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Archivio Agosto 2012

da Palermo a Lourdes a piedi per ringraziare

30 Agosto 2012 Nessun commento

Quest’anno ricorre il 154° anniversario dell’apparizione della Madonna a Bernardette Soubirou nella Grotta di Massabielle a Lourdes e ricorrono 54 anni della mia conversione, di cui voglio trasmettere questa testimonianza in tutte le parrocchie.

Mi chiamo Giovanni, ho 82 anni e mi ritengo miracolato, non nel corpo ma nello spirito.

Fino all’età di 27 anni ho vissuto nella tempesta, odiando il mio prossimo, senza fede, senza conoscere Dio, senza amore, il mio cuore era indurito.

Questo mio modo di vivere stava per trascinarmi nell’abisso dell’inferno e la mattina del 28 settembre 1958 ho cercato di togliermi il miglior dono che Dio ci ha donato, la vita, lanciandomi nel vuoto dal quarto piano di uno stabile, riportando gravissime ferite. Alcune persone mi prestarono soccorso e mi portarono in ospedale.

Rimasi diversi giorni in coma; al mio risveglio un Frate Cappuccino che trascorreva il suo tempo libero a curare l’anima degli ammalati, che ne ha più bisogno del corpo, si avvicinò al mio letto per parlarmi di Dio, ma io lo respinsi. Lui tornò diverse volte, finchè accettai la sua presenza. Mi parlava sempre di Dio, del Creato, della Vergine Immacolata.

Così avvenne il miracolo della mia conversione. Con grande umiltà ho perdonato tutti coloro che mi avevano fatto del male, ho chiesto perdono a Dio dei miei peccati e per la prima volta mi confessai e feci la comunione.

Il Frate Cappuccino veniva a trovarmi spesso, mi leggeva e spiegava il Vangelo; la mia fede si fece più viva, quando un giorno mi parlò delle 18 apparizioni della Madonna a Lourdes e dei suoi miracoli. Io non sapevo che da Palermo, mia città natale, Lourdes distava circa 3000 chilometri, ma feci una promessa: se fossi guarito e fossi riuscito a camminare come prima dell’incidente, mi sarei recato a Lourdes a piedi.

Dopo otto mesi circa sono guarito. Durante la mia malattia il mio pensiero era sempre rivolto alla Madonna di Lourdes. Parenti, amici e conoscenti erano contrari a questa mia scelta, ma io volli mantenere la mia promessa: mi sono costruito una grande croce di legno alta 2 metri e 35 centimetri e la mattina del 15 maggio 1959 mi recai alla parrocchia Maria SS. Consolatrice, dove il parroco Padre Mazzola ha benedetto la Croce, affidandomi alla Madonnna e a Suo Figlio Gesù.

Con uno zaino e la Croce in spalla mi misi in cammino attraversando tutta l’Italia e la Francia. Il viaggio fu duro: ho dormito all’addiaccio, in case di persone che mi ospitavano, nei conventi, nelle grotte, superando difficoltà di ogni genere. Sono stato anche schiaffeggiato, ma con la volontà e la fede che mi sostenevano, la mattina del 10 agosto 1959 ho potuto inginocchiarmi nella Grotta dell’Apparizione, davanti alla Madonna a pregare e ringraziare Dio e la Santa Vergine per la grazia della mia conversione. Lì ho pregato per tutti coloro che mi hanno reso il cammino difficile, per la conversione dei non credenti, per la vocazione dei sacerdoti e per la pace del mondo.

Quando ho finito di pregare, mi sono guardato attorno e nel vedere tutti quei fratelli ammalati, sofferenti, disabili, in ogni fratello ho incontrato il volto di Cristo e ho capito che dinanzi alle loro sofferenze, le mie sono state delle dolci carezze.

La Croce che ho portato in spalla mi è servita perché durante il mio cammino la gente si accorgesse non di me, ma del mio gesto e far comprendere che la vita è un grande dono che Dio ci ha donato e noi abbiamo il dovere di custodirla, non di togliercela, né toglierla agli altri.

Il mio pellegrinaggio è stato anche un messaggio a tutti i capi di governo dei paesi dove vige la pena di morte, perché venga abolita, messaggio alle organizzazioni criminali, agli spacciatori di droga venditori di morte, a tutti coloro che uccidono e a tutti coloro che sono favorevoli all’aborto, perché il Signore li illumini a comprendere i veri valori della vita.
(Giovanni Azzara)
(«L’Ora», 14 maggio 1959)

l’avvocato di Dio

28 Agosto 2012 Nessun commento

Da ricco e celebrato avvocato a Wall Street a cappellano laico nel braccio della mor­te in Florida: la parabola esisten­ziale di Dale Recinella può essere sintetizzata in una sola riga. Ma quella di Recinella, oggi sessanten­ne padre di cinque figli, non è la storia di una folgorazione improv­visa. Si tratta invece di un lungo e tormentato cammino umano, che parte dall’infanzia, in una famiglia dai saldi principi cattolici ma se­gnata dalla tragedia della malattia incurabile della sorellina, passa at­traverso l’esperienza adolescen­ziale – fallimentare – in seminario per una sorta di malinteso «patto con Dio» e arriva fino agli anni d’o­ro da brillante avvocato finanzia­rio responsabile di trattative mi­liardarie alla Borsa di New York. Al­l’inizio degli anni Ottanta, la vita professionale dei giovane Dale va a mille. Quella privata, tuttavia, è un fallimento dopo l’altro. La corsa frenetica per raggiungere successi esteriori, che puntualmente non riescono a riempire un persistente vuoto interiore, porta Recinella pe­ricolosamente vicino all’autodi­struzione. È per questo che quan­do suo fratello Gary, preoccupato, lo scuote e lo invita a «offrire la sua vita a Gesù», il brillante avvocato, in realtà vicinissimo a toccare il fondo, risponde a sé stesso: «Che cosa ho da perdere?». È un nuovo inizio, come lo stesso Dale raccon­ta nel suo libro autobiografico

Nel braccio della morte (.

(sanpaolo pagg.360, euro 22). «Solo dopo molti an­ni mi renderò conto dell’impor­tanza di questo momento» che si­gnificò «la perdita di tutte le cose illusorie, che ritenevo importanti, e il dono, in cambio, di tutto ciò che davvero conta». Gary invita Dale, all’inizio decisamente scetti­co, a frequentare un corso di stu­dio della Bibbia. Lì incontrerà Su­san, che poi diventerà sua moglie, e con cui inizierà un lungo percor­so di discernimento sul doppio bi­nario della spiritualità e dell’impe­gno concreto: il volontariato con i senzatetto e i malati di Aids, l’assistenza a persone con di­sturbi mentali, la scelta di una radi­calità sempre mag­giore nello stile di vita e nel servizio agli altri. Radicalità che suscita i dubbi di amici, colleghi, ma anche di alcuni sacerdoti, che mettono in guar­dia la coppia da quello che definiscono «un ec­cesso di zelo».

A ll’inizio degli anni Novanta, tuttavia, Recinella viene contattato dal cappellano di un carcere locale, che ospita duemila detenuti: «Non riesco a trovare nessun cristiano che venga in prigione ad assisterli spiritual­mente. Hanno tutti paura», chiari­sce il sacerdote senza mezzi termi­ni. Dopo una riunione di famiglia con Susan e i figli, Dale, sebbene perplesso, accetta di mettersi in gioco: «Papà andrà in prigione».

L’impatto con il mondo dietro le sbarre è sconvolgente

«Qui c’è u­na profondità di dolore e sofferen­za da cui non voglio farmi coinvol­gere », riflette l’autore. Le cui cer­tezze vacillano non tanto per l’in­contro con alcuni reclusi innocen­ti: «Non mi sarei aspettato – nota soprattutto – di trovare tanta fede all’interno del carcere». La lenta ri­voluzione nella vita di Recinella non si ferma. Il tempo dedicato al lavoro da avvocato si riduce, «dalle ottanta-cento ore settimanali alle normali 60», fino alla scelta del part time, per dedi­care più tempo all’assistenza ai carcerati. Ma la contraddizione tra l’impegno a Wall Street e l’universo della prigione di­venta insostenibile. Dale riflette sul monito degli amici: «A che giova spre­care il tuo tempo con qualche assas­sino che non uscirà mai più di prigione?». Ma quando arriva in ritardo all’appuntamento con un detenuto – un assassino, appunto – e lo trova in lacrime per il terrore di una sua dimenticanza, comprende: «Quante trattative im­portanti non potranno concludersi a Wall Street senza il tuo aiuto, Da­le? Conosco la risposta. Tutte si concluderanno». Ma «chi ci sareb­be qui ad abbracciare quest’uomo proprio adesso, se non ci fossi tu?». Nel 1992 l’avvocato dà l’addio a Wall Street, impara ad occuparsi della casa e dei figli, prende in con­siderazione con la famiglia una vi­ta di comunità, che nel ’96 porta i Recinella anche un anno in Italia, finché Dio li riporta negli Stati Uni­ti, di nuovo in Florida, a Mac­clenny, dove Susan trova lavoro co­me psicologa. Ma Dale é smarrito.

Finché il parroco, padre Joe, gli ri­vela di essere cappellano nel brac­cio della morte e nel carcere di iso­lamento a pochi chilometri dalla cittadina. Il disegno è ora chiaro: «Ho pregato per quindici anni che tu arrivassi qui! Perché ci hai mes­so tanto?».

I nizia così il viaggio «nella valle oscura della morte», nell’infer­no della detenzione di massi­ma sicurezza, dove uomini rin­chiusi in isolamento per decenni si trasformano in «vegetali». Dove le persone, giovani o vecchi, cercano un senso e un conforto, dove un uomo «con delle oscenità tatuate sulla spalla» chiede la comunione.

Dove si vive in logiche di orrore e violenza, che imprigionano anche i secondini. «La mia confortevole visione della realtà è stata sconvol­ta dall’udire suppliche di uomini, solitamente duri, chiusi e coriacei, che piangono inginocchiati». Reci­nella da una parte approfondisce sempre più l’esperienza spirituale dell’assistenza ai detenuti in attesa del boia e durante le esecuzioni (che scopre disumane), dall’altra si scontra in modo duro con le con­traddizioni della pena capitale, che gli sono rese ancora più evidenti dalle sue nozioni legali. È così che matura la propria opposizione all’«industria invisibile della mor­te », che lo porterà a prendere posi­zione sempre più apertamente, ac­cettandone le conseguenze. Una testimonianza sofferta quanto au­tentica, che non lascia indifferenti.
Chiara Zappa –AVVENIRE 25.08.12–)

il palcoscenico terra di missione

25 Agosto 2012 Nessun commento

“Insegnare a calcare la scena da provetto attore o trasmettere l’arte di scrivere copioni teatrali ai ragazzi affetti da varie disabilità motorie e fisiche: dalla cecità alle difficoltà di esprimersi o di deambulare. È stata ed è la ragione di vita, ma anche la missione, del gesuita statunitense Richard Curry, oggi 69enne. Una storia quella di questo figlio spirituale di sant’Ignazio, originario di Philadelphia, del tutto particolare e quasi uscita dalle pagine di un romanzo americano di John Steinbeck: privo di un avambraccio fin dalla nascita, entra giovanissimo nella Compagnia di Gesù nel 1962 come fratello e nel 1977 fonda e dirige a New York un laboratorio teatrale per persone con disabilità (The National Theatre workshop for the handicapped). Una struttura che da allora ha permesso a centinaia di ragazzi di diventare qualificati professionisti nel mondo dello spettacolo. Un laboratorio teatrale nato non certo per caso: fu la delusione del giovane Curry di essere stato scartato a un provino per uno spot in una tv commerciale perché nato senza un avambraccio a spingerlo a fondare una scuola di teatro a misura di disabile.

«Da quella cocente delusione – racconta il gesuita – ho gettato le premesse di quello che sarebbe diventato il mio laboratorio. Non si trattava soltanto di fare l’attore, ma di acquisire fiducia in se stessi e relazionarsi con gli altri in maniera nuova». E i frutti di questa intuizione pedagogica, nell’arco di questi quasi quarant’anni, non si sono fatti attendere: molti studenti di questa scuola sono diventati attori professionisti, alcuni hanno ottenuto piccole parti in soap televisive, mentre altri scrivono copioni per una società teatrale di Los Angeles.

Tra i fiori all’occhiello di questa istituzione vi è anche la nascita di una compagnia teatrale, di persone con disabilità e non, che porta il suo spettacolo in tournée negli Stati Uniti. Tra i punti qualificanti di questo programma recitativo, che prevede anche momenti di rilassamento, declamazione e canto, ci sono i provini divenuti parte integrante di ogni semestre. «Le lezioni li aiutano a sentirsi a loro agio – osserva il gesuita di Philadelphia – quando la gente li guarda: non sono abituati a un confronto diretto con il pubblico. Quello che più mi ha sorpreso, in questi anni, è stata l’abbondanza di talenti scoperta tra questi giovani». Il vero punto di svolta, quasi un «cambio di direzione» nell’azione di apostolato del gesuita Richard Curry, è avvenuto molti anni più tardi, nel 2006, quando dopo un incontro e un ricevimento con i veterani e i soldati mutilati a causa delle recenti guerre in Iraq e in Afghanistan decise di realizzare un laboratorio teatrale pensato ad hoc per queste persone. Da quell’incontro è sorto il progetto Wounded warriors (militari feriti): si tratta di un programma gratuito di dieci giorni, che dal luglio 2006, si tiene ogni anno nel Maine e riunisce veterani con cicatrici di guerra sia fisiche sia psicologiche.

«Molti di loro salgono zoppicando sul palcoscenico – rivela divertito Richard Curry – per declamare i loro monologhi e poi ne discendono “volando”». Ma le sorprese, come i cambi di rotta nella vita di questo gesuita dai tratti eccezionali, non si sono fermate qui: da quel 2006 molti reduci sono accorsi a lui per un aiuto psicologico, un confronto sulla loro vita interiore e chiedendo, molto spesso, il sacramento della Confessione. «Essendo un semplice fratello – confida – non potevo amministrare questo tipo di Sacramento di cui loro avvertivano il bisogno. Per me è stata una pugnalata al cuore non poter venire incontro ai loro desideri. Ai veterani mancava una guida spirituale e così con il sostegno e permesso dei miei superiori mi sono messo a studiare per diventare prete». Il 13 settembre 2009 (ottenendo una particolare dispensa dalla Santa Sede per celebrare con una sola mano) fratel Curry è stato ordinato sacerdote nella chiesa di Holy Trinity a Washington dall’ordinario militare per gli Stati Uniti, l’arcivescovo Timothy Paul Broglio. «Mi sembra di poter ora – riflette oggi padre Curry – essere ancora più vicino, attraverso il ministero del sacerdozio, a queste persone e di poter venire incontro ancora di più alle loro ferite fisiche ma anche morali e offrire così ancora di più un sostegno di speranza alle loro vite».
(Filippo Rizzi—-AVVENIRE 23 AGOSTO 2012)

un milione i biglietti venduti

24 Agosto 2012 Nessun commento

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Conto alla rovescia per la 14ª edizione delle Paralimpiadi che si svolgeranno dal 29 agosto al 9 settembre. Le delegazioni di ben 166 Paesi stanno partendo alla volta di Londra. Anche quella italiana su cui è scesa l’ombra del doping che potrebbe interessare Fabrizio Macchi, pluricampione di paraciclismo. Il nome dell’atleta figurerebbe nell’inchiesta su Michele Ferrari, discusso medico già coinvolto nei casi Armstrong e Schwazer. Fabrizio Macchi nega qualunque suo coinvolgimento e, ieri, è stato ascoltato dalla Procura Antidoping del Coni che ha comunicato di non avere aperto fascicoli a carico di singoli atleti. Mentre Luca Pancalli, presidente del Comitato italiano paralimpico, segue attentamente gli sviluppi della vicenda pronto a prendere opportuni provvedimenti. Intanto, il Comitato internazionale ha escluso dai Giochi due atleti, una russa e un portoghese, risultati positivi ai controlli preventivi.

Non proprio una buona partenza quella della Nazionale per una Paralimpiade che è già entrata nella storia per il numero di atleti iscritti: oltre 4.500, quattro anni fa a Pechino sfioravano i 4mila. Per aver venduto oltre un milione di biglietti per assistere alle gare, per il numero di atlete più alto nella storia del movimento paralimpico: 1.512. E, ancora, per il ritorno, dopo dodici anni, degli sportivi con disabilità intellettiva e relazionale che gareggeranno nel nuoto, nell’atletica e nel tennis tavolo. Questi atleti erano stati esclusi dai Giochi dopo che a Sidney 2000 il reporter spagnolo Carlos Ribagorda, normodotato, giocò nella squadra di basket paralimpica categoria disabilità intellettiva e relazionale, dimostrando le lacune dell’organizzazione. Ora gli organismi internazionali hanno introdotto un nuovo sistema di classificazione delle disabilità.
Una Paralimpiade che promette di essere la più accessibile di sempre perché gli organizzatori hanno seguito gli standard internazionali della progettazione inclusiva anche nel sistema dei trasporti. Inclusione, integrazione sono le parole chiave dei Giochi di Londra che, nella cerimonia d’apertura delle Olimpiadi, ha fatto sfilare anche paralimpici. «Un segnale straordinario lanciato anche da Pechino nel 2008 – ha commentato Luca Pancalli –. Un’apertura verso il mondo Paralimpico e certamente, a mio modo di vedere, anticipatrice di quello che potrebbe accadere nel futuro da un punto di vista organizzativo delle due grandi competizioni Olimpiche e Paralimpiche».

Un centinaio gli azzurri, 98 atleti e 7 fra guide, piloti e un timoniere, in gara nell’atletica, nel basket, nel canottaggio, nel ciclismo, nell’equitazione, nel nuoto, nella scherma in carrozzina, nel tennis, nel tennis tavolo, nel tiro con l’arco, nel tiro a segno, nella vela. Portabandiera della squadra italiana è Oscar De Pellegrin, bellunese, classe 1963, alla sua sesta Paralimpiade. Paraplegico per via di un infortunio sul lavoro, Oscar è uno degli atleti di punta nel tiro con l’arco. Se per alfiere è stato scelto un uomo d’esperienza, cala l’età media della squadra italiana a dimostrazione del ricambio generazionale in atto. Soprattutto nell’atletica, che vede l’esordio anche della mascotte del gruppo: la sprinter Oxana Corso di appena 17 anni.
A Londra 2012 ci sarà anche Bebe Vio, l’unica atleta al mondo con protesi ai quattro arti che tira di scherma. La 15enne italiana non salirà in pedana, ma sarà una dei tedofori che porteranno allo stadio la fiaccola per accedere il braciere Paralimpico. Importante la copertura televisiva dell’evento. In Italia i Giochi si potranno vedere su Rai1 Sport e su Sky. Inoltre, il sito web dell’Ipc

(www.paralympic.org)

fornirà cinque diversi canali in streaming per seguire le gare: quattro in lingua inglese, uno in spagnolo. Previsti, anche, due notiziari giornalieri (18.30 e 00.30), entrambi in inglese e spagnolo.
(Carmen Morrone—-AVVENIRE 24.08.12)

La Francigena sfida il mondo del web

21 Agosto 2012 Nessun commento

Un piccolo passo per l’Ad Limina Petri,
un grande passo per la via Francigena.
Si tratta del lancio online del sito ufficiale di Ad Limina Petri, che segna a suo modo, per il mondo pellegrino, un punto di non ritorno. Che la via Francigena stia cambiando è ormai sotto gli occhi di tutti. Lo confermano le presenze in costante aumento, l’apertura degli ospitali, l’impegno concreto anche da parte delle istituzioni nel mettere in sicurezza i percorsi. Stavolta però a cambiare, e in tempi relativamente brevi, potrebbe essere proprio il modo stesso di vivere il pellegrinaggio. E tutto questo grazie (anche) al nuovo sito. Per capirne di più, c’è una sola cosa da fare: mettersi davanti a uno schermo, che sia iPad, smartphone o pc
e incominciare a navigare tra le pagine di

adliminapetri.org

. Nella pagina d’apertura, sulla sinistra compare il menù, sulla destra invece i link della Conferenza episcopale italiana e delle altre associazioni amiche, mentre al centro – ben visibile – c’è una breve presentazione ufficiale dell’associazione. Osservando con più attenzione il menù che viene proposto, si può notare che solo le prime due voci (statuto e storia) riguardano in modo esclusivo Ad Limina Petri. Il resto infatti, è dedicato interamente al mondo del pellegrinaggio, ovvero ai pellegrini e agli ospitalieri. Una strada, quella intrapresa dai curatori del sito, che ribadisce ancora una volta l’unico obiettivo perseguito dall’associazione: accompagnare i pellegrini in un vero e proprio cammino pastorale.

Di particolare interesse, da questo punto di vista, è la sezione denominata

«pellegrini di oggi»

che raccoglie al proprio interno indicazioni sia di carattere pratico, che spirituale per affrontare in modo consapevole il cammino. E così, si trova una raccolta di preghiere per il pellegrino (compresa una «liturgia del pellegrinaggio») e una ricca sezione download che offre agli utenti alcuni spunti interessanti: da una riflessione sull’essere pellegrini nel terzo millennio a cura di Luciano Pisoni, alla spiritualità della strada, di don Giorgio Basadonna; passando per le dieci «domande per il discernimento». Quanto basta insomma per ricordare che il pellegrinaggio rappresenta un’occasione per riscoprire e fortificare la propria fede. Altro tema centrale che ritorna più volte all’interno del sito è quello relativo all’accoglienza: sia con le informazioni necessarie per diventare ospitaliere, sia per consultare l’elenco online delle strutture accreditate dall’Alp presso le quali chiedere ospitalità.
Marco Pieraccioli (AVVENIRE 21.08.12)

“la natura dell’uomo è RAPPORTO CON L’INFINITO”

18 Agosto 2012 Nessun commento

« Portate, nel tempo dell’incertezza, il vostro anelito di certezza».
Era un auspicio, e in qualche modo anche una consegna, quella che il presidente della Repubblica Napolitano aveva lanciato intervenendo nell’agosto dell’anno scorso al Meeting di Rimini. Erano (e sono) tempi di crisi da cui non si intravedevano né i tempi né le modalità di uscita. Ma al capo dello Stato appariva (e appare) chiaro che per uscirne servono persone che coltivino certezze, che sappiano perché vale la pena vivere e impegnarsi per un’esistenza migliore. Un anno dopo, il Meeting conferma e rilancia. E ripropone una frase detta da don Giussani a un gruppo di universitari nel 1990, ma che sembra pronunciata oggi: «In tutte le circostanze e contingenze della vita, del mondo, della storia, quello che conta, ciò da cui sempre si può partire, ciò che sostiene la novità, il creativo, ha un luogo che si chiama persona: è il soggetto, che si chiama io (…).

Quanto più i tempi sono duri, tanto più è il soggetto che conta, è la persona che conta».

Ma che cosa tiene in piedi la persona anche quando tutto, intorno, sembra crollare?
Che cosa rende possibile coltivare e portare un anelito di certezza nel tempo dell’incertezza?
La risposta del Meeting suona come una sfida:

il rapporto con l’infinito.

La natura della persona è ultimamente religiosa, ogni movimento umano ha in sé una continua verso un ‘oltre’ che si esprime nelle differenti tradizioni. «L’uomo ha bisogno dell’infinito, se Dio non è più l’infinito, l’uomo si crea il suo proprio paradiso, un’apparenza di infinito», ha ricordato Benedetto XVI durante il suo viaggio in Messico. E solo l’esperienza vissuta di questo rapporto con l’infinito può alimentare uomini certi della propria identità e capaci di valorizzare quella altrui e di lavorare insieme per il bene comune.

Per questo la kermesse che da trentatré anni si svolge a Rimini è al tempo stesso fortemente identitaria e trasversale, ‘curiosa’ nei confronti di ciò che si muove in questa direzione. Anche questa edizione lo conferma: nel programma spiccano figure che provengono dalla cultura musulmana come Usama Elabd, rettore dell’università Al Azhar del Cairo, da quella ebraica come Alon Goshen-Gottsein, direttore del Centro per lo studio del pensiero rabbinico a Gerusalemme, da quella ortodossa come Tat’jana Kasatkina (Accademia russa delle Scienze, una delle maggiori conoscitrici di Dostoevskij), da quella anglicana come John Milbank, docente all’università di Nottingham. E arriveranno anche i monaci buddisti del Monte Koya della tradizione shingon, che il Meeting hanno cominciato a frequentarlo dopo avere incontrato in Giappone don Giussani ed essere rimasti commossi da una canzone come Torna a Surriento, dove si esprime un sentimento di nostalgia per un luogo a cui si vorrebbe ritornare, metafora di quell’aspirazione a qualcosa che va oltre le capacità umane e da cui la persona attinge l’energia per mettersi in movimento.

A proposito di energia, se ne trova da vendere alla mostra-evento di quest’anno, «L’imprevedibile istante. Giovani per la crescita», curata dalla Fondazione per la sussidiarietà (e di cui Avvenire è mediapartner). La mostra, che viene inaugurata domenica dal premier Mario Monti, è in un certo senso la sconfitta dei lamentosi e dei contestatori di professione: in un momento in cui la recessione sembra paralizzare l’economia, con conseguenze pesanti soprattutto sull’occupazione giovanile, quando tutto sembra indurre al pessimismo e lo sport preferito è la denuncia delle responsabilità altrui, viene offerta la documentazione di esempi virtuosi, di esperienze che affrontano i bisogni e le difficoltà, sia quelle soggettive sia quelle riconducibili a carenze del sistema, incontrate nel percorso scolastico, universitario e nella fase dell’accesso al lavoro.

È un percorso multimediale tra iniziative imprenditoriali di successo, nate con pochi soldi ma tante idee, collaborazioni tra imprese e realtà sociali che riqualificano la formazione professionale e combattono l’abbandono scolastico, sperimentazioni in campo educativo e didattico, giovani che vanno all’estero per collaborare con prestigiose università. Persone e opere che non si fanno trascinare dal flusso delle cose, ma si mettono in gioco, a partire da una ripresa di coscienza di sé. Il messaggio è chiaro anche se ambizioso: è tempo di liberare la creatività e lo spirito di iniziativa, per fare di queste energie diffuse il motore di un nuovo sviluppo e di un equilibrio sociale più giusto. Sembra di rileggere Giambattista Vico, che quattro secoli fa scriveva: «Paion problemi, eppure sono opportunità». O Manzoni, secondo il quale «le tribolazioni aguzzano il cervello».

Si ricomincia dalla persona: una dinamica che vale a tutte le latitudini, per i giovani italiani come per quelli che abitano al di là del Mediterraneo.

L’amicizia con alcuni egiziani che avevano frequentato la kermesse riminese ha fatto nascere qualcosa di assolutamente imprevedibile a quelle latitudini come il Meeting Cairo, che ha celebrato la sua prima edizione nel 2010. E non è un caso che l’incontro di sabato 25, a conclusione della settimana riminese, sia dedicato alla presentazione della seconda edizione del Meeting Cairo, che vedrà cristiani e musulmani confrontarsi sul tema dell’educazione alla libertà: qualcosa di cui c’è grande bisogno, di qua e di là del Mediterraneo.

E i ministri? E i politici? Ci saranno anche loro, come gli altri anni: dal premier Monti a una parata di ministri, agli habitué come Lupi, Enrico Letta, Formigoni e Mauro, a esponenti di diversa estrazione ( Violante, Chiti, Treu, Galletti, Alemanno), al presidente dell’Europarlamento Schulz e altri. Ma a dispetto di chi profetizza grandi manovre per la ricompiszione della ‘Cosa bianca’ e di grandi centri moderati, o di chi teme cedimenti a una tecnocrazia senz’anima, si accettano scommesse: anche quest’anno non sarà la politica a dominare la scena. Non è per assistere a stucchevoli teatrini estivi che la gente spende un giorno o una settimana delle proprie ferie. Le centinaia di migliaia di persone che ogni anno calano a Rimini (molti, molti di più dei soli e soliti ciellini) sono incuriosite e affascinate da un luogo dove l’umano si esprime e si incontra in tutte le sue dimensioni. Dove si è testimoni e insieme protagonisti di un’esplosione di umanità. Dove si capisce cosa significa che ciò che conta, per vivere e per ripartire, è la persona.

(G. Paolucci –AVVENIRE 17.08.12—)
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RIMINI 19 – 25 AGOSTO ingresso libero

La delusione e l’amore. Alex e la religione della fatica

14 Agosto 2012 Nessun commento

Come chicchi di grandine in un cielo d’agosto. Una tempesta di sms per annunciare, seppur in maniera velata e lontana dalla cattiveria, la notizia che nessuno aveva il coraggio di raccontarmi: Alex Schwazer, positivo ad un controllo antidoping, bloccato alla partenza per Londra.
Cala il silenzio, scompaiono improvvise le parole, s’affacciano mille ombre. Perché quel ragazzo – nato e cresciuto tra boschi di larici, all’ombra di una chiesetta sorvegliata da papaveri rosa – era per me l’emblema dello sport sano e genuino, condito dal sudore e rispettoso di quella religione della fatica che aveva fatto di lui l’immagine bella di uno sport ch’è metafora nobile dell’esistenza. Allenamenti, capacità di sopportazione, fiuto del limite: in quel pugno stretto dentro lo stadio a “nido d’uccello” di Pechino era raccontata la storia di un camminatore che aveva lasciato sospettare che lo sport fosse una nobile forma di educazione. Vinceva perché si divertiva:

non sono felice di aver vinto,
ma ho vinto perché sono un ragazzo felice

– confessò ai microfoni con l’oro al collo. Qualche anno dopo s’affacciò la crisi nera sotto le vesti di una donna maligna e informe, sbadatamente neutrale e tentacolare. Ne insinuò il sospetto che la fatica non valesse il gioco, che la strada fosse troppo lunga, che la mente chiedesse una tregua. A Barcellona s’inginocchiò per terra: non era il gesto d’adorazione di un vincente che bacia il suolo conquistato ma il grido d’aiuto di un ragazzo che non si divertiva più. E senza divertimento anche il talento, seppur intrigante, è un’insopportabile presenza. Come un estraneo da esporre al pubblico ludibrio.
Ne raccolsi la sua storia, la feci diventare un romanzo, usai il suo alfabeto per parlare a quel popolo giovane che abita l’Italia. Per questo la notizia è devastante: dietro quel volto c’era davvero la convinzione che lo sport fosse un alfabeto meraviglioso per interpretare l’ardua fatica di diventare uomini. Forse usai un pizzico di poesia per tratteggiarne le gesta, qualcuno stamattina ci leggerà del grottesco o dell’irreale ripercorrendo nel romanzo Contropiede (San Paolo 2012) la filosofia che ne animava le tracce. Di quelle sillabe non rinnegherò mai nulla perché erano dettate dalla contemplazione di un volto ch’era impossibile fosse costruito dalla tecnica. In quel miscuglio di spiritualità e fatica, di ardore e discrezione, di battiti e di aneliti abita ancora la storia di un ragazzo che ieri mi faceva girare la testa e oggi chiede aiuto. Perché sotto la coperta del doping c’è dell’altro: la paura di non essere all’altezza dei sogni, l’ansia di non accettare il tempo che scorre, la voglia di spostare limiti in mondovisione, il malaugurato sospetto che la scorciatoia sia indice di maturità e di passione per l’ignoto.
L’uomo non è solo il suo errore: stavolta, però, avverto che la responsabilità è tanta. Perché negli inferi non ci va solo lui ma l’intero popolo che ai suoi piedi aveva legato la favola di un’Italia che non molla. In quelle scarpe sudate e consumate è nascosto oggi un ragazzo che va preso per mano e va aiutato a parlare, a trovare parole di denuncia e di collaborazione, a trasformare lo strazio e il pentimento in feritoie attraverso le quali far strada alla speranza per il futuro di molti ragazzi. La carriera forse è finita ma la vita continua: nobile cosa è la carriera sportiva, di ben altra caratura è l’impresa di diventare uomini. E nessun uomo è mai il suo mestiere, anche se un mestiere fatto con cuore, onestà e passione diventa un volàno meraviglioso per mostrare che nella vita si può essere felici anche senza mettersi in società con il gatto e la volpe. Di questa fatica Alex potrebbe diventare testimonial per ridare colore ad una storia che stamattina appare illeggibile e artefatta.
Io ci sono, Alex, e ti vorrò sempre bene. (don marco pozza www.sullastradadiemmaus.it)

(Avvenire, 8 agosto 2012)

«Il nostro bambino ucciso dalla terra dei veleni»

10 Agosto 2012 Nessun commento

Oggi Paolo sarebbe un ragazzo di 21 anni. Invece la sua immagine nel cuore di tutti è cristallizzata a quell’ultima foto scattata con il suo papà poco prima della morte, soprag­giunta il 7 giugno 1997, quando ne ave­va solo sei. Anche Pao­lo viveva in Campania, in quella terra che oggi chiamiamo dei veleni o dei roghi, quella in cui il picco di tumori rag­giunge percentuali i­nimmaginabili nel re­sto d’Italia, e anche lui si è ammalato di leuce­mia, come troppi bam­bini di quella zona. Suo padre era il brigadiere dei Carabinieri Giusep­pe Coletta, sei anni do­po ucciso dal tritolo a Nasiriyah insieme ad altri diciannove i­taliani in missione di pace. Sua madre è Margherita, le cui parole di perdono la sera stessa di quella strage fecero il giro del mondo: «Amate il vostro nemico», lesse dal Vangelo, e all’azione di morte rispose inviando incubatrici all’ospe­dale pediatrico di Nasiriyah.

«Abbiamo voluto che Paolo nascesse ad Avola, nella nostra Sicilia – racconta og­gi Margherita – ma purtroppo già a 40 giorni lo abbiamo portato dove Giusep­pe era Carabiniere, a nord di Napoli. Ri­cordo che già allora si parlava dei rifiu­ti tossici che lì venivano seppelliti e che arrivavano da tutta Italia. Giuseppe dal­la caserma tornava spesso con notizie di questo genere, ma restavano voci non seguite dai fatti».

Dove vivevate di preciso?

Fino al 1996 a Brusciano, poi poco di­stante, a San Vitaliano, dove mio mari­to ottenne l’alloggio di servizio (proprio due tra i 12 comuni così inquinati che il pascolo delle pecore è vietato da anni, ma non la coltivazione per gli uomini. Vedi Avvenire di ieri, ndr ). Ricordo niti­damente che, poco dopo la morte di Paolo, uscì la notizia di fusti tossici trovati sotto coltivazioni di patate. Al­cuni amici, che ho rivisto di recente, se n’erano andati a vivere a Cesena proprio per sfuggire a un ambiente definito assassino. Noi purtroppo e­ravamo restati lì.

Come si è palesato il male di Paolo?

Nel dicembre del 1996, sei mesi prima della sua morte, non aveva più appeti­to, era stanco, sempre madido di sudo­re. Dieci giorni prima di Natale l’autista dello scuola-bus mi disse che in viaggio a­veva rimesso. La pe­diatra parlò di influen­za, ma l’istinto mater­no ti rende un po’ in­vadente così io insiste­vo, non ero tranquilla. Un giorno che stava sdraiato sul letto gli toccai l’addome e sen­tii un rigonfiamento duro, subito inorridii e pensai a un tumore, ma poi il medico in u­na clinica privata gli fe­ce la radiografia e mi disse che era solo aria nell’intestino. Il 27 dicembre stava­mo partendo per andare a sciare, quan­do Paolo si sentì così male che correm­mo a Napoli, all’ospedale Santobono, dove un chirurgo molto bravo gli toccò l’addome e immediatamente ordinò radiografia, ecografia e tac… La mat­tina stavamo partendo per la monta­gna, la sera tornavamo a casa con un tumore. Io e Giuseppe ci guardavamo senza parlare, sembrava di vivere un’altra vita, Paolo tutta la notte ebbe i capelli inzuppati di sudore, Giusep­pe stava al computer per cercare no­tizie, speranze…

E ce n’erano di speranze?

I medici ci diedero l’80% di possibilità di guarigione, purché i miglioramenti avvenissero entro i primi sei mesi. Ci hanno ricoverato al Policlinico di Na­poli presso l’Università Federico II (di­co ‘ci’ perché in questi casi è l’intera fa­miglia che si ammala, tutto crolla, nien­te più è normale) e Paolo ha reagito be­ne alle prime chemioterapie, il tumore sembrava regredire, poi però ha preso a stare sempre peggio, anche se non gli ho mai visto uscire una lacrima. Infine ha iniziato a perdere i capelli, allora il suo papà è andato con lui dal barbiere e si sono rasati entrambi per essere u­guali. La chemio è stata un calvario, gli iniettavano il farmaco per endovena ma anche nel midollo e allora i dolori era­no fortissimi. Io lo accompagnavo sem­pre tenendogli la mano mentre lo por­tavano sulla barella, avrei voluto mille volte che la facessero a me. Quando non ce la faceva più, si aggrappava ai miei capelli… dopo si preoccupava per me e chiedeva scusa se mi aveva fatto male. Ricordo che una delle ultime volte gli dissi di pregare Gesù, che così i dolori sa­rebbe passati, e lui obbedì: chiese ai me­dici di aspettare un istante, si mise a ma­ni giunte e fece la preghiera a Gesù, «Tu che puoi tutto, fai che non mi fanno ma­le ». I medici erano esterrefatti. Erano molto umani, non si sono mai abituati a vedere morire tutti quei bambini.

Tutti malati gravi come Paolo?

Io non immaginavo che tanti bambini potessero avere il cancro, allora. Con le altre madri si parlava spesso, loro erano della zona e accusavano i rifiuti tossici, l’aria inquinata, il sottosuolo pieno di scorie. Nei sei mesi in cui Paolo restò in ospedale ne morirono dodici: Biagio, due anni e la leucemia, Cristiano 13 an­ni e un tumore alla guancia che lo ave­va deformato; desiderava tanto la gra­nita di limone e gliela facemmo arriva­re dalla Sicilia. E poi Michele, e Milena… Dopo la morte di Paolo io e Giuseppe tornammo a lungo in quel reparto a por­tare giochi o a parlare a quei poveri ge­nitori, e ogni volta c’erano tanti piccoli volti nuovi, che poi non vedevamo più.

Come vi lasciò Paolo?

Restò lucido fino all’ultimo e sempre se­reno. La cosa più assurda è che sull’iri­de si era creata una patina bianca e lui non vedeva più, così mi chiedeva «mamma, perché non vedo?» e io non sapevo cosa rispondergli. Quando morì, la stanza era affollata di medici e infer­mieri, ma anche Carabinieri colleghi di Giuseppe. Mio marito lo ha avvolto nel lenzuolo e lo ha preso in braccio, la te­stolina sulla spalla, e lo ha portato a ca­sa.

Oggi sono seppelliti vicini, ad Avola.

È a causa della sua morte che Giuseppe ha deciso di partire per le missioni di pace nel mondo: per il nostro bambino non poteva fare più nulla, ma tra guer­re e miseria avrebbe potuto salvare tan­ti altri piccoli, e così ha fatto.

In questi dieci anni dalla strage hai rac­contato tante volte di tuo marito e hai creato un’associazione che porta aiuti nel mondo, ma di Paolo non avevi mai raccontato. Perché ora?

Non è accettabile che ancora oggi, a 15 anni dalla morte di mio figlio,

nulla in Campania sia cambiato se non in peg­gio. Non è possibile restare indifferenti al grido di dolore di quella gente,

che at­traverso Avvenire sta toccando le nostre coscienze di italiani.

Chiunque resti in­differente è connivente con la camorra

e, se nessuno farà niente, se tutto resterà così, anche il sacrificio del mio bambi­no non sarà servito a nulla.
(Lucia Bellaspiga —AVVENIRE 5 agosto 2012)

“NON MI ARRENDO..”

6 Agosto 2012 Nessun commento

Messaggio a Mirjana 2 Agosto 2012
“Cari figli, sono con voi e non mi arrendo.

Desidero farvi conoscere mio Figlio.
Desidero i miei figli con me nella vita eterna.
Desidero che proviate la gioia della pace e che abbiate la salvezza eterna.

Prego affinché superiate le debolezze umane.
Prego mio Figlio affinché vi doni cuori puri. Cari miei figli, solo cuori puri sanno come portare la croce e sanno come sacrificarsi per tutti quei peccatori che hanno offeso il Padre Celeste e che anche oggi lo offendono ma non l’hanno conosciuto.
Prego affinché conosciate la luce della vera fede che viene solo dalla
preghiera di cuori puri. Allora tutti coloro che vi sono vicini proveranno l’amore di mio Figlio.
Pregate per coloro che mio Figlio ha scelto perche vi guidino sulla via verso la salvezza. Che le
vostre labbra siano chiuse ad ogni giudizio.
Vi ringrazio”.

Messaggio a Mirjana 2 Luglio 2012
“Figli miei, di nuovo vi prego maternamente di fermarvi un momento e di riflettere su voi stessi
e sulla transitorietà di questa vostra vita terrena.
Poi riflettete sull’eternità e sulla beatitudine
eterna. Voi cosa desiderate, per quale strada volete andare? L’amore del Padre mi mandaaffinché sia per voi mediatrice, affinché con materno amore vi mostri la via che conduce alla
purezza dell’anima, di un’anima non appesantita dal peccato, di un’anima che conoscerà
l’eternità. Prego che la luce dell’amore di mio Figlio vi illumini, che vinciate le debolezze e
usciate dalla miseria. Voi siete miei figli e io vi voglio tutti sulla via della salvezza. Perciò, figli
miei, radunatevi intorno a me, affinché possa farvi conoscere l’amore di mio Figlio ed aprire
così la porta della beatitudine eterna. Pregate come me per i vostri pastori. Di nuovo vi
ammonisco: non giudicateli, perché mio Figlio li ha scelti. Vi ringrazio”.
Messaggio a Mirjana 2 Giugno 2012
“Cari figli, sono continuamente in mezzo a voi perché, col mio infinito amore, desidero
mostrarvi la porta del Paradiso.
Desidero dirvi come si apre: per mezzo della bontà, della
misericordia, dell’amore e della pace, per mezzo di mio Figlio. Perciò, figli miei, non perdete
tempo in vanità. Solo la conoscenza dell’Amore di mio Figlio può salvarvi
. Per mezzo di questo
Amore salvifico e dello Spirito Santo, Egli mi ha scelto ed io, insieme a Lui, scelgo voi perché
siate apostoli del Suo Amore e della Sua Volontà. Figli miei, su di voi c’è una grande
responsabilità. Desidero che voi, col vostro esempio, aiutiate i peccatori a tornare a vedere,
che arricchiate le loro povere anime e li riportiate tra le mie braccia. Perciò pregate, pregate,
digiunate e confessatevi regolarmente. Se mangiare mio Figlio è il centro della vostra vita,
allora non abbiate paura: potete tutto.
Io sono con voi. Prego ogni giorno per i pastori e mi
aspetto lo stesso da voi. Perché, figli miei, senza la loro guida ed il rafforzamento che vi viene
per mezzo della benedizione non potete andare avanti. Vi ringrazio” .

SE…

3 Agosto 2012 Nessun commento

“Se riesci a conservare il controllo quando tutti
intorno a te lo perdono e te ne fanno una colpa;
Se riesci ad aver fiducia in te quando tutti
ne dubitano, ma anche a tener conto del dubbio;
Se riesci ad aspettare e non stancarti di aspettare,
O se mentono a tuo riguardo, a non ricambiare in menzogne,
O se ti odiano, a non lasciarti prendere dall’odio,
e tuttavia a non sembrare troppo buono e a non parlare troppo saggio;

Se riesci a sognare e a non fare del sogno il tuo padrone;
Se riesci a pensare e a non fare del pensiero il tuo scopo;
Se riesci a far fronte al Trionfo e alla Rovina
e trattare allo stesso modo quei due impostori;
Se riesci a sopportare di udire la verità che hai detto
distorta da furfanti per ingannare gli sciocchi
O a contemplare le cose cui hai dedicato la vita, infrante,
e piegarti a ricostruirle con strumenti logori;

Se riesci a fare un mucchio di tutte le tue vincite
e rischiarle in un colpo solo a testa e croce,
e perdere e ricominciare di nuovo dal principio
e non dire una parola sulla perdita;
Se riesci a costringere cuore, tendini e nervi
a servire al tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
e a tener duro quando in te non resta altro
tranne la Volontà che dice loro: “Tieni duro!”.

Se riesci a parlare con la folla e a conservare la tua virtù,
e a camminare con i Re senza perdere il contatto con la gente,
Se non riesce a ferirti il nemico né l’amico più caro,
Se tutti contano per te, ma nessuno troppo;
Se riesci a occupare il minuto inesorabile
dando valore a ogni minuto che passa,
tua è la Terra e tutto ciò che è in essa,

E – quel che è di più –
sei un Uomo, figlio mio!

(Rudyhard Kipling)