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Archivio Dicembre 2012

la pecora nera

26 Dicembre 2012 Nessun commento

“C’era una volta una pecora diversa da tutte le altre. Le pecore, si sa, sono bianche; lei invece era nera, nera come la pece. Quando passava per i campi tutti la deridevano, perché in un gregge tutto bianco spiccava come una macchia di inchiostro su un lenzuolo bianco: «Guarda una pecora nera! Che animale originale; chi crede mai di essere?». Anche le compagne pecore le gridavano dietro: «Pecora sbagliata, non sai che le pecore devono essere tutte uguali, tutte avvolte di bianca lana?». La pecora nera non ne poteva più, quelle parole erano come pietre e non riusciva a digerirle. E così decise di uscire dal gregge e andarsene sui monti, da sola: “Almeno là avrebbe potuto brucare in pace e riposarsi all’ombra dei pini.” Ma nemmeno in montagna trovò pace. «Che vivere è questo? Sempre da sola!», si diceva dopo che il sole tramontava e la notte arrivava. Una sera, con la faccia tutta piena di lacrime, vide lontano una grotta illuminata da una debole luce. «Dormirò là dentro!» e si mise a correre. Correva come se qualcuno la attirasse. «Chi sei?», le domandò una voce appena fu entrata. «Sono una pecora che nessuno vuole: una pecora nera! Mi hanno buttata fuori dal gregge».
«La stessa cosa è capitata a noi! – disse l’uomo.-Anche per noi non c’era posto con gli altri nell’albergo. Abbiamo dovuto ripararci qui, io Giuseppe e la mia sposa Maria. Proprio qui ci è nato un bel bambino. Eccolo!». La pecora nera era piena di gioia. Prima di tutte le altre poteva vedere il piccolo Gesù. «Avrà freddo; lasciate che mi metta vicino per riscaldarlo!». Maria e Giuseppe risposero con un sorriso. La pecora si avvicinò stretta stretta al bambino e lo accarezzò con la sua lana. Gesù si svegliò e le bisbigliò nell’orecchio:

«Proprio per questo sono venuto:

per le pecore …nere!».
(D’Ambrosio Angelillo, Racconti di Natale, ediz. Aquaviva)

sono 135mila ma c’è posto anche per te

22 Dicembre 2012 Nessun commento

Incontro europeo dei giovani a Roma

Programma dell’incontro

Partecipare all’incontro di Roma significa…
… pregare, cantare e fare silenzio nelle grandi basiliche della città sui sette colli con decine di migliaia di giovani;

… andare alle sorgenti della fede e dell’amore con giovani provenienti da tutta Europa e non solo;

… sperimentare l’ospitalità delle famiglie di Roma e d’intorni ;

… incontrare i testimoni del Vangelo impegnati a rispondere alle sfide di oggi;

… compiere un pellegrinaggio alle tombe degli Apostoli ed alle catacombe;

… incontrare il Papa Benedetto XVI e pregare assieme per la pace nel mondo e la fiducia tra gli esseri umani.

Venerdì 28 dicembre 2012
8:00-12:00: arrivo dei giovani pellegrini in diversi luoghi di accoglienza e poi nelle parrocchie e nelle famiglie;
19:30: Preghiera comune nelle basiliche e nelle grandi chiese del centro città;
Rientro nelle famiglie o comunità ospitanti.

Sabato 29 dicembre 2012
8:30: Preghiera del mattino nelle parrocchie e chiese ospitanti, poi gruppi di riflessione e condivisione;
12:00: Pranzo al Circo Massimo;
Pellegrinaggio verso il Vaticano attraverso le chiese del centro storico della città;
18:00: Preghiera nella basilica di San Pietro con il Papa Benedetto XVI;
Cena al sacco (distribuita a mezzogiorno);
Rientro nelle famiglie o comunità ospitanti.

Domenica 30 dicembre 2012

Partecipazione nelle celebrazioni domenicali delle parrocchie e chiese d’accoglienza, con la scoperta delle comunità locali;
12:00: Pranzo presso il Circo Massimo;
Breve pellegrinaggio attraverso il centro storico della città;
14:00: Preghiera comune nelle basiliche;
16:00: Incontri a tema;
Cena al sacco (distribuita a mezzogiorno);
19:30: Preghiera comune nelle basiliche;
Rientro nelle famiglie o comunità ospitanti.

Lunedì 31 dicembre 2012
8:30: Preghiera del mattino nelle parrocchie e chiese ospitanti, poi gruppi di riflessione e condivisione con visite nelle comunità locali;
12:00: Pranzo presso il Circo Massimo;
Breve pellegrinaggio attraverso il centro storico della città;
14:00: Preghiera comune nelle basiliche;
16:00: Incontri a tema;
Cena al sacco (distribuita a mezzogiorno);
19:30: Preghiera comune nelle basiliche;
23:00: Veglia di preghiera per la pace nelle parrocchie e chiese di accoglienza, seguita da una “festa dei popoli”.
Rientro nelle famiglie o comunità ospitanti intorno alle 2:00.

Martedì 1 gennaio 2013
Partecipazione alle celebrazioni nelle parrocchie e chiese ospitanti, poi pranzo con le famiglie o comunità ospitanti;
16:00: incontri secondo nazionalità;
Cena al sacco (distribuita agli incontri secondo nazionalità);
19:30: Preghiera della sera nelle basiliche;
Rientro nelle famiglie o comunità ospitanti.

Mercoledì 2 gennaio 2013
8:30: Preghiera d’addio nelle parrocchie e chiese ospitanti;
A partire dalle ore 12:00: partenza.

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(vedi www.taize.fr)

“…vale se è donata…”

18 Dicembre 2012 Nessun commento

Sono Ilaria, ho ventisette anni e desidero comunicarvi la gioia della vita nuova e autentica riscoperta in Comunità!
Provengo da una famiglia cristiana dove ho sempre respirato l’amore e l’unità, ma dove forse mancava la preghiera vera. Fin da bambina sono sempre stata molto sensibile, e tante realtà che vedevo attorno a me mi facevano soffrire e sentire impotente. Perché tanta violenza, rabbia, povertà, divisioni, solitudine? Perché Dio permette questo? Se Dio mi ha creato, che compito ho io nella vita? Mi rendevo conto di essere piccola e povera per trovare risposte adeguate alle grandi domande e per questo le tacevo e mi chiudevo in me stessa. Fin dalla prima adolescenza sono cominciati in casa tanti problemi, lavorativi e familiari, a cui mio fratello ed io abbiamo reagito in modi diversi. Io chiudendomi sempre più e lui cominciando una vita senza regole, disordinata, che lo ha portato fino alla droga. Oggi capisco che sicuramente Dio ha utilizzato quest’ultima situazione per riportarci tutti nella sua casa attraverso la Comunità Cenacolo. Fino a quel momento infatti i nostri genitori si erano affannati per trovare la soluzione giusta ai suoi problemi senza riuscirvi, finché non hanno incontrato l’amore di Gesù. È stato l’incontro che ha cambiato le nostre vite che da quel momento sono state incentrate sulla preghiera.
Nonostante questo “fascino” iniziale, non ero ancora pronta a lasciare tutto e a tuffarmi anch’io nelle braccia di Dio Padre. Così ho continuato la mia vita tra tante attività che pensavo mi avrebbero resa felice, ma in verità mi consentivano di fuggire dalla realtà e dai miei disagi interiori. Ad un certo punto non ce l’ho più fatta a reggere i ritmi frenetici che io stessa mi ero imposta; sentivo che il mio cuore si stava inaridendo sempre più, e così ho chiesto di essere accolta in Comunità per un’esperienza… che ormai dura da più di sette anni! Inizialmente è stato molto difficile e dovevo ammettere a me stessa di non sapere chi fossi e quali strade volessi intraprendere. È stato gradualmente un riscoprirmi e conoscermi attraverso la preghiera e le forti amicizie che ho costruito, senza le quali tutto sarebbe stato incolore. Col passare del tempo emergeva vivo il desiderio di donarmi agli altri e capivo che solo questo mi realizzava davvero. Così ho espresso il mio proposito di partire per le missioni e dopo un po’ di tempo sono partita alla volta del Brasile, dove vivo da poco più di quattro anni! È l’esperienza più bella e intensa che io abbia mai fatto. Fin dal primo giorno ho capito che ero arrivata finalmente nel posto che sempre avevo cercato e desiderato! I bambini mi hanno spalancato un mondo nuovo dove l’amore è al primo posto, dove ci si perdona e si ricomincia continuamente! Quando gioco, parlo e servo i bimbi con cui vivo, sento una profonda pace in me e la vicinanza di Gesù che ci abbraccia e ci scalda il cuore! Oggi riesco a rispondere alle tante domande che mi facevo fin da piccola.

Ho capito che la vita vale se è donata,

se è spesa per gli altri, e che tutto quello che trattengo per me è un peso che non mi fa camminare liberamente.
Ringrazio infinitamente Dio perché incontrare la Comunità ci ha fatti rinascere come famiglia. Ringrazio i miei genitori perché mi hanno sempre sostenuta nelle mie scelte! Un grande grazie dal cuore a tutti gli amici con la “A” maiuscola che ho incontrato in questi anni e che mi hanno sempre “riportata” all’unico Amico che non delude mai: Gesù! Il ritrovare Lui ha reso felice me. Buon cammino nella gioia a tutti!
(da www.comunitacenacolo.it)

CHIARA, IRENE, SABRINA e le altre

16 Dicembre 2012 Nessun commento

« Il diritto alla vita è il più ba­silare di tutti. Perché senza vita non ci sono altri dirit­ti ». Andrea Riccardi non usa giri di pa­role. Nella sala della Protomoteca in Campidoglio, il ministro per la Coo­perazione e l’Integrazione, con dele­ga alla Famiglia, apre così la V edizio­ne del Premio europeo per la vita «Madre Teresa di Calcutta», istituito nel 2008 dal Movimento per la vita. Un riconoscimento che, quest’anno, in contemporanea con la consegna del Premio Nobel per la pace alla Ue, va alle madri d’Europa.

Tre maternità eroiche rappresentative di tutte

Alla tavola rotonda, moderata dal di­rettore di Avvenire Marco Tarquinio, in­terviene oltre al mi­nistro Riccardi anche il presidente del Mpv, l’eurodeputato Car­lo Casini; il direttore del centro studi ma­lattie ereditarie della Cattolica, don Roberto Colombo; il vicepresidente di Quercia millenaria, il ginecologo Giuseppe Noia. A consegnare i premi il sindaco Gianni Alemanno.

Storie di eccezionale eroismo quoti­diano, quello delle tre mamme pre­miate. Come quella di Chiara Corbel­la Petrillo, che a 28 anni ha scelto di perdere la sua vita per non compro­mettere con le cure antitumorali quel­la del figlio Francesco in arrivo. Una vicenda che le parole del marito En­rico, che riceve il premio in nome del­la moglie, fanno rivivere, commuo­vendo la sala. Premiata anche Sabri­na Pietrangeli Palussi, presidente di Quercia Millenaria, l’associazione che aiuta le famiglie di concepiti con dia­gnosi di malformazioni a difendere queste vite preziose e più difficili. E premiata, 71 anni e seimila figli dopo, è anche Mamma Irene di Nomadel­fia, che a 18 anni intraprese la mis­sione di ‘mamma per vocazione’, ac­cogliendo nella sua vita bambini (e a­dulti) che bussavano alla porta della comunità di don Zeno.

Riccardi rileva «una contraddizione nella cultura europea: mentre si sta realizzando il sogno antico del vivere a lungo, la nostra società dice agli an­ziani che sono di troppo. Una con­traddizione ancora più insanabile per la fase più debole, germinale, ma de­cisiva della vita che è la nascita». Il mi­nistro conosce le obiezioni di certa cultura laicista. «Qualcuno forse – di­ce – ci considera fondamentalisti fuo­ri del tempo. Lo si è se si resta legati anacronisticamente al passato. Ma lo si può essere anche perché profetici. E la battaglia per la vita è la battaglia del futuro».

Tarquinio apprezza il valore dell’«ini­ziativa dal basso» promossa dal Mpv attraverso la raccolta di firme «per far dire ai 27 Stati membri dell’Ue che u­na vita che è cominciata è “uno di noi”». Iniziativa più che mai necessa­ria, dice il direttore, «in questo nostro tempo babelico e di grande confu­sione, in cui siamo bombardati da mille messaggi di morte falsamente pietistici. Al punto da volerci far cre­dere che non far nascere un bimbo è un atto di misericordia».
(Luca Liverani—AVVENIRE 11 DICEMBRE 2012)

il sospetto d’essere nati invano

10 Dicembre 2012 Nessun commento

“Domenica 09 Dicembre 2012 | |
La vecchia campana della pieve di Boccon di Vò (PD) suona lenta e severa, come il rincasare dei carri che ad ogni settembre lassù fanno sorridere le botti spandendo profumi e nostalgie. Sul sagrato campeggia il silenzio attonito della gente di paese: la stessa che popola osterie e taverne, chiese e trattorie, scuole e palestre scruta il cielo nevoso per chiedersi “perchè”. E’ il saluto di una piccola comunità a Michele, un giovane ragazzo-sposo-padre che ha prematuramente salutato la vita di quaggiù: il rintocco della campana, il peso delle lacrime, il fremito di cuori inquieti. E’ il tutto che rimane: nulla ci appartiene.
Dietro ogni suicidio campeggia un gomitolo di emozioni: fili di gioia che inevitabilmente s’intrecciano con i fili della malinconia, giorni di luce popolati da ore di notte, voglia di vivere attorcigliata alla mestizia della morte. La vita umana non prevede delle prove iniziali: è allo sbaraglio del pubblico che l’uomo e la donna affinano l’eleganza. Loro partono all’improvviso: a chi rimane spetta l’arduo compito della ripartenza. Partono dopo averci pensato, moltiplicato la gioia per l’amarezza, sottratto all’angoscia le ore di consolazione, separato l’ansia dalle aspettative. Come saette guizzanti da un capo all’altro del cielo, partono per un viaggio senza ritorno, lasciando tra le vie del paese quel senso d’umano fallimento che ancor oggi diviene l’angoscia di molte giovani esistenze. Perchè in un mondo in cui tutto è pensato per attrezzare l’uomo e la donna a vincere, c’è qualcuno che invece cercava strumenti e volti capaci magari di insegnargli a gestire il peso di una sconfitta. O, semplicemente, a raccontargli che dietro ogni grande scoperta della storia c’è da sempre la radice di un fallimento. Paul Erlich scoprì la cura contro la sifilide dopo aver fallito precedentemente seicentosei volte. Si racconta che Thomas Edison, milleduecento scoperte all’attivo, abbia effettuato oltre cinquemila esperimenti negativi prima di mettere a punto una lampadina funzionante. Leonardo da Vinci ed Albert Einstein furono considerati dei buoni a nulla dai loro maestri. Il padre di Pascal gli nascose i libri di matematica e lui non si diede per vinto: un giorno arrivò ad inventare la calcolatrice. Pure la Scrittura Sacra racconta storie di insuccesso e di sconfitta, necessarie al popolo per imparare a vincere.
Il volto di un giovane è un laboratorio di speranze,
piccole speranze – un amore appagante, un posto di lavoro, un presente da protagonista – che quando si realizzano mostrano all’uomo che ha bisogno di una speranza che vada oltre, che gli accenda il desiderio di infinito per permettergli di reggere il peso del presente: nostalgia di un pezzo di cielo al quale agganciare le tristezze del quotidiano.
Nella lettera di un giovane ergastolano, l’altro giorno una madre ha letto: “sono felice mamma, domani mi cambiano di cella: mi spostano in una che ha una grossa fessura in fondo. Finalmente domani sera potrò contemplare un pezzo di cielo”. Quel pezzo di cielo che Michele sognava nella sua giovane vita. Che sia offuscato di nuvole o popolato di stelle, volgente al nevischio o certo del sole poco importa:

un pezzo di cielo talvolta è la discriminante tra la disperazione e l’angoscia, l’attesa e la stanchezza. Tra vivere e morire.

In ogni morte giovane c’è sempre una speranza pronta a riaccendersi: una bufera può cancellare un fiore non l’intera primavera —-canta Eros Ramazzotti–. A noi basterebbe – in calce alla tomba o sul fondo della pieve – amare un po’ di più la vita e usare un pizzico di misericordia in più contemplando nel volto i nostri fallimenti. Perchè nessun giovane possa sospettare d’essere morto invano.
(don Marco Pozza —www.sullastradadiemmaus.it)
(da Il Mattino di Padova, 9 dicembre 2012)

Come suicidarsi: istruzioni per vivere

7 Dicembre 2012 Nessun commento

Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andremo?
Le tre classiche domande esistenziali. Quelle su cui fior fiore di filosofi e pensatori hanno argomentato.
Se le prime due le lasciamo a chi ha una marcia in più per donare la luce necessaria a rispondervi, la terza è invece sulla bocca di tutti, specie negli ultimi tempi. Tuttavia, non è una domanda pensata in relazione all’eternità, al dopo morte, ma è declinata sulla quotidianità, sul piano sociale.
Davanti alla crisi socio-economica imperante, ci si chiede dove andremo a finire…
Caricandosi del dolore raccolto tra le mura domestiche, ci si può soffermare a chiedersi a cosa porterà tutta quella sofferenza…
Nella fatica di un passaggio fondamentale della nostra vita, è spontaneo chiedersi a cosa approderemo.
Due notizie comparse questi giorni nelle agenzie di stampa non regalano serenità in tal senso.
ILVA di Taranto: chiude, non chiude, inquina, non inquina… 5000 persone, o 20.000 se consideriamo l’indotto, corrispondenti a migliaia e migliaia di famiglie, rischiano di trovarsi senza lavoro. In contemporanea, altre migliaia di persone stanno combattendo il cancro o le sue conseguenze, proprio nella stessa città di Taranto. L’inquinamento che la affligge, direttamente collegato con gli insediamenti industriali in loco, è stato dichiarato responsabile di alcune forme tumorali più presenti in zona che altrove. Sono detti “tumori ambientali”, cioè forme di cancro causate da fattori ambientali.
La situazione dell’Ilva di Taranto è complessissima e peccheremmo di superbia a volere chiudere il discorso in poche righe, soprattutto in questo momento in cui c’è chi soffre anche a causa degli eventi atmosferici di due giorni fa, che aggiungono malessere a malessere.
Ma è un’altra la notizia che mette in luce una gran verità: ciò che era scontato un tempo, sembra non esserlo più.
Il premier Monti, martedì, ha affermato che il sistema sanitario sanitario potrebbe andare incontro, in futuro, a problemi di sostenibilità economica. Bisognerebbe riorganizzare il sistema e trovare anche altre forme di finanziamento rispetto a quelle attuali. In parole povere, per il futuro c’è il rischio di non avere i soldi per garantire tutti i servizi sanitari del Paese.
Solo un paio di domande, allora: che posto ha la difesa della salute nelle agende dei nostri governanti? Oppure, che posto ha la difesa della famiglia, l’unica “formazione sociale” che può garantire le condizioni ideali per la continuità di vita della società? Quali i concreti progetti di crescita lavorativa e professionale per il 30% di giovani italiani attualmente disoccupati in Italia? Quali gli sforzi per difendere la vita, specie nei momenti di sua maggiore debolezza?
È triste vedere che l’attuale dibattito politico italiano ruoti attorno alla questione delle leadership, del volto da presentare agli elettori, e non attorno alle questioni dei programmi, fatta eccezione per qualche scarna nota della spesa e per qualche slogan più gridato che argomentato.
Una società che sceglie di suicidarsi è quella che non si cura più della propria continuità demografica (gli indici italiani – ma non solo i nostri, magra consolazione- sono negativi), che sacrifica valori sacri come la salute e l’attenzione per la vita per privilegiare la produttività economica (a vantaggio di chi, ancora non si sa, perché molti lavorano per sopravvivere, non per vivere) ed è una società che affossa l’educazione, la scuola e la cultura (e noi sappiamo benissimo in che stato sono la maggior parte delle università e degli istituti scolastici italiani).
C’è da che disperarsi, tuttavia nella nostra povera, ma bella Italia c’è anche una tradizione di valori che non è scomparsa. È semplicemente finita sotto la cenere, sparsa ad arte sopra di essa da coloro che desiderano svendere la merce al miglior offerente. Ma ci siamo! Siamo presenti all’appello! L’hanno chiamata “generazione Wojtyla”, quel popolo che oggi non si rassegna all’inevitabile, perché sa, per fede ed esperienza personale, che l’inevitabile diventa tale quando si abdica alla propria volontà, consegnandola ad altri.
A periodi alterni nella storia, va di moda dire “I have a dream”.
Beh, anche io ho un sogno, che è quello di vedere un popolo di risorti che “alzano la voce con forza”, come invita Isaia (Is 40,9), non per far protesta fine a se stessa, ma per affermare la verità di una salvezza che è possibile, per testimoniare la bellezza di un mondo diverso, per proporre strade di novità che ripristinino la corretta hit parade dei valori, quelli in grado di garantirci un futuro sostenibile.
Sì, ho un sogno, che è quello di leggere un giorno il programma politico di qualche candidato, in cui al primo posto ci sia la difesa della vita, della famiglia, dei giovani, dell’educazione, non a parole e slogan, ma con proposte chiare e concrete. Utopia?
(don Giacomo Pavanello) www.nuoviorizzonti.org

per non far mancare nulla mancavano loro

6 Dicembre 2012 Nessun commento

“Mi chiamo Carolina, ho ventiquattro anni, e ogni giorno che vivo nella Comunità Cenacolo imparo a conoscere ed amare sempre più me stessa nella verità. Accettarmi per quella che sono è stato un problema fin da quando ero bambina, perché spesso con gli altri bambini mi sentivo non all’altezza e facevo fatica a fare amicizia; ero molto timida e abbastanza introversa. La mia famiglia non la sentivo vicina perché i miei genitori in quel periodo lavoravano molto.
Per non far mancare nulla in casa mancavano sempre loro all’appuntamento con la vita di noi figli; con loro non riuscivo ad avere un rapporto sincero e reale, mentre con mia sorella minore si era creato un legame abbastanza forte. Mi sentivo un po’ responsabile di lei, essendo io la più “vecchia”, ma dall’altra parte vedevo tante differenze nel modo di comportarsi dei nostri genitori verso di noi, e così vivevo delle gelosie che mi facevano essere dura e violenta nei suoi confronti. La famiglia mi ha comunque trasmesso una buona educazione che nell’infanzia ho accolto con fiducia. In casa si era “cristiani”, e ho conosciuto Gesù ma con una visione poco realistica della fede, pensando che con Lui non sarebbe dovuta esistere la sofferenza. Così quando ho iniziato a soffrire sono rimasta delusa e mi sono allontanata da Dio. Nell’adolescenza, verso i dodici anni, ho iniziato a farmi tante domande e a guardarmi attorno; la situazione familiare era sempre più tesa, c’erano molti problemi ma non se ne parlava, anzi venivano nascosti da un silenzio pesante. Dentro di me è scattata la rabbia e la delusione perché iniziavo a vedere troppe incoerenze e così sono scoppiata in un malessere che si è manifestato prima a scuola con l’essere indisciplinata, poi in famiglia nel rifiuto di ascoltare i miei genitori e alla fine con gli amici, con i quali ho iniziato a “mascherarmi” per farmi accettare e per non sentirmi più sola. Tutto questo mi ha portata a non avere più una personalità e a cercare di riempire i miei vuoti nei rapporti sbagliati con i coetanei, perdendo così la mia dignità e i valori della vita. Cadevo sempre di più nella tristezza, vivendo una vita squilibrata che mi ha portata a sedici anni a lasciare la scuola e a fare uso di droghe, prima “leggere” e poi “pesanti”, giungendo a dipendere alla fine totalmente dalle serate in discoteca e dallo “sballo”. Cercavo solo più questo perché mi sembrava l’unica soluzione ai miei problemi. Ero così illusa e instupidita nel male da credermi libera, disinvolta e felice; non ero capace di lavorare e spendevo molti soldi rubando anche in casa perché non bastavano mai. Ho iniziato a vivere pensando soltanto più alla droga, smettendo anche di frequentare tanti locali e passando tanto tempo in giro per la strada. Lì ho incontrato l’eroina. Dentro mi giustificavo dicendo: “Solo più oggi, domani smetto”, ma quel domani non veniva mai. Era un mio segreto e lo facevo da sola ma poi è diventata una realtà costante che mi dominava: ho avuto paura di non uscirne più. Ho chiesto aiuto a mia madre che mi ha proposto la Comunità Cenacolo, e quando ho saputo che era una comunità cristiana mi sono rifiutata perché davo la colpa a Dio per tutto il male che vivevo. Ero falsa con me stessa, pensavo di non essere “tossica” perché ero ancora giovane, non avevo l’epatite, non mi cadevano i denti, non ero in carenza… Pensavo che non valesse la pena fare tanti sacrifici, visto che in fondo ero “quasi a posto”. Così sono andata via di casa, scegliendo la strada e continuando a drogarmi. Ma quella vita era un inferno;
presto le mie illusioni sono crollate, non vedevo più un futuro, stavo male fisicamente e cadevo sempre più in basso tanto che non riuscivo più neanche a “mascherarmi” e provavo una profonda vergogna. Non avendo altre porte aperte al di là di quelle della Comunità, ho deciso finalmente di entrare e di farmi aiutare. Mi sono sentita accolta con molta pazienza; quello che all’inizio mi ha colpito era che mentre io rifiutavo le persone vicine, le insultavo e le disprezzavo, loro mi volevano bene. Spesso mi isolavo, facevo cose di nascosto dalle altre, disubbidivo… ma non c’erano punizioni, mi veniva chiesto solo di ripartire per essere onesta e vera. Ho ricominciato ad avere fiducia in Gesù quando ho visto che nella sofferenza Lui c’era; quando stavo male lo sentivo ancora più vicino attraverso gli altri e nella preghiera.
Durante i primi due anni di Comunità avevo ancora tante “tenebre” nel cuore, la droga e la “piazza” mi piacevano ancora, e me ne sono resa conto quando sono andata a casa in “verifica” per qualche giorno. Tornando in Comunità avrei voluto schiacciare tutto, fare finta che tutto andasse bene, ma grazie a Dio sono stata trasferita in una casa nuova dove mi è stato chiesto di vivere tanto il silenzio, e grazie anche alle preghiere delle sorelle la mia coscienza ha cominciato a gridare. Per la prima volta mi sono trovata davanti a me stessa con un bel po’ di lavoro da fare dentro. Così è cominciato il mio cammino vero verso la luce, quello che ora sento e vivo come un privilegio ed un dono grande. Adesso sono nella fraternità di Lourdes da un po’ e ringrazio la Madonna perché la sua dolcezza mi sta guarendo. Oggi vedo che il perdono è più forte del peccato; nessuno sbaglio e nessuna chiusura può impedire a Dio di amare i suoi figli, e io ora mi sento una figlia amata da Lui e dalla Comunità.
Nel mio cuore oggi è nato il desiderio di ricambiare questo amore e di voler imparare anch’io ad amare. Grazie Gesù, grazie Madre Elvira, grazie a tutta la famiglia del Cenacolo: grazie perché avete dato la possibilità alla mia storia di “girarsi” nel bene e di

riscoprire la verità e la bellezza della vita.

(www.comunitacenacolo.it)

LETTERA DI UN PADRE ANZIANO AL FIGLIO.

4 Dicembre 2012 Nessun commento

“Se un giorno mi vedrai vecchio: se mi sporco quando mangio e non riesco a vestirmi… abbi pazienza, ricorda il tempo che ho trascorso ad insegnartelo. Se quando parlo con te ripeto sempre le stesse cose, non mi interrompere… ascoltami, quando eri piccolo dovevo raccontarti ogni sera la stessa storia finché non ti addormentavi. Quando non voglio lavarmi non biasimarmi e non farmi vergognare… ricordati quando dovevo correrti dietro inventando delle scuse perché non volevi fare il bagno. Quando vedi la mia ignoranza per le nuove tecnologie, dammi il tempo necessario e non guardarmi con quel sorrisetto ironico. ho avuto tutta la pazienza per insegnarti l’abc; quando ad un certo punto non riesco a ricordare o perdo il filo del discorso… dammi il tempo necessario per ricordare e se non ci riesco non ti innervosire: la cosa più importante non è quello che dico ma il mio bisogno di essere con te ed averti li che mi ascolti. Quando le mie gambe stanche non mi consentono di tenere il tuo passo non trattarmi come fossi un peso, vieni verso di me con le tue mani forti nello stesso modo con cui io l’ho fatto con te quando muovevi i tuoi primi passi. Quando dico che vorrei essere morto… non arrabbiarti, un giorno comprenderai che cosa mi spinge a dirlo. Cerca di capire che alla mia età non si vive, si sopravvive. Un giorno scoprirai che nonostante i miei errori ho sempre voluto il meglio per te che ho tentato di spianarti la strada. Dammi un po’ del tuo tempo, dammi un po’ della tua pazienza, dammi una spalla su cui poggiare la testa allo stesso modo in cui io l’ho fatto per te. Aiutami a camminare, aiutami a finire i miei giorni con amore e pazienza in cambio io ti darò un sorriso e l’immenso amore che ho sempre avuto per te. Ti amo figlio mio. (web) (da:? Superpapà)