Archivio

Archivio Agosto 2014

Il 16670 chiede di morire al posto del 5659

14 Agosto 2014 Nessun commento

Le ore passano lente come secoli sotto un sole di piena estate che di ora in ora si fa più spietato per quegli uomini distrutti dalla fame, dalla sete e dalla fatica. Qualcuno comincia a stramazzare al suolo svenuto. Se non si rianima sotto il grandinare delle percosse, è trascinato via, per i piedi e gettato in un angolo del “piazzale”.
“Testa di mastino” alle 18 si pianta, a gambe divaricate, davanti alle sue vittime. Sul campo un silenzio di tomba.
“L’evaso non è stato ritrovato. Dieci di voi moriranno nel bunker della fame. La prossima volta toccherà a venti.”
Lentamente il capo inizia la sua scelta fissando nello sguardo, uno ad uno i prigionieri e di ciascuno assaporando il terrore.
“Questo qui”, “Testa di mastino” puntava a caso il suo indice sul numero cucito sulla giacca del prigioniero. Il drappello dei martiri è completo.

“Arrivederci amici, ci rivedremo lassù, dove c’è vera giustizia”, “viva la Polonia! E’ per essa che io do la mia vita”.
Francesco G. n° 5659, piange disperato ricordando la moglie e i figli. Tra le file dei risparmiati lo sbigottimento lascia il posto ad un senso di sollievo, alla gioia: vivere ancora, sfuggendo alla morte atroce del bunker della fame.
Un uomo esce dalle fila – numero 16.670 – e con passo deciso si presenta a “Testa di Mastino”.
“Cosa vuole da me questo sporco polacco?”
“Vorrei morire al posto di uno di quelli”
“Perché?”
“Sono vecchio, ormai (aveva 47 anni!) e buono a nulla – La mia vita non può più servire gran che.”
“E per chi vuoi morire?”
“Per lui: ha moglie e bambini”
“Ma tu chi sei?”
“Un prete cattolico” P. Massimiliano Kolbe – n° 16.670

Era Massimiliano Maria Kolbe, morto ad Auschwitz il 14 agosto 1941 e proclamato santo nel 1982 da papa Giovanni Paolo II.
E così la sua vita diventata fumo saliva come staffetta della Madre Immacolata che arrivava in cielo

icona migliore non poteva esserci

13 Agosto 2014 Nessun commento

In Corea e nel santuario di Solmoe, dove si trova la casa natale di don Andrea Kim Daegeon, ucciso quando aveva 25 anni, l’attesa dei seimila giovani che incontreranno papa Francesco dal 13 al 17 agosto
————————————————————————————————————————

Giovani coreani davanti all’albero al quale venivano appese le teste dei martiri cristiani
nel castello di Haemi
———————————————————————————————
Se glielo avessero detto che un giorno avrebbe ospitato a casa sua il Papa e i giovani di tutta l’Asia, probabilmente non ci avrebbe creduto nemmeno lui. Ma ai santi succedono spesso cose umanamente impensabili e Andrea Kim Daegeon santo (perché martire) lo è dal 1984, cioè da quando Giovanni Paolo II venne per la prima volta in Corea per elevarlo (con altri 102 compagni) alla gloria degli altari. Trent’anni dopo, nel santuario di Solmoe, dove si trova la ricostruzione della casa natale di don Andrea (primo sacerdote coreano ucciso quando aveva 25 anni e solo pochi mesi di Messa) papa Francesco dal 13 al 17 agosto incontrerà seimila giovani (quattromila coreani, gli altri duemila provenienti da 23 Paesi del più grande continente del mondo) per la VI Giornata della Gioventù asiatica, una specie di Gmg a carattere continentale, anche se i numeri sono diversi.

Monsignor Lazzaro You Heung Sik, arcivescovo di Daejeon, la diocesi in cui si trova il santuario di Solmoe, sgombra però il campo da possibili equivoci. «Visti dall’Occidente seimila giovani possono sembrare pochi, ma in tutta l’Asia i cattolici sono meno dell’uno per cento. Per arrivare fin qui bisogna sobbarcarsi ore e ore di aereo. E poi c’è il problema dei visti. In pratica per entrare in Corea i giovani devono dimostrare di essere stati invitati personalmente dagli organizzatori».

Monsignor You è il vescovo che con la sua lettera ha convinto il Papa a recarsi in Corea per partecipare a questa giornata. «La sua presenza – afferma – ci servirà per smuovere vescovi, sacerdoti e laici e far nascere anche nelle nostre Chiese una nuova pastorale giovanile».

Comunque non si parte da zero. I coreani presenti alla Gmg di Rio de Janeiro erano 350. E adesso si riparte dalla casa del primo sacerdote coreano – un giovane anche lui – e da un tema «Giovani dell’Asia svegliatevi, la gloria dei martiri risplende su di voi» che è tutto un programma.

Accanto al santuario di Solmoe, su un’ampia spianata, stanno allestendo il tendone destinato ad accogliere i seimila «apostoli». Intanto i pellegrini (100mila all’anno in questo luogo, uno dei più visitati della Corea) compiono la visita classica. Preghiera davanti all’abitazione del martire e alla sua statua, Via Crucis, Messa nella nuova chiesa, illuminata da finestre policrome, e infine visita al museo in cui sono custodite le lettere di Kim Daegon e descritte le crudeli tecniche con le quali i martiri coreani venivano torturati prima della decapitazione.

L’indicazione che viene da tutto il contesto è chiara. Kim può essere un modello anche per i giovani missionari del 2000. Per diventare sacerdote percorse quattromila chilometri a piedi fino a Macao e altrettanti per tornare a casa. Una metafora delle grandi distanze che anche oggi bisogna coprire per portare il Vangelo ai diversi popoli asiatici. Alla VI Giornata continentale dei giovani arriveranno infatti da Filippine, Hong Kong, Taiwan, Vietnam e anche dalla Cina che qui è vicina sul serio, con buona pace del noto gioco di parole. Ma la missione resta una necessità e occorre un nuovo slancio per mettersi in cammino. Così come ci vuole, sottolinea il vescovo di Daejeon, il coraggio dei martiri per testimoniare la fede in Paesi (come appunto la Cina) in cui le persecuzioni sono purtroppo ancora all’ordine del giorno.

Anche in Corea, però, i nemici del Vangelo non mancano. Il principale, sottolinea don Giuseppe Lee Joonseong, parroco della più antica chiesa di Seul, «è il materialismo che qui da noi assume le sembianze di una spietata competitività per studiare nelle migliori università, ottenere i migliori posti di lavoro, primeggiare nella società e in definitiva diventare ricchi». Come dire che il Gangnam style descritto nel brano-tormentone di qualche anno fa è un vero e proprio modo di vivere, che fa breccia soprattutto tra i giovani, «molto sensibili al dio-denaro», come ha detto di recente ad Avvenire il cardinale Andrew Yeom Soo-jung.

In questo contesto i seimila ragazzi della Giornata asiatica della Gioventù assumono il valore di una task force per l’evangelizzazione. Una sensazione confermata anche da monsignor Cho Kyu-man, vescovo ausiliare di Seul e presidente del Comitato organizzatore dell’intera visita del Papa. «La Giornata avrà anche una forte connotazione vocazionale – annuncia –. E infatti ad accogliere il Santo Padre a Solmoe ci saranno anche 500 seminaristi. Nella nostra Chiesa i laici sono da sempre attivi e protagonisti, ma abbiamo bisogno anche di sacerdoti santi e missionari come Kim Daegeon».

E intanto cresce l’attesa per l’arrivo del Papa. Padre Pius Kim, responsabile della pastorale giovanile della diocesi di Gwangju, parteciperà con 72 ragazzi. «Abbiamo dedicato tutta la catechesi dell’ultimo anno a questo incontro e sono fiducioso. Molti giovani non hanno tempo di venire in parrocchia, studiano e lavorano tanto, anche di domenica, ma la Chiesa cattolica gode di grande simpatia tra di loro. Dobbiamo continuare a seminare».
In fondo questa è anche la lezione di Kim Daegeon.
Ottomila chilometri a piedi per diventare sacerdote, tante sofferenze, il martirio e infine il Papa che arriva a casa sua. Icona migliore per l’evangelizzazione dei giovani (e dei meno giovani) dell’Asia non poteva esserci. (DAL NOSTRO INVIATO A SEUL MIMMO MUOLO) AVVENIRE 23 LUGLIO 2014

immaginate che una sera…

12 Agosto 2014 Nessun commento

Immaginate che una sera nelle strade della vostra città facciano irruzione dei rombanti convogli di uomini armati, che con gli altoparlanti avverto­no la popolazione di abbandonare la città entro la notte, pena la morte. E che agli annunci si alterni­no urla e raffiche di mitra, e che sulla vostra porta una mano nemica col gesso tracci un segno che significa: qui abitano dei cristiani.

Immaginate ora una casa con una madre e tanti bambi­ni, e dei vecchi, magari non più in grado di camminare. Che fare? Morire tutti, o abbandonare i vecchi al loro de­stino? Immaginate cosa sia, lasciare un padre malato per salvare almeno i ragazzi. E come fa una madre con un fi­glio neonato e altri ancora piccoli a scappare, coi bam­bini avvinghiati alle gonne? E che significa essere una donna cristiana mentre avanzano le truppe jihadiste, se non diventare una indifesa preda? Fuggire con nulla ad­dosso, o con un fagotto di povere cose; l’angoscia come una tenaglia, la fame che preme, il nulla davanti.

Quel segno d’odio – la ‘N’ araba, di nazareno – avete co­minciato a vederlo sulla prima pagina di questo giorna­le sin dal 17 luglio, quando le milizie qaediste del ‘calif­fato’ avevano preso a imperversare a Mosul, nell’Iraq del Nord come già facevano nella regione della città marti­re di Aleppo in Siria. E avete continuato a vederlo nel­l’indifferenza politica e mediatica di troppi altri. E i dram­mi si sono moltiplicati. Migliaia e migliaia, dopo la con­quista da parte delle milizie dell’Isis di Qaraqosh e dei vil­laggi della piana di Ninive. Luoghi cristiani da duemila anni, annientati; chiese bruciate, crocifissi divelti, reli­quie disperse. E ad altre minoranze religiose non sta toc­cando sorte migliore. Quest’avanzata evoca memorie di invasioni barbariche per la spietatezza dei vincitori, e­stranei a ogni codice di onore e di pietà; e per la dispera­ta debolezza dei profughi. Donne, vecchi, bambini rifu­giati nelle chiese del Kurdistan iracheno, nelle foto dan­no la sensazione che il tempo sia ritornato oscuramen­te indietro, a evi sanguinari e bui.
Quella madre che tiene in braccio un bambino talmente sfinito e pal­lido, che pare morto; quell’altra che mo­stra, allucinata, la fotografia di un figlio perduto; una chiesa gremita di profughi, e, nella navata, la carrozzina di un bam­bino – come l’assurdo residuo di un tempo di pace.

Occorre guardarle bene, quelle imma­gini, per capire quale tragedia si stia av­verando in Iraq. Guardare e immedesi­marsi, e quindi com-patire, e quindi sof­frire insieme a quella gente; e quindi davvero pregare per loro, come il Papa esorta da giorni a fare, come la Chiesa italiana già fa e di nuovo farà coralmente il 15 agosto. È strano, ma a volte le pa­role non bastano, come se oltre a una certa misura di orrore non ce ne fosse­ro, di pesanti abbastanza. E invece i par­ticolari di una foto gli occhi di un vec­chio, le scarpe sfatte di un profugo, il sonno stremato di chi non ce la fa più a fuggire toccano appunto le segrete cor­de della immedesimazione, e quindi della partecipazione emotiva e, per chi crede, della più autentica preghiera.

A oggi, veramente, non pare che l’Eu­ropa si sia troppo esercitata in questa compassione e solidarietà. «Distratta e indifferente, cieca e muta», l’ha defini­ta l’appello del cardinale Bagnasco. I tg dei Paesi dell’Unione mostrano l’affan­no dei deportati, e noi spesso si sta a guardare con una sorta di impigrita in­differenza o impotenza. Come se fos­sero storie di un altro mondo, e invece il nostro, a quel mondo, fosse del tutto estraneo. Come se l’Europa fosse cinta da mura invalicabili da questo rigurgi­to di barbarie. Il fondamentalismo isla­mico si allarga come una lebbra, e gli europei non ne sembrano turbati. For­se perché è una identità, quella religio­sa, da molti avvertita lontana? Ma al­meno si dovrebbe ricordare che il cri­stianesimo è il fondamento su cui è cre­sciuto e si è consolidato un tesoro di grandi valori e di autentici diritti uma­ni che dovrebbe essere patrimonio del­la nostra civiltà. Si dovrebbe capire che libertà di coscienza, inviolabilità della persona, difesa dei deboli, colonne por­tanti del ‘nostro’ mondo, sono an­nientate insieme ai cristiani nei luoghi in cui il jihadismo si allarga.

Un modo, quello dell’ annientamento in Iraq, che fa venire in mente il Necaev de ‘I demoni’ di Dostoevskij :
«Che non rimanga pietra su pietra».
Il cancro jiha­dista sembra, in realtà, puro nichilismo. L’ombra di un male grande si affaccia sul nostro intorpidito oggi. Quei pro­fughi hanno bisogno, certo, di aiuto materiale, ma anche, e profonda­mente, della nostra preghiera. Di quel­la, soprattutto, la più antica, che do­manda al Padre di liberarci dal male. Di proteggerci dall’antico nostro o­scuro nemico.

Marina Corradi AVVENIRE 10 AGOSTO 2014

“quello tiénitelo”

2 Agosto 2014 Nessun commento

IL MERCATO È IL MERCATO
Il contratto era chiaro, nero su bianco. La giovane thailandese si era impegnata a portare in grembo il figlio biologico di u­na coppia australiana, per una cifra attor­no ai 12mila euro. La madre surrogata, già mamma di due bambini e molto povera, offriva tutte le garanzie sanitarie del caso. Quando una ecografia rivelò che i bambini erano due, la cop­pia acquirente offrì perfino un – modesto – com­penso ulteriore. Ma poi si è scoperto che la fem­mina era ‘perfetta’, mentre il maschio no: era Down. Questo nel contratto non era previsto, e i genitori-committenti si sono portati a casa solo la bimba. Il fratello, Gammy, è stato lasciato alla donna che lo ha partorito. Ora è in ospedale per una grave infezione, e la madre ‘surrogata’ se ne prende cura («L’ho portato in grembo per nove mesi, è come se fosse mio», dice). La storia, rive­lata da una tv, ha aperto una gara di generosità e per il bambino è stata raccolta una buona cifra. In Thailandia, si noti. Quasi che i connazionali della partoriente si sentissero in dovere di ripa­rare a una cocente ingiustizia. Forse ci vuole il caso limite, la disumanità evi­dente perché almeno un po’ di opinione pubbli­ca si accorga della terribile stortura in ciò che vie­ne presentato – quando tutto va liscio dal punto di vista eugenetico – come una cosa normale. Se il signor e la signora X fossero tornati a casa con due bei bambini bianchi come loro, portati in grembo e partoriti da una mamma thailandese, tutto sarebbe stato a posto? No. Ma la realtà è che sta crescendo il mercato delle ‘fattrici’ sane (e se l’espressione suona terribile, tuttavia corrispon­de alla verità) dei figli che non si possono o non si vogliono avere in modo naturale. E il fatto è che la giovane thailandese, pur senza colpa, non ha rispettato il contratto. Quei figli dovevano essere ‘perfetti’. E invece è nato anche un bimbo Down, e con una grave patologia cardiaca. Non era for­se logico e prevedibile, l’abbandono? Lo hanno la­sciato come si lascia all’allevamento un cucciolo malato. Lo hanno rifiutato come si rimanda in­dietro una merce difettosa. Ora sul web le foto di baby Gammy, un bellissi­mo bimbo biondo, interrogano – magari – quelli che trovano la maternità surrogata accettabile. Davvero corrisponde alla dignità umana poter acquistare il corpo di una donna per farle porta­re in sé il figlio di altri? È giusto sfruttare il biso­gno di una donna con una manciata di dollari o di euro che possono, certo, fare gola in una casa in miseria? E davvero quel contratto, una volta nota la condizione di uno dei nascituri, avrebbe dovuto imporre alla madre surrogata, come pre­tendevano i genitori biologici, l’aborto? Ma di nuovo, soprattutto, è accettabile chiedere a una donna di farsi incubatrice per un’altra? E perché questa supplenza esercitata da donne giovani e povere, per lo più del Terzo Mondo, viene rac­contata come ‘dono’ e non come il duro sfrutta­mento che è? Che accade, poi, a una donna che ottemperi per­fettamente al contratto, e il giorno dopo il parto consegni il bambino che ha avuto in sé? Non è, anche questo, un fare strame della sua propria u­manità? (Ci si può chiedere come dei genitori che hanno pagato un figlio guarderanno quel bam­bino; o come reagiranno, casomai scoprissero un giorno che un ‘difetto’ di fabbricazione, certo al­l’inizio non così evidente, pure c’era).

Tutto questo sembra la negazione dell’umano: della umanità del figlio, della madre ‘affittata’ e perfino dei genitori biologici, ridotti a esigenti committenti. Benché almeno nella vicenda di Gammy l’umanità, scacciata da un lato, ritorni dall’altro: è la giovane mamma surrogata che o­ra vuole prendersi cura di quel bambino, e che di­ce di sentirlo figlio suo. Perché, per quanto si pos­sa fare con le provette, ciò che sa fare una donna è molto più straordinario. In quell’aspettare, cul­lare, sentirsi reciprocamente, già prende forma un dialogo antichissimo, fatto di ombra e suono della voce, respiro e battito del cuore. Quei due, sono madre e figlio ben prima che il bambino ve­da la luce. E solo un tempo di profonda dimenti­canza dell’uomo, come il nostro, può pensare di comprare e pagare quei nove mesi; trattando co­me cosa ciò che non si compra e non si vende, e un figlio, se non arriva ‘perfetto’, come povera merce difettosa.
Marina Corradi AVVENIRE 2 agosto 2014