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Archivio Settembre 2012

“…vengano a guardarli negli occhi!..”

28 Settembre 2012 Nessun commento

IL SAPORE AMARO
In questi giorni molto è stato det­to e scritto sul fiume di denaro pubblico che irrora i capienti vasi linfatici del sistema partitocratico della Regione Lazio. Ancora non è stata raccontata, però, la storia di u­na telefonata arrivata verso la fine del luglio scorso in un appartamen­to di Roma. In quella casa vive un a­dolescente con seri problemi psi­chici. All’altro capo del telefono c’è un anziano sacerdote che conserva l’entusiasmo di un bambino mal­grado le mille battaglie combattute, anche contro i mulini a vento, un po’ ovunque, diciamo dalle Marche al Camerun. Chiama da un paese dei Castelli romani, dove tiene in piedi, con le unghie, un centro per disabi­li, e ha una buona notizia: «La Re­gione cofinanzierà i week end!». La voce del vecchio prete è rotta dall’e­mozione. Il miracolo è avvenuto: an­che quest’anno i suoi ragazzi po­tranno trascorrere tutti insieme

un fine settimana al mese per 10 mesi.

E pazienza se avrebbero bisogno di ben altro. Pazienza se l’obiettivo è quello di realizzare una casa famiglia stabile per quando i genitori di quei ‘ragazzi’ (qualcuno è vicino ai 60 anni e gli sono rimasti solo i fratel­li…) non saranno più su questa ter­ra o non saranno più in grado di te­nerli con sé. Pazienza, ancora, se le famiglie dovranno partecipare con un loro contributo, perché i soldi della Regione da soli non bastano.

Pazienza. Quella manciata di euro è un piccolo tesoro che tiene viva u­na grande speranza, perciò va ac­colta con riconoscenza. In questi tempi di crisi e di tagli, poi…
Il pen­siero va a quella struttura per disa­bili di Pontecorvo (Frosinone) che sta per chiudere proprio per man­canza di fondi regionali.
Così alla prima occasione si farà festa, lassù ai Castelli romani. Ma sarà una fe­sta che avrà il sapore amaro dell’in­ganno, ora. Chi sapeva, chi poteva immaginare, che quello stanzia­mento tanto agognato corrisponde a una piccola parte del denaro spet­tante in un solo mese a un consi­gliere regionale? Spettante, si badi, non rubato. Spettante perché lorsi­gnori hanno stabilito di autoasse­gnarsi tutti quei soldi. Milioni di eu­ro, che finora si sono ben guardati dal pubblicizzare e di cui adesso (so­lo adesso!) parlano sfacciatamente in tv.

Tutto regolare, in quelle «dotazio­ni » e «indennità» che nemmeno al­la Casa Bianca. Per noi, residenti nel Lazio, che paghiamo l’addizionale regionale più alta d’Italia per il rien­tro del debito sanitario e vediamo strutture d’eccellenza come il Poli­clinico Gemelli rischiare grosso «perché la Regione non paga» , a questo punto fa perfino poca diffe­renza se quel denaro di tutti è stato speso in ostriche o per tappezzare la regione di manifesti. E non si par­li di antipolitica, per favore. L’anti­politica, cioè il contrario della poli­tica, è questo modo di rappresen­tare i cittadini e di amministrare il bene comune.

Che i consiglieri regionali che, fino alla scoppiare dello scandalo, nulla avevano da dire e da denunciare, trovino almeno adesso il tempo di avventurarsi sino ai Castelli roma­ni, in uno dei sabati o delle dome­niche di vita in comune dei disabili che hanno avuto la ‘bontà’ di cofi­nanziare. Che vengano a guardare negli occhi quel prete e i suoi ‘ra­gazzi’, quelli più giovani e quelli di 60 anni. Forse capiranno perché a ognuno di loro chiediamo conto dei soldi incassati, delle scelte fatte o non fatte, delle realtà né viste né in­traviste. Forse, se ne sono ancora ca­paci, se ne vergogneranno più che per un raffica di titoli di giornale.
(Danilo Paolini –AVVENIRE –26 settembre 2012–)<a

signori, scherziamo?

27 Settembre 2012 Nessun commento

Così ora tutti si lamentano che non ci sono più ideali in politica. Che è tutto un magna magna, ognuno bada solo a se stesso. Un vuoto popolato dal nulla, chiosa Galli della Loggia sul Corriere.
Oh, signori, scherziamo? Non avete fatto altro, per anni e anni, che ridicolizzare chi quegli ideali li aveva. Non avete fatto passare occasione per ribadire che l’uomo deve essere di successo, non avete mai smesso di esaltare ricchezza, lusso e bellezza, quella bellezza che si può comprare nel negozio giusto. Ci avete insegnato che l’uomo deve cavarsela da solo, e poi vi meravigliate che si arrangi?
Quando il Papa ha parlato della centralità della persona, di famiglia, lo avete irriso. O lo avete applaudito per poi, immediatamente dopo, asserire che in fondo tutto sta alla libertà personale.
Se qualcuno fa bene, lo volete buttare giù. Per sostituirlo con che? Siete incapaci di fare un esame di coscienza e domandarsi perché questo uomo nuovo che avete fabbricato non abbia più ideali, chi sia stato a dire che erano inutili, falsi, relativi.
Preparando la strada a qualcuno che, dato che la politica è marcia, della politica può fare a meno.

Signori belli, quei politici sono i vostri figli, i vostri discepoli, i vostri fratelli. Inutile che alziate il polverone, di polvere dovreste cospargervi il capo.
Pensate che la situazione presente sia eccezionale? Non fatemi ridere. Da sempre l’uomo ha fatto i suoi comodi, porci comodi. Leggetevi la Bibbia, le invettive dei profeti tremila anni fa contro bugiardi e ingannatori, contro coloro che Dio “lo lusingavano con la bocca e gli mentivano con la lingua”. Andate a vedere la storia di ogni popolo, Italia compresa. Cos’è che rende la situazione odierna peggiore di allora? Ve lo dirò: oggi siamo tornati ai tempi antichi, a prima di Cristo. Quando c’erano gli déi e non c’era il timore di Dio. Dove per timore di Dio intendo la coscienza che, facendo il bene anche a costo di sacrificio e non il male, tutti ne saranno beneficiati, compreso chi lo fa. Neanche le nostre miserie sono più cristiane, e questo le rende davvero miserevoli.

Ma è così che funziona sempre: i fallimenti accadono perché ci si renda conto dei propri errori. Per capire. Per cambiare. Non mancheranno mai coloro che sceglieranno comunque il male, ma neanche, come dice Bagnasco, “una leva di laici non mediocri, capaci di esporsi anche a prezzo dell’irrisione”.

La Polverini è caduta. Quando cadrà anche il polverone, allora tutti ci potremo vedere meglio.
(da berlicche blog)

Cambiare l’ora di religione? No, cambiare il ministro

27 Settembre 2012 Nessun commento

Abbiamo preso posizione sulle affermazioni del Ministro Profumo (ma non doveva essere un governo «tecnico»?) a proposito dell’Insegnamento della Religione Cattolica. E abbiamo dato in qualche modo il via a molte prese di posizione.
domenica 23 settembre 2012

“Credo che l’insegnamento della religione nelle scuole così come è concepito oggi non abbia più molto senso”. A dirlo è il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo che basa il suo ragionamento su un dato preciso: “Nelle nostre classi il numero degli studenti stranieri e, spesso, non di religione cattolica tocca il 30%”. A questo punto, aggiunge il ministro, “sarebbe meglio adattare l’ora di religione trasformandola in un corso di storia delle religioni o di etica”.
Secondo l’ultimo dossier sull’immigrazione della Caritas, tra i 700mila alunni figli di genitori stranieri, solo il 20% degli studenti stranieri è di religione cattolica. Il risultato è che, per la prima volta dal 1993, data della prima rilevazione, il numero degli alunni che non partecipano all’ora di religione ha superato il 10%. [tgcom.24]
Parafrasiamo l’affermazione del Ministro Profumo: “Credo che un ministro incompetente sugli argomenti che tratta non abbia più molto senso”. Chissà perché è così difficile che chi parla, prima cerchi di informarsi e di comprendere l’argomento che tratta?
Si è mai chiesto il nostro Ministro quali sono le ragioni che giustificano la presenza dell’IRC nella scuola dello Stato? Ha mai letto, il nostro, gli articoli del Concordato che lo istituiscono?
O ha mai provato a riflettere su quello che il Card. Martini (che tutti vogliono tirare dalla loro parte) ha detto in uno straordinario convegno organizzato da CulturaCattolica.it e da altre realtà che si occupano di questi argomenti? E quello che ha detto nella stessa occasione Paolo Mieli, ebreo di origine e laico di formazione? Per rinfrescargli la memoria cito alcuni passaggi.

•Diceva il Card. Martini: «Perché e come entra l’insegnamento della religione “nel quadro delle finalità della scuola”? Entra per svolgere un servizio alla scuola e alle sue finalità. Abbiamo visto che una finalità della scuola è quella di porre il problema del rapporto dei dati scientifici e storici con il significato che essi hanno per la coscienza e la libertà. Orbene la coscienza e la libertà chiamano in causa i beni ultimi, universali, fondamentali dell’esistenza. Quello che, poi, la coscienza e la libertà decideranno circa questi beni, è un compito delle singole persone. Ma è compito della scuola porre correttamente il problema. L’insegnamento della religione, che riguarda appunto le questioni decisive, i fini ultimi della vita, aiuta la scuola a svolgere questo compito. L’aiuta entrando in dialogo con le altre materie di insegnamento, ma conservando una propria specificità, che non può essere confusa con gli scopi delle altre materie. […] Presentando il cattolicesimo nella scuola, la Chiesa aiuta gli alunni italiani a capire la cultura in cui vivono, perché, come dice anche il Concordato “i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano” (art. 9, par. 2)».
•Così Mieli: «Io non sono cattolico, la mia famiglia è di origine ebraica e quando ero a scuola, trentacinque anni fa, ero esonerato dall’ora di religione. […] Da quel momento [l’incontro con un insegnante di religione cattolica capace], per i successivi cinque anni (i due anni del ginnasio e i tre anni del liceo), io rimasi, per scelta, a tutte le lezioni di religione e questo dialogo, a volte puntuto a volte condotto in spirito di franchezza e onestà, non un dialogo compiacente, è stato un momento fondamentale della mia vita. Io ero, appunto, un non credente che invitato a partecipare a quell’ora la sceglieva volontariamente, a differenza di tutte le altre ore di scuola. Le altre ore di scuola le facevo perché ero tenuto a farle, perché la famiglia mi obbligava a farle, perché dovevo crescere, dovevo diplomarmi, dovevo prendere la maturità e poi laurearmi. Quell’ora, invece, me la sceglievo, per cui nella storia della mia giovinezza l’ora di religione è l’ora della scelta, l’ora della libertà, l’ora del confronto, l’ora della crescita.»
Ministro Profumo, credo che queste semplici ragioni possano essere correzione alle sue asserzioni. È – l’ora di religione CATTOLICA – un servizio che vale per gli alunni che vogliano essere consapevoli della propria storia ed identità. E, nel caso di stranieri, anche se (o proprio se) di altra religione, l’occasione per integrarsi nell’ambiente e nella cultura in cui sono chiamati a vivere, anche da protagonisti!

Cultura Cattolica.it socio di SamizdatOnLine

tragedie da conoscere

25 Settembre 2012 Nessun commento

TRAGEDIE DA CONOSCERE
Spose bambine, vite distrutte
e un’infanzia senza giochi
Dal 21 settembre 2012, al Piccolo Teatro Grassi, una mostra e un video sui matrimoni precoci in Etiopia. In occasione del festival “Tramedautore”. Presentato un progetto tratto dal reportage del fotogiornalista Achille Piotrowicz e un film di Antonio Pizzicato

MILANO – Il dramma legato al fenomeno delle spose bambine è al centro del festival milanese “Trametissage – XII festival Tramedautore” a cura del Centro Nazionale di Drammaturgia Contemporanea 1, l’Associazione Culturale Eclettica&Media 2 presenta i progetti: “Early Marriages” (matrimoni precoci), mostra fotografica di Achille Piotrowicz a cura di Italia Pesticcio (Chiostro Piccolo Teatro Grassi, fino al 30 settembre 2012) e “Infant Brides”, film fotografico documentario (2010), prodotto da Tempo Sospeso, scritto e diretto da Antonio Pizzicato, con il patrocinio di Amnesty International 3 (Chiostro Piccolo Teatro Grassi, 30 settembre 2012, alle 17). Entrambi i progetti sono tratti dal reportage fotografico “Early Marriages” che il fotogiornalista Achille Piotrowicz ha realizzato tra le bambine, in Etiopia.

Il reportage fotografico. Il lavoro è stato realizzato nel febbraio 2009, durante le celebrazioni di alcuni matrimoni nella regione del Amhara, nel nord-ovest del paese, e si è concluso nelle baracche affittate dalle prostitute del quartiere “Mercato” di Addis Abeba. Dai racconti di queste donne sono emerse le loro storie e il desiderio di sottrarsi ad una vita di schiavitù, che le ha viste vendute da piccole, abusate e poi disprezzate. Un destino tristemente comune tra le etiopi che abitano le aree rurali dello Stato africano, dove si stima che il 60% delle donne sia stata data in sposa prima del compimento degli 11 anni, nonostante una legge dello Stato fissi a 18 anni l’età minima per contrarre matrimonio. Ma quella delle spose bambine è una tradizione antica, radicata, che trae nutrimento dall’ignoranza e dalla povertà. I matrimoni di bambine, pratica diffusa in diversi paesi africani, non sono legati a nessuna fede in modo specifico: sono parte della cultura, tra i cristiani come tra i musulmani. In Etiopia, nonostante la Chiesa Ortodossa si dica contraria, alcuni preti continuano a celebrarli.

Il film: Infant Brides (2010). Dall’incontro di Achille Piotrowicz con il regista, compositore e performer, Antonio Pizzicato, nasce l’intuizione di realizzare un’opera che rilegga e reinterpreti il lavoro fotografico del fotogiornalista attraverso la ricerca sulla narrazione melodica che Pizzicato conduce da anni nei suoi lavori.
Nasce così il piccolo film fotografico documentario “Infant Brides”, racconto toccante di una sposa bambina, in cui la narrazione visiva, composta in scatti d’autore, si combina con una materia sonora che si arricchisce di molti elementi: dalla registrazione sul campo di strofe rituali in onore agli sposi, ad un brano strumentale del celebre musicista etiope Mulatu Astatke, fino alla preghiera vera e propria: il Trisagion, inno liturgico ortodosso reinventato da Pizzicato e insieme agli altri incastonato in un paesaggio sonoro corale ideato e orchestrato dalla sua voce sola.

“Early Marriages”. L’idea della mostra fotografica viene alla curatrice del progetto, Italia Pesticcio, dopo la visione del film “Infant Brides”, cogliendo nelle immagini di Piotrowicz non solo il valore profondo della storia drammatica che il fotogiornalista racconta, ma anche l’espressione di valori estetici affini a quelli dell’arte. La ricerca artistica, pur non essendo una delle finalità ultime del lavoro del fotogiornalista, appartiene invece al lavoro di Piotrowicz in cui si può cogliere un tratto ben definito e riconoscibile che rispetta i canoni dell’arte: “le sue immagini – dice Pesticcio – sono suggestive, fortemente evocative, drammatiche, ben fatte, ponderate sulla qualità e belle nell’accezione classica del termine, gradite all’occhio e all’orecchio, qualità del carattere e della mente umana”. La mostra fotografica “Early Marriages” è esposta a Milano in anteprima, presso Chiostro del Piccolo Teatro Grassi (Via Rovello 5), dal 21 al 30 settembre 2012.

Una vita distrutta. Quello dei matrimoni precoci non è che un lento genocidio, che si consuma nell’indifferenza del resto del mondo. Le spose bambine, come sottolinea il rapporto UNICEF 4, subiscono evidenti danni alla salute, alla mente, vedono pregiudicata ogni forma di istruzione. Insomma, sono condannate a rovinarsi la vita, fin dalla pre adolescenza. Spessissimo sono piccole di appena sette, otto, nove anni, che vengono date in sposa a coetanei, ma troppo spesso anche a uomini adulti. Finiscono così per partorire quando hanno appena dodici, tredici anni, per poi restare vedove e prive di mezzi di sostentamento. A volte fuggono e, in tal caso, le famiglie d’origine le ripudiano.

Il programma

Dal 21 al 30 settembre – CHIOSTRO DEL TEATRO GRASSI
EARLY MARRIAGES – MOSTRA FOTOGRAFICA di Achille Piotrowicz
a cura di Italia Pesticcio per Eclettica&Media

Domenica 30 settembre – CHIOSTRO TEATRO GRASSI | ore 17.00 | ingresso libero
APERITIVO IN BIANCO E NERO
Quattro sguardi sull’Etiopia – Teatro, letteratura, fotografia e videoarte
Intervengono Gabriella Ghermandi (scrittrice e attrice italo-etiope), Beatrice Coletti
(Direttore di Babel TV/Sky), Achille Piotrowicz (fotogiornalista), Antonio Pizzicato
(regista e performer)

Proiezioni video
INFANT BRIDES (Spose bambine) (6’32”)
una produzione Tempo Sospeso, con il patrocinio di Amnesty International
regia, voci e orchestrazioni Antonio Pizzicato | immagini Achille Piotrowicz
FONTE:http://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2012/09/21/news/spose_bambine_vite_distrutte_e_un_infanzia_senza_giochi-42998457/ —
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fonte: “Docenti senza frontiere” facebook

questo Papa è imbarazzante

25 Settembre 2012 Nessun commento

Questo Papa è imbarazzante

Molto più imbarazzante di Kate Middleton e delle sue pudenda, di un brutto presunto film su Maometto o dei litigi e scandali politici nostrani. Così imbarazzante che mentre la principessa e i politici e il film occupano le prime pagine, il Papa viene relegato all’interno, o ignorato del tutto, manco una nota di costume (come Kate).

Ma cosa ha fatto di così tremendo questo Papa da meritare il bisbiglio o il silenzio globale, non solo dei media italiani ma di quelli del mondo intero?

Ve lo dirò: ha portato in piazza mezzo Libano
a sentire parlare di pace vera, e Cristo.

Questo non si può fare. E’ vietato, vietatissimo, specie in un momento in cui i musulmani cattivi, di cui il Libano è pieno, stanno bruciando ambasciate e ambasciatori in tutto il mondo. Certo, se fosse stato contestato la cosa sarebbe andata diversamente. Un attentato sarebbe stato ancora meglio, mannaggia, e sono sicuro che c’era chi l’attendeva come chi guarda la partenza del Gran Premio aspettando l’incidente. La pace non fa vendere, Cristo non fa notizia.
L’idea che anche i musulmani un po’ di questa voglia di pace ce l’abbiano, poi, deve essere apparsa strana a molti. Strano che siano anch’essi uomini, nonostante una religione che troppo spesso sembra volere fare di loro altro. Che oltretutto sia proprio questo Papa, quello cattivo, inflessibile, il tedesco, quello di Ratisbona, a raccogliere così tanta folla festante… no, rispettiamo la sua privacy, è comunque una non-notizia.

Se propone la famiglia e il rispetto per la vita come soluzione all’odio e alla violenza è chiaro che è un illuso, fuori dai tempi, dato che la soluzione ai mali del mondo è la ripresa che avverrà sicuramente, però nel secondo semestre del 2013. Giudici e magistrati saranno d’accordo che è la giustizia che dà efficacia alla politica terrena della pace, ma è chiaro che se si specifica che questa giustizia deve essere in Dio e che deve lottare contro il peccato che è all’origine della divisione no, non ci siamo, meglio soprassedere.

Le centinaia di migliaia di persone che hanno acclamato il Pontefice in una terra così martoriata sono tutte fesse, è chiaro. Pensare che la pace possa avere origine dalla fede in un uomo e non negli uomini, è potenzialmente destabilizzante, inaudito. In un uomo morto, oltretutto, anche se alcuni dicono che è risorto.
La pace la si fa con i bombardamenti, gli attentati, la vendetta; con la tolleranza di tutto tranne che della religione, col negare la verità che fa male, con un accurato progetto politico, con la demolizione morale o la rimozione fisica dell’avversario, quando è ostacolo. Non con quell’altra cosa. Quindi, zitti. O dire il meno possibile.
Perché ragazzi, è veramente imbarazzante. Che figura ci faremmo tutti, se fosse vero?
(da:www.samizdatonline.it –berlicche–)

la “donna di vita” che divenne mistica

21 Settembre 2012 Nessun commento

Camilla.Un’esistenza “spericolata” e struggente. La vita intensa e senza inibizioni di una donna che ha cercato la felicità nelle cose del mondo e nell’arte del palcoscenico. Ma l’ha trovata, alla fine, solo nella fede.

Ambrogio Amati ha scritto una toccante biografia romanzata della beata Camilla Bravi (1893-1971), Il mio destino è Amore, (Ancora, pp. 240, euro 18) scegliendo di far parlare in prima persona la protagonista. L’autore ha usato uno stile narrativo che supera le retoriche dell’agiografia pur attingendo la maggior parte delle notizie dal diario e dall’autobiografia della «quasi-santa» le cui vicende, che si consumano all’inizio del secolo scorso, appaiono di un’attualità sconvolgente. I passi degli scritti autografi, ispirati alle Confessioni di sant’Agostino, sono stati sapientemente ‘ritoccati’ e riordinati dall’autore per dare più incisività alla forma del racconto ma senza turbarne mai, e nemmeno esaltarne, l’originale carica emozionale.

Figlia di secondo letto dell’oste Vittorio Bravi, Camilla apparteneva a una famiglia umile e amava molto il padre che morì quando lei era ancora bambina.

Rimasta orfana, Camilla viene costretta dalla madre a lasciare la scuola (frequentava con profitto la quarta elementare), per andare a lavorare nella taverna di famiglia. Il duro lavoro non l’allontana mai dalla chiesa, dove andava a pregare e a insegnare ai ragazzi la messa cantata.

La sua ingenua grazia attirava, sin da allora, le attenzioni morbose di molti.

Finché un giorno Camilla conosce un giovane del paese, Libero, di cui si innamora. I due si sposano, ma è un matrimonio infelice.

Scoppia la prima guerra mondiale e Libero parte per il fronte lasciando la moglie da sola. Lei, nel frattempo, conosce uomini, va a Torino per cercare fortuna nel teatro, si fa mantenere da personaggi senza scrupoli. È l’inizio di un’escalation che la porterà a scivolare verso la «dolce vita», assumere droghe, cedere a proposte indecenti. Trascorre vent’anni nella dissolutezza durante i quali troverà parziale soddisfazione solo nel lavoro di attrice, in vari teatri d’Italia, recitando a fianco di dive come Greta Garbo ed Emma Gramatica e distinguendosi come interprete pirandelliana. Camilla sente però su di sè tutto il peso di quella esistenza senza significato e tenta di farla finita: è il 2 gennaio 1952. Verrà salvata dal tentativo di suicidio e internata in un manicomio. Si ristabilisce, esce dall’ospedale psichiatrico ma, a causa della sua fragilità, cade di nuovo nella ‘rete’.

Ricomincia a «fare la vita» a Bergamo.

E viene presto ghermita da noia e disperazione. Il 15 maggio 1952 sale sul davanzale di una finestra e tenta di lanciarsi nel vuoto. A quel punto, il ‘miracolo’: per tre volte si sente toccare su una spalla. Nella stanza, però, non c’è nessuno. Si butta sul letto e implora: «Madonnina mia, salvami Tu!». La mattina dopo Camilla si ritrova inginocchiata e con le mani giunte. È l’inizio della sua nuova vita. Rompe per sempre con il passato, brucia le foto, scrive un diario. Il resto della sua esistenza non sarà facile. Riceverà doni mistici, entrerà in confidenza con santa Teresa di Lisieux, ascolterà e accoglierà peccatori favorendo la conversione di molti. Spirerà, dopo penosa malattia, nel 1971 a Ponte San Pietro (Bergamo).
(I proventi del libro, per volontà dell’autore, saranno destinati alla costruzione di un asilo per i bambini terremotati di Haiti, nella missione di suor Marcella Catozza.) (Fulvio Fulvi AVVENIRE 21.09.12)
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Il diario inedito della bergamasca Bravi, che recitò con la Garbo ——
Dalla droga e i tentati suicidi alla conversione «miracolosa» nel 1952

ostie tra le mani

18 Settembre 2012 Nessun commento

Ogni tanto accade che si finisce all’ospedale. Non è mai bello, né piacevole, ma forse è più dura quando, a soffrire, non siamo noi, ma un figlio. Magari piccolo piccolo, tanto da apparirci totalmente disarmato dinanzi al dolore. Quando un figlio si ammala, sentiamo cosa significa voler più bene ad un altro che a noi stessi.
In ogni modo, tutto è bene ciò che finisce bene, e così anche la permanenza del mio piccolo al san Matteo di Pavia, è già solo un ricordo. Forte rimane invece, nella memoria, un’altra esperienza. Accade che la dottoressa Gloria, che ha operato il mio piccolo, il giorno prima delle dimissioni, una domenica, mi porti vicino a Pavia, a Tortona: “Vieni con me a vedere il piccolo Cottolengo…”.
Parto, senza sapere cosa incontrerò. Di questa istituzione non avevo mai sentito parlare. Conoscevo il Cottolengo di Torino, la storia straordinaria di questo sacerdote piemontese dell’Ottocento che aveva iniziato ad ospitare i malati rifiutati dagli ospedali civili. Ma di una struttura analoga, per bambini, non sapevo nulla.
“Qui – mi spiega Gloria, per prepararmi, prima di mostrarmi dal vivo la realtà- vengono accuditi bambini, di solito con bassa aspettativa di vita, che abbisognano di cure sub-intensive e che gli ospedali non possono tenere”.Arrivati nella casa, ci apre suor Gabriella, un volto dolce e gentile. Ci porta subito a perlustrare la struttura. Non sa neppure chi sono, ma c’è in lei il desiderio di mostrarmi qualcosa che le è caro come la pupilla dei suoi occhi; e di far vedere alla dottoressa i piccoli pazienti, per qualche suggerimento, qualche consiglio, eventuali bisogni.
Il primo incontro è struggente: una bimba, malata di Sla, che mi sorride, dalla sua poltroncina, su cui vive, immobilizzata… Sorride “soprattutto ai maschi” mi dicono scherzando… Ma io non sono abituato ad una scena del genere, e non riesco a non piangere. Mi vengono in mente, subito, le parole di Gloria, la mia accompagnatrice, e medico:

“Di fronte ai malati dobbiamo metterci in ginocchio”.

E collego queste parole, comprendendole per la prima volta in vita mia, alla grande storia della carità cristiana, a tutti i santi che hanno accudito malati e sofferenti, dichiarandosi loro “servi”, sostenendo di vedere in ognuno di loro Cristo stesso sofferente. Capisco quello che scriveva suor Scolastica Piano meditando la missione cottolenghina: “Nella Piccola Casa o si è ostie o ostie si hanno tra le mani, tutto il giorno”.
Di fronte a quella bambina vorrei inginocchiarmi, baciarle le manine e i piedini: in quella sua sofferenza innocente vorrei di lavare la mia miseria; vorrei pregare lei, crocifissa al legno di una sedia, di pregare per me. Dopo di lei, ne vedo tanti altri: sono italiani, rumeni, marocchini… La suora me li presenta tutti, li guarda con amore, così come fa Gloria, che li abbraccia, vigorosamente, con somma naturalezza. Io, invece, sono lì, impacciato, come bloccato di fronte alla loro “diversità”: ci vuole un po’ ad abituarsi, a capire che dietro la malattia o la deformità fisica, c’è una bellezza, non immediata, da ammirare e scoprire. “Bisogna guardarli come fossero ‘normali’ – mi spiegherà Gloria, nel viaggio di ritorno-; bisogna fare sentire loro affetto, perché se li prendi in braccio con gioia loro lo sentono, si rilassano, sono contenti…se invece sei uno stecco, loro non si sentono accolti, e rimangono perplessi”. “Loro, proseguirà, ascoltano il tono della nostra voce, capiscono chi gli vuole bene, provano dolore, ma anche gioia e sollievo…”. Mi è più chiaro, ora, quello che ci hanno mostrato con orgoglio la suora ed il giovane fisioterapista, entrambi così attenti alle “ostie” che hanno tra le mani: il prato dove i bambini incapaci di muoversi vengono sdraiati, perché provino sollievo fisico; la sala per la musica, per rilassarli; la vasca modernissima, in cui i bambini vengono distesi e avvolti da teli che contengono acqua e che in modo incredibile sollevano e avvolgono il corpo, impedendogli di percepire la gravità e rendendolo per un po’ leggerissimo…
Ripenso a quei bimbi: non sono abbandonati in un angolo, quasi si aspettasse la loro morte (che certo, per molti, è dietro l’angolo). Vengono lavati, puliti, vestiti decorosamente; e poi ci sono i volontari che li abbracciano, gli parlano…; i medici come Gloria che accorrono, magari per curare solo un piccolo “dettaglio” curabile; i donatori che permettono alla struttura, con le loro offerte, di sopravvivere…

Tanto dolore e tanto bene, nello stesso luogo.

Lo scandalo della croce e la letizia cristiana, che si guardano. Scandalo e follia, certamente, come la condizione umana. Croce e resurrezione; prova e speranza; dolore e amore; sacrificio e gioia. Io, lì, vorrei baciare senza posa quella bimba che per prima ho incontrato. Vorrei baciare le mani di quella suora che passa lì, tutta la sua vita, certa che l’amore non è mai inutile; certa che quei corpi malati avvolgono anime immortali, di fratelli immortali. E vorrei baciare anche la dottoressa che ha sacrificato la domenica per me e per quei bimbi. Ma non sta bene, per cui mi limito a baciare la tomba di don Orione, subito fuori dalla casa, nella Chiesa lì accanto. San Luigi, prega per me.
( Francesco Agnoli –Il Foglio, 2 agosto, 2012)

IO CAMBIATO DAL FILM SU TIBHIRINE

17 Settembre 2012 Nessun commento

“?Il cinema è, rispetto a qualsiasi altro ambiente, il più propizio per testimoniare la fede. Per lungo tempo gli attori credenti non hanno ammesso di essere tali perché molte persone di cinema, le più appassionate, erano di sinistra e disprezzavano la fede, considerandola un arretramento dell’intelligenza. Quando io evocavo Dio, mi si ritorcevano contro così: «Senti, smettila di rompermi le scatole con questo!». E così noi, credenti, intimiditi, non dicevamo niente. Uno dei miei grandi amici, monsignor Dominique Rey, oggi vescovo di Tolone, un giorno mi ha detto: «Quando si possiede un tesoro come la fede, non bisogna conservarlo per noi stessi, ma è necessario condividerlo, parlarne con gli altri intorno». Allora, sotto la sua guida, abbiamo fondato un gruppo di preghiera per gli artisti che è durato una ventina di anni.

Questa fu un’incredibile esperienza di accoglienza, condivisione e preghiera gli uni per gli altri. Molte persone vi sono approdate con gravi situazioni di infelicità. Le abbiamo aiutate, abbiamo pregato per loro, si sono sollevate, sapevano che non erano più sole. In fondo in fondo,

gli artisti non sono così lontani dalla fede:

cercano la bellezza, la verità, l’espressione, l’emozione.
Ma fanno un mestiere pieno di tentazioni: gloria, vanità, soldi …

Nella mia vita non ho mai stabilito una frontiera tra l’arte e la fede

. Sono artista e credente. Mi si domanda spesso come ho potuto fare con convinzione il teatro di avanguardia, quello di Beckett per esempio … Non c’era in quel caso una messa in discussione dell’idea di Dio? In Aspettando Godot si attende per lungo tempo … Nella nostra epoca lo spirituale si incarna piuttosto, come in Beckett, nella disperazione, in uno sguardo assai pessimista, anche pieno di humour, sulla condizione umana, elevando in alto la miseria umana. Uno sguardo di incredibile commiserazione.

Penso che tutti gli artisti, credenti o meno, siano preoccupati dall’idea di Dio.
L’arte è una trasposizione della vita, che tende a mostrare l’invisibile. Questa capacità di sentire e presentire è presente in molti artisti. La scrittrice e regista Marguerite Duras diceva sempre: «Io non credo in Dio ma ci parlo insieme sempre». Il Signore abita in tutti gli esseri, anche in maniera sotterranea … Un’opera d’arte è una leva considerevole. Certe persone si sono convertite entrando nella cattedrale di Chartres, convinte dalla grandezza e dalla bellezza. Altri lo hanno fatto ascoltando la musica, leggendo un testo, girando un film, come quel giovane attore che è diventato monaco dopo aver interpretato Cristo. Quando ho realizzato uno spettacolo su santa Teresa di Lisieux, una ragazza, che esitava molto a diventare carmelitana, ha visto la rappresentazione e subito dopo ha esclamato: «Ho capito cos’è, entro in convento».
Non bisogna mai disperare, la felicità è sempre possibile.
La nostra civiltà fa paura, tutto diventa anonimo, non si è più persone. I giovani cercano qualcosa alla quale aggrapparsi e il modo per esistere. Mi piacerebbe che lo sguardo di redenzione di Cristo si potesse posare più spesso sulle persone smarrite. L’arte potrebbe contribuire a ciò.

La realizzazione del film UOMINI DI DIO
è stata una tappa molto importante della mia vita, anche solo perché mi ha permesso di incontrare la figura di frère Luc di Tibhirine. Egli incarna il mio ideale: non occuparsi più di sé, dedicarsi costantemente agli altri. Ecco una delle più belle direttrici della fede. Frère Luc è un personaggio ricco, magnifico da interpretare. Mi commuovevo molto e sovente, per esempio quando ho improvvisato la scena in cui lo si vede farsi vicino a una riproduzione di Cristo flagellato: in quel modo, tutto in un colpo, ha detto il suo amore per Cristo accettando di condividerne la sofferenza. In quel film non ho avuto l’impressione di recitare: ho vissuto. Frère Luc, che era un fratello, non un prete, era presente, tutto il tempo, mi ha prestato il suo spirito per interpretare il suo ruolo. Mi guidava nelle mie parole. Poco prima di girare la scena nella quale una giovane algerina mi poneva delle domande sulla vita e sull’amore, il regista, Xavier Beauvois, mi ha comunicato di non esser contento del testo e mi ha domandato di improvvisare. Allora ho lasciato libero corso alla mia voce: le parole sono venute da sole. La vita esemplare di frère Luc illustra perfettamente questa frase della Bibbia: «Non vi è amore più grande che dare la vita per i propri amici». Quest’uomo ha offerto la sua vita a Dio, ma anche a tutti quelli che egli aiutava ogni giorno. Luc amava gli algerini. Rifiutando di lasciare il monastero, è andato fino al sacrificio. Egli è sempre presente nella mia preghiera, per me è diventato un grande modello.
(Traduzione di Lorenzo Fazzini)
© Editions Philippe Rey
Michael Lonsdale –AVVENIRE 16.09.12)

“…Il Direttore risponde..”

14 Settembre 2012 Nessun commento

Caro direttore,
nei giorni scorsi, subito dopo la morte del cardinal Martini, mi è capitata una cosa che desidererei condividere con lei e con tutti i lettori del nostro giornale. Mia nonna è la sorella maggiore di un numeroso gruppo di fratelli e sorelle che, specialmente in questi ultimi anni, stanno incontrando problemi di salute via via più importanti. I due fratelli maggiori sono – per esempio – allettati a causa di un ictus e uno dei due, pur comprendendo tutto quello che gli si dice, non è più in grado di parlare. La comunicazione – e che comunicazione, glielo garantisco! – si fa con gli occhi, gli occhi di una sorella maggiore che ha “tirato su” i piccolini uno a uno nel povero Veneto degli anni 40 e 50. Credo che per persone così, il “fine vita” sia un argomento molto più reale che l’oggetto astratto di discussioni ideologiche, come avviene spesso nel dibattito pubblico sul tema. Seguendo sui giornali e alla televisione l’addio al cardinal Martini, mia nonna è venuta a chiedermi spiegazioni del fatto che il cardinale si fosse fatto «addormentare» – come lei aveva capito dai media. Capisce, caro direttore, che grande responsabilità morale i media hanno avuto nel comunicare le ultime ore del cardinal Martini? Non crede che i fedeli considerassero Martini come esempio da imitare e che una comunicazione maligna abbia delle pesantissime conseguenze morali e deontologiche per chi la effettua? Appropriarsi dell’autorevole figura del defunto cardinal Martini par gettare confusione nel popolo tra eutanasia e rifiuto di accanimento terapeutico è una colpevole e indegna manovra di plagio, non ci sono altre parole.
Luciano Checchinato, Milano

Caro direttore,
nel ricordo del cardinal Carlo Maria Martini è doveroso richiamare il convegno “Nascere e morire oggi”, il grande incontro che egli promosse insieme con i vescovi lombardi e che si è svolto per quasi due anni dal 1991 al 1993. Indetto con la lettera dei vescovi lombardi dell’8 settembre 1991, il convegno coinvolse tutte le Chiese e le Parrocchie della nostra regione, con l’obbiettivo di «mettere in atto una grande strategia finalizzata a costruire e diffondere una nuova cultura della vita» (così si esprime il cardinal Martini nella presentazione degli Atti del convegno, pubblicati nel 1995), secondo gli orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per gli anni 90 al fine della «tutela e la promozione del diritto di ciascuno a vivere, dal concepimento al termine dell’esistenza terrena, e in condizioni di reale dignità personale e sociale». Rimane fondamentale la meditazione «Il Vangelo della Vita e l’impegno per la difesa della vita» tenuta dal cardinal Martini il 23 novembre 1991. Egli enuncia lo stile del convegno: «Un atto di coraggio delle Chiese di Lombardia che non vogliono restare chiuse in se stesse (…) ma vogliono raggiungere le realtà del territorio (…) le sue punte drammatiche che sono appunto quelle che minacciano la vita, che fanno emergere una cultura di morte e di tenebre». Si riporta al Vangelo di Giovanni e si sofferma sulla vita biologica e sulla vita divina. Afferma che la vita fisica è «il possesso più prezioso dell’uomo nel senso che da esso derivano tutti gli altri. Non hanno senso gli altri doni – ricchezza, salute, onori – se non si è vivi» e nel contempo mette in rilievo, a partire dal testo evangelico, che la vita naturale è «simbolo di uno speciale dono di Dio, del dono per eccellenza che è la vita divina». Ho rievocato il convegno “Nascere e morire oggi” per mettere in luce il grande amore del nostro arcivescovo per l’uomo nella pienezza della sua vita, sin dal primo istante, all’atto del concepimento. Egli è stato vicino al Movimento per la Vita condividendo la sofferenza per il dramma dell’aborto, sempre attento agli eventi legati alla vita nascente.
Franco Vitale, Movimento per la Vita

Caro direttore,
politici e opinionisti continuano ad auspicare e progettare norme di stampo eutanasico che vorrebbero chiamare “legge Martini”. Ma vogliono davvero farci credere che non conoscono la differenza tra sedazione ed eutanasia? E pensano di ingannare a lungo la gente? Nessuno si è mai sognato di dire che non sia lecita la sedazione di un malato giunto ormai al termine della vita, e lorsignori lo sanno bene. Ma probabilmente il loro obbiettivo non è la verità, bensì la confusione… Mentire sulle questioni di fondo non è, però, mai un buon modo di discutere. Visto che questi colti polemisti sfoderano riferimenti biblici, dovrebbero sapere anche chi è il padre della menzogna… O no?
Simone Pillon, Perugia

Anche due giorni fa, cari amici, mi sono occupato di questo tema che tocca tanti di noi con grande intensità. Un tema importante e, dunque, giustamente dibattuto, ma che è stato portato alla ribalta da una mistificazione molto seria e molto brutta. Mi riferisco alla sequela di insistenti, incredibilmente irrispettosi e persino cinici tentativi di mettere letteralmente le mani addosso al cardinale e arcivescovo Carlo Maria Martini, e di capovolgere il senso della sua vita e della sua testimonianza cristiana. Vita e testimonianza condotte, cito Papa Benedetto, da appassionato «uomo di Dio» sino all’estremo limitare della sua esistenza. Ma inviterei coloro che provano dolore e indignazione per queste manovre politiche e mediatiche a essere sereni. Le falsità reggono (quando reggono) solo per un po’, poi crollano. E proprio certe spudoratezze fanno emergere come anche con la sua morte il cardinale abbia reso un servizio alla Chiesa che amava (di un amore esigente, mai scontato, fedele) e, al tempo stesso, a coloro che – essendo o sentendosi “lontani” – stentano ormai a conoscere e a capire la sapienza dell’insegnamento cattolico e della visione dell’uomo che ne discende.

Da tempo, infatti, i più strenui propagandisti dell’eutanasia s’impegnano a dipingere i cattolici come arcigni e persino crudeli difensori dei macchinari che prolungano artificialmente e dolorosamente la vita di persone malate. Un ridicolo rovesciamento della realtà che tanti conoscono e tutti possono sperimentare, ma perseguito con pervicacia. Il cardinal Martini con la sua molto indagata e raccontata morte cristiana – la morte di un uomo che ha vissuto con paziente dignità una lunga malattia e, infine, non ha preteso cure sproporzionate e inutili – ha ribadito la bellezza e dimostrato la semplicità buona e affermativa di quei richiami morali che la Chiesa condivide e motiva: mai dare o volere la morte a ogni costo, mai pretendere la vita a ogni costo, accudire sempre con amore chi è malato o disabile. Questo è il no all’eutanasia, questa è la non richiesta di un accanimento terapeutico, questo è il sì alla cura che – anche quando non può guarire – lenisce, accompagna, ragionevolmente nutre e disseta, rispetta. Il rigetto dell’«accanimento» era forse stato ultimamente meno chiaro. Anche perché, dopo la drammatica fine per sottrazione di nutrimento e idratazione di Eluana Englaro, c’è stato un accento infinitamente più forte sul no alla morte procurata o inflitta. Ma soprattutto perché a chi critica ingiustamente la Chiesa facendo una caricatura delle sue posizioni in materia di “fine vita” (e, guarda caso, sono gli stessi che si deliziano all’idea di assemblare e manipolare la vita nascente in laboratorio) non conviene ricordare che i cattolici non vogliono affatto accanimenti e che i paladini di macchinari e provette, che i sognatori di un’immortalità meccanica sono ben altri. Lo sanno tutti coloro che hanno accompagnato, fianco a fianco con medici responsabili, una persona cara nell’estremo tratto dell’esistenza. E io lo so proprio per questo, perché ho avuto il dolore e la grazia di sperimentarlo di persona riuscendo a stare accanto a mia madre, che ha lottato per nove anni con una gravissima malattia, in ogni istante finale di un percorso che nelle ultime ore della sua vita è stato praticamente identico a quello del cardinal Martini. Ora, grazie alla pubblica (o forse bisognerebbe dire stra-pubblicata) testimonianza dell’arcivescovo emerito di Milano, sarà più difficile continuare in questo ingeneroso gioco: l’unico accanimento dei cattolici e di tanti veri laici è contro l’«abbandono terapeutico» dei malati e dei disabili “scomodi”. Purtroppo, come per nascondere un’evidenza spiazzante, i soliti noti stanno intensificando, mediaticamente e politicamente, lo sforzo per “arruolare Martini”, trasformando la sua buona morte cristiana in una buona morte in senso eutanasico. E c’è addirittura chi vorrebbe dare il nome del cardinale a una legge sulla “morte a comando”. Ma tutto questo, cari amici lettori, non è solo una menzogna (e ieri il medico che ha curato Martini lo ha ribadito: «Non abbiamo staccato nessuna spina e i paragoni con i casi di Eluana Englaro e Piergiorgio Welby sono improponibili») è una vera bestemmia. E le menzogne, almeno per un po’, si possono sopportare con pazienza e persino con un sorriso, le bestemmie no.
(Marco Tarquinio —Direttore AVVENIRE —-14.SETT.12)

quelli che in classe ci tornano volentieri

13 Settembre 2012 Nessun commento

“?La prima campanella dell’anno sta suonando in questi giorni per i nove milioni di studenti italiani che, con i loro professori, i dirigenti e il personale tecnico e di segreteria, costituiscono la più grande comunità di studio e di lavoro presente in Italia.
Ma che cosa “succede” tutti i giorni nella aule e nei laboratori? Quali progetti stanno vedendo la luce? Come è “vissuta”, insomma, la scuola italiana? Con l’iniziativa «La scuola siamo noi», vogliamo raccontare quanto di positivo e di innovativo sta venendo avanti, per il bene della scuola e dell’educazione del Paese.
Di questo cammino vogliamo essere osservatori curiosi e interessati, scoprendo e raccontando le tante iniziative, i progetti educativi, gli esempi di collaborazione con il territorio e con le imprese. Tutti mattoni di una casa piena di guati, dove non mancano certo i prolemi (cattedre che a ll’inizio dell’anno restano immancabilmente vuote, insegnanti sottopagati…) ma che ogni anno viene costruita seguendo quell’irriducibile tensione al positivo che abita nel cuore dell’uomo.
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LA MAESTRA ELEMENTARE
SCRIVO RACCONTI PER I BAMBINI. E CON LORO LE STORIE PRENDONO VITA
Sono un’insegnante e lavoro da più di vent’ anni a La Zolla, scuola primaria paritaria di Milano. Durante questi anni la mia persona e la mia professionalità sono cresciute dentro questo ambito che io ritengo “speciale”, offrendomi il lavoro come occasione di educazione permanente attraverso la condivisione dell’attività didattica con i colleghi e la direzione e l’incontro quotidiano con i bambini che mi sono affidati e le loro famiglie.
Da qualche anno scrivo racconti per Natale: tutto è partito da esigenze scolastiche concrete e contingenti. I tempi “forti” hanno uno spazio particolare nella nostra esperienza educativa e didattica, proprio perché ci richiamano in modo evidente la nostra radice; perciò in Avvento accade ciò che noi chiamiamo “lavoro di Natale”: un percorso educativo e didattico che segue un tema scelto collegialmente (lo scorso anno i segni del Natale) e si svolge nell’arco di quattro o cinque settimane; l’obiettivo è vivere con i bambini, attraverso gesti, opere, parole, l’avvenimento della nascita di Gesù. Tutti gli alunni e gli insegnanti sono coinvolti in gruppi di lavoro misti, dalla prima alla quinta, per due ore la settimana (e più per i docenti, quando le “code” delle attività si trascinano anche fuori orario…). Il momento sintetico e finale si realizza in una festa durante la quale viene rappresentato tutto il cammino attraverso scene, racconti, canti offerti ai genitori.
Le storie che ho scritto in questi anni sono nate proprio dall’esigenza urgente di raccontare nella forma narrativa, che è poi quella più adeguata e corrispondente per i bambini dei quest’età, il fatto misterioso dell’Incarnazione nei suoi accadimenti storici, come nella realtà presente degli uomini di oggi, quindi anche della nostra. Ogni volta è stato un tentativo che mi ha chiesto studio, riflessione, rielaborazione, perché non sono una scrittrice ma una maestra. Ma questa esperienza mi ha riconfermato che vale anche per me la stessa modalità di approccio che cerco di proporre ai miei bambini, sia nella quotidiana attività didattica che in questo eccezionale lavoro: una conoscenza – nel mio caso il testo di un racconto – che parte da qualcosa di reale che ti provoca, ti muove verso una ricerca e una verifica, e che spesso supera le aspettative, e svela una novità.

Cristina Arrondini

IL GIOVANE PROF
QUESTA ITALIA HA BISOGNO SOPRATTUTTO DI EDUCAZIONE
Ho 26 anni, laurea in Lettere classiche al triennio e in Lettere moderne al biennio magistrale. Nel giugno dell’anno scorso ho discusso la tesi e già in settembre ho cominciato una supplenza in una scuola paritaria. Forse insegnare è lo “sbocco naturale” di studi simili, ma questa affermazione da qualche tempo ha un suono falso. Ormai tutti si possono convincere che insegnare è un atto di autolesionismo: le abilitazioni, sospese per anni e ora attivate mediante test da irresponsabili, sono uno scoglio scivolosissimo; non si prospetta, a medio termine, la possibilità di una stabilità; si assiste a un pericoloso gioco al ribasso nell’istruzione che, anche quando è considerata una risorsa, è bollata come la meno necessaria per la vita di un Paese in crisi (come si vede anche dalle retribuzioni).
Ma allora perché mi interessa insegnare? Sono tre le spinte che mi muovono. Anzitutto la riconoscenza per quello che ho imparato studiando e per chi me l’ha insegnato. Sono grato dei miei maestri, degli studi fatti e di tutto quello che – soprattutto all’università – ho conosciuto e scoperto. Proprio per la passione nei confronti di un oggetto, e per la gratitudine verso chi mi ha portato a conoscere di più e meglio, anch’io sono spinto a comunicare quello che so, se non altro per il desiderio che altri possano appassionarsi o conoscere di più.
Questo fattore, così disinteressato, ha paradossalmente un tornaconto, che costituisce il secondo motivo. Quello che ho scoperto e conosciuto è davvero scoperto e conosciuto solo se detto a qualcuno: il semplice fatto di doverlo comunicare comporta che io ne sia più certo, più consapevole delle mie ragioni. È capitato che io stesso, spiegando ai miei alunni argomenti per me tanto usuali, abbia colto degli accenti e dei particolari che prima non avevo notato, e sia stato costretto a pormi domande (anche grazie a loro) che prima non mi ero posto. Dunque torno a scuola per imparare io stesso.
L’ultimo motivo è il più attraente e arduo. La professione dell’insegnante non traduce il verbo istruire, ma piuttosto il verbo educare. Un Paese in crisi ha bisogno anzitutto di un’educazione per cui l’uomo sia tale.
Il 18 luglio ho sostenuto (e superato) il test preliminare del TFA. Un primo passo, per quanto irrazionale, verso un’abilitazione che si rivela piuttosto ostica, e che non promette prospettive sicure. Che cosa rimane, per i giovani che vorrebbero insegnare? Auguri, auspici, pie illusioni? Benevole e commiserevoli pacche sulle spalle? L’insegnamento è un compito insostituibile: per questo è necessario che chi ci si vuole impegnare sia messo nelle condizioni di farlo.
Tommaso Montorfano

STUDENTE A 46 ANNI
GLI ISTITUTI SERALI, UN’OPPORTUNITA’ PER CHI HA VOGLIA DI RIPARTIRE
Sono uno studente lavoratore di 46 anni, sposato con figli, che frequenta la scuola serale presso l’istituto tecnico industriale “G. Marconi” di Bari. Da ragazzo dopo i primi ostacoli e per diversi problemi familiari, decisi di abbandonare gli studi. Con gli anni, maturando, mi sono reso conto che un titolo di studio è utile nel campo lavorativo e sociale. Ed è così che qualche anno fa ho deciso di riprendere gli studi interrotti da ragazzo. Mi sono informato e ho scoperto che era possibile frequentare corsi di studio serali per studenti lavoratori. Mi sono iscritto e sono ormai tre anni che frequento le lezioni, grazie al progetto “Sirio”. Ho trovato grande professionalità e disponibilità da parte di tutti i docenti, che apprezzano l’impegno e lo sforzo che giornalmente compio per seguire le lezioni, mi aiutano e mi spronano nello studio. Le gratificazioni arrivano dai risultati raggiunti. Lo scorso anno scolastico ho avuto anche la possibilità di partecipare a due progetti Pon, che hanno arricchito la mia formazione culturale. In questi giorni comincerò il quarto anno di scuola. Ringrazio tutti i professori e il preside per la grande opportunità che offrono, attraverso i corsi serali, di recuperare gli anni scolastici persi. A me manca poco per raggiungere l’obiettivo della “maturità”. Spero che la scuola possa sempre lasciare le porte aperte agli studenti lavoratori, che come me hanno voglia di riprendere a studiare.
Giuseppe Terlizzi

ITALIANO ED EGIZIANO
VOGLIO DARE IL MASSIMO E SERVIRE I MIEI DUE PAESI

Il mio Paese natale è l’Egitto, ma dopo 13 anni che vivo in Italia mi sento anche italiano, anche perché ho acquisito la cittadinanza. Mi chiamo Mohamed Zaid, un giovane di 17 anni che quest’anno frequenta la quarta al liceo scientifico tecnologico “Enrico Mattei” a San Donato Milanese.
Mi sono accorto che negli anni si è creato un muro di discriminazioni e pregiudizi sugli arabi e che il compito di abbatterlo spetta a me e a tutti i giovani come me, che sono nati e vivono in questo Paese ma sono fieri di essere egiziani. Infatti, con il passare degli anni mi sento sempre di più come uno specchio che riflette ciò che sono in realtà gli arabi, gli egiziani e i musulmani.
Lo studio per me è una risorsa molto importante che sento di dover sfruttare e in cui desidero cercare di raggiungere i massimi livelli per avere un futuro migliore. Per ora il mio operato mi sta portando molte soddisfazioni: il mio andamento scolastico è positivo e questo mi rende molto contento. Specialmente sono felice quando vedo i miei genitori soddisfatti e orgogliosi di me. Così facendo, sento di ripagare le fatiche e i tanti sacrifici che fanno per mandarmi a scuola.
Incontro spesso persone che mi hanno rivolto domande (più o meno serie e difficili, ma io riesco sempre a rispondere…) sulla mia origine e religione, spesso ignote o poco conosciute a molti ragazzi della mia età. In alcuni casi è veramente piacevole vedere il loro interessamento alla mia cultura. E quante amicizie sono nate!
I miei genitori, come me, sono ben integrati, e hanno mantenuto con rispetto e onore la nostra cultura e religione. Così facendo riescono a vivere con serenità con le altre persone. Il mio futuro? Sogno una laurea in ingegneria biomedica, per diventare in futuro una persona importante nella ricerca per i miei due paesi: l’Italia e l’Egitto.
Mohamed Zaid

DOPO UN MESE TRA I MISSIONARI
STUDIO PER TORNARE IN BANGLADESH E AIUTARE I MIEI CONNAZIONALI
Ho 19 anni, sono originario del Bangladesh ed ero convinto di conoscere bene il mio Paese di origine. Non mi sarei mai immaginato che la scuola che ho scelto di frequentare qui in Italia dopo la terza media (il corso di elettronica nel Centro di Formazione Professionale Galdus di Milano), mi facesse scoprire il contrario. Alla fine del quarto anno mi hanno proposto di andare in Bangladesh, insieme ad alcuni compagni, durante il mese di agosto grazie a un progetto della Provincia di Milano, in collaborazione con il Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere), per fare un’esperienza in una scuola professionale del luogo. Ho capito subito che non sarebbe stata una gita di piacere: avremmo visitato le zone più povere e aiutato i missionari che lavorano in quei posti. Mi ha stupito quanto ho scoperto poi lì sul luogo: in certe zone non riuscivo neanche a capire cosa dicessero (mi ero illuso di fare da traduttore per i compagni di classe…) perché i dialetti locali erano diversi dal mio. In un posto non c’era neanche l’elettricità e tutti guardavano il mio cellulare chiedendomi: «A cosa serve?». Sapevo che in Bangladesh c’è povertà, ma questi incontri e la vita vissuta in quei dieci giorni insieme ai missionari e ai loro allievi mi hanno fatto scoprire realtà ancora più toccanti. Tutto questo ha rafforzando la mia convinzione di continuare gli studi per poter un giorno, grazie alle competenze professionali in campo elettronico, poter tornare ad aiutare i miei connazionali. E di ciò sono grato a tutti coloro che si sono dati da fare perché questo avvenisse.
Sajib Faruk
(AVVENIRE –13.sett.12–)