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Archivio Novembre 2013

“…la felicità è possibile”

30 Novembre 2013 Nessun commento

Non tutti sanno, come ricorda il direttore di Rai Fiction Tinni Andreatta, che Tolstoj, scrivendo Anna Karenina, «aveva in mente di intitolarlo Due matrimoni o Due coppie. Il personaggio di Anna, però, era così prepotente che diventò il titolo». Quella che gli spettatori di Raiuno vedranno lunedì 2 e martedì 3 dicembre (in prima serata) è una fiction, Anna Karenina, appunto, che recupera il senso originario del romanzo.

E cioè, spiega la Andreatta, quello di «un’indagine sull’amore. La verità del libro è tra la storia d’amore disperata di Anna e Vronskij e quella felice e costruttiva di Kitty e Levin». A metà strada tra le due, c’è l’amore tra Dolly e Stiva che non è idilliaco come quello di Kitty né tragico come quello di Anna: la donna, infatti, riuscirà a perdonare i tradimenti del marito e, dopo anni di faticosi sforzi per tenere unita la famiglia, capirà che ne è valsa la pena. Tutto ruota, insomma, intorno alle tre coppie, ognuna delle quali porta ad una riflessione profonda sul concetto di matrimonio e di famiglia.

Un matrimonio dal quale Anna cercherà di fuggire, abbandonando il marito Karenin per l’amante Vronskij e rinunciando persino al figlio, andando però incontro al tragico finale disegnato per lei da Tolstoj. Vittoria Puccini, che la interpreta, spiega: «Anna è un’eroina, ma non nel senso tradizionale del termine. Lei è una vittima di se stessa, una donna che si ritrova sola perché finisce per rovinare il suo rapporto con Vronskij, creandosi gelosie che non hanno senso. È una donna che non sta bene con se stessa e dà la colpa agli altri per non attribuirla a sé». Ed è anche «una donna che ti sorprende perché fa scelte che non ti aspetti. Come quando, ad esempio, non accetta il divorzio che il marito decide di concederle per non farlo soffrire più di quanto non abbia già fatto e rinuncia a suo figlio per soffrire anche lei».

La Puccini parla di quello di Anna come di «un ruolo che spaventa, non solo per i precedenti (tra le attrici che l’hanno interpretata ci sono Greta Garbo, Vivien Leigh, Sophie Marceau, Keira Knightley, ndr) ma anche per la sua complessità. Quando ho iniziato, però, ho scoperto che, oltre alla sceneggiatura, avevo anche il romanzo su cui basarmi per costruire il personaggio e per arricchirlo di sfumature». Anche perché, rivela, «il regista Christian Duguay non ha voluto che vedessi i film precedenti per non correre il rischio di cadere nell’imitazione».

Frutto di una coproduzione internazionale che ha coinvolto Germania, Spagna e Francia, la fiction è stata realizzata dalla Lux Vide per Rai Fiction ed è interpretata, per la regia di Christian Duguay, anche da Santiago Cabrera (Vronskij), Benjamin Sadler (Karenin), Lou De Laage (Kitty), Max Von Thun (Levin), Carlotta Natoli (Dolly) e Pietro Sermonti (Stiva). La Andreatta, parlando di Anna Karenina come di «un regalo di Natale anticipato per il nostro pubblico», osserva: «È importante che la Rai porti in televisione i grandi romanzi e che lo faccia con la modernità giusta per parlare al pubblico di oggi». I produttori della Lux Vide Luca e Matilde Bernabei concludono: «Le quattro ore di questa nostra fiction

danno il senso che la felicità è possibile».

(Tiziana Lupi –AVVENIRE 30.XI.13 )

“sposati e sii sottomessa”

21 Novembre 2013 Nessun commento

Con il titolo Càsate y sé sumisa: è uscito in Spagna il mio primo libro, Sposati e sii sottomessa.
Mi avevano avvisato che quella parola nel titolo avrebbe dato fastidio alle donne spagnole, ma mai avrei pensato che esponenti di ben tre partiti, Pp, Psoe e Iu (Izquierda Unida), ne avrebbero addirittura chiesto il ritiro dal mercato, che una petizione contro il libro avrebbe superato rapidamente le sessantamila firme (mentre scrivo), che il consiglio comunale di Granada avrebbe chiesto alla Procura di intervenire per vietarne la vendita, imputandomi il reato di istigazione alla violenza sulle donne. Istigazione che ovviamente nel mio libro non è neppure vagamente adombrata. Il capo di imputazione, l’unico, sarebbe l’uso della parola ‘sottomessa’, che io peraltro ho copiato da san Paolo.

Ho capito, dunque, che è necessario ripartire da quelli che per me sono i fondamentali: farò giusto un riassuntino per chi – ormai sono rassegnata – vuole esprimere un parere sui libri – miei o di chiunque altro – senza averli letti (legittimo, sia chiaro. Non averli letti, dico. Denunciarli alla procura senza averli aperti un po’ meno). Lezione uno. Gli uomini sono segnati dal peccato originale. La vita è il tempo che abbiamo (solo quello!) per la nostra conversione, e per gli sposati il luogo della conversione è esattamente il loro rapporto.

Uomini e donne sono diversi, come è osservabile a occhio nudo. Noi donne abbiamo un enorme potere: quello di indirizzare l’uomo, verso il bene, come Maria, o verso il male, come Eva. «Dio – scrive Giovanni Paolo II nella Mulieris dignitatem – affida l’umanità alla donna». Questo talento educativo, che Dio ci ha dato per prenderci cura dell’essere umano, a volte tendiamo a usarlo per controllare, manipolare, formattare l’uomo. Lui da parte sua tende a essere egoista o sfuggente, a tenersi sempre qualcosa per sé senza dare tutto, e per imporsi a volte usa la prepotenza, in certi casi estremi la violenza. Se la donna lavora su di sé, la sua dolcezza e l’umiltà riescono a non mettere in moto il mister Hyde che spesso dorme nei maschi, e che è etologico, perfino zoologico. La bontà della donna, in alcuni casi, tira fuori il meglio dell’uomo. Se la cosa riesce, è un salto di civiltà.

Se qualcuno confonde questo progresso umano con il ritorno al passato patologico – donne costrette al silenzio, a una mitezza non scelta ma obbligata – non è colpa mia. Quello che io propongo non è un ritorno a un certo passato, ma al contrario un passo avanti: non conformismo, ma trasgressione, ribellione, libertà. Essere dolci e accoglienti e materne è il massimo della libertà, è la libertà dal proprio peccato.

Fare la martire mi piace moltissimo, quindi posso assicurare in tutta onestà che se in vita mia avessi mai ricevuto anche solo l’ombra di una discriminazione mi sarei lamentata in tutti i modi possibili. Ho potuto seguire la strada che ho desiderato, nello studio, nel lavoro, nella vita. Ho cambiato città, ho vissuto da sola, e da sola ho preso aerei per andare a correre la Maratona di New York. Sono piena di amiche primari ospedalieri, ingegneri civili, geologhe, filologhe.

Non voglio sminuire la sofferenza di donne nate in altri contesti, ma per me e quelle della mia generazione la pari dignità tra uomo e donna è un fatto talmente ovvio che ipotizzare che qualcuno possa metterla in dubbio è pura follia. Sono così sicura di questo che se potessi stare a casa a fare ‘solo’ la moglie e la mamma ci starei senza il minimo senso di frustrazione o umiliazione, ma anzi con la certezza di avere un privilegio (che infatti non ho). Magari continuerei a scrivere, quello sì, ma nei ritagli di tempo di giorno, e non sarei costretta a farlo tra mezzanotte e le cinque di mattina, come ora.

Probabilmente la Spagna è uscita dal franchismo, ma il franchismo non è uscito dalla testa di molte persone. Come tutte le dittature è stupido, arretrato, intollerante, violento. La nuova dittatura oggi è quella delle teorie di genere. Noi invece crediamo che esistano uomini e donne, e che l’identità non ce la scegliamo, ma ci viene donata.

La Genesi dice che l’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio, maschio e femmina. Questo dice qualcosa di profondissimo sull’umanità, e qualcosa che forse non abbiamo ancora compreso in pieno. Papa Wojtyla, mi ha raccontato il cardinal Caffarra, raccomandava di leggere e rileggere quella pagina più e più volte al giorno: «Lì c’è tutto sull’uomo», diceva. Ora mi chiedo: perché in questo mondo illuminato tollerante aperto tutti possono parlare, tranne chi mette in dubbio le teorie di genere? Io credo che l’obiettivo ultimo di questa aggressività nei nostri confronti sia negare che siamo figli del Padre, e affermare invece che possiamo determinare tutto di noi. Alla fin fine, quello che disturba tanto l’uomo contemporaneo è sentirsi dire che è creatura dipendente da Qualcuno. Se si arrabbiano così tanto, è solo perché

non sanno quanto questo Qualcuno ci ama.

(Costanza Miriano -AVVENIRE 21.XI13)

dio-denaro al posto di Dio

21 Novembre 2013 Nessun commento

« Sono tanti e sono privi di organi. Quanti? Il numero esatto si potrà dire solo quando saranno terminate le esumazioni. Le autorità per ora vogliono tenere il riserbo. Posso dire che, però,

sono un numero sufficiente a riempire tre cimiteri clandestini.

Tutti nella zona di Mitla».
Mitla, l’antica Mictlán, è un villaggio di origine preispanica situato nelle Valli centrali del¬l’Oaxaca, nel Sud del Messico. In lingua atzeca, il nome significa “luogo dove riposano i defunti ». Non quelli, però, uccisi in battaglia o in un sacrificio- dunque, per la cultura dell’epoca, degni di minor onore, anonimi. Una crudele ironia.

I morti di cui parla padre A¬lejandro Solalinde Guerra sono meno di anonimi. «Sono nes¬suno. Migranti centroamerica¬ni che attraversano il Messico senza documenti per raggiungere gli Usa. I gruppi criminali, ormai padroni di ampie regioni, li considerano una preda. Da cui ricavare denaro. Come? Li rapiscono e chiedono il riscatto ai parenti negli Stati Uniti, li costringono a lavorare per loro, li rivendono nel mercato del sesso. O degli organi, come stavolta », racconta ad Avvenire il sacerdote, direttore della casarifugio Hermanos en el Camino, tra i più noti attivisti per i diritti umani a livello internazionale.

Le sue parole hanno il peso di un macigno. «I cadaveri scoperti nelle fosse comuni di Mitla hanno subito ripetuti espianti. Alcuni non hanno più alcuno degli organi trapiantabili. Hanno preso le parti che gli occorrevano e hanno gettato il resto. È una tragedia immane. È uno scandalo enorme ». Anche perché dimostra quanto siano solide le multinazionali del crimine create dai narcos messicani e stabili i loro agganci all’interno dell’apparato statale. Portare avanti un traffico di organi su vasta scala – tanto da colmare cimiteri clandestini con i corpi – implica la disponibilità di medici e ospedali compiacenti. Risorse e manodopera, del resto, non mancano ai narcos: la commissione parlamentare sulla delinquenza ha appena rivelato che il loro “libro paga” include mezzo milione di messicani, il triplo del gigante petrolifero Pemex. Se non bastasse, sette attività economiche su dieci hanno legami coi narcos. Che possono agevolmente trafficare qualunque cosa. Già nel 2007

padre Solalinde aveva denunciato il business di organi.

«Ho incontrato un migrante brasiliano, sopravvissuto all’asportazione di un rene. Non è stato l’unico. Nelle discariche della capitale spesso vengono trovati centroamericani senza occhi o stomaco». Alla sua voce si erano unite quella delle altre decine di sacerdoti che lavorano coi migranti. Nessuno sa quanti di loro ogni anno vengono ingoiati nel buco nero messicano.

Partono da Salvador, Honduras, Guatemala e Nicaragua in poco meno di mezzo milione. La Chiesa e la Commissione nazionale per i diritti umani hanno registrato ventimila rapimenti da parte del crimine organizzato. Il numero reale, però, è infinitamente superiore: la Procura generale si è sempre rifiutata finora di fornire un bilancio. La settimana scorsa, al confine tra Jalisco e Tamaulipas è stata scoperta un’ennesima fossa comune dentro c’erano 16 corpi. Anche stavolta – dicono fonti locali – con segni di espianti.

Eppure per il governo messicano, il traffico d’organi non esiste.
Lo hanno detto nel 2010, la responsabile dell’Unità investigativa per il traffico di minori, migranti e organi, Guillermina Cabrera e il direttore del Centro nazionale trapianti, Arturo Dib Kuri. Del resto, negli ultimi sei anni, le denunce arrivate alla Procura sono state appena 36 e di queste, solo 4 sono andate avanti. Gli attivisti e i media indipendenti raccontano, però, un’altra realtà. Tra il 2011 e il 2012 una serie di scandali per trapianti quantomeno sospetti hanno travolto le cliniche dell’Istituto messicano per la sicurezza sociale nella capitale e a Puebla. All’ospedale civile di Guadalajara e in varie strutture private del Jalisco è stata comprovata la vendita di organi online. Fonti locali hanno raccontato ad Avvenire di centri per le asportazioni a Città del Messico, Veracruz, e Tabasco. Là un rene o un fegato costano sui 100mila dollari. Tra febbraio e marzo 2012, cadaveri di migranti con segni di espianti sono comparsi nelle discariche di Ciudad Victoria, Tapatitlán, Hidalgo, Puebla e Veracruz. Poco dopo, ad aprile, dieci corpi mutilati e senza organi di adolescenti centroamericani sono stati trovati in una casa a Boca del Rio, vicino a Veracruz. I due reporter che indagavano sulla vicenda, Gabriel Huge e Guillermo Luna, sono stati assassinati. Le indagini sono ferme.

Eppure, diventa sempre più difficile ignorare il macabro business. Lo scorso aprile, la presidente della Commissione per la lotta alla tratta, Leticia López Landero ha detto che il traffico d’organi di migranti irregolari è aumentato esponenzialmente in Messico. E l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha deciso di avviare un’indagine sulla questione in tutta l’America centrale dal 2014. Allora anche l’inchiesta su Mitla – aperta grazie alle pressioni di padre Solalinde – sarà finita. Solo la scoperta dei corpi di 72 centroamericani in Tamaulipas, nell’agosto 2010, ha fatto ammettere alle autorità i sequestri di migranti. Ora i cadaveri mutilati di Mitla costringeranno il Messico ad aprire gli occhi su questo nuovo orrore?
(Lucia Capuzzi Avvenire 21,xi,13)

D’Orta: la lezione dei ragazzi di Napoli

20 Novembre 2013 Nessun commento

Dopo una lunga lotta contro il cancro se ne è andato, a 60 anni, Marcello D’Orta, il maestro che ha raccontato, attra­verso la voce più autentica e natu­rale dei suoi alunni, il mondo della ‘nuova’ scuola italiana, in una realtà assai difficile, quella delle zone più depresse e ad alta densità criminale di Napoli (Forcella, Se­condigliano, Arzano), scoprendo, in quei ragazzi, un’umanità profonda. Tanto che aveva più vol­te sottolineato quanto quell’espe­rienza fosse stata importante per lui: «In tanto degrado ambientale e umano, la loro lezione di vita (mai scoraggiarsi, guardare sempre a chi sta peggio di te, prendere la vita con filosofia, lottare per raggiunge­re l’obiettivo) è stata fondamentale per me, perché mi ha permesso di maturare».E quell’umanità, intrisa di umori­smo e di ironia, ma anche di tanta amarezza, aveva colpito anche i lettori, trasformando il suo primo libro, Io speriamo che me la cavo in un best seller da due milioni di co­pie. Inizialmente a quella sua scel­ta di temi dei suoi ragazzi non ave­va creduto nessuno e il manoscrit­to del libro era stato rifiutato da tutte le case editrici italiane. Non aveva pensato però di mandarlo ad una casa editrice come Monda­dori che invece, dopo averlo rice­vuto, ne intuì le potenzialità, tra­sformando il libro, pubblicato nel 1990, in un best seller tradotto in molte lingue. Un successo che ha fatto del volume un vero e proprio ‘caso’, con rappresentazioni tea­trali in Italia e all’estero, un film di Lina Wertmuller, interpretato da Paolo Villaggio, quattro tesi di lau­rea, e studi anche alla Yale Univer­sity negli States. D’Orta, anche se la sua prospettiva di scuola, come quella che una de­cina d’anni dopo proporrà Paola Mastrocola nei suoi romanzi e nei suoi saggi, viene oggi messa in di­scussione perché troppo disfattista e fuorviante, ha avuto il merito in­vece di dare voce ad una realtà particolare, ad una scuola dove per apprendere, oltre alla didattica, è fondamentale l’ascolto della voce dei ragazzi, la condivisione delle loro esperienze, la naturalità di u­na realtà vissuta in un ambiente che propone non-valori o prospet­tive sempre al di fuori della legge.

Anche dopo aver lasciato l’inse­gnamento, Marcello D’Orta si è sempre sentito maestro e ha conti­nuato in questo suo percorso volto ad accompagnare la ‘parole’ dei ragazzi, tanto che già nel 1992, pubblica un altro libro a tema, che indaga la vita religiosa dei bambi­ni, un aspetto poco considerato dalla nostra società, Dio ci ha crea­to gratis, realizzato con la collabo­razione di amici insegnanti, di ca­techisti e anche di una sorella che insegnava a Milano, componendo quello che D’Orta, nella premessa, definiva «un ritratto, stavolta da un’angolatura insolita, del ragazzi­no meridionale: timido e sfrontato, impunito e filosofo, col suo elo­quio pittoresco, il suo umorismo a volte surreale e soprattutto la sua ancestrale accettazione del dolore, serena e quasi divertita. In più, sbrigliata dagli episodi colorati e dalle note soprannaturali, esplode in queste pagine una fantasia che è gioco, evasione e consolazione. Ma anche lezione di vita».

D’Orta era nato il 25 gennaio del 1953 in una casa di Vico Limoncel­lo, nel Centro Antico di Napoli, in una famiglia di dieci persone. A quei suoi luoghi è sempre rimasto fedele. Dalla sua casa al Vomero, dove viveva con la moglie Laura, prendeva il ‘volo’ viaggiando con la scrittura con la quale, negli ulti­mi tempi, aveva voluto ‘dimenti­care’ la malattia, quel cancro sul quale lo scrittore, qualche mese fa, non avendo vizi di sorta, aveva manifestato il sospetto potesse es­sere stato sviluppato in una realtà ‘avvelenata’ e degradata dalla pre­senza sul territorio dei rifiuti rici­clati illegalmente dalla camorra.

L’impegno civile in questi anni era stato al centro del suo interesse, un impegno legato anche alla fede. Lo scorso anno, commentando la no­tizia che in un quartiere napoleta­no alcune famiglie, non volendo nella scuola frequentata dai loro fi­gli i bambini rom provenienti da un vicino campo, si erano rivolti alla camorra per farli allontanare, aveva detto: «Di fronte all’assenza dello Stato, di fronte a famiglie che dello Stato non si fida­no minimamente pre­ferendo rivolgersi alla camorra, la Chiesa è l’unica alternativa che offra speranza».

Non è un caso che l’ul­timo suo libro, edito da Mondadori lo scorso anno, sempre con le parole dei ragazzi, riguardi proprio queste tematiche, e nasca da una collaborazione con «’A voce d’ ’e creature», la fondazione, in una vil­la sequestrata a un boss, che rac­coglie decine di bambini dai quar­tieri degradati di Napoli e dintorni, guidata da don Luigi Merola, l’ex parroco di Forcella, che per il suo impegno contro la camorra è stato minacciato di morte. E

d è ’A voce d’ ’e creature anche il titolo del libro che nasce dall’incontro fra i ragazzi di don Merola e il maestro più famo­so di Napoli. Loro hanno scritto u­na serie di temi in cui raccontano, con la loro scandalosa innocenza, Napoli e i suoi problemi. Parlano di camorra e di pizzo, di violenza e di monnezza. Il ‘maestro’ D’Orta e don Merola spiegavano così il sen­so dell’iniziativa: ‘Noi crediamo che il riscatto di Napoli parta dai bambini, dal dare voce alle sue creature’. E D’Orta, a questi suoi ‘ragazzi’, prima di andarsene, ha voluto lasciare un grande dono.

G razie all’aiuto della fede e del figlio frate ha scritto un libro su Gesù, riuscendo a correggere, tra tante fatiche, anche le bozze. Il figlio Giacomo, 29 anni, teologo dell’Ordine Religioso dei ‘Frati minimi’ (che celebrerà i fu­nerali oggi alle 12 nella Basilica di San Francesco di Paola, in piazza Plebiscito), spiega: «Papà voleva raccontare Gesù ai bambini e io stavo cercando di dargli una mano dal punto di vista, diciamo così, ‘tecnico’.

La sua fede lo ha aiutato tantissimo

. La malattia lo aveva stroncato nel fisico, ma non nello spirito. Io gli leggevo i vari capitoli e lui correggeva…». Una fede, quel­la di D’Orta che lo aveva portato anche a indagare, con All’apparir del vero (Piemme), il mistero della conversione e della morte di Gia­como Leopardi. Raccontare Gesù ai bambini di og­gi, lo considerava invece la sua o­pera più difficile. Dice ancora il fi­glio: «Ci stava riuscendo ma se se ne è andato al sorgere del sole. So­no convinto che il Signore racco­glierà questo suo sforzo e tanti bambini conosceranno Gesù gra­zie a lui».
(Fulvio Panzeri -AVVENIRE 20.XI.13)

23.500 nuovi posti a torino nel 2012

19 Novembre 2013 Nessun commento


A gennaio partiranno i work­shop su come si cerca un lavo­ro on-line e come si realizza un videocurriculum. Ma
i centri per l’im­piego della Provincia di Torino
si occu­pano anche di far partire tirocini e di scegliere i lavoratori per le aziende. C’è un “ufficio marketing” che va a caccia delle imprese per proporre loro i suoi servizi di selezione del per­sonale. «In tempi di crisi non ci si può limitare ad aspetta­re che siano i privati a rivol­gersi a noi. I nostri clienti so­no i lavoratori e le aziende, queste ultime sono circa 15 mila l’anno. I posti che riu­sciamo a intercettare sono costanti nonostante la crisi, proprio perché investiamo nella ricer­ca di aziende», spiega la dirigente Cri­stina Romagnolli. Sessantamila sono gli utenti che, l’an­no scorso, si sono rivolti per la prima volta a un centro per l’impiego della Provincia (236 mila in totale): i nuovi utenti sono aumentati del 7% rispet­to al 2012, del 20% in riferimento a pri­ma della crisi. E si allungano anche i tempi di permanenza nelle liste, visto che il miraggio di un lavoro si fa più lontano.

I numeri danno l’idea dei risultati otte­nuti dai centri per l’impiego. Nell’ulti­mo anno sono riusciti a far incontrare direttamente domanda e offerta per 23.500 contratti. Si tratta del 7% del to­tale dei nuovi contratti nel torinese, che sono stati 350 mila: vanno da un gior­no di lavoro al sempre più unico che raro posto fisso. Una sola persona, quindi, può avere attivato diversi con­tratti. La crisi picchia: se un tempo dei 4 mila tirocini attivati ogni anno circa la metà sfociava in un contratto, oggi la percentuale si ferma al 20 per cento. In ogni caso è un risultato positivo, tan­to più che 75 mila nuovi contratti so­no stati preceduti da almeno un servi­zio “specialistico” dei centri per l’im­piego, al di là della semplice acco­glienza allo sportello: corsi di forma­zione, tirocini, redazione di curricu­lum, orientamento. Ma non è tutto. Un ritorno dell’affida­bilità dei centri per l’impiego si ha dal fatto che a volte le agenzie per il lavoro private ricorrono ai centri per l’impie­go pubblici: il mese scorso un’agenzia ha chiesto ai centri per l’impiego di Pi­nerolo e Moncalieri aiuto per trovare trecento tecnici, per contratti interina­li della durata di tre anni, per l’Alstom, la grossa azienda che opera nel ramo ferroviario in Provincia di Cuneo. «L’an­no scorso – racconta l’assessore Carlo Chiama – i centri commerciali che a­privano allo Juventus Stadium nel quar­tiere torinese delle Vallette si sono ri­volti a noi per la selezione di 250 di­pendenti, contratti di apprendistato o a tempo determinato: abbiamo rice­vuto 4 mila domande». «Il nostro com­pito non è quello di trovare lavoro, ma facilitare la strada e fornire degli stru­menti » spiega l’assessore. I centri per l’impiego attivano ogni anno, grazie al fondo sociale europeo, bandi per la ri­collocazione di varie categorie, giova­ni, disabili, lavoratori in cassa integra­zione. Tra chi si rivolge ai centri ci sono anche manager e persone altamente qualificate. Per loro esiste uno sportel­lo apposito, come ne esiste uno speci­fico per l’edilizia e uno per il turismo.

I centri per l’impiego sono sparsi in tutta la provincia: in totale sono tredi­ci, a cui si aggiungono due sportelli, ci lavorano 220 dipendenti. Per avvisa­re gli aspiranti lavoratori che sono sta­ti selezionati esiste un sistema che spedisce gli sms, mentre gli stranieri possono contare su 14 mediatori cul­turali di 14 etnie diverse (la loro pre­senza è assicurata fino al prossimo an­no, poi bisognerà vedere in base ai fon­di disponibili). «Per il funzionamento dei centri, ogni anno, spendiamo oltre dieci milioni di euro – spiega l’assessore – purtroppo la spending review ci penalizza e ci ha co­stretti a tagliare quest’anno diversi pro­getti, come quello che per la rioccupa­zione dei disoccupati in là negli anni, che permetteva a 1.500 persone di par­tecipare a tirocini di tre mesi».
(Fabrizio Assandri AVVENIRE 19.XI.13)

percorso di serie B?

15 Novembre 2013 Nessun commento

«Scuola e lavoro? Non chiamatelo percorso di serie B»
Operai «formati corretta­mente » e «al passo con i tempi». L’identikit che Graziano Brenna, vicepresiden­te dell’Unindustria di Como, traccia calza perfettamente con «la tipologia dei ragazzi che e­scono dai percorsi di formazio­ne professionale». E ci tiene a «sfatare vecchi stereotipi che an­cora gravano sulla formazione professionale. Oggi si è molto e­levata – osserva Brenna che da imprenditore guida quattro in­dustrie nel settore tessile – e as­sieme al “saper fare”, oggi i ra­gazzi che escono dalla forma­zione professionale uniscono u­na preparazione culturale più a­deguata ai tempi». Del resto è quello che il mondo dell’impre­sa si attende. «Non solo la qualità si è elevata – prosegue il vicepresidente di Unindustria – ma oggi chi intra­prende il percorso della forma­zione professionale può non fer­marsi alla sola qualifica trien­nale, ma proseguire per un quarto e un quinto anno fino al diploma e quindi accedere an­che all’Università». Un percor­so questo, guardato con interes­se dal mondo dell’impresa.

Le aspettative sono alte, am­mette Brenna. «Siamo un Paese che in assenza di materie prime punta molto sul manifatturiero e in questi anni ha raggiunto li­velli di eccellenza riconosciuti in tutto il mondo. Ovviamente per fare questo c’è bisogno che tut­te le figure professionali presen­ti in un’azienda abbiamo una preparazione di qualità. Anche quella che possiamo chiamare la forza operaia non può e non deve sentirsi esclusa da questo processo di qualificazione sem­pre maggiore». Nasce anche da questa considerazione la crea­zione nell’area del Comasco di ben tre centri di formazione che vedono le aziende aderenti al­l’Unindustria essere parti attive del processo di formazione. «A Erba puntiamo sull’industria metalmeccanica, così come a Lurate Caccivio, dove abbiamo puntato anche sul tessile. E infi­ne a Lenno dove abbiamo ag­giunto anche una particolare attenzione al settore del turi­smo. Da questi centri ogni an­no escono tra i 100 e i 150 ra­gazzi che trovano subito una occupazione».

Un rapporto quello tra mondo dell’impresa e formazione pro­fessionale, che appare di suc­cesso. Un modello, però, che non trova applicazione uniforme nel Paese. «Mi stupisco di questo fat­to – commenta Brenna – e pen­so che non aver puntato su que­sto percorso in alcune Regioni del Paese sia anche alla base di qualche problema che l’Italia sta vivendo». Nulla di male se si è pensato di migliorare il livello culturale delle nuove generazio­ni proponendo magari «l’iscri­zione ai licei e poi all’università. Ma «veda, sul mio tavolo di im­prenditore arrivano molti curri­culum di giovani laureati in cer­ca di occupazione in un settore sicuramente diverso da quello dei loro studi». Ecco allora l’in­vito: «La formazione professio­nale è tutt’altro che un percorso di serie B. E le imprese hanno bi­sogno di lavoratori formati».
(Enrico Lenzi AVVENIRE 13.11.13)

un tremendo centimetro e mezzo di…”minacciosità”

14 Novembre 2013 Nessun commento

Difficile notarla: misura meno di un centimetro e mezzo. E le pietre scure di cui è fatta la rendono opaca, ben poco vistosa, qua­si invisbile. Eppure, all’occhio attento dei telespettatori, non è sfuggita la cro­ce indossata abitualmente dalla re­porter Siv Kristin Saellmann durante la conduzione del telegiornale. Non solo: alcuni hanno ritenuto «minac­cioso » il significato cristiano ricondu­cibile al monile. Addirittura «of­fensivo ». O, nel migliore dei casi, «indice di scarsa oggettività del ca­nale », la presti­giosa tv pubblica norvegese Nrk .
Poco importa che la croce sia il sim­bolo nazionale per eccellenza:
raffigurata in blu scu­ro, bordata di bianco,
è al centro del­la bandiera che Fredrik Meltzer dise­gnò per rappresentare la Norvegia.
A telespettatori e vertici della Nrk , forse, il dettaglio (che dettaglio non è) può essere sfuggito.

Risultato: il caporedattore della sezio­ne meridionale – quella dove lavora Saellmann –, ha ripreso la conduttri­ce, intimandole di non indossare più quella piccola croce. Una violazione del principio di libertà religiosa stabi­lito dalla giurisprudenza europea. In occasione della controversia tra l’ho­stess Nadia Eweida e la British Airways sempre a causa di un ciondolo a for­ma di croce, la Corte di Strasburgo ha dato ragione all’impiegata. Ribadendo «l’importanza della libertà di religione, elemento essenziale dell’identità dei credenti e fondamento, tra altri, delle società democratiche pluraliste». Il medesimo tribunale, però, sul punto è ambiguo. Quando, infatti, «la prati­ca religiosa d un individuo sconfina su diritti altrui» può essere «oggetto di re­strizioni ». In quale delle due ipotesi rientra l’af­faire Saellmann? Il caporedattore non ha dubbi. «I norvegesi hanno un chia­ro codice di abbigliamento per i con­duttori del tg: questi devono essere ve­stiti in modo neu­trale. Li spingia­mo, dunque, ad evitare l’uso di a­biti e gioielli che abbiano una qualche conno­tazione politica o religiosa», ha spiegato al gior­nale The Local , e­dito in Norvegia ma in lingua inglese. Cauta la posizio­ne della protagonista. La bionda Siv Kristin, volto storico della tv, ha detto di non gradire «che la gente chiami il mio capo per dirgli come mi devo ve­stire ». Ma la donna ha anche timida­mente affermato di «non voler offen­dere nessuno». Di essere cristiana ma di considerare il crocifisso “incrimi­nato” un ornamento, tanto più pre­zioso perché regalatole dal marito du­rante una vacanza a Dubai. «Non a­vrei immaginato che qualcuno potes­se protestare». Sull’identità del qual­cuno ci sono notizie contrastanti. Al­cune indiscrezioni parlano di espo­nenti della locale comunità islamica secondo cui «quella croce offende l’i­slam e indica la non imparzialità del­la tv pubblica». Saellmann ritiene più plausibile che siano “zelanti” «attivisti per i diritti civili». Al di là di chi si sia sentito «offeso» dal crocifisso, l’episo­dio può essere una cartina di tornaso­le per leggere il delicato momento po­litico che vive la Norvegia. Al governo, da qualche mese, è andata la coalizio­ne della destra populista di Erna Sol­berg che ha fatto del giro di vite sul­l’immigrazione il suo cavallo di batta­glia: l’annuncio di una drastica ridu­zione dei permessi d’asilo è stata il leit motiv della campagna elettorale. Ap­pena qualche giorno fa, un profugo sudsudanese in procinto di essere e­spulso ha compiuto una strage in cui sono morte tre persone. Una protesta estrema e folle quanto inutile. Ora è e­sploso il caso Nrh : è la prima volta. U­na storia analoga si era, invece, pre­sentata nel 2006 in Gran Bretagna.

La protagonista era Fiona Bruce, re­porter e conduttrice della Bbc. I capi le avevano chiesto di togliere il croci­fisso, lei aveva insistito. I vertici ave­vano, poi, fatto marcia indietro. Sta­volta è stata Saellmann ad arretrare. Forse un modo per disinnescare la ten­sione. Alcuni media riportano il suo allontanamento dalla conduzione ma la notizia non è stata confermata. Al di là di tutto, il dubbio che la questione religiosa stia venendo strumentaliz­zata in una battaglia tra pro e anti im­migrazione rimane.
(Lucia Capuzzi  -AVVENIRE 13.XI.13-)
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modestissima umilissima …sottovocissima domanda mia personale:–che cosa significa “libertà di religione?.. che cosa vuol dire “sconfinare nei diritti altrui”? qui la giornalista addosso a chi era andata a finire? che confini aveva sfondato???chi me lo spiega per favore?? grazie. anawim

«Io, cristiano grazie a Bach»

11 Novembre 2013 Nessun commento

« Capitò qualche tempo fa. E­ro in un momento di profonda depressione e stavo pensando di abbandonare le sce­ne. Sono entrato in una chiesa di Venezia e lì ho sentito che il Signore mi cercava». Ramin Bahrami racconta così la sua con­versione. «Un percorso iniziato anni fa – precisa il pianista iraniano – perché, an­che se per ‘ragioni di stato’ ero musul­mano, mi sono sempre sentito vicino al cristianesimo e ai suoi valori: la mia fa­miglia, con un padre di origine tedesca, era aperta a tutte le tradizioni tanto che da piccolo a Teheran festeggiavo il Nata­le ». La fede è entrata nella vita del musi­cista, che oggi vive tra Berlino e l’Italia, an­che attraverso Johann Sebastian Bach. «Come spiegare una perfezione così alta se non con un’esperienza più grande, co­me se ogni nota fosse dettata da Dio?» ri­flette Bahrami che da martedì pubblica con Decca un nuovo disco, decima tap­pa di un percorso tutto dedicato a Bach. «Questa volta – dice – affronto le Inven­zioni a due e tre voci». 

Maestro Bahrami come è arrivato ad abbracciare la fede cattolica dopo quella chiamata sentita in una chie­sa di Venezia?

Cristo l’ho sempre sentito presente nel­la mia vita. Una presenza che ho avverti­to ancora più forte quel giorno. Da allo­ra ho seguito quella voce e ho capito che non potevo più rimandare la mia rispo­sta a questa chiamata. A giugno sono sta­to battezzato a Vallelonga, vicino a Pizzo Calabro, paese natale dei miei suoceri. Qui sono stato accolto dalla comunità che mi ha abbracciato come un fratello e mi ha fatto sentire la gioia di essere cri­stiano. E il 20 luglio mi sono sposato con rito religioso a Roma: una festa con tan­ti amici.

Bach come è entrato in questo cammino?

Per me Bach è la voce di Dio, la voce di qualcosa di soprannaturale. È il compo­sitore più perfetto, più profondo: in lui ho sempre trovato una fonte di energia in­distruttibile che si rinnova ascolto dopo ascolto. Ogni nota di Bach è ispirata da Dio e per questo è profondamente uma­na: nelle sue pagine si trovano tutte le vo­ci, tutte le culture del mondo e la sua mu­sica travalica ogni epoca suonando an­cora come modernissima.

Un insegnamento che trova anche

nelle “Invenzioni”?

Sicuramente perché quella delle Inven­zioni è una delle tappe più importanti per ogni musicista a livello artistico, ma so­prattutto a livello umano: queste pagine sono l’emblema della possibilità di dia­logo, brevi composizioni dove due voci si cercano e si parlano. E poi fanno spa­zio ad altre voci e il dialogo si allarga si­no a diventare polifonia. Spesso, però, di questi capolavori si fa un uso arbitrario: sono pezzi ‘da laurea’, ma nelle nostre scuole li si utilizza per la didattica di ba­se. Proporle ai giovani va bene come e­ducazione alla bellezza, ma non si può pretendere che vengano eseguite con quella profondità che si acquisisce solo con anni di frequentazione della musica di Bach e mettendo in ciò che si suona le esperienze di vita.

Bach sa parlare al nostro oggi?

Senza dubbio. Prendiamo le Invenzioni dove il musicista mette in guardia da al­cuni mali della società odierna. In que­ste pagine senti che ogni voce è necessa­ria per l’altra e che ogni voce rispetta l’al­tra. Un messaggio per il mondo di oggi dove politica e omologazione comanda­no con i loro disvalori. Bach non con­danna le differenze, ma le armonizza e le fa convivere. Ecco perché Bach, in­segnando a essere persone migliori, oggi potrebbe essere un modello di vi­ta per molti.

A proposito di diversità che devono con­vivere, sembra che dall’Iran, il suo pae­se natale, arrivi qualche segnale di di­stensione.

Segnali timidi. Ma non ci sarà pace fin­ché non ci saranno cambiamenti radica­li, finché Oriente e Occidente non impa­reranno ad abbracciarsi, finché si mette­ranno in prigione donne e bambini, scrit­tori e registi che chiedono solo di essere liberi e di potersi esprimere, finché non ci sarà una giustizia sociale. Spero che l’Iran torni a essere la nazione illumi­nata, aperta al bello e alla speranza, di qualche secolo fa, un paese aperto al contrappunto, al dialogo tra voci di­verse.

Prossime tappe con Bach?

L’Offerta musicale e poi il percorso cul­minerà nel Clavicembalo ben tempera­to.

Ma ho in mente anche un progetto mozartiano, un altro autore toccato dal­la mano di Dio.

(Pierachille Dolfini  –AVVENIRE 10.11.13)

“ma io ero viva!!..”

10 Novembre 2013 Nessun commento

Angèle Lieby, per la prima volta in Italia, ha narrato la sua incredibile vicenda domenica alla trasmissione A sua immagine, andata in onda su Rai Uno (in pagina trovate il video). Come vi avevamo già raccontato, Angèle è stata salvata da una lacrima (è anche il titolo del suo libro edito da San Paolo, Una lacrima mi ha salvato, che in Francia ha già venduto più di 200 mila copie). La sua vicenda è quella di una persona che, solo grazie a una casuale lacrima, ha scampato la morte, ma è anche una forte denuncia della nostra cultura occidentale, spesso troppo frettolosa nel “liquidare” quelle vite che non si ritengono meritevoli di cure.
«Sono l’unica donna al mondo che ha potuto leggere il preventivo del suo funerale», ha scherzato Angèle durante la trasmissione. Ma ha anche aggiunto che ciò che la ha salvata è stata certamente la sua volontà di vivere, ma anche l’amore dei suoi cari e la sua fede: «Ho pregato molto», ha spiegato.
Cosa insegna il suo caso? «Spero sia pedagogico», ha detto Angèle, che ha aggiunto di aver voluto scrivere il libro «perché queste cose non succedano più. Non voglio tenermi tutto per me». Angèle vuole diventare la testimone delle “statue viventi” che sono negli ospedali e non possono farsi sentire. «Vivete a fondo la vita» è il suo messaggio: «La vita è un grandissimo dono».

Qui di seguito ripubblichiamo l’articolo sulla sua vicenda:

Salvata da una lacrima. È l’incredibile storia di Angèle Lieby, una donna francese che è uscita dallo stato vegetativo nel quale si trovava e che in un libro (che in Francia ha già venduto 200 mila copie) racconta la sua vicenda, puntando il dito contro quei medici che ormai la davano per spacciata, trattandola come un oggetto meritevole solo di una “dignitosa” fine.

SENTIRE NEL BUIO. La storia di Angèle, 57 anni, operaia, inizia il 13 luglio 2009. Come racconta nel video che vedete in pagina, sente una forte emicrania. Si reca all’ospedale di Strasburgo, ne discute con i medici che «non capiscono nulla». Non si sente bene, inizia a parlare con difficoltà, fatica a respirare, perde conoscenza. Una diagnosi sciagurata porta i dottori a decidere di intubarla e lasciarla cadere in coma farmacologico. Un coma dal quale, apparentemente, Angèle non si risveglierà mai più. La donna è ormai un vegetale, per la disperazione dei parenti, il marito Ray e la figlia Cathy, già madre di due bambine.
Ma questo è solo ciò che si vede. In realtà, Angèle sente tutto, sebbene – come racconta oggi – non riesca a vedere nulla. Intorno a lei è solo nero. È solo buio. Raccontando quei giorni, in cui attorno al suo capezzale si riuniscono i cari e i medici, scrive nel libro: «Devo sentire tutto per capire cosa succede». Capisce di essere attaccata a una macchina, intuisce di essere alimentata da un sondino. Soprattutto comprende che i medici la danno per spacciata. Dopo tre giorni di coma in cui il suo corpo subisce continui peggioramenti, il 17 luglio un medico – che lei ironicamente soprannomina “dottor Sensibilità” – consiglia al marito di prenotarle un posto al camposanto e di iniziare a contattare le pompe funebri. È meglio intendersi per tempo sulle misure della bara.
Angèla sente tutto. Cerca di urlare, ma la sua è una voce muta. Si accorge che il marito le tiene la mano, ma non ha forza per fare alcun cenno. Si accorge e prova dolore quando i dottori le pinzano un seno, ma non può farlo intendere a chi “sta fuori”. Dice nel libro: «Quello che provo non corrisponde a ciò che trasmetto».

Angele-lieby-libroIL PADRE NOSTRO E LA LACRIMA. I medici si fanno sempre più insistenti col marito. Ormai la situazione è disperata, “occorre staccare la spina”. Un consiglio cui Ray si oppone («non accetteremo mai»), mentre Angèle recita il Padre Nostro.
Il 25 luglio, anniversario del suo matrimonio, entra nella sua stanza Cathy che le rivela di aspettare il terzo figlio e che desidererebbe tanto che la nonna potesse almeno vederlo. È a quel punto che accade l’inaspettato. Dagli occhi di Angèle sgorga una lacrima. Una sola lacrima che consente alla figlia di avvertire i dottori. Poi il movimento di un mignolo. In quel corpo imbalsamato c’è vita.

PRIMO GIORNO DI PRIMAVERA. Da quel momento, Angèle “rinasce”. Studi più approfonditi su quel corpo, che fino a pochi istanti prima appariva solo come un cadavere, rivelano che soffre della sindrome di Bickerstaff. La rieducazione, il periodo che la porta fino alla completa guarigione, è lungo e faticoso. Il marito la assiste con costanza, annotando su un quaderno i progressi. Intanto lei impara lentamente a far comprendere i suoi sentimenti; una pallina regalatale dal coniuge l’aiuta a riacquistare la mobilità degli arti.
Il 14 agosto, per la prima volta, esce dal letto. Lenti progressi le consentono di diventare sempre più indipendente dai macchinari: reimpara a parlare, a deglutire, a relazionarsi con gli altri.
Il 30 gennaio 2010 è a casa.
Il 20 marzo, primo giorno di primavera, esce all’aria aperta.

IL MIO GIOIELLO. Oggi, grazie all’aiuto del giornalista Hervé de Chalendar, ha raccontato la sua storia che può essere letta anche nel volume di fresca pubblicazione Una lacrima mi ha salvato (San Paolo, 168 pagine, 14,90 euro). Un libro nel quale Angèle, parlando della sua «piccola esperienza», mette in guardia coloro che spesso troppo frettolosamente vedono in certi malati solo “vegetali” e non “esseri umani”: «Una persona può essere perfettamente cosciente anche se all’apparenza sembra in coma irreversibile».
La sua vicenda le ha insegnato che «bisogna saper superare le proprie sofferenze e avere fiducia nella vita. Se oggi mi sento più fragile del solito, domani posso avere la fede di riuscire a superare le montagne».
Ha solo un rimpianto: non avere potuto trattenere “quella” lacrima: «Avrei voluto poterla tenere per sempre, conservarla in una scatola come un gioiello e poterla ammirare di tanto in tanto».
(Emanuele Boffi –TEMPI IT)

 

 
 

 

“io non ho paura!”

3 Novembre 2013 Nessun commento

In una società in cui la mor­te è argomento tabù perché non si riconosce più il signi­ficato della vita, accadono fatti che si portano dentro un carico di umanità così forte che è suf­ficiente guardarli per “capire”. Bisogna solo lasciarsi colpire dalla testimonianza che ne sgor­ga. Basta guardare, basta ascol­tare. È tutta da guardare, è tutta da ascoltare la storia di Francesca Pedrazzini, che ha attraversato il mare di una malattia senza scam­po con la certezza che Dio conti­nuava a starle accanto. E viven­do così fino all’ultimo respiro, ha lasciato un segno incancellabile nel cuore di tante persone che l’hanno accompagnata nel suo calvario.

Una bella famiglia, la sua. Inse­gnante di diritto in una scuola superiore di Milano, sposata con Vincenzo, avvocato, tre figli, grintosa e appassionata sul la­voro e con gli amici, un amore speciale per il mare della Grecia. Una vita costellata di superlati­vi assoluti. Tutto “issimo”: la piz­za buonissima, la persona in­contrata simpaticissima, e che spesso diventava amicissima. Cercava la felicità ovunque, e se in una cosa ne percepiva an­che solo un barlume, quella co­sa diventata “issima”.

Un giorno di febbraio del 2011, mentre si toglie il maglione, av­verte un fastidio al seno. Un so­spetto, poi la visita ginecologica, gli esami, la scoperta di un pic­colo tumore, l’intervento chi­rurgico, i medici che rassicura­no – «complimenti, è guarita, tutto a posto». E invece dopo qualche mese il male rispunta, i marker tumorali sono alti, «è ar­rivato dappertutto, ossa e fega­to », si sfoga con un’amica. Fran­cesca va col marito a confidarsi con l’amico Claudio al mona­stero benedettino della Casci­nazza, alle porte di Milano. Un dialogo essenziale. «Noi pre­ghiamo per la tua guarigione – le dice il monaco – ma sappi che se non ci sarà questo miracolo, ce ne sarà uno ancora più grande». Comincia un calvario fatto di ra­dio e chemioterapia, ricoveri e periodi trascorsi a casa tra letto e divano, cortisone, gonfiori, complicazioni, le ossa che si fan­no cristallo. Gli amici, tantissi­mi, si stringono a lei e alla famiglia. In una mail scrive a Clara: «Sono so­praffatta dalla ca­rità di tutti verso di me e quindi dall’abbraccio di Gesù. Lo sai che si girano un file-ex­cel con i turni mattino-pranzo­pomeriggio- sera? È incredibile, continua a chia­marmi gente che vuole venire a trovarmi». «Sopraffatta». Lo dice anche quando viene a sapere che il giro degli amici si è allar­gato al punto che c’è gente che prega e chiede la grazia della guarigione in America, Russia, Libano, Taiwan. Ad Anna, un’al­tra amica, confida che «la mise­ricordia di Dio è grande, perché non passa giorno in cui non mi tiri fuori dalla disperazione. C’è sempre una persona, una te­lefonata, qualcosa che leggo che non permette alla tristezza di avere il sopravvento».

Si fa più intenso, più vero, il suo cammino nel movimento di Co­munione e liberazione che ave­va incontrato da ragazza e le a­veva letteralmente riempito l’e­sistenza, aiutandola a ricono­scere la presenza del Mistero in ogni circostanza. Una frase di Julián Carrón, il sacerdote spa­gnolo che guida Cl e al quale racconta della malattia, le resta nel cuore: «Vedi Francesca, tut­ti noi siamo malati cronici. Ma tu hai un’occasione in più per la tua maturazione, che non puoi perdere».

Anche quando il male si fa più aggressivo, Francesca vuole gu­stare la vita fino in fondo. A fine luglio 2012 l’ultima vacanza a Cefalonia, in Grecia: «Voleva guardare il mare, avere davanti una bellezza – ricorda il marito –. La notte prima di partire l’ha passata sveglia, sul terrazzo. C’e­ra quella vista pazzesca, con la luna riflessa nell’acqua».

Pochi giorni dopo è di nuovo in ospedale, a Milano, dove ri­marrà fino alla morte. Il 22 ago­sto niente visite, vuole dedicare tutto il giorno ai suoi bambini: Cecilia, 9 anni, Carlo 6, Sofia 3. Chiacchiere, scherzi, indovinel­li, qualche lacrima. A Cecilia, che si infila nel suo letto, dice: «Vado in un posto bellissimo, so­no contenta e curiosa. Mi rac­comando, quando vado in Para­diso dovete fare una bella festa». Vincenzo, guardando oggi i suoi bambini, commenta: «Sono se­reni, pieni di vita. La nostalgia c’è, ma non è un ostacolo. Mia moglie quel giorno ha fatto per loro più di quello che una madre può fare in cinquant’anni di a­more e educazione». In ospeda­le sono stupiti dallo spettacolo di tanti amici attorno a quel let­to, a parlare, ridere, piangere, pregare. Un medico dice alla madre di Francesca: «Una fede come quella di sua figlia non l’ho mai vista. Mi sarebbe pia­ciuto conoscerla un po’ di più. Le dica che quando sarà in Pa­radiso si ricordi dell’ultimo me­dico che l’ha curata». Il 23 ago­sto entra in coma, il tempo si fa breve. Vincenzo le dà un bacio e sussurra all’orecchio: «Non ave­re paura». Lei si riprende, apre gli occhi e dice a voce alta: «Io non ho paura».

Sono le sue ultime parole. E so­no diventate il titolo di un libro scritto da Davide Perillo (edi­zioni San Paolo), che raccoglie decine di commoventi testimo­nianze e sta vendendo migliaia di copie. La vicenda di France­sca ha segnato il cuore di molti, ha favorito il riavvicinamento al­la fede di qualcuno, ha lasciato a bocca aperta il taxista che ac­compagnava una delle sue ami­che al funerale: «Che aria di fe­sta, credevo fosse un matrimo­nio ». Piccoli e grandi miracoli quotidiani che continuano ad accadere. Il monaco benedetti­no che Francesca aveva incon­trato dopo avere saputo del tu­more, le aveva detto: «Preghia­mo per la tua guarigione        ma sappi che se non ci sarà questo miracolo, ce ne sarà uno anco­ra più grande».                                 È andata proprio così.
(Giorgio Paolucci —AVVENIRE  2 novembre 2013)