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Archivio Dicembre 2013

“Grazie! vi sento!”

30 Dicembre 2013 Nessun commento

Venerdì scorso i genitori di Delaney Brown, bambina di 8 anni che vive in Pensylvania (Usa), hanno appreso la notizia più triste: le cellule tumorali nel sangue della piccola sono al di sopra del 70%. La sua leucemia, diagnosticata a maggio, è ormai allo stato terminale.

Sempre venerdì, davanti alla sua finestra, c’erano però quattromila persone (riscrivo, 4 mila!) per cantare le canzoni natalizie che la piccola aveva desiderato sentire da tempo: un coro bellissimo di gioia e umanità. La richiesta era stata lanciata dalla madre su Facebook per farle vivere “lo spirito del Natale” in questi giorni di malattia. “Grazie, vi sento” ha scritto lei sempre su Facebook, dal suo letto.

Sarebbe bello poter scrivere che quelle canzoni salveranno la sua vita. Forse non è così: non so dire bene neppure che senso abbiano e se abbia senso anche solo raccontarne. Eppure, non so come, intuisco la piccola, leggera e immensa carezza che fanno a quella vita. E questa gocciolina di grandezza umana, impotente eppur presente, mi ricorda quei pastori erranti dell’Asia, che non avevano il potere di dare alla famigliola quella casa che mancava, quella ricchezza che non c’era. Non avevano nulla da offrire ma erano lì, a guardare e chissà, mi piace immaginarlo, a cantare i primi primissimi canti di quel Natale che accadeva davanti a loro. Non lo potevano salvare quel bambino, eppure erano lì, forse portando in cuore la segreta speranza che potesse essere Lui, chissà come, a salvarli. Buon Natale.

@PinoSuriano

betlemme

Famiglia, la trappola della nuova psicologia

28 Dicembre 2013 Nessun commento

È stata saggia la decisione con la quale, poche settimane fa, il Tribunale di Bologna ha affidato una bimba di tre anni a una coppia gay? È la stessa cosa avere una madre e un padre o avere ‘genitori’ gay?

Quel Tribunale sembra esserne convinto: «In assenza di certezze scientifiche o dati di esperienza – esso scrive, motivando la propria decisione – costituisce mero pregiudizio la convinzione che sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale». Che in tal modo si usi di fatto una bimba come ‘cavia’ per un esperimento familiare dei cui esiti nessuno può avere certezza, è tema che sembra non aver sfiorato la mente dei giudici. Ma possiamo anche arrivare a capirli (!), dato che oramai molti psicologi (forse non proprio tutti, ma certamente tanti) si muovono nel loro stesso senso, invocando per di più l’autorevolezza di rispettabili società scientifiche, come l’American Psychological Association, da vari anni attestata nella difesa della «normalità» delle coppie omosessuali. In Italia, poi, si ama sempre esagerare: la rivista «Infanzia e adolescenza», nel suo ultimo numero, dà addirittura notizia di recenti ricerche, che riscontrerebbero maggiore disponibilità, nei confronti dei figli, delle coppie omosessuali rispetto a quelle eterosessuali…

Dobbiamo fidarci degli psicologi? Le loro ricerche e le loro teorie sull’omosessualità sono davvero attendibili? Che rilievo dobbiamo dare a quella minoranza di psicologi (perché certamente di minoranza si tratta) che continuano a sostenere che l’omosessualità è un disturbo della personalità, un «disordine oggettivo» (secondo il lessico del Magistero della Chiesa) e che i bambini hanno il diritto di crescere con un papà e una mamma, perché questa è la configurazione ottimale della famiglia? In breve: dobbiamo o no attivare petizioni, procedere a raccolte di firme, promuovere battaglie culturali contro i movimenti che in nome della psicologia (e quindi della scienza!) accusano di pregiudizio coloro che non sono convinti del carattere antropologicamente rilevante della differenza sessuale?

Cerchiamo di mettere bene a fuoco tale questione,

che va molto al di là del pur rilevante caso della bimba di Bologna. E non cadiamo nella trappola di considerarla eminentemente psicologica . Nei suoi elementi essenziali, infatti, non si tratta di una questione psicologica, ma antropologica e giuridica. Quindi, non è agli psicologi che spetta l’ultima parola. Se affidiamo la questione alla psicologia, e non all’antropologia, come è invece giusto fare, cadiamo in una trappola da cui non riusciremo più a liberarci.

È probabile che molti psicologi (soprattutto i più arroganti) non siano in grado di percepire la differenza che si dà tra le due prospettive: per loro la psicologia assorbe l’antropologia, e dovrebbe quindi dettarne i confini (e per di più con autorevolezza scientifica). È una pretesa indebita, una variante del solito e monotono riduttivismo scientistico, quello per il quale l’uomo «non è altro che» politica, economia, fisiologia, alimentazione, storia, cultura, ragione, corpo… o anche psiche (e questo a seconda dei ‘gusti’, cioè della prospettiva scientista che si vuole privilegiare). Non è così: l’uomo è tutto questo (politica, economia, alimentazione cultura, storia, ragione, corpo, psiche) e molto di più. A fronte di quegli psicologi che sostengono che la famiglia «cosiddetta naturale» rappresenta un’astrazione, va ribadito che l’indagine antropologica, quando non si lascia intimidire, mostra esattamente il contrario: la famiglia è il contrario di un’astrazione, è il luogo concretissimo, insostituibile, istituzionale dell’acquisizione dell’identità. E l’identità (con buona pace di certi psicologi) non coincide con l’io, ma con la ‘persona’: non è concetto riduttivamente psicologico, ma umano.

Può crescere ‘bene’ un bambino affidato a una coppia gay? Tanti psicologi dicono di sì. Possiamo dirlo anche noi: perché mai non potrebbe? Non c’è esperienza umana, per quanto lacerante, che non possa essere occasione o presupposto di ‘bene’: non solo i miti e le favole (che parlano addirittura del destino ‘regale’ che può offrirsi ai bambini più infelici), ma tutta la letteratura (si pensi ai romanzi di Dickens) ripetono incessantemente che è straordinaria la forza che emerge in bimbi abbandonati, strappati all’affetto materno e familiare, rinchiusi in orfanotrofi freddi e tristissimi o perfino cresciuti nei penitenziari. A tutti è data la possibilità di una vita ‘buona’, perché la forza dello spirito può vincere ogni avversità. Non c’è dubbio quindi che anche i bambini affidati a una coppia gay – per di più riconosciuta dai giudici come equilibrata – possano non solo soggettivamente, ma anche oggettivamente crescere felici. Il problema che dobbiamo valutare – e che non è psicologico – è se la famiglia «cosiddetta naturale» rappresenti o no un bene antropologico da difendere e da promuovere e se queste nuove forme di affidamento familiare non siano modalità per offenderla.

Il modo giusto di difendere quel ‘bene’ che è la famiglia non è quello di ipotizzare (con molta ragionevolezza, ma – ahimè – senza prove definitive) necessarie sventure o inevitabili sofferenze per chi cresca ‘senza famiglia’ o in famiglie alternative, ma semplicemente quello di ribadire che solo la famiglia e il complesso dei vincoli «naturali» che da essa conseguono garantiscono l’ordine delle generazioni. È in questo ordine che si realizza quel bene propriamente umano e personale che consiste nell’essere genitori e figli e non nel comportarsi come genitori e come figli (per quanto impeccabile questo ‘comportarsi’ possa rivelarsi nei singoli casi).

La questione, ripetiamolo ancora una volta, non è psicologica, ma antropologica: fino a quando non arriveremo a capirlo non potremo affrontarla in modo corretto e con onestà intellettuale.

Francesco D’Agostino AVVENIRE 10 dic. 2013

«Io, ex camorrista, vi dico: cambiare vita è possibile»

24 Dicembre 2013 Nessun commento

 

Sparava agli ordini dei boss. Oggi fa il volontario
Sta finendo di preparare un centi­naio di calze per altrettanti bam­bini. «Caramelle, dolcetti, ciocco­lata e così passeranno una bella Epifania almeno i più piccoli di tante famiglie, gra­zie ad alcune altre che mi mettono a di­sposizione le loro donazioni». Perché c’è sempre un’altra occasione. Anche se nel­la camorra nemmeno sei stato proprio bassa manovalanza. «Capii che non è mai troppo tardi per cominciare una nuova vita». Napoletano, 54 anni, ne aveva 18 quando venne arrestato la prima volta, dopo aver cominciato a far seri danni a 14. Un anno più tardi evase dal manicomio criminale di Aversa.

Cerca molte volte di scappare dal carce­re, anche «aprendomi la pancia e tirando fuori l’intestino, per essere portato d’ur­genza in ospedale, dov’era più facile fug­gire ». In realtà da lì non ci riesce mai. Su lui a un certo punto pendono centoven­ti mandati di cattura. Provano a uccider­lo, un paio di volte accade anche in carcere, gli spa­rano addosso un centinaio di colpi. Una pallottola è ancora dentro il suo osso sacro: «Credo che Qualcu­no abbia deciso non do­vessi morire».

Colpa mia

Fortunato Ferrara ha com­messo molti reati e molto pesanti: a mettere insieme le sue condanne si supe­rano i duecento anni, più un’altra decina di manicomio criminale. Ne sconta ven­totto in galera e un paio appunto in ma­nicomio, avendo la seminfermità men­tale. Passa un bel pezzo anche nelle car­ceri speciali: prima Pianosa, poi Fossom­brone, Novara, Porto Azzurro e infine il supercarcere di Trani.

Passo indietro: «Quando entravi a Pog­giorale (carcere napoletano, ndr ) dovevi andare da una parte o dall’altra e non po­tevi dire ‘non appartengo a nessuno’». Dunque organico ai cutoliani o alla nuo­va famiglia. Ti piacesse o no, fossi un ca­ne sciolto o no, la camorra t’ingoia.

I suoi genitori erano poveri e onesti: «Da piccolo rubavo i giocattoli natalizi, ma li regalavo, perché se li avessi portato a ca­sa mio padre mi avrebbe ammazzato di botte». Lo fa per un senso di onnipoten­za, di forza. Non si nasconde, Fortunato: «La colpa di quanto ho fatto è solo mia. In genere si dice che è della famiglia, del­l’educazione… Non è vero niente». Ha studiato fino alla terza. La licenza ele­mentare e quella media le ha prese in car­cere.

Non potevo tradirli

Una vita assurda quella di Fortunato. Al­lucinata, allucinante. Cattiva. Violenta. Eppure non ancora persa. Perché c’è sem­pre un’occasione. «Una volta il magistra­to di sorveglianza a Trani e il direttore del supercarcere mi chiesero se, con altri de­tenuti, volessi partecipare a una gita nel­lo zoo di Fasano di Puglia». Pensa a uno scherzo. Invece è vero. Qualcuno gli ave­va dato fiducia e non era mai successo. Non dorme per questo. Proprio a lui, il camorrista senza scrupoli, quello i cui tentativi di fuga neppure si contano più, permettono di uscire, sia pure con tanto di scorta?

L’idea di scappare in quelle due ore gli ba­lena nella mente pochi istanti, scompare e non tornerà mai più. «Non potei tradi­re quel magistrato e il direttore». Fu il suo onore ritrovato a cambiarlo: «Che uomo sarei stato? Non potevo tradire la loro fi­ducia, non potevo tradirla». Se quello stes­so magistrato fosse stato lui, avrebbe da­to la stessa fiducia a Fortunato? «Penso di no».

Non rifarei nulla

Su se stesso non usa mezzi termini. «Non rifarei niente di quanto ho fatto. Non u­na sola cosa. Furono errori i miei», lo ri­pete ogni volta che può. E «non credo di avere saldato il mio debito con la società». Oggi il suo sguardo s’è addolcito e sorri­de. Ha una grande statua della Madonna nel suo negozietto grondante confusione e oggetti usati, abbigliamento di seconda e terza mano: «La protettrice dei disgra­ziati ». Dei reietti. «Io penso che la mia vi­ta sia cambiata per volere di Dio. I miei an­ni di carcere non sono certo stati colpa sua».

Quando gli concedono la semilibertà, nel­le ore diurne va a fare il volontario in una comunità. Un anno dopo a Trani diventa necessario creare una struttura di acco­glienza: «Accettavamo tossici, ubriachi, senza fissa dimora, malati di mente, chiunque avesse bisogno. I ‘difettati’, co­me li chiamo io. E per seguirli ci vuole un… ‘difettato’ come loro!».

Nessuno voleva toccarla

Tutto comincia con una donna «ricove­rata nell’ospedale di Triggiano, paesino non lontano da qui». Ha una gravissima malattia infettiva e nessuno vuole occu­parsene, nessuno vuole toccarla. «La pre­si e la portai a Trani, promettendole che non l’avrei mai lasciata in strada». Rima­ne alcuni giorni nella comunità, poi For­tunato affitta un ‘basso’ e la porta lì per assisterla, insieme a un ragazzo appena uscito dalla comunità, al quale fu lui a dare fiducia. In quel momento nasce un centro di accoglienza per emarginati (messo su insieme a un parroco tranese, don Mimmo De Toma). Che esiste anco­ra oggi…            (Pino Ciociola   AVVENIRE  22 dic. 13)

“vi voglio infastidire”

23 Dicembre 2013 Nessun commento

“Carissimi, non obbedirei al mio dovere di vescovo, se vi dicessi “Buon Natale” senza darvi disturbo. Io, invece,

vi voglio infastidire…

Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati. Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli! Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio…

Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate…

Giuseppe che nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro…

I poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere “una gran luce” dovete partire dagli ultimi. Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili. I pastori che vegliano nella notte “facendo la guardia al gregge” e scrutano l’aurora vi diano il senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio. E vi ispirino il desiderio profondo di vivere poveri che è poi l’unico modo per morire ricchi. Buon Natale! Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza”.

Tonino Bello, vescovo

Esprimere le proprie idee su matrimonio e famiglia non è mai un insulto

21 Dicembre 2013 Nessun commento

Esprimere le proprie idee su matrimonio e famiglia non è mai un insulto

Ciao ,

ti scrivo per invitarti a firmare e diffondere tra i tuoi contatti la seguente petizione di CitizenGO, riguardante il documento “Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone LGBT”, a cura del Dipartimento delle Pari Opportunità,

http://www.citizengo.org/it/1813-liberta-di-opinione-su-matrimonio-e-famiglia

Il testo dichiara di voler contribuire all’abolizione degli stereotipi e dei discorsi pregiudizievoli nei confronti delle persone LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali). Alcune delle indicazioni fornite sono sacrosante (e così ovvie da essere quasi inutili): le persone LGBT non devono essere insultate, descritte in modo stereotipato, offese o discriminate in quanto tali. Purtroppo, il documento va ben oltre, fino a rappresentare un vero e proprio testo propagandistico dell’ideologia gender e dei cosiddetti “diritti delle persone LGBT”. Di seguito alcuni esempi:

  • Matrimonio e famiglia: il documento diffida dal parlare di “famiglia tradizionale” (quella composta da un uomo e una donna) e di “matrimonio gay”, affermando che le unioni tra persone dello stesso sesso non vadano differenziate dai matrimoni tra uomo e donna e che le “famiglie omogenitoriali” non debbano essere linguisticamente distinte dalle altre. Questo punto è evidentemente lesivo della libertà di opinione di tutti coloro che credono che il matrimonio sia riservato alle unioni tra uomo e donna e che solo questa istituzione possa fondare una famiglia autentica.
  • Politica e diritti: da un lato il documento sconsiglia di legare le tematiche LGBT all’intervento di specialisti (come psicologi e psicanalisti) per non “depoliticizzare le questioni inerenti i diritti LGBT”, ma dall’altro lato a sua volta neutralizza il dibattito su tali questioni (matrimonio tra persone dello stesso sesso, adozione e così via), dando per scontati provvedimenti e dispositivi legislativi attualmente inesistenti e bollando tutto il resto come pregiudiziale e discriminatorio.
  • Dibattiti: si afferma che “non è affatto ovvio” proporre contraddittori sui diritti delle persone LGBT. Ancora una volta, si scambiano i diritti individuali (sacrosanti per tutti gli individui, senza distinzione alcuna) con le discussioni sull’istituto della famiglia e del matrimonio, che non hanno nulla a che fare con i diritti delle persone e che devono essere oggetto di dibattito democratico.
  • Discorsi d’odio: si afferma di voler combattere i discorsi di incitamento all’odio (obiettivo ovviamente encomiabile), ma di fatto si finisce col considerare tale tutto ciò che non si dichiara favorevole all’estensione del matrimonio alle coppie formate da persone dello stesso sesso.
  • Neutralità: il documento si avvale dell’autorità e della neutralità dovute al suo carattere istituzionale, ma di fatto esprime opinioni politiche e ideologiche tutt’altro che asettiche, e di conseguenza orienta i mass media e l’opinione pubblica che ne fruisce, sia in modo diretto (ad esempio, dichiarandosi nemmeno troppo velatamente a favore dell’introduzione del cosiddetto “matrimonio gay”) sia indirettamente (come quando si consiglia di non utilizzare l’espressione “utero in affitto” e di sostituirla con “gestazione di sostegno”, come se una diversa espressione linguistica potesse far scomparire le enormi problematiche etiche e giuridiche legate a questa prassi).

In generale, il documento confonde continuamente il rispetto per le persone LGBT (che è assolutamente doveroso, così come il rispetto per tutte le persone, senza distinzioni in base all’orientamento sessuale) con le rivendicazioni di modifiche a istituti della società (come matrimonio e famiglia) che non c’entrano nulla nè con i diritti individuali nè con il rispetto dovuto a ogni essere umano.

Affermare che il matrimonio è l’unione di un uomo e una donna e che così dovrebbe essere per legge o dichiarare che un bambino deve essere cresciuto da un padre e una madre (e affermare queste cose senza violenza o insulti) non vuol dire mancare di rispetto a nessuno, ma semplicemente significa esprimere un’opinione politica. Non si capisce perché il Dipartimento delle Pari Opportunità debba vietare a un giornalista di esprimersi su queste tematiche, perché il dibattito democratico debba essere sospeso in nome del politically correct, perché le decisioni su questi temi debbano esser prese a priori rispetto al Parlamento e all’opinione pubblica, perché chi non è in linea con queste convinzioni politiche debba essere tacciato di omofobia e intolleranza.

Per tutte queste ragioni, ti chiedo di sottoscrivere e diffondere questa petizione di CitizenGO, cliccando sul link seguente:

http://www.citizengo.org/it/1813-liberta-di-opinione-su-matrimonio-e-famiglia

Per ogni firma, il presidente dell’Ordine dei giornalisti Enzo Iacopino riceverà una e-mail che gli chiede di non adottare queste linee guida liberticide all’interno del codice deontologico della professione giornalistica.

Grazie del tuo impegno in difesa della libertà di opinione di chi crede nel valore della famiglia.

Colgo l’occasione per augurare a te e alla tua famiglia un sereno Natale.

A presto,

Matteo Cattaneo e il team di CitizenGO

Le parole di Francesco che l’America non ha capito

12 Dicembre 2013 Nessun commento

Leggendo la nuova esortazione apostolica di papa Francesco, dopo gli sconcertanti equivoci suscitati dai commenti pubblicati dal Guardian e da Reuters nel Regno Unito (entrambi con simpatie a sinistra), e rivisitandola con quella particolare sensibilità al linguaggio che può avere un orecchio americano, sono rimasto anch’io colpito, sulle prime, dalla faziosità e infondatezza di cinque o sei frasi del pontefice.
Ma riesaminando il testo completo nella traduzione inglese attraverso lo sguardo di quel professore-vescovo-papa nato e cresciuto in Argentina, ho cominciato ad avvertire qualche simpatia per le espressioni utilizzate da papa Francesco.
Innanzitutto,
avevo già avuto occasione di studiare i primi scritti di Giovanni Paolo II, a lungo vissuto sotto l’oppressione di un governo comunista che, a parole, esaltava l’”uguaglianza”, ma in realtà esercitava il controllo più assoluto e dispotico su politica, economia e cultura attraverso un regime spietato. Dal 1940 al 1978, quando si trasferì in Vaticano, Giovanni Paolo era rimasto del tutto ignaro di economia capitalistica e di sistemi di governo democratici e repubblicani. Per arrivare ad afferrare i concetti sottesi a quella forma di economia politica, il papa polacco dovette ascoltare molto e imparare a esprimersi con un linguaggio completamente diverso.
Ciascun pontefice proviene, ovviamente, da esperienze formative uniche e irripetibili, ma avendo io insegnato per diversi mesi sia in Argentina che in Cile sul finire degli anni Settanta, ho potuto leggere l’intera esortazione papale con un orecchio capace di cogliere gli echi economici e politici della vita quotidiana di quel paese sudamericano.
In Argentina ebbi modo di osservare un divario ben più marcato tra la classe media agiata e gli strati meno abbienti di quanto non avessi mai rilevato in America e mi resi conto che a quei poveri restavano ben poche strade per uscire dalla miseria. Negli Stati Uniti, la stragrande maggioranza dei ricchi e della classe media è costituita da immigrati e figli di immigrati che sbarcarono sulle nostre sponde privi di ogni mezzo, senza conoscere la lingua, con una scolarizzazione minima, capaci solo di svolgere i lavori più umili. Ma davanti a loro si aprivano tantissime occasioni per affermarsi. Come ha ribadito l’economista peruviano, Hernando de Soto, gli Stati Uniti erano caratterizzati da una forte legalità e da chiari diritti di proprietà, sui quali gli immigrati poterono costruire il loro avvenire in tutta sicurezza nel corso delle generazioni successive.
Quasi tutte le persone a me vicine hanno conosciuto povertà e privazioni nei primi anni di vita. I nostri nonni trovarono lavoro nelle industrie tessili e nelle acciaierie, furono magazzinieri, giardinieri, manovali, tute blu di ogni genere senza alcuna forma di copertura sanitaria, né assegni familiari, né alloggi popolari. Niente di niente. Eppure lavorarono sodo e in qualche modo riuscirono a mandare i figli a scuola e all’università. Oggi i loro figli sono dottori, avvocati, professori, editori e piccoli imprenditori da un capo all’altro del paese.
Nella sua Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni (1776), Adam Smith paragonava la storia economica dell’America latina con quella dell’America del nord, rilevando come in Sudamerica vigessero ancora molte istituzioni dell’Europa feudale – grandi latifondi, piantagioni, braccianti agricoli. Solo nelle regioni del sud degli Stati Uniti si era perpetuata una situazione analoga. In tutta l’America latina, per quasi due secoli, poteri e privilegi economici venivano concessi dai funzionari del governo coloniale, che risiedevano in Spagna e Portogallo. Nella Repubblica Dominicana, per esempio, un contadino che avesse voluto installare una piccola forgia doveva aspettare mesi o anni per ottenere il permesso dalla Spagna. Molto più facile era trattare con i pirati. In America del nord, il contadino metteva su la sua fonderia senza dover chiedere il permesso a nessuno. E in America latina, persino dopo l’indipendenza, le strutture della sovranità statale rimasero immutate, in ottemperanza a usanze secolari.
Ma se al nord la ribellione delle colonie inglesi aveva generato sfiducia verso la monarchia e l’aristocrazia in genere, poiché i loro rappresentanti si erano rivelati del tutto inaffidabili nel gestire o tutelare il bene comune, in America latina, invece, si sviluppò una mentalità diametralmente opposta. Qui si era continuato ad affidare alle istituzioni dello stato la gestione del bene comune, malgrado gli innumerevoli esempi di funzionari infedeli e disonesti, i lunghi periodi di dittatura, e l’uso disinvolto delle risorse economiche per l’arricchimento personale dei successivi capi di governo. In America latina, a godere di scarsa fiducia non era lo stato, bensì il settore privato e pluralistico.
Sul versante opposto, in America del nord, sotto un governo i cui poteri erano severamente circoscritti dalle leggi, si diffuse la proprietà privata (tranne che sotto l’iniqua istituzione della schiavitù), che favorì la crescita di un’infinità di medie e piccole imprese e il proliferare di tantissime aziende agricole. Smith vedeva la creazione della ricchezza nell’America del nord come una spinta dal basso, dalle risorse economiche accumulate dagli strati più poveri della popolazione, dove proprio grazie alle virtù del risparmio e della frugalità si fecero saggi investimenti nelle infrastrutture del paese, quali canali e ferrovie, e in altre grandi società e imprese.
Meno di settant’anni dopo la morte di Adam Smith, il figlio di un colono delle pianure centrali dell’Illinois, Abraham Lincoln, descriveva gli effetti tangibili degli scambi commerciali globali, allora visibili persino nelle case dei contadini delle grandi praterie: tabacco, cotone, spezie, whisky, zucchero, tè, argenteria, vasellame. Lincoln attribuiva questa prosperità crescente all’audacia e all’intraprendenza della marina mercantile americana, condividendo le osservazioni di Tocqueville.
Lincoln faceva anche riferimento alla clausola sui brevetti e copyright inserita nella costituzione americana, che garantiva agli inventori il diritto di godere dei frutti delle loro invenzioni. Secondo Lincoln, questa piccola clausola era da annoverarsi storicamente tra i sei grandi pilastri della libertà, addirittura indispensabile per liberare gli uomini di ogni latitudine dalla miseria e dalla tirannide.
Quell’unica clausola – e ricordiamo che solo in questo caso viene menzionata la parola “diritto” nell’intera costituzione americana – lanciò al mondo un nuovo modello economico, fondato non già sulla tradizione millenaria della proprietà terriera, bensì sulla proprietà intellettuale di idee creative, invenzioni e scoperte, che accelerarono la comparsa di un’infinità di nuovi prodotti destinati ad arricchire la vita quotidiana della gente comune. Grazie alle royalties, più era grande il successo delle nuove invenzioni, più crescevano i profitti dell’inventore. Gli inventori si arricchivano creando nuovi prodotti e servizi per gli altri, e queste ricchezze, a loro volta, sostenevano e alimentavano il benessere dell’intera società.

Giovanni Paolo II, il papa polacco, seppe riconoscere questo grande cambiamento sociale nell’enciclica Centesimus annus (1991)

, che recita al paragrafo 32: “Ma un’altra forma di proprietà esiste, in particolare, nel nostro tempo e riveste un’importanza non inferiore a quella della terra: è la proprietà della conoscenza, della tecnica e del sapere. Su questo tipo di proprietà si fonda la ricchezza delle Nazioni industrializzate molto più che su quella delle risorse naturali.” Il resto del brano coglie con estrema precisione le cause della ricchezza, il ruolo della persona umana e delle associazioni nel loro contributo alla solidarietà mondiale, che si manifesta attraverso la globalizzazione. Giovanni Paolo II comprese immediatamente che oggi “il fattore decisivo è sempre più l’uomo stesso, e cioè la sua capacità di conoscenza che viene in luce mediante il sapere scientifico, la sua capacità di organizzazione solidale, la sua capacità di intuire e soddisfare il bisogno dell’altro.”
Poi, nel brano 42, Giovanni Paolo II definiscebrevemente il suo capitalismo ideale, come sistema economico che scaturisce dalla creatività, sotto l’egida della legalità, e “il cui centro è etico e religioso”. Ma già nella sua prima enciclica sociale, Laborem exercens (1981), nel respingere direttamente il linguaggio dell’ortodossia marxista sul lavoro, il papa aveva dato avvio al progetto della “teologia della creazione” come superamento della “teologia della liberazione”. Negli anni successivi, il papa affronta il concetto del “capitale umano”.
Passo dopo passo, Giovanni Paolo II elabora la sua visione dell’economia che meglio si adatta alla persona umana – lungi dalla perfezione (in questa valle di lacrime), ma migliore di qualunque alternativa, comunista o tradizionale – e la suggerisce come “il modello che bisogna proporre ai Paesi del Terzo Mondo, che cercano la via del vero progresso economico e civile”.
All’inizio del ventesimo secolo, l’Argentina era uno dei quindici maggiori paesi industrializzati al mondo e derivava sempre di più la sua ricchezza dalle invenzioni moderne anziché dall’attività agricola. Poi un’idea devastante di economia politica, che in quegli anni si diffuse come un morbo dall’Europa – il populismo fascista che pretendeva il massimo controllo sull’economia – intervenne a rallentare drammaticamente la crescita economica e politica dell’Argentina. L’instabilità del governo e delle istituzioni fece traballare la creatività economica. L’inflazione raggiunse picchi inauditi. (Nei primi anni Ottanta mi portai a casa dall’Argentina una banconota da un milione di pesos che valeva appena due centesimi.)
Nel corso di tre generazioni, una parte davvero esigua delle ricchezze naturali del paese e ben scarse occasioni di avanzamento e progresso si sono riversate nelle ciotole vuote dei poveri, relegati in fondo alla scala sociale. Le occasioni di miglioramento verso l’alto erano (e restano) assai rare. Oggi, il destino dei poveri in Argentina è statico, immutato. I poveri ricevono scarsissima formazione personale per poter trasformarsi in attori autonomi, dotati di creatività e iniziativa; pochissime leggi, istituti di credito e altre organizzazioni offrono loro un sostegno pratico nella spinta verso l’alto. Le energie umane vengono svilite e annullate dalla dipendenza dai sussidi di povertà. Di conseguenza, la stagnazione diffusa della società presenta pochissime opportunità ai poveri per uscire dalla miseria. Un senso sconfinato di umiliazione personale affligge inoltre i più deboli, consapevoli della loro dipendenza e del mancato raggiungimento di traguardi personali. Se questa è la dolorosa situazione che papa Francesco contemplava nel comporre la sua esortazione, ciò corrisponde a quanto è sotto gli occhi di molti osservatori.

La parola “capitalismo” ha un certo numero di accezioni,

molto diverse tra loro, a seconda delle esperienze. Oggi, in molti paesi dell’America latina, i dirigenti delle grandi imprese sono spesso i nipoti dei grandi latifondisti del passato. Alcuni di loro sono uomini lungimiranti, ricchi di inventiva e di iniziativa personale, capaci di costruire vasti imperi. Eppure, ancora oggi, è difficile pensare a un singolo oggetto di uso comune che sia stato inventato dai sudamericani.
È pur vero che, in molti nuovi settori, creatività e innovazione si stanno facendo largo anche in America latina. Lo dimostra, per esempio, il successo commerciale dei jet brasiliani Embraer , acquistati da numerose linee aeree in tutto il mondo, comprese quelle statunitensi. Eppure, il sistema economico sia in Argentina che in altri paesi del continente sudamericano languisce nell’immobilismo delle strutture tradizionali di mercato, non avendo saputo cogliere l’occasione di diventare capitalista nell’imprenditoria e nell’innovazione.
Chiunque voglia commentare le tematiche economiche diEvangelii gaudium dovrebbe tener presente, sin dall’inizio, che questa esortazione non intende trasmettere le opinioni del pontefice in materia di politica economica, ma semplicemente una serie di consigli e ammonimenti pastorali. Nel brano 51 papa Francesco scrive:
Non è compito del Papa offrire un’analisi dettagliata e completa sulla realtà contemporanea, ma esorto tutte le comunità ad avere una “sempre vigile capacità di studiare i segni dei tempi.”…In questa Esortazione intendo solo soffermarmi brevemente, con uno sguardo pastorale, su alcuni aspetti della società che possono arrestare o indebolire le dinamiche del rinnovamento missionario della Chiesa, sia perché riguardano la vita e la dignità del popolo di Dio, sia perché incidono anche sui soggetti che in modo più diretto fanno parte delle istituzioni ecclesiali e svolgono compiti di evangelizzazione.
Pur tuttavia, alcune delle pesanti critiche mosse da questo testo appaiono talmente appassionate e mirate da smentire la normale serenità e generosità di spirito che caratterizzano papa Francesco. E naturalmente, su queste critiche si sono avventati i media, come Reuters e il Guardian.
Tra di queste ricordiamo

“le teorie della ricaduta favorevole”,

la “tirannia invisibile”,

l’”idolatria del denaro”,

l’”inequità”

, e la necessità di un ”ritorno dell’economia e della finanza ad un’etica in favore dell’essere umano.”
Ma allora perché, si chiede Mary Anastasia O’Grady, una delle più attente osservatrici dell’America latina, “la stragrande maggioranza dei poveri e dei disperati si concentra in quei paesi dove lo stato si è arrogato un ruolo determinante nell’economia”? Da Max Weber in poi, il pensiero sociale cattolico è stato accusato di essere la causa della povertà in molte nazioni cattoliche. E proprio su questo versante, Papa Francesco inavvertitamente rafforza le tesi di Weber.
Sarebbe auspicabile chiedere a uno storicodell’economia di inserire nel contesto appropriato ciascuna di queste accuse gravi e provocatorie, e di spiegare a che cosa voglia alludere in ciascun caso l’autore, allo scopo di controbattere l’uso strumentale che se ne fa nei mezzi di comunicazione odierni. Vorrei concentrarmi brevemente su un’unica affermazione del pontefice: la sua superficiale allusione alle teorie della “ricaduta favorevole”. In questo caso, l’equivoco potrebbe nascere dallo scarto netto che si avverte tra la traduzione ufficiale inglese fatta dal Vaticano e il testo originale spagnolo redatto dal pontefice. Scrive il Papa:
En este contexto, algunos todavía defienden las teorías del “derrame,” que suponen que todo crecimiento económico, favorecido por la libertad de mercado, logra provocar por sí mismo mayor equidad e inclusión social en el mundo.
Leggiamo ora l’infelice versione inglese:
In this context, some people continue to defend trickle-down theories which assume that economic growth, encouraged by a free market, will inevitably succeed in bringing about greater justice and inclusiveness in the world.
La traduzione inglese di “derrame” con “trickle-down” introduce un significato nettamente diverso e conferisce un tono duro e iroso all’intero passaggio. Occorre precisare che solo coloro che osteggiavano il capitalismo, le riforme di Reagan e la politica dei repubblicani a seguito del tracollo economico degli anni di Carter, ricorrevano all’espressione dispregiativa “trickle-down” proprio per mettere in ridicolo ciò che accadde durante gli anni di Reagan, e cioè una forte mobilità sociale verso l’alto. (Vedere a questo proposito il mio articolo “I ricchi, i poveri e il governo Reagan.”)
Tutti coloro che esaltano i successi del capitalismo per risollevare i poveri dalla miseria non fanno uso di questa parola, poiché definiscono il classico movimento delle economie capitalistiche proprio in termini di mobilità verso l’alto per i poveri: risalita dell’occupazione, crescita dei salari, nuovo slancio di iniziativa personale e nuove imprese, occasioni senza precedenti di sviluppo e progresso per i meno abbienti, la possibilità per gli immigrati di uscire dall’indigenza in meno di dieci anni, e il “proletariato” della classe operaia che si trasforma in una classe media in grado di comprarsi la casa e di mandare i figli all’università.
Evangelii gaudium afferma che tale opinione “non è mai stata confermata dai fatti”, anzi, essa “esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del potere economico imperante.” In Argentina e in altri sistemi statici, privi di ogni meccanismo di mobilità sociale, questo commento sarebbe comprensibile. Laddove invece, come in America, intere generazioni dimostrano l’efficacia della mobilità sociale, l’affermazione del Papa non corrisponde affatto al vero.
La mobilità sociale promossa da alcuni sistemicapitalistici rappresenta la realtà vissuta e sperimentata da una vasta percentuale della popolazione americana, e non già una “fiducia grossolana e ingenua”. “Ricaduta favorevole” non è la descrizione esatta di quanto è accaduto in questo paese; qui abbiamo assistito piuttosto al fenomeno della “ricchezza che scaturisce dal basso.” Ed è precisamente questo il fenomeno che continua ad attirare milioni di immigrati nella nostra economia.
Per di più, nella traduzione inglese diEvangelii gaudiumsi legge che la crescita economica produrrà “inevitabilmente” maggior giustizia e inclusione sociale (equidad e inclusión social). Nel testo spagnolo non vi è traccia di questo avverbio. L’espressione più moderata (e accurata) in spagnolo è por si mismo, “di per sé”.

A differenza della versione inglese, il testo originale spagnolo vede giusto:

ci vuol ben altro, al di là della crescita economica, per creare “maggior equità”. Ci vogliono la legalità, la tutela dei diritti naturali, la solidarietà che la fede giudaico-cristiana ha sempre profuso a favore della vedova, dell’orfano, dell’affamato, del malato, del carcerato: in breve, ci vuole l’interessamento fattivo ed efficace per tutti i deboli e i bisognosi. Malgrado i suoi difetti più vistosi, specie nell’industria dell’intrattenimento – musica pop, immagini spinte, tendenze discutibili – il sistema americano si è dimostrato più “inclusivo” verso i poveri di qualunque altra nazione della terra.
Due sono gli aspetti vangelii gaudiumti di che ho apprezzato in modo particolare. L’intero cosmo, e la vita umana nel suo insieme, scaturiscono dalla vita interiore del Creatore, dallacaritas, quell’amore creatore che tutto accoglie e illumina che è Dio. Come l’erudito e brillante Benedetto XVI ha dimostrato nella sua prima enciclica, Deus caritas est, tutto ciò che è essenziale alla vita umana prende inizio nella caritas divina. Pensiamo alla nostra vita: non rappresenta forse l’amore che proviamo per il coniuge, per i figli, per gli amici intimi, l’esperienza più “divina” che conosciamo. Per questo motivo il pensiero sociale cattolico inizia nella caritas. Ed è per questo che i poveri sono al centro dell’impegno e della pratica del cristianesimo.
Il secondo aspetto che condivido con l’Evangelii gaudium è l’attenzione prestata al più grande dovere pratico della nostra generazione: spezzare le ultime catene della povertà. Nel 1776 viveva sulla terra meno di un miliardo di esseri umani. Si trattava per lo più di poveri che languivano sotto il peso della tirannide. Appena due secoli più tardi, ecco che la terra conta oltre sette miliardi di uomini. Le grandi scoperte e invenzioni mediche hanno raddoppiato in brevissimo tempo l’aspettativa media di vita, riducendo drasticamente la mortalità infantile e curando centinaia di malattie. Il progresso economico ha fatto sì che l’85 percento della grande famiglia umana sia ormai uscito dalla povertà – più di un miliardo dal 1950 ad oggi, e un altro miliardo dal 1980. Ma ancora un miliardo di esseri umani è condannato a patire le sofferenze della miseria e dell’emarginazione. È compito di tutti noi, ebrei, cristiani e uomini di buona volontà, liberarli da queste catene.
Le preghiere dei credenti durante le funzionidomenicali non hanno alcun senso se non sono convalidate dalle azioni pratiche quotidiane a favore dei poveri. Chi non aiuta i poveri non ama Dio. “Nessuno ha mai visto Dio,” scrive l’apostolo Giovanni nella sua prima Lettera, “se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi.” (1 Giovanni 4,12) E Gesù disse, “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.” (Matteo 25, 40).
L’esortazione apostolica non pretende di elargire un insegnamento carico di argomenti dottrinali, quello è compito dell’enciclica. Piuttosto, essa riveste la funzione di un’omelia, un’occasione informale in cui il pontefice presenta la sua visione pastorale come un invito rivolto ai fedeli. E nell’affabilità dei suoi colloqui, Papa Francesco è insuperabile. In futuro, il pontefice avrà modo di sviluppare il suo pensiero sull’economia politica per segnalare il modo più efficace per aiutare i poveri a risalire la china delle ristrettezze e delle privazioni. Sono certo che consiglieri e collaboratori sono già al lavoro e mi auguro che prenderanno spunto dalle conclusioni che Giovanni Paolo II stilò forse con qualche riluttanza nel brano 42 di Centesimus annus, basandosi sull’esperienza concreta, per indicare una strada ponderata:
si può forse dire che, dopo il fallimento del comunismo, il sistema sociale vincente sia il capitalismo, e che verso di esso vadano indirizzati gli sforzi dei Paesi che cercano di ricostruire la loro economia e la loro società? È forse questo il modello che bisogna proporre ai Paesi del Terzo Mondo, che cercano la via del vero progresso economico e civile?
A questa domanda Giovanni Paolo II rispose in realtà “Sì e no.” Per poi proseguire:
La risposta è ovviamente complessa. Se con «capitalismo» si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia, la risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di «economia d’impresa», o di «economia di mercato», o semplicemente di «economia libera».
Ma se con «capitalismo» si intende un sistema in cui la libertà nel settore dell’economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso, allora la risposta è decisamente negativa.
La soluzione marxista è fallita, ma permangono nel mondo fenomeni di emarginazione e di sfruttamento, specialmente nel Terzo Mondo, nonché fenomeni di alienazione umana, specialmente nei Paesi più avanzati, contro i quali si leva con fermezza la voce della Chiesa. Tante moltitudini vivono tuttora in condizioni di grande miseria materiale e morale. Il crollo del sistema comunista in tanti Paesi elimina certo un ostacolo nell’affrontare in modo adeguato e realistico questi problemi, ma non basta a risolverli. C’è anzi il rischio che si diffonda un’ideologia radicale di tipo capitalistico, la quale rifiuta perfino di prenderli in considerazione, ritenendo a priori condannato all’insuccesso ogni tentativo di affrontarli, e ne affida fideisticamente la soluzione al libero sviluppo delle forze di mercato.
Benché la crescita economica non sia affatto l’unico traguardo delle società libere, essa assicura vantaggi incalcolabili all’istruzione, all’innovazione medica e alla diffusione della libertà di coscienza, sostenendo altresì le iniziative sociali private e un’infinità di attività filantropiche, e offrendo un contributo essenziale al raggiungimento del bene comune.
Oltretutto, non sono solo i sistemi di mercato ad assicurare la mobilità sociale, il progresso economico e diffuse opportunità per tutti. L’Argentina ha sempre avuto un’economia di mercato, e così pure quasi tutti i popoli nel corso della storia umana. In epoca biblica, Gerusalemme tutelava i diritti di proprietà (“Non rubare”, “Non desiderare la roba d’altri”), e godeva di una vita commerciale molto vivace, come nodo di scambio di tre continenti. Ma per 1800 anni dopo Cristo nessuno dei mercati mondiali – singolarmente, o combinati – è riuscito a dare impulso a un grande sviluppo economico. Le economie mondiali rimasero per lo più statiche, in un susseguirsi spietato di “vacche magre” e “vacche grasse”. Prima del capitalismo, i sistemi tradizionali di mercato erano stati sconvolti da tremende carestie ed epidemie quasi ad ogni generazione. Giovanni Paolo II aveva afferrato questa realtà storica: le sue intuizioni fanno parte del tesoro dell’insegnamento sociale cattolico e sono ovviamente ben note a papa Francesco, che dedica un’intera sezione di Evangelii gaudium al tema “la realtà è più importante dell’idea.”
Infine, vorrei lanciare una scommessa. Un maggior numero di poveri sarà in grado di uscire dalla miseria percorrendo la strada della democrazia e del capitalismo che per qualsiasi altro mezzo. È inconfutabile che lo slancio verso crescita e progresso di tante economie annientate dall’ultima guerra mondiale – Germania e Giappone, ma anche Singapore, Hong Kong, Taiwan e Korea – sia stato favorito dalla democrazia e da una qualche forma di capitalismo, ma questo è vero anche per la maggior parte di noi negli Stati Uniti, i cui nonni erano quei ”rifiuti miserabili delle vostre coste affollate”, e le cui famiglie, nel volgere di pochi anni, sono emerse tra le più ricche al mondo. Com’è stato possibile? Attraverso quali vie si sono raggiunti tali traguardi, e quali sono i segreti da imitare? Coloro che intendono agire in modo pratico per spezzare le ultime catene della povertà nel mondo dovrebbero imparare da ciò che ha funzionato finora. È sotto gli occhi di tutti.

(Michael Novak Corriere della sera 12 dicembre 2013)

“..cercate!..”

6 Dicembre 2013 Nessun commento

“AI NON CREDENTI DICO:

CERCATE DIO…

EGLI STA CERCANDO VOI.”

 

 

 

 

 

 


(Giovanni Paolo II)

Mediti?… combatti lo stress

2 Dicembre 2013 Nessun commento

“Una candela che brucia al centro di un tavolino ac­canto a una rosa appena colta. Sei persone, in circolo, ferme e concentrate, dopo una preghiera a Gesù, ripetono den­tro di loro la parola «Mara­nathà », «Vieni Signore Gesù».

Nel convento delle suore Rosmi­niane a Loughborough, nel cen­tro di Inghilterra, è l’ora della meditazione. Dalle 10 alle 11, o­gni giovedì mattina, una decina di adulti si ritrovano per una mezz’ora di silenzio e immobi­­lità durante la quale cercano di rimettere al centro della loro vi­ta Dio. «Frequento la chiesa an­glicana ma non mi definirei reli­giosa piuttosto alla ricerca del senso della vita», spiega Jeanine Sepede, 40 anni, «La meditazio­ne mi aiuta a dare la giusta pro­spettiva alle cose, a fermarsi e contemplare la bellezza del mondo». «La mente umana è di­stratta e salta di palo in frasca e, con la meditazione, impariamo a controllarla, a dirigerla dove vogliamo», dice ancora Jeanine.
«Oggi nel Regno Unito la meditazione è diffusissi­ma e molto popolare per­ché aiuta a controllare lo stress riducendo gli effetti di quest’ultimo sul cer­vello », spiega Kim Nata­raja, ex docente universi­taria, direttrice della Scuola di meditazione della ‘Comunità mondiale per la me­ditazione cristiana’, diretta da Laurence Freeman, «È dimo­strato che gli esseri umani reagi­scono a una situazione difficile aggredendo o scappando. La meditazione, al contrario, ci ri­lassa e spegne questa risposta automatica dei nostri geni. Così facendo ha effetti benefici sulla salute perché ridurre la pressio­ne e aumenta il livello della se­rotonina, l’ormone della felicità.

Questo è il motivo per cui, in migliaia, la praticano in tutto il Regno Unito ed essa viene usata come terapia dai medici».
La cosiddetta ‘mindfulness’, basata sulla terapia cognitiva, è raccomandata dall’Istituto Na­zionale per la salute e l’eccellen­za clinica’ del Regno Unito per­ché è efficace quanto i farmaci nel prevenire la depressione.

Tutti benefici che, nella medita­zione cristiana, con la quale si cerca di arrivare a Dio, sono an­cora più efficaci. «Per noi questi effetti della meditazione sulla salute sono soltanto collaterali, solo l’inizio della vera contem­plazione », continua la professo­ressa Nataraja, «Noi ci rilassia­mo per poter meditare anziché meditare per rilassarci. Molti cristiani non conoscono questa pratica eppure è antichissima e risale ai padri del deserto. È sta­to John Main a riscoprire per noi questa tradizione che consi­ste in una preghiera profonda e silenziosa».«Molte persone cominciano a meditare per ragioni di salute e, in questo modo, arrivano a Dio», spiega ancora la professo­ressa Nataraja, «Meditare è un percorso interiore che può por­tarci a sentire la presenza di un essere più grande di noi. Alcuni che non sono religiosi defini­scono questa una ‘Realtà ulti­ma’ mentre noi la chiamiamo Dio. I primi cristiani dicevano che, qualunque nome diamo a questo essere o energia di amo­re, si tratta di una definizione insufficiente, non in grado di descrivere davvero che cosa es­so sia. Molte persone, attraverso la meditazione, superano senti­menti negativi che avevano nei confronti della chiesa e vi ritor­nano ». La ‘Comunità mondiale per la meditazione cristiana’ ha, nel Regno Unito, 4.000 membri, che diventeranno 4.500 quest’anno, grazie all’av­vio di nuovi 50 gruppi. La con­templazione viene praticata an­che nelle scuole. Oggi, nel Re­gno Unito, vi sono 30.000 bam­bini, tra i 5 e gli 11 anni, che la fanno ogni giorno insieme a ol­tre un migliaio di insegnanti. Ad averla diffusa in diverse scuole elementari e superiori è suor Anna Patricia Pereira dell’Ordi­ne Rosminiano che la pratica da 50 anni. «Gli alunni ne traggono beneficio perché si concentrano meglio nel loro lavoro accade­mico e diventano più gentili gli uni con gli altri. Il loro compor­tamento migliora», spiega suor Anna, «Meditando arrivano a conoscere meglio loro stessi e le parti di loro stessi che trovano meno accettabili come la gelo­sia. Cambiano e diventano più calmi, contenti e gentili. Arriva­no a capire che Dio è con loro sempre».

Accanto al filone tradizionale, ce n’è anche uno più legato alla spiritualità orientale. A praticare una meditazione di origine in­diana, nata in Birmania ai tempi del Budda è Simon Gieve, 62 an­ni, professore universitario in pensione, che vive a Exeter, nel sud dell’Inghilterra. «Ho cercato per 15 anni un senso alla mia vi­ta. Ho provato le arti marziali e lo yoga prima di conoscere, nel 1982, il ‘Centro di meditazione Vipassana’ che frequento anco­ra oggi», spiega il professor Gie­ve, «Cerco di meditare per alme­no un’ora al giorno e mi serve a calmare la mente. Imparo a non reagire, se qualcuno mi offende e a dimenticare le aggressioni subite. Alla fine di ogni sessione chiedo perdono, dentro di me, agli altri, per gli sbagli che posso aver fatto durante la giornata.

Non credo in un Dio particolare, ma, grazie alla meditazione, raggiungo una consapevolezza acuta di me stesso e di una en­tità che esiste in tutto il creato».
(Silvia Guzzetti AVVENIRE 29.XI.13)

“immaginate la scena..il dialogo..”

1 Dicembre 2013 Nessun commento

“Pauvre Belgique!” si lamentava Charles Baudelaire, “povero Belgio”… Anche ai poeti può capitare di essere ingiusti, spe­cie quando espatriano in fuga dai credito­ri. A ripercorrerle oggi, però, le pagine in­dignate che un secolo e mezzo fa l’autore dei Fiori del Male dedicava ai cugini di Bruxelles qualcosa di profetico lo rivelano. Qual’era, secondo Baudelaire,

il difetto principale del Paese? Lo scimmiottamen­to del progresso, la ripetizione ossessiva di qualsiasi retorica della modernità, l’as­sunzione entusiastica delle premesse sen­za mai preoccuparsi delle conseguenze.

È quello che sta accadendo con il provvedi­mento ormai conosciuto – per brevità non inesatta – come eutanasia dei bambini. In sostanza si tratta di abbattere il limite di età ( qualsiasi limite di età) per quanto riguar­da l’applicazione della legge sul fine-vita in vigore in Belgio dal 2002. Una volta ap­provato in sede parlamentare, il provvedi­mento – che ha comunque già raccolto u­na significativa maggioranza nella com­petente Commissione del Senato – esten­derebbe anche ai minori l’accesso all’inie­zione letale. Purché siano rispettati i re­quisiti di sofferenza insopportabile, ag­giungono i più prudenti, e purché siano stati espletati tutti i passaggi formali: non solo il consenso dei genitori, ma anche l’in­tervento dello psicologo dell’infanzia, al quale è affidato il compito di assicurarsi che il bambino abbia capito bene la situa­zione. Provate a immaginarvelo, il dialogo tra il piccolo paziente e l’esperto che pro­pone le domande come da formulario, mette la spunta alle risposte, passa il fo­glio in amministrazione. Provate a imma­ginarvi la scena e di colpo l’utopia negati­va di Hunger Games , con i suoi spettaco­lari sacrifici umani a beneficio di teleca­mera, vi sembrerà quello che in fondo è:

u­na cupa visione del futuro già superata dal presente in cui ci stiamo inoltrando.

Eppure, nonostante tutto, dal pauvre Bel­gique una lezione viene e va nel senso del­lo smascheramento. Drammatico, come è inevitabile che avvenga quando la parodia della ragionevolezza viene portata al pun­to di rottura. Se ci sembra assurdo (e lo è) che un bambino possa decidere della pro­pria morte è perché, semplicemente, da­vanti alla morte siamo tutti bambini. Crea­ture indifese che, costrette a misurarci con ciò che non comprendiamo e che ci so­vrasta, reagiamo ricorrendo alla risorsa i­nesauribile e illusoria del pensiero magi­co. Di cui i bambini sono maestri, appun­to. Sono inciampato? La colpa è del gradi­no. Mi spavento? Chiudo gli occhi e lo spa­vento se ne va. C’è il temporale? Sono io a comandare i tuoni. La morte è il mio de­stino? La trasformo in diritto e così ne di­vento il padrone.

«Più di qualsiasi altro Paese – scriveva Bau­delaire nella sua furia – il Belgio è pieno di gente che crede che Gesù Cristo era un grande uomo, che la Natura insegna solo il bene, che la morale universale ha prece­duto tutti i dogmi in tutte le religioni, che l’uomo può tutto e che il vapore, la ferro­via e l’illuminazione a gas provano l’eter­no progresso dell’umanità». Generalizza­zione ingenerosa e perfino razzista, se pre­sa alla lettera. Ma dimentichiamo il Belgio e concentriamoci sul significato profondo di questa invettiva. Davvero non ci riguar­da

questa pretesa «che l’uomo può tutto»? O, meglio, che tutto possa essere fatto dal­l’uomo?

Così, senza rimorsi, come se fos­se un gioco giocato da un bambino.
(Alessandro Zaccuri – AVVENIRE – 1.XII.13)