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Archivio Marzo 2013

“ricordati di me!”

26 Marzo 2013 Nessun commento

La Settimana Santa, la memoria della resurrezione, i giorni dedicati al mistero dei misteri iniziano con il ricordo di un delinquente. Ieri, lunedì santo, era san Disma. Il ladrone. Quello crocefisso con Gesù. Un poco di buono. Uno che aveva meritato il supplizio da schiavo, da rifiuto umano. Uno che si è trovato a gridare insieme a Lui per i chiodi nella mano.

E per il respiro che mancava, il respiro che impazziva. E che era lì – come mormora lui stesso – giustamente. Secondo giustizia. Aveva rubato, sfasciato vite, beni, aveva messo le mani dove non doveva. Come tutti noi, io penso. Che siamo un po’ tutti ladri. Di vita, di persone, di cose, di aria, di pensieri. Disma, il primo a entrare in paradiso con Gesù, il primo invitato, volle rubare anche il paradiso. Volle compiere il colpo migliore che gli poteva riuscire. Si dice che l’occasione fa l’uomo ladro.

E lui ebbe, mentre nessuno se l’aspettava, proprio la grande occasione. Migliore di tutte le altre in cui era diventato ladro. Così è diventato il più grande ladro della storia. Sul Golgota il suo cuore di cacciatore d’occasioni non lo tradì. E riconobbe che Chi gridava e ansimava vicino non era uno come gli altri.
Non era come quell’altro che gridava e moriva bestemmiando. Il cuore di Disma, patrono di noi tutti ladri di vita, fu sveglio e attento alle occasioni fino all’ultimo.

E fu schiantato di umiltà, di realismo, fu pieno del rimpianto di dover morire e allora fece l’ultimo furto, trasformando la rapina in invocazione, la delinquenza in mendicanza:

ricordati di me…


Chiese al Morente accanto a lui quel che tutti chiediamo quando diventiamo
da ladri
mendicanti:
ricordati di me. Lo diciamo ai nostri amori, ai nostri cari, lo diciamo al vento, alla notte stellata, a Dio. Ricordati di me. Furto e supplica coincisero sulla bocca insanguinata di Disma. Perché aveva riconosciuto, pur in fondo all’orrore, che lì c’era una Presenza nuova, una santa presenza. Più forte di ogni suo male.

La Chiesa richiama il senso del peccato, non il senso di colpa. L’esempio del delinquente santo che ci accoglie alla porta della Pasqua è richiamo alla differenza che corre tra il senso del peccato e il senso di colpa, se così si può dire. La nostra è un’epoca piena di senso di colpa. Gli errori stanno come macigni a ingombrare a lungo i rapporti, le coscienze. Una certa diffusa ansia e un certo vasto cinismo hanno radice proprio nel vedere la vita propria o altrui segnata irrimediabilmente da colpe e errori. Anche il ricorso a supporti di tipo psicoterapeutico è motivato spesso dalla necessità di rimuovere macigni di questo genere. Il peccato invece non è “irrimediabile”.

Lo insegna Disma, ladro in croce. La sua invocazione ha per così dire traversato in un baleno ogni senso di colpa, lo ha distrutto diventando senso del peccato. Che è composto dal riconoscimento che c’è una Presenza la quale anche all’ultimo istante, anche nelle condizioni più dure e oscene – sul patibolo! –, può aprire la vita ai suoi giardini sperati. Al paradiso. A Lei ci si rivolge con una supplica senza pudore. Il senso di colpa invece blocca davanti a uno specchio.

E fa crescere ansia, rabbia, frustrazione. Disma il ladro è una spina nel fianco a ogni moralismo moderno, al tentativo di sostituire il duro fertile senso del peccato con l’angoscia arida del senso di colpa. La confusione tra i due è stata promossa dalla mentalità borghese, dalla sua presunzione di fare a meno di dover supplicare, coi risultati di ansia e di rigidità psichica che vediamo. Un uomo che non invoca perdono viene divorato dai sensi di colpa, oppure li deve sopire, a qualunque costo. Un grande peccatore che invoca vede invece schiudersi il cielo anche nella condizione più tenebrosa.

Davide Rondoni (AVVENIRE 26 marzo 2013)

sbadigliare insieme

25 Marzo 2013 Nessun commento

“Preferisco restare scapolo e solitario,
anche se non mi dispiacerebbe aver accanto qualcuno con cui,
di tanto in tanto,
sbadigliare insieme.

“In verità non è che lord George Byron (1788-1824), famoso poeta romantico inglese, disdegnasse la compagnia, soprattutto femminile. Tuttavia la frase attesta i due volti della sua esistenza e, se si vuole, della vita umana in generale. Quante volte, infatti, si desidera e si aspira a un po’ di solitudine, specialmente quando si devono trascorrere giorni interi nel chiacchiericcio dei luoghi di lavoro, nel frastuono della città, nella babele della casa ove televisore, musiche giovanili assordanti, proteste reciproche sfiancano anche il più estroverso comunicatore. O beata solitudo, o sola beatitudo!, si dice che esclamasse s. Bernardo in un latino che non necessita di traduzione. Detto questo, è però altrettanto vero che – a scavare in profondità – nonostante l’affollarsi e l’ammassarsi in gruppi, l’uomo e la donna di oggi si sentono spesso soli, tant’è vero che si è coniata la locuzione “folla di solitudini”. E, allora, come dice Byron, affiora il desiderio di ritrovare un’intimità condivisa, magari anche solo per annoiarsi e sbadigliare insieme. Lo scrittore americano Saul Bellow affermava ironicamente: «Perfino Adamo, che pure aveva il Signore in persona con cui parlare, chiese alla fine un po’ di compagnia umana». L’impresa è, allora, quella di conservare l’equilibrio tra la solitudine e la compagnia.
Senza la prima, ci si disperde nella massa e si affoga l’anima;
senza la seconda, si piomba nell’isolamento e nella maniacalità.

(Gianfranco Ravasi)

…procediamo un chilometro alla volta..

19 Marzo 2013 Nessun commento

In India gli ospedali guariscono i malati, ma non forniscono i pasti: molti restano a digiuno e così, invece di guarire, finiscono per aggravarsi
Il dottor Thomas Maliyakal ha lanciato l’idea: mense gratuite vicino alle cliniche
Èd è nata una grande rete di aiuto

«Il segreto è cancellare il resto dell’universo, del mondo, del mio enorme Paese, l’India. E concentrarmi solo su poche decine di chilometri quadrati, quelli su cui posso agire per dare una mano a chi soffre».
Il dottor Thomas Maliyakal lo fa da oltre trent’anni. Da quando cioè, nel 1982, il medico ha deciso di lasciare l’Italia, dove aveva studiato, e rientrare in India. «Una nazione tanto grande e con troppi problemi: impossibile risolverli tutti. Si può solo dare un contributo minimo. Ed è quello che ho scelto di fare», racconta. Il dottor Thomas e sua moglie hanno cominciato dando assistenza medica gratuita a chi non poteva permettersela. «Ci siamo resi conto, però, che la malattia più diffusa e terribile era la fame. Spesso, le persone che guarivamo non sopravvivevano a causa della mancanza di alimenti». Così, insieme a un gruppo di amici della parrocchia cattolica di Kochi, il medico ha dato il via alla raccolta domenicale di alimenti per i più poveri.
Dal 1° gennaio 2003 hanno deciso di creare una vera e propria mensa nella capanna di una vedova. Lì si riuniva un gruppo di volontari che cucinava trenta pasti al giorno.
«Doveva essere un caso isolato. Invece la risposta della gente è stata sorprendente: tanti giovani si sono offerti di darci una mano». In dieci anni, le mense sono diventate oltre venti, per un totale di mille pasti. «Nel 2007 hanno cominciato a chiamarci gli ospedali: lo Stato non fornisce il cibo ai ricoverati. Sono i parenti a provvedere, quando hanno i mezzi. Altrimenti i pazienti devono digiunare». Di nuovo,Thomas e gli amici si sono messi all’opera.

«Volevamo fare qualcosa ma non avevamo i mezzi». Ancora una volta, la solidarietà spontanea delle persone li ha stupiti: «Le madri dei nostri conoscenti si sono offerte di cucinare. Poi sempre più persone hanno voluto dare un aiuto: c’è chi ci regala un chilo di riso, chi della frutta, chi cucina, chi porta gli avanzi». Il 1° aprile 2008 è nata la mensa nell’ospedale di Vandanam. Poi altre due, nelle cliniche di Cherthala e Alappuzha. «Il mio sogno sarebbe ora aprire una mensa in ogni ospedale indiano. Ma il Paese è tanto grande: procediamo un chilometro alla volta».
(AVVENIRE –26.2.13)

“un pozzo molto profondo è dentro di me”

13 Marzo 2013 Nessun commento

Milano, 2007 –
«Da ragazza, se mi piaceva un fiore, avrei voluto addirittura mangiarlo».

In una stanza d’ospedale mi imbatto nel Diario e nelle Lettere di Etty Hillesum, giovane ebrea olandese morta ad Auschwitz. Sorrido: anch’ io, da bambina, trovavo le rose così belle che le avrei mangiate.
Ma nell’ Olanda occupata dai nazisti, mentre i suoi amici vengono deportati, Etty attraversa una straordinaria metamorfosi: «Un pozzo molto profondo è dentro di me. E Dio c’è in quel pozzo. Talvolta mi riesce di raggiungerlo, più spesso pietra e sabbia lo coprono: allora Dio è sepolto. Bisogna di nuovo che lo dissotterri». Quale misteriosa strada si è aperta in una ragazza vivace, libera, quasi sorella delle adolescenti degli anni 70? (Il passo della Carità nella Lettera ai Corinzi induce lei, ebrea, a inginocchiarsi, in un gesto che certo non le è stato tramandato).
La storia erompe, tragica.
Etty accompagna al treno un amico che parte per il nulla.
In una notte come questa – scrive – bisognerebbe solo inginocchiarsi e pregare.
Infine è il suo treno, a partire: e lei ha aperto a caso la Bibbia: “Il Signore è il mio baluardo”».

Una sorella più grande: una che da ragazza, vorace di bellezza, voleva mangiarsi i fiori.
Un giorno ha scoperto in fondo a sé un pozzo; e avidamente ne ha bevuto l’acqua viva.
(Marina Corradi – AVVENIRE -)

un Padre che non rinfaccia ma abbraccia

8 Marzo 2013 Nessun commento

“Un padre aveva due figli. Se ne va, un giorno, il più giovane, in cerca di se stesso, in cerca di felicità. Non a mani vuote, però, pretende l’eredità: come se il padre fosse già morto per lui. Probabilmente non ne ha una grande opinione, forse gli appare un debole, forse un avaro, o un vecchio un po’ fuori dal mondo. Ma i ribelli in fondo chiedono solo di essere amati.Il fratello maggiore intanto continua la sua vita tutta casa e lavoro, però il suo cuore è altrove, è assente. Lo rivela la contestazione finale al padre: io sempre qui a
dirti di sì, mai una piccola soddisfazione per me e i miei amici. Neanche lui ha una grande opinione di suo padre: un padre padrone, che si può o si deve ubbidire, ma che non si può amare.
L’obiettivo di questa parabola è precisamente quello di farci cambiare l’opinione che nutriamo su Dio. Il primo figlio pensa che la vita sia uno sballo, è un adolescente nel cuore. Cerca la felicità nel principio del piacere. Ma si risveglia dal suo sogno in mezzo ai porci a rubare le ghiande. Il principe ribelle è diventato servo.Allora ritorna in sé, dice il racconto, perché prima era come fuori di sé, viveva di cose esterne. Riflette e decide di tornare. Forse perché si accorge di amare il padre? No, perché gli conviene. E si prepara la scusa per essere accolto: avevi ragione tu, sono stato uno stupido, ho sbagliato… Continua a non capire nulla di suo padre.
Un Padre che è il racconto del cuore di Dio: lascia andare il figlio anche se sa che si farà male, un figlio che gli augura la morte. Un padre che ama la libertà dei figli, la provoca, la attende, la festeggia, la patisce.Un padre che corre incontro al figlio, perché ha fretta di capovolgere il dolore
in abbracci, di riempire il vuoto del cuore. Per lui perdere un figlio è una perdita infinita. Non ha figli da buttare, Dio.Un padre che non rinfaccia, ma abbraccia; non sa che farsene delle scuse, le nostre ridicole scuse, perché il suo sguardo non vede il peccato del figlio, vede il suo ragazzo rovinato dalla fame.Ma non si accontenta di sfamarlo, vuole una festa con il meglio che c’è in casa, vuole reintegrarlo in tutta la sua dignità e autorità di prima: mettetegli l’anello al dito! E non ci sono rimproveri, rimorsi, rimpianti.Un Padre che infine esce a pregare il figlio maggiore, alle prese con l’infelicità che deriva da un cuore non sincero, un cuore di servo e non di figlio, e tenta di spiegare e farsi capire, e alla fine non si sa se ci sia riuscito. Un padre che non è giusto,
è di più: amore, esclusivamente amore. Allora Dio è così? Così eccessivo, così tanto, così esagerato? Sì, il Dio in cui crediamo è così. Immensa rivelazione per cui Gesù darà la sua vita.
(Padre Ermes Ronchi —AVVENIRE 7.3.13)
(Letture: Giosuè 5,9-12; Salmo 33; 2 Corinzi 5,17-21; Luca 15,1-3.11-32).

Joseph e Giorgio: la vecchiaia è una mappa

5 Marzo 2013 Nessun commento

“Prima lui, poi l’altro. Più che un duetto minuzioso tiene le sembianze di una nenia triste e malinconica perchè il primo (classe 1927) e il secondo (1925) sono due colonne portanti della speranza della Chiesa e della nostra Italia. Ad accomunarli la fermezza della parola, la passione del bene comune, la lungimiranza dello sguardo: non sempre ciò che l’anagrafe dichiara anziano è sinonimo di imbecille. Joseph Ratzinger ha preso per mano la sua Chiesa e, come un orefice della Parola, ha tentato in tutti i modi di riaccendere la nostalgia dell’Eterno dentro la sua stanchezza; Giorgio Napolitano, come un timoniere fidato, ha tenuto ferma la rotta della sua nave dentro il mare in tempesta della politica italiana. Due uomini con i capelli bianchi – e forse pure la spossatezza del fisico – che sono stati capaci di ascolto, di porgere l’orecchio ad una voce, la voce del popolo, per immaginare una nuova mappa, necessaria per veleggiare in un mondo in rapidissimo mutamento e dalla difficile gestione.
Per partire ci vuole sempre una mappa. Nell’antichità, spinti dalle avventure di Ulisse, era forte il desiderio di salpare verso mondi nuovi, di scoprire nuove terre, di attraversare l’ignoto per dare un volto al nuovo. Nessun marinaio parte senza una mappa. L’America è stata scoperta da Cristoforo Colombo, eppure il navigatore genovese non s’addentrò nel mare senza una mappa a disposizione. I finanziamenti erano già in tasca, le caravelle già sul porto ligure, i marinai già facevano le prove generali; ma lui non si mosse senza una mappa tra le mani. Gliela offrì il fiorentino Paolo Dal Pozzo Toscanelli, un mercante di spezie con la passione dell’astronomia. Non essendo un navigatore c’è da immaginare che quella carta fosse imprecisa e incompleta ma necessaria quanto bastava per dare l’inizio ad una delle più straordinarie gesta di navigazione della storia. Lui, Toscanelli, le mappe le componeva ascoltando i racconti delle avventure dei marinai: di chi tornava ed esagerava, di chi non tornava e lasciava detto, di chi scorgeva e faceva supposizioni. Dentro ogni mappa non ci sta solo una traiettoria: ci sta un viaggio che all’inizio è sempre un sogno, diventa poi desiderio fin quasi ad immaginarlo e poi, magari dopo averlo intravisto nelle notti di visioni, raggiungerlo. La scoperta dell’America, come ogni vera scoperta, nacque da un sogno che accese un desiderio e portò alla conquista. Senza una mappa, ogni piccolo viaggio è cagione di imprevisti.
La mappa della fede di Benedetto XVI, la mappa della politica di Giorgio Napolitano: due uomini diversi per formazione, per estrazione e per cultura. Due uomini, però, che pur non avendo mai navigato nei mari hanno saputo scrivere una mappa ascoltando il vissuto della gente comune: la voce della strada e del palazzo, la voce delle galere e dei santuari, la voce della piazza e il silenzio della bottega, l’arte dell’orafo e la passione del contadino. Fino a tratteggiare un percorso di rinascita spirituale e politica da troppi non ancor apprezzata e valorizzata. Se ne vanno in punta di piedi e con l’umiltà dei piccoli gesti. Di loro rimane il testamento umano: dietro ogni mappa – necessaria per qualsiasi viaggio – c’è sempre un insieme di voci da accordare; per accordarle c’è prima bisogno di qualcuno che le ascolti e dia loro l’occasione di esprimersi.
La loro uscita di scena accende la nostalgia delle partenze di un tempo: stipati sui binari di un treno in partenza, non ci rimane che guardare il loro volto illuminato e sperare in giorni di luce. Con la convinzione che dietro ogni viaggio – anche e sopratutto quello della fede – è sempre nascosta una mappa; e dietro ogni mappa ci sta la mano di un qualcuno che, umilmente in ascolto, unisce i fili di mille racconti e di altrettante voci per dare all’uomo la possibilità di non viaggiare guidati dal caso; ma spinti da un desiderio capace di infondere nell’uomo la passione per le grandi avventure.
Che la storia assicura sono sempre l’incrocio di tante riflessioni.
(da L’Altopiano, 2 marzo 2013)

“In questo momento, c’è in me una grande fiducia, perché so, sappiamo tutti noi, che la Parola di verità del Vangelo è la forza della Chiesa, è la sua vita. Il Vangelo purifica e rinnova, porta frutto, dovunque la comunità dei credenti lo ascolta e accoglie la grazia di Dio nella verità e vive nella carità. Questa è la mia fiducia, questa è la mia gioia.
Quando, il 19 aprile di quasi otto anni fa, ho accettato di assumere il ministero petrino, ho avuto ferma questa certezza che mi ha sempre accompagnato. In quel momento, come ho già espresso più volte, le parole che sono risuonate nel mio cuore sono state: Signore, che cosa mi chiedi? E’ un peso grande quello che mi poni sulle spalle, ma se Tu me lo chiedi, sulla tua parola getterò le reti, sicuro che Tu mi guiderai. E il Signore mi ha veramente guidato, mi è stato vicino, ho potuto percepire quotidianamente la sua presenza. E’ stato un tratto di cammino della Chiesa che ha avuto momenti di gioia e di luce, ma anche momenti non facili; mi sono sentito come san Pietro con gli Apostoli nella barca sul lago di Galilea: il Signore ci ha donato tanti giorni di sole e di brezza leggera, giorni in cui la pesca è stata abbondante; vi sono stati anche momenti in cui le acque erano agitate ed il vento contrario, come in tutta la storia della Chiesa e il Signore sembrava dormire. Ma ho sempre saputo che in quella barca c’è il Signore e ho sempre saputo che la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua e non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto. Questa è stata ed è una certezza, che nulla può offuscare. Ed è per questo che oggi il mio cuore è colmo di ringraziamento a Dio perché non ha fatto mai mancare a tutta la Chiesa e anche a me la sua consolazione, la sua luce, il suo amore.”

(Benedetto XVI, Udienza Generale, 27 febbraio 2013, www.avvenire.it)

che fico che sono!

3 Marzo 2013 Nessun commento

Una cena di lavoro tra amici. Si festeggiano i suoi trent’anni di carriera politica (fosse stata ecclesiale nulla sarebbe cambiato, ndr). Lui un po’ borioso e un po’ giustiziere, davanti alla torta con trenta candeline si trastulla dicendo: “Io mi sono fatto da me. Nemmeno mia madre ci credeva”. Il problema è la convinzione. Così convinto che lo pronuncia con un pizzico d’orgoglio, di spavalderia e di altezzosità. “Ne sono lieto” – commenta uno dei presenti – guardandolo con un misto di tenerezza e di compassione. “Perché?” – chiede un po’ sorpreso il pesante uomo, simbolo del fallimento di una certa politica. “Perché questo solleva il buon Dio da ogni responsabilità” – rispose deciso l’invitato.
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Un fico infruttuoso, un padrone deciso, una lezione d’impareggiabile chiarezza (liturgia della III^ domenica di Quaresima). E oggi il Vangelo ti apposta a terra, ti fa sentire proprio nulla. Pugno di polvere stretto nelle mani di Dio. E si che sembra una favola: “Un tale aveva un fico piantato nella sua vigna e venne a cercarvi i frutti…”. Sembra una favola: invece è la storia raccappriciante di un Dio che si mette alla ricerca dell’uomo. Era appena sorta l’aurora della creazione quando Dio, architetto dalla maestria insuperabile, disegnò i primi passi nel giardino dell’Eden Nascondendo il suo amore in una domanda: “Adamo, dove sei?”. Chiede perché chiedere significa prendersi cura, addomesticare, creare legami, tessere relazioni. Chiede perchè per Dio la felicità è stare con i propri figli, per questo (e non per smania di protagonismo) ha mandato i suoi profeti allo sbaraglio della storia. Mandati per richiamare il popolo a portare frutti! Ma Dio è veramente un padre sfortunato… Nonostante le sue premure, la sua tenerezza, la sua pazienza sapiente non riesce mai ad ottenere che il figlio cresca bene! Sono tre anni che viene a cercare frutti da quel fico, ma non ne trova. Capisci l’amarezza nascosta nelle sue parole: “da tre anni vengo cercando frutti e non ne trovo. Taglialo!”. Taglialo, perché non sono tre anni qualsiasi, sono i tre anni che Gesù ha investito sui sentieri dell’umanità, tre anni in cui il popolo non ha saputo cogliere la novità che soffiava leggera sulla sua storia, tre anni in cui un Amore cercava storie da abbracciare, volti da asciugare, misteri da pennellare. Tre anni in cui respiravi nell’aria un messaggio per tutti: per l’uomo della strada come per la persona colta, per il contadino come per lo scriba, per il pastore di armenti e per il dottore della legge, per il credente come per chi anela a credere. E il padrone chiede di tagliarlo! E’ il giudizio secondo giustizia: tagliarlo! Perché il fico s’appropria dei doni della terra gonfiandosi di foglie senza far frutto. Non solo non produce, ma rende improduttiva anche la terra!
Ma il vignaiolo, misterioso interprete delle leggi nascosta nelle venature del terreno, chiede ancora un anno di tempo al padrone: “lascialo ancora quest’anno, finchè gli zappi intorno e gli metta il concime”. Lascialo! Cioè usa misericordia. “Quest’anno” è la durata della nostra storia, che dura sempre ancora un anno per l’intercessione del Figlio. Siamo tutti precari ai quali ogni anno viene rinnovato il contratto. Fosse per gli altri, noi – fichi improduttivi per professione – saremmo già legna da ardere. I nostri simili chiederebbero l’estirpazione. Come quando nel vangelo c’è la zizzania e tutti la vogliono strappare. Tutti, tranne Uno che dice: “Lasciateli crescere insieme”. Cioè ti lascia vivo, ti lascia te stesso, ti da fiducia perché vedi in te dei fichi che tu non sai più dove siano. Ti lasci vivo perché è paziente, perché ogni anno la sua voce risuona per scusarti di fronte al padrone della vigna. Ancora un anno! Poi? Forse lascerà che il padrone ti tagli. O forse ripeterà lo stesso discorso l’anno prossimo, poi il prossimo anno ancora, come uno smemorato vignaiolo che fa finta d’invecchiare. Ancora un anno perché Lui, nonostante tutto, non ti svergognerebbe mai davanti alla storia. Un anno… perché ai suoi occhi cavolo se sei prezioso!
Sei terra infeconda se diventi schiavo dell’abitudine, se ripeti ogni giorno gli stessi percorsi, se non trovi il coraggio di inventare nuove vie, se non rischi l’incertezza per catturare un sogno. Terra sterile se non viaggi, non leggi, se non ascolti musica, se sei triste. Non produci frutti quando abbandoni un progetto prima di iniziarlo, quando passi i giorni a lamentarti, quando non fai domande per paura che appaia il rossore sul volto, quando non apri la mente. “Lascialo ancora un anno” per evitare di morire a dosi, per ricordarti che essere vivo è più che respirare. E’ musica, sono passi, è sudore.

Durante gli esercizi spirituali (alla Curia Romana), Van Thuan parlò di ciò che aveva detto ai suoi compagni prigionieri non cattolici, i quali erano curiosi di sapere come poteva continuare a sperare: «Io ho lasciato tutto per seguire Gesù, perché amo i difetti di Gesù». Spiegò loro: «Sulla croce, durante la sua agonia, Gesù sentì la voce del ladrone crocifisso alla sua destra che gli diceva: “ricordati di me quando sarai nel tuo regno”. Se io fossi stato Gesù, gli avrei risposto: “di certo non mi dimenticherò di te, ma i tuoi crimini devono essere espiati con almeno vent’anni nel purgatorio. Invece gli disse: “oggi sarai con me in paradiso”. Egli si dimentica di tutti i peccati dell’uomo. Fece lo stesso con la peccatrice che gli aveva lavato e profumato i piedi. Non le chiese nulla riguardo ai suoi peccati passati. Semplicemente disse: “i suoi molti peccati le sono perdonati perché ha amato molto”. Gesù non ha una memoria come la mia. Non solo egli perdona, e perdona ogni persona, ma addirittura si dimentica di aver perdonato!». In un’altra occasione, disse: «Se ­Gesù avesse dovuto dare un esame di matematica, non lo avrebbe passato. Questo si capisce dalla parabola della pecorella smarrita; una delle pecore si perde e, senza indugio, si mette alla sua ricerca, lasciando le altre novantanove in balìa di se stesse. Una volta trovatala, se la mette in spalla e torna all’ovile. Per Gesù, uno è uguale a novantanove – e forse di più.
(“Una croce in una saponetta” da www.donboscoland.it)

“Mi sono fatto da me”. Ma dove!? Anche tu, in mia compagnia, sei come il fico del vangelo: vivi solo perché il vignaiolo è paziente, perchè continua a zappare, perchè non si stanca di concimare sognando sempre domani. Precario io, precario tu… precari ma immeritatamente-raccomandati perché il Padrone ci regala ancora un anno di vita. Un mese. Un giorno. Un’ora. Un secondo. Un millisecondo. Fregatene! E’ sempre tempo in più: non scontato! Chiaro il messaggio, trasparente la bellezza. Che non è la ricerca dei frutti (ogni contadino si aspetta che l’albero produca), né la volontà di tagliarlo dopo tre anni che non porta frutto (ogni contadino farebbe altrettanto), tantomeno la decisione di tagliarlo se nemmeno dopo un ulteriore anno portasse frutto (ci mancherebbe)… La novità sta nel fatto che ad un fico così sterile e “spacciato” venga ancora regalata una possibilità. C’è chi pensa: ormai è tardi, la situazione è irrimediabile, la pazienza di Dio è esaurita. E c’è chi pensa: Dio è paziente, c’è sempre tempo. La parabola ci suggerisce un altro atteggiamento, piuttosto: il cambiamento, la conversione è ancora possibile, ma non si può programmare né approfittare della pazienza di Dio.
Ogni tanto m’arrabbio e dico a Dio “non è giusto, sbagli, non avvalerti del fatto che sei Dio”. Ci sono giorni in cui sono come Giona; non voglio che al peccatore sia data un’altra possibilità. Lui mi lascia sfogare, si lascia anche insultare, persino crocifiggere. Per poi mostrarti che l’uomo è davvero la creatura più strana: devi imparare ad amarla quando meno se lo merita. Perchè è allora che ne ha più bisogno.
Che è come dire al fico: “tu non produci frutto da tre anni, ma io ho deciso: anche quest’anno scommetto su di te”.
Su di me! Davvero: nei miei confronti Lui , per mia fortuna! ,fa sempre finta d’essere un contadino smemorato!
don marco www.sullastradadiemmaus.it

“dammi un segno”

2 Marzo 2013 Nessun commento

Io aspetto.
Dammi un segno, o Dio,
siamo così vicini.
Tra noi soltanto un muro
sottile
ha messo il caso:
basterebbe ad abbatterlo
un richiamo della tua voce e della mia.
Cadrebbe senza suono.
(RAINER MARIA RILKE)

gruppo NAIN

2 Marzo 2013 Nessun commento


Gruppo Nain
Da alcuni anni è nato a Romena uno spazio speciale per coloro che devono, giorno dopo giorno, affrontare il dolore più grande: la perdita di un figlio. E’ un gruppo di genitori che hanno deciso di condividere la fatica di andare avanti di fronte al dolore della morte.
Coordinatori: Maria Teresa Abignente 347.8950523 – Luigi Padovese 335.5940350

Il luogo dell’inaspettato
Naìn non è il nome di una persona bensì un luogo poco distante da Nazareth dove Gesù, mosso a compassione, riporta in vita il figlio della vedova (Luca 7,11). Naìn è il luogo dove l’inaspettato e l’incredibile accadono, il luogo dove la disperazione, l’incredulità, il senso dell’abbandono, la ribellione verso Dio e verso gli uomini vengono toccati e trasformati. È una piccola finestra spalancata sulla possibilità di dare – anche se con grande fatica – un nuovo significato alla propria vita.

Gli incontri del gruppo

Il gruppo si incontra circa una volta al mese a Romena seguendo un percorso di domande e di temi che possono aiutare a passare dalla disperazione alla speranza.
Perché a me? Dov’eri Dio? Sono domande come queste che ci poniamo. Domande impossibili, risposte impossibili. Ma accettare di porsi domande impossibili significa già accettare la vita, accettare di mettersi in cammino. Accettare queste domande, nel gruppo Naìn, significa accettare di entrare in relazione con gli altri genitori che hanno vissuto e stanno vivendo la stessa esperienza di perdita, di dolore e di sofferenza, significa accettare di entrare in relazione e in contatto con se stessi.

Come funziona il gruppo

Naìn è un gruppo di auto aiuto, fondato sull’incontro reciproco. E’ un luogo dove si può trovare comprensione e ascolto, senza essere giudicati, dove si è capiti da persone alla pari, a cui non serve spiegare nulla. E’ un gruppo accolto dentro una cosa comune, la fraternità di Romena, dove sono resi vivi i principi che l’ispirano: è quindi un gruppo aperto, dove si può entrare e uscire con libertà, dove si può dare e ricevere, come si vuole, con il ritmo di ciò che è più congeniale, è un luogo dove si può fare un periodo di cammino insieme, dove ci deve essere rispetto e condivisione.

Sotto al gelso

Nel giardino e nei prati attorno a Romena è stato dedicato uno spazio speciale al gruppo Naìn. Sotto un albero di gelso, uno spazio raccolto dove ci si può ritrovare per parlare, per incontrarci, per pregare, per meditare, per riposare dalla fatica, per ritrovarsi, attraverso il contatto con la natura.

L’Associazione Gruppo Nain
Da quest’anno è nata anche un’associazione, l’Associazione Gruppo Nain: tra i primi passi la creazione di un punto di ascolto a Firenze e l’organizzazione di incontri e conferenze su temi cari al gruppo. Per informazioni e contatti www.grupponain.it, e-mail: info@grupponain.it

Gli incontri e i temi 2012-2013

•22 aprile 2012 ~ Per sempre?•27 maggio 2012 ~ Perchè non io?
•24 giugno 2012 ~ Prima e dopo te

•26-29 luglio 2012 ~ Dio perché taci?

•23 settembre 2012 ~ Perché vivere il presente?

•28 ottobre 2012 ~ Dove sei?

•25 novembre 2012 ~ Il tempo trasforma il dolore?

•16 dicembre 2012 ~ E’ Natale e mi manchi di più
•20 gennaio 2013 ~ Dio dov’eri?

•10 febbraio 2013 ~ Come in cielo così in terra?
•24 marzo 2013 ~ Da dove ricomincio?
•21 aprile 2013 ~ Un amore più grande?

Coordinatori: Maria Teresa Abignente 347.8950523 – Luigi Padovese 335.5940350
(www.romena.it)

“….ognuno dà…

1 Marzo 2013 Nessun commento

“Un giorno un uomo ricco
consegnò un cesto di spazzatura
ad un uomo povero.
L’uomo povero gli sorrise
e se ne andò col cesto,
poi lo svuotò, lo lavò e lo riempì di fiori bellissimi.
Ritornò dall’uomo ricco e glielo diede.
L’uomo ricco si stupì
e gli disse:
«Perché mi doni fiori bellissimi
se io ti ho dato la spazzatura?».
E l’uomo povero disse:
«Ogni persona dà
ciò che ha

nel cuore».

(fonte ignota)