare avanti, senza pensione, senza credito, fidando solo sulla propria volontà e coraggio. Generazioni che affrontarono sacrifici che oggi non sapremmo nemmeno immaginare. Certo, la nostra vita, almeno per alcuni anni, cambierà, ma ci farà di nuovo scoprire la meraviglia delle piccole cose, le attenzioni di chi ci ama, il piacere di aver fatto un giorno il risparmio di una spesa non necessaria. Ci aiuterà a capire meglio il valore di un impegno faticoso, l’importanza di una rinuncia, l’offerta gratuita di un aiuto. Forse avevamo bisogno di questa severità che chiamiamo tecnica, non sapendo quale altro aggettivo dare a un governo che dovrà rinunciare ai sorrisi e che assieme a noi verserà qualche lacrima. La gioventù del duemila aspetta da noi che la aiutiamo ad affrontare un futuro che non promette regali, ma che avrà bisogno di contare su una seria preparazione di studi, su una determinata volontà di crearsi una strada personale dove la parola sacrificio ne farà parte almeno nel primo tempo. Dipenderà da noi dell’età matura lasciare alla fantasia e alla intraprendenza di una gioventù che guarda alla vita come qualcosa di nuovo e incorrotto, una strada aperta alla fiducia e alla voglia di vincere. Vedo l’albero davanti alla mia finestra che lascia andare le foglie d’autunno al passare del vento senza piegare i suoi rami: forse una sapienza antica gli ha insegnato, più che a noi, che fra poco tempo le riavrà nuove.
(m.romana de gasperi –AVVENIRE–)

“parla Tu per sempre..”

26 Aprile 2012 Nessun commento

VITTORIO GASSMAN
PREGHIERA
A Dio
“Eri nello spazio impensato
perché scontato.
Eri e Sei – forse ora ho capito – fra le parole
che ho tanto usato e osato;
sempre ci sei stato, eri lì,
ci sei ancora e voglio decifrarti,
stanarti usando sì le parole ma in modo
diverso e in diverso modo la follia,
il mestiere con cui la parola
mi diventa grafia, mania, modo,
vuoto suono od effetto.
Solo quello so fare, solo lì
c’è speranza che Tu adesso
compaia, perfetto,
se vuoi in rima, rimando con te stesso,
in un metro o in un altro.
Tu puoi innalzare al cielo
qualunque prosodia;
purché Tu appaia, le fruste parole si fanno
Parola, e col mio io
sepolto finalmente parlerai,
che mai è stato quel che era forse destinato
ad essere, un io mancato, strangolato.
Parlami a perdifiato.
Ti cedo ogni suono o silenzio; e già ti vedo
emergere da quella pila di parole
inutilmente sparse nel cassetto,
cancellarne rime e rumore,
facendone linguaggio perfetto.
Cancella anche me,
cambiami, conducimi, ritraducimi,
parla Tu per sempre Signore.”

* Inviata ad “Avvenire” (01.07.10) da Nino De Chirico, a 10 anni dalla sua morte.

“…perchè mi sono sentito amato..”

25 Aprile 2012 Nessun commento

“I quattro medici che l’avevano in cura lo davano per spacciato e stavano per staccare la spina. Ma i genitori di Steven Thorpe, un ragazzo che ha subito lesioni al cervello a 17 anni dopo un incidente stradale, li hanno implorati di non farlo.

Steven, che oggi ha 21 anni, fa il commercialista e tutte le mattine va al lavoro in macchina, è in grado di raccontare la sua storia, finita in grande evidenza ieri sul quotidiano Daily Mail. «Dicono che io sia un miracolato – racconta –, sono invece ancora vivo grazie alla determinazione di mio padre e mia madre e a quella del medico di base, Julia Piper, che non hanno mai perso fiducia in me».

Il 1° febbraio 2008 il ragazzo stava tornando a casa, a Leicester, in macchina con due amici quando un cavallo attraversò la strada provocando uno spaventoso incidente. Uno degli amici morì sul colpo, così come il cavallo, mentre Steven sbatté la testa riportando un trauma cranico diagnosticato dai medici come «irreversibile».

Per gli specialisti dell’ospedale universitario di Coventry che lo avevano in cura il suo era un caso senza speranza. Lo mantennero in coma farmacologico per stabilizzare i livelli vitali. Dopo due settimane, quando ormai i medici avevano deciso di interrompere ogni trattamento, il padre di Steven li supplicò di non fermarsi perché era certo che per il figlio ci fosse ancora speranza. Una convinzione condivisa dal medico di famiglia. I medici dell’ospedale accettarono la richiesta disperata dei genitori e chiesero a un neurologo di sottoporre Steven a ulteriori esami.

Il neurologo, confermando l’ipotesi del padre, riuscì a individuare segnali incoraggianti nel cervello del ragazzo. A questo punto i medici provarono a togliere Steven dal coma indotto per verificare se fosse in grado di uscire dal suo stato di incoscienza. E così fu. Tanto che dopo cinque settimane di riabilitazione Steven fu in grado di lasciare l’ospedale. Oggi riesce a condurre una vita del tutto normale.

Piper ricorda: «La situazione era molto difficile: da una parte c’erano i medici, pessimisti; dall’altra i genitori che credevano che il figlio si sarebbe risvegliato. Io ero persuasa che la diagnosi dell’ospedale non fosse giusta e alla fine sono riuscita a far riconsiderare il caso. È stata la scelta giusta». «Questa è una storia piena di speranza – continua Piper –. Steven è un ragazzo straordinario e la sua guarigione è stata sbalorditiva».

Da quando ha lasciato l’ospedale, il giovane si è sottoposto a quattro operazioni per ricostruire la faccia devastata nell’incidente. «La riabilitazione non è stata facile – spiega – ma ho sempre avuto dentro di me la forza di andare avanti

perché mi sono sempre sentito appoggiato e amato dalla mia famiglia.

La mia impressione è che i medici non volessero dare a mio padre una seconda possibilità – continua –. Ma quando gli hanno chiesto di approvare la donazione dei miei organi la sua determinazione è diventata d’acciaio. Si è battuto fino alla fine e ha avuto ragione. Spero che la mia storia serva d’aiuto alle persone che in questo momento hanno deciso di mollare perché non è assolutamente detto che i medici abbiano sempre ragione. A volte, come nel mio caso, l’amore e la volontà possono fare davvero miracoli».
(Elisabetta Del Soldato—-AVVENIRE 25.04.12—-)

“ho visto 60 volte fiorire il calicanto”

24 Aprile 2012 Nessun commento

«Non ho mai amato chi dà consigli. Però raccontare la mia esperienza, mettendo in gioco la mia popolarità, vorrei che segnalasse diverse possibilità di vita. Perché li vedo, i ragazzi di oggi: sono più fragili di noi, hanno tutto ma hanno perso l’incanto di sorprendersi. Senza pretese volevo raccontare questa fortuna».

Red Canzian è il bassista dei Pooh,
ma nel suo terzo libro in uscita oggi racconta altro: i genitori, la miseria, il dietro le quinte del successo, la musica come ricerca di sé, la famiglia, la fede. I Pooh appaiono a pagina 98 e poi… basta. «Perché la nostra storia si sa; e poi semmai dovremmo raccontarla tutti insieme».

Ho visto sessanta volte fiorire il calicanto,

il libro di Canzian, nasce dalla voglia di raccontarsi dietro le maschere: «Sono nato poco dopo l’alluvione, in una casa senza riscaldamento. E la mia vita non è soltanto ciò che di me va sul palco o in tv».

**Però insiste molto, sulla voglia di andare oltre le “apparenze” del pop. Le danno tanto fastidio?
Non mi pesano. Però non mi riconosco in certe cose che ho fatto per il mestiere, né in taluni in atteggiamenti che per esso ho dovuto condividere.

**Alla sua infanzia dedica pagine e pagine: povertà materiale eppure ricchezza interiore, scrive.
Sì, è lì che ho imparato a vivere. Con le spalle grosse. Oggi quando sono coi miei figli vedo che li sorprendi solo con la tenerezza, a livello materiale sono rodati a tutto. E non mi pare una fortuna.

**Ma suo padre e sua madre quanto hanno condiviso la musica, i Pooh, le famose maschere del successo?
Per mio padre era un gioco, mia madre aveva paura. Però non mi hanno ostacolato. E al dunque, mio padre mi disse «ok, vai, raccogli quanto hai seminato».

**Cita spesso Sant’Agostino, nel libro. Parlando di fede ma in modo pudico. Perché non esplicitarla?
Ho nella mia camera un Cristo del Seicento che ho restaurato io. Parlo di fede con Lui, da solo, in intimità. Non mi sembrava corretto ostentare qualcosa che comunque c’è, ho dentro, mi dà risposte.

**E quanto entra nella sua musica, nel suo mestiere?
Tanto. Il mondo toglie certezze, scrivere è un modo di ritrovarle: e non potrei farlo dimenticandomi di Dio. La musica per me è ricerca, mai stata tecnica.

**Ha fatto molto per i giovani, dal produttore alla Fondazione Q. Sente di avere fatto abbastanza?
Sono vent’anni che dedico alcuni giorni all’anno al progetto Un albero per la vita. Credo conti la qualità del tempo che si investe sulle cose. Come produttore qualche rimpianto c’è: dovrei lavorare meno coi Pooh…

**Perché nel libro ha messo nero su bianco cose molto delicate come l’attuale malattia di sua madre o la fine del suo primo matrimonio?
Non avrei saputo non parlarne. Penso che anche piccole vicende personali, sofferte, possano dare qualcosa. E volevo dire veramente chi sono.

**Però non parla della fine. Dei Pooh, della vita… A sessant’anni ci si pensa?
Alla fine dei Pooh non credo, siamo stati superati dalla nostra stessa storia. La morte… A 25 anni ho avuto l’epatite virale, e dieci anni fa mi hanno tolto un melanoma, cosa che non sa nessuno. Ci ho convissuto con l’idea della morte. Ma non ne ho paura.

**Un’altra cosa non dice: che si chiama Bruno. Ecco, il Bruno dell’infanzia povera che pensa del ricco Red?
Si sono riappacificati tanti anni fa. All’inizio non mi piaceva Red, mi imbarazzava, era davvero una maschera. Poi ho capito che mi aiutava a esprimere tanto di me, e che in fondo sono la stessa cosa. Anche se è dagli ultimi giorni di mio padre, che non sentivo nessuno ricordarsi del mio vero nome.
(Andrea Pedrinelli—AVVENIRE 24.04.12)

“..queste parole mi sono rimaste impresse..”

18 Aprile 2012 Nessun commento

Mi chiamo Piero, ho ventitré anni, e ci tengo a raccontare la mia vita perché penso sia una triste esperienza che tanti giovani vivono, è un qualcosa che ci accomuna e che può essere utile a qualcuno che sta soffrendo ciò che io ho passato. Oggi, pensando al cammino che sto facendo in questa scuola di vita che mi permette di imparare tante cose, ringrazio Madre Elvira per aver detto di “sì” a Dio ed anche tutti i fratelli per avermi sempre sostenuto.
Quello che voglio raccontarvi è il

perché sono qui:

se non avessi toccato il fondo non avrei mai scelto di fare un cammino del genere. Invece nella vita sono arrivato ad un punto in cui ho capito che non sarei più potuto andare avanti. In questi anni di Comunità ho compreso che tutte quelle scelte sbagliate della mia gioventù sono germogliate dentro di me fin da quando ero piccolo, perché sentivo il peso grande della paura: ero timido e lo sono ancora, è una cosa con cui continuo a lottare, ma da bambino la timidezza diventava chiusura, complessi, paure.
Pian piano ho avuto bisogno di qualcosa “in più” per farmi accettare dagli altri. A casa non riuscivo a trovare un ambiente sereno, non ero capace di aprirmi, ci sono stati dei brevi momenti in cui sono riuscito a parlare di me ma tante volte tenevo tutto dentro e mi sentivo “stupido” davanti alle persone a causa di questo.
Ho scoperto che i ragazzi seduti negli ultimi banchi di scuola erano molto più “interessanti” e allora, per curiosità, perché mi attiravano, ho iniziato ad “attaccarmi” a loro. Erano persone che avevano atteggiamenti molto diversi dagli altri e ho iniziato a fare la loro vita, così riuscivo finalmente ad essere importante e a far vedere “chi sono io”, comunque ad esprimermi. Poi chiaramente sono arrivate tante proposte sbagliate, ho incontrato l’alcool e pian piano la droga. Allo stesso tempo mi sono staccato dalla famiglia perché mi sentivo sempre più un estraneo e stavo meglio con i miei “amici”.
A volte ancora oggi, anche se sono passati cinque anni, il ricordo della droga ritorna. D’altra parte riconosco che se ho continuato a drogarmi per così tanto tempo è perché mi piaceva, perché mi permetteva di scappare, mi cancellava tutte le paure e le insicurezze che in genere mi bloccavano. Posso dire che da drogato vivevo “un momento di paradiso”, in cui mi pareva finalmente di sentirmi al mio posto in mezzo alla gente. Pensavo veramente di aver trovato quella cosa in cui credere e dicevo a me stesso: “Da adesso questo è il mio stile di vita, queste sono le mie scelte”. Così a diciassette anni sono andato via di casa, ho incontrato una ragazza più fragile di me, l’ho presa in giro, l’ho trascinata nelle mie scelte sbagliate e sono andato a vivere con lei. Ero convinto di non avere più il “peso” della famiglia che mi controllava, non c’era più l’oppressione di dover andare a scuola, di dover fare determinate cose, e mi sono detto: “Finalmente sono libero, non devo più ascoltare nessuno, decido io per la mia vita!”. Sono scappato da tutto e ho “provato” diverse scuole: resistevo qualche mese, poi andavo a lavorare e alla fine non concludevo niente, dicendo che tutto questo non mi piaceva. Però in realtà non ero capace a portare a termine niente, mi sentivo un fallito e il confronto con gli altri mi trascinava sempre più in basso, mi faceva stare male, non ce la facevo… finché un giorno ho avuto questo pensiero: “Da oggi decido di essere un tossico e non mi interessa più tutto il resto, mi creo il mio mondo e vado avanti così”.
Adesso mi rendo conto che è stata una fortuna finire più volte all’ospedale e aver avuto problemi con la giustizia, perché mi ha messo alle strette.

La cosa più pesante da vivere quando mi ritrovavo a casa era la solitudine

, perché per avere un dialogo dovevo crearmi una personalità che non avevo; il mio vero volto l’ho sempre nascosto, schiacciato e non ho mai capito chi sono, ero sempre qualcun altro. Quando mia madre mi ha parlato della Comunità le ho detto: “Non penso che mi aiuti”, e lei mi ha risposto: “Guarda che lì ti vogliono bene” e

queste parole mi sono rimaste impresse.

Ha poi aggiunto: “Hai bisogno di costruire quello che ti manca”: in quel momento si è aperta una porta in me e ho iniziato a riflettere. Mia madre era la sola persona di cui mi potevo veramente fidare: anche quando stavo male, quando avevo qualche problema, scappavo e tornavo da lei. Così mi sono aperto con lei ed è entrata un po’ di luce, e sono riuscito a venire in Comunità per vedere se ne valeva la pena. Facendo le “giornate di prova” ho incontrato un ragazzo che aveva vissuto la stessa mia esperienza, che mi sapeva capire. Era in Comunità già da due anni, e dentro di me mi chiedevo: “Ma questo qui è stato un tossico? Ma perché lavora con me, perché è così bravo?”. Mi raccontava di lui e della sua esperienza: ho capito che si sforzava, che era una persona vera, che faceva un tentativo serio di cambiare, e finalmente ho avuto nella verità uno dei dialoghi più belli della mia vita!
Sono andato via felice, non mi è pesato per niente quel giorno, e allora ho deciso di entrare in Comunità per farmi aiutare. Qui mi sono sentito accolto, ho percepito che finalmente non dovevo più aver paura di quello che ero perché ho trovato delle persone libere e capaci di mostrarmi anche le loro povertà. Pian piano ho iniziato a rialzarmi, a fidarmi di nuovo degli altri ed è arrivato poi il momento dove ho dovuto fare una scelta decisiva per la mia vita: scegliere il bene fino in fondo oppure “sfruttare” la Comunità qualche mese per riprendermi, e poi ripartire con una vita che non sapevo dove mi avrebbe portato. Per fortuna ho scelto bene, perché se me ne fossi andato non avrei potuto raccogliere tutti quei frutti che oggi sento vivi dentro di me.
La vita al Cenacolo mi ha messo delle certezze nel cuore: piccoli passi faticosi fatti nella fiducia attraverso i quali

Dio si è rivelato l’unico capace di capirmi

e di guidarmi nel modo giusto.
Ho compreso che la vita è una lotta, ma che anche quando cado e mi scoraggio è come se Dio mi dicesse: «Ecco, vedi che da solo non ce la fai? Coraggio, chiedimi aiuto e vincerai!». Ogni volta che vivo la fatica, metto tutto nelle mani di Maria e mi accorgo con stupore che i frutti non vengono subito, ma quando arrivano sono molto più grandi e belli di quello che mi aspettavo. Voglio ringraziare la mia famiglia perché nelle difficoltà ho potuto vedere in loro il primo esempio di fede, e ringrazio la Madonna che attraverso la Comunità questa fede continua a crescere. Grazie!
(www.comunitacenacolo.it)

“..sorella dell’umiltà e figlia dell’amore..”

16 Aprile 2012 Nessun commento

“La tristezza è un lusso che i cristiani non possono permettersi». Mi guarda perplessa la ragazza a cui cito questa frase che don Giacomo ci ha detto agli esercizi spirituali dei giovani. Eravamo una cinquantina. Quattro giorni di silenzio scanditi solo dalla liturgia, dalle meditazioni e dai pasti anch’essi in silenzio. Giorni di gioia, dove la serenità è cresciuta fino a diventare una soffusa letizia che si faceva fatica a contenere.

Ripenso a quella gioia, così in contrasto con i divertimenti che stordiscono i fine settimana di tanti amici, e allora prendo il vocabolario, e vado alla voce corrispondente: «Lusso: sfoggio di ricchezza, di sfarzo; tendenza a spese superflue per l’acquisto di oggetti volti a soddisfare l’ambizione e la vanità». Sì, mi convince. La tristezza spesso serve proprio a «soddisfare ambizione e vanità». Ci dà la scusa buona per occuparci di noi invece che degli altri. È l’alibi perfetto quando abbiamo paura di amare. Ci mette al centro dell’attenzione, diventa pretesto per trattenere con avarizia ciò di cui come cristiani siamo debitori: la gioia della Pasqua. L’antica «Didascalia degli Apostoli» diceva che in questo giorno è peccato essere tristi.
E allora penso a Ilaria che un giorno mi disse:

«Sono qui per quello che ho visto sul volto di un mio amico».

Stava facendo un’esperienza di un mese di vita comune nella realtà pastorale del «Punto giovane». Aveva deciso di farlo per la luce e la gioia che aveva visto accendersi sull’amico che aveva vissuto quel mese, intessuto di Eucaristia, Parola e amicizia in Cristo.
Non voglio cedere alla sfiducia e alla tristezza: mi sento debitore di questa verità soprattutto verso i giovani a cui Dio mi ha messo a servizio. C’è una gioia segreta anche nel dolore, se è vissuto per amore, e la voglio trovare. La gioia è sorella dell’umiltà e figlia dell’amore che non ha più paura, perché l’amore ha in sé una follia bambina che conoscono solo i santi e i poeti.

«Gli angeli possono volare perché non si prendono troppo sul serio»

ha detto il Papa che nei giorni scorsi, nel suo Messaggio per la Giornata mondiale della gioventù, ha parlato ai giovani proprio della gioia cristiana.
Solo l’essere umano è capace di ridere, perché non è schiacciato sulle sensazioni che riceve dal mondo, ma può vedere più in là, come diceva Solov’ev:

«L’uomo ride: ecco la radice della poesia e della metafisica».

Nel canto XXVII del Paradiso la professione di fede da parte dei beati è un dolce canto «un riso/ de l’universo». Sì, torni la gioia a trovarci, ci trovi svegli il mattino di Pasqua, e ci ricordi che ogni sepolcro è orami vuoto.

Don Andrea Franceschini
Responsabile Pastorale Giovanile Diocesi di Senigallia

“…«chiamano se stessi liberatori e creano i liberati».

9 Aprile 2012 Nessun commento

«All’improvviso i colpi d’arma da fuoco, che s’inseguono per ore. Poi appaiono i guerriglieri che saccheggiadno edifici pubblici, Ong e chiese. Dopo poche ore inizia la caccia al cristiano». Le parole – scritte ad dal missionario italiano padre Mauro Armanino – si fanno corpi e visi. Quelli delle 35 donne terrorizzate –madri, anziane, bambine – che il Venerdì Santo hanno raggiunto Niamey, capitale del Niger dove i profughi sono approdati dopo una precipitosa fuga da Gao. «Su un mezzo di fortuna», pagando «alla dogana quello che ancora restava della loro dignità», prosegue la testimonianza di padre Mauro. Che la ha soccorse. E aiutate a fuggire ancora a Cotonou, in Benin.

Da lì erano partite molti anni fa per andare a lavorare in Mali. Ora, però, quest’ultimo Paese è precipitato nel caos. Il 22 marzo, una giunta militare ha destituito il presidente Touré e ha preso il potere. Immediatamente, i tuareg e i gruppi qaedisti hanno approfittato della delicata situazione per dichiarare l’indipendenza del Nord. La regione di Azawad – un triangolo di terra e deserto che include anche frammenti di Algeria, Niger e Burkina Faso – è terra di nessuno. Perché la fragile alleanza tra gruppi tuareg e jihadisti è già saltata. E la guerra fra bande ha trasformato le principali città – Timbuctù, Tessalit, Kidal e Gao – in campi di battaglia. I combattimenti, da due giorni, sono finiti. I ribelli hanno il controllo della regione. La giunta, intanto, ha siglato un accordo per una transizione democratica nel Paese: i militari si sono impegnati a cedere il potere al presidente del Parlamento, Diouncounda Traore, che dovrà indire elezione entro 40 giorni, come sollecitato dall’organizzazione economica dell’Africa occidentale, Ecowas. Nelle aree dove operano i fondamentalisti, però, le persecuzioni religiose continuano. A farne le spese è soprattutto la minoranza cristiana, facilmente riconoscibile «dai nomi e dai vestiti».

Molti «hanno perso la vita per sempre». Alcuni sono riusciti a scappare, come le 35 donne arrivate a Njamey. Per portare in salvo le loro bimbe – i mariti e i figli maschi le raggiungeranno poi – hanno dovuto travestirle da islamiche. La piccola Alessandra, per esempio, di 6 anni, è diventata Fatimata. «Un’altra l’hanno battezzata Bontou. Il suo primo nome era Antoinette. Le hanno fatto portare il velo come fanno le bambine musulmane da queste parti». Forse, quando la paura sarà passata, Alessandra dimenticherà i giorni di fuga disperata. Per lei «non si trattava che di un gioco da grandi per bambini. Il velo era nero e le donava molto. Sotto c’erano le consuete treccine ben curate. E il sorriso di chi ha la madre accanto». Alessandra ha dovuto far mostra «di rispondere Fatimata quando le hanno chiesto il nome. Ma i bambini, si sa, fingono di dimenticare».
Tanti altri piccoli rimasti intrappolati a Gao non possono nemmeno fingersi qualcun altro. La loro identità etnica e religiosa nel Nord del Mali pesa sulle loro spalle come un macigno. Bambini, donne, giovani e adulti, “colpevoli” di essere cristiani rimangono lì, prede fragili di coloro che

«chiamano se stessi liberatori e creano i liberati».

E costringono altri, i più deboli, a «cambiare nome, vestito, Dio e Paese per non morire».
(Lucia Capuzzi AVVENIRE 09.04.2012)

“il dolore resta ma la fede aiuta..”

2 Aprile 2012 Nessun commento

«Quando mio padre è morto sono rimasto settimane sdraiato per terra a guardare il soffitto, ero scarmigliato e ingrassato. Il dolore resta, ma la fede mi ha aiutato». Flavio Insinna, nel maggio scorso, dopo la perdita del padre Salvatore, aveva detto stop alla tv e al cinema. «Ora non mi interessa, voglio solo dedicarmi alla mia famiglia» aveva dichiarato. Nel frattempo, però, ha scritto un libro, Neanche con un morso all’orecchio, appena pubblicato da Mondadori, un omaggio al genitore scomparso. E, a breve, tornerà su Canale 5 con un nuovo game show preserale. «Il libro non è stato una terapia, avevo un impegno precedente per un’autobiografia – spiega l’attore – . Nei giorni in cui ho scritto stavo peggio. Ma ora che la gente comincia a leggerlo, mi accorgo che sono in tanti a provare le stesse cose».

Nel libro c’è un Insinna dietro la ‘maschera’: lei racconta gli ospedali, la malattia, la morte
È quello che ho vissuto. Non ha importanza l’età, mio padre aveva 83 anni, per calcolare l’amore e il vuoto che uno lascia. Lui ha cercato di fare di me una persona e un cittadino onesto. Mi manca la terra sotto i piedi, ma mi è rimasto il cielo sulla testa, che è mia mamma. Ora il mio compito è quello di starle vicino, di convincerla che ci sia ancora un motivo per vivere.

Lei crede nell’aldilà?
Di recente mi hanno proposto un nuovo gioco su Canale 5, il primo pensiero è stato: «Devo chiedere il parere a papà». Ho una sua bellissima foto in bianco e nero sempre con me, e mezza chiacchieratina al giorno con lui me la faccio. Sono certo che mi ascolti. Davanti a una prova come la morte, la fede può vacillare. Ho un rosario sempre in tasca, regalatomi da un amico sacerdote. E sono riuscito a resistere. Ho cercato disperatamente di non sentirmi tradito, se no avrei avuto la sensazione di avere perso una partita due volte. Se pensassi di essere tradito dalla mia luce più forte che è la mia fede cattolica, sarei nel deserto. Nel Padre Nostro diciamo «sia fatta la tua volontà»: e io mi piego, sbando, però mi sforzo di restare appigliato con testardaggine.

Lei racconta anche del suo «male di vivere»
Il male di vivere lo provo sin da ragazzino, sono diviso tra due anime. Da mia madre ho preso la parte giocosa e divertente, la fede, la voglia di darsi. Da mio padre ho ereditato i si- lenzi e i momenti di isolamento. Il rapporto con lui è stato molto conflittuale da ragazzo, per fortuna da adulto ho saldato tutti conti, l’ho stritolato in abbracci quotidiani. È vera la frase: «Goditi i genitori finché ce li hai».

Difficile affrontare il dolore da personaggio pubblico
Mentre mio padre moriva, in ospedale in molti mi hanno chiesto autografi e foto. Al momento mi arrabbiavo, poi ho capito che anche loro erano lì perché avevano qualcuno che soffriva: un sorriso non si nega a nessuno. A volte, poi, il Padreterno ti fa venire incontro una bambina, che ti mette le manine fra le tue come per chiedere aiuto, mentre la madre in una stanza sta morendo di cancro. Momenti che non scorderò più.

Suo padre era un medico. Che cosa le ha insegnato sulla malattia?
Lui si è occupato di tossicodipendenti, disabili e malati di mente. A 10 anni come regalo mi portò in Canada, perché era medico alle Paralimpiadi. Quando arrivammo mi disse: «Ecco, ora spingi quel signore sulla sedia a rotelle. Così quando ti lamenti, ti ricordi di questo ragazzo che nuota senza gambe». Spinsi quella carrozzella per un mese, una grande lezione. E poi lui diceva che funziona la tachipirina, ma serve anche l’Ave Maria.

Il matrimonio dei suoi genitori è stato un esempio
Sono stati insieme 51 anni. Non si può dire che erano altri tempi, sono le persone che fanno i tempi. Loro si sono spesi per noi, consumati. Ricordo la tonaca di don Bosco a Torino, quando giravo la fiction: era lisa, sfondata, usata tutta per amore degli altri. I miei, erano come quella tonaca.

E lei, che genitore sarebbe?
A mio figlio passerei quegli insegnamenti. E cercherei tutti i giorni di fargli capire che ci sono, che c’è una famiglia che lo aiuterà.

Ora, finalmente, lei torna a lavorare
Sto preparando per Canale 5 un nuovo gioco preserale, molto autoironico, Il braccio e la mente in onda o a fine aprile o a tra qualche mese. La Corrida? Ho un paio di idee per rinnovarla, vedremo se passano. E poi, girerò una bellissima commedia sui sentimenti di Fausto Brizzi in due puntate per Canale 5. L’importante, comunque, è fare scelte oneste.
(intervista a flavio insinna – donboscoland -)