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Archivio Settembre 2013

“controffensiva” dell’amore nella canna della bicicletta

24 Settembre 2013 Nessun commento

 La bici come nascondiglio, la gambe come motore. Poi via, pedalando a più non posso verso Genova, Peru­gia o Assisi. Così, partendo dalla sua Fi­renze e fingendosi in allenamento, in u­na sorta di cilindro montato sulla canna della bicicletta e simile a una pompa per tubolari, Gino Bartali negli anni dell’oc­cupazione nazista trasportava false carte d’identità e altri documenti clandestini prima alla Certosa di Lucca e poi ad As­sisi, dove i frati li smistavano per salvare gli ebrei dalla deportazione. Si parla di almeno 800 persone, tanto che lo Yad Vashem, il sacrario della Memoria di Ge­rusalemme, ieri lo ha dichiarato «Giusto tra le nazioni». Una notizia non inattesa – se ne parlava da tempo – ma ieri final­mente ufficializzata dal sito Internet del­l’istituzione israeliana. Lo Yad Vashem spiega che il campione di ciclismo, «cat­tolico devoto, ha fatto parte di una rete di salvataggio i cui leader sono stati il rabbino di Firenze Nathan Cassuto e l’arcivescovo della città cardinale Elia Dalla Costa. Questa rete ebraico-cristia­na, messa in piedi a seguito dell’occupa­zione tedesca e all’avvio della deporta­zione degli ebrei, ha salvato centinaia di ebrei locali ed ebrei rifugiati». Bartali ha agito «come corriere della rete, nascon­dendo falsi documenti e carte nella sua bicicletta e trasportandoli attraverso le città, tutto con la scusa che si stava alle­nando. Quando veniva fermato chiede­va che la sua bicicletta non venisse toc­cata perché …..le diverse parti erano cali­brate attentamente per raggiungere la massima velocità… Pur a conoscenza dei rischi che la sua vita correva per aiu­tare gli ebrei, Bartali ha trasferito falsi documenti a vari contatti e tra questi il rabbino Cassuto». Ma tra il 1943 e il ’44 Bartali collaborò anche con Giorgio Nis­sim, ragioniere ebreo di Pisa, con il qua­le costruì una rete clandestina tra Geno­va e Firenze, evitando controlli accurati sulla bici grazie anche alla sua notorietà. «È una cosa magnifica – ha commentato Andrea Bartali, figlio del grande ‘Ginet­taccio’ –. Aspettavamo questa notizia già da qualche tempo, soprattutto dopo che un mese fa è stato di­chiarato ‘Giusto tra le na­zioni’ il cardinale Dalla Costa». Altro motivo di soddisfazione, in attesa della cerimonia che si terrà in Italia in data da stabilire, il fatto che la fa­miglia sia già stata invitata ad ottobre a Gerusalemme per una gran fondo di ci­clismo dedicata al cam­pione. «Nella bici di Bar­tali le carte della libertà per gli ebrei perseguitati: pure oggi le bici a Firenze siano strumento di frater­nità e pace», ha com­mentato il cardinale Giu­seppe Betori facendo ri­ferimento ai Mondiali di ciclismo in corso a Firen­ze. Parlando di Bartali, Betori ha aggiunto: «Uo­mo di fede profonda, mi­litante nell’Azione Catto­lica e terziario carmelita­no, il suo nome verrà ora scolpito accanto a quello del cardinale Elia Dalla Costa con il quale contri­buì a salvare decine di e­brei dalla deportazione».

«È il più bel regalo alla città e il modo più serio di dare un senso alla ma­nifestazione », ha ribadito il sindaco Matteo Renzi, mentre per il ministro per gli Affari regionali, le Auto­nomie e lo Sport, Graziano Delrio, si tratta di un onore per l’intero Paese.

«Bartali – ha commentato il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi – ci insegna che

per essere davvero campio­ni nello sport bisogna es­sere anche campioni nella vita».

Un giudizio condivi­so da Guido Vitale, diret­tore di Pagine Ebraiche , il mensile dell’Unione delle Comunità ebraiche italia­ne, che ha rivelato altri fatti inediti su Gino Bartali a partire dalla testimo­nianza di Giorgio Golden­berg, allora piccolo ebreo fiumano e oggi residente in Israele, che ha raccon­tato di essere stato nasco­sto in un appartamento di proprietà del campionis­simo in via del Bandino a Firenze: «Sono vivo per­ché Bartali ci nascose in cantina».

Eppure il grande campio­ne è sempre stato restio a parlare di questa sua atti­vità a favore degli ebrei, preferiva parlare della sua militanza nell’Azione cattolica ricordan­do l’iscrizione a 10 anni e vantandosi del distintivo che ha portato fino alla fine dei suoi giorni, il 5 maggio del Duemila all’età di 86 anni. Così come per il suo funerale non volle indossare la maglia gialla e nemmeno quella rosa, bensì il saio carmelitano. «Per la sua ultima ‘corsa’ Gino Bartali ha scelto il segno del suo attaccamento alla fede, anziché il segno delle sue vittorie in bicicletta», disse il cardinale Silvano Piovanelli cele­brando la messa nella chiesa di San Pie­ro in Palco, in quella piazza Elia Dalla Costa (guarda caso, proprio l’amico car­dinale che aveva celebrato le sue nozze e che gli aveva chiesto di rischiare per sal­vare gli ebrei) dove Bartali abitava da an­ni e dove, all’interno della propria abita­zione, aveva fatto costruire una cappelli­na in ricordo del fratello minore, anche lui ciclista, morto in un incidente di bici­cletta il 14 giugno 1936.

Nella cappella il grande campione si ritirava spesso in preghiera    e ogni tanto ci faceva celebra­re la messa. A i tempi delle gare gli avversari lo chiamavano Gino «il pio», ma anche «l’assassino», lo apostro­favano così per la sua militanza nell’A­zione cattolica e per i continui scatti in salita che spezzavano le gambe ai com­pagni di fuga. Tra l’altro il campione ri­cordava volentieri come una delle sue vittorie più belle nel famoso Tour de France del 1948 fosse stata quella di Lourdes. Ma il santuario per Bartali più importante era il Ghisallo, celebre salita del comasco: «Ci passai già nel ’35 quan­do arrivai secondo al Giro di Lombardia – raccontava scavando nei ricordi il ‘brontolone dal grande cuore’ –. Al Ghi­sallo sono sempre rimasto fedele. La Madonnina l’abbiamo fatta dedicare ai ciclisti da Pio XII; si fece una staffetta da Roma con la fiaccola accesa dal Papa.

Coppi la portò ai piedi del Ghisallo, io fi­no alla cima».
(Andrea Fagioli    AVVENIRE 24 sett. 13)

la religione? un ferrovecchio!!!

19 Settembre 2013 Nessun commento

In un certo senso, parlandone all’ultimo Meeting di Rimini – dove si era recato per presentare il suo libro Alto come un vaso di gerani – ne aveva già parlato. Ma nell’intervista pubblicata oggi su Avvenire e tratta dalla rivista Credere, l’attore comico Giacomo Poretti («il 33 per cento del trio», come dice lui, con Aldo e Giovanni), spiega il suo percorso di riavvicinamento alla fede. E, come ormai ci ha ormai abituato, lo fa alternando l’ironia al racconto profondo del suo vissuto.

RELIGIONE? UN FERROVECCHIO. Giacomo parla degli anni spensierati dell’oratorio che oggi, rivisti con gli occhi di un padre, «sono acnora più importanti: proprio qualche giorno fa, insieme con altri genitori, io e mia moglie ci siamo interrogati su quale oratorio nella nostra zona potesse accogliere nostro figlio. Ma il suo ruolo è minacciato perché noi genitori abbiamo la fissa dell’eccellenza. Corsi di inglese, di judo, di pianoforte…: mettiamo addosso ai figli un’ansia da prestazione pazzesca».
Raccontando il suo percorso, Poretti spiega che, dopo quegli anni, si è sempre più allontanato dalla fedea: «Mi ero convinto che la Chiesa non potesse dare risposte alla mie inquietudini e che la religione fosse un ferrovecchio».
Il pregiudizio fu vinto in maniera strana. Inviato a partecipare a un cineforum con i gesuiti di San Fedele di Milano, Giacomo e la moglie conobbero padre Eugenio Bruno: «Diceva cose profonde, che mi colpivano, ma in modo strano, come se ti stesse prendendo in giro». Così si susseguono altri incontri e, in particolare, una cena con altri amici «con i quali da un po’ ci capitava di porci domande sul senso della vita e su Dio».

LA SCINTILLA. Di quella cena, Giacomo racconta un episodio: «A un certo punto è venuta fuori la domanda: “Come possiamo sapere se Dio esiste davvero?”. Lui ci ha guardato e ha detto: “Io mi sono fatto prete a vent’anni perché ho capito che Dio è amore”. E si è rimesso a mangiare. Lo so, è una frase che può sembrare vuota, retorica, ma per noi è scoccata la scintilla. Da quel momento io e Daniela (la moglie, ndr) e un’altra coppia abbiamo iniziato un percorso di fede con lui e un altro gesuita, fatto di preghiere e di conoscenza della Bibbia».
Giacomo spiega anche di amare la preghiera del Padre Nostro («c’è dentro tutto: la libertà, la misericordia…») e di essere impressionato dalla storia di Davide e Betsabea («parla dello sguardo: da come si orienta il tuo sguardo dipende il destino della tua vita»). Dice anche che «Dio dà senso alle cose. Dentro l’orizzonte della fede c’è un senso per la vita. Poi, certo, resta la fatica di declinare questa scelta nel comportamento di tutti i giorni, con le paure e i dubbi che tutti noi abbiamo».

DIO E’ UN ARTISTA. Per definire Dio, Giacomo tira fuori questa immagine: «È un grande artista. Se penso anche solo alla bellezza delle cose che ha fatto, non può che essere un artista. E il fatto che abbia sentito il desiderio di creare l’uomo, per mettersi in relazione con lui, è un mistero affascinante». Giacomo chiede a Dio per suo figlio la salute, ma anche qualcosa di meno scontato:  «Che trovi un bel gruppo di amici, perché è importante che a scuola e in oratorio faccia parte di un gruppo: in qualche modo, questo ti salva. Anche la scuola elementare, cattolica, l’abbiamo scelta con attenzione, per la stessa ragione».

IL MORALISMO E IL FASCINO. Se oggi i credenti sono rappresentati come tristi e musoni è a causa di «un insegnamento della fede spesso ancora intriso di moralismo. in cui la religione si identifica con un elenco di divieti, con una mancanza di libertà. Invece esiste – eccome! – una gioia della fede e credo che sia soprattutto la gioia della relazione, con lui e tra noi. Dio, secondo me, va più d’accordo con chi si relaziona con lui, anche se magari si arrabbia, come Giobbe. Bisogna avere il coraggio di fare delle domande a Dio, se no si vive tutto con paura».

GENITORE 1 E 2. UNA DOMANDA AL PAPA. Parlando di papa Francesco Gaicomo avverte che, purtroppo, oggi molti intendano le sue parole come «frasi da cioccolatino». «Mi pare – nota – che ancora si debba capire davvero chi è questo Papa. Io da lui mi aspetto anche, come papà, che mi aiuti ad orientarmi nel mondo di oggi. Quando sento che in Francia non ci sarà più la festa del papà o della mamma, ma del genitore uno e o del genitore due, sono curioso di sapere cosa ne pensa il Papa».

(www.tempi.it)

dall’ebraico “el” “nur”

14 Settembre 2013 Nessun commento

Eleonora Cantamessa è la ginecologa di Trescore uccisa domenica mentre soccorreva un migrante indiano ferito.
Pubblichiamo una lettera della madre (Corriere della sera)

“Caro direttore,
in tanti momenti della vita di mia figlia, mi sono chiesta dove trovasse la
forza… Anche la sera, quando rientrava dopo un’intensa giornata di
lavoro, e la vedevo sfinita, spesso interrompeva la cena per rispondere
al cellulare o era lei stessa a telefonare in clinica per avere notizie
di qualche travaglio in corso o di qualche donna ricoverata. Le sue
pazienti, infatti, non la chiamavano «dottoressa», ma la chiamavano
Eleonora.

Si affezionava a tutte e non le importava se fossero
italiane, straniere, facoltose o no. Il suo lavoro era la sua vita.
Anzi non era un lavoro, era una missione. Me lo fa pensare quello che è
accaduto. E più ci penso e più mi convinco che su di lei Dio aveva
fatto un progetto preciso, che lei ha accettato e ha portato avanti
compiendolo fino al sacrificio della vita. Era dolce, espansiva,
sensibile, con il carattere molto simile a quello del suo «papi», con
cui aveva un legame speciale. Io che sono per natura molto pratica le
stavo vicina aiutandola nelle cose più concrete. Ma era legata a
entrambi e diceva sempre: «Cosa farò io quando non ci sarete più?».
Adesso mi domando io che cosa faremo noi senza di lei. La sua enorme
sensibilità la spingeva con tanta naturalezza verso i più umili. Viveva
la CARITÀ intensamente. La carità stessa per cui è scesa dalla macchina
in quella strada buia in mezzo a un campo di «guerra», tra persone che
non conosceva, gridando: «I am a doctor, be quiet». «Sono un medico,
state calmi».
È morta mentre parlava con il centralino del 112 per
chiedere i soccorsi e mentre io a casa, come tutte le sere, recitavo il
rosario. Forse qualcuno si chiede come ho accettato di espormi a
telecamere e obiettivi in questi giorni. Così provata e stravolta, mi è
stato difficile, ma l’ho fatto per portare avanti – non a termine,
perché spero che non finisca – la missione e il sacrificio di Eleonora,
per fare arrivare a tutti il suo «messaggio», l’eredità che ci lascia.
Mi è stato chiesto che cosa provo. Non provo rabbia, non do appellativi
alla persona che ha investito Eleonora, penso a un povero disgraziato,
come tanti altri. Lo chiamo «disgraziato» ma senza senso dispregiativo.
È in disgrazia come me! E penso anche a quei quattro bambini orfani. La
giustizia deve fare il suo corso. Credo invece che quella Divina abbia
già provveduto con la sua misericordia. In questo momento mi piacerebbe
che Eleonora ricevesse, attraverso la mia persona, una carezza da Papa
Francesco, che lei ammirava proprio perché le assomiglia. C’è
un’immagine che mi resterà nella mente. L’immagine di ieri sera di quei
tre indiani che, come i re magi, sono saliti per le scale di casa
nostra prima della veglia funebre. Portavano in mano un cero acceso.
Erano bagnati di pioggia, col capo chino, imbarazzati, sono entrati. Si
erano preparati un discorso per dirmi che anche tra gli indiani ci sono
tante brave persone e ho capito che cercavano il nostro perdono. Li ho
abbracciati interrompendoli prima che finissero di parlare. Ho detto
loro che non c’era bisogno, che non provavo nessun sentimento negativo,
perché mia figlia era scesa da quell’auto senza pregiudizi, non solo
con slancio di dovere ma soprattutto con slancio di amore. Questo deve
restare nella mente di tutti, perché tutti impariamo qualcosa. Chissà
se qualcuno in India, leggendo la storia di mia figlia, che è un
intreccio di tragedia e umanità, non pensi anche ai familiari dei
nostri cari marò, che a casa piangono nell’attesa del loro ritorno. Io
ho perso mia figlia e mi fa paura il pensiero della sera, di quando
arriverà l’ora di cena e lei non tornerà, di quello studio vuoto, di
quell’ecografo spento. Mi consola un po’ la speranza che l’insegnamento
del suo sacrificio non vada perduto, che il suo coraggio e il suo
amore, la sua sensibilità possano contribuire a migliorare questo mondo
inaridito dalle logiche dell’egoismo, del profitto e della
discriminazione. Grazie Eleonora. Casualmente, avevo scelto per te quel
nome. Poi, il ginecologo che ti ha aiutato a venire al mondo e aveva
lavorato in Medio Oriente mi ha spiegato il suo significato. Deriva
dall’ebraico «el» «nur». Luce di Dio.”
(email di Luigi Boneschi)

massacro di tante famiglie

8 Settembre 2013 Nessun commento

P rima dell’estate era un bel proget­to, che aveva messo d’accordo un gruppo di docenti universitari di e­conomia, i loro ragazzi e un manipolo di associazioni e movimenti studenteschi. Ora, però, la rivoluzione di “SlotMob” si prepara a invadere le piazze e a far sen­tire le sue ragioni. Sul serio.

Si comincia da Biella, il prossimo 27 set­tembre. L’appuntamento è fissato in via Macchieraldo 7. E se l’indirizzo non dice niente, allora bisognerà sentire la storia della signora Giuliana Bizzarotto, titola­re del bar Freedom, che un bel giorno di qualche anno fa ha deciso di rispedire le slot-machine che aveva nel retro al mit­tente. Troppe famiglie, troppe vite in­frante contro quegli schermi luccicanti. La scelta la accomuna a migliaia di bari­sti in tutta Italia ma il 27 settembre – ec­cola, la rivoluzione – una folla di perso­ne di tutte le età, provenienti dal Pie­monte e non solo, arriverà davanti al suo locale per premiarla. E per passare una giornata di festa assieme a lei e ai suoi clienti, giocando in maniera sana (è sta­to organizzato un torneo di calciobalilla), ascoltando buona musica (alcuni grup­pi musicali animeranno il pomeriggio) e chiacchierando di argomenti vari (tra cui proprio l’azzardo).

Fa questo, uno “SlotMob” (la parola è mu­tuata da quella più nota ai giovani, “fla­sh mob”, un assembramento di persone riunite in un luogo pubblico per insce­nare uno spettacolo). E, dopo Biella, lo farà in molte altre città d’Italia: da Mila­no a Teramo, da Cagliari a Palermo, Da Catania a Trento, da Reggio Emilia a Ma­cerata. Decine di eventi di piazza, cia­scuno con al centro un bar “virtuoso”, per dire che c’è tanta gente che è stufa di gio­co d’azzardo e per provare a minare la ti­rannide della macchinette dal basso: «Vo­gliamo premiare chi fa scelte etiche, cer­ti che il mercato potrà essere gradual­mente influenzato da questa logica», spiega Luigino Bruni, docente di Econo­mia all’Università Lumsa di Roma e tra le anime dell’iniziativa insieme al collega di Tor Vergata Leonardo Becchetti. L’idea è tanto semplice quanto efficace: il bar non ha le slot? Lo premio andandoci a fa­re colazione e invito tutti i miei amici a farlo. «Si tratta di una sfida unica nel suo genere, anche dal punto di vista cultura­le – continua Bruni –. Qui non si tratta di stigmatizzare o demonizzare i bar che scelgono l’azzardo, ma di andare nella di­rezione opposta. L’obiettivo è quello di mostrare come sia possibile recuperare luoghi di “buon gioco”, spazi di vita in comune che altrove le slot machine han­no sacrificato alla solitudine e alla ste­rile ripetitività delle scommesse». Non a caso agli eventi parteciperanno decine di scuole medie e superiori delle città coinvolte.

Ma “SlotMob” non è solo colazioni e tor­nei di calciobalilla. L’impegno è di quel­li che si vogliono far sentire anche su, più in alto, nelle stanze dove troppo spesso, sull’azzardo, si decide il contrario di quel­lo che si predica. Il 10 settembre docen­ti e ragazzi saranno a Montecitorio per un incontro con l’intergruppo parla­mentare. E il lavoro continua accanto al­la Campagna nazionale Mettiamoci in gioco e ad altre 75 associazioni che si stanno adoperando per una legge che re­golamenti l’azzardo e tuteli i più deboli. Per ora, a loro, pensano Giuliana Bizza­rotto e gli altri: quelli che da dietro il banco cercano di cambiare il mondo. E prima o poi ce la fanno.
(Viviana daloiso –AVVENIRE  7 SETTEMBRE 2013)

 

da papà Fausto e mamma Paola

6 Settembre 2013 Nessun commento

Papà Fausto
La scoperta che nostra figlia stava facendo uso di sostanze è stato un dramma per noi due, ma ora ci stiamo rendendo conto che i problemi c’erano già prima, che ciò che accadeva nel nostro nucleo famigliare ha avuto un peso sul comportamento di nostra figlia, è stato l’inizio del suo disagio.
Quando mia moglie si è accorta che nostra figlia si drogava, è stata una croce che improvvisamente si è abbattuta su di noi, e in quel momento ho provato delle sensazioni terribili, come padre, cose che non avrei mai pensato: tanta rabbia, prima di tutto nel vedere la disperazione di mia figlia; poi la rabbia con me stesso per aver fallito come padre; farmi un sacco di sensi di colpa, e il ripensare angosciato tutto il mio vissuto di padre e di marito.
In effetti adesso dopo che mia figlia è entrata in Comunità ho preso coscienza che è avvenuto un miracolo, da un lato per mia figlia e dall’altro anche per noi, come famiglia. Prendendo con fede quello che Madre Elvira e la Comunità ci propone e vedendo e incontrando le ragazze che hanno accolto mia figlia, è rinata una speranza per tutta la famiglia.
Un giorno ho chiesto ad una di loro in che stato fosse stata quando era entrata in Comunità e lei mi ha risposto che era in condizioni molto peggiori di mia figlia. Lì mi si è allargato il cuore e ho iniziato a fidarmi, anche se mi veniva difficile credere in quello che mi veniva proposto, perché mi pareva troppo al di là della razionalità, come qualcosa di  incredibile… ma di fronte all’esperienza vissuta di quelle persone non ho potuto far altro che abbracciare il cammino che mi era proposto.
Il miracolo più grande è stato che mia figlia sia entrata nella fraternità vicina a Lourdes e il giorno che l’ho accompagnata, davanti a quella Madonna che non avevo mai visto e mai mi sarei sognato di andare a trovare perché il mio lavoro, il mio successo e la mia presunzione non mi permettevano di “abbassarmi” a tanto, ebbene lì davanti a quella Madonna mi sono sciolto e ho pregato un Rosario in lacrime, vedendo scorrere davanti a me tutta la mia vita, vuota di veri valori e di impegni seri che non fossero quelli lavorativi, quelli dell’apparire.
Ringrazio la Comunità Cenacolo per quello ha fatto e che sta facendo; in me è successo e continua ad avvenire questa trasformazione. Nonostante le difficoltà che incontro ogni giorno, oggi con fiducia trovo la forza per affrontarle nel mio quotidiano.

Mamma Paola
Io voglio rivolgermi alle mamme e ai genitori che in questo momento sono disperati, voglio gridare la gioia di aver incontrato la Comunità Cenacolo, voglio rivolgermi ai genitori che non si accorgono che il loro figlio sta male: sì a volte non ti accorgi perché loro fingono, dicono bugie, e tu stupidamente ci credi perché dai fiducia a tua figlia in quanto mai penseresti che possa fare certe cose e quindi: aprite gli occhi!
Devo essere sincera, dopo tanti tentativi con lo psicologo, con il Ser.t, dove mi tranquillizzavano, dove mia figlia era accettata che era drogata, era accettata dalla società, era accettata da tutti… e io non accettavo questo e tutti i fallimenti dei tanti tentativi… poi finalmente una luce, finalmente l’incontro con la Comunità Cenacolo: queste mamme di altri giovani che mi dicevano: “mettiti in ginocchio e prega, vedrai che la preghiera ti sostiene, la preghiera ti aiuterà”, e io rispondevo: “…ma questo è assurdo! Sì, posso pregare, pregavo già anche prima, ma…”. E poi ho iniziato a fare come loro: la preghiera, ma fatta con il cuore. Ho urlato la mia disperazione alla Madonna, le ho chiesto aiuto e piano piano ho visto che mi sosteneva e mi dava fiducia.
La grande forza che questa Comunità ha dato a me e a noi come coppia sta nell’avere fiducia, nel non avere paura, nell’affidarsi a Gesù. E poi questa presenza fortissima che è la Madonna! Siamo stati a Lourdes, poi a Medjugorje e in entrambi i luoghi ho percepito con forza la presenza di Maria e il dono che Lei ci ha fatto della Comunità: del conoscere gli altri genitori, del pregare insieme; il pregare davanti a questa icona della “Madre della Tenerezza” che a turno facciamo girare nelle nostre case… è stata ed è una grande sorgente di pace e di speranza.
La forza della nostra famiglia oggi è nel credere che nonostante i fallimenti, le tentazioni, la rabbia che abbiamo vissuto per non aver saputo salvare nostra figlia da soli… oltre a tutto questo, c’è stato, c’è e ci sarà l’Amore di Dio che ci ha salvati.
 (www.comunitacenacolo.it)