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Archivio Gennaio 2014

ottava delle tredici mosse

30 Gennaio 2014 Nessun commento

Le tredici mosse dell’arte di educare
8. Ascoltare
Da mesi veniamo proponendo le principali mosse dell’arte di educare. Siamo partiti dal “seminare”, siamo passati all’”aspettare”, al “parlare” al “risplendere”… ed eccoci all’”ascoltare”.
Sì, ascoltare i figli perché l’ascolto è una delle più belle facce dell’amore. Perché forse non vi è via migliore per imparare a fare i genitori che quella di “sentire” i figli. A sentire i figli non si sbaglia mai
A sentire i figli non abbiamo che da guadagnarci.
I figli (specialmente se bambini) ci dicono subito quello che pensano.
Lo dicono chiaro e tondo.

Per questo un loro giudizio, una loro opinione, può valere dieci anni di inchieste.
Si noti che parliamo di ‘bambini’, non di ‘adolescenti’. Le parole degli adolescenti, infatti, possono essere filtrate dal loro punto di vista, talora interessato.
Le parole dei bambini, invece, sono senza filtri. Dietro ad esse ci siamo noi, in presa diretta, c’è il nostro modo di comportarci, il nostro modo di educare.
Subito qualche esempio per provare che non stiamo andando per farfalle.
Walter (nove anni) fotografa il papà: “Se rido, quando c’è la partita, papà scoppia!”.
Forte è Monica (otto anni): “Papà, vorrei che quando mangi, non sputi nel piatto!”.
Molto acuta è Stefania di sette anni appena: “Per la mamma la cosa più brutta del mondo è strisciare sulla cera dell’anticamera. Per il papà è quando non trova i suoi wafer”.
Che cosa vogliamo di più per convincerci che i bambini non sono cretini, non sono babbuini? Minori sì, minorati no!
I piccoli hanno le loro opinioni, i loro giudizi sinceri, severi e veri.
Perché, allora, non ascoltarli?
Ha tutte le ragioni la pedagogista Patricia Holland a ricordarci che “sarebbe bene che i bambini venissero ‘ascoltati’, tanto quanto sono ‘guardati’”. D’accordo al 100%! I bambini li guardiamo troppo (fino a non lasciarli respirare!) e li ‘ascoltiamo’ poco. Ebbene, questa è l’occasione per ascoltarli.
Leggete ciò che segue!
Una sola nota: non ingurgitare, ma sorseggiare, messaggio dopo messaggio, e ‘ruminare’.

A loro la parola
“A te mamma ho una cosa sola da dirti: che gridi troppo!”. (Marco, sei anni)
“Quando a sera torna a casa mio papà mi sembra di essere in vacanza”. (Maria, sette anni)
“Mia nonna è come un aspirapolvere: ogni cosa che si poggia per due minuti sul tavolo è sparita!”. (Loredana, otto anni)
“Appena c’è il telegiornale papà si mette a gridare: ‘ladroni!’, ‘codardi!’, ‘banditi!’”. (Nicola, otto anni)
“Quando ti recito la lezione, mamma, i tuoi occhi sono sfavillanti e si vedono i tuoi denti bianchi”. (Lorenzo, otto anni)
“Tu mamma dici sempre le bugie. Esempio: la sera quando vado a letto, mi dici: ‘Mi lavo i denti e poi ti faccio compagnia’ e poi non vieni mai. Capisco che sei stanca, ma io preferirei che mi dicessi che non ne hai voglia!”. (Laura, dieci anni)
“Io mi arrabbio quando tu mamma mi dici che se nascevo femmina, tu mi chiamavi Michela e poi cominci a chiamarmi Michela”. (Franco, undici anni)
“Tu mamma sei stata brava a sposare papà!”. (Walter, otto anni)
“La mia mamma fa la casalinga e così deve mantenere anche mio papà che lavora soltanto”. (Margherita, sette anni)
“A tavola papà sgrida sempre la mamma perché la bistecca è troppo dura. Io ci rimango male perché le grida di papà mi rovinano la digestione”. (Alessandro, nove anni)

IN CONCRETO
Non diciamo al figlio: “Lasciami in pace. Sono troppo occupato. Cosa vuoi ancora?”.
Sediamoci vicino.
Concentriamo la nostra attenzione tranquilla su di lui.
Non sbirciamo continuamente l’orologio.
Guardiamolo in faccia. Non si ascolta solo con le orecchie
, ma con tutto se stessi. Si ascolta con lo sguardo, con gli occhi accoglienti che fanno capire che lui, il figlio, rappresenta per noi il mondo.
Ascoltiamolo con il cuore. Dicono che l’amore sia cieco. Niente di più falso! Certe notizie le dà solo il cuore, non la mente!
Ascoltiamolo con simpatia, anche se non siamo d’accordo sui suoi hobby, su alcune sue stranezze.
Non interrompiamolo tutti i momenti, lasciamo che si sfoghi, si sciolga.
Rispondiamo a tono alle eventuali domande.
Se tale sarà il nostro ascolto, non solo regaleremo al figlio un’ottima medicina psichica (l’ascolto è sempre terapeutico!), ma anche una straordinaria esperienza di incontro umanizzante, cioè educante: incontro indimenticabile e più efficace di mille parole.
Le parole si possono dimenticare, gli abbracci no! E ascoltare è abbracciare!

I DUE AMICI
Tanti anni fa vivevano in Cina due amici.
Uno era molto bravo a suonare l’arpa, l’altro era molto bravo ad ascoltarlo.
Quando il primo suonava o cantava una canzone che parlava di montagna, il secondo diceva: “Vedo la montagna come se l’avessi davanti!”. Quando il primo suonava a proposito di un ruscello, quello che ascoltava diceva, estasiato: “Sento scorrere l’acqua tra le pietre!”.
Ma un triste giorno l’amico che ascoltava si ammalò e morì.
Il primo amico tagliò le corde della sua arpa e non suonò mai più!

Esistiamo, veramente, solo se qualcuno ci ascolta!

(PINO PELLEGRINO Il Bollettino Salesiano)

la nona delle tredici mosse

28 Gennaio 2014 Nessun commento

Le tredici mosse dell’arte di educare
mossa n.9.

Guardare il figlio

Da mesi veniamo proponendo le principali mosse dell’arte di educare.
Siamo partiti dal “seminare”, siamo passati all’”aspettare”, al “parlare”, all’”amare”… ed eccoci al “guardare”: guardare il figlio.
Una mossa che, in prima battuta, può sembrare di poco conto! In realtà gli occhi hanno un potere eccezionale!

L’arte del guardare il figlio

Il contatto visivo è una delle più potenti vie di educazione (o diseducazione).
Gli occhi parlano più forte della voce: sono il canale attraverso il quale trasmettiamo i nostri pensieri, le nostre emozioni.
Gli occhi possono trasmettere rabbia, tristezza, sdegno, disprezzo, freddezza, oppure calore, tenerezza, accoglienza, gioia, speranza, conforto, amore (lo sanno bene i fidanzati che talora sembrano mangiarsi con gli occhi!).
Guardare il figlio è come dirgli: “Tu esisti per me, tu sei entrato nei miei pensieri, nei miei affetti”.
Nei campi di concentramento tedeschi era severamente proibito ai prigionieri di guardare negli occhi i loro carcerieri. Lo sguardo avrebbe potuto intenerirli!
Insomma, una cosa è certa: se guardassimo i figli almeno come guardiamo il bagno e l’automobile, avremmo ragazzi meno tristi, meno infelici, meno delusi della vita.
“Se guardassimo…”: è una parola!
Si tratta di guardare con arte, cestinando gli sguardi sbagliati, per scegliere esclusivamente, gli sguardi buoni. Sguardo sbagliato è, ad esempio, lo sguardo poliziesco che tacchina in continuazione il figlio senza mai lasciarlo libero di respirare, di muoversi, di uscire, di scendere in cortile per giocare… Sguardo sbagliato è lo sguardo minaccioso dei genitori che mirano di più a farsi ubbidire che a convincere. Terzo sguardo sbagliato è lo sguardo indifferente. Questo è il peggiore in assoluto! L’indifferenza è la bestia nera per tutti i figli del mondo!
La pericolosità dello sguardo indifferente sta nel fatto che può azzerare quella grande forza cosmica che è la voglia di vivere! Lo sguardo indifferente manda a dire al figlio: “Tu sei nessuno”. Messaggio che taglia le radici alla vita! A ben pensarci, non è forse vero che ha senso essere al mondo solo se si è per qualcuno? Davvero: gli sguardi sbagliati sono l’inverno; gli sguardi buoni sono la primavera. Sguardo buono è lo sguardo generoso che vede nel figlio ciò che nessuno vede. Sguardo buono è sguardo sempre nuovo: vede che il figlio cambia e quindi si adatta alla sua crescita (vi è un abisso tra il bambino e l’adolescente: trattare il figlio da perenne bambino è uno sbaglio da cartellino rosso!). Sguardo buono è lo sguardo ottimista, incoraggiante, luminoso: lo sguardo che dà valore al figlio e tifa per lui. Aveva tutte le ragioni il filosofo francese Louis Lavelle (1883-1951) a sostenere che “il maggior bene che possiamo fare agli altri non è comunicare loro la nostra ricchezza, bensì rivelargli la loro”.
Fortunati i figli che hanno genitori con gli occhi simili (per quanto è possibile!) a quelli del ‘facchino di Dio’ don Orione (1872-1940) che, come ricorda il professor Enrico Medi (1911-1974) “ti bruciavano l’anima e ti entravano dentro come la luce che esce dagli angeli”.

I genitori con tale sguardo hanno la patente pedagogica a punti pieni!

(Pino Pellegrino – Bollettino salesiano gennaio 2014)

“…ti prenderò in braccio ogni giorno della mia vita…”

24 Gennaio 2014 Nessun commento

Mentre mia moglie mi serviva la cena, mi feci coraggio e le dissi: «Voglio il divorzio».
Vidi il dolore nei suoi occhi, ma chiese dolcemente: «Perché?».
Non risposi e lei pianse tutta la notte. Mi sentivo in colpa, per cui sottoscrissi nell’atto di separazione che a lei restassero la casa, l’auto e il trenta per cento del nostro negozio. Lei quando vide l’atto lo strappò in mille pezzi e mi presentò le condizioni per accettare.
Voleva soltanto un mese di preavviso, quel mese che stava per cominciare l’indomani: «Devi ricordarti del giorno in cui ci sposammo, quando mi prendesti in braccio e mi portasti nella nostra camera da letto per la prima volta. In questo mese ogni mattina devi prendermi in braccio e devi lasciarmi fuori dalla porta di casa».
Pensai che avesse perso il cervello, ma acconsentii.
Quando la presi in braccio il primo giorno eravamo ambedue imbarazzati, nostro figlio invece camminava dietro di noi applaudendo e dicendo: «Grande papà, ha preso la mamma in braccio!»
Il secondo giorno eravamo tutti e due più rilassati. Lei si appoggiò al mio petto e sentii il suo profumo sul mio maglione. Mi resi conto che era da tanto tempo che non la guardavo. Mi resi conto che non era più così giovane, qualche ruga, qualche capello bianco.
Il quarto giorno, prendendola in braccio come ogni mattina, avvertii che l’intimità stava ritornando tra noi: questa era la donna che mi aveva donato dieci anni della sua vita, la sua giovinezza, un figlio. Nei giorni a seguire ci avvicinammo sempre più.
Ogni giorno era più facile prenderla in braccio e il mese passava velocemente. Pensai che mi stavo abituando ad alzarla, e per questo ogni giorno che passava la sentivo più leggera. Mi resi conto che era dimagrita tanto.
L’ultimo giorno, nostro figlio entrò all’improvviso nella nostra stanza e disse: «Papà, è arrivato il momento di portare la mamma in braccio». Per lui era diventato un momento basilare della sua vita. Mia moglie lo abbracciò forte ed io girai la testa, ma dentro sentivo un brivido che cambiò il mio modo di vedere il divorzio. Ormai prenderla in braccio e portarla fuori cominciava ad essere per me come la prima volta che la portai in casa quando ci sposammo… la abbracciai senza muovermi e sentii quanto era leggera e delicata… mi venne da piangere!
Mi fermai in un negozio di fiori. Comprai un mazzo di rose e la ragazza del negozio mi disse: «Che cosa scriviamo sul biglietto?».
Le dissi: «Ti prenderò in braccio ogni giorno della mia vita finché morte non ci separi».
Arrivai di corsa a casa e con il sorriso sulla bocca, ma mi dissero che mia moglie era all’ospedale in coma.
Stava lottando contro il cancro ed io non me n’ero accorto. Sapeva che stava per morire e per questo mi aveva chiesto un mese di tempo, un mese perché a nostro figlio rimanesse impresso il ricordo di un padre meraviglioso e innamorato della madre.
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«Non so chi o che cosa abbia posto la domanda. Non so quando sia stata formulata. Eppure a un certo punto ho risposto “sì” a Qualcuno o a qualcosa. A partire da quel momento ho avuto la certezza che la vita aveva un senso» (Dag Hammarskjold).
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(Bruno Ferrero )

limonata contro la schiavitù

19 Gennaio 2014 Nessun commento

Vivienne Harr è una bambina americana di 8 anni, piena di energia e vivace ,che ha raccolto un milione di dollari in un anno vendendo limonate. Avete capito bene, un milione di dollari, e non c’è da stupirsi se è diventata famosa negli Stati Uniti. Tutto è cominciato quando la mamma di Vivienne, commossa, le ha fatto vedere una foto di due fratellini nepalesi, costretti a lavorare come schiavi, che mano nella mano trasportavano pietre: «Mi sono detta: “Voglio aiutarli e l’unico modo che conosco per raccogliere soldi è vendere la limonata”», ha raccontato Vivienne alla Nbc. La bambina voleva raccogliere 100 mila dollari «ma non avrei mai pensato di arrivare tanto lontano».

LIMONATA CONTRO LA SCHIAVITÙ. A premiarla è stato, insieme al suo cuore da bambina, la costanza. Vivienne non ha allestito il banchetto a Doc Edgar Park per qualche giorno, settimana o mese, ma ha venduto limonate per un anno intero. Il 52esimo giorno, poi, ha inviato questo tweet al giornalista del New York Times, Nicholas Kristof: «Ciao sono una bambina di 8 anni e sto vendendo la limonata contro la schiavitù ogni giorno fino a quando arriverò a 100 mila dollari».
Kristof ha ritwittato la bimba. E da lì in poi i suoi follower sono diventati prima centinaia, poi migliaia. La fama del suo stand è cresciuta a dismisura, come le vendite della limonata. Il 173esimo giorno, il sindaco di New York le ha permesso di portare il suo banchetto a Times Square e lì ha raggiunto l’obiettivo di 100 mila dollari che si era prefissata.

«SONO FELICE». Ma quando mamma e papà le hanno detto che ora poteva considerarsi soddisfatta lei ha ribattuto: «È forse finita la schiavitù dei bambini?». Il padre esterrefatto le ha risposto chiaramente di no. E lei: «Beh, quindi nemmeno io ho finito». Vivienne ha continuato ancora fino al giorno 365 e, arrivata a un milione di dollari, con l’aiuto dei genitori ha trasformato la limonata artigianale in un prodotto che ora viene venduto in 165 negozi del paese.
La bambina ha vinto centinaia di premi internazionali di beneficenza, comunicazione, business e no profit. Su di lei è stato anche girato un documentario che verrà presentato al prossimo Sundance film festival. Dalla vendita di limonata Vivienne ha imparato una cosa: «Pensavo che il massimo della vita fosse altro, invece sono così felice di servire, di aiutare. È questa la cosa più bella del mondo».

L’ASCENSORE CON CUI SONO SCESO ALL’INFERNO

15 Gennaio 2014 Nessun commento

« A12 anni le prime sigarette e i primi furtarelli dal portafo­glio di mamma. E per gioco il primo spinello. Pensi che tanto puoi smettere quando vuoi, ma pian piano non ne puoi più fare a meno. Infine subentra la monotonia e dalle droghe ‘leggere’ passi a quelle pesanti. Intanto quelle leggere ti hanno già svitato il cervello…». Salvatore Nica parla il romanesco delle borga­te e non ha nessuna voglia di dibattiti ideologici: «La cannabis non fa male? Brucia il cervello e dà dipendenza, è testato dalla medicina. Io pure l’ho testato, ma come cavia». Lui ne è certo, liberalizzare le droghe ‘leggere’ significa dire ai ragazzini «è lecito» e facilitarne l’ac­quisto vuol dire indurre in tentazione anche i meno intraprendenti. Salvatore nasce a Roma nel 1979 da una mamma di 17 anni e un papà di 19. «Economicamente non ci mancava nulla, solo che spes­so in casa c’erano scene di violenza e io ne soffrivo tantissimo, il che non giustifica quello che ho fatto dopo», chiarisce subito. Il deside­rio più forte era «un rapporto vero con mio padre, che non c’è mai stato perché poi, crescendo, siamo scesi a compromessi…». A 12 an­ni Salvatore dà l’addio all’oratorio per gli amici grandi che gli danno lo spinello: «Mi illudevo di poter smettere quando volevo ma non è così, quel dolore che avevo dentro la sostanza lo anestetizzava. A 15 anni con le pasticche e la cocaina non mi ascoltavo dentro ed ero più allegro, perfino euforico…». Poi però non basta più e allora arri­va anche l’eroina, gli scippi, e a 16 anni il primo carcere. Intanto sul­le sue orme cammina anche Robertino, nato due anni dopo di lui, e la droga ormai non è più ‘leggera’, anzi, «quando ho iniziato con l’e­roina ho lasciato le altre sostanze perché lei ti spegne l’anima, diventa la tua compagna, si prende tutto. Dai 16 ai 24 anni lei è stata me».

Eppure qualcosa del Salvatore sensibile e delicato resiste, da qualche parte, e quan­do in alternativa al carcere minorile può scegliere tra lavoro e volontariato «ho chiesto di stare con i bambini tolti alle fa­miglie, presso le suore di Anagni. Suor Te­resa fu la prima cui aprii il cuore e lei mi parlava di Dio. Ma dopo un anno l’espe­rienza con le suore terminò». Restava l’eroina e una fidanzata pron­ta a tutto per salvarlo, «una bravissima ragazza che dietro a me ha perso i suoi anni migliori», ammette Salvatore senza sconti né ali­bi. Il gorgo scende ancora, tra la morte per overdose del suo mi­gliore amico e un cancro interiore che smangia l’anima dei due fra­telli, sempre più ricchi e infelici. «Il giro di clienti andava a gonfie vele – continua Salvatore –. Finché il capodanno del 2003 lo pas­sammo noi due insieme, nella disperazione, senza un senso. Ci e­ravamo fatti per tutta la notte. La mattina del 31 Roberto andò in o­verdose, lo rianimai e fu ricoverato. Io rimasi solo nella notte di Ca­podanno ». È nella solitudine che lancia la sua sfida a Dio, «se è ve­ro che esisti fatti sotto, dimostramelo». E per vedere «se esiste» Sal­vatore bussa alla comunità di Nuovi Orizzonti fondata da Chiara A­mirante e ha il primo colloquio con il centro di prima accoglienza ‘Arcobaleno’, dove il responsabile, Tommaso, lo sorprende con un Dio che ama incondizionatamente: «Era come se mi avessero spa­rato. Ho lasciato Roberto e sono entrato, con tutto il mio bagaglio di sfida a Dio». Dalla strada, dove nessuno ti dà niente per niente, all’amore gratuito e sconvolgente di chi gli dice di non preoccupar­si se davanti al Santissimo nella cappella Salvatore si scioglie in la­crime perché «questo è Dio che ti accarezza». Questi son matti, pen­sa Salvatore, ma resta e incontra una pace sconosciuta. «Avevano ragione, era la carezza di Dio, che oggi vedo negli occhi di mia mo­glie Gabriella e dei nostri due bambini». Con Gabriella, volontaria a Nuovi Orizzonti, si sono sposati 5 anni fa e oggi a Belluno sono la famiglia di supporto per la Cittadella Cielo, dove altri giovani in­contrano la speranza. E Roberto? «Fino a un anno fa potevo solo pregare per lui. Oggi è in una comunità terapeutica di Nuovi Orizzonti e so che si fa i suoi bei pianti: perché Dio se ti prende, ti prende tutto».
(Lucia Bellaspiga AVVENIRE 12.01.14)

«A piedi da Canterbury a Roma, passando per Rio»

12 Gennaio 2014 Nessun commento

Dopo quasi tre mesi di cam­mino concluderà questa mattina il suo pellegrinag­gio. Davanti a papa Francesco, nel­l’udienza generale del mercoledì. Oggi Marco Andrea Becucci, pisa­no d’origine ma londinese d’ado­zione, sarà in piazza San Pietro. È il traguardo del suo «viaggio» a piedi lungo la Via Francigena, la strada dei pellegrini che unisce Canterbury a Roma e che Marco ha percorso a piedi da solo.

La sua avventura è come un’ap­pendice della Gmg di Rio. Nella città brasiliana Marco canta di fronte a migliaia di giovani ma non si accontenta. Dopo aver fat­to il Cammino di Santiago due an­ni fa, ha bisogno di meditare sul­la sua vita. Da qui la decisione: la­scia il lavoro e si tuffa nella Fran­cigena. Marco parte una domeni­ca di settembre dopo la Messa del­le 19 nella «parrocchia degli ita­liani » di St. Peter’s church a Lon­dra. È l’Eucaristia dei giovani che in quaranta lo accompagnano re­citando il Rosario fino al termine della sua prima tappa simbolica, la Torre di Londra.

Il giorno seguente inizia il cam­mino allungandolo un po’ e per­correndo anche la Northfleet Downs Way che porta a Canter­bury. Da qui partirà ufficialmente la sua marcia dopo aver ricevuto la benedizione nell’abbazia. In se­dici lo seguono nei tratti d’esor­dio.

Poi Marco prosegue da solo pas­sando per Francia e attraversando le Alpi. Durante l’itinerario resta in contatto con gli amici attraverso la Rete. Racconta di giornate con­trassegnate dalla gioia. E di altre nel segno del «deserto». Ha effet­tuato solo una pausa di una setti­mana ricaricandosi fisicamente e spiritualmente a Taizé.

Marco ha toccato con mano la fa­tica di vivere la fede a Londra. Nel­la capitale britannica definirsi cri­stiano è quasi un tabù. E lo è an­cor di più essere cattolico consi­derando il pregiudizio anti-catto­lico il cui apice è in un’antica leg­ge inglese, ancora in vigore, se­condo cui il primo ministro può professare qualunque religione ma non può essere cattolico. La parrocchia italiana che negli ulti­mi 150 anni è stata il punto di ri­ferimento di milioni di migranti arrivati nel Regno Unito è costi­tuita oggi principalmente da ra­gazzi laureati che non trovano sbocchi lavorativi in Italia. Fra que­sti c’è Marco. Dopo essersi laureato a pieni voti in chimica e tecnologie farmaceu­tiche, decide di intraprendere la sua professione all’estero e sente la «chiamata» di Londra. Nella sua Toscana aveva incontrato i Frati minori francescani ed era anima­tore di un gruppo di giovani.

Nella città britannica Marco si fer­ma spesso a parlare con i senza­tetto o visita i ragazzi rinchiusi nel carcere di Petonville. È «malato» di francescanesimo e invita tutti a partecipare ai corsi organizzati dai Frati di Assisi. È un successo con decine di ragazzi che ogni due o tre mesi prendono il volo Londra-Perugia per andare nella terra del Poverello. Poi porta a Londra «For­za venite gente», il musical su san Francesco, che sarà un trionfo. La sua ultima sfida è il pellegrinaggio che termina oggi.
(Francesco Di Rosario AVVENIRE 4 dic.2012)

“..niente da offrire..se non la ns famiglia..”

10 Gennaio 2014 Nessun commento


Genitori dell’anno grazie ad Haamid

Hanno presentato domanda di adozione dopo 37 mesi di matrimonio. «Prima di tre anni non si può. Contavamo i giorni. E poi il momento è arrivato», racconta Antonino Vinci, messinese di 34 anni. Insieme alla moglie Caterina di 30 ha adottato un bimbo della Repubblica democratica del Congo lo scorso aprile. «Appena prima che il Paese bloccasse le partenze dei piccoli», aggiunge l’uomo. Poi, ad ottobre, c’è stata la tragedia di Lampedusa, quando migliaia di profughi sono sbarcati sulle coste italiane e diverse centinaia sono annegati. «Siamo rimasti toccati.

Volevamo fare qualcosa ma non avevamo niente da offrire. A parte la nostra famiglia», spiega Antonino. Così, è arrivato Haamid, adolescente somalo giunto nella Penisola senza i genitori, rimasti in Africa. Per la loro disponibilità, l’associazione “Amici dei bambini” (Ai.Bi), ha premiato la coppia come esempio di buona integrazione e li ha insigniti del titolo di “ambasciatori di pace”. In dono, ha dato loro un’icona di San Giuseppe, colui che, tra i primi, aprì la sua casa e il suo cuore al piccolo Gesù. Haamid non è stato adottato ma preso in affidamento dai Vinci. I messinesi offriranno al ragazzino una famiglia nel periodo in cui starà all’estero, in attesa di ricongiungersi con i suoi. Il procedimento per l’affido di un minore non accompagnato è stato lungo e complicato. Si tratta di una possibilità nuova, le stesse autorità non sanno bene come muoversi. Alla fine, però, i Vinci ce l’hanno fatta. «Haamid è arrivato da appena qualche giorno.

Ancora non parla italiano e comunica con il traduttore di Google. Ma stiamo imparando a conoscerci. È bello averlo con noi».
(POPOTUS Avvenire 7.1.14)

secolo dei diritti umani????

6 Gennaio 2014 Nessun commento

Nel mese di febbraio, un team di CitizenGO andrà in Pakistan e visitare Asia Bibi, la donna cristiana condannata a morte per blasfemia. Oltre alla possibilità di sottoscrivere questa campagna di solidarietà, ogni firmatario ha la possibilità di aggiungere un proprio messaggio di vicinanza per Asia, che le sarà consegnato personalmente dal nostro presidente Ignacio Arsuaga durante il suo viaggio in Pakistan. Chiediamo a tutti di unirsi a CitizenGO in questa iniziativa di sostegno e solidarietà: Asia ha bisogni di sapere che migliaia di persone le sono vicine e stanno pregando per lei.

Il caso di Asia Bibi non rappresenta un episodio isolato: i cristiani sono perseguitati in molte parti del mondo a causa della loro fede. Ogni anno si contano 100.000 cristiani uccisi e 150.000.000 di cristiani perseguitati e fatti oggetto di violenze. E il XXI secolo, spesso accolto come “il secolo dei diritti umani”, si preannuncia più sanguinoso che mai per i cristiani.

Nel 2009 Asia Bibi è stata accusata da un uomo del suo villaggio di aver offeso il profeta Maometto. Dopo innumerevoli abusi e violenze (anche sessuali), la donna è stata condannata a morte l”11 novembre 2010, ma fortunatamente la condanna non è stata ancora eseguita.
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Ecco la lettera inviata da Asia a Papa Francesco in occasione del Natale:

“A Sua Santità, Papa Francesco, in nome di Nostro Signore, onnipotente e glorioso, io, Asia Bibi, desidero esprimere tutta la mia profonda gratitudine a Dio e a voi, Santo Padre. Mi auguro inoltre che ogni cristiano abbia avuto l’opportunità di celebrare questo Natale con gioia. Come molti altri prigionieri, anch’io ho festeggiato la nascita del Signore nel carcere di Multan, qui in Pakistan.

Sono profondamente grata a tutte le chiese che stanno pregando per me e che stanno lottando per la mia liberazione. Non so come potrei andare avanti senza di loro. Sono ancora viva grazie alla forza delle loro preghiere. Ho incontrato molte persone che si battono per me. Purtroppo, questo non è ancora sufficiente per risolvere la mia situazione. Ora voglio solo confidare nella misericordia di Dio onnipotente. Solo Lui mi può liberare. [...]

In conclusione, caro Santo Padre, vi prego di accettare i miei migliori auguri per il nuovo anno. So che voi pregate per me con tutto il cuore. E questo mi fa credere che un giorno mi sarà possibile tornare libera. Con la convinzione che mi ricordate nelle vostre preghiere, vi saluto con gentilezza. Asia Bibi, vostra figlia nella fede.”
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La lettera di Asia Bibi al Papa è davvero commovente. Essa mostra la sua forza e la sua fede. Presto andremo a farle visita e le consegneremo i vostri messaggi di sostegno, solidarietà e conforto. Asia può affrontare e sopportare questa prigionia ingiusta e l’orrore della condanna a morte solo grazie alla sua incrollabile fede e alla preghiera di tutta la Chiesa.
Firma subito questa petizione!
CitizenGO proteggerà la tua privacy e ti terrà informato su questa campagna e sulle altre.
(http://www.citizengo.org/it/2167-asia-bibi-libera

..solo il tempo..

3 Gennaio 2014 Nessun commento

C’era una volta un’isola sulla quale vivevano tutti i sentimenti
La Gioia, La Vanità, la Conoscenza e tutti gli altri,
incluso l’Amore
Un giorno, fu annunciato che l’isola sarebbe stata presto sommersa,
cosi tutti i sentimenti prepararono le loro imbarcazioni e se ne andarono
L’Amore fu l’unico che restò, perché voleva restare con l’isola
fino a quando essa non sarebbe stata sommersa
Quando l’Amore rischiò di restare sommerso
anch’esso domandò aiuto
La Ricchezza passò con un magnifico battello
L’Amore le domandò
“Ricchezza, vuoi prendermi con te?”
La Ricchezza gli rispose
“non posso, il mio battello è pieno d’oro e d’argento
e non c’è più posto per te”
Allora l’Amore domandò alla vanità che passava di là
“Vanità, per favore, aiutami!”
“Non posso aiutarti, Amore,
sei tutto bagnato potresti rovinarmi il battello”
gli rispose la Vanità
La Tristezza era poco lontano, cosi l’Amore le domandò
” Tristezza, prendimi con te”
” Oh, Amore sono cosi triste
che preferisco continuare da sola …”
La Gioia passava al seguito,
ma era talmente contenta che non sentì nemmeno …
l’Amore chiamarla!

Improvvisamente una voce parlò:
“Vieni Amore, io ti prendo con me”

Era un Vecchio …

L’Amore era cosi contento
che si dimenticò di chiedergli il suo nome!
Quando furono arrivati in un paese sulla terraferma
il Vecchio se ne andò proseguendo il suo cammino
L’Amore domandò allora alla Conoscenza
quale fosse il nome di colui che lo aveva aiutato
Era il Tempo, rispose la Conoscenza”
Il Tempo?
Ma perché il Tempo mi ha aiutato?”
domandò l’Amore

Non c’è che il Tempo che può comprendere
quanto grande è l’Amore”
… rispose la Conoscenza”

(da www.oasidelsilenzio.ch)

“Parlaci del tempo”

3 Gennaio 2014 Nessun commento


E un astronomo disse:

“Parlaci del Tempo”

E lui rispose:

Vorreste misurare il tempo, l’incommensurabile e l’immenso
Vorreste regolare il vostro comportamento
e dirigere il corso del vostro spirito secondo le ore e le stagioni
Del tempo vorreste fare un fiume per sostate presso la sua riva e guardarlo fluire

Ma l’eterno che è in voi sa che la vita è senza tempo
E sa che l’oggi non è che il ricordo di ieri e il domani il sogno di oggi

E ciò che in voi è canto e contemplazione dimora quieto
entro i confini di quel primo attimo in cui le stelle furono disseminate nello spazio

Chi di voi non sente che la sua forza d’amore è sconfinata?

E chi non sente che questo autentico amore,
benché sconfinato,
è racchiuso nel centro del proprio essere
e non passa da pensiero d’amore a pensiero d’amore,
né da atto d’amore ad atto d’amore?

E non è forse il tempo, così come l’amore, indiviso e immoto?

Ma se col pensiero volete misurare il tempo in stagioni,
fate che ogni stagione racchiuda tutte le altre
e che il presente abbracci il passato con il ricordo
e il futuro con l’attesa
(Kahlil Gibran)