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Archivio Aprile 2014

Strappati al Maligno grazie a papa Wojtyla

23 Aprile 2014 Nessun commento

Giovanna e Giuseppe (i nomi sono di fantasia) si so­no presi per mano e hanno deciso di affrontare in­sieme, armati solo della preghiera e della frequen­za ai Sacramenti, la violenza del Demonio e le conseguen­ze sulla loro vita coniugale diventata un inferno. Un per­corso lungo, dolorosissimo, appoggiandosi alla cura di un esorcista, fra’ Benigno Palilla, che alla fine si è concluso nel migliore del modi, con la liberazione completa e con la na­scita di un figlio (poi ne sono nati altri due) grazie, secon­do il loro racconto, all’intercessione di Giovanni Paolo II. Saranno loro stessi oggi pomeriggio a dare testimonianza di questa straordinaria liberazione dalle spire del Maligno a tutti gli esorcisti di Sicilia. Una prova durissima, che vale la pena di essere conosciuta.

Tutto nasce con liti e incomprensioni già dal tempo del fi­danzamento. Giuseppe viene spinto a rivolgersi a un ma­go per conoscere qualche particolare sul loro futuro insie­me. Gli viene detto che su Giovanna è stato fatto il maloc­chio. Così ricorrono a uno strano «bagno» e a un nastrino di protezione. I due giovani si sposano, nel 1996, ma subi­to cominciano ad accadere fenomeni strani: impossibilità di avere rapporti sessuali, rumori sinistri in camera, liti con­tinue, profonde depressioni. Giovanna riesce ad avere un bambino nel 2000, ma i problemi non si placano, gli occhi di Giovanna cambiano di espressione, i due sposi diventa­no due estranei. «Ebbi un’apparizione del Maligno e lo vi­di soddisfatto e felice per avere quasi distrutto il mio ma­trimonio » rivela Giuseppe. È necessario chiedere aiuto, riavvicinarsi alla Chiesa.

È il 25 agosto 2001 la data in cui comincia il percorso as­sieme a fra’ Benigno. I due cercano di intensificare la fre­quenza all’Eucaristia, ma i dolori e le sofferenze per Gio­vanna sono atroci. Nessuna possibilità di avere rapporti sessuali. La donna tenta anche di gettarsi dalla finestra in piena notte, ma il marito riesce a salvarla. Fra’ Benigno sen­te le parole del Demonio, mentre, durante gli esorcismi, Giovanna entra in trance, diventa violenta. «’È mia! È tut­ta mia!’ continuava a ripetere il Maligno, confessando di provare solo odio» racconta l’esorcista. La svolta avviene durante i giorni dell’agonia di Giovanni Paolo II. Il 2 aprile 2005 Giovanna chiama Giuseppe: «È morto il nostro Papa, è morto Giovanni Paolo II e io non sono stata in grado di dire una sola preghiera per lui» rac­conta con la stessa commozione di allora. Piange calde la­crime, riesce a stringere la corona del Rosario tra le mani, è disposta ad andare da fra’ Benigno per ricevere la preghiera dell’esorcismo. Viene invocata l’intercessione di Giovanni Paolo II e Giovanna è liberata definitivamente, riesce a ri­cevere i Sacramenti. Vuole andare ai funerali del Papa e parte per Roma. Mesi dopo le capita di vedere Giovanni Paolo II vestito di bianco:
«Non avere paura» le dice.

Giovanna comincia ad avere desiderio di un figlio, ma Giu­seppe, da alcuni esami, sembra essere diventato sterile. In un sogno la donna vede due angeli vestiti di bianco. Uno le dice: «Sei incinta, vai a fare un test di gravidanza e te ne accorgerai». Di fatto è incinta. «Partorì questo bimbo che battezzai io – rivela fra’ Benigno –. Al termine del Battesi­mo pregai il Signore, perché a questo figlio concedesse la grazia della vocazione sacerdotale».
(Alessandra Turrisi corrisp. Palermo AVVENIRE 19.02.14)

“vivo per stupirmi ancora”

18 Aprile 2014 Nessun commento

«Ho bestemmiato mia madre Ora la benedico»

Le cicatrici sul capo narrano di una storia remota e ingar­bugliata. Cinquant’anni di strada e orfanotrofi e vita al­l’addiaccio. Come se la prima condanna fosse stata e­messa quando aveva appena quindici giorni di vita e un pas­sante, un buon samaritano, l’aveva raccolto nei pressi di un cassonetto. Ci aveva messo parecchio a finire in galera, quasi non sapesse nemmeno rubare.

Il nostro primo incontro è di tre anni fa. Lo ricordo irascibile, scorbutico, ingestibile. Con il cuore immenso connaturato ai semplici. La sua preghiera era il rosario, erano le orazioni con­sunte della vecchia catechesi, era la pietà tipica di chi non ha mai nemmeno sfiorato un libro. Pur di stare vicino al Cristo, s’e­ra messo a completa disposizione: a lavare le mattonelle e pu­lire i vetri con le inferriate, per fare di quella sala di galera la no­stra piccola chiesa, così simile a un “ospedale da campo dopo una battaglia”. Dopo un’infinità di battaglie.

Il suo cruccio? Lei, quella don­na mai conosciuta e che mai chiamò “mamma”. La bestem­miava nelle sue preghiere, con­dannandola per quel gesto fol­le dell’abbandono. D’altronde anche nella Scrittura la ribel­lione anticipa la comprensio­ne, le urla fanno da preludio ai canti, e prima della Terra Pro­messa c’è l’agonia dell’Egitto. Lo lasciavamo fare, dire, vocia­re. Mi ricordava un vecchio ru­dere di montagna: un rudere, certo, ma abbastanza prezioso da meritare di venir restaurato, avendo cura prima d’imbragarlo. Noi abbiamo costruito l’imbragatura, il resto fu opera di quel­la Grazia non sempre del tutto “comprensibile”. Ben presto, nel suo cuore al Dio minaccioso è subentrato il Dio della consola­zione, il raggio di luce che gli ha permesso di scandagliare l’a­bisso della sua umanità. E, riconciliatosi con Dio, si è riconci­liato con i fratelli. Si è riconciliato con il volto ignoto della mam­ma mai conosciuta. Dalla maledizione al silenzio. Lui figlio che perdona la madre: «Oggi voglio pregare per mia madre. Chis­sà perché l’ha fatto…». E il perché di un gesto è l’avventura più ostica da braccare tra il ferro e il cemento di una galera.

È uscito dal carcere l’altro giorno. Fa il giardiniere in un’oasi di spiritualità, dimostrando una spiccata sensibilità per il bello. Proprio lui, che nella sua prima vita ha conosciuto soltanto la bruttezza. Ha portato con sé le poche, piccole reliquie di una vita. Ogni tanto borbotta: «Se la mia mamma avesse abortito, ogni non sarei qui. Che spettacolo: grazie, Dio!». Riconciliato con Dio, con la sua mamma, con se stesso. Ai vecchi compa­gni di galera ha lasciato un biglietto sull’altare, quasi un prelu­dio di Pasqua:

«Vivo per stupirmi ancora».

(Storia raccontata da don Marco Pozza, Padova).AVVENIRE 17 APRILE2014

invitante!!…

5 Aprile 2014 Nessun commento

Dario: gli piacerebbe diventare giornalista

2 Aprile 2014 Nessun commento

Dario Ozzimo ha 28 anni, una laurea triennale in Scienze storiche e adesso continua con la specialistica in Filologia, letteratura e storia dell’antichità all’Università statale di Milano.

È cieco da quando è bambino.

Cosa ti piacerebbe fare dopo l’università?
«Il giornalista anche se so che è difficile».

Senti di avere le stesse opportunità nello studio dei ragazzi senza disabilità?
«Grazie ai servizi offerti dall’università sì, senza sarebbe difficile. Per quanto riguarda le altre scuole ho fatto il liceo classico e i primi 2 anni ho avuto un sostegno abbastanza scadente (per fare un esempio il primo mi hanno mandato una ragioniera), che però poi è migliorato al triennio. I professori invece non mi hanno molto compreso e mi dicevano che non studiavo mettendomi pressione. I risultati sono arrivati non appena mi sono iscritto all’università».

Quali sono i servizi che ti offre l’università?
«Vari tipi di servizi, da quelli di accompagnamento alle lezioni al supporto psicologico e didattico nell’affrontare gli esami attraverso dei tutor che aiutano a studiare».

Quali sono i servizi più importanti?
«Nel mio caso, oltre agli accompagnamenti a lezione, il servizio più importante riguarda la scansione dei testi per gli esami, soprattutto per me che sono alle prese spesso con il latino e il greco. Proprio per la difficoltà nel reperimento dei testi non sono in pari con gli esami anche se questo non è un problema, almeno per me».

C’è una cosa che ami fare più di altre?
«Mi piace molto leggere anche se con gli esami non ho molto tempo. E poi sono un gran chiacchierone anche se per rimanere in tema di università trovo difficile fare amicizia perché il primo approccio è essenzialmente visivo e soprattutto i corsi che frequento sono quasi tutti a scelta degli studenti e non sempre si incontrano le stesse persone».
(Chiara Pelizzoni – FAMIGLIA CRISTIANA 27 marzo 2014)