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Archivio Ottobre 2012

“L’ho incontrato e mi ha folgorato”

29 Ottobre 2012 Nessun commento

Da vent’anni nelle guerre, senza armi»«

Che lavoro faccio?». Ci pensa un po’ a rispondere, cerca le parole per un mestiere inusuale. «Organizzo gruppi di persone che vanno a vivere dove ci sono guerre, per abbassare l’odio, proteggere la gente, fermare i conflitti senza usare la for­za ». Si chiama Operazione Colomba e lui, Al­berto Capannini, 46 anni, riminese, una mo­glie e tre bambini, è stato uno dei primi a par­tire fin dal 1992, esattamente vent’anni fa, quando nella Comunità Papa Giovanni XXIII nacque il corpo civile di pace. «Noi abitiamo il conflitto, siamo lì dove c’è la guerra, insieme al­la gente, viviamo in case come le loro, nei po­sti a rischio. Come diceva don Benzi, non ba­sta aiutare qualcuno, bisogna vivere con lui». Così ogni anno centoventi volontari vanno ad abitare i conflitti, armati solo della loro pre­senza: «Attualmente siamo in Palestina, Alba­nia e in Colombia», racconta Alberto. In Alba­nia la ‘guerra’ si chiama kanun, la legge del taglione che da secoli decima intere famiglie: «Nel Nord del Paese si dice che ‘il sangue non può cadere in­vano’, quindi c’è l’obbligo del­la vendetta in una faida senza fine e le famiglie sono segrega­te in casa, bambini compresi, altrimenti sono morti». Sette volontari vivono tra loro e fan­no un lavoro di riconciliazione più duro delle grandi diplo­mazie, «la missione è difficile, ma per ora abbiamo conqui­stato un buon rapporto di fi­ducia con entrambe le parti e quando si crea una situazione altamente a rischio chiamano noi a fare da ponte».

Altri volontari operano in Co­lombia, nella cruenta guerra tra le Farc di matrice marxista, l’e­sercito e i paramilitari, una for­za clandestina mossa dal go­verno per fermare la guerriglia. «Le vere vittime sono i civili, presi in mezzo tra tutti e co­stretti a coltivare la coca, che tra l’altro ci riguarda da vicino, vi­sto che tutta la coca d’Italia viene da lì, impor­tata dalla ’ndrangheta». Se non che il governo colombiano di recente ha ceduto i diritti di con­cessione dei terreni alle multinazionali corea­ne per l’estrazione del carbone e la coltivazio­ne di banane, così deve ‘ripulire’ in fretta il ter­ritorio «cioè far fuori la guerriglia… quindi i ci­vili. Perché il metodo teorizzato dai tempi del Guatemala e poi applicato ovunque è questo: ‘i guerriglieri sono i pesci piccoli, per prenderli devi prosciugare l’acqua’, la popolazione». In tutto questo, il miracolo: un villaggio che ha scelto di uscire dalla logica della violenza e al­l’ingresso ha posto un cartello coraggioso, ‘Qui non si entra con le armi’. Si chiama San Josè de Apartador e conta centinaia di abitanti, che ai ragazzi e alle ragazze di don Benzi chiedono protezione. «Come li proteggiamo? Vivendo in mezzo a loro siamo un ot­timo deterrente – spiega il volontario responsabile di Operazione Colomba – , e quando li scortiamo nella giungla preavvisia­mo con un fax l’esercito del nostro ‘accompagna­mento non violento’: se le forze governative ucci­dessero un internaziona­le scoppierebbe il caos».

Certamente la pace non si può fare se non si è in due, dunque c’è biso­gno anche del ‘nemico’, «ecco perché in Pale­stina- Israele viviamo assieme ai contadini at­taccati dai coloni, ma con noi collaborano an­che tanti israeliani, ad esempio i ‘Rabbini per i diritti umani’, gruppi di avvocati e attivisti di ‘Parents Circle’, associazione che raccoglie i genitori di persone uccise, israeliani e palesti­nesi insieme». E così anche At Twani, villaggio di 400 abitanti a sud di Ebron, ha chiesto fin dal 2005 la presenza di Operazione Colomba. Che è una realtà aperta a credenti e non credenti, perché l’unica cosa cui devi credere è la forza dell’amore, «dunque va bene per me, perché definirmi credente sarebbe il più alto traguar­do. Preferisco dire che nel cuore ospito l’ateo ed il cristiano insieme», afferma Alberto. «Io credo alla non violenza e la tradisco tutti i gior­ni », ammette, e racconta che alla missione di pace approdò alla fine di un sofferto percorso alla ricerca di un senso, dopo un’adolescenza in cui «cercavo la giustizia, ma come concetto teorico, e non sapevo che volto concreto dar­le. Avevo un grande vuoto da colmare, ero in­quieto, scontento…». Finché a 17 anni, duran­te un incontro pubblico, sente una voce che pronuncia parole fulminanti: «Quando mori­remo Dio non ci giudicherà, i poveri ci giudi­cheranno! ». È il suo primo incontro con don O­reste, il prete che cambierà la sua vita: «Ho sen­tito il fuoco dentro, io già sapevo che l’amore non è rosa, che l’amore è nero, potente, corag­gioso, ma di fronte a quel prete ho capito che lo si può vivere davvero, nella carne. Capii che volevo essere come lui… Non so se riuscirò mai, so però che questo è un uomo».

Nel 1992, quando infuria la guerra tra serbi e croati, l’intuizione di vivere il conflitto per scon­figgerlo con la pace: «Lo dissi a don Oreste, e quando avevi un’idea e­strema lui ti superava, ti chiedeva di essere anco­ra più estremo». Così, in­sieme all’amico Antonio De Filippis, Alberto manda un articolo ad ‘Avvenire’ per spiegare che «la non violenza bi­sogna viverla dove c’è il conflitto. Fu un succes­so: una trentina di persone venne con noi a Za­ra, sotto i mortai dei serbi, una coppia andò a vivere nel campo profughi, gli altri tenevano i contatti tra le famiglie divise dal fronte o tra le chiese cattolica croata e ortodossa serba, altri ancora facevano i postini portando pacchi e missive tra le due parti». Seguiranno la Cece­nia, Timor Est, l’Uganda, la Sierra Leone, il Con­go, il Sudafrica, il Chiapas… Con lui all’inizio parte anche Elena, la fidanzata, oggi sua mo­glie e madre dei loro tre bambini, «quella che porta i soldi a casa». Perché nella Comunità non ci sono regole fisse, si vive di scelte «e la mia è di non prendere lo stipendio. Questione di li­bertà: parti con le tasche vuote, così se ti vo­gliono è perché sei tu». Nella sua vita oggi c’è solo un rimpianto, «la vergogna di aver vissuto indegnamente ac­canto a un amico di Dio come don Benzi… E­ra il segreto che volevo rubargli»
(Lucia Bellaspiga–inviata di AVVENIRE a Rimini 24.X.12)

“..dietro ogni madre che….”

28 Ottobre 2012 Nessun commento

«Una carezza di don Oreste. E ho detto no all’aborto»
Quando Francesca e Giuliano prendono la parola il silenzio si fa assoluto.
Sono giovanissimi per avere un bambino di dieci anni, sono due ragazzi come tanti – «cresta» di capelli scolpita nel gel lui, brillantini sulle ciglia lei – , ma la loro vita è già stra­ordinaria.

Non è normale, infatti, ciò che è successo il 7 settembre 2001, e tantomeno ciò che ne è seguito. «Quel giorno di 11 anni fa, al mattino presto ci presentammo in ospedale a Rimini per abortire – racconta Francesca – . Eravamo ragazzini e venivamo dal profondo Sud.

A Rimini eravamo arrivati per lavorare in un hotel lungomare, ma dopo due mesi mi scoprii incinta. I miei genitori fino ad allora non mi avevano mai lasciato uscire la sera, avevano principi solidi e ‘inviolabili’…». Ma Francesca e Giuliano li avevano violati, e ora il terrore di dover confessare la gravidanza li aveva portati sulla soglia di quell’ospedale. Un mese e mezzo prima un ginecologo le aveva fatto sentire il battito del cuoricino. «Non avevo paura della creatura che mi cresceva in grembo – racconta Francesca -, ma del fatto che a lasciarmi partire era stata mia madre, prendendosi ogni responsabilità nei confronti di mio padre, temevo che avrebbe pagato lei il mio errore».

Senonché sulla porta dell’ospedale, come spesso accadeva, c’era don Benzi con i suoi volontari, lì a pregare per i bambini che non sarebbero mai nati e per i loro genitori.

«Dietro ogni madre che chiede di abortire c’è una donna che in realtà chiede aiuto»,

sosteneva lui. «Il ginecologo invece mi aveva detto solo che a 18 anni non era il caso di avere un figlio e che mi conveniva abortirte, le mie amiche confermavano, tutto mi spingeva a farlo. Solo Giuliano era fiducioso». Gli stessi medici del consultorio, quelli che avrebbero dovuto informarla e cercare di rimuovere le cause che l’avevano spinta su quel baratro, le fecero solo fretta: doveva abortire al più presto, punto e basta.

Ma quel mattino lo strano prete sorrise ai due ragazzi, li abbracciò e appoggiò una mano sul ventre della ragazza: «Che bel nome hai, Francesca – disse – anche il tuo bambino si chiamerà Francesco, il figlio del sole». «Le nostre paure sparirono, finalmente a qualcuno importava di noi.

Così tornammo a casa», ricorda Giuliano. Il bimbo, che avrebbe dovuto nascere dopo la metà di aprile, anticipò al 2 del mese, giorno di San Francesco di Sales. E Francesco si chiama. «È il primo della classe», dice di lui il padre, mentre fuori della sala il piccolo gioca, ignaro di essere al mondo perché quel 7 settembre don Oreste non era da un’altra parte.

Oggi i due giovani sono marito e moglie, uniti dall’amore ma ancora di più dall’aver condiviso un’esperienza che li ha segnati per sempre, facendo loro incontrare la fede e il senso più profondo della genitorialità. «Ogni volta che guardo Francesco provo tanta vergogna ­confessa la madre – , non so perché Dio mi ha voluto fare un dono tanto grande.

A tutti i ragazzi come noi diciamo di farsi aiutare, perché quel bambino nella pancia grida «mamma, ho paura di morire, aiutami tu». Nessuno dice cos’è davvero l’aborto: se io avessi immaginato che quel bimbo viene letteralmente fatto a pezzi, mai ci avrei pensato». Quando ai genitori confessarono di aspettare un figlio, furono respinti e si rifugiarono nella Comunità di don Oreste, ma il bene è molto contagioso e «i nostri genitori un giorno ci hanno detto: vi perdoniamo proprio perché non avete abortito». Don Oreste non salvò solo Francesco ­assicurano – ma tutti loro, «perché oggi altrimenti non saremmo sposati», e soprattutto «adesso non aspetteremmo il nostro secondo bambino». L’annuncio suscita un applauso convinto della grande famiglia di don Benzi. Fuori, in corridoio, sui cartelloni appesi in cui la gente lascia il suo pensiero, il piccolo Francesco ha appena scritto «grazie don Oreste per avermi aiutato a nascere».

Nessuno gliel’ha mai raccontato. Ma forse certe cose si apprendono dal cuore.
(Lucia Bellaspiga –AVVENIRE 24 OTTOBRE 2012)

confesso che abbiamo fallito

22 Ottobre 2012 Nessun commento

Confesso che abbiamo fallito
Galli della Loggia risponde sul disastro di una generazione
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Una generazione è fallita, dice Fabio Mussi, che invita dalle colonne di Pubblico l’antico sodale Massimo D’Alema a fare, come lui, il Cincinnato felice di occuparsi dei nipoti, perché “abbiamo già dato, non ti servono cariche o seggi per fare politica”. Mentre Pierluigi Castagnetti, che sostiene Bersani contro Renzi il rottamatore nelle primarie del Pd, dichiara alla Stampa che “chi ha attraversato l’intera storia della seconda Repubblica porta su di sé una responsabilità oggettiva, quella di appartenere a una generazione che ha contribuito a una stagione politica conclusasi con una sconfitta clamorosa”.

Si parla soprattutto di fallimento politico. Ma ci sono aspetti più profondi, nelle promesse mancate, nei miti, nell’esperienza della generazione di chi aveva più o meno vent’anni negli anni Settanta, e che potevano far immaginare questo esito? Lo storico ed editorialista Ernesto Galli della Loggia, classe 1942, pensa che “sarebbe ridicolo sentirmi personalmente fallito. Mi accontento ampiamente di quello che sono. Il fallimento generazionale però c’è stato, e anch’io ne sento la responsabilità. Il mio paese è avviato a un declino fortissimo – economico, sociale e soprattutto culturale – almeno dagli anni Novanta. E’ un declino con caratteristiche storiche, non congiunturali, e la mia generazione non l’ha capito in tempo. Abbiamo peccato di ottimismo, e si può capire. Siamo nati e abbiamo vissuto adolescenza e giovinezza in una fase storica straordinariamente favorevole per l’Italia. Qualcosa di quasi miracoloso, che però non poteva durare in eterno, e dovevamo stare attenti a non dissipare circostanze così eccezionali. Noi le abbiamo dissipate. Mentre venivano fatte, tra gli anni Settanta e Ottanta, le leggi che poi avrebbero portato alla situazione attuale su pensioni, sanità, regioni, nessuno di noi ha capito e tantomeno detto che sarebbero state scelte rovinose”.

Ma ancora prima, continua Galli della Loggia “c’è stato un fraintendimento clamoroso sulla politica, alla quale abbiamo guardato come a una prosecuzione dell’onnipotenza giovanile. Siamo quelli che hanno creduto che con la politica si potesse fare tutto. E che tutto era politica, anche andare al cinema e discuterne al cineforum. E’ per questo che il fallimento della nostra generazione coincide con il fallimento della politica, perché abbiamo fatto un investimento nella politica senza confronti con altre generazioni. A differenza di quanto è avvenuto per l’etica, un aspetto molto più difficilmente maneggiabile per chi, come noi, aveva vissuto l’urto della secolarizzazione.

I valori morali ci sembravano chiacchiere, quello che contava erano i valori politici. Oggi capiamo che sono i primi a tenere insieme una società nei momenti difficili, a indirizzala sulle scelte di fondo.

Mi ricordo, durante una lezione universitaria, alla vigilia del referendum sull’aborto, che dovetti salvare da un assalto due o tre studentesse cattoliche che avevano dichiarato che avrebbero votato contro. Io, all’epoca, ero a favore dell’ipotesi radicale di semplice depenalizzazione, ma apprezzai che ci fosse qualcuno che dichiarava di agire in nome di un principio morale. Un’assoluta rarità”. C’era invece “un mostruoso conformismo di massa, che abbiamo tutti convalidato (parlo della parte di generazione che agiva negli ambiti intellettuali). Non abbiamo valutato l’idea che esisteva un retaggio nazionale, che c’era una storia antica che chiedeva di essere onorata, rielaborata, perché modernizzazione non significava che quella storia non esisteva più. In seguito ho cercato, come potevo, di rimediare con le cose scritte sull’identità italiana e sulla morte della patria. Ma penso che, come appartenente alla mia generazione, oggi questa autocritica vada fatta”.

Ma perché questa più di altre? “Perché agli inizi degli anni Sessanta l’Italia c’era ancora. C’era la Dc, c’era un comunismo italiano… poi la secolarizzazione totale ha colpito anche il retaggio della cultura comunista, ed è un processo che ha avuto come protagonista fondamentale la mia generazione. Questo mi porta poi all’altro grande fallimento: abbiamo asistito imperterriti alla distruzione del sistema di istruzione italiano. Non abbiamo saputo opporre alle stupidaggini di Tullio De Mauro (che ora si è in parte ravveduto) o a quelle di don Milani, il muro d’acciao di derisione e di rifiuto che si meritavano. Io stesso confesso che le demenzialità di don Milani, alla prima lettura, mi lasciarono sbigottito, ma conquistato. Non mi ritrassi inorridito, come avrei dovuto, ma rimasi affascinato anche per quel quid di barbarico che c’era nell’anticulturalismo all’epoca dilagante. Non abbiamo capito che la democratizzazione non era democraticismo e antimeritocrazia, ma il loro contrario”. E’ vero però che a cultura antiautoritaria ha segnato quegli anni un po’ ovunque…

“Ma altrove ci sono state centrali di resistenza, qui niente. Siamo stati travolti dalla modernizzazione, non l’abbiamo governata. Quando una generazione commette errori così gravi, come fa a tirarsi fuori dall’accusa di aver fallito? C’è un’unica attenuante. La mia generazione è arrivata all’età delle responsabilità politiche concrete quando il sistema degli anni Settanta e Ottanta si chiudeva, cementato tra berlinguerismo e compromesso storico, craxismo e doroteismo. Naturalmente molti trenta-quarantenni sono andati a militare in quella politica. A mio avviso, non i migliori”.

Leggi ——Inchiesta su una generazione fallita
© – FOGLIO QUOTIDIANO
di Nicoletta Tiliacos

non c’è gioia senza libertà

17 Ottobre 2012 Nessun commento

“Un giovane si avvicina a Gesù. Gli evangelisti che raccontano il fatto non riferiscono il nome. Lo chiamano un tale (liturgia della XXVIII^ domenica del tempo ordinario). Ci sarà un motivo. Vedremo il perché!
Il giovane chiede: “Che cosa devo fare per ottenere la vita eterna?”. Ottenere! Uhm: puzza di bruciato questo verbo. Non sarà che avendo molte ricchezze il tipo voglia comperare anche la vita eterna come se fosse una cosa? Giovane, svegliati! La vita eterna non la si mette in tasca, la si conquista! Infatti Gesù precisa: “Se vuoi entrare (non “ottenere”) nella vita eterna osserva i comandamenti”. Cioè: non pensare ad ottenere, ma ad essere. E il giovane? Gli evangelisti non lo dicono, ma è facile immaginarlo: gonfia il petto, risponde forte perché tutti lo sentano: “Tutte queste cose le ho osservate da sempre”. Se Nicodemo è un curioso, un povero diavolo con la sua piaga nel cervello, questo è un ambizioso. Nella dimensione più nobile. Vuol essere perfetto. Tutti i ragazzi puntano ad essere perfetti. Non è orgoglio. Non è ambizione di carriera: è puerile, spavaldo ardore, è inesperienza della vita. Poi, guardandosi attorno, aspetta che Gesù gli dica: “Tranquillo! La vita eterna è tua”. Invece le cose non vanno come lui pensa. Di quella spavalderia, noi disillusi della maturità ci saremmo infastiditi. Gesù, invece, guardandolo con tenerezza, lo amò.
Quel giovane è in gamba, ha stoffa, ma anche tanta confusione: vede tutto come “cose”, anche i comandamenti. Però una cosa ce l’ha: la convinzione che la vita non dipende dai beni, dalle cose che uno ha, ma da come uno se ne serve. Quel giovane va aiutato a capire. Lo ama. Perché un ragazzo che crede ancora in questi ideali – onestà e ubbidienza – che vive con impegno la bontà fa tenerezza. E sarà quasi crudele, anche se necessario, dovergli rispondere: “Perché mi chiami buono? E perché m’interroghi di ciò che è buono? Nessuno è buono tranne Dio solo”. Lo ama perché quella creatura che gli sta inginocchiata davanti dice – e dice il vero – che i comandamenti li ha osservati. Bravo piccolo. Che commovente mistero un giovanotto puro, sincero, docile ai suoi doveri. Che voglia di spettinarti festosamente quella testolina ricciuta, di mandarti via promosso al Regno dei cieli.
Ma quest’uomo non è ancora un santo: è un ricco. E Gesù lo aiuta lanciandogli una palla formidabile: “Se vuoi essere perfetto…”. Coraggio, giovane. Fa’ uno scatto di reni, lanciati sulla palla! Prendi in mano la tua vita! Dimostra a te stesso che
non sei il servo delle cose, ma il padrone,
tanto che puoi farne ciò che vuoi, anche venderle, anche regalarle. Niente! Il giovane rimane di sale, immobile, completamente spiazzato come i portieri di fronte ai rigori di certi campioni. Ahi… ahi… ahi… E’ bravo, ma non ama l’avventura. E’ per bene, ma non ama l’azzardo. I comandamenti? Fossero stati quaranta, tutto ok! Ma rinunciare alla sicurezza delle cose, questo no!


“Ma allora chi si può salvare?”


Lo chiedono gli apostoli. E la pagina di questo vangelo torna a complicarsi. Come dire: nessuno. Quasi che tutti, in un modo o nell’altro, fossimo ricchi. Ed è vero anche questo. Tutti infatti possediamo ricchezze. Forse buttare lo scrigno in mare, cancellare con un frego tutto quello che il catasto annovera di nostro è il meno difficile. Ma l’altro tesoro? Amori, abitudini, luoghi, bravure nostre, nostalgie coltivate, dolci veleni del pensiero, frammenti di materia o di sogno familiari a noi soli. I miei figli, quella donna, gli amici? Crediamo siano legittimi, invece sono ancora “cose”, sono i “molti beni” che aveva quel giovane di cui ci parla l’evangelista.
Abbassa la testa, gira i tacchi e se ne va via triste. Triste. Perché capisce che gli è stata offerta un’occasione che non si ripeterà più. Nella vita nulla si ripete! Le ore, i giorni, gli anni e ciò che essi offrono non sono né fotocopiabili, né riciclabili. Sono unici e irripetibili. Sempre! O li firmi, o li vivi da protagonista, o li perdi. Triste. Perché intuisce che rimarrà “un tale”: uno dei tanti, uno del gregge, uno che segue la corrente. Perché solo chi ha il coraggio di firmare la propria vita ha il diritto e la gioia di essere chiamato per nome!

E Gesù lo vede allontanarsi. Ma cosa fa? Non prova assolutamente a fermarlo, non cerca di convincerlo abbassando il prezzo. Lo lascia andare via. Rispetta la libertà di quel giovane come quella di tutti.

Non ricorre al “tu devi essere perfetto”, ma rimane fedele al “se vuoi essere perfetto”. Non c’è gioia senza libertà!

Sono entrato in un negozio degli Svarowskj e ho chiesto quando comincia la svendita totale. Mi hanno riso in faccia! Ho chiesto ad una commessa di Gucci quando iniziano gli sconti dell’80%. Mi ha riso in faccia. Ho chiesto a Flavio Briatore quando posso entrare gratis al Billionaire: mi ha riso in faccia. Ho chiesto a Mister Prada quando regala l’ultimo modello delle sue scarpe: mi ha riso in faccia. Infine ho chiesto a Francesco Fiorito quando abbassa il prezzo della sua casa in Costa Azzurra. Mi ha riso in faccia, da dietro le sbarre.
Mi hanno riso in faccia tutti perché la loro è merce di prima qualità. Scusa, e Gesù di Nazareth dovrebbe fare “svendita totale”?
Fai attenzione perché l’ultimo che se l’è tirata se n’è andato triste!
(don Marco –www.sullastradadiemmaus.it)

“io sulle vette per riflettere..”

14 Ottobre 2012 Nessun commento

–?Quando i produttori della Lux Vide Matilde e Luca Bernabei gli hanno parlato per la prima volta del personaggio di Pietro, il capo della Guardia Forestale che interpreta in Un passo dal cielo 2 (Raiuno, da domenica 14 ottobre, in prima serata), Terence Hill ha risposto: «Sì, però vado a cavallo, non sulla jeep». Loro, lungimiranti, lo hanno accontentato e oggi Pietro è il secondo personaggio di successo (dopo don Matteo) nato dal connubio tra Lux e Terence Hill. E lui ne è letteralmente entusiasta: «Pietro è uno di quei personaggi che sognavo da piccolo. Mio padre è stato un pioniere della montagna! mi descriveva le Tre Cime di Lavaredo e la Val Pusteria. Quando sono arrivato in Alto Adige per girare Un passo dal cielo mi sono sentito a casa».

«Un passo dal cielo 2» inizia dove si è interrotta la prima serie: Pietro si è riconciliato con se stesso e con la memoria della moglie ed è pronto ad occuparsi di una storia misteriosa che farà da filo conduttore alle otto serate.
Sì. Nella prima puntata Pietro trova nel bosco una ragazza ferita. Non è italiana e non ricorda nulla di quello che le è successo ma è molto spaventata. Non voglio anticipare cosa succederà ma posso dire che avrà a che fare con la tratta delle donne dell’Est. In una scena, Pietro è con una dottoressa dell’ospedale di San Candido e lei gli dice: «Non capisco come si possano comprare le donne per venderle come animali».

Un tema molto delicato: è giusto affrontarlo in una fiction?
Credo che, se trattati con serietà e rispetto, tanti temi di attualità dovrebbero essere trattati nelle fiction. Purché non siano solo pretesti per costruirci sopra una, dieci, cento puntate perché a qual punto, ripetuti all’infinito, perdono senso. Però, ci tengo a ripeterlo,
l’importante è che ci siano serietà e rispetto.

Oltre alla tratta delle donne, in «Un passo dal cielo 2» ne affronterete altri?
L’educazione dei giovani, la loro crescita. Pietro aiuta il nipote Giorgio che, dopo esperienze negative, decide di voler entrare nella Guardia Forestale. Non si limiterà ad insegnargli cosa serve sapere per partecipare al concorso, la sua sarà una vera scuola di vita.

Considerate le location di questa fiction, parlerete anche di natura?
Certamente. L’ambiente di Un passo dal cielo è importantissimo: guardando i luoghi in cui abbiamo girato, la gente capisce quante cose belle abbiamo e quante rischiamo di perderne. E forse, dopo avere visto una puntata, ci pensa due volte a buttare per terra una cartaccia. Quella dell’Alto Adige è una bellezza a cui non si resiste. Anche se hai pensieri o tormenti dentro di te, non puoi fare a meno di sentirti felice. Dopo la prima serie, molte persone mi hanno fermato per strada per dirmi che, in alcuni momenti, Pietro sembrava persino più spirituale di don Matteo. E che i personaggi della nostra fiction erano piaciuti per gli spunti di riflessione che offrivano. Questo dimostra che lo spettacolo funziona quando comunica l’emozione.

Rispetto alla prima serie, Pietro è cambiato?
È un personaggio abbastanza completo. Per le nuove puntate ho solo chiesto agli autori di dargli una dimensione un po’ più epica. Ora sarà il pubblico a giudicare.

Pietro si arrampica, va a cavallo: è stato faticoso interpretarlo?
Sicuramente impegnativo. Le scene più difficili sono quelle delle arrampicate perché, anche se sei messo in sicurezza, rimangono comunque complicate. Poi abbiamo dovuto gestire gli animali: cavallo, lupo, orso e via dicendo. Dare a Pietro la possibilità di andare a cavallo significa avere sul set un “attore” molto esigente, con persone che si occupano solo di lui, lo accudiscono, gli danno da mangiare. Ma, soprattutto, mettere in preventivo che, quando si rifiuta di fare qualcosa che gli chiedi, non c’è modo di convincerlo!
(Tiziana Lupi–AVVENIRE 14.10.12)

“sei pronta?…”

12 Ottobre 2012 Nessun commento

«Sei pronta?». «Abbastanza».

Aveva risposto così, a suo padre, mentre si accingeva a salire all’altare dove avrebbe sposato Enrico. Era il 21 settembre 2008.
Quattro anni più tardi, il 13 giugno 2012, la sposa muore a 28 anni per salvare il figlio che porta in grembo.
La sua storia ha fatto il giro del mondo. Mentre per la Chiesa, che parlò al suo funerale per bocca del cardinale Agostino Vallini, è una «seconda Beretta Molla». Di lei è girata su YouTube una testimonianza toccante. Domenica 23 settembre 2012, a Torino, in un incontro organizzato da un gruppo chiamato al servizio negli ospedali e nelle carceri, “I Giullari di Dio”, davanti a 400 giovani, questa donna ha parlato nuovamente in un filmato inedito che la ritrae a un mese dalla morte. Quando sapeva di essere malata allo stadio terminale. Ed ecco cosa ha raccontato a centinaia di ragazzi che non l’hanno mai conosciuta. E che ora non dimenticheranno tanto facilmente il suo nome, Chiara Corbella.
A 18 anni, Chiara aveva incontrato il suo futuro marito Enrico in un pellegrinaggio a Medjugorje. Tornata a casa aveva detto: «Papà, io quello me lo sposo». Ma le cose non erano andate nel verso giusto. (Non siamo in uno show televisivo di cuori infranti che si ricompongono sotto le telecamere e gli applausi del pubblico, siamo in un auditorium di Torino in cui vediamo il volto e ascoltiamo le parole di una condannata a morte: al suo fianco c’è un marito che sa che di lì a poco sua moglie non ci sarà più, e Chiara rievoca la loro storia). «Bè Signore, gli dissi, tu me lo hai fatto trovare, tu me lo togli, ora torno lì e mi spieghi perché». Apice della crisi. Chiara che si imbarca sul primo traghetto e torna a Medjugorje. Chiara che si ritrova serena ma a cui rimane anche una domanda molto impellente (e molto ruspante, molto alla romana, perché lei è proprio una simpatica romana). «Si va bè stai serena…che vor dì Signore? Che devo fare?». Chiara si racconta. E racconta di una ragazza che cercava «risorse umane che in me non c’erano più, mentre il Signore mi diceva: “Aspetta, fidati”». E invece lei vuole fare di testa sua. Lo chiama senza ottenere nulla. E poi va in Australia, decisa a dimenticarlo. Ma tornata lo ritrova su Msn. I giovani che assistono al filmato in sala sorridono. «Scriveva che voleva i pesi per far ginnastica». Allora Chiara glieli porta di persona. Lei è in pena mentre lui le dice di essere serenissimo. «Sì – spiega Enrico, ruspante anche lui, anche lui romano – perché dovete sapé che senza Chiara io me ero tolto un peso de dosso, senza Chiara io pensavo de sta’ meglio».
(Testimonianza di Chiara Corbella e Enrico Petrillo you tube)
Anche Enrico rievoca quei giorni, quegli anni. E spiega perché una volta non riusciva proprio ad amarla. «Ho sempre avuto una paura incredibile della morte, da quando a 22 anni persi mio padre. Se tutto muore come faccio a legarmi per sempre e a dare tutto?». Poi succede qualcosa. «Capii che la paura è una menzogna, che la vita non ce la diamo noi, che come ha ripetuto Chiara

“siamo nati e non moriremo mai”».

Chiara intanto era corsa disperata da un amico frate francescano. «E lui mi chiede: “Ma perché te sei così incaponita?”. E mi dà da meditare un pezzo dell’Apocalisse: “Quando Egli apre nessuno chiude, e quando chiude nessuno apre”. È stato allora che mi è proprio cambiata la vita. Ho detto: “Va bene, forse non ci ho proprio capito niente Signore”». Chiara si arrende e torna da Enrico. Lui è là fuori arrabbiato. Lei piange mostrandosi per quella che è e lui la perdona. Ricominciano. Vanno a un pellegrinaggio. «Al ritorno lui mi fa: “Ci sposiamo?”. E io: “Ma che dici? Ma sì!”». Ride ancora Chiara. Insieme a un pubblico di giovani che la guarda e l’ascolta con occhi e cuore teso in quell’ultimo suo filmato. Adesso lei prende fiato, la lingua è malata e le rende difficile la parola. Ma si capisce, vuole parlare, ci tiene a raccontare la sua storia, la storia tra un uomo e una donna. «Abbiamo litigato ancora una sera intera, litigavamo su tutto, perche lui doveva spiegarmi come funzionavano le leve: non era possibile che a 24 anni non sapessi cosa fossero… Adesso ho capito, però». Ride ancora, Chiara. «Siamo arrivati al matrimonio con una serenità incredibile rispetto a quelli che ci conoscevano e che ci avevano visto litigare per qualsiasi cosa. Sembrava non ci fosse davvero più niente a metterci paura. Era così. Avevamo affrontato le nostre paure e avevamo smesso di pretendere. Avevo detto: “Mi fido Signore”, e Dio ci aveva allenati ad attendere».
Dopo il matrimonio Chiara rimane subito incinta. Ma dall’ecografia all’ottava settimana viene un responso ferale. Enrico è in ospedale per un intervento e lei non sa come dirgli che Maria non ha il cervello. Che morirà subito dopo la nascita. Allora scrive al marito. E lui le risponde. «Questa è nostra figlia, la accompagneremo fin dove possiamo». Ancora una volta la commozione in sala è spenta da questa fantastica romana. Che ha ancora la forza di sorridere. Ed è sul ciglio della tomba. Sta ricordando la sua prima gravidanza. E tra un mese lei stessa non ci sarà più. Ma lei sorride. E intercala battute, ed è davvero una simpatica romana. «Bè, io ci sono rimasta, ho detto: ammazza, ma questo mi ama sul serio, così come lo amo io». In ospedale le dicono che quella che aveva portato in grembo non era vita. «Non volevano nemmeno farci vedere Maria. E invece ho detto: “Datemela”». E Maria è stata battezzata.
Accoglienza e sacrificio
Dopo la morte della primogenita, Enrico e Chiara tornano a Medjugorje. Per ringraziare Maria e chiedere la grazia di una nuova gravidanza. E la grazia accade. E il dolore anche. L’ecografia dice che Davide non avrà gli arti inferiori. «Vabbè Signore, dico, ma che ci stai chiedendo? Capii che in fondo la prima volta il Signore ci aveva chiesto: “Siete disposti ad accompagnare un figlio fino a dove vi chiedo e basta?”. Ora ci diceva: “Sei disposto ad accogliere un figlio disabile nella tua famiglia?”. Abbiamo risposto ancora di sì». Ma poi l’annuncio che anche Davide, appena nato, morirà. Entra in scena Enrico. Dice: «I nostri figli non sono nostri, ce mancano, non è che…». E non ce la fa proprio a chiudere la frase. Mentre Chiara è lì. Ancora un mese prima di morire. Con questa sua lingua affaticata. Col cancro che avanza. A confortare il suo sposo. E sorride, Chiara. Col sorriso bello e ruspante di una ragazza romana. «Se tuo figlio vince ’na borsa de studio e deve andare in America e tu sai che la sua fortuna è andà là, che fai? Non ce lo mandi? Ce lo mandi anche se te dispiace!».
E così arriva il terzo figlio, Francesco. Questa volta è vivo, sta bene, cresce sano nel grembo di sua madre. E invece a Chiara hanno scoperto un carcinoma. Maligno. E lei decide che la cosa più importante è Francesco. Decide che curerà il cancro solo dopo il parto. E tutto ritorna preghiera. Intorno a lei si forma un popolo. Si raduna gente che sta in capo al mondo. Mentre i due sposi ripetono la promessa che si sono fatti vicendevolmente davanti a Dio e al popolo, al loro matrimonio: «Chiediamo a voi, fratelli e sorelle, di pregare con voi e per noi, perché la nostra famiglia diffonda nel mondo luce, pace e gioia».
Chiedere la guarigione
Enrico, come Chiara, sente tutto il peso del dolore, lo sgomento. E spiega che «io nella vita ho sempre avuto paura del buio, so’ pieno di paure, perciò onestamente a me sembra una cosa soprannaturale aver affrontato ’sta roba e quindi io sento di aver vissuto un miracolo insieme a mia moglie». Chiara racconta la sua ultima “discussione” avuta con il Padreterno: «Signore, o mi guarisci oppure mi dai la grazia di vivere questo momento, mi devi però convincere che è molto meglio che io raggiunga i miei figli. Così, da quando sono uscita dall’ospedale ho iniziato a pensare: oh Dio adesso come si fa? Ho pensato a tutte le difficoltà a cui sarebbe andato incontro Enrico da solo e ho passato un po’ una notte così, un po’ sveglia. E ho detto: “No, così non si può vivere. Fossero gli ultimi momenti della mia vita, li devo vivere chiedendo al Signore la grazia”. Se no umanamente si impazzisce». Dopo un ennesimo viaggio a Medjugorje, Chiara ritrova la serenità. «E ho detto: “Signore questo è il miracolo”».<

strong> Chiara chiede «la grazia di vivere la grazia».

E poi ringrazia. «Perché anche se fossero i momenti finali è un privilegio sapere in anticipo di morire e… – la voce la si rompe in un groppo in gola – uno così può dire ti voglio bene!». E noi che ascoltiamo queste parole restiamo impietriti davanti a tanta strana bellezza.
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su youtube guarda e ascolta:
chiara corbella enrico petrillo testimonianza

“…c’era piccolissima differenza…”

11 Ottobre 2012 Nessun commento

C’è qualcosa di commovente nelle parole che Yamanaka, il novello Nobel per la medicina, pronunciò qualche anno fa in una intervista al New York Times.
“Il dottor Yamanaka era un assistente professore di farmacologia che faceva ricerca sulle cellule staminali embrionali (…) Su invito di un amico guardò attraverso un microscopio uno degli embrioni umani conservati nella clinica. Quello sguardo cambiò la sua carriera scientifica.

“Quando vidi l’embrione,

mi accorsi improvvisamente che c’era piccolissima differenza tra lui e le mie figlie, ” disse il Dr. Yamanaka (…) “Pensai, non possiamo continuare a distruggere embrioni per la nostra ricerca. Ci dev’essere un altro modo”
Quello sguardo, quella nuova consapevolezza non ha cambiato solo la vita di Yamanaka, ma la storia della scienza. La tecnica di distruzione degli embrioni per ottenere staminali, fallimentare e tuttavia ostinatamente perseguita, è ormai superata da quella di riprogrammazione cellulare che lo scienziato giapponese ha ideato. Non sapremo mai con precisione la vera estensione del massacro di questi anni, fatta in nome di una ricerca che tutto può. Quando c’era “semplicemente” da cercare un altro modo.
Una domanda però mi sorge: se questa persona, che non credo nessuno possa affermare essere un fideista ignorante, ha visto in un embrione un essere umano, come mai tanti ancora oggi non ci riescono? Da quale microscopio occorre farli guardare per mostrare loro l’evidenza?
(berlicche.wordpress.com)

l’augurio: BUON VENTO!!

8 Ottobre 2012 Nessun commento

La linea dell’orizzonte è sfrangiata da cielo, pioggia e mare mischiati insieme. Il brigantino è in banchina, a La Spezia, perché fuori l’onda cresce fino a tre metri. Le vele ripiegate. Ma non importa troppo: anche l’attesa è passaggio importante per crescere. Per ricostruirsi. Per imparare a sanare gli errori commessi.

E se questi uomini hanno spesso maschere e modi da duri senza cuore, pian piano su questa barca e in questi giorni i travestimenti svaniscono, a volte cedendo il posto a una lacrima che magari si sarebbe voluta nascondere. “Nave Italia” è il brigantino a vela più grande al mondo, sessantuno metri di legni, ottone e buona tecnologia: una suggestione d’altri tempi a pelo d’acqua. Oltre all’equipaggio di venti militari, la “Comunità Papa Giovanni XXIII” vi ha portato a bordo per cinque giorni l’esperienza di una comunità educante per i carcerati. Cioè una ventina di detenuti da diversi istituti di pena, con gli operatori e il cappellano del carcere di Frosinone. «Buon vento» ci si augura, fra uomini di mare, prima d’imbarcarsi.
L’attesa.
E gli altri
«Le mie sensazioni sono un po’ strane – dice Marco –. Io sono una persona un pochino chiusa e faccio fatica a espormi troppo con gli altri, però in questa occasione mi sto un po’ aprendo». Poi socchiude gli occhi, in coperta, guardando il porto: «Forse sto togliendo un po’ di rabbia che avevo in me per le mie caz… fatte».

È dura essere costretti all’ormeggio quattro giorni, ma in qualche modo è una specie di burrasca anche questa. «All’inizio di questa esperienza ero timoroso – spiega Franco – perché non conoscevo le persone e per l’incognita della vita su una nave». Il desiderio di salpare è forte, sempre più, tuttavia «è come se quest’attesa mi abbia permesso di entrare di più in relazione con le persone. Stare su una nave e i suoi spazi limitati mi ha permesso di mettermi in gioco e non imboscarmi».

È impossibile su un’imbarcazione. Tutti sono coinvolti in tutte le attività, dalle pulizie agli impegni marinari (come issare e ammainare le vele, salire in testa d’albero, imparare a fare e sciogliere i nodi). E poi ci sono momenti di confronto, di animazione spirituale e il progetto artistico legato al teatro. «Trovo pesante il fatto di avere l’intera giornata programmata senza avere il tempo di stare solo a pensare alle mie cose», si lamentava il primo giorno Carlo. Ed Enrico aggiungeva: «Con il passare delle ore ho deciso che non potevo lasciarmi scoraggiare e mi sono detto che dovevo approfittare di questa occasione per stare insieme alle persone che condividono questa esperienza con me».

La porta che si apre
Il mare entra dentro. Scava, tormenta, parla. Rasserena. Le cuccette di una barca sono piccole, anguste e, insieme, accoglienti e avvolgenti. «Non riesco a capire perché il passato non ha il coperchio – sussurra Davide, una sera, seduti sotto il grande boma –. Forse perché quando si chiude una porta e se ne apre una nuova, di solito guardiamo tanto quella chiusa da non accorgerci di quella che si è appena aperta». Fabio Gallo è della “Papa Giovanni” ed è pragmatico: «Chi è detenuto – racconta – prima o poi esce dal carcere e nel 75 per cento dei casi vi rientra negli anni successivi. Chi invece ha scontato la carcerazione usufruendo di pene alternative, costruendo legami affettivi, relazioni positive e confrontandosi con il mondo del lavoro, solo nel 19 per cento dei casi torna a delinquere». E allora, secondo Gallo, «la società può e deve coinvolgersi nel recupero dell’uomo che sbaglia, che non vuol dire “liberi tutti”». Fermo restando che «chi ha sbagliato deve saldare il suo conto con la società. Però si devono creare strutture dove la persona possa riappropriarsi di se stessa e destinarsi secondo verità, intelligenza, amore».

Alle diciannove, ogni sera, c’è la Messa. Celebra don Guido, quarantasette anni e modi affabili. i ragazzi si occupano di preparare l’altare prima e delle letture poi. È il momento nel quale «sull’altare – usando le sue parole – mettiamo quanto abbiamo fatto nella nostra giornata, ma anche i nostri sbagli e le nostre sofferenze». I vetri del saloncino, quasi sotto la plancia, si arrossano di sole che va a tramontare.

Una Croce per l’altare
Scaramanzia e superstizione sono parte degli uomini di mare. Così, alcuni ragazzi dell’equipaggio quando hanno saputo delle Messe a bordo, per poco non… svenivano: «No! Soltanto se è morto qualcuno si celebra sulla nave!», avevano tuonato. Poi invece hanno finito per parteciparvi loro stessi. E fatto in realtà molto di più: non c’era un Crocifisso da tavolo e la prima sera sull’altare erano stati sistemati due listelli di legno incrociati alla bell’e meglio. Il giorno dopo è saltata fuori una Croce costruita in mattinata e benedetta da don Guido.
Ancora Fabio Gallo: «Recuperare i ragazzi che passano nelle carceri italiane penso sia una sfida possibile».

Ci vuole uno «sforzo enorme e un enorme lavoro da parte di tutti noi», ma è sfida «da raccogliere» e «su questa nave mi pare abbiamo dimostrato quanto sia possibile, accorgendoci come in pochi giorni si possano tirar fuori cose belle da persone che per la società sono scarti». L’immagine più bella? «Vedere ragazzi che hanno infanzie e vite ferite capaci di rimettersi in gioco come dei bambini». Pioggia leggerissima. Maurizio allarga il cuore: «Non avevo mai fatto un’esperienza come questa. Provo una sensazione di libertà interiore, nella quale i pensieri, i brutti ricordi sembrano svaniti nel nulla, ma che in un attimo come ti trovi da solo ecco che riaffiorano». Ali spiegate di gabbiani che cavalcano il vento, scivolano per un istante sull’acqua e si rialzano in volo. Va avanti, Maurizio: «Ho vissuto molto tempo in solitudine, chiuso in me stesso. Faccio molta fatica ad aprirmi con chi mi sta vicino». Ancora avanti: «Forse ho paura di arrivare a capire chi sono veramente».

Un unico «gruppo»
Questi cattivi forse non sono tali, forse lo erano solamente diventati. «Ancora oggi non sono libero dai miei giudizi e pregiudizi – spiega Renzo a bassa voce –. È che non sono capace di una vera, profonda accoglienza» e questo «non mi permette di lasciarmi andare con tutti». C’è poi il tempo dei sorrisi su Nave Italia. Finanche quello di mettere la musica e, sul ponte, fare tutti insieme lo step (ginnastica aerobica a tempo di musica con uno scalino) guidati dal… nostromo. Mentre il comandante, Paolo Saccenti, fuma il suo sigaro e osserva divertito. E a tavola, per pranzo e cena, niente posti fissi o tavoli “riservati”: membri dell’equipaggio e ragazzi si mischiano gli uni con gli altri, i dialetti di mezza Italia si fondono insieme, le battute si sprecano, chiacchiere e sfottò sul calcio la fanno da padroni.

Così è strano. Così sembra che l’equipaggio sia unico e che – come accade soltanto in barca – ci sia soltanto una squadra: un gruppo di uomini, ognuno coi suoi compiti, senza differenze, né passati, che si muovono all’unisono per navigare verso un porto. Nel giorno dei saluti don Guido è il primo a sbarcare, ha il treno per tornare a Frosinone molto presto, prima degli altri, e un sorriso contento sul volto. Finite le (ultime) pulizie, i borsoni di ciascuno vengono sistemati sul ponte. Brutto tempo e pioggia anche oggi. Ci si scambiano numeri di telefono, indirizzi e-mail, abbracci. «A volte basta poco», dice il cappellano. Sempre, forse.
(Pino Ciociola —AVVENIRE—8.X.12)

grazie alla musica rinasco dal dolore

7 Ottobre 2012 Nessun commento

Non crede più ai grandi sogni, ma alle piccole cose utili e realizzabili il Niccolò Fabi di Ecco, settimo capitolo di una carriera iniziata cantando dei propri capelli e poi trasformata dall’esperienza nel seme da cui far germogliare la pianta della condivisione e della solidarietà.

Uno strumento d’indagine interiore affinato canzone dopo canzone, album dopo album, viaggio dopo viaggio in Africa, alla ricerca di valori e cose vere su cui poggiare l’esistenza senza farsi condizionare più di tanto da un progresso spesso rivolto più a «consumare cose che non ci servono e nemmeno ci piacciono» che a costruire speranze. Per lui, oggi, scrivere canzoni significa innanzitutto «partire da un pezzo di me per arrivare a qualcosa che in un modo o nell’altro possa assomigliare ad un brandello di pensiero collettivo». E in questo viaggio verso gli altri il cantautore romano, 44 anni, preferisce farsi accompagnare dalla famiglia e dalle buone letture come Le cose che non ti ho detto di Azar Nafisi o quel Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer che nel suo sorprendente finale riavvolge la pellicola del salto nel vuoto di una vittima dell’attacco alle Torri Gemelle riportandola in ufficio e poi a casa tra i tepori delle mura domestiche. Un “rewind” che lui applica alla freccia nel suo viaggio a ritroso dal ramo dell’albero all’arco impugnato sulla foto di copertina, ma in cuor suo pure alla sventura di Olivia, la figlia persa due anni fa per una malattia fulminante (cui ha dedicato la Fondazione Parole di Lulù Onlus che aiuta l’infanzia), e ai vagiti del piccolo Kim che il mese scorso è tornato a riconciliarlo in qualche modo con la vita.

«Faccio un lavoro che aiuta a metabolizzare il dolore trasformandolo in qualcos’altro» spiega lui, intenzionato a presentare Ecco (sul mercato da martedì prossimo) con un giro di concerti nelle Fnac assieme a Pier Cortese e Roberto Angelini nell’attesa di varare a gennaio un nuovo tour teatrale. «Gli artisti, infatti, si cibano di gioie e dolori e non scorderò mai che la mia prima canzone l’ho scritta sulla scia di una delusione sentimentale». Verosimile è un dito puntato contro la tv del dolore, Indipendente è contro l’effimero “bisogno” di libertà che pervade la vita d’oggi. «Tutti vogliono sentirsi indipendenti, dai genitori, dalla famiglia, dal capoufficio… ma io mi domando se davvero si può essere indipendenti da tutti e da tutto se essere dipendenti da qualcuno non vuol dire amarlo ed essere amati».

Tutto con sensibilità musicali che spaziano da Bon Iver a Beirut o Mogwai, le sue frequentazioni più assidue del momento. Una buona idea è un affondo sulle «ideologie perdute, le religioni evaporate, le nostre vite senza direzione e senza meta» in cui Fabi si dichiara orfano dell’illusione della sua disillusione / di uno slancio che ci porti verso l’alto / di una cometa da seguire / di un maestro da ascoltare». Di una vita in cui è sempre più faticoso riconoscersi se non hai valori che ti possano venire in soccorso perché «quando abbracci un albero di duecento anni, le tue problematiche si ridimensionano».
(Massimo Gatto —AVVENIRE 6 ottobre 12)

…il vecchio Marco….non esiste più!

4 Ottobre 2012 Nessun commento

Marco Deambrogio, famoso “viaggiatore in moto”, che ha compiuto leggendarie imprese in giro per il mondo, racconta un episodio straordinario che ha cambiato la sua vita.
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“Da due anni ero bloccato sul divano di casa. Una brutta infiammazione ai piedi mi aveva quasi paralizzato. Un guaio tremendo per un giramondo come me. Mi sentivo morto, distrutto. Poi, all’improvviso, un pensiero folgorante: fare il Cammino di Santiago, il famoso pellegrinaggio che dai Pirenei porta a Santiago de Compostela. Ottocento chilometri a piedi, una cosa folle nelle mie condizioni. Ma quel pensiero divenne fisso, un’ossessione e, contro il parere dei medici, dei familiari, degli amici, mi sono organizzato e sono partito. Fin dal primo giorno mi sono successe cose incredibili. Sono tornato guarito e completamente cambiato. E ho ritrovato la bellezza della fede.”

Così dice Marco Deambrogio, e mi guarda con una luce particolare negli occhi come a volermi comunicare un intero universo, oltre alla sua storia.Quarantasei anni, Deambrogio è conosciuto come “l’uomo che attraversa i deserti in moto”. Le sue imprese, sempre in solitaria, sono diventate leggenda.A cavallo della sua motocicletta ha fatto il giro del mondo percorrendo 57 mila chilometri, ha viaggiato da Milano a Kabul in tempo di guerra, ha attraversato l’Oceania e i deserti australi, è arrivato sino a Pechino percorrendo l’antica “via della seta”. “Puoi dunque immaginare come mi sentivo ad essere immobilizzato”, dice Deambrogio. “Ero proprio a pezzi, mi pareva di essere in gabbia.Io che avevo fatto dell’assoluta libertà il mio stile di vita, potevo a malapena andare a fare la spesa al supermercato, camminando a stento tra fortissimi dolori”.

Hai detto che avevi un problema ai piedi.

Sì. Una fascite plantare da entrambe le parti, una brutta infiammazione dei tendini della pianta dei piedi. Ero stato da diversi ortopedici e le avevo provate tutte: antinfiammatori, laser terapia, onde d’urto, sottopiedi anatomici, trattamenti osteopatici, massaggi plantari. Nessun risultato e sempre fortissimi dolori.

E ugualmente hai deciso di partire?

E’ stato più forte di me. Era il 13 giugno dell’anno scorso e avevo appena ricevuto l’ennesimo referto medico che mi imponeva il riposo più assoluto. Quella mattina mi sono alzato con un pensiero fisso, un chiodo nella mente. “Devo fare il Cammino di Santiago”, mi dicevo. Ma non avevo ben chiaro cosa fosse e così mi sono documentato. Scoprii che era un antico pellegrinaggio, sacro al Cristianesimo, che nel Medioevo era stato percorso anche da San Francesco e da Carlo Magno. Attraversa la Francia e la Spagna e arriva fino a Santiago de Compostela, dove si trova la tomba di San Giacomo, uno dei dodici apostoli. Un percorso molto lungo, difficile, di oltre ottocento chilometri da percorrere a piedi. Oggi, sono sempre di più i pellegrini che lo intraprendono al punto che il Santuario di Santiago sta diventando una delle grandi mete religiose.

E tu volevi fare lo stesso nelle tue condizioni?

Sì. Mi davo del pazzo ma sentivo una forza irresistibile che mi spingeva a muovermi. Sottolineo che non c’era niente di devozionale nella mia decisione. Erano almeno trent’anni che non entravo in una chiesa e la mia vita era sempre stata abbastanza lontana dalla fede. Nonostante questo, sentivo che il “Cammino” mi stava chiamando.
Quello stesso giorno ho caricato la mia auto e sono partito alla volta della cittadina di St. Jean Pied de Port, sui Pirenei, da dove parte ufficialmente il Cammino per Santiago. Il giorno dopo, ho messo i piedi sul sentiero. Sulle spalle avevo uno zaino di venti chili, un macigno se pensi che io ne peso sessanta. La prima tappa era di 25 chilometri in montagna. Ma solo dopo pochi metri, credevo di svenire dal dolore.

Come hai fatto allora?

Ho stretto i denti. Camminavo adagio, mi fermavo in continuazione. Le fitte erano terribili, avevo paura che i tendini si rompessero.Vedevo gli altri pellegrini procedere spediti, li vedevo pregare. Mi chiedevo perché fossi lì ma l’unica risposta che sentivo in me era che dovevo proseguire. Ho impiegato dodici ore a fare quei 25 chilometri, fino a Roncisvalle, in Spagna. Una sofferenza inaudita. Entrato in città, sono subito andato alla struttura recettiva per i pellegrini. Mi sono buttato sul letto: ero distrutto dal dolore ai piedi e alla schiena. Qualcuno mi disse che quella sera era in programma la benedizione del pellegrino. Così, per curiosità, mi trascinai fino in chiesa. E lì, mi è accaduto qualcosa di meraviglioso.

Che cosa?

Come ti ho detto, erano almeno trent’anni che non mettevo piede in chiesa. Eppure, la Messa mi colpì, mi emozionò moltissimo. Quando finì, aspettai che tutti fossero usciti e rimasi da solo. Allora mi avvicinai alla statua della Madonna. All’improvviso avvertii un forte calore. Mi avvolgeva completamente. Le gambe mi tremavano, non riuscivo a staccare gli occhi dalla statua. Volevo pregare ma non ricordavo le parole dell’Ave Maria. Allora ho iniziato a parlare come se avessi una persona di fronte a me. Parlai con la Vergine, le affidai la mia vita, quella dei miei cari. E subito sentii una voce, non so dire se dentro o fuori di me, che diceva: “Marco, stai tranquillo. Ci sono io vicino a te, ti accompagno fino alla fine.” Sono scoppiato in lacrime e quando sono uscito dalla chiesa, ero un uomo diverso.

Hai continuato il cammino?

Certo. Ma in un modo tutto nuovo. Lo facevo pregando. E, cosa incredibile, i miei piedi, guarivano passo dopo passo. Era una meraviglia continua. Chilometro dopo chilometro, i piedi stavano sempre meglio. Mi facevano male solo se mi fermavo. Non potevo restare fermo, dovevo proseguire e solo allora il dolore spariva. Ho fatto tutto il Cammino in uno stato di grande serenità, meditando, immerso nella preghiera. Ottocento chilometri in 39 giorni. Ho conosciuto gente meravigliosa lungo la via, altri pellegrini ognuno con la sua storia di gioia o di dolore e sono stati incontri che mi hanno arricchito.

E adesso?

Adesso il vecchio Marco, tutto teso e solitario, non esiste più.
Ho ritrovato la fede e mi sento benissimo. Tutte le domeniche vado in chiesa con mia madre. Sono stato a Medjugorie. Ma rimango un viaggiatore e così ho in progetto di andare in pellegrinaggio a Gerusalemme in automobile, sul percorso che facevano un tempo i pellegrini detti “palmieri”. Stavo per partire qualche mese fa ma i disordini in Siria mi hanno fermato. Non appena sarà possibile, mi metterò in viaggio. Poi, a piedi andrò a Roma sulla famosa via Francigena. Così avrò compiuto i tre percorsi che ho chiamato le “tre Vie della Vita”. E sto anche scrivendo un libro. Alle mie principali avventure di viaggio ho sempre dedicato un libro, raccontando quanto mi è capitato. Sono libri-diario. Ho scritto “Il giro del mondo in moto” e “Destinazione Afghanistan”. Il prossimo, nel quale racconterò il viaggio a Santiago, il viaggio a Gerusalemme e il viaggio a Roma, si intitolerà “Le tre vie della vita”.
(da: www.donboscoland.it)