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Archivio Luglio 2013

VERO ANCHE SE INCREDIBILE

29 Luglio 2013 Nessun commento

Bambini X, senza nome, figli dell’abbandono e della tos­sicodipendenza da fertiliz­zanti.


Sì, avete letto bene, da ferti­lizzanti

.

Bimbi romeni, spesso sie­ropositivi e già alla nascita in crisi di astinenza. Sempre da fertilizzanti. Una storia terri­bile che va avan­ti «nel totale si­lenzio ». A lan­ciare l’allarme, ma anche a dar­si da fare per aiu­tare questi pic­coli senza nome, è la ‘Fondazione bambini in e­mergenza’, co­stituita nel 1997 da

Mino Damato

, giornalista della Rai morto nel 2010, per aiutare i bambini della Romania abbandonati, sieropositivi (attual­mente ogni 100 casi di bambini af­fetti da Aids riscontrati in Europa, 56 sono romeni). «Da gennaio abbia­mo accolto 7 ‘bambini X’ – raccon­ta Si! lvia, moglie di Mino Damato – gli ultimi sono due gemelli di 14 me­si, ma tra poco arriverà la sorellina più piccola, di pochissimi mesi». Già, perché una delle conseguenze più drammatiche di questa tossicodi­pendenza da fertilizzanti è che, spie­ga Silvia, «le donne che ne fanno u­so non hanno più il controllo di se stesse, restano incinte facilmente e partoriscono quasi senza accorger­sene, non hanno la capacità di ac­corgersene. Così il bambino è ab­bandonato: la madre non lo ricono­sce come proprio e neanche gli dà un nome. Proprio per questo sono ‘bambini X’. È la forma di abban­dono peggiore». Tutto comincia circa un anno e mez­zo fa. O almeno allora ci si comincia ad accorgere del dramma dei ferti­lizzanti quando negli ospedali pe­diatrici romeni arrivano le pri­me mamme in quelle condizio­ni. «In Romania – aggiunge an­cora Silvia – l! i chiamano ‘et­nobutanici’, non s! o se è i l no­me corretto, ma sicuramente si tratta di prodotti per l’agricoltura, facilissimi da comprare anche per il costo molto basso. Convenienti, ac­cessibili, all’inizio anche nei super­mercati. In una prima fase queste sostanze venivano aspirate, come certe colle, ora invece se le iniettano direttamente in vena». Con danni devastanti. «L’uso di queste sostan­ze provoca in pochi mesi conse­guenze paragonabili alla demenza tipo Alzheimer. Una dipendenza for­tissima, con crisi di astinenza pe­santissime. Chi le usa ha una so­pravvivenza di un anno e mezzo o due». Droga dei poveracci ma non solo. «Ormai è diffusissima anche tra i ‘figli di papà’», rivela Silvia.

Ma le conseguenza non si fermano ai danni neurologici. La fortissima dipendenza porta a iniettarsi la dro­ga ogni tre ore (si comincia con un ‘buco’ alla settimana), così alla fine, per ‘risparmiare’, ci si scambia le si­ringhe. «E alla fine – aggiung! e Silvia – questi tossicodipendenti, oltre ai danni cerebrali, hanno malattie col­legate come l’Aids e le epatiti». Ma­lattie che, purtroppo, è facile tra­smettere ai piccoli. «Molti nascono sieropositivi e con crisi di astinenza fortissime. L’adulto in queste condi­zioni si ribuca, il piccolo deve sop­portare, con diarrea, crisi epilettiche e addirittura il rischio di morte». E purtroppo, «i medici romeni non sanno come affrontare questa nuo­va emergenza, non c’è ancora una letteratura specifica».

Tutto questo avviene nel più totale disinteresse. «In occasione della Giornata mondiale per l’Aids dello scorso anno – ricorda Silvia –, un gruppo di medici a Bucarest ha de­nunciato la scarsa attenzione delle autorità romene». In particolare per quanto riguarda l’abbandono di questi bambini. Ricordiamo che o­gni anno in Romania vengono ab­bandonati 9mila bambini, 5mila dei quali sotto i tre anni, che si aggiun­gono ai 100mila già ab! bandonati da anni. Numeri ufficiali, sicuramente inferiori all! a realtà , sui quali ora si aggiungono i ‘bambini X’ che vivo­no davvero fuori dal Mondo. «Par farli ‘rinascere’ – commenta Silvia – serve una sentenza del Tribunale che può richiedere anche due anni. Pur tutto questo tempo restano co­me ‘fantasmi’ e come tali non pos­sono neanche accedere ai servizi so­ciali e alla sanità pubblica. Così dob­biamo ricorrere a quella privata, pa­gando di tasca nostra». Con un ulti­ma assurdità burocratica. Al mo­mento dell’abbandono, solitamen­te l’ospedale dà al bimbo due nomi, secondo la tradizione romena, ma poi con la regolarizzazione, come detto spesso dopo due anni, il Tri­bunale dà altri due nomi. «E alla fi­ne dobbiamo fare dei ricorsi per ri­conoscere i nomi originari». Un’ul­teriore insensibilità su piccole vite che già hanno tanto sofferto.

(Antonio Maria Mira AVVENIRE 20.7.13)
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—p.s.Le mamme s! i iniettano il concime in vena con danni simili a quelli dell’Alzheimer La denuncia della fondazione creata da Mino Damato che sta aiutando i piccoli

“arrestatemi. voglio essere libero”

19 Luglio 2013 Nessun commento

?”Come una macchia di acquerelli dietro il grigiore delle sbarre. Franco (nome di fantasia) negli anni Settanta è un professionista della rapina della provincia veneta, specializzato negli assalti alle banche: una quarantina in carriera. La prima volta entra in carcere quando è ancora minorenne e nell’università della galera affina il suo talento fino a farlo diventare lo stile di vita: chi tocca il carcere si sporca. Dagli assalti a volte esce vincitore, a volte ne esce sconfitto: «È la vita», ci tiene a sottolineare. Fino a quel giorno di vent’anni fa in cui rincasa e trova mezza questura ad aspettarlo. È la fine, anzi no: è un nuovo inizio. Con un’acrobazia delle sue riesce a scappare: «Ho vissuto sei mesi da latitante in Italia, tra chiese, cinema e rifugi di passaggio. Sempre con la pistola in tasca». Mesi indaffaratissimi: si trattava di organizzare la latitanza altrove. Non si perde d’animo, sceglie la Colombia – «il paradiso dei latitanti» – e ci giunge come un avventuriero che tenta la sorte: una valigia, un pugno di dollari, il fiatone sul collo e, ovviamente, un passaporto falso. Il viaggio è di sola andata. La Colombia è terra per gente tosta: terra di cartelli e di narcotraffico, dove una figlia al mercato vale quarantamila euro e l’Amazzonia è una mappa geografica impenetrabile e, quindi, un’alleata amica e fidata. Conosce Gloria, donna colombiana, e la sposa: nascono Luigi, Isabella e Veronica. L’ex rapinatore di banche si reinventa un mestiere: impara a fare il cameriere,

 s’arrabatta come cantastorie, non si perde d’animo. «Sapevo solo fare il bandito – racconta col viso composto – ma in Colombia non puoi farlo: i narcos ti ammazzano». E poi quella voce dall’accento che è un incrocio di sangue – veneto, italiano, spagnolo – lo tradirebbe all’istante: non è dei “loro”. Lavora nei migliori ristoranti, laddove tutti sanno che è un latitante ma la privacy è assicurata: «Ho servito a tavola l’ambasciatore degli Stati Uniti d’America, ho fatto il cameriere anche a Jean-Paul Gautier e al suo gruppo di modelle». Che dire: era quotato il vecchio rapinatore di banche, anche se per diciassette anni è stato come un fantasma che si è nutrito di pane, acqua, cipolla e limonata. Poi un giorno la domanda di Luigi, il primogenito: «Papà, perché io non ho il tuo cognome?». Finge di non capire per non stramazzare. Incalza qualche mese dopo la bambina: «Papà, perché la maestra a scuola mi fa strane domande?». Il padre-latitante è messo al muro e s’accorge d’essere dentro il carcere più umiliante: «La mia vera galera è sempre stata quella di non poter dare la paternità ai miei tre figli». È la fine. Anzi, l’inizio di una nuova vita. Decide di consegnarsi alla polizia: lui, super-ricercato mai scovato, vuole scontare a tutti i costi la galera per riconoscere i suoi figli. Dopo una vita nell’ombra, il fantasma vuole avere un corpo. Riunisce la famiglia, spiega tutto ai figli, fa la valigia e parte: la destinazione è l’ambasciata italiana di Bogotà. Lì di lui non sanno che farsene, nonostante quel pesante mandato di cattura: cerca di spiegare la sua storia ma è troppo incredibile, non gli credono. Lo rispediscono a lavare i piatti: non ci sono soldi per farlo estradare, «a tornare gratis sono solo i narcos, i poveri come me devono pagarsi il biglietto per andare in galera». Torna a Cali e riprende a lavare i piatti. Per poco, però: in due anni racimola qualche soldo e si compera il biglietto aereo. Dalla Colombia all’Italia: nel Paese più violento del mondo, dove si muore per un paio di scarpe, Franco ha intravisto il segreto della rinascita. S’imbarca a Cali e via Madrid atterra a Venezia, sotto lo stupore della polizia di frontiera. Ultimo viaggio, direzione Padova: carcere “Due Palazzi”, roba per gente d’alto profilo. Bussa alla porta del carcere e trova il “pacco regalo”: tredici anni e qualche spicciolo di giorni da scontare. Entra in cella e le risate si inseguono: qui la latitanza – e l’evasione che è la sua sorella gemella – sono orgoglio e vanto, genio e sogno. Anche Franco era di quell’avviso: fino al mese scorso. Poi, dopo il fondo, una feritoia: «Voglio poter dare un volto al padre dei miei bambini. Costi quel che costi». Per fare questo occorreva riconciliarsi con la propria storia, uscire dalla cella mortuaria della latitanza, far decollare una vita che era rimasta in «zona transiti»: un’acrobazia non da poco anche per chi è avvezzo alla logica dell’assalto. Loro laggiù, lui quassù: di mezzo l’oceano. Che, stavolta, nulla può al cospetto dell’amore. All’ingresso del carcere campeggia una scritta, ardita e fallace: «Vigilando redimer». La prima parte è assicurata, la seconda versa tutt’oggi in pessime condizioni. Però – come canta De Gregori – «la storia non si ferma davanti ad un portone / siamo noi che abbiamo tutto da vincere, tutto da perdere»; perché laddove fallisce la legge, entra in gioco l’eccedenza dell’amore. Che chiede ad un fantasma di poterlo un giorno chiamare «papà»: alla luce del sole. (Marco Pozza AVVENIRE 17.07.13)

l’ ONU ascolta una “ragazzina”

15 Luglio 2013 Nessun commento

“Il nostro è un tempo complicato, duro e bello come ogni tempo, distrattamente ingiusto o acutamente consapevole come nessun altro tempo prima. Proprio per questo tutti noi abbiamo bisogno di vera saggezza, quella che si esprime con parole semplici e chiare e che s’inchina al vero bene. Papa Francesco ci sta offrendo le une e l’altro con dolce e travolgente intensità.

 

Ieri una limpida voce di donna si è come aggiunta alla sua, per illuminare un importantissimo spicchio di vita e di verità in questo nostro tempo.

Una voce commovente, indimenticabile. Originale e bella come possono esserlo i pensieri voraci degli adolescenti, matura come il dolore provocato dalla sopraffazione e dall’odio, scintillante come ogni “no” all’ingiustizia e all’ignoranza.

È la voce di Malala Yousafzai, pachistana, sedici anni compiuti proprio ieri tra dovere e festa.

Una festa che non avrebbe dovuto vivere perché i taleban – coloro che nella sua terra sono gli strumenti del fondamentalismo islamico – la volevano morta.

 Le hanno sparato in testa per fermarla e per fermare tutte quelle come lei, le donne “che studiano”, che crescono, che a ogni latitudine costruiscono – con gli uomini e mai meno degli uomini – un tempo nuovo, meno ingiusto e più umano.

Le hanno sparato – inutilmente, grazie a Dio – per cancellare la sua voce, la sua memoria, la sua istruzione, il futuro che rappresenta.

E lei, invece, ieri era a New York.

E ha parlato senza odio davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Ha parlato da persona tutta intera, da cittadina di un Paese e del mondo. Da donna, che sarà madre e tante altre cose nella sua vita. Senza paura, scorgendo e denunciando serenamente in faccia ai potenti della terra la paura cattiva e perdente di quegli altri. Era la sua festa, ma è a noi tutti che Malala ha fatto un dono.

(Marco Tarquinio  direttore AVVENIRE   13 luglio 2013)

insospettabile lode

6 Luglio 2013 Nessun commento

“Nel 1823, ad Ariano Irpino (Avellino), due celebri predicatori domenicani – p. Cassiti e p. Pignataro – furono invitati ad esorcizzare un ragazzo. Allora si discuteva ancora fra i teologi sulla verità dell’Immacolata Concezione, che fu poi proclamata dogma di fede trentun anni dopo, nel 1854. Ebbene, i due frati imposero al Demonio di dimostrare che Maria era Immacolata; e per di più – da bravi ‘buffoni’ napoletani – gli ingiunsero di farlo mediante un sonetto, una poesia di quattordici versi endecasillabi, a rima obbligata. [E si noti che l’indemoniato era un ragazzino di appena dodici anni, per di più analfabeta]. Subito satana pronunciò questi versi:

“Vera Madre son io di un Dio che è Figlio
e son figlia di Lui benché sua Madre.
Ab aeterno nacque Egli ed è mio Figlio,
nel tempo io nacqui eppur gli sono Madre.

Egli è il mio Creator ed è mio Figlio,
son io sua creatura e gli son Madre.
Fu prodigio divin l’esser mio Figlio
un Dio eterno, e me aver per Madre.

L’esser quasi è comun, tra Madre e Figlio,
perché l’esser dal Figlio ebbe la Madre
e l’esser dalla Madre ebbe anche il Figlio.

Or se l’esser dal Figlio ebbe la Madre,
o s’ha da dir che fu macchiato il Figlio
o senza macchia s’ha da dir la Madre”.

Pio IX si commosse quando lesse questo sonetto,
che gli fu presentato in occasione della proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione di Maria..
(Gabriele Amorth)