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Archivio Gennaio 2013

la promessa si è compiuta

29 Gennaio 2013 Nessun commento

Era entrato perchè tutti avevano diritto d’entrarvi; non solo d’entrare, ma anche di leggere e di parlare su quello che s’era letto poc’anzi. Forse una stanza nuda, una semplice casa, uno spazio spoglio: là dentro ci si dava appuntamento, si ragionava d’Iddio, in compagnia e tra fratelli forse si sognava Iddio. Pure Lui lo fece: aprì la Scrittura, lesse due o tre versetti, richiuse il rotolo. Poi cominciò a parlare con quell’affabilità che un giorno confonderà scribi e farisei, con quell’accento amoroso che sanerà peccatori e maldestri funzionari, con quel tocco d’umano che strega le anime femminili. Quel testo era conosciutissimo, eppure quel sabato sembrava nuovo, s’era quasi trasfigurato. Come un vecchio spartito che, suonato per secoli, un giorno t’appare inedito per quelle mani che lo arpeggiano. Forse le parole s’erano accartocciate su loro stesse: millenni d’attesa avevano rinsecchito pure le gole dei profeti e gonfiato gli occhi dei veggenti. Stamane, invece, quelle parole sembravano adornarsi di primavera, ripigliavano vita e colore: come se fossero uscite fresche e festanti per la prima volta dalla bocca di quell’uomo ai più sconosciuto. Sulla piazza di Nazareth l’incredulità serpeggiava a flotte: nessuno si rammentava d’aver mai sentito un Rabbì parlare così.
Erano parole profumate di cielo.La voce si sparse: anche l’ortolano, l’uomo nero di fuligine, il fabbro e il muratore dopo lo spargersi di quella notizia di sabato tradivano le verdure nell’orto, le cazzuole nella secchia, dimenticavano le braccia indolenzite e gli occhi anneriti e andavano in sinagoga per ascoltare quella parola di vita. Come ai tempi del sacerdote Esdra: “lesse il libro sulla piazza davanti alla porta delle Acque, dallo spuntar della luce fino a mezzogiorno, in presenza degli uomini, delle donne e di quelli che erano capaci di intendere; tutto il popolo porgeva l’orecchio a sentire il libro della legge (…) Questo giorno è consacrato al Signore vostro Dio; non fate lutto e non piangete!” (liturgia della III^ domenica del tempo ordinario). Perchè tutto il popolo piangeva dopo essere stato trafitto dalla Parola. Come nella calca di Nazareth quel sabato mattina: le parole di quel giovane Maestro avevano fatto raddoppiare i colpi dei loro cuore affaticati. Quella spiegazione con in calce la notizia inaspettata – “oggi si è compiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi” – era stata un sollievo di luce, uno squarcio sul cielo, un barlume di speranza per affamati e carcerati, falliti e incapaci. Furono parole che non saranno mai dimenticate da quella gentaglia oscura. Manca poco, forse solo il tempo di congedarsi dalla preghiera, e l’attenderanno appena fuori dalla sinagoga: per rivederlo o, semplicemente, per seguirlo. Timidi e trasognati.
La legge del Signore è perfetta,
rinfranca l’anima; la testimonianza del Signore è stabile,
rende saggio il semplice.
I precetti del Signore sono retti,
fanno gioire il cuore;
il comando del Signore è limpido,
illumina gli occhi.
Il timore del Signore è puro,
rimane per sempre;
i giudizi del Signore sono fedeli,
sono tutti giusti.
Ti siano gradite le parole della mia bocca;
davanti a te i pensieri del mio cuore,
Signore, mia roccia e mio redentore. (Sal 18)

Dentro la sinagoga quelli ci capirono poco: la cagione di quell’incomprensione fu la sorpresa di parole inaspettate. Anzi: di una Parola capace d’accendere la speranza e stimolare le loro anime angosciate. Quel mattino in sinagoga ognuno ci arrivò forse con la nostalgia delle cose lasciate a casa, come tutti i sabati trascorsi. Lasciate a casa per andare in sinagoga a pregare come raccomandato di generazione in generazione. Quel sabato, invece, la nostalgia del lasciato venne cancellata dalla sorpresa del trovato, anzi del sentito. Che, a ben pensarci, fu il medesimo incontro: aver trovato un Uomo capace di sentire le loro miserie e diventare Voce di un’umanità differente. Un’umanità incamminata verso l’Eterno.
Non a torto l’evangelista mise in capite a tale annuncio la sua puntualizzazione: “ho deciso anch’io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne per te un resoconto ordinato, illustre Teòfilo, perché ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto”. A Nazareth c’era il sospetto che la Profezia fosse la sorella gemella della Favola. Bastò il breve spazio di una Parola incontrata per capire che l’Eterno non aveva mancato la promessa. Per svegliare la malinconia della storia. (don Marco Pozza www.sullastradadiemmaus.it)

“Salvami!”

23 Gennaio 2013 Nessun commento

“Salvami
dal diventare uno stolto
che non accetta la Tua correzione,
uno stolto che recalcitra
davanti ad essa,
uno stolto
che non vuole accettarla
come una benedizione”.
(Soren Kierkegaard)

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rappare con le mani

14 Gennaio 2013 Nessun commento

Cantare con le mani anzi, rappare con le mani. Incastrare rime e versi a gesti in canzoni mute dalle strofe silenziose: quella che si potrebbe definire una sinestesia musicale sembra una contraddizione curiosa, uno scherzo dei sensi, un inganno dell’udito e della vista. Eppure questo è quello che fa Eugenio Scarlato, il primo e unico rapper sordo d’Italia che canta per i sordi in lingua italiana dei segni (Lis). Rime visive segnate gesticolando mentre il pubblico guarda la canzone. E ha scelto il rap, forse il più verbale dei generi musicali, quello che fa di un discorso una canzone mettendo in rima le frasi con notevole artificio retorico e linguistico, non a caso.

Si è esibito sabato sera davanti al grande pubblico televisivo di prima serata partecipando alla prima puntata del talent show “Italia’s got talent” e ha riscosso subito un grande successo sia tra i giurati che tra il pubblico (per inciso, la trasmissione, andata in onda su Canale 5, è stata la più vista della serata con 7.253.000 telespettatori e uno share del 30,93%). L’originalità del mezzo espressivo con cui ha proposto la sua canzone muta “Dubbio dubbio” gli è infatti valsa il voto favorevole della giuria con il conseguente passaggio di turno alla prossima sfida televisiva. Ad accompagnarlo un’interprete della lingua dei segni che traduceva ciò che diceva e una voce fuori campo che recitava il testo della canzone, in modo da poterla rendere comprensibile anche per chi non è affetto da sordità nonostante sia difficile tradurre a parole un testo “segnato”, perché, come ha spiegato il cantante stesso, si rischia una perdita di significato: poiché i sordi rimano con le mani, ovviamente il sistema dei versi e la loro combinazione risultano notevolmente diversi.

Nonostante questo, tutti hanno applaudito. E lo hanno fatto senza fare rumore, come si fa in lis, alzando e scuotendo i palmi delle mani verso l’alto, come farfalle: un applauso visivo silenzioso e inedito, ma ugualmente caloroso. Sembrava quasi che lo studio televisivo si fosse immedesimato per qualche secondo nella sua condizione, fosse entrato nel suo mondo ovattato comprendendo davvero cosa volesse comunicare con quei movimenti rapidi e strani.

Scarlato, classe 1978, di Bologna (ma calabrese di origine), padre da appena due mesi di una bimba, si definisce lis performer, un artista completo quindi, impegnato da tempo nell’opera di sensibilizzazione attorno alla tematica della disabilità delle persone sorde. Prima di dedicarsi alla musica aveva già sperimentato le potenzialità espressive del linguaggio dei segni nel teatro, recitando sempre a gesti. L’esplorazione delle capacità comunicative del corpo, in particolare delle mani e della mimica facciale, è proseguita poi come cantautore di testi rap. L’incontro con il musicista Alfonso Marrazzo, autore delle basi musicali, gli ha permesso di dare ai suoi gesti il ritmo giusto: va a tempo seguendo le vibrazioni dei bassi e rappa con ineccepibile destrezza. Un messaggio da diffondere, non tanto per i contenuti delle sue canzoni, quanto per la novità del mezzo espressivo usato e portato a conoscenza del grande pubblico: l’inusuale connubio del rap con il linguaggio dei segni apre infatti nuove opportunità espressive per le persone sorde, tutte da sperimentare.
(AVVENIRE 14.01013)

“mia madre mi ha regalato le ali”

12 Gennaio 2013 Nessun commento

Simona Atzori, ballerina, pittrice e scrittrice milanese, senza braccia dalla nascita, ha perso la mamma Tonina il giorno della vigilia di Natale. In queste righe racconta il rapporto speciale che ha vissuto con lei e il ruolo fondamentale che sua madre ha avuto nella battaglia combattuta assieme alla figlia per superare le difficoltà e raggiungere traguardi che sembravano impensabili.

«Le sue braccia sono rimaste in cielo e nessuno ha fatto tragedie» ha scritto il grande e caro amico Candido Cannavò, cogliendo in una semplice frase il senso più grande della mia vita. Sono nata così, senza le braccia, da due genitori straordinari che mi hanno accolto senza tragedie, ma con tanto amore e positività. Siamo cresciuti insieme, creandoci un mondo che rispecchiava la nostra prospettiva, con le mie «mani in basso» e con la voglia di trovare il nostro posto in questo mondo, che a volte fa fatica ad accorgersi di quanto sia bello e prezioso il fatto che tutti noi siamo diversi.

Due braccia che all’apparenza non ci sono, ma che diventano 4, poi 8, poi mille e poi infinite perché hanno il desiderio di accogliere tutte le braccia che hanno voglia di donarmi il loro amore e il loro aiuto.

Non so esattamente cosa abbia provato la mia mamma la prima volta in cui mi ha tenuta tra le sue braccia, ma so con certezza che da quell’istante lei mi ha scelta per la seconda volta come sua figlia, per donarmi tutto il suo amore e farmi crescere con serenità.

«Vivi la tua vita con serenità, come ho sempre fatto io», mi ha detto un giorno la mia mamma. Parole preziose che mi accompagnano ogni giorno e che ora hanno acquistato un senso ancora più grande. Insieme a lei sono cresciuta e ho sognato, credendoci così tanto e impegnandomi in ogni momento della mia vita, ma sempre con lei al mio fianco. Quando ci dicevano che non potevo fare qualcosa, io la guardavo e lei mi sorrideva dolcemente e mi diceva «sì» con la testa e non mi serviva altro. Sono diventata una pittrice e una danzatrice insieme e anche grazie a lei, perché non ci siamo mai arrese.

Il 24 dicembre la mia mamma ha concluso il suo viaggio in questa vita. Quando le persone lasciano la terra alla vigilia di Natale si dice che stiano accompagnando la Vergine nella nascita di suo figlio. Il pensiero che lei non abbia smesso di essere madre mi ha dato quel senso di serenità che lei mi aveva augurato. Però non basta, il dolore che si prova quando si perde la propria mamma è qualcosa che non si può spiegare e nemmeno immaginare prima.

Ora ho due braccia in meno. Lei mi ha tenuto stretta tra le sue braccia il giorno in cui sono venuta al mondo ed io le ho tenuto la mano nel suo ultimo respiro. La sensazione di solitudine che mi pervade è immensa, in alcuni momenti è dolorosa anche fisicamente.

Molti dei miei gesti quotidiani erano fatti insieme a lei. Le sue mani erano davvero anche le mie nel modo più spontaneo e sincero possibile. Una sensazione che solo una mamma può provare quando il proprio bambino è piccolo, ma una sensazione che le mamme che hanno un figlio con delle necessità particolari provano tutti i giorni, anche quando i propri figli non sono più bambini. Ora questi gesti mancano come l’aria che respiro e assumono un significato diverso. Ho avuto sei mesi di tempo per abituarmi a questa mancanza, da quando questa malattia ha reso il suo corpo così debole. Sono stati mesi che sono serviti a lei per vedere che potevo farcela e che potevo volare, come lei mi diceva sempre. «Tu devi volare…», ci ha creduto sempre, in ogni istante della sua vita, anche quando aveva tutti contro. Non si è mai arresa e ha lottato insieme a me perché gli altri potessero vedere quante cose la sua bambina sapeva e poteva fare. Ha lottato fino alla fine nel modo più dignitoso e straordinario possibile. Amava la vita e non si poteva arrendere dopo averci creduto così tanto. Il suo corpo non ce l’ha fatta, ma il suo spirito è ancora vivo. È vivo dentro me e tutte le persone che l’hanno amata e apprezzata come donna, moglie, madre, nonna e amica.

Sapevo che ci sarebbe stato un «dopo di lei», ma non lo immaginavo, non così presto e non dopo tanta sofferenza. E ora questo momento è arrivato, non è più un «dopo» ma un «adesso». Sento che mi ha lasciato tutti gli strumenti necessari per vivere e volare come voleva lei, come mi ha insegnato lei e lo devo fare proprio senza di lei. Non so ancora come farò, ma so che lo devo fare anche per lei.

In questi anni di attività artistica sono spesso venuta in contatto con realtà impegnate nel realizzare progetti e servizi per garantire un futuro sereno alle persone con disabilità e ai loro familiari. Progetti importantissimi e fondamentali per molte famiglie che altrimenti non saprebbero come fare. È già difficile per un figlio sopravvivere alla morte di un genitore, poi per un figlio che ha vissuto tutta la vita con l’aiuto amorevole e spontaneo dei suoi genitori, trovarsi senza è come morire. Chissà quante volte la mia mamma avrà pensato al momento in cui non sarebbe più stata lei a «donarmi» le sue mani e quante preoccupazioni che non mi ha mai fatto percepire. In questi anni mi ha aiutato a costruirmi delle basi su cui fondare la mia vita, sapendo che mi avrebbero aiutato anche nel momento in cui lei non sarebbe più stata accanto a me. Lo ha fatto in mille modi e forse solo ora lo comprendo realmente, perché lei non c’è più, ma tutto quello che abbiamo costruito resta e ora sta a me portarlo avanti.

Questa è la prova più grande della mia vita, è come se fossi nata una seconda volta, senza le sue braccia di madre, ma con le braccia di tante altre persone che mi circondano e che non mi permettono di sentirmi sola. Ho tutti gli strumenti per ricominciare questa vita e li ho costruiti tutti con il suo sostegno. Ora devo volare da sola… Ce la posso fare, perché lei ci ha sempre creduto e io continuerò a crederci anche per lei.
(da www.donboscoland.it gennaio 2013)

“….finchè si deciderà di..smaltirli..”

12 Gennaio 2013 Nessun commento

Milano, 1989 -

È il giorno di Ognissanti, ma la sala d’attesa è piena. Donne non giovanissime, con il marito, o sole. Aspettano per ore. Il dottore, è un pioniere. “Mago della provetta”, lo chiamano già i giornali.
Nel suo studio, in un angolo, c’è una specie di damigiana metallica, panciuta, chiara. Dentro, spiega il dottore, congelati nell’azoto liquido stanno una ventina di embrioni, fermi nell’atto di una delle prime moltiplicazioni cellulari. Aspettano il giorno, eventuale, in cui le loro madri decideranno di tentare una nuova gravidanza. Li chiamano “sovrannumerari”: un surplus delle fecondazioni in provetta. Dottore, che effetto fa avere qui delle “cose” che potrebbero diventare uomini? Lui sorride come a una domanda sciocca: «Guardi che sono quattro cellule, mica bambini…».
Ma è una domanda difficile da non farsi. Chi c’è lì dentro, sospeso tra la vita e il nulla? Ne verrà al mondo qualcuna, di queste creature in fieri, o appassiranno nel loro limbo freddo finché si deciderà, con termine squisitamente industriale, di “smaltirli”?
Il dottore ora ha fretta. Gli luccica al polso un Rolex d’oro. Questa sua nuova specializzazione, di oro è una miniera. L’alba del Mondo Nuovo è una damigiana metallica sotto a una scrivania,

piena di figli che è scorretto chiamare bambini.

(Marina Corradi avvenire 12.1.13)

“:::e lo deposero in una cella..”

7 Gennaio 2013 Nessun commento

“Come cembali da accordare e con il viso felicemente smarrito dei giorni del gaudio. E addosso i vestiti tipici della festa: una giacca riordinata, un paio di pantaloni appena cuciti, una camicia abbottonata. Spaesati a festeggiare dopo anni d’inquietudine e di rimorsi mal digeriti. Sono uomini dalle voci rauche e stonate, lungi dalla perfezione di un rigo musicale ma odorose delle grida della strada. Sui loro volti s’è posata la stanchezza di anni di galera, le ferite di battaglie perdute e di vite strappate, il tremore di un’esistenza giocata tra le sbarre e il cemento. Eppure la notte di Natale il loro sguardo sarà la riedizione perfetta dello sguardo incantato dei pastori di Betlemme. Perchè anche quest’anno Dio ha deciso di scommettere su di loro; una scommessa ad oltranza, firmata nei bassifondi della storia – quali sono le galere – nel tugurio di celle più simili alle celle mortuarie che alle sale parto della maternità, laddove l’aroma dei sogni si confonde con l’odore di una miseria dilagante. E’ il volto di un Dio perdutamente innamorato delle sue creature al punto tale da impastarsi di storia e di pane, di sudore e di angoscia, di speranza e di mestizia per raccontare l’inaudito e il paradosso: in un mondo di uomini che sognano di mettersi al posto di Dio, c’è un Dio che sogna di diventare uomo per accendere nel cuore della storia il desiderio dell’Eterno. E’ così che una cella di galera diventa l’incrocio di due strade: quella che riporta il popolo da Babele, paese dell’arroganza e delle torri incompiute, e quella che riporta Cristo da Betlemme, casa del pane e dell’amabile quotidianità. Per entrambi – il Bambino di Betlemme e i detenuti della storia – “non c’è posto nell’albergo” (Lc 2,7). Sul calare della storia del Nazareno, come di mille altri innocenti, serpeggerà il sospetto di una giustizia ambigua: “è necessario che qualcuno muoia per il popolo” (Gv 11,50). Per questo Cristo anche quest’anno pianterà la tenda in mezzo alle celle delle patrie galere, laddove ricomporre i cocci di esistenze frantumate varrà l’emozione di riparare le brecce e ristrutturare le case cadenti cantate da Isaia. A Cristo, in punto di morte, rimarrà solo quel poco di legno e di ferro che basterà per morire inchiodato: è quel pizzico di malinconia che già serpeggia nei vangeli dell’infanzia laddove il giusto Erode è il patriarca di coloro che confonderanno la giustizia con la vendetta fingendosi cercatori della verità più profonda dell’uomo.
Anche dentro i “centri d’abbrutimento statali” quali sono le carceri, quest’anno Cristo nasce: perchè essere guardati da Lui è un’esperienza di Verità, come successe sulle sponde del lago di Genesaret o nelle pieghe tumultuose della donna di Samaria: “mi ha detto tutto ciò che ho fatto” (Gv 4,39). Un percorso di verità iniziato quando, seppur discreto e amante della bellezza, quello sconosciuto Viandante di Galilea si interessò dell’uomo in prima persona fino a sporcarsi di giorni e fatica. L’annuncio, dato dietro alle sbarre, tiene il suono malinconico e festoso delle zampogne dei pastori: “vi annuncio una grande gioia: è nato per voi il Salvatore”. Una notizia che arreca freschezza umana: da quel giorno la storia di quaggiù non è più una stramaledetta cosa dopo l’altra ma l’occasione di ritrovare la forma divina perduta. Perchè in qualunque caos l’uomo abiti, quello sarà il punto di ripartenza per tornare a Lui.
Da quella grotta profumata di pane i Magi se ne torneranno a casa “per un’altra strada” (Mt 3,56): l’incontro con Lui cambia la rotta. E per un’altra strada faranno un giorno ritorno a casa i falliti della storia: in ogni viaggio abita la nostalgia di un luogo in cui sentirsi a casa anche nel mezzo dell’oscurità. Perchè – come scrisse Joshua, detenuto del carcere di Nashville – “il mio cuore batte per le stesse cose per cui battono i cuori degli altri uomini”.
don Marco www.sullastradadiemmaus.it

anche tu fa’ un appello!!

1 Gennaio 2013 Nessun commento

ASIA BIBI DALLA SUA CELLA: «SCRIVETE AL PRESIDENTE PACHISTANO». ECCO COME

«Penso alla mia famiglia, lo faccio in ogni momento.Vivo con il ricordo di mio marito e dei miei figli e chiedo a Dio misericordioso che mi permetta di tornare da loro. Amico o amica a cui scrivo, non so se questa lettera ti giungerà mai. Ma se accadrà, ricordati che ci sono persone nel mondo che sono perseguitate a causa della loro fede e – se puoi – prega il Signore per noi e scrivi al presidente del Pakistan per chiedergli che mi faccia ritornare dai miei familiari». Con queste parole Asia Bibi,

condannata a morte per il reato di blasfemia e detenuta da oltre 1.270 giorni

in attesa della sentenza definitiva, conclude la lettera che «Avvenire» ha pubblicato sabato in prima pagina come editoriale. Numerosi lettori ci hanno scritto chiedendo come dare corso al suo appello. Dato che l’indirizzo dell’ambasciata fornito sabato si rivela inaffidabile, da oggi «Avvenire» si fa intermediario dalla raccolta: è possibile scrivere all’indirizzo e-mail asiabibi@avvenire.it per aderire all’iniziativa, rivolgendosi, nel testo del messaggio, al Presidente del Pakitan, Asif Ali Zardari, sollecitando un intervento a favore di Asia Bibi, inserendo i propri dati anagrafici completi. Il giornale, raccolte lettere e firme, le trasmetterà in blocco secondo i canali diplomatici appropriati.
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Il Presidente ha proposto ad asia bibi di farsi mussulmana per uscire dalla prigione e lei ha risposto
“Grazie. NO.per amore di Cristo che è morto per me preferisco morire in carcere da cristiana che uscire dal carcere da mussulmana”
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IMPEGNO ANCHE DAL TG1 DI ORFEO

Nel suo esordio alla guida del Tg1 Mario Orfeo ha ricordato ieri, nel corso dell’edizione delle 20, la vicenda di Asia Bibi e ‘lanciato’ un servizio sulla sua vicenda, in cui hanno avuto voce il marito e un’amica pachistana.
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(cliccare www.avvenire.it e poi il link riferito ad asia bibi libera — si entra in una pagina che offre indicazioni su come intervenire con un appello)
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Bruxelles sta preparando le linee guida per la tutela delle minoranze in pericolo. «Dobbiamo allargare gli interventi europei, dall’Africa al Subcontinente indiano»