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Archivio Maggio 2012

la multinazionale della truffa in gol

30 Maggio 2012 Nessun commento

« N on si può parlare tecnicamente di mafie, ma di grandi organizzazioni criminali internazionali. La rete sulla quale abbiamo indagato fa capo al boss singaporiano Tan Seet Eng, destinatario a dicembre di un provvedimento restrittivo, ma è composta anche da serbi, sloveni, macedoni e ungheresi. Insomma, una multinazionale delle scommesse truccate, non certo l’unica in un business che frutta ogni anno nel mondo centinaia di milioni di euro. Lo stesso boss Eng, secondo quanto ha rivelato un ‘pentito’ arrestato in Finlandia, è capace di godere nell’ambiente di un tale credito da poter scommettere anche 10 milioni di euro sulla parola…».

Il vicequestore aggiunto di Polizia, Marco Garofalo, insieme al direttore del Servizio centrale operativo Gilberto Caldarozzi e al suo vice Raffaele Grassi, è di ritorno da Cremona dove sono stati resi noti gli esiti della nuova

tranche dell’inchiesta «Last bet», che sta terremotando il mondo del calcio italiano, Serie A e Nazionale comprese. A chi osserva l’inchiesta solo con gli occhiali del tifoso, Garofalo chiede di allargare il campo visuale: «Non è solo una questione di etica sportiva. Dietro c’è un enorme giro d’affari loschi, riciclaggio compreso. Dal punto di vista degli scommettitori organizzati – spiega a Avvenire – , il match fixing, cioè il mettersi d’accordo per favorire il risultato di un incontro sportivo, può rappresentare un pozzo di San Patrizio».

Dove sono le basi di queste reti criminali?

Si tratta di multinazionali. Molte, come quella scoperta nell’inchiesta, operano in Oriente, ma interagiscono con gruppi serbi, croati, macedoni, ungheresi e bulgari. L’Est Europa conta presenze significative nel ramo.

Si riuscirà a estradare verso l’Italia gli arrestati all’estero?

Si vedrà. Nel caso del presunto boss, arrestato a Singapore, non esistono accordi per l’estradizione con l’Italia, per cui bisognerà forse accontentarsi di aver fermato l’organizzazione.

Perché quel gruppo ha scelto di inquinare il calcio in Italia e non altrove?

C’è da temere che una parte di permeabilità sia dovuta all’ambiente, viziato da ‘omertà’ diffusa e dalla mentalità che, in fondo, ci si può accordare per ottenere un risultato ‘comodo’, anche senza incassare direttamente denaro. A livello di serie A, almeno finora, non risultano infiltrazioni del gruppo nella Bundesliga tedesca, nella Premier League inglese o nella Liga spagnola. E invece in Italia sì.

Perché?

Forse, ma è solo un’ipotesi, perché gli intermediari rischiavano poco a contattare un giocatore: anche se non era d’accordo, difficilmente andava a riferirlo alla magistratura. Per un Simone Farina che ha respinto 200mila euro e denunciato, quanti altri sono rimasti in silenzio?

Ma bastava agganciare solo alcuni calciatori per organizzare le combine?

C’era un minimo e un massimo nell’azione d’infiltrazione: il minimo era rastrellare notizie, a pagamento, dai giocatori sul possibile comportamento delle squadre. Una sorta di insider trading

per capire come potevano svilupparsi i risultati. Però, se c’erano spiragli, si puntava a influire sui risultati, con investimenti notevoli e vincite enormi. In questa nuova tranche dell’inchiesta, ad esempio, sono emerse presunte manipolazioni di partite di A del campionato 2010-2011.

Come Lecce-Lazio del maggio 2011?

Già. Dagli interrogatori di Horvath Gabor, si apprende come il boss di Singapore abbia scommesso 2 milioni di euro su quella partita nelle agenzie asiatiche Sbobet e Corownet, puntando sulla realizzazione di più di 4 gol. Per ottenere tale risultato, sarebbe stati investiti dalla banda 600mila euro, destinati alla corruzione dei giocatori italiani. Vicenda che concorda con le risultanze dell’indagine italiana, compresa la somma, ricordata dal giocatore Gervasoni.

L’inchiesta avrà ulteriori sviluppi?

Attendiamo gli esiti degli interrogatori e l’analisi del materiale trovato nelle perquisizioni. Poi, insieme ai magistrati, valuteremo.

Le organizzazioni simili scommettono solo sul calcio o anche su altri sport?

In Italia ora abbiamo indagato solo sul calcio, ma in altri Paesi si teme per il tennis, il basket… Di recente in Gran Bretagna, l’autorità di controllo sulle scommesse, la Uk Gambling Commission, ha alzato la soglia di attenzione, per vigilare affinché il business delle scommesse non vada a incidere anche sulle prossime Olimpiadi.

(Vincenzo R.SPAGNOLO AVVENIRE 29.05.12)

“LA PAURA NON CANTA”

26 Maggio 2012 Nessun commento

“Non una raccolta di successi ma un’antologia. Roberto Vecchioni ama definire così il disco e il tour, che riassumono quarant’anni di racconti di vita diventati canzoni. Da Luci a San Siro a Un lungo addio, dai grandi hit ai brani più recenti, la colonna sonora di un pezzo di storia del nostro Paese e insieme uno sguardo d’artista sull’infinità varietà di sfumature che rende unica ciascuna delle nostre esistenze.

I colori del buio è un viaggio in 33 brani che stasera farà tappa a Vicenza, accendendo di suoni e parole l’VIII edizione del Festival biblico (alle 21.30 in piazza dei Signori). «Il tema scelto per questa edizione è bellissimo – spiega Vecchioni –. Di solito si punta sul “positivo”, sulle aperture, qui invece la riflessione è declinata in difesa, si parla del normalissimo atteggiamento di timore e meraviglia degli uomini di fronte a quello che si vedono intorno». La citazione del Vangelo di Marco intorno a cui si snoda la rassegna veneta –

<Perché avete paura?»

– sembra quanto mai adatta al momento che stiamo vivendo.

«È un tema antichissimo, che sprofonda nella notte dei tempi – sottolinea Vecchioni –. Le religioni rivelate tentano di eliminare o di mettere in altra luce le paure delle creature, ma non possono sconfiggerle del tutto». In questo senso la scelta del quarto capitolo di Marco è quanto mai significativa. «È l’episodio della tempesta: il Signore dorme tranquillo a poppa mentre i suoi discepoli tremano di paura perché l’acqua arriva sulla barca. Gesù ci fa capire che, finché c’è lui, non dobbiamo temere nulla». «La speranza dalle Scritture» è in effetti il sottotitolo della rassegna. «Siamo dentro un disegno di cui Dio prima e suo Figlio poi ci hanno dato delle spiegazioni abbastanza chiare – aggiunge Vecchioni –, che ci parlano della


sconfitta del dolore, della morte, della fatica.


Il loro motivo no, perché al momento trascende la nostra facoltà di comprensione, un’incapacità che tuttavia la fede rintuzza».

In questo momento di che cosa dobbiamo avere maggiormente paura?
«Direi della confusione, cioè la situazione in cui per ragioni strettamente sociali e culturali i popoli non si trovano d’accordo sul concetto di Dio. Stiamo mischiando troppe idee, creando complicazioni che possono portare a conflitti, lotte, ribellioni. La temperanza e la pazienza, virtù che troppo spesso mancano, esprimono forza, non debolezza».

In questo senso la Bibbia è una risposta?
«Soprattutto il Vangelo perché non c’è niente di più universale, che sappia avvolgere tutti, senza differenza di caste o di sesso. L’Antico Testamento ha pagine e racconti bellissimi ma tutti orientati al cammino, alla salvezza di un popolo. Lo dico sapendo che Israele è metafora del mondo intero».

Lei non ha mai nascosto una grande amore per il Vangelo, per il Discorso della Montagna in particolare.
«È il vertice di ogni religione, di ogni confessione, di ogni fede. Con le Beatitudini, che non sono promesse gratis, Gesù ci dà la certezza che gli ultimi, i più malversati saranno i primi. Dona significato a situazioni del nostro mondo che altrimenti non avrebbero senso».

È la novità del Vangelo.
«Non credo esista


nessun libro più rivoluzionario.


Il comandamento unico che li compendia tutti, quello di amare chi non ci ama, non ha raffronti nella storia dell’umanità».

Passare dai principi alla pratica però non è facile. Credere implica un cammino, delle tappe.
«Io ho quasi pena per chi nasce con una fede eccezionale. Preferisco la ricerca più minuziosa, il porsi domande in modo più concreto. E poi nelle Scritture, se le sappiamo leggere, ci sono già tutte le risposte».

Una riflessione che, da parte sua, implica alcune sicurezze di fondo.
«C’è la certezza che nulla può essere casuale, tutto è causato. Il fondamento della fede è che c’è una ragione, che viviamo di emozioni, di sentimenti, di lacrime, di amori. E tutto questo non può nascere da un grande bang».

Detto in altro modo, alla base di tutto c’è la vita, quella che, in tutte le sue infinite sfumature, Vecchioni ha cantato in quarant’anni di carriera. Un cammino che stasera farà tappa a Vicenza. «Con I colori del buio ripropongo le mie canzoni come sono nate, nelle loro versioni storiche, originali, con gli arrangiamenti di allora. Le propongo in versione in parte cantautorale e in parte sinfonica, per cui ci sarà anche un trio d’archi». Un concerto, un disco che è il racconto di una vita. «Voltandomi – conclude Vecchioni – ho visto tutti i colori che l’hanno accompagnata e di cui mentre li vivevo non mi rendevo conto. Adesso mi accorgo che erano importanti».
(Riccardo Maccioni—AVVENIRE 26.05.12)

su abusi una scelta netta

23 Maggio 2012 Nessun commento

“Una frase, da sola, dice già tutto. «Il vescovo che riceve la denuncia di un abuso deve essere sempre disponibile ad ascoltare la vittima e i suoi familiari, assicurando ogni cura nel trattare il caso secondo giustizia». La si trova quasi all’inizio della premessa delle “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici”, pubblicate ieri dalla Conferenza episcopale italiana in ossequio a quanto prescritto dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, a ribadire, come davanti a questo «triste e grave fenomeno» è «innanzitutto» di «importanza fondamentale» la «protezione dei minori, la premura verso le vittime degli abusi e la formazione dei futuri sacerdoti e religiosi».

Qualcuno magari dirà che il documento pubblicato ieri rappresenta, in fondo, solo un “atto dovuto”. E che le linee guida non fanno altro che recepire, quasi pedissequamente, le indicazioni del Dicastero dottrinale vaticano – a loro volta traduzione operativa della

volontà di Benedetto XVI di “fare pulizia” entro le coordinate di giustizia e misericordia.

Vero, in parte, soprattutto se ci ferma alla superficie del testo. Ma assolutamente insufficiente, come lettura, se al contrario si prova a capire le implicazioni e le conseguenze del documento adottato dalla Cei.

E qui si torna a quelle parole ricordate all’inizio. Dove, senza mezzi termini né reticenze né possibilità di equivoco, si afferma da che parte la Chiesa, in queste terribili situazioni, si schieri: dalla parte, cioè, delle vittime. Una opzione irrevocabile e definitiva, che ribalta completamente la prospettiva col suo porre in primo piano chi gli abusi li ha subiti e, per questo, al colmo di un crudele paradosso, è stato portato invece a sentirsi “colpevole”. È la scelta di una Chiesa che non vuole nascondere e nascondersi, che rifiuta il concetto stesso di rimozione della memoria. Che ha cancellato l’idea che l’istituzione meriti una protezione superiore a quella dovuta alla vittima, che in nome della prima tutela, la seconda possa essere in qualche modo sacrificata.

È, insomma, la dichiarazione di una scelta di campo. Scelta coerente, certo, col magistero di Papa Benedetto, ma molto più incisiva a ben vedere di quanto, alla fine, la “tecnicità” richiesta alle Linee Guida avrebbe in sé potuto comportare. Dichiarazione tanto più significativa in quanto, al di là sia delle leggende sulla portata del fenomeno, sia dei numeri concreti citati ieri da monsignor Crociata – 135 casi denunciati in oltre dieci anni – che quelle leggende smentiscono, qui è in ballo il principio fondamentale della difesa dell’innocente. E una sola vittima, sarebbe già troppo, nel contesto della Chiesa. Di qui, insomma, la volontà di ribadire l’ispirazione fondamentale di ogni azione, quasi a ri-dire: la Chiesa è e deve sempre essere casa, prima di tutto, per i più deboli.

Allo stesso tempo, è altrettanto importante sottolineare la cura posta alla prevenzione di possibili futuri casi di violenza sui minori. Prima di tutto, con il richiamo inedito alla «rigorosa attenzione allo scambio d’informazioni in merito a quei candidati al sacerdozio o alla vita religiosa che si trasferiscono da un seminario all’altro, tra diocesi diverse o tra Istituti religiosi e diocesi». E poi, tra l’altro, con l’esortazione a ogni singolo vescovo a trattare «i suoi sacerdoti come un padre e un fratello, curandone la formazione permanente e facendo in modo che essi apprezzino e rispettino la castità e il celibato e approfondiscano la conoscenza della dottrina della Chiesa sull’argomento».
(Salvatore Mazza –AVVENIRE — 23.05.12)

“SE NON E’ RECORD POCO CI MANCA….”

22 Maggio 2012 Nessun commento

“Premana – ultimo paese della Valsassina, nemmeno 2.300 abitanti, a 40 chilometri da Lecco – parteciperà in massa all’Incontro mondiale delle famiglie. Ben 135 persone – adulti, giovani e ragazzi – prenderanno parte sia alla Festa delle testimonianze, nel pomeriggio e nella sera di sabato 2 giugno, sia alla Messa conclusiva col Papa, il mattino di domenica 3 giugno, pernottando nel campo sportivo dell’oratorio della parrocchia di Sant’Ambrogio di Cinisello Balsamo dove monteranno le loro tende, ospiti di don Massimo Fontana, ex coadiutore del paese, trasferito alle porte di Milano nel 2008.

Un altro centinaio di persone prenderà parte alla sola celebrazione eucaristica presieduta da Benedetto XVI all’aeroporto di Bresso. Altre cinquanta – ragazzi e relativi genitori – saranno presenti all’incontro del Papa con i cresimandi, sabato 2 mattina allo stadio di San Siro (dove sono attesi 80mila partecipanti). Se a questi numeri aggiungete che il paese ha offerto anche otto volontari, possiamo dire di trovarci in presenza di un autentico miracolo di partecipazione ed entusiasmo.

«E la cosa più bella – sottolinea il parroco, don Mauro Ghislanzoni – è che sono stati protagonisti i laici, la mobilitazione è nata dal basso, anche se in comunione con i sacerdoti». Ebbene, la piccola Premana, abituata a far parlare di sé per la straordinaria capacità imprenditoriale (fino a pochi anni fa, prima della crisi, si contavano quasi 140 imprese su un totale di poco più di duemila abitanti), Premana, che ha sfornato campioni nello sci e nella corsa in montagna, stavolta finisce sotto i riflettori per la sua non comune sensibilità ecclesiale e la sua testimonianza fede.

Una fede solida, tipica della gente di montagna, che, negli anni, ha generato molteplici vocazioni al sacerdozio, alla vita religiosa e alla missione. Oggi protagonisti sono i laici: «È stato bello vedere – commenta ancora il parroco – come molte famiglie abbiano sentito rivolto proprio a sé l’appello a incontrare il Papa e abbiano deciso di mobilitarsi spontaneamente». Un esempio per tutti.
(Gerolamo Fazzini —AVVENIRE –22.5.12)

….in pubblicità tutto fa brodo…anche i meaculpa

17 Maggio 2012 Nessun commento

—-Con una nota diffusa alla stampa e compiendo “un atto di liberalità a favore di un’attività caritativa della Chiesa”, il Gruppo Benetton ha ammesso “pubblicamente di aver urtato la sensibilità dei credenti” e riconosciuto che “l’immagine del Papa va rispettata e può essere usata solo previa autorizzazione della Santa Sede”. Lo sottolinea il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, che commenta la nota emessa venerdì scorso dal Gruppo Benetton in merito ai manifesti con un fotomontaggio in cui Benedetto XVI sembrava baciare in bocca un imam.

Da parte sua, precisa oggi il portavoce, “la Santa Sede non ha voluto chiedere risarcimenti di natura economica, ma ha voluto ottenere il risarcimento morale del riconoscimento dell’abuso compiuto e affermare la sua volontà di difendere anche con mezzi legali l’immagine del Papa”. E dunque “invece di un risarcimento economico è stato chiesto ed ottenuto dal Gruppo Benetton un atto di liberalità, limitato, ma effettivo, nei confronti di un’attività caritativa della Chiesa.

“Si chiude così, anche dal punto di vista legale, un episodio molto spiacevole, che – afferma padre Lombardi – non avrebbe dovuto avvenire, ma dal quale si spera di ricavare una lezione di doveroso rispetto per l’immagine del Papa, come di ogni altra persona, e della sensibilità dei fedeli”. Padre Lombardi tiene a spiegare però che alla positiva conclusione della vicenda si è arrivati “in base ad un accordo transattivo, del confronto fra i legali della Santa Sede, avvocati Giorgio Assumma e Marcello Mustilli, e quelli del Gruppo, confronto che ha avuto luogo, come era stato annunciato, ed era rimasto aperto finora”.

Il 16 novembre 2011 era comparso in vari luoghi, anche in formato gigante appeso al Ponte di Castel Sant’Angelo, cioè nei pressi del Vaticano, un fotomontaggio che ritraeva il Papa e un Imam egiziano in atto di baciarsi. Si trattava di un’immagine evidentemente provocatoria, inserita nel quadro di una campagna di comunicazione sostenuta dal Gruppo Benetton, che suscitò immediate e vivaci proteste. La Santa Sede pubblicò lo stesso giorno una dura dichiarazione, annunciando che avrebbe vagliato i passi da fare per tutelare adeguatamente l’immagine del Santo Padre da un simile abuso. In seguito alle proteste, Benetton ritirò in breve tempo le immagini dalla circolazione.

Venerdì scorso il Gruppo Benetton aveva rilasciato una nota in cui – con riferimento all’utilizzo della immagine di Benedetto XVI nella campagna di comunicazione UNHATE – ribadiva “il proprio dispiacere per aver così urtato la sensibilità di Sua Santità Benedetto XVI e dei credenti” e assicurava che “ha garantito e mantenuto che tutte le immagini fotografiche della persona del Santo Padre sono state ritirate dal proprio circuito commerciale e si impegna a non compiere in futuro alcun ulteriore utilizzo dell’immagine del Santo Padre senza una previa autorizzazione della Santa Sede” e concludeva che “il Gruppo Benetton porrà inoltre i suoi buoni uffici affinché cessi l’ulteriore utilizzazione dell’immagine da parte di terzi, su siti internet o in altre sedi”. Ma, conclude padre Lombardi, “pochi hanno notato il Comunicato del Gruppo Benetton di venerdì scorso, e fra questi la maggior parte non ne ha compreso il motivo a distanza di alcuni mesi dal fatto”.
(AVVENIRE 17.05.12)
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(commento di chi ha messo il post: non ha urtato la sensibilità del Papa o dei credenti, ha urtato la buona creanza elementare e il “buonsenso”

il mio incontro con padre Pio

15 Maggio 2012 Nessun commento

“In questa intervista, Renzo Arbore racconta il suo incontro, da giovane, con Padre Pio. “Gli chiesi cosa dovevo fare, se l’avvocato o l’artista”, racconta il popolare musicista e show man. La risposta fu, in pugliese: “Faccia quello che vuole”. Lì per lì Arbore rimase deluso, ma poi, dice, “ascoltai il consiglio. E feci l’artista”. Quella di Renzo Arbore è la prima di una serie di oltre 15 testimonianze di attori e artisti (da Claudia Koll a Lino Banfi, da Massimo Giletti ad Andrea Giordana) sul tema della fede, raccolte da Nova-T, il centro di produzioni televisive e multimediali dei Frati Cappuccini, fondato a Torino 30 anni fa.

La produzione di Nova-T (http://www.nova-t.it)</ in questi anni ha spaziato dalla vita dei santi alle cronache dalle missioni, dalla storia della Chiesa ai problemi socio-economici, con incursioni nelle guerre dimenticate, che le sono valse diversi passaggi su al-Jazeera. Nova-T realizza siti web, documentari per la televisione e web-documentari, fiction e cartoni animati. La serie di interviste, che qui presentiamo su gentile concessione di Nova-T, fa parte della serie “Verba manent”, frasi e massime che aiutano a riflettere, “condensate” in un minuto.
(AVVENIRE 15.05.12)

“…ma questo..non si sappia in giro!!..”

5 Maggio 2012 Nessun commento

“Basta allora con Ginettaccio, meglio “Gino il pio”, o come scrissero, negli anni neri del fascismo, ma non senza un certo sarcasmo: “Gino il mistico” e “l’arrampicatore divino”. Ma queste etichette appiccicate al diretto interessato, un monumento del ciclismo come Gino Bartali, le avrebbe trovate enormemente inappropriate.

Se le sarebbe strappate immediatamente di dosso, urlando furente e rosso in volto:
«Basta, qui l’è davvero tutto da rifare…».
Scorza ruvida, quanto rara, mai più rivista, specialmente nello scarno “mitificio” dello sport odierno. Il Gino nazionale, un uomo con la “U” maiuscola e un fuoriclasse delle due ruote che, se proprio doveva essere incensato, preferiva almeno lo si facesse per le sue tante vittorie (2 Tour de France, 3 edizioni del Giro d’Italia, 4 Milano-Sanremo) e i 700mila chilometri – li aveva calcolati – percorsi pedalando. «In realtà, in bici di chilometri ne aveva fatti più di un milione, ma a me diceva: “Se spariamo una cifra del genere penseranno che voglia vantarmi”…», ricorda il figlio Andrea che ha appena dato alle stampe un libro tenero, visceralmente intimo e familiare:


Gino Bartali, mio papà>

In quel “penseranno voglia vantarmi”, c’è tutta la fiera ricchezza della cultura contadina appresa da papà Torello che nella casa di Ponte a Ema – dove Gino venne al mondo il 18 luglio 1914 -, predicava quotidianamente il piacere dell’essere onesti. «Della verità non si deve mai avere paura», il primo insegnamento cristiano che nonno Torello aveva impartito ai figli, racconta Andrea, al quale il suo papà Gino («un cristiano – scrive tipicamente fiorentino, brontolone come lo sono i fiorentini»), ha trasmesso a sua volta la convinzione che «il rispetto per i dieci comandamenti, vale più di qualunque vittoria». Il vero mito di Bartali non è stato né Girardengo, né Guerra né Binda, ma Gesù di Nazareth. «Considerava Gesù il più grande dei rivoluzionari.

Così come trovava straordinario l’ammonimento divino: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Era convinto che se tutti avessero seguito questo insegnamento, non ci sarebbero più state guerre e il mondo vivrebbe in pace». Precetti cristiani che il giovane Bartali aveva già chiari nella sua mente quando a 10 anni si iscrisse all’Azione Cattolica, ed erano solidi come pietre di una pieve romanica, quel giorno del ’36, in cui prese i voti di terziario carmelitano nella chiesa di San Paolino a Firenze. In ogni tappa della sua vita di uomo, di padre e di campione, c’è sempre stato un arrivo ideale a una chiesa e per la Chiesa.

«La prima vittoria papà la conquistò a 13 anni e non in bicicletta, ma a piedi, in una gara podistica verso il Monastero dell’Incontro, sulle colline fiorentine». Subito dopo cominciò la grande scalata al successo, intensa e veloce come uno sprint al velodromo. Ma anche un percorso esistenziale pieno di salite più dure della petrosa Izoard, e dietro alla maglia rosa, gruppi di avversari per spirito assai distanti dall’amico ed eterno rivale Fausto Coppi: inseguitori ostili in “camicia nera”. Ma la spia dell’Ovra (il giornalista Franco Monza, ndr) nel suo fascicolo personale (n° 576) poteva solo annotare: «Un tipo molto strano questo Bartali che ad ogni vittoria ringrazia sempre Dio e la Madonna invece di dedicare il successo al nostro Duce».

Bartali correva e vinceva per il popolo, per gli ultimi e per gli umili servitori di Dio. «Non si è mai visto un Giro con tanti preti venuti sulla soglia della chiesa magari con una bandierina in mano. Un Giro con tanti fraticelli che aspettavano pazientemente sotto gli alberi. Un Giro con tanti seminaristi allineati sui viali fuori porta e con tante monache che portavano fuori dal cancello della loro scuoletta le bambine che battevano le mani anche loro.

Questo è un Giro di credenti», scriveva tra il divertito e il sorpreso Orio Vergani. E quando il fascismo cominciò a perseguitare gli ebrei, rispondendo all’invito del Papa, Pio XII («tramite il vescovo di Firenze, il cardinale Elia Dalla Costa che lo aveva unito in matrimonio con mia madre Adriana», sottolinea Andrea) Bartali si mise a disposizione di quei fraticelli come il francescano padre Rufino Niccacci e alle suore come la clarissa suor Eleonora, per salvare il maggior numero di persone.

Della “tappa” straordinaria, Firenze-Assisi (tra l’ottobre del 1943 e il giugno del ’44, la “corse” almeno una quarantina di volte) per consegnare agli ebrei in clandestinità i documenti falsi nascosti nella canna della sua bicicletta, abbiamo già parlato e tanto si è scritto a cominciare dal bel libro Assisi Underground di Alexander Ramati, ma poco si sapeva su altre gesta eroiche compiute da Bartali e che stanno riaffiorando dopo la sua morte, avvenuta il 5 maggio del 2000 (commemorata come ogni anno a Firenze nella chiesetta di San Salvatore al Vescovo con una Messa in suffragio in forma privata).

«Quando papà raccontava delle tante persone salvate, subito mi diceva:


“Ma questo Andrea, che non si sappia in giro…”.


E io ribattevo anche un po’ seccato, ma allora cosa me le racconti a fare queste storie? E lui bonario: “Il bene va fatto, ma non bisogna dirlo. Ma verrà il tempo in cui queste cose sarà opportuno farle sapere”. E quel tempo ora è arrivato». Così adesso sappiamo che oltre ai tanti ebrei che Bartali ha tratto in salvo, ci fu anche il suo intervento diretto per strappare alle mani del carnefice nazista ben 49 soldati inglesi rimasti «intrappolati» a Villa Selva (Firenze).

Fu l’asso del ciclismo a rompere l’assedio tedesco: «Si finse un milite fascista con tanto di divisa e baionetta, rigorosamente scarica. Gli inglesi vedendolo entrare si arresero a quello che pensavano fosse il “carceriere”, mentre si rivelò il loro salvatore che li consegnò nelle mani amiche dei partigiani», racconta Andrea che nel suo libro ha inserito una testimonianza inedita e che noi riportiamo, in cui il figlio di un internato nel lager tedesco di Dachau, con la concessione della foto del suo idolo, “Bartali”, riuscì a barattare la sua vita e quella di altri 20 prigionieri che così poterono far ritorno a casa.

E chissà quanti altri, grazie all’azione generosa e incessante del grande campione, hanno avuto la stessa buona sorte di quei prigionieri? «Bartolo Paschetta, alta carica dell’Opus Dei, uomo vicino a Pio XII e titolare della libreria Ave in via della Conciliazione quando lo incontravo mi diceva: «Hai un grande papà. Tu non puoi sapere quanto persone ha e abbiamo salvato».

Uno di questi è Giorgio Goldenberg tornato recentemente da Israele a Firenze, per rivedere lo scantinato di casa Bartali «dove da bambino rimase nascosto per mesi, evitando la deportazione». L’avvocato Renzo Ventura, sta perorando il riconoscimento di Gino Bartali nel Giardino dei Giusti di Gerusalemme, con un fascicolo inerente al salvataggio dei suoi genitori. Nuovi racconti ad Andrea sono arrivati a libro ormai in stampa, come quelli di don Arturo Paoli, parroco nell’alta lucchesia che ricorda perfettamente le soste di Bartali a Farneta, alla Certosa di Lucca, quando portava i documenti falsi per i clandestini che si sarebbero imbarcati dal porto di Genova o fuoriusciti per la Svizzera. «In un tempo senza più memoria, mi piacerebbe andare a fondo.

Così, insieme alla giornalista Laura Guerra (Fondazione Gino Bartali Onlus) stiamo cercando di rintracciare tutte quelle storie che hanno avuto come protagonista mio padre». Storie sommerse di salvati (si possono segnalare a: Lg.press@libero.it), vittorie delle quali il grande Bartali si limitava a dire: «Queste sono medaglie che si appuntano sull’anima e varranno nel Regno dei Cieli e non su questa terra».
(Massimiliano Castellani –AVVENIRE 05.05.12)

“…da lei ho imparato la gioia di vivere..”

3 Maggio 2012 Nessun commento

“Elegante, dolce, determinata: Gianna Beretta Molla è stata una madre e moglie felice, un medico molto stimato, una donna come tutte vorrebbero essere. Di lei, del suo rapporto con la vita, la famiglia, il lavoro e delle sue passioni ne fa un commovente ritratto
il primo figlio Pierluigi Molla.
°°Come definirebbe l’estrema generosità di sua madre?
Semplicemente un modo di vivere coerente con i propri ideali, con la propria fede. La sua non era una generosità dettata da uno slancio sentimentale: fin da giovanissima aveva idee molto chiare sull’amore che significa perfezionarsi e superare l’egoismo, donandosi e avendo fiducia nella Provvidenza.
°°Da chi ha appreso sua madre amore e fede?
Nata da genitori terziari francescani, decima di tredici figli, aveva ricevuto la prima Comunione a cinque anni e mezzo. Capace di adattarsi ai vari traslochi che le necessità della vita imponevano, Milano, Bergamo, Genova, Magenta, riuscì in ognuno di questi ambienti a cogliere una particolare nota spirituale. A Magenta l’associazionismo cattolico, a Genova ci fu l’incontro con uno dei pionieri del Movimento liturgico, monsignor Pasquale Righetti. Fu sempre certa dell’efficacia della preghiera, giorno dopo giorno.
°°Per questo la chiamano la santa del quotidiano?
Sì, la sua santità non è solo l’esito di gesti straordinariamente buoni, ma una “postura”, un modo di essere. Una disponibilità continua. Quando esercitava la sua professione di medico al consultorio o prestava assistenza come volontaria nelle scuole e nelle famiglie non si limitava a curare gratuitamente gli svantaggiati, ma li sosteneva e aiutava sul piano economico e psicologico. C’era un “più” nel suo modo di fare: il sorriso.
°°La definisce allegra?
Certamente. Mia madre aveva senso del buon vivere: a Roma durante il viaggio di nozze aveva chiesto al marito di non andare solo a visitare chiese, ma di seguire anche itinerari di evasione. Era molto impegnata fra figli, lavoro e professione, ma non trascurava mai la sua femminilità. Amava la moda, e talvolta chiedeva a mio padre, che per questioni di lavoro frequentava Parigi, di acquistare qualche rivista per scoprire le ultime tendenze.
°°La sua eleganza era contemporanea?
Sì, ma anche personale e intramontabile. L’altra sera mia sorella Gianna Emanuela, in occasione del 50° compleanno, ha indossato un suo abito ed era elegantissima.
°°Sua madre come esprimeva la gioia di vivere?
Praticava sport, si dedicava alle arti. Amava suonare la fisarmonica e dipingere. Sono stati conservati diversi oli su tela in cui lei ha riprodotto i paesaggi di Viggiona sul Lago Maggiore, luoghi in cui trascorreva le vacanze coi nonni. La sua sensibilità non la spingeva solo a contemplare la Natura, ma anche a “viverla”: amava lo sci e l’alpinismo impegnandosi in arrampicate di notevole difficoltà, come quella sul Tour Ronde, Monte Bianco. Perché, secondo lei,

Cristo è anche lì, presente dove c’è bellezza e amore.

(Maria Angela Masino—AVVENIRE—2.05.12)