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Archivio Giugno 2014

«Ho ricevuto più di quanto ho dato».

24 Giugno 2014 Nessun commento

«Preferisco soffrire per sempre per averlo amato, anche per poco, piuttosto che non averlo accudito».
Sono le parole di Nadia Ferrari, 46 anni, infermiera del reparto di patologia neonatale dell’ospedale di Grosseto, che adottò Mario, nato il 16 giugno del 2011 con un grave handicap e morto il 26 gennaio scorso. Il piccolo, abbandonato alla nascita dai genitori, fu trasferito dal Mayer di Firenze, dove era già stato operato diverse volte, all’ospedale di Grosseto. Nadia ha accettato di parlare della sua esperienza con Tempi.it.

UN DONO UNICO. Mario arrivò in condizioni terribili, ma per l’infermiera fu da subito un grande dono. «Ricordo che, quando lo vidi la prima volta, era piccolissimo, coperto da tubicini e drenaggi. Aveva assunto posizioni obbligate dall’ospedalizzazione. Fu un colpo di fulmine, mi catalizzava. Erano già arrivati prima di lui altri bambini malati e abbandonati, ma con lui fu diverso. Mario è unico». Il bimbo passò il primo anno della sua vita fra le cure del personale dell’ospedale e di un gruppo di volontari, facendo avanti e indietro dall’ospedale di Firenze, dove fu rioperato. «Piano, piano, con la fisioterapia, riuscimmo a sbloccarlo e a fargli assumere posture più naturali. Arrivammo anche a dargli da magiare con il biberon, mentre prima si nutriva con la peg. Cominciai a lavorare su di lui da subito. Quando non ero di turno mi fermavo in ospedale e, quando andavo a casa, pensavo a lui, quindi tornavo per dargli da mangiare, fare la ginnastica o giocare».
I PROGRESSI IMMEDIATI. Nadia avrebbe voluto adottarlo «ma non credevo si potesse. Fortunatamente un giorno confessai ad alta voce: “Magari lo potessi portare a casa con me!”. Al mio fianco c’era un assistente sociale: “Allora perché non lo fai?”, mi rispose. Non potevo crederci e cominciai subito le pratiche per la richiesta di affido».
Era l’agosto del 2012, a marzo dell’anno successivo Mario fu affidato all’infermiera. «In ospedale lo accudivamo tutti, ma non si poteva dargli il massimo, perché il tempo a disposizione del personale non bastava. Dovevamo curare anche gli altri bimbi». Nadia si mise in aspettativa: «A casa c’eravamo io e mi figlia, così potevo stimolarlo in continuazione. Lo portammo al mare e in montagna, in piscina. I progressi furono immediati: cominciò a mangiare da solo, imparò a tenere su la testa e a muoversi meglio». Dopo un anno e mezzo di calvario il piccolo cominciò ad avere una vita quasi normale, in cui c’era spazio per ridere, fare versi e giocare. «A giugno feci una grande festa per il suo secondo compleanno».
«CIO’ CHE HO RICEVUTO». Molti fra amici e colleghi sono rimasti colpiti dalla generosità di Nadia: «Mi dicevano che stavo facendo tantissimo, ma non capivano che era infinitamente più grande quello che mi dava lui. E non lo dico per dire: Mario mi ha dato gioia, pace, amore. È stato il regalo più bello della mia vita. Sentirlo piangere di rado e senza mai fare capricci, vederlo sereno, sorridente e dignitoso, nonostante la sua sofferenza, era ricevere continuamente speranza». Ma c’era anche chi diceva a Nadia che il suo ero uno slancio sospetto: «Alcuni parlavano di un vuoto che, secondo loro, cercavo di riempire. A dire il vero, ero contenta della mia vita prima di conoscere Mario, lui è semplicemente capitato. E il vuoto, semmai, lo sento ora. Mi manca tantissimo». Nadia si ferma, poi, con la voce strozzata, racconta di altre persone che le dicevano che non valeva la pena sacrificarsi per un bimbo che sarebbe morto: «Dicevano che poi avrei sofferto: “Lo so, soffrirò, ma gli voglio bene”, rispondevo. E poi preferisco soffrire per sempre per aver amato Mario anche per poco, piuttosto che non averlo mai accudito».
DOPO IL CALVARIO. Nadia spiega che avrebbe accolto il piccolo «anche se fosse diventato grande. Sinceramente ci speravo. Avevo già messo in vendita la casa perché non c’era l’ascensore. Avrei dovuto anche cambiare l’automobile. Ma purtroppo non è successo: volevo solo fargli assaggiare un po’ più di vita. Dopo il calvario in ospedale, qui era felice». Ora a Nadia restano i ricordi e i dialoghi con Mario: «Gli parlo in continuazione anche se è dura non poterlo più accarezzare. Se c’è un paradiso, spero che stia correndo e giocando e di arrivarci». Nadia si ferma ancora, ma questa volta ride: «Così poi lì ci potremo organizzare meglio, che di tempo ce n’è un’eternità…».
(da Tempi.it 24 aprile 2014)

“Il dolore è un dono che va accolto”

24 Giugno 2014 Nessun commento

L’acido, poi la grazia di Dio «Così ho incontrato il bene»
(Lucia Annibali: «Io, salvata da fede e preghiera»)
L’intervista
Per la prima volta l’avvocato di Pesaro che il 16 aprile del 2013 è stata sfregiata per volere del suo ex parla del suo percorso spirituale: «Il dolore è un dono che va accolto»

Le mani curate, la voce ferma, il sorriso d’una gioia contagiosa. Lucia Annibali, il simbolo del­le donne che lottano contro la violenza (e la sconfiggono) non è più la persona che la notte del 16 aprile 2013 ha fatto capolino sul pianerottolo di casa, ha infilato le chiavi nella porta e lì – nel posto più sicu­ro al mondo – s’è scontrata con il male. L’acido che le ha stravolto il viso, e la vita, ha anche cambiato profon­damente il suo cuore. E l’ha riempito di fede.

La filosofa tedesca Hannah Arendt parlava di “ba­nalità del male” riferendosi al tentativo di an­nientare il popolo ebraico. Chi ti ha sfregiato vo­leva annientarti…

Il male l’ho potuto toccare e l’ho visto molto chiara­mente. Davvero posso dire che esiste. Ma ho speri­mentato che il bene è più potente, anche se necessita d’essere coltivato perché si propaghi. Il male è banale perché non ha risposte, non può trasformarsi in nul­la, non può creare e non ha nulla da cui attingere co­me esperienza umana.

La pensavi così anche prima dell’aggressione?

Quando ti incontri con la morte devi decidere se vuoi la vita oppure non la vuoi più. È lì che cambia com­pletamente la tua dimensione. Perlomeno, questo è quello che è successo a me.

Oggi cosa sono per te la fede e la preghiera?

Penso che la fede significhi accogliere ciò che ti viene dato. Può essere una cosa bella o brutta. Nel mio caso mi è capitato una grande dolore fisico a cui veramen­te non ero preparata. Un dolore lungo, che lascia de­bilitati e con tante incognite. Se tu lo sai accogliere, lo accetti e lo ascolti, vedi anche le possibilità e le occa­sioni che ci sono dentro.Per me la spiritualità e il rap­porto con Dio sono questo: essere in contatto davve­ro con quello che ti viene mandato e vedere una gra­zia in questa esperienza. oggi penso che questo even­to sia davvero il senso della mia vita.

Nel tuo libro racconti d’essere rimasta toccata da un gruppo di suore che pregava per te quando rischiavi di rimanere cieca. Che cosa ha significato per te?

Non un gruppo, ma tanti gruppi di suore! Queste pre­ghiere non mi hanno fatto sentire abbandonata. Nel let­to di ospedale, alla fine, sei comunque sola. Nel mio ca­so poi non vedevo. Ecco, io non mi sono sentita sola a lottare per cercare di riconquistare quello che rischia­vo di perdere, che avevo perso e che stavo perdendo. Quelle preghiere mi hanno dato solidarietà. Ho senti­to che molte persone mi volevano bene, mi hanno da­to un senso di vicinanza che mi ha aiutato moltissimo.

Spesso racconti che prima dell’acido non volevi co­struirti una famiglia perché prima volevi realizzarti. Oggi come la pensi?

Non ho mai avuto un forte istinto materno. Ma oggi sen­to forte il desiderio di fare qualcosa di buono, è quasi una necessità per me. Per esempio l’idea di adottare un bambino potrebbe essere l’occasione per mettere in pratica questa intenzione. Anche questo è un modo nuovo che ho di vedere la vita.
(Roberto Mazzoli AVVENIRE 22.GIUGNO 14)

L’intervista
Per la prima volta l’avvocato di Pesaro che il 16 aprile del 2013 è stata sfregiata per volere del suo ex parla del suo percorso spirituale: «Il dolore è un dono che va accolto»

sbagliato o differente?

23 Giugno 2014 Nessun commento

Il dromedario e il cammello

Una volta un dromedario,
incontrando un cammello,
gli disse: – Ti compiango,
carissimo fratello;
saresti un dromedario
magnifico anche tu
se solo non avessi quella brutta gobba in più.

Il cammello gli rispose:
- Mi hai rubato la parola.
E’ una sfortuna per te
avere una gobba sola.
Ti manca poco ad essere
un cammello perfetto:
con te la natura
ha sbagliato per difetto.

La bizzarra querela
durò tutto una mattina.
In un canto ad ascoltare
stava un vecchio beduino
e tra sé, intanto, pensava:
“Poveretti tutti e due,
ognun trova belle
soltanto le gobbe sue.
Così spesso ragiona
al mondo tanta gente
che trova sbagliato
ciò che è solo differente!”
(Gianni Rodari)

“…mai per chiedere la guarigione…”

20 Giugno 2014 Nessun commento

«Quell’abbraccio della Madonna sentito a Lourdes»
Parla Danila, l’ultima miracolata «Là ho trovato il Paradiso»

« Lourdes? Là ho trovato il Paradiso, la gioia vera di sentirmi tra le braccia del Signore e della Madonna». Il sor­riso accompagna le parole di Danila Castelli, l’ultima guarigione «inspiegabile» – la sessan­tanovesima – avvenuta presso il Santuario ma­riano transalpino ufficialmente riconosciuta dalla Chiesa e ratificata un anno fa, nel giugno 2013, dal vescovo di Pavia Giovanni Giudici.

Danila è pavese – bereguardina per l’esattezza -, ha sessantotto anni, è moglie di un famoso ginecologo e ha quattro figli. Le sue parole han­no conquistato la numerosa platea dell’Audi­torium di via Sant’Antonio, a Milano, nell’in­contro organizzato dal Rotary Club Assago Mi­lanofiori sul tema «Lourdes: guarigioni, mira­coli, carità verso i malati». Accanto a Danila Castelli il responsabile del Bureau Medical di Lourdes Alessandro De Franciscis e il vicario generale dell’arcidiocesi di Milano Mario En­rico Delpini. A introdurre la serata Luigi Va­lenti, presidente del Rotary organizzatore, chi­rurgo in forza al Policlinico San Matteo di Pa­via, una delle strutture dove Danila è stata più volte ricoverata.

Ad ascoltare, oltre ai rotariani, anche rap­presentanti delle varie sezioni lombarde del­­l’Oftal, dell’Unitalsi, della Fondazione don Carlo Gnocchi. «Lourdes è un modo per in­terpretare la malattia alla luce della carità – ha esordito il vescovo Delpini – parlare di ma­lattia genera imbarazzo. Tutti sappiamo che la incontreremo o l’abbiamo già incontrata, ma resta qualcosa di inquietante. Un pelle­grinaggio dice un gesto di Chiesa, un per­corso condiviso con il malato che non resta solo, un modo di pregare senza evadere dal­la propria situazione». Danila Castelli, negli otto anni della malattia, ha compiuto tre pellegrinaggi a Lourdes. «So­no sempre tornata malata – racconta – e del resto mai ero andata chiedendo di guarire, ma solo di poter gioire nella preghiera e nell’in­contro con la Madonna e con gli altri amma­lati ». Aveva 34 anni, Danila, quando comincia a soffrire di gravi crisi ipertensive che portano a una diagnosi senza via d’uscita: una forma tu­morale chiamata tecnicamente ‘feocromoci­toma’, per cui il proliferare di cellule impazzi­te producono sostanze che mandano la pres­sione alle stelle. Non ci sono cure, si deve solo rimuovere la parte di tessuto dove si sospetta la presenza di queste cellule. E così avviene, progressivamente, per Danila, costretta a una serie infinita di interventi. «Per i miei figli ero una mamma ‘con la valigia’ – spiega – non so­no mai stata disperata per me, ma non sop­portavo di vedere il dolore sul loro volto e su quello di mio marito».

Nel 1989 anche il più ottimista dei medici ce­de le armi. A maggio, quando nemmeno si rie­sce a reggere in piedi, Danila vuole raggiunge­re un’ultima volta Lourdes, questa volta insie­me al marito, che si era sempre rifiutato. «Noi due soli, un ultimo viaggio di nozze – com­menta – il desiderio di gioire ancora una volta insieme prima di morire». E quando esce dal­la piscina del Santuario Danila avverte una sen­sazione di grande benessere. Sta bene. «La fa­tica maggiore del credere è stata proprio nel momento dell’incredulità, delle mille doman­de, del ‘perché proprio a me?’. Me lo sono chiesto tante volte, ma non c’è una risposta. A Lourdes nulla avviene per caso. Bisogna se­guire il Signore e basta, forse non ero ancora pronta per andare da Lui, o forse mi è stato concesso ancora tempo per parlare dell’infi­nito amore di Dio». Danila Castelli sin da bam­bina sognava di diventare missionaria. La sua missione, anche da unitalsiana, ora è questa, testimoniare con la sua storia come «quando si aprono le porte all’amore di Dio anche l’im­possibile può diventare possibile».

(Daniela Sherrer AVVENIRE 20 giugno 2014)

lascia parlare il silenzio

17 Giugno 2014 Nessun commento

“Un uomo si recò da un eremita.
Gli chiese:
“Che cosa impari dalla tua vita di silenzio?”.
L’eremita stava attingendo acqua 
da un pozzo e disse al suo visitatore:
“Guarda giù nel pozzo! Che cosa vedi?”.
L’uomo guardò nel pozzo.
“Non vedo niente”.
Dopo un pò di tempo, in cui rimase perfettamente immobile, 
L’eremita disse al visitatore:
“Guarda ora! Che cosa vedi nel pozzo?”
L’uomo ubbidì e rispose:
“Ora vedo me stesso: mi specchio nell’acqua”.
L’eremita  disse:
“Vedi, quando io immergo il secchio l’acqua è agitata.
Ora invece l’acqua è tranquilla.
E’ questa l’esperienza del silenzio: l’uomo vede se stesso!”. 

E’ nel silenzio che maturano le decisioni importanti.
E’ nel silenzio che puoi ascoltare la voce della tua coscienza.
E’ nel silenzio che puoi sentire la presenza di Dio.
Oggi scegliti un angolo tranquillo e …..lasciati dire cose importanti dal silenzio…”

(da “il gufo”) 

 

“…non credevo che ti saresti fermato…”

11 Giugno 2014 Nessun commento

13. Lasciare un buon ricordo

E così siamo giunti alla tredicesima mossa fondamentale dell’arte di educare: “lasciare un buon ricordo”.
Un buon ricordo, portato con noi fin dall’infanzia, può fare la nostra salvezza.
Ecco perché anche questa mossa non può essere affatto sottovalutata.

L’arte di essere indimenticabili!
“Il valore dei ricordi dell’infanzia” è il titolo di un libro nel quale l’autore, Norman B. Lobsens, riporta le risposte date alla domanda: “Qual è il più bel ricordo che hai dei tuoi primi anni?”.
La prima risposta riportata è quella del figlio stesso dell’autore.
Dunque, alla domanda del padre, il figlio risponde: “Mi ricordo quando una sera eravamo soli in macchina e tu ti sei fermato a prendermi le lucciole”.
Il bambino aveva cinque anni.
“Perché ti ricordi di questo?”, gli domanda il padre.
“Perché non credevo che ti saresti fermato a prendermi le lucciole, invece ti sei fermato!”.
Per un altro intervistato il più bel ricordo è “il giorno della scampagnata scolastica, quando mio padre – di solito freddo, dignitoso, impeccabile – si presentò in maniche di camicia, si sedette sull’erba, mangiò con noi e partecipò ai nostri giochi lanciando la palla più lontano di tutti. Più tardi scoprii che aveva rimandato un importante viaggio di affari per stare con me quel giorno”.
Lasciare un buon ricordo! Anche questo è educare!
D’altronde, un ricordo lo si lascia sempre: in ognuno di noi vi sono tracce dei nostri genitori.
Basta sfogliare una qualsiasi biografia di uomini noti o meno noti per trovare riferimenti alla propria madre, al proprio padre.
Il poeta spagnolo Federico Garcia Lorca (1898-1936), ad esempio, ricorda: “La mattina quando suonavano le nove, mia madre entrava nella stanza dove già lavoravo e, aprendo la finestra sul balcone, diceva sempre: ‘Che entri la grazia di Dio!’”.
Julien Green (1900-1998), scrittore francese, ricorda: “Nella mia vita la persona che ha contato di più è stata mia madre. Mi ha dato l’amore alla vita, il desiderio di capire, la tolleranza, soprattutto la tolleranza. Infine mi ha chiuso nel Vangelo, come si chiuderebbe un bambino nel cielo”.
Simpatico è il ricordo di Luciano De Crescenzo, anche lui scrittore vivente: “Mia mamma praticava il ‘nulla si compra e nulla si getta’. Conservava qualsiasi cosa fosse entrata in casa e riempiva i cassetti di oggetti completamente inutili. Su una delle scatole di spaghi aveva scritto: ‘Spaghi troppo corti per essere usati’”.
Meno noto è Roberto D’Agostino, lookologo, ma non meno bello il suo ricordo: “Chiara era il nome di mia madre. Tagliava e cuciva reggiseni, corazze di lastex, pieni di ganci, per donne panciute. Era una donna abbastanza allegra. Il più bel ricordo di mamma Chiara? La sua tenacia. Ad essere così ostinato l’ho imparato da lei!”.
Insomma, basta essere figli per ricordarci della mamma.
Lo stesso vale per il papà.
Dolce è il ricordo del padre dello psicologo Giuseppe Colombero: “Quando ero bambino mio padre si alzava molto presto per andare a lavorare. Mi ricordo che prima di uscire di casa, si affacciava alla camera dove dormivamo noi piccoli e, stando sulla porta, diceva piano a nostra madre: ‘Non preoccuparti di alzarti prima dei bambini per accendere e scaldare la cucina. L’ho già fatto io’. Quando ci alzavamo nostro padre non c’era più, ma quel fuoco, quel tepore parlavano di lui: ci diceva che c’era stato e aveva pensato a noi”.
Forse ci stiamo rendendo conto che un buon ricordo è l’eredità più preziosa che possiamo lasciare ai nostri figli. Un buon ricordo può decidere di un’esistenza.
Lo aveva capito bene lo straordinario scrittore russo Feodor Dostoevskij (1821-1881), il quale diceva: “Sappiate che non vi è nulla di più alto, e forte, e sano, e utile per la nostra vita a venire di qualche buon ricordo, specialmente se recato con voi fin dai primi anni dalla casa dei genitori. Uno di questi buoni e santi ricordi è forse la migliore delle educazioni. E quand’anche un solo buon ricordo rimanesse con noi, nel nostro cuore, potrebbe un giorno fare la nostra salvezza”.
A questo punto viene spontanea la domanda: “Quale sarà il ricordo che i lettori lasceranno ai loro figli?”.
La risposta vien dopo una considerazione: un tempo i poeti dicevano che Dio ci ha dato la memoria per poter avere le rose anche a Dicembre! Fiorivano ad Aprile e a Maggio, però, grazie alla memoria, le rose non sparivano dalla nostra mente.
Ebbene, chi ha scritto, è sicuro che se tanti genitori hanno avuto la buona volontà e l’impegno di leggere fin qui, i loro figli, domani, cresciuti, diranno: “Dio ci ha dato la memoria per poter ricordarci d’aver avuto un bravo papà ed una brava mamma!”.

GLI OCCHI DEI FIGLI
Gli occhi dei figli non smontano mai di guardia e memorizzano per la vita intera.
Ecco la confessione di una figlia, ormai adulta, che ricorda alla madre ciò che lei compiva e che sempre le mandava un messaggio così forte, da costruirle l’impianto di fondo della sua educazione.
È una confessione che ci fa riflettere e porta a concludere che in ogni figlio vi è l’imprinting dei genitori. Nel bene e nel male.
Mamma, quando pensavi che non ti stessi guardando, hai appeso il mio primo disegno sul frigorifero e ho avuto voglia di stare a casa per dipingere.
Quando pensavi che non ti stessi guardando, hai dato da mangiare ad un gatto randagio ed allora ho capito che è bene prendersi cura degli animali.
Quando pensavi che non ti stessi guardando, hai cucinato apposta per me la torta del compleanno, ed ho compreso che le piccole cose possono essere molto speciali.
Quando pensavi che non ti stessi guardando hai recitato una preghiera ed ho incominciato a credere nell’esistenza di Dio con cui si può sempre parlare.
Quando pensavi che non ti stessi guardando, mi hai dato il bacio della buona notte e ho capito che mi volevi bene.
Quando pensavi che non ti stessi guardando, mi hai sorriso e ho avuto voglia d’essere gentile con te.
Quando pensavi che io non ti stessi guardando, io guardavo ed ora ho voluto dire grazie per tutte le cose che hai fatto quando pensavi che non ti stessi guardando!
“.

UN SEME
La cosa sa di incredibile. Eppure è vera. Alla fine del gennaio 2005 un insegnante d’agraria ha piantato un seme di palma risalente al tempo di Gesù Cristo (la datazione al carbonio 14 ha evidenziato che il seme risale a 1990 anni fa, con un margine di errore di 50 anni).
Il seme è stato rinvenuto a Masada, fortezza nel deserto che sovrasta il Mar Morto.
Nessuno credeva che da esso potesse germinare qualcosa.
Invece, ecco il miracolo che ha sbalordito tutti: “Sei settimane dopo – dice l’insegnante – ho visto spuntare qualcosa dalla terra del vaso nel quale avevo piantato il seme”.
Attualmente, la palma da datteri è alta circa cinquanta centimetri ed ha una ventina di foglioline.
Getta un buon seme ed i miracoli seguiranno!

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pino pellegrino  BOLLETTINO SALESIANO giugno 2014

come un politico si autodistrugge

8 Giugno 2014 Nessun commento

Gender a scuola, nozze gay, legge sulla famiglia. Le débâcle di Hollande

E’ passato un anno da quando Vincent Autin, presidente dell’associazione Lesbian Gay Pride di Montpellier, e il suo compagno Bruno Boileau si sono detti “oui”. Il loro è stato il primo matrimonio tra persone dello stesso sesso celebrato in Francia dopo l’approvazione della legge Taubira sul “mariage pour tous”. L’atmosfera era delle migliori, in quel 29 maggio, le coincidenze erano perfette. Il sindaco socialista di Montpellier, Hélène Mandroux, da sempre sostenitrice del matrimonio omosessuale, si apprestava a esaudire il suo grande desiderio: essere la prima a ufficializzare il matrimonio tra due militanti Lgbt, nonché membri locali del Partito socialista, dopo che sempre lei era stata la prima a celebrare simbolicamente l’unione tra due uomini nel 2011. Trecento invitati, compresi politici, giornalisti e dirigenti di associazioni più o meno noti: tutti più che mai entusiasti di sentirsi parte di quel momento indimenticabile e sgomitanti per un posticino nella foto ricordo. Un posto in primissima fila era naturalmente riservato alla ministra dei Diritti delle donne, Najat Vallaud-Belkacem, che modestamente dichiarò di essersi recata alla cerimonia “a titolo personale, per amicizia” e non per fare passerella.
La legge Taubira doveva essere solo il ricco antipasto del menù in salsa Lgbt che i pedagoghi ministeriali, con in testa il ministro dell’Educazione nazionale Vincent Peillon, stavano approntando.
Uno dei piatti forti era ed è il programma scolastico “Abcd de l’égalité”, ovvero la somministrazione surrettizia della teoria del gender fin dalla scuola materna con il pretesto di “decostruire gli stereotipi di genere”. Anche la legge di riforma sulla famiglia doveva avere la propria parte, perché si sperava avrebbe aperto almeno alla fecondazione in vitro per le coppie lesbiche, se non anche all’utero in affitto per quelle di maschi.

Poi, però, sotto il peso dell’opposizione pacifica ma vigorosa dei numerosi movimenti scesi in piazza per difendere la famiglia padre-madre-figli – Manif pour tous, Veilleurs, le Giornate di ritiro dalla scuola (Jre) organizzate dalla leader antirazzista Farida Belghoul – il governo è stato costretto a fare retromarcia rispetto ai programmi. Al ministro Peillon è stato nel frattempo dato il benservito senza troppi rimpianti, Manuel Valls è diventato capo del governo al posto di Ayrault, e anche l’“Abcd de l’égalité” non se la passa benissimo. Boicottato dalle famiglie che non vogliono che i loro figli siano trattati come cavie in esperimenti rieducativi non concordati, rischia di essere almeno molto ridimensionato dal nuovo ministro dell’Educazione, Benoît Hamon. Il quale, stando alle indiscrezioni rilanciate dal Figaro, sembrerebbe orientato per ora a lasciar raffreddare la patata bollente dell’“Abcd de l’égalité”, dopo che il pre-rapporto commissionato dal ministero per valutare lo stato della sperimentazione (la quale ha riguardato circa seicento scuole in tutta la Francia) ha mostrato molte criticità. Soprattutto emerge la crescente difficoltà degli insegnanti a contrastare le proteste delle famiglie, che rivendicano il loro diritto di gestire in prima persona i temi toccati dall’“Abcd”. Oggi, 3 giugno, al ministero dell’Educazione si farà il punto sulla questione, e l’orientamento prevalente dovrebbe essere quello di “non soffiare sul fuoco”, spiega una fonte riservata del ministero al Figaro. Tradotto, significa che per ora la sperimentazione rimarrà tale. Non sarà abolita dove è in corso ma non sarà estesa a tutte le scuole di Francia nel prossimo anno scolastico, come era nei progetti iniziali di Peillon e della ministra Vallaud-Belkacem.

Anche la “loi famille”, dopo qualche tumultuosa seduta parlamentare, è stata prudentemente rinviata a data da destinarsi, mentre i dati diramati dall’istituto di statistica parlano di un numero risibile di matrimoni tra persone dello stesso sesso celebrati nel 2013 in Francia: meno di ottomila, pari al quattro per cento delle coppie omosessuali censite. Uno scenario fallimentare, per un esecutivo socialista che aveva puntato molte delle sue carte sulle riforme di società; in questa ottica, la stessa legge Taubira, approvata nonostante lo straordinario movimento di opposizione, era stata presentata come una priorità. Giocando sull’equivoco – non solo francese – che assegna ai professionisti della militanza Lgbt una rappresentanza in cui moltissimi omosessuali non si riconoscono affatto, come dimostrano numerose prese di posizione pubbliche e l’impegno di omosessuali nella Manif pour tous. Forse Hollande, in caduta libera nei sondaggi – solo il tre per cento dei francesi lo vorrebbe candidato nel 2017, secondo l’ultimo rilevamento pubblicato giovedì dal Figaro – e in rottura totale con l’elettorato cattolico e musulmano, avrebbe fatto bene ad ascoltare un anno fa il demografo Hervé Le Bras, che profetizzò: “Col ‘mariage pour tous’, il Ps ha fatto un errore elettorale clamoroso”.

© – FOGLIO QUOTIDIANO
di Mauro Zanon

ottimo travestimento

5 Giugno 2014 Nessun commento

Dario il Lupo si sentiva molto furbo. Il piano stava funzionando.

Certo, la pelle di pecora teneva caldo. il che poteva essere anche un bene, dato il clima là fuori. Freddo, neve. E fame. Di tutti gli altri lupi del branco, e una volta si era proprio in tanti, ne restavano ben pochini. Chissà cosa ne era stato di Fausto, Sergio, Giorgio…bestie in gamba, di quelle abituate a combattere a muso duro. Ma sempre più magri, smunti, delusi. Era un pezzo che non li vedeva. Uno per uno erano spariti, la loro tana vuota e desolata.

Dario non pensava fossero i cacciatori. Siamo una specie protetta, per fortuna, si era detto tante volte. Che ci provassero a fare di noi un trofeo. Ma anche così la vita era dura, troppo dura. Non c’era da meravigliarsi se anche i migliori uno dopo l’altro se ne erano andati.
Alla fine di era dovuto arrendere all’evidenza: fare il predatore non conveniva più. Non andava. Non si sbarcava il lunario, neanche in pochi. Tutti volevano fare i capibranco, e il risultato era che si finiva a fare tutti quanti i lupi solitari. Ma le vecchie tecniche di caccia non reggevano nel mondo moderno. Si finiva a bocca asciutta. Si faceva la fame.

Era tempo di una nuova tecnica.

Mischiarsi al gregge, confondersi con le pecore. La pelle di pecora era un ottimo travestimento, visto non troppo da vicino. Bastava stare distante dai veri ovini. Fino al momento del pasto, almeno. Poi, colpire. Nell’ombra. Nessun inseguimento, solo un po’ di prudenza. L’inseguimento lo fai quando hai le gambe giovani, ma le estati passano e le giunture invecchiano .Con questo sistema, Dario non avrebbe sofferto la fame mai più.

Se il pastore non lo scopriva, ovviamente.

Era quello il momento più rischioso. Mescolarsi alle pecore era il meno. Anzi, se facevi finta di esserti perso, il pastore ti veniva persino a cercare.

Era nell’ingresso all’ovile, il pericolo.

Dario stava a testa bassa, cercando di stare il più possibile in mezzo al resto del gregge. Le pecore amano seguirsi l’una con l’altra. Sono stupide, pensò Dario, ma ciò è esattamente quello che adesso mi serve.
Il pastore stava sulla porta, e discuteva con un altro umano. Meglio, così sarebbe stato distratto. Drizzò le orecchie. L’altro uomo parlava a voce alta, iroso. Cosa stava dicendo?

“…una a una, dovresti controllarle una ad una. E se si infila in mezzo un lupo? Puoi perdere tutto il gregge in una notte, sai?”

Dario improvvisamente sentì il suo travestimento farsi più caldo. Lo stavano per scoprire? Avrebbe venduto cara la pelle, la sua pelle! Si tese, pronto alla fuga.

Ma l’altro pastore, il suo pastore, scosse la testa. “Penso che tu stia esagerando. Non vedo la necessità di farlo…”

Uff, si disse Dario rilasciando un sospiro di sollievo. C’è mancato poco. Passò a pochi metri dai due. Nessuno gli diede più di un’occhiata. Era dentro, ce l’aveva fatta.

Adesso, la cena.

Tutto stava a trovare il momento e il luogo giusto. L’ovile era enorme, zeppo di pecore. Doveva isolarrne una e poi…

—poi, come fare a fuggire?

Calma, si disse Dario. Studiamo la situazione. Poi agiremo.

Nel frattempo, il pastore aveva abbandonato la discussione e stava riempiendo le greppie con una sorta di pastone. Blah, si disse Dario. Pasto da erbivori. Che schifo.

Il guaio era che le pecore si stavano dirigendo tutte là. Se non voleva dare nell’occhio doveva adeguarsi. Fare finta,e poi zac!

Si ritrovò davanti alla mangiatoia. Tutt’intorno le sue consorelle (consorelle?) pasteggiavano con appetito. Dario annusò cautamente. A naso, non sembrava erba. Il suo stomaco gorgogliò, facendogli ricordare da quanto tempo non mangiasse. Fuori aveva dovuto accontentarsi di rifiuti ben più di una volta. Almeno questo puzzava molto meno.

Assaggiò cautamente.

Non era neanche così male, come gusto. Al quarto boccone abbandonò il ritegno e si mise ad ingoiare quanto gli stava innanzi. Non era carne d’agnello, ma era gratis ed era tanta.

Un quarto d’ora dopo si allontanò con lo stomaco gonfio e soddisfatto. Non aveva più il bisogno immediato di capire come fare a uccidere senza essere scoperto. Adesso poteva guardarsi attorno con calma, scegliere la sua preda, isolarla e poi colpire. Senza fretta, con prudenza. Il piano stava riuscendo proprio bene.

Si mise in un angolo, al coperto. Puzza di pecora, ma che ci volete fare. Era al riparo dal vento rigido, sazio, riposato. Meglio di quanto si sentisse da anni. Che goduria.

Si addormentò.

Nella settimana seguente si impratichì dei ritmi dell’ovile, sembre badando a stare lontano dalle altre pecore. Alla sbobba ci aveva quasi preso gusto. Il pastore era sempre distratto. Aveva tutto il tempo del mondo.

Troppo tempo. Con un sussulto Dario si rese conto che da giorni non studiava più i movimenti delle sue future vittime. Si stava forse rammollendo? Accidenti era un lupo, un lupo! E doveva ragionare da lupo!
Devo scuotermi, si disse, o sarà tardi. Questa pelle che indosso diventerà la mia pelle. Devo individuare una preda, e divorarla, adesso. So che ci posso riuscire.

Ecco, quella pecora un po’discosto dalle altre. La sospingerò dietro quell’angolo, la azzannerò alla gola e in un momento sarà tutto finito. Nessuno si accorgerà di niente, se sono rapido.

Lentamente, per non spaventarla, si accostò alla sua vitima prescelta. Senza parere, cominciò a sospingerla verso il retro dell’ovile. Dieci passi, cinque passi…

“Ehi, che fai, spingi?” ringhiò la pecora.

Dario sbattè gli occhi. Quella voce…

“Fausto? Sei tu, Fausto?”

Da sotto la pelle della pecora che stava davanti spuntò un muso grigio ed affilato. “Dario? Anche tu qui?”

Per un pelo Dario non si mise ad ululare. Il vecchio Fausto! Ecco dove era sparito! Si appartarono dietro l’angolo dove Dario aveva pensato di sgozzare la sua preda.

“Ma non ci posso credere, Fausto! E io che ti davo per morto! Ma da quanto sei qui?”
“Oh, sarà quasi un anno.”
“Un anno! Ma è tantissimo!”
“Oh, questo è niente. Sergio sono quasi tre anni.”
Dario strabuzzò gli occhi. “Tre anni?”
“Ed è ancora niente. Il vecchio Giuseppe, te lo ricordi? Era capobranco ai tempi dei nostri padri. E’ almeno dieci anni che sta qui dentro.”

Dario dovette sedersi. Dieci anni! E lui che pensava di avere trovato un espediente furbo e originale.
“Ma…come fate con tutte le pecore che mangiate? Il pastore dovrà pur accorgersi che…”
La sua voce si spense. Fausto aveva abbassato la testa. Era tutto fin troppo chiaro.
“Non mangiate nessuna pecora, vero? Avete rinunciato.”
Il silenzio era una conferma.
“Si sta bene, qui, Dario. Come non avevamo mai pensato che si potesse stare quando eravamo là fuori a sbranarci per un topolino. Qui si vive tutti in pace.”
“Ma l’essere lupo…”
“E cosa vuol dire essere lupo? Uccidere? Soffrire? C’è di meglio. Molto di meglio. Abbiamo messo su famiglia…”
“Con le pecore???”
“Macché, qui ci sono anche lupacchiotte, cosa credevi? In effetti a volte ho l’impressione che di pecore originali ce ne siano ben poche.”
“Ma…il pastore non si accorge di niente?”
“Pensavo fosse stupido, ma non è così. Un giorno l’ho visto che guardava dritto verso di me. E ho capito. Lui sa. E gli sta bene così. Magari non diamo la lana, ma per lui è meglio nutrirci che combatterci.”
Dario si sentiva girare la testa. “E così…la nostra sorte, quella dei lupi più intelligenti, è lasciare gli stupidi fuori agli stenti e noi qui, a far parte del gregge?”
Fausto ghignò. “A dire il vero, c’è altro. Te lo ricordi Fulvio, il capobranco?”
Dario annuì. “Certo. Non mi dirai che anche lui è qui?”
“Non proprio. Lui adesso fa il cane da pastore…”
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(da http://berlicche.wordpress.com)