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Archivio Agosto 2013

il Vangelo di Gesù e le zucchine della nonna

30 Agosto 2013 Nessun commento

Come uno sguardo imbarazzante. Uno di quelli che, gettati addosso, arrecano il rossore sul volto e la mestizia nell’animo: perchè tutto speravi ma non d’essere smascherato nell’attimo meno adatto, in quell’unico frammento di tempo nel quale non eri presentabile (ma, forse proprio per questo, al naturale). Una pagina così, sbattuta in faccia di domenica, è ciò che basta per un sano voltastomaco, una chiazza di sporco sui vestiti colorati a festa, un salutare invito a non considerarsi degli dei. D’altronde il Vangelo lo sa e i cimiteri di ogni paese ne sono l’attestazione più evidente: essi traboccano di persone che si pensavano indispensabili per l’umanità. Eppure – dispiace per loro, ndr – la storia è andata avanti anche dopo di loro; anzi, in qualche caso è successo che la storia sia addirittura migliorata con la loro dipartita da noi.
Forse per questo, in calce ad un agosto e ad un’estate che ormai tramonta, il Gesù dei Vangeli ci riporta con i piedi per terra (liturgia della XXII^ domenica del Tempo Ordinario): che per un pizzico d’abbronzatura o uno sguardo ammaliante non corriamo anche noi il rischio di pensarci insostituibili, finendo poi con l’apparire ridicoli. Imbarazzante che ce lo ricordi proprio mentre stiamo tornando dalle vacanze: mica facile accettare, appena rincasati, di avvertire che ciò che conta è proprio ciò che ci siamo dimenticati di fare, che il cuore vale più del torace, che il pensiero val molto più di un volto abbronzato. D’estate – anche Cristo lo sa! – anche la modestia va in vacanza: un pizzico di complimento vale mesi di sacrifici compiuti nel nascondimento. Che ci riconoscano significa per noi “esserci”, che ci apprezzino significa per noi “valere”, che ci cerchino significa per noi “piacere”. Forse per questo suonano imbarazzanti le parole del Siracide: “figlio, nella tua attività sii modesto” e poco oltre “quanto più sei grande, tanto più umiliati”. E’ il lavoro del minatore: il suo laboratorio è sottoterra, lui scava e nessuno s’accorge della sua presenza, scruta una pepita e nessuno sembra gioire con lui all’istante. Sotto la terra: nascosto al mondo ma presente a se stesso, inutile per molti ma una fortuna per gli orafi, sconosciuto alla moltitudine ma conosciuto dagli intenditori. Ci sono cose che valgono perchè nessuno s’accorge di loro, al massimo lasciano qualche traccia al loro passaggio: tutto qua, nient’altro. Le stagioni con i loro colori: nessuno le vede, eppure il trascolorare della natura fa nascere il batticuore. La bellezza e l’amore: essenze invisibili agli occhi pur essendo il motore della storia. Il vento, l’aria, la brezza: nessuno le afferra eppure senza di loro l’uomo arderebbe. Sono come le zucchine dell’orto di mio papà. Quand’ero piccolo m’incuriosivano e puntavo il dito per mostrarle alla nonna. E lei mi sgridava: “non puntare il dito altrimenti non crescono più!” Non so se l’agronomia le darebbe ragione: so solo che da quel giorno ho imparato che non tutti amano mettersi in mostra, c’è qualcuno che ama stare nascosto, passare inosservato, mangiare la polvere delle strade.

Per poi lasciare come traccia del suo passaggio segni di speranza e di colori.

Un amico, in vena di paradossi, mi faceva notare: “C’è gente, oggi, che quando tira uno starnuto crede di aver provocato un terremoto avvertibile in tutto il pianeta. Quando tossicchia, è certa di aver determinato uno sconquasso generale nei cuori e nelle coscienze. Quando firma un compituccio scolastico gabellato come documento, pensa di aver aggiunto un capitolo fondamentale alla “Summa Theologica” di San Tommaso. Quando è protagonista di un modesto episodio di cronaca locale, si ilude che quella diventi una data memorabile da inserire d’urgenza nella storia universale. Quando pronuncia una cauta e timida e generica parola in favore della giustizia, si dà arie di uno che ha dato l’avvio alla più grande rivoluzione di tutti i tempi. Quando distribuisce una caramella ai bambini, pretende che tutti i giornali segnalino il gesto clamoroso da consegnare agli annali della carità. In altre parole, circolano tipi col complesso del Padreterno. Con la differenza che Quello di lassù ha creato il mondo ritirandosi, mentre questi creano confusione ingombrando”.
(A. Pronzato, Il Vangelo di casa mia. L’”oggi” della Parola di Dio (Anno C), Gribaudi, Milano 1991)

Che poi, non bastasse il Siracide, ci si mette di mezzo anche il Vangelo: “chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato”. E parla di inviti a nozze e di banchetti, di primi posti da evitare (potrebbero causare imbarazzo successivamente, ndr) e di accattoni e prostitute da invitare. Insomma sembra proprio che questa domenica Lui ci voglia vedere uscire di chiesa con il boccone di traverso, quasi si divertisse a rovinare queste quattro povere ore di sole e di trastullo che ci eravamo concessi. Forse qualcuno avrà pensato: “l’avevo detto io che era meglio non andare a messa”: mah, come dargli torto questa domenica? O, magari, a leggerla nella maniera contraria era proprio la domenica giusta per andarci a messa. Per sentirci dire – che poi è un semplice ripetere da millenni – che stavolta ciò che davvero conta è imbarazzante solamente a dirsi: che per essere importanti è importante non essere importanti. Magari fosse solo un gioco di parole sul finire dell’estate.

invito

23 Agosto 2013 Nessun commento

la carità non prende ferie

20 Agosto 2013 Nessun commento

La carità, qui a Milano, come in o­gni estate che si rispetti, ha deci­so di non andare in vacanza gra­zie alla presenza discreta ma costante di un cospicuo esercito di volontari de­dito soprattutto all’aiuto dei senza fis­sa dimora. È il caso dei tanti centri diurni e dor­mitori aperti nel cuore e nella perife­ria della città. «Grazie ai volontari – rac­conta il francescano padre Clemente Moriggi, responsabile della Fondazio­ne Fratelli San Francesco – pur essen­do a ranghi ridotti stiamo riuscendo a garantire l’apertura di servizi essenziali per la nostra città come le mense, l’am­bulatorio e i nostri centri di accoglien­za a cominciare dai dormitori di via Sa­ponaro e via Isonzo».

Una radiografia sullo stato di salute dei servizi a favore degli ultimi, quella de­scritta da padre Moriggi, confermata anche dalle unità mobili, compresa quella della Fondazione San France­sco, la Ronda della Carità e la Croce Rossa Italiana che in questo afoso me­se di agosto hanno battuto le strade centrali e periferiche della metropoli meneghina. «In questo mese abbiamo cercato di venire incontro a tutti – rac­conta uno dei responsabili dell’Unità mobile della Croce Rossa Italiana, Lu­ca Guarnieri – offrendo acqua, té, bi­scotti, insetticidi, ma anche coperte con le quali permettere ai nostri senza tetto di difendersi dalla sporcizia del­l’asfalto ». E osserva: «Le zone più mo­nitorate rimangono per le nostre unità mobili soprattutto gli scali ferroviari perché lì vi è il vero ricettacolo di tan­te miserie ma anche di tanti bisogni». Ma sono aumentati i senza tetto in città? «Come succede ogni anno – am­mette sorridendo Guarnieri – molti di loro scelgono per i mesi estivi città o mete più adatte al caldo perché vicine al mare come Genova o Viareggio per poi ritornare in città a settembre…». Chi è riuscito a portare i suoi ospiti, tutti senza fissa dimora, in vacanza in montagna è la Casa di Gastone, gesti­ta dai guanelliani. «Siamo riusciti a fa­re questo bel regalo ai nostri ospiti – racconta don Leonello Bigelli – e così garantire un po’ di fresco anche a loro». Nonostante molti centri di assistenza chiusi per tutto il mese di agosto, pro­seguiranno il loro servizio di mensa e di aiuto le Suore missionarie della Ca­rità nel quartiere di Bag­gio, in via delle Forze Armate. Chi sicura­mente per tutto agosto continuerà a garanitre con la sua rete di aiuti (e grazie anche ai 2.500 pasti serviti ogni gior­no) i senza fissa dimora sarà, come ogni anno, l’Opera San Francesco per i poveri. «Questo a­gosto è uguale a tanti altri – confida il responsabile, il cappuccino padre Maurizio Annoni – grazie a un sapien­te turn over siamo riusciti ad avere un equilibrato numero di volontari anche quest’estate: tra loro tanti universita­ri, professionisti ma anche vedovi e ve­dove. Con la fine del Ramadan sono aumentate le richieste di aiuto come i pasti caldi ma dovrebbe rientrare tut­to nella norma. La nostra struttura, no­nostante i ranghi e i servizi ridotti (co­me le docce) sta tenendo bene. Spe­riamo che il resto della città non si di­mentichi di questi ‘invisibili’ almeno ad agosto». La carità e l’aiuto disinte­ressato agli altri insomma qui a Mila­no sembra non aver preso le ferie.

(Filippo Rizzi  AVVENIRE 17.08.13)

quel grido vent’anni fa

12 Agosto 2013 Nessun commento

«Una cosa è leggerlo sui giornali o vederlo alla televisione, ma altro è vedere direttamente quel volto di madre dolorosa». Sono le parole di Giovanni Paolo II, il 9 maggio 1993, al termine dell’incontro coi genitori di Rosario Livatino, il giudice ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990, ad appena 37 anni.

 

Poche ore dopo, nella Valle dei Templi di Agrigento, il Papa lanciò il durissimo anatema nei confronti della mafia, quel «Convertitevi! Verrà il giudizio di Dio!», che sancì una nuova stagione nell’impegno della Chiesa. Una scelta che Cosa nostra percepì chiaramente. Lo stesso anno arrivarono così, nella notte del 28 luglio, le bombe a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio al Velabro e il 15 settembre l’uccisione di don Pino Puglisi.

Quelle parole del Papa le ricorda bene Ida Abate, 87 anni con freschezza, professoressa di latino e greco del giovane Livatino, da più di vent’anni custode della sua memoria, fondamentale per la causa di beatificazione del “giudice ragazzino”. «Ero presente anche io. Fu un momento particolarissimo e sono convinta che il grido di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi, fuori programma, scaturì dal suo cuore proprio dopo l’incontro con quei genitori». Papà Vincenzo e mamma Rosalia toccano il cuore del Papa. «La madre non disse una parola, mentre per tutto il tempo dell’incontro il Papa le teneva le mani, guardandola con tenerezza e sofferenza. Il papà continuava a dire “Santità, avevamo solo lui, ce lo hanno ammazzato”. Non dimenticherò mai lo sguardo del Papa pieno di partecipazione e affetto, qualcosa di straordinario».

Di fronte aveva come una raffigurazione sacra. «C’è una fotografia nella quale il vescovo Ferraro mostra al Papa i genitori e soprattutto la mamma, come a dire “ecce mater dolorosa”. E ricordo l’espressione del Papa dinanzi a quella madre». Dolore ma nel segno della speranza «Il papà disse “hanno reciso un fiore, ma non potranno impedire che venga la primavera”». E anche la professoressa riuscì a parlare, «ricordando Tertulliano: “Dal sangue dei martiri il seme di uomini nuovi”. Il Papa mi guardò con molta attenzione, come per dire “è vero”. Poi disse che Rosario era “uno dei martiri della giustizia e indirettamente della fede”».

Quando sentì le sue parole nella Valle dei Templi che impressione ne ebbe?
Mai avevo sentito una voce che si levasse così alta e forte nei confronti della grande sventura che è stata per la Sicilia la mafia. Ho capito che c’era qualcosa che cambiava, che la Chiesa finalmente si faceva sentire. Nel passato non se ne parlava completamente, era come se la mafia non esistesse, eppure nelle nostre parti c’era, eccome se c’era! Le cose sono cambiate ma purtroppo ancora oggi c’è un clima di mafia, prepotenza e tracotanza e non solo in Sicilia.

Come reagirono i genitori di Livatino?
Eravamo nelle prime file. Il papà e la mamma erano commossi. “Queste parole ci danno la forza per vivere”.

Giovanni Paolo II conosceva la storia di Livatino?
Penso di sì. Non è improbabile che avesse letto il mio libro. Quel venerdì 21 settembre 1990 ero a scuola quando una collega mi venne a dire “hanno ucciso Rosario Livatino”. Non ci volevo credere. Era terribile. Da quel momento ho deciso che me ne dovevo occupare. Pensai di scrivere un opuscolo, ma cosa potevo dire di un  giovane che era stato mio allievo? Poi sono usciti alcuni suoi scritti, le lettere, la mamma mi diede le agende ed è venuto fuori il libro. Cosa mi spinse? Nella prefazione scrissi: “Nell’attuale sovvertimento di valori e disorientamento delle coscienze, Rosario Livatino, sommessamente come nel suo stile, lancia un messaggio che può aiutare a rimontare la china”. Fu un po’ una profezia di quello che è accaduto in questo ventennio. Con tanti cambiamenti positivi. Anche, ne sono certa, grazie alla testimonianza di Livatino.

La causa di beatificazione parte proprio da quella frase del Papa sul martirio.
Sarebbe bellissimo, per tutti e soprattutto per i magistrati. Darebbe forza e motivazione. Rosario rimane un punto di riferimento, in particolare per loro. Quello che scriveva è di un’attualità impressionante. Soprattutto sul ruolo dei giudici.

Livatino non è stato messo a tacere. E come vent’anni fa spinge a parlare e gridare…
Quando andarono all’obitorio il papà non volle vederlo morto. La mamma sì. I medici avevano sistemato il volto sfigurato. Gli avevano sparato in bocca, come a dire “devi tacere per sempre”. Ma quanto sono strane le vie del Signore, perché Rosario, così umile, mai avrebbe parlato come ha fatto dopo la morte. E siamo qui a parlarne assieme a Giovanni Paolo II.

 Antonio Maria Mira  AVVENIRE  maggio 2013

 

“Io, convertito dal Papa combattente”

12 Agosto 2013 Nessun commento

“Ci si può convertire al cristianesimo grazie alla figura di Giovanni Paolo II restando «progressisti» nella propria visione sulla vita?

Sembrerebbe un cocktail davvero strano quello che ha animato la vita di François Taillandier, scrittore francese e giornalista. Il quale ha davvero vissuto il suo ritorno alla fede grazie a papa Wojtyla, alla sua parola esigente rispetto alla mentalità comune, alla sua denuncia verso un capitalismo liberale spietato con i poveri.

Quale è la sua provenienza religiosa?

«Sono stato battezzato dalla mia famiglia e ho fatto la prima comunione. Fin da piccolo ho osservato un cattolicesimo famigliare: come si andava a scuola, si andava anche a messa.

Con l’adolescenza, come tanti della mia generazione, ho completamente perso qualsiasi contatto con la Chiesa. Questo è durato per lungo tempo. In seguito, a poco a poco, la figura e l’azione di Giovanni Paolo II hanno cambiato l’immagine che mi ero fatto del cattolicesimo.

Wojtyla rivestiva un ruolo politico internazionale di primo piano, ma al contempo con il suo messaggio di Cristo avanzava un atteggiamento critico con il mondo di allora. Questo è stato il primo shock: da giovane pensavo che il cristianesimo rappresentasse l’ideologia prestabilita, in seguito ho compreso che tale non era, bensì era un’esigenza di verità rispetto al mondo».

In quale momento è avvenuto il suo ritorno alla fede?

«Intorno all’anno 2000.

Continuavo la mia vita di scrittore, mi occupavo dei miei figli e… non cercavo di convertirmi! Alcuni giornalisti amici mi hanno chiesto di scrivere qualcosa su Giovanni Paolo II. Ho risposto: ‘Ma non sono credente!’. E loro: ‘Scrivi lo stesso!’. Inoltre, un altro momento mi ha quasi costretto a fare ‘fare outing ‘: in occasione di un reportage in Terra Santa avevo un autista e un fotografo a mia disposizione. Appena partiti, mi hanno chiesto la mia appartenenza religiosa. Loro si sono presentati come un musulmano, l’altro ebreo, per quanto ‘laicizzato’. Mi sono sorpreso nel dire: ‘Sono cattolico!’. Non l’avevo mai affermato. Avevo sempre avuto un grande attaccamento al cattolicesimo ‘culturale’, all’importanza della Chiesa, all’arte cristiana. Anche da non credente ero convinto che senza il cristianesimo la letteratura europea semplicemente non esisterebbe. Ho sempre avuto attenzione al fatto che la Chiesa ci aiuta a essere società. In Francia, negli ultimi anni, si parla molto del ‘legame sociale’, dimensione a metà strada tra individualismo e comunitarismo.

La Chiesa, facendoci andare a messa, chiedendoci di essere una comunità, convocandoci, ci lega molto gli uni agli altri: ho sempre considerato ciò una ricchezza. E mi sono reso conto che il messaggio di Giovanni Paolo II trasmetteva proprio questo legame, che alla nostra società manca così drammaticamente».

Può spiegare meglio questa centralità di Wojtyla nel suo ritornare cattolico?

«Paradossalmente le critiche continue dell’establishment culturale verso la Chiesa e il papa polacco mi hanno riavvicinato alla fede. Quando sentivo parlare di posizioni reazionarie nella Chiesa cercavo di capire meglio e in realtà trovavo che la posizione cattolica era un segno di contraddizione nella società. Per me tale critica ha costituito un segnale che mi ha segnato la via.

E davvero, quando nel Duemila, mi è stato chiesto di scrivere qualcosa su Giovanni Paolo II, in quel frangente, dentro di me, è successo qualcosa al punto che ho ammesso: ‘Sì, Cristo è risuscitato, le quattro versioni dei Vangeli sullo stesso fatto sono vere, perché non c’era altra ragione di scriverne così in maniera differenziata se non fosse che parlavano di un fatto vero’.

Nessuna ipotesi della nostra fantasia poteva concepire una storia come la resurrezione».

È curioso che un pontefice considerato dai media un «conservatore» come Wojtyla abbia aiutato a riscoprire la fede un «progressista» come lei…

«La mia frequentazione di Giovanni Paolo II inizia da lontano: mi ricordo molto bene il giorno in cui venne eletto papa.

Come tutti rimasi molto sorpreso che fosse stato scelto un cardinale dal mondo comunista.

Poi ci fu lo strano episodio del tentativo di ucciderlo nell’attentato del 1981. Da lì mi sono interessato alla sua storia passata: ho scoperto un combattente, un uomo che, nato in Polonia, aveva lottato contro il nazismo come resistente, e si era opposto all’altro totalitarismo, il comunismo. Negli anni Ottanta ha avuto un ruolo fondamentale nella caduta dei regimi dell’Est. Wojtyla è stato una personalità estremamente imprevista e imprevedibile. Solitamente per me, come per tanti italiani, il papa era semplicemente un cardinale italiano che non usciva dal Vaticano. Ma Giovanni Paolo II ha sconvolto l’immagine statica del papato: ogni volta che si recava in posto faceva sorgere come dal niente migliaia di persone. Grazie alla sua personalità e testimonianza ho capito che il cristianesimo era una cosa vivente per milioni e milioni di persone, soprattutto per tanti poveri. Questa è stata per me una grande scoperta. Ad esempio, quando – lui, che veniva da un regime comunista – è andato nella Cuba di Fidel Castro e si è comportato come un padre con i propri figli: un fatto che mi colpì moltissimo. Anche la scelta di non rinunciare alla sua missione durante la malattia fu per me molto eloquente. Chiunque, anche se non credeva, doveva ammettere che Wojtyla era un uomo che viveva per Cristo ed era di Cristo». Il suo approdo al cristianesimo non ha significato per lei una svolta conservatrice. Spesso il ritorno alla fede comporta il cambiamento di posizioni culturali in maniera «tranchant».

«Sono cresciuto in un’epoca in cui il comunismo era ancora sinonimo di cambiamento. Ho avuto sempre simpatie comuniste. Poi ho assistito all’epoca in cui il comunismo nell’Europa dell’Est è pian piano andato svanendo. E questo fatto ha causato la disillusione generale di ogni speranza rivoluzionaria: il capitalismo liberale globale ha trionfato ovunque. Non esisteva scelta: il consumo e la produzione sono diventati il clou della vita di chiunque a qualunque latitudine.

Anche nelle nostre democrazie i diritti umani soggiacciono a questa dinamica. In realtà si tratta anche in questo caso di un’ideologia illusoria: come sotto il comunismo, anche con il capitalismo globale il mondo resta violento, l’ineguaglianza tra gli uomini che possiedono e quelli che non hanno nulla rimane molto forte. Viviamo in società impregnate di violenza. Per questo mi pare oggi che in questo vuoto il messaggio di Cristo possa risuonare in maniera inedita. Già Giovanni Paolo II aveva messo in guardia, lui che il comunismo lo conosceva bene, dal fatto che il capitalismo liberale globale non fosse la risposta completa e definitiva ai bisogni dell’uomo. Ad esempio, la forte critica di Wojtyla alla mentalità che va per la maggiore in materia di questioni sessuali, rappresenta ai miei occhi una criticità contestataria che mi ha sempre affascinato».

La tradizione cristiana ha ancora qualcosa da dire all’Europa oppure la laicizzazione del Vecchio Continente significa necessariamente il ripudio del cristianesimo?

«Il cristianesimo è oggi quanto mai eloquente per un Occidente capitalista che sta vivendo all’insegna dell’unico desiderio di consumare beni, oggetti e persone. Viviamo in una società in cui gli antichi ideali di giustizia sono spariti. Invece il messaggio di Cristo è alternativo all’idea che possiamo diventare felici solo consumando beni e persone.

Cristo ci insegna che esiste la speranza di qualcos’altro, che vi è un’altra promessa: quella della salvezza dell’anima. Noi siamo chiamati ad essere qualcosa di più di semplici macchine che consumano beni e persone. Se ci guardiamo intorno, dove troviamo una voce più forte nella presa di distanza dal mondo attuale, dalla mentalità corrente, dall’opinione dominante come la parola del cristianesimo? Dove troviamo un appello più radicale alla giustizia, al corretto uso dei beni terreni?
Sono convinto che la testimonianza cristiana possa essere molto benefica per l’uomo e per l’intera società. Il cristianesimo ha molto da dire e da proporre oggi».
(Lorenzo Fazzini AVVENIRE 11.08.13)

Dio servitore della mia felicità

8 Agosto 2013 Nessun commento

–Come un innamorato, Egli de¬sidera essere desiderato.
Co¬me l’amata io lo attenderò, ben sveglio:
non voglio man¬care l’appuntamento più bel¬lo della mia vita!» — (M. Marco¬lini).
——————————————————————————————————————–
(Vangelo secondo Luca capitolo 12, vv.32-48)
La parabola del signore e dei servi (Vangelo secondo Luca capitolo 12, vv.32-48)
è scandita in
tre mo¬menti.
Primo: tutto prende avvio per l’assenza del signore, che se ne va e affida la casa ai suoi servi.
Così Dio ha consegnato a noi il creato, come in prin¬cipio l’Eden ad Adamo.
Ci ha affidato la casa grande che è il mondo, perché ne siamo cu¬stodi con tutte le sue creatu¬re.
E se ne va. Dio, il grande as¬sente, che crea e poi si ritira dalla sua creazione.
La sua as¬senza ci pesa, eppure è la ga¬ranzia della nostra libertà.
Se Dio fosse qui visibile, inevita¬bile, incombente, chi si muo¬verebbe più?

Un Dio che si im¬pone sarà anche obbedito,
ma non sarà amato da liberi figli.

Secondo momento : nella not¬te i servi vegliano e attendono il padrone; hanno cinti i fian¬chi, cioè sono pronti ad acco¬glierlo, a essere interamente per lui. Hanno le lucerne ac¬cese, perché è notte. Anche quando è notte, quando le ombre si mettono in via; quando la fatica è tanta, quan¬do la disperazione fa pressio¬ne alla porta del cuore, non mollare, continua a lavorare con amore e attenzione per la tua famiglia, la tua comunità, il tuo Paese, la madre terra. Con quel poco che hai, come puoi, meglio che puoi. Vale molto di più accendere una piccola lampada nella notte che imprecare contro tutto il buio che ci circonda.

Perché poi arriva il terzo mo¬mento.” E se tornando il pa¬drone li troverà svegli, beati quei servi (si attende così so¬lo se si ama e si desidera, e non si vede l’ora che giunga il mo¬mento degli abbracci). In ve¬rità vi dico, – quando dice co¬sì assicura qualcosa di impor¬tante –

li farà mettere a tavola e passerà a servirli.

È il capo¬volgimento dell’idea di pa¬drone:
il punto commovente, sublime di questo racconto, il momento straordinario, quando accade l’impensabi¬le: il signore si mette a fare il servo!
Dio viene e si pone a servizio della mia felicità!

Gesù ribadisce due volte, per¬ché si imprima bene, l’atteg¬giamento sorprendente del si¬gnore:
e passerà a servirli. È l’immagine clamorosa che so¬lo Gesù ha osato, di Dio no¬stro servitore, che solo lui ha mostrato cingendo un asciu¬gamano. Allora non chiamia¬molo più padrone, mai più, il Dio di Gesù Cristo, chino da¬vanti a noi, le mani colme di doni.

Questo Dio è il solo che io ser¬virò, tutti i giorni e tutte le not¬ti della mia vita.
Il solo che ser¬virò perché è il solo che si è fatto mio servitore, servitore della mia felicità.-
(P.Ermes Ronchi AVVENIRE 8.8.13)

dolce risveglio

3 Agosto 2013 Nessun commento

Giuseppe ogni mattina fa il giro dei bar. Raccoglie i cornetti e i bomboloni avanzati dal giorno prima – ma ancora buoni – e li porta ai senzatetto di Firenze. Se uno di loro sta ancora dormendo, Giuseppe non lo sveglia: mette la brioche in un sacchetto e lo appoggia lì vicino. La colazione è assicurata e non costa nulla, perché i bar non avrebbero più potuto vendere quei dolci. L’idea, spiega il super energico pensionato, è nata sei-sette anni fa, quando la Misericordia di Firenze (una grandissima associazione di volontariato) ha ospitato 15 donne in difficoltà.

«Portavamo loro la colazione – racconta – e poi ci siamo chiesti: e tutti gli altri senzatetto?». Detto, fatto: con un furgoncino, ogni mattina, Giuseppe raccoglie più di cento brioche e le dona ai suoi amici più poveri. A 72 anni vive sempre di corsa: oltre a regalare i dolci, dà assistenza a bambini della Bielorussia e porta i disabili allo stadio, a vedere le partite della Fiorentina o i concerti di Jovanotti.

«Andiamo anche in discoteca», racconta. Non è una discoteca vera e propria. È molto meglio: una grande villa in cui, in estate, si ritrovano i bambini in carrozzina assistiti da tutte le associazioni di volontariato, non solo dalla Misericordia.

«Si divertono tantissimo», racconta Giuseppe, che non vede l’ora di nominare come assistente suo nipote Cosimo: «Adesso ha solo 5 anni, è ancora un po’ piccolino». Ma presto, chissà, anche lui porterà ai senzatetto una brioche da inzuppare in una tazza di latte e in un gigantesco sorriso.
(AVVENIRE 25 luglio 2913 – POPOTUS-)