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Archivio Luglio 2012

“Il mio Cantico della solitudine”

31 Luglio 2012 Nessun commento

(intervista a Christian Bobin)
MARIE DE SOLEMNE: Preferirebbe parlare della solitudine come di una grazia o di una maledizione?

CHRISTIAN BOBIN: Innanzitutto ne parlerei piuttosto nella sua materialità. Ancor prima di essere uno stato mentale o affettivo, la solitudine è una materia. Per esempio è proprio la materia che ho sotto gli occhi in questo momento. Sono le dieci di sera, è buio. Il cielo non è ancora completamente scuro, c’è silenzio – anche il silenzio è molto materiale –, un piccolo appartamento nel quale vivo da una quindicina d’anni, qualche sigaretta – che non riesco a impedirmi di fumare –, qualche libro – che non riesco a impedirmi di aprire –. In fondo, curiosamente, la solitudine si popola molto in fretta. La solitudine è anzitutto questo: uno stato materiale. Che nessuno venga. Che nessuno venga là dove uno è. Forse, nemmeno se stesso. Ma, per rispondere alla sua domanda,


la solitudine è più una grazia che una maledizione.</blockquote

>

Nonostante molti la vivano diversamente. Succede alla solitudine come alla follia: ci sono due follie, come ci sono due solitudini. C’è una follia subita… subita da chi la vive. Questa non è invidiabile né felice. È nera, e basta. Nient’altro che nera, pesante. Così, c’è una solitudine cattiva. Una solitudine nera, pesante. Una solitudine d’abbandono, in cui uno si scopre abbandonato… magari da sempre. Questa solitudine non è quella di cui parlo nei miei libri. Non è quella che io abito, e non è in essa che mi piace entrare, anche se, come a chiunque, mi è capitato di conoscerla.
È l’altra la solitudine che frequento,
ed è di quest’altra che parlo, quasi da innamorato.

MARIE DE SOLEMNE: Solitudine e isolamento sono due termini che non solo vengono normalmente confusi da molti, ma per i quali gli stessi dizionari non riportano praticamente differenze di significato. Che sfumature le suggeriscono questi due termini?

CHRISTIAN BOBIN: La solitudine che amo è un dono che mi è stato fatto dalla vita. Non c’è scelta in questo. Come del resto non ho scelto di essere scrittore (ammesso che io lo sia). In verità ho scelto pochissime cose. Le mie scelte sono state soprattutto dei rifiuti. Si è trattato di dire non voglio questo o quell’altro, più che di volere qualcosa. Allora, nella solitudine di cui stiamo parlando adesso non c’è più isolamento. Non credo di essere un orso, ma ho un lato selvatico: posso, e mi piace, restare ore e giorni interi senza vedere nessuno. Ebbene, percepisco la maggior parte di quelle ore e di quei giorni come ore e giorni di pienezza in cui mi sento legato proprio a tutto!

MARIE DE SOLEMNE: Una solitudine creativa e feconda?

CHRISTIAN BOBIN: Esattamente.

MARIE DE SOLEMNE: Un tempo il solitario veniva chiamato recluso, oggi si parla più volentieri di escluso… Pare che le nostre solitudini contemporanee patiscano una chiara perdita di senso. Pensa che questa perdita condizioni il disagio che genera la solitudine?

CHRISTIAN BOBIN: Non so se posso – anzi, credo di non potere – generalizzare a partire da quello che vivo io… Quello che potrei dirle della solitudine, potrei dirlo anche dell’amore e di molte altre cose. Sono tutti aspetti contigui che interagiscono: è difficile isolarne uno. Sono tutti atomi legati, come quelli che compongono l’aria che respiriamo… D’altronde tutte queste sono realtà “respiranti”: aiutano a respirare, offrono la più ampia respirazione possibile. L’amore, la solitudine, la scrittura, il canto, il gioco: mi piace, per esempio, fare girare come trottole sulla pagina queste realtà perché sento che nella mia stessa vita girano l’una sull’altra, l’una nell’altra. Tuttavia, che cosa potrei mai dire della solitudine degli altri? Nonostante mi sia già capitato di scrivere al riguardo, riconosco di avere personalmente una tendenza ad andare a volte troppo in fretta verso il sublime, verso il celeste. Devo quindi precisare che non ho scelto di vivere come vivo, anche se ne sono felice, e anche se mi percepisco vivo in questo tipo di vita, un po’ strano e, per certi aspetti, un po’ ritirato… Non ho scelto questa vita e devo persino aggiungere – è un pensiero che mi viene spesso e che mi fa sorridere – che, con molta verosimiglianza, sarei stato un discreto malato di autismo!

MARIE DE SOLEMNE: L’amore e la solitudine non sono poi così distanti…

CHRISTIAN BOBIN: Così poco distanti che uno dei più bei titoli di poesia è quello di Paul Éluard: L’amore la solitudine. Non sono separati nemmeno da una virgola… È molto giusto perché l’amore la solitudine sono come i due occhi di uno stesso volto. Né separati né separabili. Ma io le dico questo oggi, a quarantacinque anni… Mi ci son voluti molti anni, molto tempo, per arrivare a capire qualcosa di queste realtà. È avvenuto a poco a poco, grazie a occasioni, circostanze della vita, incontri. Curiosamente, sono state alcune persone, alcuni incontri, a donarmi la solitudine. È un dono, che mi è stato fatto. Come il resto, d’altronde… Non mi appartiene, è qualcosa che mi è stato regalato.

MARIE DE SOLEMNE: Come si può donare la solitudine?

CHRISTIAN BOBIN: Credo che te la donino amandoti. Ma amandoti pienamente, senza motivo, in modo probabilmente insensato… Se ricevi anche solo una particella, un’inezia, un frammento di un tale amore, allora tutto si apre davanti a te… E anche se quello che ti è stato donato scompare, tutto resta aperto! È il più grande benessere fisico, mentale e spirituale. Mi rifiuto di separare questi ambiti. Anche se il linguaggio mi porta a formularli a tre riprese, con tre termini diversi, anche se per riflettere, per scrivere, per parlare tra noi – o per parlare in generale – sono obbligato a passare attraverso un termine e poi un altro, so che tutti questi aspetti non sono separabili. La carne, lo spirito, l’anima, il cuore… li si chiami come si vuole – e, d’altronde, è importante chiamarli per nome, è importante che ciascuno abbia il suo nome – in realtà non sono separabili. E sono tutti irradiati da un solo sguardo, quando è uno sguardo davvero giusto, pieno di benevolenza, amante. Da lì in avanti c’è una libertà, un respiro inimmaginabile! Per me le parole solitudine e libertà sono perfettamente equivalenti.

MARIE DE SOLEMNE: Per lei la solitudine è sinonimo di pace?

CHRISTIAN BOBIN: Sì… sì, ma non è sempre facile. Ha i suoi languori, i suoi terreni abbandonati. Per parlarne molto concretamente, addirittura in modo un po’ scherzoso – e sono io ad avere il ruolo del personaggio comico – faccio un esempio: io non ho la televisione, e non voglio averla, ho persino l’impressione che sia un lusso. Vivere nella solitudine è un lusso, vivere nel silenzio è un lusso. Dunque non desidero avere qui delle immagini, per avere la pace, ma è tutt’altro che un’ignoranza del mondo, dato che leggo molti giornali e ascolto molto la radio. La lettura del giornale non è una lettura paragonabile a quella di un libro. Il libro è una cosa chiusa che l’occhio, il sogno e lo spirito aprono. Come un fiore. C’è una sorta di metamorfosi che avviene tra il libro e il lettore. Una cosa che non è solo mentale, ma anche carnale. Leggiamo anche con la mano, siamo sensibili all’apparenza, alla realtà materiale del libro. Per esempio, l’occhio e lo spirito hanno bisogno del bianco. Che ci sia una quantità sufficiente di bianco, di respiro nelle pagine. Le realtà più mentali hanno sempre un piccolo risvolto materiale. La lettura dei libri mi occupa soprattutto di sera, alla sera tardi. Ma durante il giorno, se resto solo, ho bisogno, un bisogno infantile, senza dubbio legato a un’inquietudine o a una piccola angoscia infantile, di “mangiare” della carta di giornale. Leggo molti giornali, e nei giornali leggo tutto. Quanto sto dicendo ha un rapporto molto stretto con la solitudine, perché è un modo, in certi momenti, di sopportarla, di attendere che diventi “buona”. Non è sempre necessariamente buona. A volte rischia di essere pesante. A volte rischia di essere noiosa. Ma io non ho troppa paura della noia. Penso sia una cosa interessante, non così malvagia come si dice. I bambini lo sanno istintivamente. Anche se non sanno esprimerlo facilmente, sanno che la noia non è necessariamente la cosa peggiore per loro. Il che non significa che la solitudine, anche per me, sia poi così facile… Se non avessi i giornali ma la televisione, guarderei la televisione. E so benissimo che cosa preferirei guardare: qualsiasi cosa! Per questo scopo la televisione funziona benissimo: è come infilare la testa nel frigo durante le crisi di bulimia! C’è un vuoto in te, che non sopporti più e che ti affretti a riempire con cibi più o meno indigesti. Spesso riempiamo in fretta questo vuoto, questo buco, questa attesa nascente, mentre essa avrebbe bisogno ancora di un po’ di tempo per poterci dire quello che ha da dirci. Noi invece cerchiamo di colmarla immediatamente. È come una domanda che ci viene posta e che noi cerchiamo di fermare. Non rispondiamo… cerchiamo di ucciderla. Ingerendo immagini o, per quanto mi riguarda, fogli di giornale. Io “mangio” carta di giornale. Del resto, per essere precisi, preferisco alcuni giornali ad altri, perché so che sono i più lunghi da leggere, che contengono più cose da leggere. Per esempio, leggo articoli molto dettagliati di tre o quattro pagine sull’economia, o sulla tappa del Giro di Francia…

MARIE DE SOLEMNE: Nella solitudine percepisce una qualche forma di violenza a se stessi?

CHRISTIAN BOBIN: C’è una rudezza, una brutalità della solitudine. Questo è innegabile. È bene che lei affronti questo argomento perché si ha tendenza a dimenticarlo troppo in fretta. È presente perfino nei libri che leggiamo. Mi stavo chiedendo, per esempio, quali libri mi porterei in vacanza: forse qualche raccolta di testi dei padri della chiesa. Apro una parentesi ma… ci si può perfino divertire con questo tipo di scritti! Mi diverte sempre il pensarlo: ci si può divertire perfino con la verità… Penso infatti che ci sia una verità deposta in quei libri, in quelle esperienze mistiche e innamorate, indissociabilmente mistiche e innamorate. D’altronde (mi perdoni un’altra parentesi), se si vuol capire qualcosa di quello che chiamiamo “spirituale”, molto spesso ci sarebbe da guadagnare a mettere da parte il termine “spirituale” e a pensare, semplicemente, a ciò che succede quando ci si innamora. Ci si accorgerebbe che molti dei fenomeni che ci paiono a volte così lontani, così austeri, così strani nei mistici o nei religiosi, si illuminano immediatamente se li guardiamo, se li studiamo a partire dalla comune esperienza dell’essere innamorati o dell’esserlo stati. Molto semplicemente, credo che quelle persone siano degli innamorati. Peraltro ciò che li appassiona è meno tangibile, meno visibile… È una piccola differenza, ma nel contempo è un abisso.

MARIE DE SOLEMNE: Lei pensa che nella nostra solitudine Dio sia seduto accanto a noi? Che ci sia una presenza, invisibile ma capace di manifestarsi in tanti piccoli episodi, tale da far sì che questa solitudine possa di colpo avere un senso?

CHRISTIAN BOBIN:

Penso che non siamo mai abbandonati. Mai, mai, mai… Mai

.
Però non è qualcosa che io percepisca. Quello che percepisco appartiene solo all’umano. Costantemente. Anche se “questo” passa attraverso l’umano, è comunque qualcosa di umano. Come una parola che viene a me e che è terrestre; come un’occasione che mi è data o una sorpresa che mi capita e che è anch’essa totalmente incarnata e di cui un essere reale è portatore. Io non ho quel senso di cui parla, il senso dell’invisibile nel “quasi a portata di mano” dell’invisibile. Detto questo – ed è per me una convinzione non sradicabile – credo che non siamo mai, mai, mai abbandonati. Mai.
(Christian Bobin e Marie de Solemne —AVVENIRE 31.07.12)

“basterebbe non gufare”

29 Luglio 2012 Commenti chiusi

Come gole riarse in cerca d’acqua: accatastati uno sull’altro, accovacciati uno accanto all’altro, sequestrati in massa dalle parole di un Rabbì troppo recalcitrante alle sciocchezze del tempo. Lo cercano perchè un Uomo che sappia parlare così mai il mondo l’aveva incrociato: parole che diventano storia, attimi dilatati nel tempo, spazi di silenzio che accolgono le miserie dell’umano. Domenica scorsa avevano sete di parole, oggi hanno fame di cibo: è il tramonto del sole, l’ora che volge al desìo di una giornata. Per tanti, forse, di un’intera vita. Stavolta, oltre che essere senza pastore, sono anche pecore affamate. Lo intuiscono i discepoli, forse ne avvertono un pizzico d’angoscia perchè un popolo in preda alla fame diventa una bomba ad orologeria. L’avverte Gesù quell’angoscia rattrappita nel cuore degli amici suoi. E insegna loro a gestire un’emergenza: “dove possiamo comprare il pane perchè costoro abbiano da mangiare?”
—–clicca su www.lachiesa.it —(liturgia della XVII^ domenica del tempo ordinario)vangelo di giovanni cap.6
Lo chiede Lui, la stessa Voce che fra poco sussurrerà al Cielo ricevendo una risposta moltiplicata e inaspettata. Lo chiede perchè vuol far loro capire che non c’è da temere, loro hanno già tutto: c’é Lui, c’è la smisurata sproporzione tra ciò che tengono e ciò che servirebbe, c’è il contesto giusto per ammaestrare il popolo e loro stessi alla logica del Cielo.
“Fateli sedere”: è un comando amabile, un azzardato invito a prendere il largo, ad intravedere reti piene laddove non sembra esserci pesce alcuno. O ceste straripanti in mancanza di un fornaio all’opera. La richiesta entra nell’incavo delle orecchie di un adolescente, poco più che un pezzo di ragazzo: un ragazzo senza nome ma con cinque pani d’orzo – il pane dei poveri – e due pesci: una merenda infilata forse da una madre premurosa. Sembrano poco più di nulla: oltre cinquemila gole sono in attesa di sazietà. Eppure è il poco del granello di senape, il poco della vedova accasata nella penombra del tempio, il poco di età del Davide pastore o del Giosuè condottiero. Il poco di Maria, umile presenza di una Galilea di periferia. Il poco che contiene il tutto qualora accetti di lasciarsi giocare dalle mani giuste. Non tiene nemmeno il nome quel ragazzo: eppure scrisse la storia con quell’ingenuità sconsiderata tipica della giovinezza. Tutti vedevano la sproporzione, lui ne tentò la scalata: “tengo poco più di nulla. Ma è sempre meglio di niente. Proviamoci”. A rimpiangere l’oscurità ci proveranno già in molti: quell’ex-falegname apprendista carpentiere nei mille giorni che dal Lago di Genesareth condurranno al Calvario insegnerà che sarà sempre meglio accendere un fiammifero che contestare l’oscurità. Perchè ciò che abbellisce un deserto è che nasconde un pozzo in qualche luogo.

Ma mi guardò e rispose al mio pensiero:
“Anch’io ho sete… cerchiamo un pozzo…”
Ebbi un gesto di stanchezza: è assurdo cercare un pozzo, a caso, nell’immensità del deserto. Tuttavia ci mettemmo in cammino.
Dopo aver camminato per ore in silenzio, venne la notte, e le stelle cominciarono ad accendersi. Le vedevo come in un sogno, attraverso alla febbre che mi era venuta per la sete. Le parole del piccolo principe danzavano nella mia memoria.
“Hai sete anche tu?” gli domandai.
Ma non rispose alla mia domanda. Mi disse semplicemente:
“Un po’ d’acqua può far bene anche al cuore…”
Non compresi la sua risposta, ma stetti zitto… sapevo bene che non bisognava interrogarlo.
Era stanco. Si sedette. Mi sedetti accanto a lui.
E dopo un silenzio disse ancora:
“Le stelle sono belle per un fiore che non si vede…”
Risposi: “Già”, e guardai, senza parlare, le pieghe della sabbia sotto la luna.
“Il deserto è bello”, soggiunse.
Ed era vero. Mi è sempre piaciuto il deserto. Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende in silenzio…
“Ciò che abbellisce il deserto”, disse il piccolo principe,
“è che nasconde un pozzo in qualche luogo…”

Fui sorpreso di capire d’un tratto quella misteriosa irradiazione della sabbia. Quando ero piccolo abitavo in una casa antica, e la leggenda raccontava che c’era un tesoro nascosto.
(A. de Saint-Exupery, Il piccolo principe, cap. XIV)

Alza gli occhi il Maestro: occhi capaci di immaginare una storia diversa, un presente accogliente, un Bellezza insospettata. La merenda diventa sazietà: “Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto”. Temevano il linciaggio per mancanza di cibo, sono indaffarati per raccattare il superfluo. Con un’inattesa scoperta: ogni cosa dipende dalle mani in cui si trova. Figurarsi: adesso lo vogliono fare Re! Perchè un Uomo così risolve i problemi ad oltranza, spiana la strada, assicura il futuro a più generazioni. Nasce qui, sul limitare di un campo pieno di gente con la pancia piena, il fraintendimento che condurrà l’Uomo della Moltiplicazione al patibolo del Calvario. Lui chiede il poco – dei talenti, delle forze, dell’intelligenza – per poter compiere il miracolo dell’esuberanza. La gente capisce il contrario: “abbiamo finito di tribolare, questo facciamolo Re”. E’ dai tempi di Erode che un Dio fantoccio – o tutt’alpiù funambolo e riccioluto – raccoglie consensi ad oltranza; ma non è il Gesù dei Vangeli. Quello che non sarebbe poi così difficile da seguire perchè


non chiede troppo. E, ad essere sinceri, non chiede nemmeno molto.
Chiede semplicemente tutto.

Per farci capire che forse quello che cerchiamo altrove è già in mano nostra. Il resto dipende dalle mani con le quali sceglieremo di collaborare.
Cinque pani e due pesci: sembravano nulla in principio.

Basterebbe non gufare

(don marco pozza —www.sullastradadiemmaus.it——-

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“..confessami..mi sto preparando..”

23 Luglio 2012 Commenti chiusi

« Paolo Borsellino aveva piena consapevolezza di stare per morire, ma continuò a fare il suo dovere fino al­la fine. Per questo mi piace dire che rientra tra i beati a causa della giu­stizia .

Don Cesare Rattoballi, 54 anni, parroco dell’Annunciazione del Signore a Medaglie d’Oro, un quartiere della periferia di Palermo, è un testimone privilegiato del tra­vaglio degli ultimi mesi di vita del magistrato ucciso nella strage di via D’Amelio con cinque agenti di scor­ta. Il 19 luglio saranno vent’anni da quella esplosione che, assieme a quella del 23 maggio 1992, cambiò la storia della Sicilia e dell’Italia in­tera, ma le lacrime gli sgorgano an­cora al pensiero delle lunghe chiac­chierate col giudice Borsellino, del­le confidenze raccolte e di ciò che vi­de in quella strada sventrata.

Accetta di parlare dopo vent’anni di silenzio don Cesare, che il mondo ri­corda al fianco della vedova Rosa­ria Schifani durante i funerali delle vittime della strage di Capaci, men­tre dall’ambone invoca la conver­sione dei mafiosi. Perché don Ce­sare era cugino di Vito Schifani, u­no degli agenti di scorta morti as­sieme al giudice Giovanni Falcone, e – per casi della vita che nessuno conosce – si è trovato a incrociare il suo destino con quello di altre vit­time di mafia, da Calogero Zuc­chetto, un giovane poliziotto ucci­so nel 1982 al centro di Palermo pro­prio mentre don Cesare passava da quella strada, a don Pino Puglisi, il sacerdote ucciso dalla mafia nel 1993.

Don Cesare, come nasce il suo rap­porto con Borsellino?

Facevamo parte della stessa par­rocchia, Santa Luisa di Marillac, perché anche io abitavo in quella zona, quindi ci salutavamo cordial­mente. Ma fu la notte della camera ardente allestita al Palazzo di giu­stizia dopo la strage di Capaci ad av­vicinarci. Io mi trovavo lì, perché mio cugino era tra le vittime. Quel­la notte io e la moglie di Vito Schi­fani scrivemmo la lettera che fu let­ta durante i funerali. Quella sera fe­ci una lunga chiacchierata con Pao­lo Borsellino, lui volle conoscere la vedova di Vito, e al mattino, prima dei funerali, le mise il braccio sulla spalla per accompagnarla. Era un padre.

Il giudice rimase colpito dalle pa­role che Rosaria Schifani disse piangendo: «Mi rivolgo agli uo­mini della mafia e non, ma certa­mente non cristiani: sappiate che anche per voi c’è possibilità di per­dono.


Io vi perdono, però voi dovete mettervi in ginocchio…».


Cosa le disse?

A Borsellino piacque moltissimo quell’invito alla conversione. Mi dis­se di andarlo a trovare a casa con mia cugina. Ci disse che quello che ave­vamo fatto quel giorno stava già dando i suoi frutti, che al­cuni mafiosi in carcere, quando a­vevano visto in tv lo strazio di quel­la donna, avevano vomitato, aveva­no chiesto di parlare coi magistra­ti.

Paolo ci disse di andare a­vanti.

In meno di due mesi ci in­contrammo almeno una quindici­na di volte. Lo invitai a partecipare alla marcia organizzata dagli scout a fine giugno, perché ero assistente regionale dell’Agesci. Affidò il testi­mone ai ragazzi e in quel rotolo di carta c’erano scritte le Beatitudini.

Con che stato d’animo viveva Bor­sellino quelle settimane?

Un giorno nel suo studio a casa mi confidò che il Ros aveva scoperto che era arrivato il tritolo anche per lui. Gli chiesi: «Perché non te ne vai?». Mi rispose: «Prega per la mia famiglia». E mi disse anche che da un po’ di tempo guardava i suoi fi­gli da lontano, li contemplava, non gli dava più carezze, «così li farò a­bituare alla mia assenza. Amava profondamente i suoi figli, era un vero padre.

Quale fu il vostro ultimo in­contro?

Andai a trovarlo in Procura alla vi­gilia della sua morte e, dopo un lun­go colloquio, mi disse: «Fermati, vo­glio confessarmi. Vedi, io mi prepa­ro ». Aveva un senso profondo di ciò che doveva accadere. Giovanni Pao­lo II lo definì martire della giustizia e davvero penso che Paolo e tutti i magistrati e gli agenti uccisi dalla mafia sono beati a causa della giu­stizia.

Ha mai pensato quello che disse il giudice Caponnetto: «È finito tut­to »?

No, ho sempre sperato. Quello di Caponnetto fu uno sfogo dettato dall’amarezza del momento. Lì non finì nulla, anzi tutto ebbe inizio. Pa­lermo oggi è libera. Se nessuno a­vesse dato la vita, saremmo ancora schiavi.

Si riuscirà a capire chi ordinò dav­vero la strage?

Paolo direbbe ancora oggi: conver­titevi. Chi sa, chi conosce la verità, deve parlare, perché la verità vuole la sua giustizia.

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(Alessandra Turrisi –AVVENIRE 15 luglio 2012)

“come eucalipti d’Australia”

22 Luglio 2012 Commenti chiusi

“Come germogli strappati nel momento della fioritura. Perché la giovinezza sin dalla notte dei tempi mal s’addice a sposarsi con il tema della morte: essere giovani è sempre un po’ come sentirsi protagonisti di un’avventura capace di sfidare lo scorrere del tempo, l’abbrutimento dei lineamenti, la spossatezza del fisico. E’ come immaginare di giocare una partita di calcio che non preveda un fischio di chiusura, un time-out improvviso, uno stop non calcolato. La morte per un giovane è un grosso imprevisto: non la conteggi, non la consideri, non la metti mai in conto. Poi lei arriva, intrigante nella sua dilaniante sensualità, e sconvolge orari, desideri e progetti costringendoti a riorganizzare un’intera esistenza. Un ragazzo/a che muore – falciato da un camion, distrutto da un malore improvviso, vittima di qualche incidente – è come un orologio che si ferma, come una tempesta in pieno agosto, come una valanga che seppellisce tutto quell’armamentario ben curato e conosciuto che è la nostra esistenza. La morte è un pianto che scende lento a rigare il volto, a rimettere al giusto posto gli ideali, a ridimensionare aspettative calcolate anzitempo. E’ l’occasione – della quale tutti farebbero volentieri a meno – di guardare dentro l’abisso della propria storia e leggerla con altri occhi. Con gli occhi profondi del cuore.
Le amicizie che rimangono quaggiù scarabocchiano la loro filosofia a mo’ di graffito sugli zaini, o in calce ai muretti del quartiere: “vivi come se questo giorno fosse l’ultimo giorno della tua vita”. Chissà se quella scritta arriva dritta dalla mente o nasce nelle remote profondità del cuore; perché se davvero sapessimo che questo è l’ultimo giorno della nostra giovane vita, nessuno sa davvero se lo vivremmo proprio così. Con la razionalità della mente o la spontaneità del cuore: la prima c’ammaestra ad apprendere l’alfabeto per far sì che la nostra vita s’agganci ad altre vite per costruire una società. La seconda ci ricorda – come scrisse Charlie Chaplin – che la vita è come un’opera di teatro che non ammette prove iniziali: canta, ridi, balla, ama e vivi intensamente ogni momento della tua vita, prima che cali il sipario e l’opera finisca senza applausi. Cosicché più che vivere come se questo fosse l’ultimo giorno della nostra vita impareremmo a vivere come se il bello dovesse ancora arrivare. Ad ogni alba che sorge, ad ogni tramonto che s’appisola all’orizzonte.
Su un’epigrafe giovane campeggia una frase, scritta con un pennarello indelebile: “nessuno muore se vive nel ricordo di chi resta”. E forse è questo il credito che la morte lascia come traccia del suo passaggio: fa piangere per pulire gli occhi, fa urlare per sbloccare le parole, fa stringere le mani a pugno per poi renderle capaci di apertura. La morte arriva per rimettere in moto la nostalgia della vita: in qualunque caos abitiamo, quello sarà il nostro punto di partenza per tornare a casa, quel luogo familiare e amabile dove ci si sente sicuri anche al buio. Morire è sentire che non c’è più nessuna storia da raccontare per il futuro e al tempo stesso gridare il bisogno di una storia alternativa che parli di speranza quando sembra non esserci più storia. Perché la vita è un amore che ritorna sotto altre vesti, sotto mentite spoglie, vestita in borghese per nascondersi nel mezzo della disperazione.
Il dramma della morte è un inno alla vita scarabocchiato al contrario.
Come quella specie di eucalipto australiano che si apre e germina solo se nella foresta c’è un incendio che rompa il suo guscio. Un incendio per poter nascere, un’apparente morte per imparare a vivere, una lacrima sul viso per lavarci il volto.

E tornare ad assaporare la vita.


Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore
Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita”
(G. Ungaretti, Veglia, 1931)

(don marco pozza—www.sullastradadiemmaus.it)

“..fra noi due ci sia il terzo…

21 Luglio 2012 Commenti chiusi

“Come spie di Dio. Esposti all’avventura per liberare il mondo dalla disperazione. Forse avrebbero preferito dormire nella barca per avere più frescura quella sera: il porpora del tramonto si stava trasformando in un rosso paonazzo quasi irreale, simile ad un foglio di carta gettato sul fuoco. Invece niente barca stanotte, bastano i mantelli in mezzo all’uliveto: li scalderà le Sue parole. “Ho bisogno di parlarvi. E’ tempo di parlare. Alzatevi andiamo, amici” (liturgia della XV^ domenica del Tempo Ordinario). Come un re che ha deciso la conquista del regno: prima indaga e avvicina le persone per sentirne l’idea – “chi dice la gente/voi che io sia?” -, poi la rielabora ed estende l’opera a degli avventurieri fidati per trasportarla in tutto il regno. Andare, conquistare, tornare (da Lui): la strategia di tutti i grandi generali della storia. “Siamo pronti a versare il sangue per te, condottiero. Iniziamo dal Tempio?”. C’è un nuvolone che copre l’occidente colorandolo e Pietro glielo fa capire. Gesù li guarda uno ad uno, ed è come guardare la stessa pagina per dodici volte e vederci sempre la stessa scritta: incomprensione. Sorride e prosegue. “Andate e predicate che il Regno dei Cieli è vicino”. E come bambini che non apprendono un mestiere se non sono allietati da un premio del maestro, perchè loro possano essere creduti e appassionati concede il dono del miracolo: “scacciavano molti demoni, ungevano con olio infermi e li guarivano”. Scattanti, chi più chi meno, a seconda del temperamento. Solo l’Iscariota forse si pavoneggiò del dono del miracolo, con quel po’ d’interesse ambiguo nel cuore. Chissà, forse avrà pensato: “era ora che noi pure si facesse qualcosa per avere un minimo di autorità sulle turbe”.
Senza pane, senza bisaccia e senza monete nella cintura: solo con un pugno di parole nella gola da trattenere e da far uscire al momento opportuno. Le città li dovranno accogliere non perchè sono Simone, o Giuda, o Bartolomeo, o Giacomo, o Giovanni o così via. Ma perchè sono i messaggeri del Signore. Fossero stati anche dei rifiuti, degli assassini, dei ladri, dei pubblicani o dei pentiti meritano rispetto perchè mandati da Lui. Cercheranno famiglia dove abitare e laddove non li ascolteranno di loro rimarrà la polvere sbattuta dai calzari. Liberi di inseguire il vento che spazzola le brughiere, liberi di cantare la dolcezza di un Maestro dalla Bellezza insopportabile. Li cacceranno e li derideranno, li inseguiranno e li offenderanno; e loro dovranno rispondere con la predica più bella, col silenzio mansueto di chi non è né così ingenuo da non capire né così arrogante da sopraffare. Un giorno quegli stessi avversari li cercheranno perchè al Trafitto volgeranno lo sguardo: “Vi abbiamo cercato perchè il vostro modo di fare ci ha persuasi della Verità che annunciate”. Ieri loro, oggi la Chiesa: nulla avremmo da dire sulla morale fino a quando coloro che ci ascoltano non avranno goduto di un barlume del piacere di Dio nelle nostre vite. Predicheranno a tutti, nessuno escluso, dovunque essi siano, in qualsiasi caos l’uomo si trovi: sarà quello il punto di partenza di qualsiasi viaggio alla scoperta di Lui
I discepoli come spie di Dio dentro la storia. La Grazia li renderà aggraziati e loro racconteranno la storia di Lui quando non ci sarà più nessuna storia da raccontare. Come Amos, umile raccoglitore di sicomori: non conta l’origine, vale più la destinazione alla quale Lui addita. Con un’avvertenza non trascurabile: non terranno nè borsa, né bisaccia, né sandali. Ma un amico sì! Senza cose: ma non senza amici. A due a due busseranno alle porte del mondo. Perchè quando l’uomo avrà fame un tozzo di pane lo raccatterà; quando l’uomo sarà stanco potrà trovare una spalla alla quale aggrapparsi.

Sono felice (che tu ti sia innamorato di P.) perchè penso che in te ci sia sempre stata la tentazione del puritanesimo, una ristrettezza di vedute, una certa disumanità. Tendevi quasi verso la negazione della consacrazione della materia. Eri innamorato del Signore, ma non eri innamorato nel modo adeguato dell’Incarnazione. Avevi davvero paura… Avevi paura della vita, perchè volevi essere un santo e perchè sapevi di essere un artista. L’artista in te vedeva la bellezza ovunque; il santo in pectore in te diceva: “ma è terribilmente pericoloso”; il novizio in te diceva: “tieni gli occhi ben chiusi”; se P. non fosse entrata nella tua vita, saresti potuto scoppiare. Credo che P. salverà la tua vita. Dirò una messa di ringraziamento per quello che P. è stata e ha fatto per te. Avevi bisogno di P. da tanto tempo. I tiri al bersaglio contro i fantocci non sono una valvola di sfogo. E nemmeno i corpulenti anziani Provinciali. (…) Se tu pensassi che l’unica cosa da fare sia ritirarsi nella tua conchiglia, non vedresti quanto amorevole è stato Dio. Devi amare P. e cercare Dio in P. Godi dell’amicizia e paga il prezzo del dolore che ne segue, ricordala nella messa e

lascia che sia Lui il terzo in questa amicizia.

L’esordio dell’Amicizia spirituale
(di Aelredo di Rievaulx): “Eccoci, tu e io, e spero che fra noi Cristo sia il terzo”.
(Lettera di Bede Jarrett a Dom Hubert in Letters of Bede Jarrett, Downside and Blackfriars, Bath 1989, p. 180)

Agli albori il cristianesimo non era una proposta per avventurieri condannati alla solitudine: forse lo è diventata in seguito, manipolando l’alfabeto iniziale. Perchè un Dio che umili le piccole gioie dell’affetto è un Dio che non meriterebbe d’essere ascoltato.
Simone con Giovanni, Andrea con Matteo, Giacomo d’Alfeo con Tommaso: e via via tutti gli altri. Solo Giuda è un po’ triste, ma va bene così: meglio la tristezza piuttosto che un sorriso falso.
(don marco pozza —www.sullastradadiemmaus.it)

“..ne vale la pena..”

16 Luglio 2012 Commenti chiusi

“L’estate è iniziata; le attività estive sono avviate; molti gruppi giovanili si stanno preparando a vivere insieme pellegrinaggi, campi, vacanze, esperienze missionarie; anche

la GMG di Rio de Janeiro non è poi così lontana.

I giovani sanno che è’ necessario risparmiare qualche soldo per poter partecipare a queste iniziative; per guadagnare qualcosa ed evitare di chiedere soldi ai propri genitori molti ragazzi, durante l’estate, vanno a lavorare oppure svolgono dei piccoli servizi; per i gruppi giovanili la più classica modalità di autofinanziamento è organizzare dei pranzi o delle cene; il mangiare insieme porta con sé molti valori, primo fra tutti lo stare in comunità; durante una cena comunitaria in genere si respira una gradevole sensazione di uguaglianza grazie alla semplicità di un fatto quotidiano che ci accomuna tutti; i giovani che organizzano una cena diventano cuochi, chef, lavapiatti, camerieri, animatori gentili e servizievoli; spesso i ragazzi scoprono di saper fare cose che non immaginavano. Una cena di autofinanziamento che voglia mettersi al servizio delle persone e non solo del guadagno va preparata bene, ci vogliono tempo e amore; è necessario programmarla con anticipo, coinvolgere la parrocchia, il Consiglio pastorale parrocchiale, progettarla tenendo conto degli invitati, dei loro gusti, degli orari; il luogo e le persone che devono essere massimamente accoglienti, i camerieri vanno formati ed educati, il cibo va selezionato, la tavola imbandita con attenzione; il menù, i segnaposti, la preghiera all’inizio e alla fine, i dettagli vanno preparati e curati; potrebbe essere pensato un ricordino che ognuno si porta a casa.
Deve esser chiara la finalità dell’autofinanziamento ed eventualmente prevedere di destinare una parte del guadagno a situazioni di difficoltà; che bello accogliere i poveri che eventualmente desiderano pranzare.

Organizzare una cena o un pranzo di autofinanziamento non è una cosa da sottovalutare, può diventare un’occasione di fraternità molto importante; pranzare insieme potrebbe essere la continuazione della S. Messa della domenica: dalla mensa eucaristica si passa alla mensa fraterna e diventare uno stile comunitario.
La mia parrocchia di origine è dedicata a San Pietro e come ogni anno il parroco ha organizzato una sorta di “ristorante”; la coincidenza con la finale dei campionati europei di calcio l’ha obbligato ad attivare un “maxi-schermo” fatto in casa; il risultato sportivo, come noto, non è stato consolante ma è stato bello vedere ragazzi, adolescenti e giovani darsi da fare fra penne all’amatriciana, tortellini, salsicce, carne alla brace, seppie in umido e crostate; da lassù, gli angeli, i santi e le divine persone sorridevano, ne sono certo.

Don Nicolò Anselmi
don.nico@libero.it
www.gmg2013.it

“..come si può dire questo??..”

14 Luglio 2012 Commenti chiusi

Caro direttore, la lettera che segue è stata scritta e condivisa da persone coinvolte nell’esperienza di vita e di morte di nostra figlia Benedetta Maria, per 9 mesi portata teneramente in grembo dalla mamma e per altrettanti mesi assistita, con altrettanto amore, da medici e infermieri della terapia intensiva pediatrica dell’Ospedale di Padova.

Benedetta Maria è entrata per 7 volte in sala operatoria a causa del suo cuoricino ammalato, ha superato momenti drammatici e, infine, il mattino della Santa Pasqua ci ha lasciati. La sua vita forse «inutile» per chi non crede o per chi semplicemente non ama l’umanità, ha toccato molti cuori. Un segno bellissimo in un tempo nel quale si parla tanto contro la vita e si inneggia all’aborto come diritto di libertà. Un caro saluto.

Maurizio e Francesca (genitori di Benedetta Maria)

Carissima Benedetta Maria, a scriverti sono le tue amiche e i tuoi amici che hanno avuto il dono di accudirti durante i lunghi mesi che tu hai trascorso con noi. Nei nostri reparti la sofferenza e la morte ci sono compagne. Siamo diventate infermiere e infermieri per questo, per accudire, per soddisfare i bisogni dei pazienti, per assisterli nei momenti belli, come la nascita, e in quelli meno belli. Tutti i giorni noi facciamo questo, è il nostro lavoro. Un sacro lavoro. E ognuno di noi nella sua breve o lunga esperienza infermieristica si pone molti ‘perché’. Inevitabili quando si accompagna il dolore degli altri, lo si tocca e ci si convive, quando gli altri li sitrascina e li si accoglie. Ma ci sono momenti in cui questi perché trovano una risposta che è sorprendente e persino sconvolgente. Capace di sconfiggere quel silenzio che a volte sembra essere l’unico suono che ci risponde.

Tu, Benedetta Maria, non ci hai fatto assaporare il silenzio. Piccolissima, ci hai aiutato a dare voce alla parte più grande dell’uomo che è il senso della sua esistenza. E che rumore è stato…

Fin dai primi giorni in terapia intensiva cardiologica, quando ancora la situazione non era stabile, nella tua culla hai continuato a suscitare questo rumore nella nostra coscienza. Rumore amplificato e spiegato dai tuoi genitori che, alla sera, durante l’unica visita possibile, accarezzandoti dicevano:

«Benedetta Maria, noi siamo qua, con te.
Ma sia fatta la volontà del Signore, non la nostra.
Noi vorremmo che tu rimanessi qui,
ma deciderà Lui. Noi ci siamo. E Lui anche…».

Tutti noi ascoltavamo. Senza più chiederci perché, ma ‘come’.

Come si può dire questo?

La risposta è stata subito chiara: si può, se c’è la fede. La fede che è affidamento incondizionato e gratuito al mistero di Dio.

Affidamento: parola bella e inquietante. Quanto doloroso è stato l’affidamento che voi genitori avete fatto mettendo la vostra bimba nelle nostre mani di medici e di infermieri, in questa struttura ospedaliera che non era la vostra comunità, ma un’entità estranea che solo con il passare dei mesi è diventata familiare. Molti di noi hanno ricevuto, così, un grande dono conoscendovi. Tuo papà e tua mamma, Francesca e Maurizio, e tu, Benedetta Maria, ci avete insegnato a fidarci di Dio. Sempre. Anche quando le cose non vanno come noi vorremmo.

Alla notizia che una nostra collega infermiera stava molto male, i tuoi genitori ci hanno rispostoche ci sareste stati vicini, pur stanchi e provati. E tu più di tutti, Benedetta Maria, con la tua sofferenza che è preghiera. Non lo dimenticheremo. Come non lo dimenticherà la nostra collega, Barbara, che ti ha preceduto in cielo e che ti aveva assistito nei tuoi primi giorni di vita. Siamo convinti che il giorno di Pasqua ad accoglierti lassù, assieme ai tutti i tuoi cari, ci sia stata anche lei, che tanto amava i bambini.

E non è bastato, nel silenzio del nostro ospedale, il ‘rumore’ di fede durato per mesi dei tuoi genitori. Che ci hanno spiazzato come mai prima quando alla notizia che Benedetta Maria era tornata alla casa del Padre alla mattina del giorno di Pasqua si sono messi a piangere di gioia «Dio – ci hanno detto – non poteva accoglierla in un giorno migliore di questo». Questo è il dono più grande che ogni essere umano deve vivere e chiedere: la fede. Con essa, tua mamma e tuo papà ce l’hanno dimostrato, i ‘perché’ trovano risposta e la sofferenza e la morte acquistano senso.

È così: ognuno di noi ha senso solo nell’affidamento all’altro. L’altro è il nostro prossimo. E il prossimo è Dio.

Benedetta Maria, sei nata un anno fa, proprio oggi, 14 luglio, giorno della morte di San Camillo de Lellis, alla quale sei stata affidata fin dai primi istanti dai padri Camilliani che si occupano di visitare e confortare i nostri malati. Padre William, che è stato in modo speciale accanto a te e ai tuoi genitori, conferma ora dall’India le sue preghiere e invia il suo grazie. Lo stesso grazie a cui ci uniamo tutti. Corri e vola come l’angelo che sei sempre stata, Benedetta Maria. Adesso lo puoi fare, veglia su di noi. Ciao.

I tuoi amici dell’ospedale di Padova(AVVENIRE 14 LUGLIO 2012)

“…metti pure nome e cognome!!…”

10 Luglio 2012 Commenti chiusi


Racconta. Vuole raccontare. «Forse Dio, a differenza di tanti miei amici e amiche che hanno percorso la stessa stra­da, ma non ci sono più, ha deciso di lasciarmi qui perché testimo­niassi »: E poi «la mia famiglia vive ancora a Caivano».
Siede. Emozio­nata, le mani tormentano la bor­setta. Decisa, la voce non le s’in­crinerà mai. Trentacinquenne, lau­reata in architettura, una bella donna. «Un mese prima di sposar­mi, scoprii di avere un tumore», co­mincia Vincenza Cristiano. I sinto­mi c’erano già da un anno e il me­dico di famiglia si rifiutava di pre­scriverle esami oncologici: «Avrei fatto inutilmente aumentare la spesa sanitaria. Secondo lui, ero solamente stressata e soffrivo di al­lergia ». Una mattina d’agosto del 2007 la madre le chiede di andare al pron­to soccorso. Esami strumentali e un ceffone come verdetto: tumore raro al mediastino da mezzo chilo e dieci centimetri per dieci e mez­zo, cioè un mattone fra cuore e pol­moni. Ricovero d’urgenza all’Isti­tuto nazionale tumori Giovanni Pa­scale di Napoli, operazione per l’e­same bioptico, subito dopo avviso chiaro e tondo dai medici: «Non potrai sposarti fra un mese, non ti terrai in piedi, quale che verrà fuo­ri la classificazione del tuo linfo­ma. E, semmai ti andasse bene, riu­scirai a sposarti magari fra un an­no ». A proposito, le scoprono una malformazione cardiaca dalla na­scita, un buchino fra gli atri destro e sinistro (e malformazioni ne han­no anche due dei suoi tre fratelli…). I medici allora tagliano corto, e­splicito, e dopo il ceffone arriva la fucilata:


«Vincenza, ti rimane un mese di vita».

C’è dell’altro, svela­tole in privato e a quattr’occhi da un oncoematologo che la segue da vicino: «Avevi altissime probabilità ti venisse un tumore, perché vivi nel triangolo dei veleni». Sarebbe a dire l’hinterland a nord, nordest di Napoli, le cui terre grondano rifiu­ti tossici di mezza Italia (dall’a­mianto al cadmio, dalla diossina a materiali radioattivi…) bruciati e/o sversati illegalmente e di nascosto dalla camorra. Non a caso da que­ste parti le incidenze di malforma­zioni e tumori, da vent’anni, sono molto, molto al di sopra delle me­die nazionali. E tenendo a mente che ogni anno in Italia non c’è trac­ciabilità dello smaltimento di al­meno un milione di tonnellate di rifiuti particolarmente pericolosi per la salute, il quadro si fa più ni­tido.

Vincenza non si regge in piedi. Pe­sa quaranta chili. Fa nulla, col fi­danzato decidono di sposarsi il giorno dopo, 21 agosto, e l’auto­rizzazione del vescovo arriva nella mattinata. Sono anche tutti fuori. «Pensa – ricorda Vincenza –, la sar­ta era in vacanza al mare, ma la notte fra 20 e 21 fu costretta a tor­nare di corsa perché c’era una gros­sa perdita d’acqua nel suo nego­zio, così riuscì a farmi dare un ve­stito. Neanche le fedi nuziali si tro­vavano, un solo gioielliere ne ave­va due, ma erano da esposizione». Mostra, adesso, parlando, l’anula­re sinistro: «Non lo crederai, ma le mi­sure di quelle due fedi erano esatta­mente la mia e di mio marito». Il ri­storante? «Lo pre­notò in fretta e furia mio fratello. Quan­do ci andammo, dopo il matrimo­nio, scoprimmo che era quello dove ci eravamo fi­danzati e mio marito mi aveva da­to il primo bacio». Sorride. E sorri­de anche col volto:

«Il Signore non ci ha solamente sempre accompa­gnato,
ma di volta in volta ci ha da­to molti segni…».

Tre giorni di viaggio di nozze a I­schia e Vincenza rientra al Pasca­le. Ricorda bene, di quel periodo, «Susanna, Sara, Francesca, che avevano venti­cinque, ventisei anni, ma anche una bimba di dieci», tutte compagne di o­spedale che «non ci sono più, tutte giova­ni ragazze della mia zona». Ma anche giovani ra­gazzi come «Salvatore, Antonio, tanti altri e tutti

sotto i trent’anni. Quanti, ne abbiamo persi».

Le propongono una terapia parti­colare, sperimentale. È d’attacco violento al tumore, perché non c’è alcuna altra possibilità. Prima una polichemioterapia pesantissima associata a cento milligrammi di cortisone al giorno, poi una radio­terapia altrettanto potente. E tutto è reso ancora più tremendo e com­plicato dalla malformazione car­diaca.

Se ne va quasi un anno durante i quali Vincenza finisce per un pe­riodo in carrozzella, perde capelli e unghie, dimagrisce ancora, da so­la neppure riesce a scendere dal letto. Combatte. Tiene duro. «Mi sentivo in pace.
Mi sono fidata di Dio, comunque Lui avesse dispo­sto, per me sarebbe andata bene.
Fossi morta avrei raggiunto il Si­gnore e certo avrebbe avuto pietà di me».
Gli oncologi del Pascale, qualche anno più tardi, le confida­rono la loro certezza: «Pensavamo non ce l’avresti mai fatta».

Non è affatto rabbiosa, Vincenza. Non ha voglia di vendette.

È tenacemente determinata, vuo­le finisca questo assurdo avvele­namento della sua terra ed è im­pegnata per questo. E se col mari­to si è trasferita a vivere a Mintur­no, però «a Caivano – ripete – c’è la mia famiglia, i miei cari». Ogni sei mesi deve fare accurati controlli.

Continua alcune terapie farma­cologiche. Qualche volta è dovu­ta correre al pronto soccorso. È di­ventata sterile. Combatte, tiene duro, del resto lo aveva fatto quan­do la qualità della sua vita era co­lata a picco, figurarsi adesso che ha lunghi, lisci capelli castani, un­ghie curate e smaltate, esercita il suo mestiere di architetto e a co­noscerla immagini tutto tranne che porti sulle spalle una storia come questa.

Si può evitare di pubblicare il no­me vero, anche solo quello di bat­tesimo: «No e perché? Metti pure nome e cognome: Vincenza Cri­stiano. Non mi vergogno, di cosa dovrei? Né ho paura: la gente deve sapere».
(Pino Ciociola—AVVENIRE 08.07.12)

il mister che la chiesa non assumerebbe mai

9 Luglio 2012 Commenti chiusi

Come un telefonino con una sola tacca di batteria rimasta: si tenta comunque una chiamata ma poco dopo cade la linea. E l’Italia torna a casa con un quadro meraviglioso ma senza la cornice attorno. Di quest’avventura rimane l’avventura di una squadra il cui secondo posto non rimpicciolisce un piccolo bozzetto d’autore costruito partita dopo partita sotto l’egida guida del condottiero Prandelli. Razionale, metodico e infaticabile ma allo stesso tempo un po’ pittore, artigiano creativo e appassionato dei fantasisti e delle teste matte. Dell’Europeo italiano ci rimane lui come splendida figura umana: l’immagine di un mister venuto dalla provincia (Orzinuovi, BS) che conosce l’arte di parlare ai fuoriclasse genetici. Ha trovato una nazionale per terra, l’ha lentamente rimessa in piedi arrischiando la novità, le ha infuso quella certezza di difendersi attaccando, ch’è sempre stato il segreto dei contropiede che hanno scritto la storia dello sport.

Di quest’uomo rimane quel sapore genuino di chi ha conosciuto l’altra faccia della vita. Nel 2004, a contratto con la Roma già in tasca, chiude tutto e sta accanto alla moglie Manuela affetta da una grave malattia.


La vita viene prima di tutto


e anche il calcio può aspettare: “ho fatto una cosa normale, ho deciso di stare vicino alla mia donna”. Nasce anche qui quell’umilissima arte di parlare al cuore dei ragazzi, di cantarne le lodi senza celebrarne anzitempo la betazificazione, di saper limare i difetti per aiutare i pregi a germogliare. Per fare questo costruisce una famiglia attorno alla sua Nazionale sapendo che le regole tattiche possono cambiare, mutare gli schemi d’allenamento, modificare le tabelle di marcia ma alla base ci sta l’unica benzina indispensabile: la passione. Nello sport come nella vita di tutti i giorni. E per fare questo – da buon artigiano creativo – s’affida all’estro temibile e disarmante di fantasisti-senza-testa. Li mette in campo contro ogni logica, li protegge, li difende come fossero discendenti diretti di una razza in via di estinzione. E loro, lentamente come s’addice a chi non nasce fuoriclasse pure nel comportamento, ne apprezzano il rischio, ne assaporano la difficoltà, si mettono al servizio di un progetto comune perchè scoprono che “fare squadra” non è poi così da oratorio come si potrebbe pensare. Alle sue “prime-donne” non risparmia la dura legge dell’applicazione, perchè il talento senza applicazione non cnduce alla vittoria: o si ama correre, lottare e combattere oppure è meglio scegliersi un altro lavoro: punto e a capo. Poi si può vincere e si può perdere: l’importante è farsi trovare pronti quando la sfida s’accende. E’ questo forse il senso di quell’abbraccio consegnato ad uno-ad-uno a tutti i suoi ragazzi dopo la partita con la Spagna: un’avventura – al pari di un sogno – cresce e si fortifica anche laddove la classe altrui mostra il terreno sul quale continuare ad investire le risorse. Finora non ha vinto nulla d’importante il condottiero Cesare: e su questo i detrattori – con sede fissa all’osteria del paese – si fanno forza per criticarlo. Sarà anche vero, ma ha dimostrato di saper far convivere l’ordine con la fantasia, il genio con il rigore, il metodo con l’estro. Il bianco di Cassano con il nero di Balotelli: per una nazionale a colori.

L’Italia arranca su più fronti e la Chiesa sembra andarle dietro: la politica non la farebbe mai ministro, la Chiesa non gli tributerebbe mai una berretta cardinalizia. Poco importa, il destino di entrambe sembra essere segnato da tempo: allenano ma la squadra non li segue più. Chissà mai che il “metodo Prandelli” non detti tendenza pure a loro: per raccontare la favola educativa di chi, non solo a parole, riesce a rilanciare il suo destino arrischiandosi di investire sul nuovo senza disprezzare il vecchio, valorizzare i cavalli pazzi per rafforzare una storia già nota, ridestare nel cuore della gente la passione di chi, parlando al cuore, ha mostrato in mondovisione che i matti-da-legare non sono poi così imbecilli da tradire i sentimenti. Come nella Chiesa: sono sempre stati i cani fedeli quelli che hanno abbaiato. Gli altri sono sempre stati al soldo dei mercenari.
E, puntualmente, ci fanno perdere le partite
(don Marco Pozza—-www.sullastradadiemmaus.it)

la vera “particella di Dio”

6 Luglio 2012 Commenti chiusi

In questi giorni è risuonata in tutto il mondo l’eco della scoperta del famoso “bosone di Higgs”, la cosiddetta “particella di Dio”. Ma c’è anche un’altra “scoperta” – rimasta pressoché sconosciuta – a cui voglio accostarla: più che la “particella di Dio” essa mostra Dio stesso.

Si tratta di uno studio sulla Sindone di Giuseppe Baldacchini, uno scienziato italiano già dirigente al laboratorio dell’Enea di Frascati (vedi http://www.sindone.info/BALDAKKI.PDF).

La prima scoperta – quella del bosone – ci dice che in effetti esiste una particella che alcuni fisici teorici avevano ipotizzato come necessaria per il funzionamento del mondo subatomico.

Già Albert Einstein si stupiva constatando che il mondo dell’infinitamente piccolo e quello dell’infinitamente grande sono stati fatti non dal caso, né dal caos senza leggi, ma secondo una grandiosa e perfetta Razionalità, tanto che la razionalità umana può intuire l’esistenza di queste realtà subatomiche prima ancora che vengano scoperte sperimentalmente.

Ciò significa che la stessa Razionalità che ha fatto l’universo, ha fatto anche la ragione umana. Einstein diceva:

“Chiunque sia seriamente impegnato nel lavoro scientifico si convince che le leggi della natura manifestano l’esistenza di uno spirito immensamente superiore a quello dell’uomo, e uno di fronte al quale noi, con le nostre modeste facoltà, dobbiamo essere umili”.


Einstein – contestando sia il positivismo che il panteismo –
spiegava così il suo razionale riconoscimento di Dio:

“La mia religiosità consiste nell’umile ammirazione dello spirito infinitamente superiore che rivela se stesso nei minimi dettagli che noi siamo in grado di comprendere con la nostra fragile e debole intelligenza. La convinzione profondamente appassionante della presenza di un superiore potere razionale, che si rivela nell’incomprensibile universo, fonda la mia idea di Dio”.

E’ proprio grazie alle riflessioni di Einstein e alle ultime scoperte della scienza che Antony Flew, il padre dell’ateismo filosofico, il capostipite degli attuali divulgatori dell’ateismo come Richard Dawkins, annunciò, nel 2004 a New York, di essere giunto alla certezza razionale dell’esistenza di Dio: “I now believe there is a God!”, affermò dopo una gloriosa carriera da ateo.

Nel clamoroso libro in cui spiega questa sua svolta filosofico-razionale, “There is a God” (Harper One 2007), si interroga anche sulla possibilità che questa Intelligenza onnipotente si sia messa in contatto con gli uomini o addirittura che sia venuta sulla terra facendosi uomo.

I greci antichi chiamavano “Logos” l’evidente razionalità dell’universo. E il cristianesimo è entrato nel mondo proprio con questa notizia: il Logos, la Ragione-Parola con cui Dio ha creato il mondo e le leggi razionali che governano il cosmo, è un uomo fra noi.

Il Vangelo di san Giovanni inizia così: “Il Logos si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi”.

Flew sostiene che certamente “la figura carismatica di Gesù” è così umanamente straordinaria che si deve prendere in seria considerazione l’annuncio che lo riguarda.

In effetti con quale altro volto Dio avrebbe mai potuto rivelarsi? Perfino l’ateo Bertrand Russel definì il Nazareno “un uomo eccezionale”.

Gesù è una figura così sublime, immensa e insuperabile che – come scrisse J. Malegue – dopo di lui “il difficile non è l’accettare che Cristo sia Dio; il difficile sarebbe accettare Dio se non fosse Cristo”.

E’ possibile incontrarlo oggi e seguirlo solo perché egli – essendo il Logos di Dio – è risorto dai morti ed è vivo.

Come si fa a sapere che è veramente risorto?

Anzitutto per le testimonianze storiche di chi lo ha visto e toccato vivo, dopo la crocifissione: testimonianze che tutti gli apostoli hanno sempre dato affrontando le persecuzioni, le torture e il martirio. Non esistono testimoni più attendibili di coloro che confermano a costo della vita ciò che hanno visto e toccato con mano.

In secondo luogo l’altra “prova” è data dal fatto che Gesù si dimostra veramente vivo oggi. Lo si può sperimentare: “vieni e vedi…”. La vita cristiana fa toccare con mano la sua presenza e quello che lui fa accadere (compresi i miracoli, che compie oggi come duemila anni fa).

E – come dice la scienza per le particelle subatomiche o per altre realtà fisiche – è razionale riconoscere una causa dagli effetti che produce e che si possono constatare sperimentalmente (anche alcuni corpi celesti sono stati scoperti così: per le perturbazioni che creavano).

Ma siccome a Dio piace riempire di meraviglia e di ragioni il cuore e la mente degli uomini – come mostra la magnificenza del mondo – ha voluto abbondare anche con altri segni che parlano all’intelligenza umana.

E qui veniamo alla seconda scoperta, quella, a cui accennavo all’inizio, del fisico Baldacchini. Il quale si è cimentato con un reperto unico, la Sindone, che porta le tracce scientificamente studiabili di ciò che accadde nel sepolcro di Gesù nella notte fra l’8 e il 9 aprile dell’anno 30.

Sappiamo che quel lenzuolo ha certamente avvolto il corpo di un uomo morto (con tutti i supplizi narrati dai vangeli), sappiamo che quel corpo morto non è stato nel lenzuolo per più di 40 ore perché non contiene traccia alcuna di decomposizione e infine sappiamo – grazie allo studio delle macchie di sangue – che quel corpo non è stato tolto dalla fasciatura del lenzuolo con un movimento fisico, ma si è come smaterializzato.

Infine sappiamo che un’esplosione di energia sconosciuta ha lasciato sul lenzuolo un’immagine delle due parti del corpo tuttora inspiegabile, un’immagine non dipinta, ma ottenuta come per bruciatura superficiale e che contiene informazioni tridimensionali.

Tutto questo è spiegabile solo con un evento eccezionale come la resurrezione e una resurrezione dove il corpo non torna semplicemente in vita, ma acquista proprietà uniche, diventando capace – per esempio – di attraversare altri corpi, come il lenzuolo.

Questo in effetti narrano i vangeli del corpo risorto di Gesù che entrò nella stanza del cenacolo sebbene le porte fossero sbarrate.

Alcuni fisici hanno ipotizzato il formarsi del “corpo meccanicamente trasparente” (“mechanically transparent body”, Mtb), ma la reazione nucleare che presuppone avrebbe investito tutta Gerusalemme.

Allora si è affinata l’ipotesi con la teoria del “metodo storico consistente” (Historically consistent method, Hcm).

Ma nel suo studio Baldacchini osserva: “l’unico fenomeno conosciuto in Fisica che conduca alla sparizione completa della massa con produzione di energia equivalente è il ‘processo di annichilazione materia-antimateria’ (AMA) che oggi può essere riprodotto solo a livello subatomico nei laboratori di particelle elementari, ma che è stato dominante invece subito dopo il Big Bang, cioè negli istanti iniziali di esistenza del nostro universo”.

Le difficoltà che insorgono in questa ipotesi (come il reperimento dell’antimateria) possono trovare possibili soluzioni nei cosiddetti “stati virtuali” che però “non esistono in natura”.

Baldacchini a questo punto formula delle equazioni che potrebbero descrivere le conseguenze fisiche dell’eccezionale fenomeno e spiegare sia il formarsi dell’immagine, sia la smaterializzazione del corpo, sia il fatto che non vi sia stata un’esplosione nucleare che avrebbe devastato l’area, sia l’istantanea possibile rimaterializzazione dello stesso corpo in un altro luogo.

Naturalmente con ciò non intende spiegare né la causa, né la vita successiva di quello stesso corpo e le sue caratteristiche. Qui si entra infatti in un ordine superiore alla fisica, l’ordine spirituale, che ruota attorno al mistero di Dio il quale delle leggi cosmiche e della materia è il Creatore, l’Autore e l’assoluto sovrano.

Altro che la “particella di Dio”, tutto l’universo è di Dio. Come i cieli e terra nuova dell’eternità. Iniziati in quel sepolcro di Gerusalemme l’8 aprile dell’anno 30.

Antonio Socci (Da “Libero”, 6 luglio 2012)

Per discuterne:

http://www.facebook.com/#!/pages/Antonio-Socci-pagina-ufficiale/197268327060719

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