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Archivio Novembre 2012

Cuore pesante? alza lo sguardo…

29 Novembre 2012 Nessun commento

I Domenica di Avvento
Anno C

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.

Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina (…).

L’Avvento è il tempo che prepara nascite, il tempo di santa Maria nell’attesa del parto, tempo delle donne: solo le donne in attesa sanno cosa significhi davvero attendere. Ma non si attende solo la nascita di Gesù.
Ci saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia… Il Vangelo ci prende per mano, ci porta fuori dalla porta di casa, a guardare in alto, a percepire il cosmo pulsare attorno a noi, a sentirci parte di una immensa vita. Che patisce, che soffre, che si contorce come una partoriente (Is 13,8), ma per produrre vita. Il presente porta nascite nel grembo. Ma «quanto morir perché la vita nasca» (Rebora).
È un tempo di crisi. C’è una crisi della Chiesa, diminuiscono le vocazioni, cresce l’indifferenza religiosa, l’istituzione ecclesiastica perde fiducia. Ma la fede ci permette di intravedere che la fine di un certo tipo di Chiesa può portare a un nuovo modo di vivere la fede, più essenziale, libero e convinto, pieno di cuore e di verità. È il nostro atto di fede: il regno di Dio viene, ed è più vicino oggi di ieri.
Anche la crisi economica e finanziaria ci sta dicendo che dobbiamo cambiare strada e favorire un altro modello di economia, non fondato sulla logica della crescita infinita, che è insostenibile, ma su rispetto della natura, sobrietà e solidarietà.
Il Vangelo d’Avvento ci aiuta a non smarrire il cuore, a non appesantirlo di paure e delusioni: «state attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano».
Ci sarà sempre un momento in cui ci sentiremo col cuore pesante, scoraggiati. Ho provato anch’io lo scoraggiamento, molte volte, ma non gli tengo il posto, non gli permetto di mangiare nel mio piatto, non gli permetto di sedere sul trono del mio cuore. Il motivo è questo: fin dentro i muscoli e le ossa io so una cosa, come la sapete voi, ed è che non può esserci disperazione finché ricordo perché sono venuto sulla terra, di chi sono al servizio, chi mi ha mandato qui. E chi sta venendo: allora vedranno il Figlio dell’uomo venire con grande potenza e gloria.
Questo mondo contiene Lui! Che Viene, che è qui, che è più grande di noi; c’è un Liberatore, esperto di nascite, in cammino su tutte le strade.
Alzatevi, guardate in alto e lontano, perché la vostra liberazione è vicina. Uomini e donne in piedi, a testa alta, occhi alti e liberi: così vede i discepoli il Vangelo. Gente dalla vita verticale.
Il Vangelo ci insegna a leggere il presente e la storia come grembo di futuro, a non fermarci all’oggi, ma a guardare avanti: questo mondo porta un altro mondo nel grembo. Un mondo più buono e più giusto, dove Dio viene, vicino come il respiro, vicino come il cuore, vicino come la vita.(Ermes Ronchi)
(Letture: Geremia 33,14-16; Salmo 24; 1 Tessalonicesi 3,12-4,2; Luca 21,25-28.34-35).

LA VECCHIETTA

24 Novembre 2012 Nessun commento

“Doppo una notte movimentatella/
ritorno a casa che s’è fatto giorno./
Già s’apreno le chiese; l’aria odora/
de matina abbonora e scampanella./
Sbadijo e fumo: ciò l’idee confuse/
e la bocca più amara de l’assenzio./
Casco dar sonno. Le persiane chiuse/
coll’occhi bassi guardeno in silenzio./
Solo m’ariva, da lontano assai,/
er ritornello d’una cantilena/
de quela voce che non scordo mai:/
“Ritorna presto, sai? Sennò me pijo pena”"./

E vedo una vecchietta che sospira e m’aspetta.

Qualche mese fa è stata pubblicata, a cura di Luciano Luisi, un’antologia di “versi per la madre”, In queste braccia (San Paolo).
Ascoltando le 92 voci poetiche che cantano, ciascuna a suo modo, l’amore e il legame con la propria madre, ho scelto le parole semplici e tenere di Trilussa, il noto poeta dialettale romano (1871-1950). Egli raffigura un quadretto di vita che soprattutto ai nostri tempi è quasi quotidiano: figli e figlie che trascorrono intere notti fuori casa, lasciando sempre in agitazione i genitori, almeno quelli che non riescono a ignorare i rischi a cui va incontro la loro creatura. Certo, ci può essere un’apprensione eccessiva o un possesso quasi geloso nei confronti dei figli. Ma, come accade anche a me quando rientro da qualche viaggio a notte fonda, il vedere ragazzini ancora delle Medie fuori dai locali pubblici o per strada a quelle ore pone un interrogativo sui loro genitori. Tra l’altro, è noto ormai cosa significhi la frase “strage del sabato sera” coniata dai giornali” Essere genitori è forse più arduo oggi che in passato e l’impegno che questa vocazione richiede non sempre è ben considerato ed esercitato. E i figli dovrebbero più spesso varcare le soglie della superficialità per comprendere il loro impegno in famiglia e nel mondo.

dal coma al galoppo

21 Novembre 2012 Nessun commento

“Quando la sua attività cerebrale sembrava quasi scomparsa, i dottori, convinti che le probabilità di sopravvivenza fossero pochissime, e che se anche si fosse ripresa sarebbe vissuta in stato vegetativo, hanno comunicato ai genitori che le avrebbero tolto ossigeno, alimentazione e idratazione. A riportare la vicenda è stato a fine ottobre il Daily Mail.
DAL LETTO AL GALOPPO. La storia di Carina Melchior, danese di 20 anni, coinvolta in un incidente stradale, che l’anno scorso l’aveva mandata in coma, ha riaperto il dibattito sui trattamenti di fine vita del suo paese. Il cervello di Carina, infatti, dava ancora segnali di vita seppur minimi, quando i medici hanno avvisato i suoi genitori che a breve avrebbero tolto alla ragazza i supporti vitali per procedere alla donazione di organi. La famiglia aveva salutato Carina ed era tornata a casa in attesa di procedere secondo il giudizio dei medici, quando l’ospedale ha telefonato ai genitori avvisandoli che la ragazza si era svegliata. Ma quasi a ribellarsi Carina ha aperto gli occhi appena i medici le hanno tolto i supporti vitali. Ora la ragazza parla, cammina ed è tornata a cavalcare il suo cavallo Mathilde di cui aveva subito chiesto poco dopo aver ripreso coscienza.
“VOLEVATE UCCIDERMI?”.
Carina al risveglio ha poi inchiodato i medici, domandando loro più volte se volevano ucciderla. Mentre suo padre Kim li ha denunciati, convinto della troppa disinvoltura con cui gli hanno comunicato false certezze, convincendolo che non ci fosse più alcuna speranza. Un medico danese, intervistato dal Daily Mail, ha invece scusato i medici parlando di un caso di “cattiva informazione”, nel senso che i dottori avrebbero solo sbagliato nel comunicare la morte cerebrale prima che il tempo richiesto dal protocollo per la donazione degli organi fosse effettivamente giunto al termine, il che non significa che non avrebbero aspettato fino all’effettivo scadere dei tempi. Ma la famiglia di Carina e la ragazza stessa vogliono comunque fare chiarezza, dato che i supporti vitali le erano stati tolti prima del tempo richiesto per dichiararne la morte cerebrale.

LINEE GUIDA. Intanto il governo danese sta già scrivendo delle linee guida molto più rigide di quelle precedenti, che non permettano ai medici di rimuovere i sostegni vitali finché la morte cerebrale non sia accertata. E per sensibilizzare l’opinione pubblica Carina e la sua famiglia hanno girato un video, intitolato La ragazza che non voleva morire, in cui si racconta tutta la vicenda dall’incidente fino alla ribellione e alla successiva riabilitazione.
@frigeriobenedetta
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la sindrome di Tourette

19 Novembre 2012 Nessun commento

ottobre 8, 2012 Susanna Campus

Cari amici, pochi giorni fa ho visto un film che dovreste vedere anche tutti voi. È una pellicola che parla di una persona che non si è arresa alla malattia e si è battuta per vivere una vita normale. Si tratta della commovente storia di Brad Cohen, affetto dalla “sindrome di Tourette”. Devo ammettere che non avevo mai sentito nominare tale malattia e ho subito voluto vedere di cosa si trattava: è un disturbo neurologico che si manifesta con dei tic motori e fonatori, altamente invalidante. Brad Cohen era ancora un bambino quando iniziò a manifestare queste problematiche e, grazie alla testardaggine della madre, si scoprì che soffriva di questa sindrome. Deriso dai compagni e allontanato dagli insegnanti, Brad iniziò a odiare la scuola ma, grazie a un preside che prese a cuore la sua situazione, cominciò ad amare la scuola fino al punto di voler diventare egli stesso insegnante. Naturalmente, il suo è stato un cammino molto lungo e faticoso, ma la sua perseveranza ha fatto sì che potesse realizzare il suo sogno.
Nella sua tormentata vita ha dovuto superare tanti ostacoli, perché i presidi delle scuole nelle quali si presentava e si proponeva come insegnante, appena sentivano del suo problema, si rifiutavano di dargli una possibilità. Ma la sua testardaggine e l’affetto di bambini che, a differenza degli adulti, non vedevano nulla di strano nella sua malattia – se non qualche stranezza accompagnata però da una grande e divertente abilità educativa – gli hanno permesso di coronare il suo desiderio. Brad Cohen è stato molto coraggioso perché ha affrontato le difficoltà con grande caparbietà, come tutti noi malati dovremmo fare, perché non dobbiamo mai vergognarci della nostra condizione. Quel che importa è chi siamo e cosa facciamo, solo questo.
Pensate che, secondo molti studiosi, il grande Mozart soffriva di questa malattia. E pensate che venga ricordato per la Sindrome di Tourette? Credo proprio di no! Era un musicista eccezionale e viene ricordato per le sue opere, per ciò che ha fatto e per i capolavori che ci ha lasciato.
Credetemi, ci sono tanti ostacoli che i malati incontrano nel loro cammino e bisogna superarli con caparbietà, perché non si deve mai abbandonare la speranza di una vita migliore nonostante le limitazioni. E se parliamo di limitazioni, quale limitazione peggiore è la limitazione mentale? Cosa, se non il pregiudizio, ha frenato tanti presidi nel dare una chance a Brad? In molti non hanno nemmeno voluto verificare se in quell’uomo così apparentemente “diverso” si nascondesse un genio alla Mozart.

La malattia, il più delle volte, tira fuori il meglio delle persone, perché si inizia ad apprezzare tutto ciò che ci circonda, e quando riesci a raggiungere l’agognata meta, la soddisfazione è tripla rispetto alle persone “cosiddette normali”.

Cari amici, non abbiate pregiudizi, pensate che noi siamo persone “normali”, ci piace fare tutto quello che piace fare a voi e soprattutto abbiamo tanti desideri, e credo che abbiamo diritto di vivere al meglio. Non esiste malattia che non si possa combattere: basta solo che la mente non si arrenda, ed è quello che ha fatto Brad Cohen, e tutti i Brad Cohen del mondo, perché non bisogna mai arrendersi anche se la battaglia è dura. Non bisogna sfiduciarsi, perché il premio per la meta raggiunta sarà ancora più grande. Combattiamo per tutti i malati che non hanno il coraggio di Brad, per far sì che possano vivere una vita normale e che non vengano né derisi né compianti (se c’è una cosa che ci dà fastidio sono gli sguardi languidi e falsamente pietosi. Ma voi non sapete che risate ci facciamo mentre ci guardate coi vostri occhioni da “ebeti”).
Quindi ecco il consiglio cinematografico della Susy: non perdete questo film, primo perché è fatto molto bene, secondo perché è divertente e racconta la malattia con ironia, e soprattutto per il terzo motivo che è il più importante: tratta della malattia in senso positivo, dando una speranza ai malati, senza piangersi addosso. Si intitola
La mia fedele compagna
vedrete che poi mi ringrazierete per il consiglio.
Bacioni,
Susanna

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popolarissimo e solo

19 Novembre 2012 Nessun commento

La notizia della sua morte ha fatto il giro del mondo. Dennis Avner si è suicidato nella sua casa in Nevada. Eppure nessuno lo ricorda come Dennis Avner, era meglio noto infatti come “Uomo gatto” (o anche “Uomo tigre”). Dopo il primo tatuaggio a 25 anni non aveva più smesso di ritoccare il suo viso in un improbabile tentativo di assomigliare a quei felini che tanto amava.

Ma era solo l’inizio di un’interminabile serie di operazioni chirurgiche e modifiche del corpo il cui costo, avrebbe calcolato poi, sarebbe stato di oltre centomila dollari. Addirittura i denti, i baffi e le unghie ricostruite per rendere più realistica la finzione.

È morto a 54 anni. Era stato protagonista di documentari, programmi televisivi e show vari che lo hanno reso popolarissimo. Eppure, prima di morire, pare abbia confessato che nonostante la fama non avesse

mai trovato la felicità.

Era depresso, quella malattia dello spirito che è spesso figlia della solitudine: il contatto fisico e intimo con gli altri, sfigurato com’era nei suoi lineamenti inverosimili, forse gli risultava difficile, se non addirittura precluso. Come l’eroe di un cartone animato giapponese degli anni Settanta — L’Uomo Tigre appunto — anche Dennis Avner non poteva che condurre una vita estremamente solitaria.

Quando a riflettere le nostre fattezze c’è solo l’oggettività di uno specchio e non la lente distorcente di una telecamera, ci ritroviamo soli con i nostri piccoli e grandi difetti e tutte le nostre debolezze. E viene da pensare a quella massa di gente in rete che spende ore a curare “chirurgicamente”, con operazioni routinarie e dispendiose, la propria immagine, al solo scopo di accumulare qualche migliaio di contatti (di fan) i quali poi restituiscano l’emozione di una qualche notorietà acquisita. E queste star della rete, una volta spento il computer, ce le immaginiamo a fare cosa? Forse a perseguire la propria immagine fittizia anche nella vita di tutti i giorni, perché la finzione o continui ad alimentarla, oppure a togliersi la maschera rischiando però di suscitare indifferenza (quando non orrore). È quello che è successo a Dennis. Dopo la sbornia dei riflettori c’è stato il disincanto. Star in tv, si è scoperto freak (fenomeno da baraccone) nella vita. Ha creduto che la visibilità fosse tutto. Anche a costo di rendersi inguardabile.

Cristian Martini Grimaldi
OSSERVATORE ROMANO
18 novembre 2012

il mio amico che divenne papa

16 Novembre 2012 Nessun commento

“I ricordi, l’impegno comune al servizio della Chiesa e gli ultimi giorni di Giovanni Paolo II nel diario di due anime
Nella lunga e appassionata intervista, Wanda Póltawska rievoca i primi incontri con Karol Wojtyla, un’amicizia fatta di intesa spirituale, impegno “professionale” e incoraggiamento reciproco. Un rapporto mantenuto vivo e fecondo anche dopo l’elezione a Papa (“la vera amicizia dura per sempre”). Wanda Póltawska ricorda quindi gli ultimi giorni accanto a Giovanni Paolo II e la genesi del suo recente volume contenente le sue quaranta lettere
(Diario di un’amicizia. La famiglia Póltawski e Karol Wojtyla, Edizioni San Paolo).
“Un libro che ha suscitato vive reazioni – nota Rldzioch –

Era necessario rendere pubbliche quelle lettere private?”

“Durante un incontro del 14 novembre 1993, in presenza dell’arcivescovo Michalik, il Papa mi ha chiesto di scrivere delle memorie. Ho cominciato, ma c’erano delle pressioni e il Papa mi ha chiesto di lasciar stare. Prima di morire, però, mi ha detto che dovevo dare la mia testimonianza. Il Santo Padre ha letto tutto. Non ha letto solo l’ultimo capitolo”. A libro concluso, Póltawska lo ha fatto leggere ai due arcivescovi polacchi: “il primo era monsignor Michalik, che dopo la lettura mi ha detto: Pubblica. In seguito ho fatto vedere la bozza al mio attuale confessore, che ai miei dubbi mi ha risposto, che non ho il diritto esclusivo su Giovanni Paolo II e che la gente invece ha il diritto di conoscere i loro santi. In seguito ho fatto vedere il testo al postulatore del processo di beatificazione: monsignor Oder ha letto tutto, ha chiesto l’opinione di due arcivescovi che hanno visto il testo e alla fine mi ha detto che questo testo basterebbe per tutto il processo. Perché queste lettere rivelano non me, ma lui. E così il libro è stato pubblicato. Non è il diario della mia vita, ma della mia anima. Lì sono state pubblicate le mie lettere al confessore e le sue risposte. In questo modo volevo far conoscere alla gente un altro aspetto della sua personalità, far conoscere la sua spiritualità”.

In tanti si chiedono come mai Giovanni Paolo II attirava a sé tanta gente, anche le persone lontane dalla Chiesa: “È molto semplice. Attirava la gente perché veramente amava tutti e la gente lo capiva e lo sentiva ricambiando l’amore e l’affetto”.

W?odzimierz R?dzioch OSSERVATORE ROMANO 2-3 nov. 2012
3 novembre 2012

fra i coetanei

13 Novembre 2012 Nessun commento

“Sono venuto a trovare i miei coetanei, ha esordito. E poi tutte le parole lasciate da Benedetto XVI ieri in una casa per anziani di Roma hanno avuto il colore di un ritrovarsi fra vecchi compagni, discutendo fra loro di ciò che i giovani, ancora, non sanno.

Uomo fra gli uomini nei passi lenti degli ot­tant’anni, il Papa ha detto una cosa audace: che essere vecchi è bello, per chi si sente a­mato da Dio. Bello, in un’accezione che non è contemplata dai manuali per sane, atleti­che e spensierate vecchiaie, come comincia­no a circolarne in Occidente – mirati a vec­chi possibilmente benestanti, e promettenti consumatori. Invece Benedetto ha parlato del fatto che a quell’età si fa l’esperienza del bisogno dell’aiuto degli altri; bisogno, ha det­to, che lui pure sperimenta. Quella necessità di aiuto è una naturale condizione di chi in­vecchia; ma, ha aggiunto, «è anche un dono, nella grazia di essere sostenuti e accompa­gnati ». Ora, che la vecchiaia con la sua zavorra di ac­ciacchi e la graduale erosione della autono­mia possa essere ‘dono’ proprio per quel do­ver domandare all’altro, è una prospettiva al­quanto insolita, che, scommettiamo, non troverebbe alcun consenso in un talk show dei nostri di ogni sera. Un dono l’aver bisogno di altri per cam­minare, poi per mangiare, magari an­che infine per lavarsi? Che cosa as­surda. Anzi non è forse proprio la no­stra più grande paura, insieme alla solitudine, l’immaginare di non po­ter più badare a noi stessi? Di dover aspettare una badante semplice­mente per due passi sotto casa – su quella stessa strada che da ragazzi fa­cevamo di corsa e ora, cos’è stato?, si è fatta lunga, e faticosa come fosse diventata una erta salita.

Che cose strane, davvero, dice il Pa­pa: e sembra quasi parli di mondo capovolto, in cui la realtà è altra dal­l’apparenza su cui tutti concordia­mo. Ma allora questo dono, cosa sa­rebbe? È l’imparare, almeno a ot­tant’anni,

«che nessuno può vivere solo e senza aiuto»,

spiega Benedet­to. (C’è chi lo impara molto prima, e chi mai, finché non ci è costretto). E’ l’imparare, come dice un verso di Holderlin, che

«noi siamo un collo­quio »

. Cioè non monadi tese a rea­lizzare solo se stesse, come ci viene comandato di questi tempi, ma ine­sorabilmente tesi al rapporto con l’al­tro.

E forse più radicalmente ancora, quel bisogno della vecchiaia ci riporta al­la nostra origine: creature, e dunque figli di un Creatore. Intollerabile in­segnamento, se ci si è creduti per tut­ta la vita i padroni di sé (è questa in fondo la vertigine di paura che spin­ge per la prima volta l’Occidente ver­so l’eutanasia, come estrema prova di autodeterminazione).

Eppure, insiste il Papa dai suoi ot­tantacinque anni, quel bisogno di aiuto portato dalla crescente debolezza, è davvero un dono. Perché

ci riporta alla verità di ciò che profondamente siamo,

a un’im­pronta che abbiamo addosso.

Figli. Da giovani, è quasi naturale che ce ne dimentichiamo, nell’età forte dell’innamo­ramento, dei sogni, del mondo immenso da­vanti; e del fascino del denaro, e del potere. Ma viene un tempo di impotenza e povertà, che, testimonia Benedetto, è in realtà tempo di misericordia. Tempo per ritornare ciò che siamo.

Come quella vecchia signora incontrata in un grande ospizio di Milano, un giorno, so­la, in un corridoio. Una donna esile, fragile, gli occhi chiari, limpidissimi; e smarrita nel­la demenza senile. «Scusi – ha chiesto a me che, sconosciuta, passavo – sa a che ora vie­ne a prendermi la mamma?» E io non sa­pendo proprio cosa dire mi sono seduta lì ac­canto. Lei continuava a ripetere, fiduciosa, che la mamma certo sarebbe arrivata, prima di sera, a prenderla. Che abbia ragione lei, mi sono chiesta, con quei suoi occhi, misterio­samente di nuovo infantili? Che abbia ragio­ne, il Papa? Forse davvero novant’anni sono il tempo che ci è dato, per poter tornare infi­ne come bambini.
(Marina Corradi —-AVVENIRE 13 NOV. 2912)

taizé ti aspetta per la notte di s.silvestro

11 Novembre 2012 Nessun commento

Taizé: Migliaia di giovani a Taizé per la festa di Ognissanti
Questa settimana, ci sono ancora circa 6.500 giovani che soggiornano a Taizé nel periodo della festa di Tutti i Santi. Ci sono spagnoli, tedeschi, italiani, ma la maggior parte di loro sono francesi. Provengono da tutte le regioni della Francia, alternandosi in tre sessioni durante le due settimane di vacanza. Nella Chiesa della Riconciliazione, frère Alois ha così parlato loro una sera: “Noi fratelli, siamo felici di accogliere e dare il benvenuto a voi e a chi vi accompagna e chi ha preparato con voi questo soggiorno, vescovi, pastori, preti, responsabili laici.” Ha poi condiviso la notizia della sua recente visita a Roma, come ospite speciale al Sinodo dei Vescovi.

Kigali : Echi dell’incontro
Tra pochi giorni inizierà il terzo incontro di giovani africani a Kigali, Ruanda. Sul sito, saranno pubblicate le testimonianze e le foto, insieme a un mini film del giorno pubblicato quotidianamente dal 14 al 17 novembre. Inoltre, Juan dell’Argentina, che fa parte del team internazionale che prepara l’incontro, ha scritto: “Pochi giorni fa, nella città di Gahanga, abbiamo avuto la possibilità di incontrare una signora molto anziana che vive in un piccola casa tra delle fattorie, lontano dalla strada principale. Nonostante la sua umile condizione, la sua difficoltà a camminare e la sua vista affaticata, siamo stati trasportati dalla sua fede e dalla sua gioia.”

Roma: Una nuova tappa del pellegrinaggio di fiducia
In diversi paesi in Europa, i giovani si riuniscono di settimana in settimana per prepararsi al pellegrinaggio di fiducia sulla terra a Roma. Un gruppo di 200 giovani verrà da Barcellona in barca! Nella città di Roma, questo fine settimana i rappresentanti di tutte le parrocchie che si preparano per l’incontro europeo sono invitati ad andare al Centro di Preparazione per fare il punto con l’equipe dei fratelli e dei volontari. Si tratta di un passo importante per l’organizzazione del ricevimento di migliaia di giovani pellegrini provenienti da tutta Europa che arriveranno il 28 dicembre.

Helsinki: Un incontro nordico a settembre 2012
A fine settembre, un incontro ha riunito a Helsinki i giovani provenienti da tutta la Scandinavia, dai paesi baltici e di altri paesi, in presenza di frère Alois e su invito delle chiese cristiane del paese. A seguito di questo incontro, un fratello che ha contribuito alla sua preparazione si chiede: “Che cosa è un incontro nordico di Taizé? Questa è una cosa molto difficile da descrivere!”

Mantova: dei fratelli e dei volontari in visita in una regione provata
Due volontari sono stati a Mantova a maggio 2012. Qualche settimana più tardi, la regione ha subito dei terremoti. Frederik (Paesi Bassi) et Davide (Italia) hanno visitato di nuovo gli abitanti della regione di Mantova in ottobre, per partecipare ad un incontro nazionale con due fratelli e dei giovani da diverse regioni d’Italia, poi per passare qualche giorno con persone che avevano perso molto nei terremoti. Uno di loro scrisse: “Mandato a Mantova, ho potuto vedere, ancora una volta, l’importanze di queste visite, per permettere alle persone di incontrarsi e di mostrare l’ospitalità. C’è una forte volontà di essere insieme e di incontrarsi ma molti non hanno l’occasione.”

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“…mi ha distrutto la carriera”

10 Novembre 2012 Nessun commento

Pentito? Macché. No, Jim Caviezel, il 42enne attore americano che nel 2004 ha interpretato il film “La passione di Cristo” diretto da Mel Gibson, rifarebbe tutto. Parola sua. Anche perché la pellicola, all’epoca, incassò qualcosa come 400 milioni di dollari. Solo che, stando a quanto dichiara al Daily Mail lo stesso attore, per quell’interpretazione ha dovuto pagare un prezzo decisamente alto. «Recitare quella parte con Mel ha distrutto la mia carriera, ma non mi pento affatto di avere accettato.


Anzi, quell’occasione ha rafforzato la mia fede».

Il tabloid inglese riporta le dichiarazioni dell’attore mentre si rivolge a un pubblico di fedeli radunati in una chiesa di Orlando, in Florida. «Gibson mi aveva avvertito che sarebbe stata dura. Già durante le riprese sono stato colpito da un fulmine e mi sono slogato una spalla in una scena della crocifissione. Eppure il peggio doveva ancora venire».
Sì, perché Caviezel -che prima del 2004 era vezzeggiato dallo star system di Hollywood come una delle maggiori promesse -, dopo la “Passione”

si ritrova con tutte le porte sbattute in faccia.

«Sempre più persone a Hollywood mi hanno chiuso le porte, lasciandomi fuori. Così, piano piano, mi sono trovato ai margini del cinema. Ero consapevole del fatto che questo sarebbe potuto accadere e non mi pento della scelta che ho fatto. Come cattolico e come attore».
Tutta colpa, assicura Caviezel, delle polemiche sull’antisemitismo di Gibson. «Molti mass media mi hanno attaccato per avere partecipato al film e la potente Jewish Anti-Defamation League mi ha bollato come anti-semita per avere accettato la parte. Gibson mi aveva avvertito anche di questo…».

Ecco, appunto, Gibson. Cosa pensa l’attore del controverso regista?
«E’ un peccatore ma proprio per questo ha bisogno delle nostre preghiere più che dei nostri giudizi».
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(Mauro PIANTA Torino)

è poco MA è TUTTO

8 Novembre 2012 Nessun commento

“” In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla fol­la nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scri­bi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ri­cevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lun­go per farsi vedere. Essi riceveranno una con­danna più severa». [Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettava­no molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allo­ra, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti in­fatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tut­to quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».”" (Marco 12, 38-44)

Gesù, durante tutta la sua predicazione, ha sempre mostrato una predilezione par­ticolare per le donne sole. Ora affida al gesto nascosto di una donna, che vorrebbe so­lo scomparire dietro una delle colonne del tem­pio, il compito di trasmettere il suo messaggio. La prima scena è affollata di personaggi che hanno lo spettacolo nel sangue: passeggiano in lunghe vesti, amano i primi posti, essere riveriti per strada… Questa riduzione della vita a spet­tacolo la conosciamo anche noi, è una realtà patita da tanti con disagio, da molti inseguita con accanimento.

Il Vangelo vi contrappone la seconda scena. Se­duto davanti al tesoro del tempio Gesù osserva­va come la folla vi gettava monete. Notiamo il particolare:

osservava «come», non «quanto» la gente offriva.

I ricchi gettavano molte monete, Ma, venuta u­na vedova povera, vi gettò due monetine. Gesù se n’è accorto, unico; chiama a sé i discepoli e of­fre la sua lettura spiazzante e liberante: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri.

Gesù non bada alla quantità di denaro. Conta quanto peso di vita, quanto cuore, quanto di la­crime e di speranze è dentro quei due spiccioli.

Due spiccioli, un niente ma pieno di cuore.

Il motivo vero e ultimo per cui Gesù esalta il gesto della donna è nelle parole « Tutti hanno gettato parte del superfluo, lei ha gettato tutto quello che aveva, tutto ciò che aveva per vive­re »: la totalità del dono.
Anche Lui darà tutto, tutta la sua vita.
Come la vedova povera, quelli che sorreggono il mondo sono gli uomini e le donne di cui i gior­nali non si occuperanno mai, quelli dalla vita nascosta, fatta solo di fedeltà, di generosità, di onestà, di giornate a volte cariche di immensa fatica. Loro sono quelli che danno di più.

I primi posti di Dio appartengono a quelli che, in ognuna delle nostre case, danno ciò che fa vivere, regalano vita quotidianamente, con mille gesti non visti da nessuno, gesti di cura, di accudimento, di attenzione, rivolti ai geni­tori o ai figli o a chi busserà domani. La san­tità: piccoli gesti pieni di cuore. Non è mai ir­risorio, mai insignificante un gesto di bontà cavato fuori dalla nostra povertà. Questa ca­pacità di dare, anche quando pensi di non possedere nulla, ha in sé qualcosa di divino. Tutto ciò che riusciamo a fare con tutto il cuo­re ci avvicina all’assoluto di Dio.

Quanto più Vangelo ci sarebbe se ogni discepo­lo, se l’intera Chiesa di Cristo si riconoscesse non da primi posti, prestigio e fama, ma dalla gene­rosità senza misura e senza calcolo, dalla auda­cia nel dare. Allora, in questa felice follia, il Van­gelo tornerebbe a trasmettere il suo senso di gioia, il suo respiro di liberazione.
(Ermes Ronchi AVVENIRE 08.11.12)