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Archivio Settembre 2014

“noi che non ascoltiamo più i pianti”

30 Settembre 2014 Nessun commento

Gentile direttore,
nelle ultime settimane eventi tragici
hanno coinvolto minori e donne nella
nostra terra bergamasca. Incredulità,
sgomento e dolore sono stati i nostri
sentimenti. Inutile chiedersi il “perché” o
cercare cause del mal du vivre, che può
attraversare anche il cuore di adolescenti
o giovani donne. C’è in tutto quello che è
accaduto la sofferenza e la gioia, il dolore
e la felicità, la serenità e l’angoscia nella
vita di noi esseri umani. In forme e tempi
diversi, tutti provano questi sentimenti o
vivono situazioni drammatiche o felici.
Dobbiamo convivere con fatiche e gioie,
dolori e fugaci serenità. Ma una cosa non
riesco ad accettare: sembra che non
possiamo più piangere. Non abbiamo
tempi, spazi, persone che restino accanto
al dolore, alla sofferenza, alle fatiche, alle
lacrime.
Il dolore è come rimosso, confinato,
nascosto. Dobbiamo stare bene sempre,
con i famigliari, gli amici, i preti, e
persino con i dottori. Dico questo perché
sono medico pediatra. Talvolta basta un
“Signora, la vedo un po’ stanca” per far
riempire di lacrime gli occhi di una
mamma, per ascoltare storie di dolore,
celate per pudore o timore. Siamo
diventati frettolosi anche noi medici,
spesso burocrati o tecnocrati, perdendo
d’umanità. Succede poi che le chiese
siano talvolta chiuse di giorno, sempre di
sera, e non accolgono le fatiche della
giornata dei lavoratori o dei giovani. I
preti con i quali sedersi accanto,
raccontando i propri dolori sono rari. I
medici – e mi ci metto nel gruppo – che
abbiano tempo e pazienza per ascoltare
le paure, i dolori sono spesso stanchi e
demotivati. Rari pure gli amici con i quali
aprire il cuore per mostrarsi fragili e
vulnerabili. Risicato lo spazio d’ascolto
dei nonni depositari di esperienza e
saggezza. Non abbiamo più tempo e
luogo per rientrare in noi stessi e
ricercare la Verità, come suggeriva S.
Agostino. Nel discorso al sacrario di
Redipuglia il Papa ha terminato dicendo:
«Fratelli, l’umanità ha bisogno di
piangere e questa è l’ora del pianto».
Qualche anno fa, la poetessa Alda Merini,
riflettendo sui problemi dell’Italia scrisse:
«In Italia si canta, ma non si vedono le
lacrime degli italiani: si canta – forse –
per stordirsi. È così importante invece,
non dimenticare il pianto sotterraneo
della gente». E per noi, che vorremmo
essere cristiani, il teologo protestante
Dietrich Bonhoeffer scrisse una
poesia/preghiera “Cristiani e Pagani”,
veramente illuminante. In pochi versi
descrisse chi sono i veri cristiani: coloro
che stanno vicino a Dio nella sua
sofferenza, che tradotto per noi uomini
del terzo millennio, forse vuol dire, stare
accanto alla sofferenza di coloro che
velano l’immagine di Cristo, come ci
insegna Papa Francesco. Mi scusi
Direttore per il lungo scritto, ma servono
parole per dirle e dirci che ognuno di noi
può stare accanto alla sofferenza, in modi
e tempi specifici per ciascuno. Deve stare
accanto al dolore per non perdere di
umanità. Stare accanto alle malattie per
aiutare chi soffre nel corpo e nell’anima.
Stare accanto e lasciare spazio al pianto.
Perché il dolore per essere espresso e
consolato deve trovare spazio e tempi in
questa società frettolosa e superficiale.
Non debba più succedere che accanto a
noi, giovani, donne o anziani, cadano nel
buco nero della depressione, nel grigiore
dell’isolamento o nella cupa tristezza
della solitudine, perché nessuno li ha
accolti con il loro pianto. Ascoltando i
dolori, siamo concretamente umani e
forse è in questo modo, che diventiamo
semplicemente cristiani.
Elisabetta Musitelli, Zogno (Bg)
(AVVENIRE 28 sett.2014)

non fare il gioco del califfo!

28 Settembre 2014 Nessun commento

La promessa di Abu Muhammed Al Adnani, portavoce dell’Isis, lo Stato Islamico dell’Iraq e della Grande Siria guidato dal Califfo Ibrahim, noto anche come Abu Bakr al-Baghdadi, in un documento diffuso dai media di tutto il mondo, è di quelle che fanno paura:

«Conquisteremo la vostra Roma,
faremo a pezzi le vostre croci,
ridurremo in schiavitù le vostre donne».

Si registrano tante reazioni di politici, alcune serie e altre che assomigliano un po’ alle farneticazioni di crociati della domenica, convinti che più si urla più ci si rende graditi agli elettori.
Calma: come abbiamo già spiegato su queste colonne – e come, più autorevolmente di noi, va spiegando Papa Francesco – certe reazioni fanno solo il gioco del Califfo. Ibrahim e i suoi complici urlano e provocano sperando proprio di trovare in Occidente reazioni scomposte che finiranno prontamente sulle pubblicazioni dell’Isis. E che permetteranno al Califfo di sostenere che sì, è in corso una guerra fra il Califfato e gli «occidentali», i «crociati», i «cristiani», ed è dunque dovere di tutti i buoni musulmani accorrere in soccorso di Ibrahim e arruolarsi sotto le sue bandiere. Quella che qualcuno ha chiamato «strategia Francesco» – dal nome del Papa, che per primo l’ha proposta – appare invece come l’unica risposta politicamente e culturalmente adeguata alle provocazioni dell’Isis. Si tratta di insistere sul fatto che il Califfo non massacra solo cristiani, ma anche fedeli di altre religioni – chiedere per informazioni ai poveri yezidi, seguaci di un antico culto gnostico iracheno –, musulmani sciiti, e anche sunniti che non sono d’accordo con la sua interpretazione estrema e ultra-fondamentalista del Corano.
La guerra non è tra il Califfato e i cristiani, è tra il Califfato e il mondo, e il modo di disinnescare la propaganda di Ibrahim è schierare contro di lui una coalizione politica e militare che comprenda anche non cristiani, anche musulmani, anche sunniti e che dunque la sua retorica non possa facilmente etichettare come «cristiana» o «crociata».

Posto dunque che contro il Califfo è indispensabile – per quanto, per molte ragioni, non facile – sollecitare e ottenere la collaborazione di altri musulmani, possiamo chiederci se quanto le sue pubblicazioni, e da ultimo il suo portavoce, vanno dicendo della conquista di Roma abbia qualche fondamento nella tradizione musulmana. Anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno, e perfino il truculento portavoce del Califfo ha ragione quando prende in giro il segretario di Stato americano Kerry e il presidente Obama, i quali hanno affermato – quasi fossero dei dottori della legge islamica – che le dottrine dell’Isis «non sono musulmane». Chi giudica che cosa è islamico e chi no? L’islam sunnita non ha autorità riconosciute: si dice che giudicano i «dotti» o «la comunità», che è come dire che non giudica nessuno.

Ma l’islam che cosa afferma di Roma e di una sua eventuale conquista? Anzitutto, che Roma sia divenuta terra islamica – e, se una terra diventa islamica, lo rimane per sempre – perché nell’846 una flotta musulmana risalì il Tevere e saccheggiò la città, basilica di San Pietro compresa, portandosi via le famose decorazioni d’oro e d’argento che risalivano al secolo precedente, è una tesi sostenuta solo da fondamentalisti radicali a partire dal secolo XX. Gli storici hanno dimostrato che di quel saccheggio, per quanto clamoroso, non giunse neppure notizia ai grandi centri medio-orientali dell’islam, così che non ne rimane nessuna traccia nei testi dell’epoca.

Nei primi secoli i musulmani s’interessavano molto di Roma come città-simbolo del cristianesimo, ma quasi nessuno c’era stato. Nei testi dei primi secoli islamici troviamo descrizioni sbagliate – la si dice circondata dal mare da tre lati, confondendola con Costantinopoli – o iperboliche: le si attribuiscono migliaia di chiese, con 120.000 campane, e 23.000 conventi, cifre lontanissime dal vero, tanto più per la Roma del tempo. I primi musulmani credevano anche a leggende come quelle della «salvatio Romae», cioè delle statue prodigiose che avrebbero suonato i campanelli che avevano al collo o preso vita in caso di minacce per la città, o degli uccelli che recavano miracolosamente a Roma olive o direttamente l’olio per fare ardere le lampade nelle chiese.

Quanto alla conquista di Roma, per la verità la trentesima Sura del Corano, detta ar-Rum, “dei Romani”, contiene una predizione che sembra piuttosto favorevole ai cristiani. I “Romani”, cioè i bizantini dell’Impero Romano d’Oriente, erano stati sconfitti nella battaglia di Antiochia del 613 dai persiani, che erano di religione zoroastriana. Questa sconfitta poneva un problema non solo politico, ma teologico ai musulmani, perché i cristiani, come gli ebrei, erano comunque un «popolo del Libro», considerati superiori ai persiani zoroastriani, considerati (allora, perché poi si sarebbe aperta una discussione più complessa sul punto) semplici pagani e idolatri. Per giunta i nemici di Muhammad alla Mecca affermavano che la vittoria persiana ad Antiochia era la prova che il politeismo avrebbe prevalso sul monoteismo – cristiano, ebraico o musulmano – e che le profezie islamiche su una vittoria dei monoteisti erano false. La Sura ar-Rum afferma che sì, i “romani” sono stati sconfitti, ma che nel giro di pochi anni si riprenderanno e vinceranno. In effetti nel 622 la campagna dell’imperatore Eraclio (575-641) sconfiggerà i persiani. Questo permette oggi ai musulmani di affermare che la profezia della Sura ar-Rum si è puntualmente verificata, ancorché gli interpreti non musulmani discutano su quando esattamente la Sura sia stata scritta in relazione alla campagna di Eraclio.

S’inserisce qui il mito islamico di Eraclio, basato su una lettera che l’imperatore avrebbe scritto a Muhammad riconoscendolo come «il messaggero di Dio citato nel nostro Nuovo Testamento: Gesù figlio di Maria ti aveva annunciato». L’imperatore avrebbe cercato di convertirsi all’islam con tutto il suo popolo: ma quando, sobillati dai nobili, i bizantini si erano ribellati, Eraclio avrebbe fatto marcia indietro affermando che voleva solo mettere alla prova la fede dei suoi sudditi. Per questa doppiezza e codardia, Dio lo avrebbe punito e lo avrebbe fatto sconfiggere dai musulmani in battaglia. Di tutta questa storia, ampiamente leggendaria, l’unico dato vero è che l’armata di Eraclio fu effettivamente sconfitta a Yarmouk nel 636 dai musulmani. Ma la leggenda di Eraclio ha permesso a molti musulmani, fino a oggi, di sostenere che nel piano divino “Roma” – cioè la capitale dell’impero romano, più o meno confusa con Costantinopoli – sarebbe dovuta divenire la quarta città santa dell’islam (dopo la Mecca, Medina e Gerusalemme) e il luogo da cui l’islam avrebbe conquistato tutto il mondo occidentale. Questo piano non si sarebbe realizzato nel VII secolo per la debolezza di Eraclio o per la malizia dei nobili che lo circondavano. Ma resta un irrevocabile disegno di Dio.

Ahmad ibn Hanbal (780-855), fondatore della scuola giuridica detta hanbalita – una delle quattro principali scuole musulmane: la più rigorista e quella tuttora dominante in Arabia Saudita – riporta nella sua collezione di “hadith”, cioè di detti di Muhammad, chiamata “Musnad”, che il fondatore dell’islam avrebbe predetto che «la città di Eraclio (Costantinopoli) sarebbe caduta per prima, quindi Roma». Sull’autenticità di ciascun «hadith» si può discutere all’infinito, ma certamente la collezione di Hanbal è autorevole per i musulmani. Tuttavia, nel corso della storia molte interpretazioni della profezia – specie recenti, in una situazione militare che rendeva e rende improbabile una prossima conquista islamica dell’Europa – la collocano in un contesto apocalittico. Verso la fine dei tempi– si afferma sulla base di altri “hadith” – cristiani e musulmani sconfiggeranno insieme le armate dell’Anticristo, dopo di che si scontreranno fra loro in una località della Siria chiamata Dabiq – un villaggio di tremila abitanti, tuttora esistente a Nord-Est di Aleppo –, e lì «le croci saranno spezzate» e i musulmani si apriranno la via di Roma e del trionfo definitivo.

Il Califfo, dunque, quando parla della conquista di Roma e della battaglia di Dabiq – la cittadina siriana dà anche il nome alla rivista pubblicata dall’Isis – si appoggia su basi reali che esistono davvero nella tradizione islamica. Ma ne dà un’interpretazione letterale e immediata, mentre per la maggioranza degli interpreti musulmani degli ultimi secoli si tratta di vicende che vanno collocate in tempi ultimi di cui nessuno conosce la data. Il Califfo però pensa che i tempi ultimi siano precisamente i nostri, e il millenarismo è una caratteristica essenziale del suo movimento. E, se i tempi ultimi non si manifestano chiaramente, si può sempre affrettarli provocando gli occidentali – che per l’Isis sono tutti e per definizione “cristiani” – a promuovere una “crociata” contro il Califfato: a recitare secondo un copione che il Califfo ha già scritto e che lentamente, ma inesorabilmente dovrebbe portare gli americani e gli europei verso “Dabiq” e la sconfitta prevista dalle profezie.

C’è da preoccuparsi? Sì, perché il Califfato dell’Isis ha dimostrato insospettate capacità militari e di propaganda, controlla un vasto territorio e persuade musulmani ad arruolarsi nelle sue fila in tutto il mondo, Europa compresa. Ma, preoccupandoci nella misura del ragionevole, non dobbiamo cadere nella trappola della propaganda del Califfo e dobbiamo continuare a spiegare che la sua interpretazione del Corano e degli “hadith” su Roma, se non è del tutto estranea alla tradizione islamica, è però ultra-minoritaria nell’islam attuale. È sbandierata a scopo provocatorio, sperando che qualche politico occidentale ci caschi e presenti i necessari interventi militari contro l’Isis come uno scontro globale fra occidentali, o cristiani, e musulmani. È contro questo pericolo che mette in guardia a ragione Papa Francesco.

(La nuova Bussola Quotidiana 28 sett.2014)

“essere ostinatamente PER l’uomo”

26 Settembre 2014 Nessun commento

“Nel giorno in cui le ultime vittime del terrorismo jihadista sono un qualunque turista francese, rapito e giustiziato in un Paese che si affaccia sul “nostro” Mediterraneo, e un tuareg che quasi non fa notizia nella nostra parte di mondo, la minaccia si allarga e sembra prendere di mira proprio ciascuno di noi – semplicemente in quanto occidentale.

E noi, che si sta a guardare, possiamo restarcene zitti, increduli e atterriti da questo odio totale; oppure, e forse peggio, abituarci a quel sangue, alla esecuzione quotidiana scrupolosamente filmata a uso del web – che forse fra un po’ si farà, nel flusso mediatico, opaca routine.
Ma come si sta, intendiamo come si sta umanamente, davanti a questo rigurgito barbarico eppure mediaticamente raffinato, alla esibizione orgogliosa del male? Istintivo non sarebbe cominciare, a nostra volta, a odiare?

L’altro giorno padre Romano Scalfi, novantunenne fondatore di “Russia Cristiana” e storico evangelizzatore dell’Est europeo, parlando del movimento del Samiszdat, la letteratura clandestina nell’Urss del dopoguerra, ha detto qualcosa che mi è rimasto in mente. Spiegava, il vecchio sacerdote che rischiosamente diffondeva proibite copie dei Vangeli, come gli appartenenti a quel movimento in realtà non combattessero tanto “contro” il sistema marxista, quanto “per” conservare la tradizione e la memoria di una bellezza, di una domanda originaria che nemmeno nell’annichilimento dell’uomo viene del tutto meno – anche se magari non le si sa più dare un nome.

Anche quello dell’Is è il progetto di un mondo annientato, con una ferocia e anzi una bestialità che ci smarrisce (ieri, nell’irachena Tikrit, un’altra chiesa antica e bella è stata rasa al suolo). Ma noi che non decidiamo di strategie e intelligence, noi che guardiamo in tv le stragi e le distruzioni, e potremmo sprofondare nella nostra impotenza, abbiamo una possibilità di non lasciarci legare nella catena d’odio innescata dal jihadismo.

La possibilità sta nel

mantenerci, nei tempi più bui, non semplicemente “contro” i nemici, ma anche “per” una visione del mondo totalmente altra.

Nell’educare i figli a mantenere viva la domanda di bene e di bellezza con cui vengono al mondo. Nell’insegnare Dante e Petrarca agli alunni, con passione, quasi in risposta a quelle mani lorde di sangue. Nel portare i ragazzini dell’oratorio in montagna, a vedere l’alba, e a restar zitti dentro a quell’istante di stupore. Nello stare accanto a chi è malato e a chi muore, mostrando quanto enormemente vale la vita di un uomo. Di ogni uomo.

A noi, che non decidiamo di alleanze e di raid o di ingerenze umanitarie, almeno questo rimane: non inchinarci alla logica del nemico, alle sue bandiere nere della distruzione e del nulla. È, del resto, una forma semplice di resistenza, la può fare chiunque. Una coltivazione tenace, caparbia del cuore umano: intendendo con cuore non un sentimento, ma la radice stessa nostra, il desiderio di vita e di felicità con cui veniamo al mondo.

In questi tempi di tenebre, difendersi, bisogna. Ci dicono che siamo un nulla, ci mostrano come basti una lama di coltello a cancellarci, annunciano che faranno a pezzi le nostre croci.

E noi, che vediamo questa fontana di odio e poi ogni mattina andiamo a lavorare? Forse siamo chiamati anche a una interiore militanza. A essere, nella speranza cristiana, più fedeli. A restarle
attaccati come le foglie a una pianta; a tramandare ai figli la capacità di meraviglia davanti al mondo che ci è dato, e l’ostinazione a inseguire, pur con mille errori, il bene.

Passano i visi impietriti dei condannati col coltello alla gola, dalla tv nelle nostre case. Resistenza è anche, tenacemente, avere dei bambini, crescerli, lavorare, insegnare, leggere, curare, abbracciare, pregare. Essere ostinatamente “per” quell’uomo che crudelmente si vuole negare. Fedeli a un altro sguardo. Testimoni di un’altra, non domabile speranza
(Marina Corradi AVVENIRE 26 sett.2014)

“…e noi vi ameremo ancora”

17 Settembre 2014 Nessun commento

“Ai nostri più accaniti oppositori, noi diciamo:
Noi faremo fronte alla vostra capacità di infliggere sofferenze con la nostra capacità di sopportare le sofferenze; andremo incontro alla vostra forza fisica con la nostra forza d’animo. Fateci quello che volete, e noi continueremo ad amarvi. Noi non possiamo, in buona coscienza, obbedire alle vostre leggi ingiuste, perché la non-cooperazione col male è un obbligo morale non meno della cooperazione col bene. Metteteci in prigione, e noi vi ameremo ancora. Lanciate bombe sulle nostre case e minacciate i nostri figli, e noi vi ameremo ancora. Mandate i vostri incappucciati sicari nelle nostre case, nell’ora di mezzanotte, batteteci e lasciateci mezzi morti, e noi vi ameremo ancora. Ma siate sicuri che vi vinceremo con la nostra capacità di soffrire. Un giorno, noi conquisteremo la libertà, ma non solo per noi stessi: faremo talmente appello al vostro cuore ed alla vostra coscienza che alla lunga conquisteremo voi, e la nostra vittoria sarà una duplice vittoria.
(Martin Luther King, La forza di amare)

urge la reciprocità!!

12 Settembre 2014 Nessun commento

«Dai musulmani ora pretendiamo la reciprocità»
I popoli di fede islam Tommasoica vanno sollecitati dalle loro autorità ad escludere la guerra santa come guerra di conquista, come conversione forzata». Interviene ancora il vescovo di Imola, monsignor Ghirelli, sul tema del Califfato e dei profughi, dopo essere stato protagonista di una vera e propria tempesta mediatica. Dalle colonne del settimanale diocesano, il Nuovo Diario Messaggero, in edicola in questi giorni, Ghirelli ribadisce il suo pensiero argomentando.

Nel suo precedente intervento il vescovo aveva chiesto «agli islamici presenti tra noi (…) di prendere posizione pubblicamente contro le persecuzioni e gli atti di crudeltà. Altrimenti dovrebbero avere il coraggio di allontanarsi dalla nostra terra». Questa la frase incriminata che ha scatenato i soliti benpensanti, politici e non, che hanno subito sentito il dovere di scandalizzarsi. Nulla di nuovo se si pensa alle reazioni agli interventi degli Anni ‘90 del cardinale Biffi o del vescovo Maggiolini sui problemi dell’immigrazione islamica. Per evitare facili conclusioni sarà bene riflettere sulle nuove parole di monsignor Ghirelli.

«Da decenni le comunità cristiane in varie zone del Medio Oriente», scrive Ghirelli, «vivono nella condizione di minoranze perseguitate, fino al punto che chi può scappa, trasferendosi all’estero (…) essi chiedono aiuto alle comunità dell’Occidente, oltre che alla Santa Sede. Lo sforzo per sostentarle è veramente imponente ed encomiabile, anche perché si risolve in un beneficio generale per le popolazioni locali, non per i soli cristiani». D’altra parte, aggiunge il vescovo, vi è anche una migrazione di coloro che dall’Africa e dall’Asia «vengono a cercare lavoro in Europa; una parte consistente di loro professa la religione islamica». Ebbene, dice Ghirelli, «è sotto gli occhi di tutti che la Chiesa offre aiuto materiale ai loro poveri come ai suoi, senza fare preferenze». «Nello stesso tempo», ricorda il vescovo, «migliaia di cristiani appartenenti ad antichissime comunità della Siria e dell’Iraq, vengono scacciati in massa con la violenza da terroristi che proclamano l’instaurazione del Califfato islamico. Molte famiglie cristiane si trovano ora nei campi profughi sorti sui confini degli Stati vicini e per la loro sopravvivenza dipendono dagli aiuti internazionali; ci giungono attraverso i vescovi locali e la Caritas i loro appelli, sempre più drammatici».

È a questo punto che Ghirelli mette il pilastro del suo intervento. «L’aiuto materiale – sempre limitato – non potrà mai bastare, soprattutto finché manca la reciprocità. Il punto critico consiste nel contrasto tra la libertà religiosa e il trattamento umano che i profughi ricevono qui da noi e quello che ricevono in Medio Oriente: esso è troppo stridente». Il punto è decisivo. Il principio di reciprocità, infatti, è valido nel diritto internazionale nell’ambito dei rapporti tra Stati ed è normalmente inteso come concessione corrispettiva di diritti, anche nel campo della libertà di pensiero, coscienza e convinzione. Campo che, ovviamente, comprende la libertà religiosa. A questo proposito Benedetto XVI nel maggio 2006 aveva parlato espressamente di “principio di reciprocità” da applicarsi nel dialogo, cioè della necessità di una «relazione fondata sul rispetto reciproco» e prima ancora di un «atteggiamento del cuore e dello spirito».

I fatti che abbiamo sotto gli occhi, e che il vescovo descrive, evidenziano che questi elementi fondanti una proficua relazione mancano, anzi sembrano volutamente mancare. Ad esempio, la recente presa di posizione di alte personalità musulmane in Francia risulta importante, ma non pienamente soddisfacente. Pur condannando l’Isis, rimangono alcune parole non dette. Il noto giornalista de Le Figaro, Jean-Marie Guenois, dice che permangono silenzi rispetto alle modalità di finanziamento del Califfato, silenzi in campo teologico sul rapporto tra islam, jihad e Isis, e silenzi in merito al possibile controllo che le reti musulmane delle moschee e delle associazioni potrebbero svolgere sul via vai di giovani jihadisti dall’Europa.

Monsignor Ghirelli, di fronte a questo differente trattamento umano dei profughi tra Oriente e Occidente, dice che «noi cristiani e in particolare noi vescovi non possiamo limitarci a rilevarlo, abbiamo il dovere di alzare la voce. Chiediamo perciò l’aiuto dello Spirito Santo, che agisce nei cuori, ma ci sentiamo anche di mobilitare tutti gli uomini di buona volontà, in particolare i capi religiosi, e di fare pressione insieme sulle autorità civili, perché la disparità di trattamento venga eliminata, con un’esemplare inversione di tendenza. Alziamo la voce, perché anche questo è un modo per aiutare tutte le minoranze perseguitate; e chiediamo che i musulmani presenti in Occidente facciano altrettanto. Viviamo ormai in un contesto di libertà religiosa, ne godiamo i benefici, quindi siamo moralmente obbligati a riconoscerla a tutti»
(Lorenzo Bertocchi la nuova BQ 12 sett.14)

“Meglio morire che convertirsi”

8 Settembre 2014 Nessun commento

“Meglio morire che convertirci”,
affermano con aria decisa i cristiani iracheni sfuggiti dalle miliziedello Stato Islamico. Considerano un “traditore” chi per salvare la vita, o anche solo per tenersi
soldi e proprietà, ha pronunciato la “Shahada”, la dichiarazione di conversione all’Islam. E
dimostrano una fede e una determinazione nel mantenerla che per noi europei figli della
secolarizzazione può sembrare una cosa del passato, superata, una memoria di tempi antichi. “Per
un mese ci hanno provato. Ogni giorno venivano a dirci che dovevamo diventare musulmani. Una
mattina gli abbiamo detto che forse era meglio se loro si battezzavano. Ma ci hanno picchiato più
forte”, raccontano tra i tanti quattro uomini del villaggio di Batnaia, posto a una quindicina di
chilometri a ovest di Mosul. Sono Salem Elias Shannun di 57 anni; Habib Noah di 66; Najib Donah
Odish, 67, ed il 65enne Yohannah Kakosh: assieme sono arrivati tre sere fa a Erbil, dopo aver
convissuto per 22 giorni con i miliziani jiahadisti che occupavano le loro case, quindi essere rimasti rinchiusi 12 giorni nel carcere di Hawuja e infine raggiunto le postazioni curde a Kirkuk. La lorotestimonianza offre nuovi elementi per delineare il comportamento degli estremisti sunniti neiconfronti delle altre fedi.
Ma aiuta anche a ricordare quali e quanti tabù ancestrali sono messi in
gioco a causa di questa rivoluzione che sta soffiando persino oltre i confini del Medio Oriente.
Sta per esempio emergendo che le donne yazidi violentate in molti casi preferirebbero morire piuttostoche affrontare l’onta del “disonore” nelle loro stesse comunità famigliari.
Ieri dall’ospedale diZakho, nell’Iraq curdo non lontano dal confine con la Turchia, è giunta la segnalazione di tregiovani sfuggite ai mercati del sesso nella zona di Mosul che hanno tentato il suicidio. Una è morta.
La cosa non è strana. Incontrando i famigliari delle donne rapite nei campi di sfollati attorno a
Dohuq, specie mariti e fratelli, non è difficile sentirsi dire che preferirebbero un “accurato
bombardamento americano che uccidesse le donne assieme ai loro aguzzini”, piuttosto che vivere
con la vergogna dello stupro. Per i cristiani le sofferenze sono meno drammatiche. Sino ad ora non
sono emerse tra loro prove concrete di donne ridotte a schiave sessuali o di massacri di uomini.
Eppure, i tabù e i valori messi in gioco appaiono altrettanto importanti. “La prima settimana dopo illoro arrivo a Batnaia,i jihadisti ci hanno lasciato in pace. Non c’erano minacce da parte loro. Anzi,sono venuti a portarci cibo, acqua. Il nostro villaggio conta circa 3.000 abitanti.
Eravamo rimasti inuna quarantina.
E loro dicevano che dovevamo telefonare ai nostri cari per convincerli a tornare.
Poi, però le cose sono rapidamente peggiorate. Hanno cominciato ad insistere che dovevamo
convertirci. Tutti siamo stati ripetutamente picchiati. I più giovani in modo prolungato, continuo”,
ricordano i quattro. Si mettono quasi a piangere quando descrivono la dissacrazione della “Mar
Kariakos”, la basilica locale.
“Tra i jihadisti ci sono volontari arrivati dal Sudan, dal Qatar, tanti
sauditi, ma anche siriani, libanesi, ceceni, afghani, pakistani.
Però il più cattivo è un iracheno sulla cinquantina che si fa chiamare Abu Yakin.
Lui mandava i suoi uomini a picchiarci. Ci minacciava.
E lui ha ordinato che venissero spezzate le croci in chiesa, ha voluto che le statue della Madonna e del Cristo venissero decapitate e prese di mira con i Kalashnikov”.
Per loro la conversione però è fuoridiscussione.
“Non è tanto la formuletta di adesione all’Islam che vale. Se fosse solo quello, si
potrebbe anche fare. Poi ti confessi e finisce tutto, torni cristiano.
Il fatto è che i jihadisti ti chiedono
di provare la tua nuova fede. Esigono che il neo-convertito vada a combattere con loro, partecipi
alle operazioni in prima linea”, dicono.
Pochi giorni fa alcuni sfollati dal villaggio di Qaraqosh testimoniavano a riprova di aver visto alcuni
giovani cristiani di Mosul diventati autisti delle brigate jihadiste. Lo stesso farebbero anche decine
di curdi. Ma per i dirigenti della Chiesa caldea si tratterebbe di infime minoranze e comunque di un
problema secondario. Padre Paolo Mekko, studioso di teologia e parroco in prima linea con la sua
diocesi nella piana di Niniveh ora sfollato a Erbil, ha persino rispolverato i testi della storia della
Chiesa riferiti agli anni dei primi martiri per cercare risposte. “La Chiesa non ammette un secondo
battesimo. I convertiti con la forza nel loro cuore restano cristiani, se si pentono la questione della
loro abiura non si pone neppure”, spiega. Si osserva del resto un certo ottimismo crescere tra gli
sfollati. Nelle prossime ore a Bagdad dovrebbe venire annunciato il nuovo governo di unità
nazionale sotto la guida del neo-premier Haider al Abadi. Un passo considerato fondamentale per la
stabilizzazione del Paese, che dovrebbe facilitare il patto di collaborazione con le grandi tribù
sunnite in grado di isolare lo Stato Islamico e soprattutto facilitare l’intervento militare degli
americani e dei Paesi alleati. I recenti bombardamenti Usa presso la diga di Haditha sono seguiti
con attenzione tra i cristiani. “Parlare di ritorno alle nostre case è certo prematuro”, ammette
Mekko. “Però possiamo ricominciare a sperare”.
( Lorenzo Cremonesi – Il Corriere della Sera, 8 Settembre 2014 )

la guerra svelata dalle madri russe

3 Settembre 2014 Nessun commento

“Non c’è alcuna guerra, ripete da giorni il Cremlino, mentre l’U­craina denuncia al mondo l’in­vasione. Se non c’è alcuna guerra, nemmeno possono es­serci dei soldati russi caduti. Infatti, non ce ne sono. Ufficialmente la morte di militari impegnati in ‘esercitazioni’ alla frontiera con l’Ucraina viene giustificata con ‘infarti’ oppure totalmente censurata, e i caduti sep­pelliti di nascosto, senza nemmeno un no­me sulla lapide. I grandi media di Mosca sono costretti a par­lare d’altro. Solo sui social network trapela un’altra verità: la guerra c’è, e ci sono i primi morti. Ma a sostenere con forza questa ve­rità, correndo i rischi che ciò comporta, non sono tanto gruppi dissidenti, quanto le ma­dri di quei soldati ventenni.

Erano partiti a Ferragosto per una esercitazione a Rostov, verso il confine ucraino, e invece d’improv­viso i loro cellulari muti, e più nessuna noti­zia. Scomparsi. Il Cremlino, impassibile, ripete la sua ‘ve­rità’ e tiene a bada la stampa, ma non riesce a aver la meglio sulle madri di quei 400, pa­re, che mancano all’appello. Si sono riunite in un Comitato e sono anche andate davan­ti a una base militare, chiedendo dove siano, i loro ragazzi. L’esercito non ha osato di­sperderle.

Così che mentre Putin nega, e solo le foto della Nato testimoniano lo sconfinamento russo in Ucraina, proprio dalla Russia si leva la più forte accusa. È la voce delle madri, che da millenni accompagna ogni guerra in pri­vati strazi, in pianti silenziosi; ma che oggi sul web trova un megafono che mai aveva avu­to. Così che un manipolo di donne nell’im­mensità della Russia riesce a fare sentire le sua voce, pretendendo almeno di sapere che si è in guerra, e perché.

Paradossale, forse, che nel risveglio guerre­sco ai confini occidentali del gigante dell’E­st a sollevarsi, tanto da essere ascoltate, sia­no delle inermi madri. La potenza del web si coniuga questa volta con qualcosa di vera­mente molto antico: la voce delle madri, che da sempre restano a aspettare. Solo trent’an­ni fa non c’erano i cellulari, e simili attese si consumavano lente intorno al passaggio del postino, la mattina; e il suo andare oltre un giorno dopo l’altro doveva essere per le don­ne, a casa, come un aspra folata di freddo ad­dosso – esattamente come il nulla di quei cellulari muti, dal confine con l’Ucraina.

Certo, la ragion di Stato che impone di negare una guerra già in atto non tollera di farsi con­traddire. ‘Sciocchezze, provocazioni’, repli­cano i vertici militari russi. Ma le parole di quelle madri sul web si fanno sentire, con la incoercibile forza della verità. Cercano A­lexander e Maksimov e Leonid, le cui date di nascita sono le stesse dei nostri figli venten­ni. Non restavano mai, dicono, una settima­na senza chiamare casa. Sono feriti forse? O, se sono morti, possiamo venire a portare via il loro corpo? – come ha chiesto in un appel­lo alla tv ucraina una di queste donne.

Contro a quel loro dolore, il nulla. Qualche soldato viene seppellito di nascosto, qual­cuno sotto a una lapide bianca. I primi ca­duti della guerra che non c’è non sono mai nemmeno esistiti, per chi li ha mandati a mo­rire. Ma si alza ostinata, tenace, la pretesa delle madri, che vogliono almeno un corpo su cui piangere.

Quel corpo che appena dieci anni fa era an­cora di bambino; quel corpo che avevano stretto fra le braccia subito dopo il parto, cal­do e morbido, così piccolo e così affamato e vivo. È intollerabile per una madre cui scom­pare il figlio sentirsi dire che non se ne sa niente, o che, chissà. Hanno bisogno, le ma­dri, di riavere almeno fisicamente quel figlio, per poterlo piangere come pietose Antigoni. Così che le bugie in questa nuova guerra del terzo millennio sono almeno già due: quel­la che nega che guerra sia, e quella che ai fi­gli del suo popolo caduti non restituisce nemmeno il corpo, e una croce.)”
(Marina Corradi AVVENIRE 31.08.14

“….Hanno perseguitato Me, perseguiteranno anche voi..”

2 Settembre 2014 Nessun commento

come sai, la situazione delle minoranze cristiane in molte parti del mondo si sta facendo giorno per giorno più drammatica. La tragedia dei cristiani iracheni, oggetto di un vero e proprio genocidio da parte dei terroristi islamici dell’ISIS, non è che un esempio di questo scenario: in molti paesi dell’Africa, dell’Asia e del Medio Oriente, nell’indifferenza generale, i cristiani sono oggetto di persecuzioni, violenze e discriminazioni, sono talvolta costretti a lasciare le proprie case e obbligati con la forza ad abbandonare il proprio culto e la propria fede.

Il governo italiano, durante il semestre di presidenza dell’Unione Europea, si è formalmente impegnato a difendere e tutelare la libertà di culto fuori dai confini europei. Testualmente, dal programma del semestre di presidenza:

“Nel mantenere alta l’attenzione sulla violenza settaria e sulle discriminazioni, la Presidenza sosterrà le iniziative comunitarie in materia di libertà di religione o credo e la protezione delle minoranze religiose, anche in relazione all’impegno dell’Italia a favore della prevenzione dei genocidi e dei meccanismi di allarme rapido”.

Con questa petizione (http://www.citizengo.org/it/10075-un-aiuto-concreto-ai-cristiani-perseguitati), chiediamo al Consiglio Europeo, e più precisamente a Matteo Renzi (presidente di turno del Consiglio dell’Unione Europea), Federica Mogherini (Ministro degli Affari Esteri), Elman Brok (presidente della Commissione Esteri del parlamento Europeo) e Herman Van Rompuy (presidente del Consiglio Europeo), di elaborare politiche di asilo attente alla situazione critica delle minoranze religiose e dei cristiani perseguitati e di monitorare con più attenzione a questo tema nell’instaurazione delle politiche di vicinato dell’Unione Europea rispetto a Paesi terzi.

L’impegno del governo italiano nella messa in salvo di Meriam Yehya Ibrahim ha rappresentato un grande gesto umanitario in favore di una donna perseguitata e messa a morte per la propria fede cristiana. Promuovendo politiche concrete in direzione di un maggior rispetto della libertà religiosa, il governo italiano (durante il semestre di presidenza dell’Unione Europea) dimostrerebbe di proseguire lungo lo stesso percorso, con un’operazione magari meno appariscente dal punto di vista mediatico, ma certamente di sostanziale aiuto non a una, ma a milioni di cristiani perseguitati.

Ti invito a sottoscrivere questa nostra petizione internazionale (http://www.citizengo.org/it/10075-un-aiuto-concreto-ai-cristiani-perseguitati). Le cronache si riempiono ogni giorno di più di terribili casi di violenze contro molte comunità cristiane mediorientali e africane: non c’è più tempo da perdere e il governo italiano non deve perdere questa occasione per migliorare le condizioni di vita di tutti i cristiani perseguitati fuori dall’Europa, mantenendo quanto promesso nel programma del semestre di presidenza.

Per firmare, puoi cliccare sul link seguente:

http://www.citizengo.org/it/10075-un-aiuto-concreto-ai-cristiani-perseguitati

Dopo aver firmato, ti raccomando di condividere questa petizione con i tuoi contatti e-mail. Se lo desideri, puoi inoltrare questo mio messaggio a chi desideri.

Per condividere la petizione direttamente ai tuoi contatti Google Mail, ai tuoi amici su Facebook o ai tuoi follower su Twitter, puoi cliccare su quest’altro link:

http://www.citizengo.org/it/10075-un-aiuto-concreto-ai-cristiani-perseguitati?m=5&tcid=6257693

Il caso di Meriam, tra gli altri, ha dimostrato l’utilità e l’efficacia che le raccolte firme di CitizenGO possono avere nel cambiare le cose e nel difendere e promuovere i valori in cui crediamo. So che, anche stavolta, non farai mancare il tuo sostegno a tutti i cristiani che ne hanno bisogno.

Grazie di cuore della tua partecipazione.

Un saluto cordiale.

Matteo Cattaneo e tutto il team di CitizenGO