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Archivio Febbraio 2014

“cipolla” infernale

27 Febbraio 2014 Nessun commento

Bambini di 10 mesi violentati e torturati.
Gli si dà fuoco oppure viene colata cera bollente sulla loro pelle: il tutto per produrre video (per un totale di 20 minuti) scambiati nel “deep web”, il lato oscuro della Rete. La denuncia arriva dall’Associazione Meter Onlus (www.associazionemeter.org) di don Fortunato Di Noto: è la prima volta che filmati così crudeli e del genere vengono rinvenuti online.

I volontari Meter hanno potuto assistere ad uno spettacolo infame: donne con il volto coperto da maschere di carnevale intente a violentare e molestare i piccoli. Parliamo di bambine legate, bruciate con cera bollente, affogate con la testa nel water, atti sessuale e di libidine di estrema gravità.

Immediata la denuncia di Meter onlus al Compartimento Sicilia Orientale della Polizia Postale
e delle Comunicazioni di Catania per l’accertamento del caso e per l’individuazione dei soggetti coinvolti.Sconvolgente la visione.

“La pedofilia” ha detto don Fortunato Di Noto che ha coordinato l’OSMOCOP
(Osservatorio Mondiale contro la pedofilia e la pedopornografia – ufficio di Meter altamente specializzato nel monitoraggio della rete, “non arretra di un passo: aumentano le donne e le torture sessuali con bambini in tenerissima età ed è in atto un significativo aumento di questa criminale tipologia. Le community dei pedofili stanno sempre più utilizzando questo sistema in anonimato”.

I pedofili utilizzano un sistema basato su Tor, il software legale che ha come simbolo una cipolla (la sigla significa, infatti, è The Onion Routing), che consente comunicazioni non intercettabili.
“Continueremo a segnalare tutto questo, anche se siamo rimasti senza un soldo e non abbiamo più autonomia, malgrado le promesse della politica. Quanto abbiamo visto ha superato ogni nostra immaginazione.
Solo la collaborazione internazionale può riuscire a sconfiggere questo crimine”, conclude don Di Noto.
Basta un piccolo gesto per sostenere Meter Onlus che da oltre venti anni
dedica il suo impegno al contrasto della Pedofilia e della Pedopornografia
oltre alla prevenzione degli abusi e dei maltrattamenti sull’infanzia.

Le donazioni possono essere versate presso i nostri conti correnti:
IBAN Postale: IT 44 M076 0117 1000 0003 7700 408 – BIC: BPPIITRRXXX
Versamento tramite bollettino di C\C postale n. 37 700 408
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Sede Nazionale

Via Ruggero Settimo, 56 – Avola (SR)
tel. +39 0931564872 fax +39 0931561794
Numero Verde 800 455 270
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per informazioni: info@associazionemeter.org;
www.associazionemeter.org

“Cosa farai da grande?” “Da grande mi riposo!”

25 Febbraio 2014 Nessun commento


Siamo alla terza mossa dell’arte di educare: ‘seminare’ è la mossa di partenza; ‘tifare’ è la mossa che incoraggia a crescere; ‘aspettare’ è la disposizione all’attesa dei frutti nel figlio per non scardinare tutto in partenza.
Ecco perché il verbo ‘aspettare’ entra di diritto nel vocabolario pedagogico.
Eppure, oggi, ‘aspettare’ è un verbo che proprio non piace.
La velocità, la corsa ci sono entrate nelle vene.
Lavoriamo, mangiamo, guadagniamo e spendiamo talmente di corsa che tutto ci scorre addosso senza sapore, senza lasciare traccia.
Il guaio è che l’ossessione della velocità la riversiamo anche sui nostri bambini.
A tre anni devono leggere, a quattro ballare, a cinque suonare, a sei cantare, e poi vi è il corso di inglese, di judo, di karatè…
Per favore, diamoci una calmata!
Basta con i piccoli che soffrono di ingorgo psichico!
Acceleriamo il servizio postale ed i treni, non i bambini!
Il pedagogista si domanda: che cosa vi è dietro a tanta voglia di accelerare?
Ecco: alla base di tanta accelerazione stanno almeno due ragioni.
La prima: l’idea che l’infanzia sia un periodo inutile della vita e quindi un’età da scavalcare il più presto possibile.
Non c’è sbaglio più grave!
Essere (non diciamo ‘restare’!) bambino non è tempo perso!
Anzi, proprio l’infanzia è il periodo più decisivo della vita.
Ormai questo è un principio accettato da tutti: il bambino è il padre dell’uomo!
“Se hai piantato un cardo, non aspettarti che nasca un gelsomino”, recita il proverbio.
La seconda: idea sbagliata che sta alla base della mania di accelerare il bambino è pensare che ‘partire’ prima significhi ‘arrivare’ prima.
Il che è tutto da dimostrare.
Anche nelle corse chi parte per primo non necessariamente arriva primo al traguardo.
Se il piccolo inizia a tre anni a suonare il pianoforte, non è per nulla scontato che sarà un grande pianista!
Dunque stracciamo quello che viene chiamato il ‘complesso di Mozart’.
Mozart (1756-1791) era un bambino prodigio, che a cinque anni già componeva sinfonie.
Diamoci una calmata! Ritorniamo intelligenti: troppi corsi non servono!
Dunque smettiamo di scorazzare tutto il giorno di qua e di là per portare e per riprendere il figlio a scuola di danza, di nuoto, di calcio…
I genitori taxi sono una sventura per i figli come i ‘genitori-turbo’ che hanno il ‘complesso dell’acceleratore’.
Lo scrittore cecoslovacco Franz Kafka (1883-1924) ci ha regalato un’immagine bellissima: “Lasciate dormire il futuro. Se lo svegliate, prima del tempo, otterrete un presente assonnato!”.
Otterrete un bambino triste oggi e un adulto povero domani.
I fiori artificiali si fanno in un giorno, ma restano sempre senza profumo.
È lecito?
Oggi al bambino succede tutto troppo presto.
Troppo presto assistono a scene di violenza, troppo presto vedono scene erotiche.
“Hanno tre anni o poco più, e davanti ai loro occhi è già passato di tutto. Nella loro mente si è depositato di tutto: le siringhe nei parchi, gli incidenti per la strada, le piaghe dell’AIDS sul viso di un ragazzo. Hanno visto la vita. Hanno visto la morte”, chi si sfoga in questi termini è la psicologa Anna Maria Battistin.
Che ne dite?
È lecito sbattere tutto in faccia ai piccoli in modo così brutale?
È vero che oggi vi sono alcuni che pensano che non si deve nascondere nulla, né il proprio corpo, né la propria anima. Ma è un dato di fatto che i bambini si sentono feriti nella loro sensibilità, nei loro sentimenti.
Roberto Ossicini, docente universitario, nota che oggi abbiamo “bambini fin troppo sviluppati sul piano intellettivo, relazionale e straordinariamente immaturi su quello affettivo… Bambini a forte rischio di manie ossessive, depressioni, malattie psicosomatiche che una volta non intaccavano l’infanzia”.
Non la intaccavano perché il bambino poteva essere bambino, vivere da bambino.
Vien da non credere (eppure il fatto è reale): un piccolo di nove anni alla domanda della Maestra: “Cosa farai da grande?”, ha risposto: “Da grande mi riposo!”.
CITAZIONI D’AUTORE
• “Se amassimo davvero i nostri figli, non li costringeremmo a passare le giornate tra scuola, piscina, lezioni di piano o di violino, palestre, corsi di computer con il solo scopo di annichilirli” (Paolo Crepet, psichiatra). “Il periodo che va da zero a sei anni è fatto di settanta mesi in confronto dei settanta anni che generalmente costituiscono un’esistenza.
• Ebbene, un’ora di quei mesi vale quanto un giorno dell’altro periodo della vita. Durante quei settanta mesi scorre, praticamente, tutta l’acqua dell’esistenza” (Arnold Gesel, psicologo statunitense, 1880-1951).
• “Badate bene che i vostri figli stanno combattendo una battaglia quasi disperata… Non c’è niente o quasi niente che vada bene per un bambino nel mondo d’oggi” (Marcello Bernardi, pediatra, 1922-2001).

(PINO PELLEGRINO:I primi sei anni da mamma e da papà –Astegiano editore)

• Libro importante come è importante l’argomento trattato.

Tutti concordano: la maturità psicologica raggiunta nei primi sei anni è prodigiosa! Il bambino impara l’80% di quanto gli servirà nella vita.

• Libro necessario: diventare genitori non è obbligatorio, ma se uno lo diventa deve darsi una bella regolata! Il fiuto non basta. È meglio documentarsi!
• Libro targato futuro: pensare di cambiare il mondo senza innaffiare bambini, è fantasia di cervelli in pieno delirio lunare!
• Libro accattivante:
è introvabile una pagina sola che culli la sonnolenza del lettore!
(pino pellegrino BOLLETTINO SALESIANO)

“Dio ci deve delle spiegazioni”

21 Febbraio 2014 Nessun commento

A volte accadono piccoli fatti che sono come lampi di luce nel buio. E folgorano i cuori immersi nella nebbia e i tempi cupi. E fanno capire e vedere la realtà assai più e meglio di tanti discorsi dei cosiddetti intellettuali o di coloro che dovrebbero illuminare il mondo.
E’ accaduto a Bologna
Mercoledì scorso, dopo una lunga malattia, è morto a 59 anni Roberto “Freak” Antoni, storico leader degli Skiantos, un gruppo musicale che viene classificato come “rock demenziale” e che nacque nella turbolenta Bologna del ’77, quella degli “indiani metropolitani” e di un’Italia che poi affogò negli anni di piombo.
Freak Antoni, un artista divertente e poliedrico, rappresenta il rivolo creativo e surreale di quella stagione che a Bologna mise con le spalle al muro “da sinistra” il monolitico Pci di Zangheri e a Roma la Cgil di Lama. Freak era così ironico, dissacrante, cinico, poetico che non è possibile inquadrarlo negli schemi.
D’altra parte quella rivolta giovanile dava voce alla delusione delle rivoluzioni mancate, al disgusto per gli apparati e finiva per esprimere sogni e utopie impolitiche, un grido di “felicità subito” che aveva natura inconsapevolmente religiosa.
Tornò in quei giorni un motto del ’68 francese ricavato dal “Caligola” di Albert Camus. Diceva: “Soyez réalistes, demandez l’impossibile”. Era perfetto anche per la Bologna del ’77. Ma era lo slogan meno politico e più religioso che si potesse coniare.
Infatti era stato un grande padre di cuori giovani, don Luigi Giussani a riprendere e valorizzare quelle parole di Camus: “Non è realistico che l’uomo viva senza agognare l’impossibile, senza questa apertura all’impossibile, senza nesso con l’oltre: qualsiasi confine raggiunga. Il Caligola di Camus – scrisse Giussani – parla di ‘luna’ o ‘felicità’ o ‘immortalità’. L’insaziabile non può che derivare da un inestinguibile. Un Destino di immortalità si segnala nell’umana esperienza di insaziabilità”.
A Bologna è rimasto qualcosa di quella ventata creativa del ‘77. Io stesso ho letto a volte, qua e là, sui muri, delle scritte che mi ricordavano “Freak Antoni”.
Vicino alla chiesa dei Servi – e a Nomisma – campeggiava un versetto biblico: “l’abisso chiama l’abisso”. E più in là, su un muro dell’Università, un memorabile: “Basta fatti, vogliamo parole”. Che – a ben pensarci – è geniale.
La morte prematura di Freak Antoni naturalmente ha richiamato a Bologna tanti amici e colleghi. Venerdì scorso, quando il Comune ha allestito una camera ardente per rendergli omaggio, nella sala Tassinari, a Palazzo D’Accursio, si sono visti molti personaggi noti dello spettacolo: c’erano Elio e Rocco Tanica delle “Storie Tese”, Luca Carboni, Samuele Bersani, Gaetano Curreri, Andrea Mingardi, Fabio De Luigi, il comico Vito, Milena Gabanelli e poi è arrivato il sindaco Virginio Merola.
Il quale ha detto alcune parole di commemorazione, in quell’atmosfera surreale e obiettivamente disperata, tipica di queste “camere ardenti”, tra volti tristi e straniti. Subito dopo si è fatta avanti una ragazza, una giovane studentessa di liceo.
Era Margherita, la figlia di “Freak”. Con dolcezza e fermezza ha detto alcune cose che hanno fatto sentire a tutti un brivido.
Un brivido di verità profonde che tutti conoscono in fondo al cuore, ma che tutti anche hanno rimosso e nascosto. Pure a se stessi.
La ragazza ha ringraziato i presenti, ha ricordato come suo padre vivesse per quel suo lavoro, per il palco, per i concerti che in tanti giorni di festa lo hanno strappato alla famiglia.
Margherita ha confessato di aver sofferto questa sua assenza, ma “adesso forse ho capito. Non so” ha detto guardando quei volti “se vi è mai capitato di sentirvi tristi. Ma tristi tristi, tanto tristi da chiedervi qual è il senso della vita, il perché delle cose. A me a volte capita. A mio padre capitava sempre. Siete tristi perché vi manca qualcosa, non è così? Altrimenti avreste l’animo appagato, soddisfatto. Ma che cosa manca?”.
La domanda della ragazza per un istante ha fatto sentire tutti come messi a nudo. Poi ha proseguito: “Ognuno cerca di colmare il vuoto che sente. Mio padre lo colmava con la droga, con i concerti, con storie d’amore improponibili. Mio padre era uno triste, uno senza speranza, un infelice, un irrequieto”.
Erano parole dette con profonda compassione e pietà. Margherita ha poi raccontato di aver trovato, l’altro giorno, nel portafoglio del padre, un biglietto dove aveva annotato questa frase: “perciò io non terrò la bocca chiusa, parlerò nell’angoscia del mio spirito, mi lamenterò nell’amarezza del mio cuore”.
Era una frase della Bibbia, del libro di Giobbe. Chissà quando e come Freak Antoni l’aveva sentita o letta e se l’era annotata, perché di certo la sentiva sua, perché esprimeva il suo dolore, la sua solitudine, le sue domande e il suo grido.
Infatti Margherita l’ha commentata così: “mio padre era un grande perché gridava, perché non si accontentava, perché il suo desiderio di felicità era più grande di qualsiasi concerto, droga o storia d’amore”.
Così, con una grazia che incantava e una pietà commossa, la giovane figlia ha descritto il senso religioso di questo padre artista irrequieto e scapigliato. E ha colto più e meglio di chiunque altro il suo genio. E il suo dolore.
Ricordando una delle sue memorabili battute (“Dio ci deve delle spiegazioni”) Margherita ha concluso con la speranza che davvero “lassù gliele dia”.
Poi, in tutta semplicità, a quella platea improbabile e sbigottita ha detto che voleva dire una preghiera per suo padre. E chi voleva poteva unirsi a lei. Ha recitato con alcuni amici l’Eterno riposo e un’Ave Maria e in quel momento una Misericordia infinita è scesa su tutti, in quella stanza, come un immenso e bellissimo panorama pieno di azzurro.
E come sono sembrate goffe e ridicole le chiacchiere di certi intellettuali e di certi notabili dell’industria sui giovani di oggi.
Se questo Paese ha una speranza, bisogna riconoscere che questa speranza ha il volto di Margherita e dei ragazzi e delle ragazze come lei. Che ci sono e sono molti più di quanto si immagini.
Nei loro volti s’intravede una speranza, una certezza, una pietà che oggi sembrano impossibili. Come quella pace di Margherita davanti al dolore della morte.Talora l’impossibile per grazia accade (Antonio Socci “Libero” 18 febbraio 2014)

“vorrei farti fiorire”

18 Febbraio 2014 Nessun commento

Amare
Il lettore sa che quest’anno presentiamo le mosse fondamentali della magnifica impresa che è l’educazione dei figli. Ormai siamo arrivati alla quarta mossa. ‘Seminare’ è la mossa di partenza; ‘tifare’ è la mossa che incoraggia a crescere; ‘aspettare’ è la disposizione all’attesa dei frutti, per non scardinare tutto in partenza;

‘amare’ è il plinto che regge tutto l’impianto educativo.

Dunque, amare il figlio!
Sembra la cosa più naturale del mondo, invece non lo è! Quanti errori si commettono credendo di far del bene!
Aveva ragione il famoso pediatra, che già conosciamo, Marcello Bernardi (1922-2001): “Non è vero che i propri figli si amano perché sono i nostri. Si amano perché si impara ad amarli”.
L’amore è un’arte, ci ricordava lo psichiatra tedesco Erich Fromm (1900-80) in un suo celebre libro: ‘L’arte di amare’ (1956).
Ebbene chi va a scuola per imparare tale arte, viene a conoscere tante cose.
La prima è la distinzione tra ciò che è amore e ciò che amore non è.
Vediamo.
Amare non è strafare
È saggio il proverbio che recita: “La madre troppo valente fa la figlia buona a niente”. Dunque, per essere subito concreti: volete fare qualcosa di più per i vostri figli?
Fate qualcosa di meno! Alcune indagini ci dicono che oggi sette ragazzi su dieci sono ‘malati di troppo amore’!
Amare non è intronizzare il figlio
Ancora Erich Fromm avvertiva: “Amare significa sostenere qualcuno, non cadere ai suoi piedi!”.
Amare non è pensare che sia proibito proibire
Il permissivismo sta all’amore come l’aceto sta al vino, come la sabbia sta alla farina.
L’amore vero è robusto, esigente. Il padre che si impone al figlio: “No, senza casco non vai in moto, per nessuna ragione!”, a conti fatti, lo abbraccia!
Ma, insomma, che cos’è l’amore pedagogico?
                                                                                        Amare è accettare il figlio
È dargli la sensazione che si è contenti che ci sia, che sia così com’è è fargli percepire che la sua presenza non pesa, che lo si vuole fino in fondo, senza condizioni. In una parola, amare è dire al figlio: “Tu conti tutto per noi!”.
                                                                                         Amare è rinunciare al possesso
I figli sono come le navi: le navi non sono fatte per stare in porto, ma per prendere il largo. Applicando a noi, amare è tagliare, al più presto, il cordone ombelicale.
La cosa non è per niente facile.
Vi sono genitori che temono che il figlio cresca uomo. Lo vorrebbero eterno bambino per poter coccolarlo e vezzeggiarlo per tutta la vita.
Altri cadono nella tentazione del super protezionismo: “Mettiti la maglia, togliti la maglia; sta’ al sole, non stare al sole!; a Gennaio non si esce perché fa freddo, a Febbraio c’è il pericolo di raffreddarsi, a Marzo c’è il vento, ad Aprile il primo sole, a Maggio l’allergia”…
No, questo non è amore, questo è soffocamento, freno, incatenamento.
                                                                                          Amare è attrezzare il figlio
È attrezzarlo perché possa gestirsi da solo, camminare sulle proprie gambe, volare con le proprie ali.
Chi ama i fiori, non li calpesta, né li coglie per sé, ma li lascia crescere, liberi e belli, nei prati del mondo.
                                                                                         Amare è rendersi amabili
Se attrezzare il figlio perché sappia vivere da uomo è l’aspetto più alto dell’amore pedagogico, rendersi amabili è l’aspetto più simpatico.
Rendersi amabili, infatti, vuol dire renderci abbracciabili, accoglienti, solari.
Renderci amabili vuol dire dare una ripassatina al nostro carattere forse attaccabrighe, tortuoso, diffidente, acido, freddo, variabile, per rivestirsi di un ‘io’ festivo, colloquiale, vibratile e tenero, attento e generoso.
Una persona tutta amabile educa anche senza saperlo, anche senza volerlo. Contagia, irradia fattori di crescita. Insomma, ama nel senso più puro e più alto.
Ecco il vero amore pedagogico!
Se è così, l’augurio più indovinato che possiamo fare ad un bambino non è quello di essere il più bello, il più ricco, il più famoso, ma di essere il più amato. Nel modo giusto!
Allora – solo allora! – ringrazierà d’esser nato.

PRENDO NOTA
• Con l’amore non si gioca. Con l’amore si vive e si fa vivere.
• Non c’è cura senza cuore.
• ‘Accorgersi’ è una gran bella parola: significa ‘far salire al cuore’.

Il bambino sopporta tutto, tranne una cosa: l’indifferenza.
• Se manca l’amore, la casa diventa uno spogliatoio per cambiare gli abiti, un dormitorio per andare a dormire, una trattoria ove si mangia brontolando e si esce senza pagare il conto.
• I bisogni del bambino hanno nomi semplici: pane, casa, vestiti e coccole.
• L’educatore indifferente non dà mai niente.
• Una parola calda riscalda tre stagioni fredde.

IL COLLO DELLA BOTTIGLIA
“La maggioranza degli alcolizzati si attacca al collo della bottiglia perché, da piccoli, non hanno potuto attaccarsi al collo della mamma” (Riflessione di un medico psicologo).

Alla fidanzata
Il poeta cileno Pablo Neruda (1904-73) così scriveva alla fidanzata: “Vorrei fare di te quello che fa la primavera con i ciliegi. Vorrei farti fiorire!”.
Questo è amore pedagogico allo stato puro!
Amare il figlio è aiutarlo a fiorire!

le armi vincono / le parole con-vincono

15 Febbraio 2014 Nessun commento


Siamo alla quinta mossa fondamentale nell’arte dell’educazione: la mossa del parlare.
È vero che l’esempio è tuono, mentre la parola è suono, però

senza il suono della parola, neppure l’esempio avrebbe la potenza del tuono, perché non sarebbe capito!

La parola è fondamentale per tre motivi.
Primo:

perché è grazie ad essa che aiutiamo il bambino a costruirsi la prima immagine di sé.
Se diciamo al piccolo: ‘Sei meraviglioso!’, il bambino penserà d’essere tale.
Se gli diciamo: ‘Non sei capace a far niente!’, il bambino si convincerà d’essere un buono a nulla.
Una volta il professor Leo Buscaglia volle fare un esperimento con i suoi studenti universitari d’America.
Li invitò a buttare drasticamente nel cestino della cartastraccia tutte le parole tristi, negative, invalidanti, per sostituirle esclusivamente con parole positive, dolci, serene, rassicuranti.
Accaddero cose fantastiche: l’atmosfera dell’ambiente cambiò in modo radicale. Persino studiare divenne simpatico!
Secondo:

la parola è fondamentale perché sono le parole che trasmettono pensieri, sentimenti, valori.
Vi è un abisso tra un ragazzo che sente sempre e solo ‘mangiare’, ‘bere’, ‘vestire’ e quello che sente anche ‘dovere’, ‘rinuncia’, ‘amore’, ‘giustizia’, ‘Dio’.
Il primo penserà che nella vita basti diventare ‘grosso’ il secondo si sentirà stimolato a diventare anche ‘grande’.
Il famoso scrittore bulgaro Elias Canetti, premio Nobel (1981) ammetteva d’essere stato ‘costruito’ dalle parole della madre, donna colta ed orgogliosa. Rimasto orfano di padre in tenera età, ricorda le serate che passava con la mamma a leggere e a parlare e conclude: “Io sono fatto di quei discorsi”.
Terzo:

finalmente, le parole sono fondamentali nell’arte di educare perché possono convincere.
Le armi vincono, le parole convincono!
Ebbene, qui tocchiamo il cuore stesso dell’educazione.
Educare non è comandare, non è castigare (anche se i comandi ed i castighi ci vogliono, eccome!)

educare è far succedere fatti interiori: è persuadere, è convincere.
Datemi un ragazzo che sia davvero convinto che

drogarsi è suicidarsi,          un ragazzo convinto che

dove entra il bere, esce il sapere...,

e mi date un ragazzo che saprà tenere il suo giusto posto anche in discoteca e al pub.
Sì, a conti fatti, l’educazione è parola condivisa.

I CINQUE COMANDAMENTI DELLE PAROLE DETTE BENE
1.    Prima di parlare controlla che il cervello sia inserito.
2.    Quando parli pensa all’insalata: l’insalata è buona se ha più olio che aceto.
3.    Non dire sempre tutto quello che pensi, ma pensa sempre a quello che dici.
4.    Ricorda che la scienza sta ancora cercando una medicina più efficace delle parole buone.
5.    Se predichi acqua, non bere vino!

PAROLE DA MAI DIRE!
• “Guarda come è bravo tuo fratello! Lui mangia gli spinaci e tu no!”.
• “Ci togliamo il pane di bocca per te, e tu ci ripaghi in questo modo!”.
• “Se fai così, ci fai morire!”.
• “Ai miei tempi…!”.
• “Ah, come si sta bene senza figli!”.
• “Ma che figlio abbiamo!”.
• “Sei un disastro!”.
• “Tanto sei sempre lo stesso!”.
• “Se lo fai ancora, non ti voglio più bene…”.

Queste sono frasi da mai dire: urtano, spaventano, fanno sentire il figlio colpevole d’esser nato, lo possono far cadere in depressione, gli possono provocare sentimenti di odio contro i genitori.
Queste sono frasi che possono uccidere più che le camere a gas!
Mai come in questo caso è indovinato il proverbio africano: “Quando inciampa la lingua, è peggio che il piede”.

PAROLE DI QUALITÀ
• “È bello avere un figlio come te!”.
• “Tu sei speciale per me!”.
• “Sono felice di averti!”.
• “La tua faccia è il più bel panorama del mondo”.
• “Tutto si può sostituire, eccetto te”.
• “Sei tu che dai senso alla mia vita”.
• “Anche se fossi il più brutto anatroccolo, ti amerei sempre con tutto il cuore che ho a disposizione”.
• “Sono sempre abbracciabile per te”.
Queste sono parole che mettono le ali al figlio, lo convincono d’avere mille possibilità, parole che gli danno la grinta per salire sul podio!

LE TRE PORTE
Un giorno il discepolo domandò al maestro: ‘Maestro, quando si può parlare?’.
Il maestro rispose:                                      ‘Prima d’essere pronunciata, ogni parola deve passare attraverso tre porte’.
‘È vera?’, chiede il portinaio della prima porta.
‘È necessaria?’, domanda il guardiano della seconda.
‘È gentile?’, indaga il guardiano della terza.
                                                    ‘Verità, opportunità, gentilezza sono i requisiti della parola buona’, concluse il maestro.
(pino pellegrino BOLLETTINO SALESIANO )

Taizé comunicazioni

11 Febbraio 2014 Nessun commento

Taizé: frère Frank (1935-2014)
16 gennaio frère Frank, responsabile della fraternità di Mymensingh ( Bangladesh ), è morto all’età di 79 anni. Nato in Olanda, nel villaggio di Gasselte in provincia di Drenthe . Dopo aver studiato lingue, entrò nella comunità di Taizé nel 1960.
Da molto tempo il cuore e i polmoni si erano indeboliti. Recentemente si sentiva male e ha dovuto optare per un rapido ritorno a Taizé. Un infermiere lo ha accompagnato. Durante lo scalo a Istanbul, ha avuto un attacco di cuore, è stato ricoverato ed è morto immediatamente. È stato riportato a Taizé, dove il suo funerale ha avuto luogo il 21 gennaio, alla presenza dei suoi cinque fratelli e sorelle, di cui era il primogenito.
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Strasburgo: tornando sull’incontro europeoDurante e dopo l’incontro, abbiamo ricevuto dei messaggi da parte dei giovani partecipanti, delle famiglie e delle persone locali coinvolte nella preparazione .
Inoltre, si possono trovare on-line le meditazioni frère Alois, le parole di benvenuto dei rappresentanti delle chiese di Alsazia- Ortenau e delle foto dell’incontro.
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Praga: il prossimo incontro europeo si terrà alla fine di dicembre 2014 in Repubblica Ceca
Il 30 dicembre, presso la Cattedrale di Strasburgo, frère Alois ha annunciato che il prossimo incontro europeo si terrà dal 29 dicembre 2014 al 2 gennaio 2015 “esso ci porterà in una città che si trova nel centro dell’Europa, Praga”.
L’arcivescovo di Praga, cardinale Duka, e il presidente del Consiglio delle Chiese Ceche, il pastore Fajfr, erano venuti apposta a Strasburgo per questo annuncio .
Taizé: in cammino per il 2015 “verso una nuova solidarietà”
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Durante l’incontro di Strasburgo, sono stati annunciati gli incontri che segnano l’anno 2015 a Taizé, per il 75° anniversario della comunità e il 100° anniversario della nascita di frère Roger. L’estate del 2015, in particolare, sarà il culmine di quattro anni di riflessione che coinvolgono i giovani provenienti da tutti i continenti. Una molteplicità di chiese e di volti che continuano a riunirsi insieme nella ricerca comune al seguito Cristo e si preparano all’incontro verso una nuova solidarietà nel 2015.

Testo biblico commentato: “Una forza usciva da lui … ” (Luca 6,20-26 )</strong

>Gesù salì sulla montagna per trascorrere la notte. Al mattino presto, sembra sia stata presa una decisione: fa salire i discepoli e li designa come apostoli. Poi tutti scendono in un luogo pianeggiante.
Gesù scende dall’intimità con Dio sulla montagna fino alla ressa della folla che era lì.
Ma perché Gesù si ferma sul luogo pianeggiante?—————————————————————————————–
Agenda
Canada. Un frère di Taizé sarà in Canada per animare degli incontri dal 19 febbraio al 9 marzo. Egli sarà affiancato da un secondo frère, dal 22 febbraio al 3 marzo.
Messico. Per l’incontro che si terrà a Città del Messico tra l’1 e il 4 Maggio 2014 , le iscrizioni sono aperte. Sabato 3 maggio, la preghiera serale si svolgerà nella Basilica di Nostra Signora di Guadalupe. In preparazione di questo incontro, dei frère e dei giovani volontari saranno a Città del Messico dai primi di febbraio.
Montenegro. Su invito dell’arcivescovo ortodosso di Cetinje, Metropolita del Montenegro e del Litorale Amphiloque una tappa del “Pellegrinaggio di fiducia sulla terra” si terrà a Podgorica nel periodo 27-31 Agosto 2014.
Lettonia. Su invito delle chiese luterane e cattoliche della Lettonia, una tappa del “Pellegrinaggio di fiducia sulla terra” si terrà a Riga nel periodo 26-28 settembre 2014
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Preghiera
Gesù Cristo, luce interiore, è guardando verso di te, riunendoci nel tuo nome, che la tua Chiesa cresce nell’unità. Donaci di amare la fedeltà e di camminare con te, tu che guidi i nostri passi sulla via della pace.

Notizie da Taizé via email sono disponibili in inglese, croato, francese, tedesco, ungherese, indonesiano, italiano, polacco, portoghese e spagnolo. L’abbonamento è gratuito.
Nuovi abbonati: per ricevere regolarmente le Notizie da Taizé, andare su: http://www.taize.fr/taizenews.php?lang=it

“La parola è suono – l’esempio è tuono”

7 Febbraio 2014 Nessun commento

L’arte di educare non è per gente pigra!
Impiantare un uomo nuovo richiede un insieme di mosse magnifiche, ma impegnative! Le stiamo snocciolando, di mese in mese. Ormai siamo alla sesta: risplendere

‘Risplendere’, sì, perché educare non è salire in cattedra, ma è tracciare un sentiero.
Educare è essere ciò che si vuole trasmettere!
Insomma, educare è risplendere!
Aveva ragione lo scrittore Ippolito Nievo (1831-1861) a dire che “La parola è suono, l’esempio è tuono”.
L’esempio ha una valenza pedagogica straordinaria almeno per quattro ragioni.
1. Intanto perché i figli imparano molto di più spiandoci che ascoltandoci. I genitori forse non se ne accorgono neppure, intanto i figli fotografano e registrano: “Vorrei avere la tua buona volontà di lavorare, mamma, ma non vorrei assomigliare a te per la tua nervosità” (Simona, nove anni).
“Papà vorrei che quando mangi, non sputi nel piatto” (Marco, otto anni).
“Bisticciano sempre, ma sono innamorati, difatti a tavola papà dice sempre alla mamma: ‘versami il vino, così è più buono’” (Anna Lisa, dieci anni).
2. L’esempio ha valenza pedagogica, poi, perché ciò che vien visto compiere dagli altri è un invito ad essere imitato, è un eccitante per l’azione.
I ricercatori ci dicono che quando, ad esempio, vediamo una persona muovere un braccio, camminare, saltare… nel nostro cervello vengono, istintivamente, messi in moto gruppi di cellule (i mirror neurons: i ‘neuroni specchio’) che spingono a ripetere ciò che si è visto.
3. La terza ragione della forza pedagogica dell’esempio sta in quella verità che i bravi insegnanti conoscono bene:

“Se sento, dimentico. Se vedo, ricordo. Se faccio capisco”.
“Se vedo, ricordo”. Dentro ognuno di noi sono memorizzati mille gesti dei nostri genitori. È bastato vedere il loro comportamento, per non poterli più dimenticare.
L’attrice Monica Vitti confessa: “Il rapporto con mia madre è stato determinante. A lei devo tutta la mia forza e il mio coraggio, la serietà e il rigore che ho sempre applicato nel mio lavoro”.
A sua volta Enzo Biagi confida: “Di mio padre ricordo la grandissima generosità, la sua apertura e la sua disponibilità verso tutti. Non è mai passato un Natale, e il nostro era un Natale modesto, senza che alla nostra tavola sedesse qualcuno che se la passava peggio di noi… Non è mai arrivato in ritardo allo stabilimento. E io ho imparato che bisogna fare ogni giorno la propria parte”.
Anche il papa Paolo VI ha i suoi ricordi: “A mio padre devo gli esempi di coraggio. A mia madre devo il senso del raccoglimento, della vita interiore, della meditazione”.
Le testimonianze riportate ci lanciano la domanda più seria tra tutte: “I figli ci ‘guardano’. Che cosa vedono?”.
4. Finalmente l’esempio è decisivo perché è proprio l’esempio a dare serietà alle parole.
Si può dubitare di quello che uno dice, ma si crede a quello che uno fa.
A questo punto è facile concludere: educare è non offendere mai gli occhi di nessuno!
Il grande scrittore russo Feodor Dostoevskij (1821-1881) ha lasciato un messaggio pedagogico straordinario:

“Io mi sento responsabile non appena uno posa il suo sguardo su di me”.
Magnifico!
Beati i figli che hanno più esempi che rimproveri!
Beati i figli che hanno genitori che prima di parlare chiedono il permesso all’esempio!
Beati i figli che hanno genitori le cui parole d’oro non sono seguite da fatti di piombo!

PRENDO NOTA
L’educazione inizia dagli occhi, non dalle orecchie.
Oggi i ragazzi ascoltano con gli occhi.
Roberto Benigni, alludendo alla sua esperienza con Federico Fellini, dice: “Quando si sta sotto una quercia, forse rimane in mano qualche ghianda”.
I fatti contano più delle parole. La rosa avrebbe lo stesso profumo, anche se si chiamasse in un altro modo.
Per imporsi non serve la costrizione, ma l’ammirazione.
Spesso si raddrizzano gli altri semplicemente camminando diritti.
L’educazione più che una tecnica è una respirazione. Se i figli vivono in un’atmosfera elettrica, diventano elettrici…
Chi parla di dieta con la bocca piena, si auto esclude in partenza.
Quando nel deserto non vi sono le stelle e la notte è buia come la pece, restano le orme. Gli esempi sono le orme!
Quattro proverbi per terminare: “Come canta l’abate, così risponde il frate”. “La ciliegia verde matura guardando la ciliegia rossa” (Palestina). “Educatori storti, non avranno mai prodotti dritti” (Olanda).

“Se la pernice prende il volo, il piccolo non sta a terra” (Africa).

IL MUSICISTA
C’era una volta un musicista che suonava da vero artista uno strumento.
La musica rapiva la gente a tal punto che si metteva a danzare.
Per caso un sordo, che non sapeva nulla della musica, passò di là e, vedendo tutta quella gente che ballava con entusiasmo, si mise, lui pure, a danzare!
La vista persuade più dell’udito.

LA PIETRA MILIARE
La pedagogia è stata stampata su carta milioni di volte, in milioni di copie. La trovi in tutte le lingue. Eppure l’umanità è ancora ferma. Che cosa aspetta? Aspetta testimoni in carne ed ossa, uomini di fatti e non di fiato! Poi si muoverà.
L’educazione non ama essere raccontata. Vuole essere vissuta: allora si diffonderà da sé.

GANDHI E LA RAGAZZA GOLOSA
Una volta una madre preoccupata per la figlia che aveva preso la brutta abitudine di abbuffarsi di dolci, si recò da Gandhi.
Lo scongiurò: “Per favore, Mahatma (‘grande anima’) parla tu con mia figlia in modo da persuaderla a smetterla con questo vizio!”.
Gandhi rimase un attimo in silenzio un pò imbarazzato, poi disse: “Riporta qui tua figlia tra tre settimane, allora parlerò con lei, non prima!”.
La donna se ne andò perplessa, ma senza replicare.
Tornò, come le era stato proposto, tre settimane dopo, rimorchiandosi dietro la figlia, golosa insaziabile.
Stavolta Gandhi prese in disparte la figlia e le parlò dolcemente con parole semplici e assai persuasive. Le prospettò gli effetti dannosi che possono causare i troppi dolci. Quindi le raccomandò una maggiore sobrietà.
La madre, allora, dopo averlo ringraziato, nell’accomiatarsi, gli domandò: “Toglimi una curiosità, Mahatma: mi piacerebbe sapere perché non hai detto queste cose a mia figlia tre settimane fa…”.
Gandhi tranquillamente rispose: “Perché tre settimane fa il vizio di mangiare dolci l’avevo anch’io!”.
Prima di parlare occorre chiedere il permesso all’esempio!

p.a.r. poi …se mai la settima

2 Febbraio 2014 Nessun commento

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7. CastigareIntanto sia subito chiaro: castigare non è il verbo più importante dell’arte di educare.
Più importanti sono altri verbi, come, ad esempio, parlare, amare, risplendere.

Questi sono i tre verbi portanti dell’educazione.

Parlare perché educare è far succedere fatti interiori, educare è convincere. Ora, solo la parola convince. Amare perché la nostra influenza arriva solo fin dove arriva il nostro amore. Risplendere perché educare non è salire in cattedra, ma è tracciare un sentiero: è mostrare, è risplendere: è essere ciò che si vuole trasmettere.
Tutto questo è vero, però anche il verbo castigare deve occupare un posto di tutto rispetto nell’arte di educare.

Il castigo è legittimo per più d’una ragione. È legittimo perché avverte che non tutto è lecito, non tutto è permesso. Non è lecito picchiare un compagno, non è lecito rubare la roba agli altri, non è lecito sradicare i fiori del giardino, attraversare di corsa le strade… Chi infrange tali regole, deve accorgersene! Il castigo serve, appunto, a questo.
Lasciar correre sarebbe uno sbaglio da cartellino rosso. Un bambino abituato alla totale impunità è un candidato alla prepotenza, alla sopraffazione!
Il castigo è legittimo perché, soprattutto i piccoli, hanno bisogno di sentire che i genitori hanno la situazione in mano: ciò li aiuta a crescere più sicuri. Il castigo dimostra, appunto, che c’è qualcuno che sa come ci si deve comportare: ciò dà tranquillità al bambino.
Il castigo è legittimo perché stimola la volontà. Le punizioni sono sempre spiacevoli, sia per chi le dà sia per chi le riceve. Ebbene, ciò che è spiacevole rafforza la volontà. Servizio quanto mai opportuno per i nostri ragazzi così devitalizzati da avere, ormai, la grinta del pesce bollito o della mozzarella!
Finalmente, il castigo è legittimo perché sovente è la via più immediata e sicura per evitare spiacevoli conseguenze. Il bambino si sta sporgendo dal davanzale? Mette le dita nella presa della corrente? Qui un castigo immediato è quel che ci vuole. Lancia pietre a vanvera? Gli blocchiamo il braccio! Tira calci ai compagni di gioco? Lo facciamo uscire immediatamente dal campo.
La mappa dei castighi
Insomma, la presenza del castigo nell’educazione è più che legittima. Così legittima che nessun pedagogista ne ha mai messo in dubbio la validità! Semmai si è discusso sui tipi di castighi di cui possiamo disporre e sul modo di gestire la punizione. Lo spazio a disposizione ci obbliga a fermarci quasi esclusivamente sulla mappa dei castighi.
Dunque abbiamo i castighi corporali.
Sberle, ceffoni, bacchettate… Sono castighi da bandire, da non usare mai, sia perché proibiti dalla legge, sia perché hanno pesanti conseguenze negative su chi li subisce: provocano risentimento, umiliazioni, scuotono il mondo emotivo del figlio. Alla larga, dunque, dai maltrattamenti fisici! Formano catene di violenti. Chi è stato picchiato da piccolo, sarà portato a rifarsi da grande su altri.
Un secondo tipo di castigo è l’ironia, il sarcasmo, la presa in giro. “Oh, eccolo il signorino con le mani di pastafrolla. Dovremo starti accanto dal pannolino al pannolone!”. Tra tutti, il castigo dell’ironia è il più dannoso: ferisce l’autostima che è una forza fondamentale della crescita.
Terzo tipo di castigo: la privazione di comodi e piaceri. “Non ti sei comportato bene: oggi niente patatine!”. “Hai bisticciato con la sorella: questa sera niente televisione!”…
Questo è un castigo che si può sfruttare: avverte del male fatto e richiede un qualche sacrificio.
Quarto tipo di castigo: il castigo morale. Consiste nel mostrarsi tristi, dispiaciuti del male fatto.
È castigo morale non parlare con il bambino per un certo tempo: “Hai detto tante bugie non ho più voglia di parlare con te!”. È castigo morale dimostrarsi di malumore. È castigo morale evitare tutti i diminutivi. Il castigo morale è castigo ‘ nobile’: non sporca le mani, non urla.
Il castigo morale generalmente funziona, specialmente con il piccolo. A tale tipo di castigo vanno tutte le nostre preferenze.
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E SE VI SCAPPA LA MANO?
“Se una volta vi è ‘scappata la mano’, non angosciatevi, non fatene una tragedia.
Capita, capita a tutti, anche a me, lo confesso pubblicamente, è capitato.
L’importante è che non diventi un ‘metodo educativo’ e tanto meno un’abitudine.
Ai bambini più piccoli basterà aggiungere un pò di affetto e sarete immediatamente perdonati.
E, per quel che riguarda i più grandicelli, non pensate che sia vietato chiedere scusa e spiegare il motivo di quello ‘scatto’. Non perderete la faccia, anzi acquisterete maggior rispetto perché lui o lei si sentirà più rispettato”. (Riccardo Renzi educatore)

UN CASTIGO INDOVINATO
Marco, un ragazzo di dodici anni, con genitori in lotta continua, un mattino uccide a calci e pugni un gattino davanti ai compagni di gioco nel cortile del condominio.
Il giudice dei minori decide di punirlo perché impari a rispettare gli animali.
Per sei mesi Marco dovrà occuparsi di un gattile, il ricovero dei gatti randagi.
Dovrà lavare le gambe e le orecchie ai gatti, dovrà tenere in ordine le loro cuccette e, prima di tornare a casa alla sera, dovrà dare “almeno due carezze ad ogni animale”.
La punizione funziona a meraviglia!
La responsabile del gattile racconta: “All’inizio il ragazzo viveva l’incarico come una imposizione assurda. Poi, poco per volta, le carezze obbligatorie sono divenute spontanee. Alla fine tra il piccolo maltrattatore ed i gatti si è creato un feeling insospettato… Ora Marco ha un cane, e lo adora”.
Il fatto, avvenuto nel gennaio 2006, è un magnifico esempio di castigo intelligente che raggiunge il suo scopo: non condannare, non umiliare, ma educare.

UN CASTIGO SBAGLIATO
Un mattino il maestro corregge pubblicamente i temi. Quando è la volta del lavoro di Lucia, si rivolge all’alunna, un pò grassottella e scandisce: “Adesso capisco perché sei così cicciottella: mangi tutto, persino gli accenti, le virgole, i punti!”.
I compagni ridono divertiti, Lucia si sente fortemente ferita ‘dentro’.
Ecco un castigo da disapprovare senza ‘se’ e senza ‘ma’.
Perché colpisce una forza fondamentale della crescita: l’autostima.
Perché dimentica una verità: i piccoli possono avere sofferenze grandi.

CASTIGHIAMO MOTIVANDO
Il castigo, da solo, non risolve nulla. Ha efficacia pedagogica solo se motivato e capito. Con i “Qui comando io!” ed i “È così perché è così!”, si formano terrorizzati, non educati!
Il figlio, sia pure piccolissimo, deve venire a conoscere le ragioni del castigo. Solo così viene illuminato e può capire il perché del suo comportamento non buono.
“Non hai avuto voglia di raccogliere la carta che hai gettato per terra, così io non ho voglia di prenderti in braccio!”, “Hai aspettato troppo tempo prima di metterti a fare il compito, anch’io aspetto a darti la merenda, a preparare la cena…”.
No, non sono ricatti, ma argomenti minimi su misura di bambino e di fanciullo. Argomenti che fanno intuire al piccolo che il castigo non dipende dal nostro umore o dalla nostra forza, ma dalla ragione. È chiaro che in età preadolescenziale ed adolescenziale, le motivazioni dovranno essere più razionali e profonde. La droga, ad esempio, è punibile perché drogarsi è rottamarsi, è autodistruggersi…
(PINO PELLEGRINO Il Bollettino salesiano)