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Archivio Luglio 2014

“…un pezzettino di cielo blu, blu…”

30 Luglio 2014 Nessun commento

Lidia Macchi, studentessa universitaria varesina attiva nei boy scout e militante di Comunione e Liberazione, venne ritrovata uccisa con 29 coltellate il 7 gennaio 1987 in una radura nei pressi dell’ospedale di Cittiglio, Varese, dove era andata a trovare un’amica. Aveva 21 anni. Lo scorso venerdì 25 luglio, dopo 27 anni che il caso giaceva insoluto presso la procura di Varese e avendolo avocato a sé soltanto otto mesi orsono, il sostituto procuratore generale di Milano Carmen Manfredda ha depositato presso la Corte d’Appello del capoluogo lombardo l’avviso della conclusione delle indagini e una richiesta di archiviazione della posizione di un sacerdote che il pm di Varese Agostino Abate non aveva mai ufficialmente espunto dall’albo degli indagati (vedi per esempio la cronaca dell’Ansa).

Qui di seguito riportiamo la lettera in cui Lidia confida a un’amica la circostanza del suo primissimo incontro con don Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione. La lettera, risalente agli anni in cui Lidia è già iscritta e frequenta l’Università statale di Milano, proviene dall’archivio personale del direttore di Tempi e all’epoca fu trascritta e fatta circolare dai ciellini in forma di ciclostilato.

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Carissima Mara,

abbiamo appena appeso il telefono ed io mi sono con amarezza resa conto che in fondo ti ho raccontato solo le cose più banali della mia vita di adesso. A me sta capitando una cosa straordinaria e un po’ confusa ma veramente grande; è come se in me adesso ribollissero con chiarezza un sacco di domande e di desideri sulla vita. Il desiderio d’essere felice, d’essere libera, cioè di trattare con libertà, senza essere schiacciata od appesantita da tutte le circostanze della vita, il desiderio di amare con profondità le persone che mi sono care, gli amici; il desiderio di costruire anch’io un pezzetto di storia perché altrimenti la storia ce la fanno gli altri sulla nostra testa e noi viviamo la nostra vita completamente indifferenti a ciò che accade fuori dal nostro cantuccio, che per quanto comodo è pur sempre meschino e determinato da piccole stupidaggini ed angherie quotidiane.

Ecco è come se la mia incoscienza, il fare sempre solo ciò che istintivamente mi salta in mente, mi avesse profondamente annoiato con la sua stupidità e superficialità. Mai come adesso la vita mi sembra profonda e grande e soprattutto misteriosa.

È proprio un mistero grandissimo che io ci sia, esista, che sia un fragile puntolino su questo pianeta che ruota con leggi straordinariamente perfette intorno al sole, ed il sole non è che un microbo nell’immensità spaziale e temporale del cosmo.

Ma cavoli, basta sollevare gli occhi al cielo di notte per intuire che la vita di tutto questo universo è un mistero grandioso e noi che siamo uomini e abbiamo e possiamo avere la coscienza di ciò, sprechiamo il nostro tempo afflitti da piccole banalità e da piccoli dolori, senza chiederci – perché ci fa troppa paura ascoltarci per un attimo, ascoltare quella voce che parla in noi, che grida che la vita non può non avere un senso – senza chiederci perché ci siamo, perché siamo fatti così uno diverso dall’altro, eppure al fondo, tutti con lo stesso desiderio.

Dio mio, ma perché se queste domande e desideri ci sono noi ci rassegniamo, viviamo in fondo disperati cioè non attendendoci niente dal domani, chiudendoci in una gabbia che diventa la nostra tomba al limite concedendoci qualche ricordo nostalgico dei bei tempi? Ma quali tempi! È inutile piagnucolare, siamo noi che per primi abbiamo presuntuosamente rinunciato ad essere seri, a prendere in considerazione tutti i grandi desideri che si agitano in noi, perché ci fa comodo piagnucolare, stare nel nostro brodo, fare dei piccoli e miseri peccatucci per credere che se almeno non siamo santi, beh, un po’ cattivelli però lo siamo; invece i nostri peccati fanno ridere i polli, consistono al massimo nella sensualità, in trasgressioni che in realtà fanno tutti, sono alla portata di tutti, perché in fondo siamo solo dei mediocri. Magari si incontrasse qualche grande peccatore profondamente abbagliato dal male!

E quand’anche io sappia tutto, come funziona l’universo intero, e come faccio a respirare, a camminare, a mangiare, chi si sogna per un attimo di ascoltarti quando ti chiedi chi sei, che cosa ci fai sulla faccia di questa terra? Di queste domande hanno tutti paura e nessuno ne parla… Ma perché oggi ci sei, domani muori, e buonanotte…

Buonanotte un corno! Io ci sono, le domande ci sono e voglio sapere, fossi anche l’unica con questo desiderio, in questo mondo superficiale – perché vuole essere tale – urlerò fino a squarciagola, finché morirò, quello che io sento.

Un mese fa mi è capitato, quasi per caso, di andare alla Cattolica con dei miei amici di Varese e di ascoltare uno che si chiama don Giussani, che faceva una lezione di teologia o morale, qualcosa del genere, perché questi esami lì sono obbligatori, e al posto di parlare dei santi e tutto il resto, parlava proprio di queste domande, con un entusiasmo ed una forza che mi hanno molto colpito e spiegava tutti i procedimenti tecnici e pratici che gli uomini escogitano per non starle ad ascoltare, per fare come se non ci fossero o non fossero importanti. Mi sembrava che parlasse proprio di me e ritrovavo tutti i nostri comportamenti abituali spiegati così chiaramente.

Io ero andata lì quasi per caso perché queste persone di Varese e altre di Milano che lo conoscono, mi avevano invitato ed io sono andata lì pensando di ascoltare le solite cose, e invece no.
È strano perché più delle sue parole, mi ha colpito lui, il suo sguardo profondo e attento, qualcosa di inafferrabile, un uomo libero, aperto, non arrabbiato o irato con la vita. Non so dirti niente di più preciso ma è come se custodisse un segreto, una forza non sua.

Io sento che devo parlargli, che lui non ha calpestato le domande che si agitano dentro di me, avrei molte cose da chiedergli, in un modo o nell’altro devo incontrarlo ancora.
Adesso non mi sembra più di essere sola alla ricerca disperata di qualcosa di cui tutti se ne fregano; è come se qualcuno, facendomi sobbalzare, perché è arrivato inaspettatamente, mi avesse detto: “Ehi, sono qui, non urlare e non disperarti, perché seguendo questa strada usciremo dalla foresta”.

E io voglio uscire dalla foresta, perché la vita è mare, cielo, monti e pianure, case, alberi, volti umani, stelle, sole e vento e noi siamo fatti per questo Infinito che c’è; basta solo guardarsi in giro e per questo seguire questo “Qualcuno” che mi è venuto incontro nel groviglio della foresta e che mi dice: “Guarda lassù tra le foglie, vedi, c’è un pezzettino di cielo blu, blu, usciamo a vederlo”.Lidia Macchi
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Ringrazio Luigi Amicone di questa pagina straordinaria
Antonio Socci
(da www.tempi.it)

“mi teneva in braccio”

15 Luglio 2014 Nessun commento

E’ il 2003. Il 4 luglio – festa nazionale negli Stati Uniti – una normale famiglia americana che vive nel Nebraska, a Imperial, paesino agricolo che ha appena “duemila anime e neanche un semaforo”, sta stipando di bagagli una Ford Expedition blu.

I Burpo partono verso Nord per andare a trovare lo zio Steve, che vive con la famiglia a Sioux Falls, nel South Dakota (hanno appena avuto un bambino e vogliono farlo vedere ai parenti).

L’auto blu imbocca la Highway 61. Alla guida c’è il capofamiglia Todd Burpo, accanto a lui la moglie Sonja e nel sedile posteriore il figlio Colton, di quattro anni, con la sorellina Cassie.

Fanno rifornimento a una stazione di servizio nel paese dove nacque il celebre Buffalo Bill prima di affrontare immense distese di campi di granoturco.

E’ la prima volta, in quattro mesi, che i Burpo si concedono qualche giorno di ferie dopo lo scioccante vicenda che hanno vissuto il 3 marzo di quell’anno.

Il piccolo Colton quel giorno aveva cominciato ad avere un forte mal di pancia. Poi il vomito. Stava sempre peggio finché i medici fecero la loro diagnosi: appendice perforata.

Fu operato d’urgenza a Greeley, in Colorado. Durante l’operazione la situazione sembrò precipitare: “lo stiamo perdendo! Lo stiamo perdendo!”.

Il bambino era messo molto male e passò qualche minuto assai critico. Poi però si era ripreso. Per il babbo e la mamma era stata un’esperienza terribile. Lacrime e preghiere in gran quantità come sanno tutti coloro che son passati da questi drammi.
IN CIELO

Dunque, quattro mesi dopo, il 4 luglio, la macchina arriva a un incrocio. Il padre Todd si ricorda che girando a sinistra, a quel semaforo, si arriva al Great Plains Regional Medical Center, il luogo dove avevano vissuto la scioccante esperienza.
Come per esorcizzare un brutto ricordo passato il padre dice scherzosamente al figlio: “Ehi, Colton, se svoltiamo qui possiamo tornare all’ospedale. Che ne dici, ci facciamo un salto?”.

Il bambino fa capire che ne fa volentieri a meno. La madre sorridendo gli dice: “Te lo ricordi l’ospedale?”. Risposta pronta di Colton: “Certo, mamma, che me lo ricordo. È dove ho sentito cantare gli angeli”. Gli angeli? I genitori si guardano interdetti. Dopo un po’ indagano.

Il bimbo racconta con naturalezza i particolari: “Papà, Gesù ha detto agli angeli di cantare per me perché avevo tanta paura. Mi hanno fatto stare meglio”.

“Quindi”, domanda il padre all’uscita del fast food, “c’era anche Gesù?”. Il bimbo fece di sì con la testa “come se stesse confermando la cosa più banale del mondo, tipo una coccinella in cortile. ‘Sì, c’era Gesù’ ”. “E dov’era di preciso?”, domandò ancora il signor Burpo. Il figlio lo guardò dritto negli occhi e rispose: “Mi teneva in braccio”.

I due genitori allibiti pensano che abbia fatto un sogno nel periodo di incoscienza. Ma poi vacillano quando Colton aggiunge: “Sì. Quando ero con Gesù tu stavi pregando e la mamma era al telefono”.

Alla richiesta di capire come fa lui, che in quei minuti era in sala operatoria in stato di incoscienza, a sapere cosa stavano facendo i genitori, il bambino risponde tranquillamente: “Perché vi vedevo. Sono salito su in alto, fuori dal mio corpo, poi ho guardato giù e ho visto il dottore che mi stava aggiustando. E ho visto te e la mamma. Tu stavi in una stanzetta da solo e pregavi; la mamma era da un’altra parte, stava pregando e parlava al telefono”.

Era tutto vero. Così come era vero che la mamma di Colton aveva perduto una figlia durante una gravidanza precedente.
Colton, che era nato dopo, non l’aveva mai saputo, ma quella sorellina lui l’aveva incontrata in cielo e lei gli aveva spiegato tutto. Sconvolgendo i genitori: “Non preoccuparti, mamma. La sorellina sta bene. L’ha adottata Dio”. Di lei il ragazzo dice: “non la finiva più di abbracciarmi”.
IN CIELO

Dunque, quattro mesi dopo, il 4 luglio, la macchina arriva a un incrocio. Il padre Todd si ricorda che girando a sinistra, a quel semaforo, si arriva al Great Plains Regional Medical Center, il luogo dove avevano vissuto la scioccante esperienza.
Come per esorcizzare un brutto ricordo passato il padre dice scherzosamente al figlio: “Ehi, Colton, se svoltiamo qui possiamo tornare all’ospedale. Che ne dici, ci facciamo un salto?”.

Il bambino fa capire che ne fa volentieri a meno. La madre sorridendo gli dice: “Te lo ricordi l’ospedale?”. Risposta pronta di Colton: “Certo, mamma, che me lo ricordo. È dove ho sentito cantare gli angeli”. Gli angeli? I genitori si guardano interdetti. Dopo un po’ indagano.

Il bimbo racconta con naturalezza i particolari: “Papà, Gesù ha detto agli angeli di cantare per me perché avevo tanta paura. Mi hanno fatto stare meglio”.

“Quindi”, domanda il padre all’uscita del fast food, “c’era anche Gesù?”. Il bimbo fece di sì con la testa “come se stesse confermando la cosa più banale del mondo, tipo una coccinella in cortile. ‘Sì, c’era Gesù’ ”. “E dov’era di preciso?”, domandò ancora il signor Burpo. Il figlio lo guardò dritto negli occhi e rispose: “Mi teneva in braccio”.

I due genitori allibiti pensano che abbia fatto un sogno nel periodo di incoscienza. Ma poi vacillano quando Colton aggiunge: “Sì. Quando ero con Gesù tu stavi pregando e la mamma era al telefono”.

Alla richiesta di capire come fa lui, che in quei minuti era in sala operatoria in stato di incoscienza, a sapere cosa stavano facendo i genitori, il bambino risponde tranquillamente: “Perché vi vedevo. Sono salito su in alto, fuori dal mio corpo, poi ho guardato giù e ho visto il dottore che mi stava aggiustando. E ho visto te e la mamma. Tu stavi in una stanzetta da solo e pregavi; la mamma era da un’altra parte, stava pregando e parlava al telefono”.

Era tutto vero. Così come era vero che la mamma di Colton aveva perduto una figlia durante una gravidanza precedente.
Colton, che era nato dopo, non l’aveva mai saputo, ma quella sorellina lui l’aveva incontrata in cielo e lei gli aveva spiegato tutto. Sconvolgendo i genitori: “Non preoccuparti, mamma. La sorellina sta bene. L’ha adottata Dio”. Di lei il ragazzo dice: “non la finiva più di abbracciarmi”.

STUPORE E CLAMORE

Comincia così, con la tipica semplicità dei bambini che raccontano cose eccezionali come fossero normali, una storia formidabile che poi il padre ha raccontato in un libro scritto con Lynn Vincent, “Heaven is for Real” (tradotto dalla Rizzoli col titolo “Il Paradiso per davvero”).

E’ da questo libro – che negli Stati Uniti è stato un best-seller – che vengono queste notizie. All’uscita, nel 2010, conquistò la prima posizione nella top ten del “New York Times” e subito dopo dalla storia di Colton è stato tratto
un film che è appena arrivato in Italia (dal 10 luglio), sempre col titolo “Il Paradiso per davvero”.

Il film, col marchio Tristar, è diretto da Randall Wallace (lo sceneggiatore di Braveheart) e negli Stati Uniti ha avuto un grande successo. Può anche essere che da noi sia un flop perché gli americani hanno una sensibilità religiosa molto più profonda di quella europea (il caso americano smentisce il paradigma della sociologia moderna secondo cui la religiosità declinerebbe quanto più aumenta la modernizzazione).

La storia (vera) del piccolo Colton peraltro è una tipica esperienza di pre-morte, cioè un fenomeno che l’editoria e la cinematografia americana in questi anni hanno scoperto e raccontato molto. Anche perché i maggiori istituti di sondaggio Usa hanno scoperto che si tratta di un’esperienza estremamente diffusa.

UN FENOMENO ENORME

Ne ho parlato nel mio ultimo libro, “Tornati dall’Aldilà”, perché negli ultimi quindici anni la stessa medicina ha studiato approfonditamente questi fenomeni scoprendo che non sono affatto da considerarsi allucinazioni, ma sono esperienze reali, vissute da persone in stato di morte clinica.

Gli studiosi (io ho citato specialmente i risultati di un’équipe olandese) si sono trovati a dover constatare che la coscienza (anzi una coscienza allargata, più capace di capire) continua a vivere fuori dal corpo anche dopo che le funzioni vitali del corpo e del cervello sono cessate.

E’ quella che – con linguaggio giornalistico – ho chiamato “la prova scientifica dell’esistenza dell’anima”. Questi stessi studiosi, con le loro analisi scientifiche, concludono che non si possono spiegare queste esperienze se non ricorrendo alla trascendenza.

Mi sono imbattuto personalmente in questo mistero con la vicenda di mia figlia e mi sono reso conto, dopo aver pubblicato il mio libro, che tanto grande è l’interesse popolare, della gente comune, quanto impossibile è in Italia una discussione sui giornali (o in altre sedi) fra intellettuali e studiosi, su questi fenomeni.
C’è letteralmente paura di guardare la realtà. La nostra è la cultura dello struzzo, quello che mette la testa dentro la sabbia per non vedere qualcosa che non vuole vedere.

C’è come una censura sull’Aldilà e – in fondo – sul nostro destino eterno: “Tutto cospira a tacere di noi/ un po’ come si tace un’onta/ forse un po’ come si tace/ una speranza ineffabile” (Rilke).

Ma paradossalmente la censura sull’Aldilà (e specialmente sull’Inferno) c’è anche in un certo mondo cattolico che ha adottato “la sociologia come criterio principale e determinante del pensiero teologico e dell’azione pastorale” (Paolo VI).
Così accade che, paradossalmente, la scienza è arrivata a constatare il soprannaturale, in questi fenomeni, prima del mondo ecclesiastico e teologico.

Eppure la Vita oltre la vita sarebbe l’unica cosa davvero importante. La sola degna di meditazione. E’ il grande conforto nel dolore della vita. E’ stata la grande meta dei santi.

Forse bisogna aver assaporato proprio il dolore della vita e della morte per capire. Per avere questo sguardo e questa saggezza. Per lasciarsi consolare dalla Realtà di quell’abbraccio di felicità.

Eric Clapton, alla tragica morte del suo bimbo, scrisse una canzone struggente, “Tears in Heaven”, dove fra l’altro diceva:
“Oltre la porta c’è pace ne sono sicuro/ E lo so non ci saranno più lacrime in Paradiso”.

Antonio Socci, da “Libero”, 13 luglio 2014

sgominata rete di orchi

13 Luglio 2014 Nessun commento

Aberrante finzione per l’adesca­mento. «Ciao, sono anch’io una bambina, ti piace andare al ma­re? No, perché anch’io ho delle fotine di quando andavo al mare…». E, a quel punto, il suadente invito a scambiarle. E forse, maga­ri, anche ad incontrarsi. È con messaggi molto sem­plici – come fa notare An­tonio Scialdone, il com­missario capo della polizia postale – che il pedofilo di turno cercava di convince­re altri bambini, anche di età inferiore ai 10 anni, a rompere gli indugi e a pa­lesarsi.

Da una parte i piccoli, dal­l’altra giovani di 19-20 an­ni, uomini maturi, alcuni anziani, con più di 60 anni. Chi studente, chi pro­fessionista, chi militare, anche operai, perfino disoccupati. Ma i minorenni «si sono resi conto loro stessi – testi­monia Tommaso Palumbo, direttore del Compartimento della polizia po­stale del Veneto – di avere a che fare con un falso e perciò hanno interrotto loro stessi la comunicazione». I contatti so­no avvenuti attraverso i social network, stando almeno ai primi accertamenti, ma siccome esiste ancora parecchio materiale da indagare, gli inquirenti non escludono che ci possano essere stati anche degli incontri. Stiamo par­lando dell’indagine, coordinata dalla procura della repubblica di Venezia, specificatamente dal pm lagunare Massimo Michelozzi, che grazie alla Polizia postale ha permesso di scopri­re decine di pedofili in giro per il mondo, tra loro in rete grazie a falsi profili su internet con i quali loro stessi si spacciavano per bambini, «riconoscendosi» e scam­biandosi materiale poi rivelatosi com­promettente. Ad individuare l’amplis­simo giro è stato il Compartimento Po­lizia postale e delle Comunicazioni di Venezia, con il coordinamento del Cen­tro nazionale per il contrasto alla pe­dopornografia on-line (Cncpo) presso il Servizio Polizia postale e delle co­municazioni di Roma. Il tutto a partire dagli approfondimenti intorno ad un anziano pedofilo fermato ancora l’an­no scorso. Soltanto in Italia sono state eseguite 26 perquisizioni: in Abruzzo, Campania, Emilia Romagna, Lazio, Lombardia, Marche, Puglia, Sardegna, Sicilia, To­scana. Ammontano a parecchie centi­naia i gigabyte scandagliati dagli inve­stigatori, che si sono imbattuti in mi­gliaia di foto e di video. È scattata an­che una richiesta di custodia cautela­re in carcere, nei confronti appunto del­la «vecchia conoscenza». Ben 26 i sog­getti stranieri individuati e deferiti alle autorità di Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Francia, Belgio, Polonia, Messico, Argentina, Russia, Spagna, Re­pubblica Ceca.

Le indagini hanno avuto inizio con la perquisizione effettuata nel 2013 dagli uomini della Polizia negli ambienti fre­quentati dal veneziano: nel corso del­l’analisi delle caselle di posta elettroni­ca – ben 75 quelle oggetto di indagine – sono emerse decine di contatti con utenti della rete recanti nickname ri­conducibili a bambini e bambine. Per Palumbo e Scialdone è davvero «allar­mante » la realtà emersa dalla corri­spondenza del primo indagato: questi frequentava diversi social network dove si spacciava per una bambina alla ri­cerca di foto di altri picco­li. Nel corso della ricerca la polizia si è imbattuta in de­cine e decine di ’’fake’’ (ov­vero di utenti del web che si nascondono dietro ad u­na falsa identità digitale) che si fingevano loro stes­si dei bambini. Nasceva, in questo modo, una scelle­rata ‘amicizia’ nella quale i pedofili, sotto mentite spoglie, si scambiavano materiale pedoporno­grafico. In qualche caso, addirittura, i due pedofili si palesavano gettando via la maschera e continuavano il loro scambio di materiale illecito. La rete di ’’fake’’ è stata disarticolata e dall’anali­si del materiale sequestrato sarà pos­sibile sviluppare ulteriori piste investi­gative. Tra gli indagati c’è anche un pen­sionato di Sestu di 64 anni individuato dalla polizia di Cagliari.
(Francesco dal Mas AVVENIRE 12.7.14)

Eppure il mondo assiste indifferente»

8 Luglio 2014 Nessun commento

L’ultimo video che ha segnalato alla Polizia postale mostra una gruppo di donne mascherate: violentano un neonato e alla fine lo bruciano. Basta questa notizia per scrollare l’apatia delle coscienze? «Evidente¬mente no. Avvenire a parte, nessun altro grande quoti¬diano scrive mai una riga… È questo il dilemma che mi in¬quieta, perché il mondo non reagisce di fronte a cose così spaventose?». Don Fortunato Di Noto e i suoi volontari del¬l’associazione Meter sono le sentinelle del web: in dieci an¬ni hanno scovato 107.781 portali pedofili, agevolando così l’immediata azione del¬la Polizia postale.

Come spiegare l’indifferen¬za? Forse la gente non sa.

Ma le grandi testate naziona¬li perché si girano dall’altra parte? Sono convinto che se la gente vedesse ci sarebbe u¬na sollevazione. Gli agenti stessi sono rimasti scioccati, non è facile guardare la mor¬te di quei bambini. Sappia¬mo che non avranno via di scampo, che non potranno chiamare aiuto. Qualcuno so¬stiene che in fondo sono so¬lo immagini e chi le scarica non fa nulla di male, ma die¬tro a quei video ci sono bam¬bini in carne ed ossa: chi guar¬da alimenta quel mercato. La brutalità infantofila arriva a livelli disumani eppure quei bambini inermi sono di¬menticati dal mondo, che non reagisce. Posso fare una provocazione? Per le studen¬tesse nigeriane di recente ra¬pite dagli integralisti islamici si è mobilitato il mondo gra¬zie al video che le ha mostra¬te: facciamo vedere cosa suc¬cede ogni giorno a migliaia di bambini, forse dalla rea¬zione arriverà il cambiamen¬to.

Come sono state diffuse queste immagini?

Attraverso il ‘deep web’, un Internet parallelo e illegale in cui si può navigare senza es¬sere intercettati, e questa è la grande fatica da parte nostra. Ultimamente abbiamo tro¬vato quattro video di neona¬ti seviziati, sono forme di di¬sumanità elaborata. La sfida vera è intercettare e salvare i bambini, ma non sempre è possibile… Questi avevano i tratti orientali, ma non signi¬fica nulla: a parte che ogni bimbo di questo mondo ap¬partiene all’umanità intera, ma anche qui in Italia abbia¬mo tanti cinesi, vai a sapere dov’è il covo dei criminali.

Per ogni sito oscurato ne ri¬nascono altri dieci…

È una lotta continua. Ieri i miei volontari hanno segna¬lato alla Polizia postale 560 video, che in termini di vite umane corrispondono a 800 bambini abusati. E questo av¬viene ogni giorno. Noi non siamo investigatori, noi mo¬nitoriamo soltanto e denun¬ciamo, poi la Polizia avvia i protocolli di coordinamento con le Polizie del mondo. I¬noltre dal lunedì al venerdì andiamo nelle scuole magi¬strali a formare gli studenti. Perché la vera battaglia in fon¬do riguarda la pedofilia cul¬turale.

Di cosa si tratta?

C’è una tendenza sempre la¬tente a giustificare, un proli¬ferare di siti che parlano di ‘cultura pedofila’. Per fortu¬na ora con la Convenzione di Lanzarote l’apologia della pe¬dofilia è diventata un reato in molti Paesi europei, persino l’Olanda ha abbandonato le assurde posizioni aperturiste del passato, ma non possia¬mo abbassare la guardia: non solo manca una vera reazio¬ne sociale contro questa pia¬ga, ma nuove assurdità come il gender contribuiscono a creare confusione e far crede¬re che la pedofilia sia un ‘o¬rientamento’ lecito. Da anni chiedo che si arrivi a definir¬la un ‘crimine contro l’uma¬nità’, non è semplicemente un reato, lede la bellezza del¬l’umanità. I 191 Paesi che hanno firmato la Conven¬zione dei Diritti del Fanciul¬lo si adoperino per garantire pene certe e pesanti.

Video come quelli che ha de¬scritto prima saranno rari…

Sono la punta estrema, ma non l’eccezione. Proliferano perversioni sui bambini sot¬to i 12 anni, legati per il bon¬dage , stuprati… Sono più la femminucce, ma i maschiet¬ti stanno aumentando tantis¬simo. I siti spesso hanno un contatore elettronico del nu¬mero di visite, e allora vedia¬mo magari 70mila persone che in un giorno vanno a ve¬dere questa roba. Secondo le stime della Polizia il 30% di chi acquista queste immagi¬ni ha anche abusato diretta¬mente.

Cosa pensa del certificato antipedofilia ora richiesto per lavorare con i minori?

Tutti i Paesi si sono adeguati alla direttiva europea, perché noi non dovremmo? Il gior¬no dopo ero già in Tribunale e me lo sono fatto fare: ac¬canto ai bambini ci devono essere solo persone pulite.

Lucia Bellaspiga

l’inchino della Madonna al boss

6 Luglio 2014 Nessun commento

– Ci sono i preti che lottano contro la ‘ndrangheta e ci sono quelli che davanti ai boss ancora s’inchinano e fanno inchinare pure i santi in processione. E successo ancora, è successo in Calabria, dove Papa Francesco solo due settimane addietro aveva tuonato contro i mafiosi scomunicandoli pubblicamente, davanti a 200 mila persone che erano andati ad ascoltarlo a Rossano.

E successo lunedì scorso, a Oppido Mamertina, in provincia di Reggio, dove il vescovo Giuseppe Fiorini Morosini per combattere i boss, la scorsa settimana ha chiesto di sospendere per 10 anni la figura dei padrini ai battesimi e alle cresime. E’ successo, e succede ancora spesso. Solo che questa volta i carabinieri non hanno solo fatto una relazione di servizio ai loro superiori, ma hanno lasciato platealmente la processione del paese, sottolineando come lo Stato, o almeno lo Stato da loro rappresentano, davanti ai boss non s’inginocchiano.

La notizia è stata diffusa dal Quotidiano della Calabria stamattina che fa la cronaca di quanto avvenuto a Oppido, città nota per una delle più cruente guerre di mafia calabresi. Una faida che contò quasi cento morti ammazzati, non risparmiando neppure donne e bambini.

Come da tradizione, lunedì era in corso la processione della Madonna delle Grazie. Un rito secolare particolarmente sentito dai fedeli della parrocchia che si trova nella frazione Tresilico. La processione ad un certo punto è stata clamorosamente abbandonata dal comandante della stazione dei carabinieri di Oppido e da due carabinieri che come ogni anno accompagnano la processione.

Il maresciallo Andrea Marino ed i suoi uomini ha fatto marcia in dietro dopo aver assistito ad una scena ritenuta intollerabile per chi porta la divisa. La statua della Madonna delle Grazie, preceduta dai sacerdoti, ma anche da mezzo consiglio comunale, arrivata all’incrocio tra Corso Aspromonte e via Ugo Foscolo, era stata fatta fermare da alcune decine di portatori davanti alla casa del boss del paese.

Uno stop di meno di un minuto, seguito da un inchino dell’effige alla dimora di Giuseppe Mazzagatti, vecchio capo clan di 82 anni, già condannato all’ergastolo per omicidio e associazione a delinquere di stampo mafioso. Un padrino temuto e ancora potente, che da tempo si trova ai domiciliari per motivi di salute. Assistendo all’episodio, il maresciallo ha immediatamente ordinato a suoi carabinieri che si trovano ai lati della statua di abbandonare la cerimonia.

Un gesto clamoroso e fatto in maniera plateale, proprio a marcare le distanze con quanto accaduto. Vicenda grave anche perché sembra che prima della processione, Marino – forse avendo avuto sentore di qualcosa – avesse incontrato personalmente i componenti della commissione della festa avvertendoli di non effettuare gesti particolari o inchini durante il tragitto. Una raccomandazione rimasta evidentemente inascoltata. Una brutta scena insomma, che ha scosso i militari, ma non gli altri presenti. Tant’è che quando i carabinieri hanno lasciato la processione nessuno tra le autorità civili e religiose presenti sembra lo abbia seguito. E questo nonostante avesse spiegato le ragioni del suo gesto. Tutti presenti e tutti consapevoli dunque. Tutti ossequiosi. Qualcuno per paura, altri per complicità. Con il Rosario in mano e la Madonna sulle spalle, a riverire i boss che Papa Francesco vorrebbe scomunicare. (da R.it)