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Archivio Aprile 2013

proibito far conoscere

25 Aprile 2013 Nessun commento

Una tragedia che ha bisogno di essere conosciuta nel 2013!
Incredibile!
Quello che si vede e si impara qui, non lo vedrete mai nei media ufficiali …Proibito!!!
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Dichiarazione da Padre Juan Carlos Martos CMF
Segreteria di PV Missionari Clarettiani
“Questo è un brutale esempio di quanto la lotta tra musulmani e cattolici in Nigeria ha raggiunto.
I musulmani sono determinati a imporre la loro ‘religione’ in tutta l’Africa e in altri continenti e paesi del mondo. L’Islam ha un solo obiettivo: governare il mondo ad ogni costo “!

“E dove sono le organizzazioni internazionali dei diritti umani?
I cristiani sono bruciati vivi in Nigeria: un olocausto proprio orribile davanti all’indifferenza internazionale!
Come denunciato da Padre Juan Carlos Martos, per conto del Missionari Clarettiani, via del Sacro Cuore di Maria, Roma, Italia. ”

“Con la pubblicazione di questo documento grafico su Facebook, ho intenzione di rendere il mondo a conoscenza di alcuni terribili eventi totalmente ignorati o minimizzati dai media mainstream, un autentico genocidio così crudele e inumano paragonabile solo con gli atti più odiosi e vili nei campi di sterminio nazisti “.

“Con mia grande sorpresa, Facebook mi ha criticato per la pubblicazione di questo documento grafico come una prova
della Shoah che i cristiani stanno soffrendo in Nigeria negli ultimi dieci anni.
Secondo Facebook e la sua politica di sicurezza della rete ‘sociale’, questa foto è stata classificata come ‘pornografica’, ‘violenta’ o ‘inappropriata’
e quindi sono stato bloccato a pubblicare qualsiasi immagine per una settimana. E sono stato minacciato di misure drastiche se insisto nella pubblicazione di qualsiasi documento che dimostra le terribili violazioni dei diritti umani in Nigeria.
Questo atteggiamento da parte di(spagnolo) Facebook Management è un attacco alla libertà di espressione tanto quanto un
vergognoso insulto alle 500 vittime (solo in questo orribile episodio) macellate dal terrore islamico solo per essere cristiani. ”

“Ho pensato che questo social network, nata negli Stati Uniti, non si sarebbe piegato in ginocchio di fronte a terrore.
Soprattutto, quando ancora guarire le ferite subite nella raccapricciante 9/11 attacchi, proprio come la nostra 3/11 alla stazione ferroviaria di Madrid, tutte le vittime innocenti della furia selvaggia e la follia del terrorismo islamico. ”

“Questo sembra ancora più inaccettabile in Spagna, uno stato democratico, in cui i diritti di opinione, di espressione e di religione sono garantite dalla Costituzione (art. 16 e 20), se vi è un tentativo di limitare tali diritti, e tanto meno con le minacce e coercizione indebolendo così la loro libertà di espressione, condannando come “inappropriato” un documento grafico (non un fotomontaggio), che riflette una realtà brutale in tutta la sua crudezza. ”

“Al contrario, gli amministratori di Facebook Spagna dovrebbero accogliere con favore questa protesta pubblica sostenendo che un tale atto barbaro non potrà mai essere replicato e che i suoi responsabili siano consegnati alla giustizia Questo è un diritto e un dovere di ogni cittadino:. Un servizio alla società, obiettivo finale , mi sento, di qualsiasi rete che si definisce ‘sociale’. ”

“Purtroppo, se gli omicidi continuano, questo è molto perché la verità è sempre nascosta al popolo sovrano, in modo che essi non possono essere a conoscenza e ‘disprezzato’ da essa: il silenzio complice dei media mainstream conduce all’indifferenza della comunità politica internazionale di fronte a questo olocausto indicibile Figuriamoci la codardia già radicata nel mondo occidentale di fronte al terrore islamico Una conseguenza della stupida “Alleanza di civiltà”:.. altro episodio increscioso del nostro ex primo ministro Rodriguez Zapatero ”

“Potete immaginare la reazione dell’organizzazione terroristica islamica nel caso (impossibile) di un massacro di musulmani in una moschea, per mano dei terroristi cristiani? E come ampiamente coprirebbe i nostri media e condannare il crimine ed i criminali??”

“Pertanto, da questo modesto blog, vi chiedo un favore da tutte le persone che mi stanno leggendo: si prega di diffondere questa immagine e le sue osservazioni utilizzando tutti i mezzi che hai. Se solo per commemorare questi martiri in quanto, purtroppo, Facebook sembra essere dalla parte dei carnefici, impedendo la pubblicazione di tali tragici eventi. ”

Juan Carlos Martos CMF Segretariato di PVMissionari Clarettiani
Via Sacro Cuore di Maria-5 00197-Roma

“mai più servo di Pannella”

20 Aprile 2013 Nessun commento

“Venerdì 12 aprile il Centro Culturale Amici del Timone di Staggia Senese, nella 59° conferenza organizzata, ha ospitato Danilo Quinto, insieme alla moglie Lydia e a loro figlio.
Quinto ha fatto parte del partito radicale per 20 anni, di cui 10 come tesoriere, fianco a fianco con Marco Pannella. Oggi è un uomo nuovo e considera quella del partito radicale una ideologia antiumana.
Egli ha vissuto dal di dentro e come protagonista attivo tutte le campagne elettorali e le battaglie politiche messe su dai radicali. Anzi, è stato sempre compartecipe delle loro azioni, ha organizzato per loro le strutture logistiche, ha reperito fondi. Egli stima di essere riuscito a far entrare nelle casse del partito in 10 anni almeno 25 milioni di euro. Quinto racconta di come la struttura del partito assomigli a quella di una setta, di cui Pannella sarebbe il guru. Egli ha le chiavi di tutto e ogni potere decisionale; nessuno fa carriera all’interno del partito o come parlamentare se non quelli che Pannella recluta e sceglie fra ragazzi per suoi insindacabili e inconfessabili motivi (di cui tralasciamo i particolari, alquanto raccapriccianti).
“Pannella è un uomo immensamente carismatico, ammaliatore e trascinatore”: ecco come lo descrive Danilo Quinto, imputandogli anche la capacità di distorcere la realtà e confondere il bene con il male.
Lo scopo dell’ideologia radicale è quello di distruggere i principi naturali che riguardano tutti gli uomini perché iscritti nella natura umana. Tutte le battaglie che i radicali hanno vinto, come quella sulla legalizzazione del divorzio e dell’aborto, sono assolutamente contrarie, infatti, ai principi che favoriscono una sana crescita umana e quindi della società intera. Così anche le battaglie per legalizzare l’eutanasia, i matrimoni fra omosessuali e le droghe, che sono ancora in atto, vogliono portare all’abolizione di un principio di verità, con il conseguente primato della volontà soggettiva a discapito di una oggettività di ciò che è bene o male.
Eppure Pannella ritiene necessario richiamarsi costantemente alla dottrina cattolica, al Papa, alla citazione delle Sacre Scritture. Ma chi è Giacinto Pannella detto Marco? A chi si ispira? Basta chiedersi chi è quell’essere che vuole far credere che il male sia bene e che vuole imitare Dio. Pannella fa proprio questo. Seduce anche decine e decine di parlamentari cattolici che firmano appelli a favore di Radio Radicale, che riceve dallo Stato ogni anno 10 milioni di euro per la trasmissione delle sedute parlamentari (attività che potrebbe essere svolta gratis dalla Rai). Alle elargizioni per i radicali dei Governi di destra e sinistra composti da cattolici e da laici, si aggiungono i contributi per la legge dell’editoria, le quote di finanziamento pubblico per la loro lista, il danaro proveniente dagli accordi elettorali con i partiti, le indennità e le pensioni che i radicali ricevono da ex parlamentari e alle quali non rinunciano. Alla faccia della loro battaglia contro il finanziamento pubblico.
Danilo Quinto, che si era avvicinato ai radicali negli anni del liceo, condividendo alcune delle loro battaglie politiche, aveva poi intrapreso il ruolo di tesoriere all’interno del partito come professione. Fu durante quegli anni che incontrò la persona che ha cambiato la sua vita: la moglie Lydia. Oggi Danilo la considera un dono di Dio nei suoi confronti. Ella, di professione cantante lirica e fervente cattolica, gli ha mostrato un’altra realtà. Gli ha fatto riscoprire Gesù Cristo e il Vangelo, che aveva ormai dimenticato da 40 anni. Dopo tutti questi anni si è di nuovo confessato ed ha ricominciato a pregare. Dopo pochi mesi si è sposato con Lydia in chiesa, cosa che i suoi “amici” del partito hanno dimostrato di non gradire, mancando all’invito. Dopo quel primo segnale di delegittimazione nei suoi confronti, sono cominciate, da parte di Pannella, tutta una serie di provocazioni e azioni denigratorie verso Danilo, consistenti soprattutto in una serie di mail inviate a lui, ma per conoscenza anche a tutti gli altri del giro, dove veniva accusato di aver commesso errori o provocato problemi. Nonostante la sofferenza che questo continuo doversi giustificare gli provocava, egli non riusciva a staccarsi da quel lavoro, perché psicologicamente invischiato e legato a degli strani meccanismi che lo rendevano dipendente dagli altri appartenenti al partito.
Lydia, presente in sala durante la testimonianza del marito, è poi salita sul palco ed anche lei ha spiegato come fossero tutti concatenati e dipendenti l’uno dall’altro, proprio come in una setta in cui sia stato fatto un patto di sangue, e come siano stati duri i primi due anni di matrimonio, durante i quali Danilo, ha lottato strenuamente per uscire dagli ingranaggi del partito. Lydia ha anche spiegato perché si fosse innamorata di una persona così lontana dalla sua fede cattolica e dai suoi principi. “Perché in fondo ho visto in lui una persona buona, una persona pulita”, così ha risposto Lydia alla domanda di uno dei presenti in sala. La testimonianza di Lydia, dimostra come lei e il marito si siano affidati totalmente al Signore ed abbiamo sentito ciò a cui Egli li stava chiamando. Danilo stesso ha affermato come abbia percepito chiaramente nel periodo in cui è iniziata la sua conversione, la vicinanza di Dio.
Quando Danilo chiese a Pannella la liquidazione per lasciare il lavoro, questa gli fu negata. E adesso si trova a doversi difendere da un’accusa di appropriazione indebita dei soldi che in realtà erano stati i suoi stipendi. Tuttavia egli si dichiara una persona felice, perché unisce le sue sofferenze odierne a quelle di Cristo sulla croce. E afferma di sentirsi comunque sempre indegno perché ritiene il male che ha compiuto molto più grande di quello che subisce lui adesso. Così ha trasformato un periodo che poteva essere di disperazione in un periodo di offerta e di purificazione. Grazie a questo distacco fisico dalle cose terrene può guardare a quelle del cielo, le sole che valgono per la salvezza eterna. Salvezza che egli ritiene ancora di doversi conquistare ma che sta facendo di tutto per aggiudicarsi. Mi pare opportuno riportare queste parole di Danilo Quinto: “In molti mi dicono che ho avuto coraggio. Non credo si tratti di questo. Si tratta di amore per la verità e per la libertà, che è l’essenza di essere cristiani. Si tratta soprattutto del mio tentativo di conquistarmi il Paradiso o di fare, se non ci riuscirò, meno tempo di Purgatorio possibile.”
Da cristiano vuole battersi per la verità e la libertà facendo conoscere il suo percorso negativo e quello di redenzione in cui ha scoperto la speranza della vita eterna.
Ciò di cui oggi si rammarica Quinto è di vedere come molti cattolici illustri nel mondo politico finanzino Radio Radicale e dialoghino con Pannella e i suoi, visto che gli ideali radicali sono del tutto inconciliabili con il messaggio cristiano e i suoi principi.
Nei suoi libri, “Da servo di Pannella a figlio libero di Dio” e “Emma Bonino. Dagli aborti al Quirinale?”,

egli fa nomi e cognomi di coloro i quali appoggiano direttamente o indirettamente i radicali, denunciando la loro connivenza con il male.
Al momento sembra proprio che i radicali abbiano vinto perché la loro ideologia relativista, volontaristica e contro natura ha pervaso trasversalmente tutta la società e tutto il Parlamento. Persino i Grillini, secondo Quinto, sono la risultante di questa ideologia, perché la loro matrice prende l’avvio dal peggio degli ideali radicali. Ma noi cattolici sappiamo che le porte degl’inferi non prevarranno e la nostra speranza è riposta in Cristo, unico giudice dei vivi e dei morti.
Vanessa Gruosso

Per ordinare il dvd della conferenza “Mai più servo di Pannella”, rispondi a questa mail!
Per l’elenco dei dvd disponibili, clicca qui:

http://www.amicideltimone-staggia.it/it/contenuti.php?pagina=utility&nome=dvd

diceva:”meglio morire in piedi che…”

14 Aprile 2013 Nessun commento

E «la Pasionaria» morì cattolica

« No pasarán!».
La frase divenuta celebre grazie a Dolores Ibárruri, meglio conosciuta come ‘la Pasionaria’ (1895-1989), era già stata pronunciata in realtà dal generale Philippe Pétain nel pieno della Prima Guerra Mondiale. Ma ‘la Pasionaria’ ­fortemente carismatica – la rese così popolare da farne il simbolo della resistenza della Madrid repubblicana contro le truppe di Francisco Franco. Di lei ­presidentessa del Partito comunista spagnolo ed emblema di una cultura atea, marxista e spiccatamente anticlericale – è già stato scritto tanto. Ma gli specialisti e gli appassionati di storia, i lettori comuni e perfino i nostalgici repubblicani spagnoli non immaginavano che ‘la Pasionaria’ avesse custodito un segreto finale, una conversione profonda che la accompagnò fino alla morte. Negli ultimi anni della sua vita, Dolores Ibárruri si riavvicinò alla fede cattolica, si confessò e ricevette la comunione. Ad accompagnarla in questo percorso spirituale fu il celebre padre gesuita José Maria Llanos, che dopo un primo periodo molto vicino al franchismo (era stato cappellano della Falange) si allontanò dal Caudillo e si ritirò a vivere in un quartiere molto povero di Madrid, «El Pozo del Tio Raimundo», lavorando instancabilmente per i più umili.

Lo definirono allora il ‘cura rojo’, il prete rosso, ma il dittatore Franco continuò a rispettarlo, inserendolo nella sua lista degli ‘intoccabili’.

La storia della riconversione cattolica della ‘Pasionaria’ emerge dal libro che a padre Llanos ha dedicato un altro gesuita, lo scrittore Pedro Miguel Lamet. Azzurro e Rosso: biografia del gesuita che militò nelle due Spagne e scelse il suburbio arriva in questi giorni nelle librerie iberiche, arricchito dalla vicenda spirituale di una donna che ­durante la Guerra Civile – veniva considerata spietata nei confronti della Chiesa, dei sacerdoti e dei religiosi.

Nata nel Paese Basco nel seno di una famiglia di minatori, si sposò a 21 anni con un operaio socialista e partecipò alla fondazione del Partito Comunista Spagnolo, conquistata dalla Rivoluzione bolscevica del 1917.

Il soprannome di ‘Pasionaria’ nacque dopo la pubblicazione di un suo articolo su ‘Il minatore della Vizcaya’ nel 1918. Dal marito ebbe sei figli, ma divorziò e mantenne una relazione sentimentale con un uomo più giovane di 17 anni: tutti particolari che in qualche modo contribuirono alla nascita di una sorta di ‘mito’ ateo e marxista.

«Quando si scinde il Partito Comunista, ‘la Pasionaria’ rimane isolata nella sua formazione. I suoi non andarono più a trovarla, ma il padre Llanos rimase con lei fino alla fine», racconta lo scrittore nel libro.

«Llanos la visitava ogni 15 giorni», e quando ormai la donna era prossima alla morte arrivò a «cantare perfino degli inni religiosi dell’epoca, come

Cantiamo all’amore degli amori », ha detto l’autore in un’intervista a ‘Religion Digital’.

Alcune lettere, pubblicate nel libro, confermano quanto accadde. Ma perché il suo ritorno alla fede cattolica è rimasto segreto per tanto tempo? Afferma Lamet: «Llanos non voleva propagandare una conversione come questa», non nascose mai la sua amicizia con ‘la Pasionaria’, ma non volle svelare l’iter intimo della donna.

In una lettera scritta al gesuita, l’ex presidentessa del Partito Comunista ammetteva: «Vediamo se vecchietti come siamo, trasformiamo ciò che resta della nostra vita in un canto di lode e grazie al Dio-amore, come prova del nostro eterno dovere».

«Meglio morire in piedi, che vivere in ginocchio», diceva ‘la Pasionaria’, citando Emiliano Zapata. Quella stessa donna – che dopo la fine della Guerra Civile si autoesiliò nell’Urss e tornò in Spagna solo nel 1977, dopo la morte di Franco – «fu sensibile e dal primo momento si aprì con Llanos».

Da anni la Guerra Civile spagnola è una presenza costante nelle librerie del paese iberico: biografie, ricostruzioni o romanzi ambientati durante gli anni più bui della storia moderna della penisola si moltiplicano sugli scaffali.

Sintomo di un Paese che poco a poco – fra uno strappo e l’altro – si guarda allo specchio, per fare i conti con le proprie ferite. Non del tutto rimarginate.
(Michela Coricelli da Madrid -AVVENIRE 13.04.13)

anche tu…prendi un secchio di plastica blu…

11 Aprile 2013 Nessun commento

La pizza più buona del mondo.
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Tobia passò davanti alla vetrina della pizzeria tornando dall’oratorio. Non aveva voglia di tornare a casa: erano due sere che a cena il clima era pesante. Papà masticava ferocemente come volesse distruggere il supplì, la mamma aveva gli occhi rossi e non parlava, Lucia, 5 anni, guardava l’uno e l’altro con gli occhioni da uccellino spaurito. Tobia parlava di tutto, ma nessuno lo ascoltava.

Così davanti all’insegna della pizzeria si fermò a leggere. La prima pizza dell’elenco era

“Armonia”.

Entrò e il vecchietto bianco che stava al banco gli scoccò un sonoro: «Buongiorno!»

«Vorrei prenotare una pizza “Armonia” formato famiglia. Per questa sera» disse.

«Gli ingredienti base li mettiamo noi, ma devi portarmi da casa alcuni componenti indispensabili».

«Che cosa?»

«Procurati un secchiello, riempilo di tutte le cose belle che trovi e vedrai…».

Tobia corse a casa. La mamma lo vide entrare come un tornado in cucina e ritornare poco dopo con un grosso secchio di plastica blu.
Tobia le mise il secchio sotto il naso.

«Mamma, per piacere, metti un bacio nel mio secchio!».

Sbalordita e sorpresa, la mamma di Tobia mandò un bacio nel secchio. Tobia sparì di corsa. Cominciò a rac-cogliere tutte le cose belle che trovava: una foglia verde, gli spruzzi della fontana, un po’ di tramonto, due nuvole color arancio, una preghiera della nonna, una carezza del nonno, il riflesso di velluto verde degli occhioni di Lucia, un pesciolino rosso, l’abbaia-re di un cane, un “bravo” del papà (un po’ stanco, ma quasi convinto).

Alla fine, trafelato, il ragazzo tornò nella pizzeria, con il suo secchio, che stranamente pesava.

«Hai fatto un buon lavoro», disse il pizzaiolo. «Ma, manca una cosa». «Che cosa?», chiese Tobia. «Una cosa molto semplice. Un tuo sorriso». Tobia si chinò sull’orlo del secchio e si rispecchiò nell’acqua che aveva raccolto. Felice e leggero per la scorribanda, schioccò il più smagliante sorriso del suo repertorio.

Il vecchietto tutto bianco prese il secchio e lo versò nell’impasto che aveva preparato, allargò, appiattì, guarnì e infine infornò. La piccola bottega si riempì di profumo delizioso.

Tobia corse a casa con l’enorme scatola, con la gente che si voltava al suo passaggio.

«Mamma, non preparare niente. Ho portato la pizza!» gridò appena entrato.

«Ma…» La mamma fece per protestare, ma il profumo della pizza la riempì di tenerezza.

«La pizza! Che bello!» cinguettò Lucia battendo le mani.

Il papà arrivò a tavola un po’ imbronciato, ma il profumo della pizza gli allargò la faccia in un sorriso. E se il profumo era buonissimo, il gusto della pizza era «enormemente buonissimo» come disse Lucia. Mangiarono ridendo e scherzando e alla fine il papà appoggiò una mano sul braccio della mamma e disse: «Avete mai visto una mamma più enormemente splendidissima?»

Tobia non si era mai sentito così felice.
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Oggi, prendi un secchio di plastica blu….e…

Con ago e filo c’è aria nuova in carcere

4 Aprile 2013 Nessun commento

“Un abito troppo stretto. Da togliere il fiato. E lenti sbagliate con cui guadare il mondo. Quel tailleur griffato e l’immancabile filo di perle sono chiusi nell’armadio ormai da sei anni, tanto «non mi servono più», dice.

L’unico lusso che si è concessa da allora è stato cambiar vita.

Questa, infatti, è la sua seconda chance. Ma anche quella di tante detenute pugliesi. Far rivivere, con la creatività, scampoli di tessuto da macero, per trasformarli in pezzi unici da vendere in internet. Non è solo intuito imprenditoriale quello di Luciana Delle Donne, ma un voltare pagina «dalla freddezza della finanza e dal grigiore di chi ragiona solo per obiettivi di carriera». Le sue mani si intrecciano ogni giorno con quelle di quindici detenute delle carceri di Lecce e Trani che, con lei, danno nuova vita agli scarti con la fantasia.
Un bell’ufficio in un importante gruppo bancario, il traguardo di aver creato la prima banca online italiana, «sempre nuove sfide da vincere». E la strana sensazione di «essere dentro un gioco inutile, che faceva arricchire pochi».

Poi un breve viaggio nelle favelas in Brasile, dove «ho capito – racconta oggi Luciana – che se volevo dare un senso alla mia esistenza non dovevo andare tanto lontano». Alla fine, nel 2007, la svolta: tornare a casa, in Puglia, con la voglia di «incidere nella vita di qualcuno, fare innovazione sociale e sentirmi viva». La scelta del luogo perfetto è stata quasi naturale, sorride, «la prigione è la casa degli invisibili, se volevo dare una seconda occasione a me e a qualcun altro dovevo cominciare da lì».

Nella sua officina creativa con il brand Made in Carcere, trasmette l’arte del cucito, imparata da sua nonna, a donne «che oggi non vedono l’ora di venire al lavoro e di uscire da una cella due metri per due», a giovani che «pensavano di non saper far nulla e invece si scoprono artiste». Per loro un contratto a tempo indeterminato, l’impressione di vivere una vita normale in cella e «l’emozione di creare prodotti pratici, non suppellettili». Dalle imbottiture si ricavano presine, dai rotoli di lana sciarpe che si trasformano in copricapo, dai brandelli di sartoria le decorazioni per shopping bag. Come Luciana anche loro stanno imparando a «indossare gli occhiali giusti», per poi cambiare davvero esistenza una volta uscite di prigione. «Mi dicono che solo io la loro vita, il loro ossigeno – minimizza – ma sapessi quanto loro aiutano me…».

Scavare nei cassetti dell’anima «è duro e faticoso», anche se della «vecchia me» Luciana ricorda poco e niente: «Mi sembra di essere rinata». Nulla è stato studiato a tavolino, tuttavia «il desiderio di dover aiutare gli altri – ammette semplicemente – mi dà gioia, ricchezza interiore. Mi fa stare bene, insomma. Tanto mi basta». La nuova energia per continuare, ora viene dalle parole di Papa Francesco, che rendono la frase scritta su un poster nella sartoria tra le sbarre ancora più carica di significato: «La nuova frontiera della ricchezza è dare e darsi». Le è venuta una sera, d’impulso. Aveva chiesto nelle sue preghiere al Signore di aiutarla ad aiutare. L’ennesimo inghippo quotidiano sembrava senza soluzione, ma poi «è spuntato dal nulla un buon samaritano a risolverlo – le si illuminano gli occhi –. Succede sempre così».

A cambiare, però, non è stata solo Luciana. Ha visto ragazze ricominciare a scherzare dopo poche settimane di lavoro, gestire «molto meglio la rabbia che si ha quando si vive in gabbia – aggiunge – e tornare a sorridere dopo mesi di musi lunghi». Il problema, adesso, per la sua cooperativa sociale e per il progetto, è la sopravvivenza, ancora più in bilico se non hai alcun finanziamento pubblico. «Certi mesi si rinuncia al proprio stipendio – confessa – pur di darlo alle detenute, che più di me hanno bisogno di vedere i frutti del loro lavoro». La sua scommessa per il futuro, comunque, è continuare a utilizzare ago e filo per dare nuova vita a materiali di recupero, con la speranza di ricucire anche gli strappi di un’esistenza passata dietro le sbarre.
Alessia Guerrieri—AVVENIRE 04.04.13—

“…..anche quando è inerme e indifesa…”

3 Aprile 2013 Nessun commento

Enzo Jaccacci è morto ieri sera a Milano. Aveva 77 anni. Di seguito riportiamo una sua intervista apparsa sul Corriere della Sera il 6 febbraio 2009.
Caso Eluana, parla l’ateo Jannacci: allucinante fermare le cure
«La vita è importante anche quando è inerme e indifesa.
Fosse mio figlio mi basterebbe un battito di ciglio»
«Ci vorrebbe una carezza del Nazareno» dice a un certo punto, e non è per niente una frase buttata lì, nella sua voce non c’è nemmeno un filo dell’ironia che da cinquant’anni rende inconfondibili le sue canzoni. Di fronte a Eluana e a chi è nelle sue condizioni — «persone vive solo in apparenza, ma vive » — Enzo Jannacci, «ateo laico molto imprudente», invoca il Cristo perché lui, come medico, si sente soltanto di alzare le braccia: «Non staccherei mai una spina e mai sospenderei l’alimentazione a un paziente: interrompere una vita è allucinante e bestiale».
È un discorso che vale anche nei confronti di chi ha trascorso diciassette anni in stato vegetativo?
«Sono tanti, lo so, ma valgono per noi, e non sappiamo nulla di come sono vissuti da una persona in coma vigile. Nessuno può entrare nel loro sonno misterioso e dirci cosa sia davvero, perciò non è giusto misurarlo con il tempo dei nostri orologi. Ecco perché vale sempre la pena di aspettare: quando e se sarà il momento, le cellule del paziente moriranno da sole. E poi non dobbiamo dimenticarci che la medicina è una cosa meravigliosa, in grado di fare progressi straordinari e inattesi».
Ma una volta che il cervello non reagisce più, l’attesa non rischia di essere inutile?
«Piano, piano… inutile? Cervello morto? Si usano queste espressioni troppo alla leggera. Se si trattasse di mio figlio basterebbe un solo battito delle ciglia a farmelo sentire vivo. Non sopporterei l’idea di non potergli più stare accanto».
Sono considerazioni di un genitore o di un medico?
«Io da medico ragiono esattamente così: la vita è sempre importante, non soltanto quando è attraente ed emozionante, ma anche se si presenta inerme e indifesa. L’esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque. Decidere di interromperla in un ospedale non è come fare una tracheotomia…».
Cosa si sentirebbe di dire a Beppino Englaro?
«Bisogna stare molto vicini a questo padre».
Non pensa che ci possano essere delle situazioni in cui una persona abbia il diritto di anticipare la propria morte?
«Sì, quando il paziente soffre terribilmente e la medicina non riesce più ad alleviare il dolore. Ma anche in quel caso non vorrei mai essere io a dover “staccare una spina”: sono un vigliacco e confido nel fatto che ci siano medici più coraggiosi di me».
Come affronterebbe un paziente infermo che non ritiene più dignitosa la sua esistenza?
«Cercherei di convincerlo che la dignità non dipende dal proprio stato di salute ma sta nel coraggio con cui si affronta il destino. E poi direi alla sua famiglia e ai suoi amici che chi percepisce solitudine intorno a sé si arrende prima. Parlo per esperienza: conosco decide di ragazzi meravigliosi che riescono a vivere, ad amare e a farsi amare anche se devono invecchiare su un letto o una carrozzina».
Quarant’anni fa la pensava allo stesso modo?
«Alla fine degli anni Sessanta andai a specializzarmi in cardiochirurgia negli Stati Uniti. In reparto mi rimproveravano: “Lei si innamora dei pazienti, li va a trovare troppo di frequente e si interessa di cose che non c’entrano con la terapia: i dottori sono tecnici, per tutto il resto ci sono gli psicologi e i preti”. Decisero di mandarmi a lavorare in rianimazione, “così può attaccarsi a loro finché vuole”… ecco, stare dove la vita è ridotta a un filo sottile è traumatico ma può insegnare parecchie cose a un dottore. C’è anche dell’altro, però».
Che cosa?
«In questi ultimi anni la figura del Cristo è diventata per me fondamentale: è il pensiero della sua fine in croce a rendermi impossibile anche solo l’idea di aiutare qualcuno a morire. Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo, eccome, però

avremmo così tanto bisogno di una sua carezza».

Fabio Cutri (Tempi.it)
06 febbraio 2009

gli è stata rubata la coscienza

2 Aprile 2013 Nessun commento

“?Non mi esce dalla testa, la foto del bambino-soldato di Aleppo pubblicata su questo giornale il giorno di Pasqua.
È una foto memorabile.
Può darsi che il bambino, intervistato, esageri, si presenti più terribile di quel che è. Lui sa di avere un mercato, e vuol vendersi. Perciò lasciamo perdere quel che dice, guardiamo come ci appare.
Gli inviati dicono che ha 8 anni. È un ribelle siriano, contro Assad. Prima di scrivere “ribelle” avevo scritto “soldato”, poi ho cancellato “soldato”, perché “soldato” mi sembra un termine istituzionale, richiama l’esercito, e qui non c’è esercito, richiama l’uniforme, e qui non c’è uniforme. Questi sono ribelli o insorti, il che non significa che siano contro il Diritto, perché succede a volte che l’esercito sia nel torto e i ribelli siano nel giusto. Ma “soldato” vuol dire “al soldo”, e questo bambino con ogni probabilità è armato e spara perché lo pagano. Indossa una tuta color rosso vivo, rosso Ferrari, e questo è quanto di più bambinesco e anti-militare si possa immaginare, perché la tuta dovrebbe mimetizzarti, infatti si chiama anche “tuta mimetica”, mentre questa, così sgargiante, richiama l’occhio del nemico e fa di te un bersaglio. Mi domando perché questo pacchiano errore.

Pare quasi che questo bambino non abbia il problema di esser visto dai nemici, ma dai suoi: il pericolo è che i suoi gli sparino addosso, perciò questa visibilità. È in primo piano, viene verso di noi. Ha un kalashnikov a tracolla, l’arma gli pende sul petto, di traverso da destra a sinistra. Il caricatore è inserito. La mano destra del bambino sta sul fondo del calcio, la mano sinistra tiene fra le dita una sigaretta accesa, la bocca non si vede perché è velata da un’onda di fumo, che è la boccata appena emessa. Ha lo sguardo velato, sembra felice, come se dicesse: «Ho tutto quel che mi serve». Lo sfondo alle sue spalle è composto di macerie, forse un edificio esploso e sgretolato. Le macerie spiegano questa figura in primo piano. Ci sono tanti bambini come questo, bambini-soldati, in genere hanno qualche anno in più, ma insomma questo li rappresenta. Se fossimo di fronte a questo bambino-armato e lo vedessimo avanzare, non sapremmo come fermarlo. Parlargli non si può, ragionare nemmeno.

Viene per uccidere o morire. Non ha la minima idea di cosa voglia dire, ma lo sa fare.

Lo guardo e penso a tre cose:
i cani d’assalto di Kurosawa,
i delfini addestrati dalla Marina Militare di alcuni Stati,
il cognac per i soldati in trincea.
Nel film Sogni Akira Kurosawa mette un protagonista davanti a un cane: lui vorrebbe passare, ma il cane ringhia e ha intorno al collo una cintura di bombe a mano. Evitarlo non puoi, sparargli nemmeno, perché esploderebbe: il cane è programmato per morire e ammazzare.

Non conosco quest’uso dei cani-bomba nell’esercito giapponese, ma mi sembrano cani d’assalto: se vengono ad assalirti, tu e i tuoi non avete scampo, perché il cane-bomba non è un soldato e non è un animale, è una macchina. Nelle nostre trincee (e in quelle nemiche) si trasformavano i soldati in macchine togliendogli la coscienza col cognac: quando arrivavano botti di cognac, e l’odore del cognac si diffondeva dappertutto, quello era il segnale che di lì a poco tutti scattavano fuori per uccidere o morire. Non ho mai visto la foto di qualche soldato ubriaco di cognac mentre salta fuori dalla trincea, ma penso che avesse lo sguardo come questo bambino: offuscato e impenetrabile, un fondo vuoto, senz’anima. I delfini sono animali giocosi, quando vedono una nave l’istinto li porta a nuotarle intorno, avanti-indietro. In guerra, alcune Marine Militari mettono collari di mine indosso ai delfini, al largo dei porti nemici: la speranza è che quando le navi nemiche prendono il largo, esplodano.
Bambini-cani-delfini sono soldati perfetti.
Perché non hanno coscienza.
Per fare di un uomo un soldato devi togliergli la coscienza,
per rifarlo uomo
devi ridargliela.”
Ferdinando Camon (AVVENIRE 02 APRILE 2013)