Archivio

Archivio Dicembre 2014

“..ecco qua..”

29 Dicembre 2014 Nessun commento

MI HANNO CHIESTO CHI VORREI AL QUIRINALE. ECCO QUA…
C’è una signora di 71 anni, ignota ai grandi media, che – aiutata da pochi volontari e sostenitori –ha salvato la vita a 17.486 bambini dal 1984 ad oggi (solo nel 2013 sono stati 1.134)
Eppure pochi conoscono questa donna straordinaria che vive a Milano, in un normale condominio.
Io eleggerei lei, Paola Bonzi, al Quirinale.
Trent’anni fa ha fondato il Centro di aiuto alla vita della Mangiagalli. E’ un luogo dove accoglie povere donne indecise per diversi motivi se ricorrere all’aborto.
Lì hanno trovato un abbraccio che anzitutto non le ha fatte più sentire sole, ma le ha colmate di affetto, poi ha offerto loro la possibilità di avere ospitalità, un sostegno economico – 3/4 mila euro in 18 mesi – e tutto l’aiuto possibile umano, professionale e sanitario.
E’ bastato questo “poco” a migliaia di donne per decidere di far nascere i figli che già portavano in grembo.
Così ai 17.486 bambini scampati alla morte, Paola può aggiungere 17.486 mamme salvate da pesantissime ferite nelle anime e nei corpi (perché le donne sono le prime vittime dell’aborto).
Qualcuno obietterà: sì, una gran brava persona, ma cosa c’entra col Quirinale?
C’entra quanto Gino Strada che pure viene da molti candidato alla Presidenza della Repubblica.
Non ho nulla contro Strada per il suo benemerito lavoro di medico. Ma lui ha dalla sua un’organizzazione potente, il sostegno dei media e dei salotti d’élite, con idee politiche marcate (e opinabili).
Paola Bonzi sta salvando un numero eccezionale di vite nella (quasi) indifferenza generale. Non ha dietro di sé nessun grosso sostenitore economico (nemmeno la Chiesa), né organizzazioni potenti che facciano conoscere il suo Cav, nessuna visibilità mediatica, né sponsor politici.
Infatti oggi la sopravvivenza della sua opera è in forse per mancanza di mezzi.
La sua chiusura sarebbe una vergogna per Milano, per le sue istituzioni, per l’Italia e anzitutto per la Chiesa.
Paola è nata nel 1943, a casa dei nonni, in campagna, perché a Milano cadevano le bombe.
Quella Guerra, con 50 milioni di vittime, è stata definita dagli storici “l’evento più violento e distruttivo del XX secolo e forse della storia umana”.
Eppure secondo l’Organizzazione mondiale della sanità oggi l’aborto nel mondo fa lo stesso numero di vittime, 50 milioni, in un solo anno. E ogni anno.
Noi neanche ci rendiamo conto della tragedia in cui siamo immersi. E dell’orrore dei tempi.
L’opera di Paola è una delle poche luci nel buio. Vogliamo spegnerla? Io porterei lei al Colle più alto.

Antonio Socci

Da “Libero”, 28 dicembre 2014

uno dei tanti martiri di oggi

26 Dicembre 2014 Nessun commento

La fede cristiana ha un nuovo martire: è Salem Matti Kourk, un uomo di 43 anni, torturato e ucciso in Iraq il 1° settembre dai miliziani dell’IS, lo stato islamico che il suo fondatore, Abu Bakr al Baghdadi, chiama Califfato.

Salem Matti Kourk viveva a Bartalah, una cittadina situata nella piana di Ninive. Quando Bartalah è stata conquistata dagli islamisti di al Baghdadi lo scorso 8 agosto, la maggior parte dei cristiani aveva già lasciato la città, aggiungendosi alle centinaia di migliaia di profughi incalzati dall’avanzata delle milizie jihadiste. Salem è stato uno dei pochi cristiani a rimanere. Secondo uno dei suoi parenti messosi in salvo, non era stato in grado di affrontare il viaggio con il resto della famiglia perché affetto da problemi cardiaci.

Da quel giorno era rimasto nascosto in casa. Ne è uscito il 1° settembre per la prima volta, spinto dalla fame, per procurarsi cibo e acqua, avendo finito tutte le scorte. Ma è stato fermato e arrestato a un posto di blocco nel centro della città, di fronte alla chiesa della Vergine Maria. I miliziani che lo hanno catturato gli hanno ingiunto di abiurare il cristianesimo e di convertirsi all’islam. Al suo rifiuto, hanno iniziato a picchiarlo e a torturarlo. A più riprese hanno ripetuto la richiesta di convertirsi che Salem ha continuato a respingere. I jihadisti lo hanno quindi torturato a morte. Ne hanno poi gettato il cadavere per strada dove è rimasto finché dei passanti l’hanno raccolto e sepolto.

A migliaia di chilometri di distanza, nel nord est della Nigeria, un altro stato islamico sta prendendo forma, anch’esso in un incubo di violenza e fanatismo spietato. Alla fine di agosto i jihadisti Boko Haram hanno conquistato Gwoza e Damboa, due importanti città dello stato islamico di Borno, e Buni Yadi, nel vicino stato di Yobe. Nei giorni scorsi hanno innalzato la loro bandiera anche a Banki, nello Yobe, e a Gamboru Ngala e Bama, entrambe nel Borno. Bama si trova a soli 70 chilometri dalla capitale del Borno, Maiduguri. Adesso si teme un attacco alla capitale stessa, forse imminente, secondo quanto sostengono gli esperti del Nigeria Security Network, un centro studi che ha da poco pubblicato un rapporto sulla situazione del paese e una lettera aperta rivolta ai leader nigeriani per chiedere interventi militari tempestivi al fine di evitare la caduta di Maiduguri e dell’intero Borno. Se Boko Haram riuscisse a conquistare questo stato, come teme il Nigeria Security Network, poi toccherebbe allo Yobe e all’Adamawa, due stati a maggioranza islamica anch’essi, e la rete internazionale dei jihadisti disporrebbe allora di una formidabile base dalla quale sferrare attacchi ad altri stati africani.

Anche in Nigeria i cristiani fuggono, a decine di migliaia, chi al sud, dove si concentra la popolazione cristiana del paese, chi nei vicini stati del Niger e del Camerun. Con loro, come succede in Iraq, fuggono gli islamici che temono le inflessibili prescrizioni della shari’a, così come le intendono i fondamentalisti, e le terribili punizioni inflitte a chi trasgredisce.

I jihadisti introducono infatti nei territori sotto il loro controllo, dalla Nigeria al nord della Repubblica Centrafricana, dall’Iraq alla Somalia, lapidazioni, mutilazioni, rigidissime regole di comportamento, abbigliamento, alimentazione e devozione: senza risparmiare neanche i bambini.

L’IS, proprio per i bambini, ha allestito dei campi dove i miliziani insegnano loro i principi dell’ideologia jihadista e li addestrano all’uso delle armi. Un ragazzino di 13 anni, che è riuscito a fuggire da uno di questi campi, ha raccontato di essere stato costretto, insieme ai suoi compagni, ad assistere a decapitazioni, crocifissioni e lapidazioni. Ha raccontato di un ragazzo crocifisso per tre giorni, punito per non aver osservato il digiuno prescritto nel mese sacro del Ramadan durante il quale è proibito mangiare e bere dall’alba al tramonto; e di una donna lapidata a morte per aver commesso adulterio.

Per onorare la memoria del martire Salem Matti Kourk, morto per aver rifiutato di abiurare il proprio credo, il 5 settembre nella chiesa siro-ortodossa di Oum El Nour ad Ankawa, un sobborgo cristiano di Erbil, nel Kurdistan irakeno, si è tenuta una cerimonia funebre.
(Anna Bono lanuova bq.it 9 sett.2014)

Finalmente Dio permette

11 Dicembre 2014 Nessun commento


FINALMENTE DIO PERMETTE AGLI UOMINI DI FARE CIO’ CHE VOGLIONO: OMOSESSUALITA’, DIVORZI, ABORTI, ECC.
Fiaba ironica sulle permissioni divine e la stupidità umana
(da Blog di Berlicche)
————————————————————————————-
Il vescovo li vede arrivare, una folla di persone dall’aria decisa. Sospirando, si girò verso di loro: “Che cosa volete, figlioli?”. Quello che era evidentemente il loro capo si fece avanti: “Vogliamo che la Chiesa…”. Il santo vescovo li ascoltò pazientemente, poi ad un certo punto alzò la mano: “Sì, sì, credo di avere capito. A questo punto penso che sia meglio che queste che cose le chiediate direttamente a Dio.”
Si levò un mormorio di sorpresa. “Ma… disturbarlo per…” Ma il vescovo fece un cenno con la mano a liquidare l’obiezione e si avviò con passo deciso. Gli altri lo seguirono.
Dio stava potando delle viti nel suo giardino. “Sì, un attimo, ho quasi finito.” Recise un ultimo ramo e poi si sedette su un muretto. “Allora, forza, parlate” disse, con fare affabile.
Si fece avanti il capo del gruppo: “Signore, ecco, noi… vorremmo che permettessi l’uso di anticoncezionali…” Disse, quasi farfugliando. Dio scambiò un’occhiata con il vescovo: “Certo, lo permetto”. Un mormorio di sorpresa si levò tra i presenti, che cominciarono a scambiarsi pacche sulle spalle. “C’è altro, vero?” disse Dio. “Ecco, vorremmo che fossero permessi anche i rapporti omosessuali…”. “Sono permessi”, disse Dio. Da alcuni degli astanti si levarono degli “Olè”. “E anche i rapporti al di fuori del matrimonio…”. “Accordàti”, fece Dio. “La masturbazione…”. “Certo”. “L’aborto…”. “Come no. Ma aspettate, è inutile che vi sforziate di esprimerlo in parole, tanto lo posso leggere in voi cosa vorreste fare.”
Li guardò, uno per uno. “Vorreste fare del sesso quando vi va e con chi vi va? Lo permetto. Anche con dei bambini? Sì, lo permetto. Vorreste impossessarvi dei beni di chi secondo voi ha troppo? Lo permetto. Della donna, dell’uomo di un altro? Lo permetto. Anche con la forza? Con la menzogna? Lo permetto. Volete uccidere chi non sopportate? Permetto anche questo.”
Man mano che Dio parlava, tutti ad uno ad uno tacquero. Dio si alzò: “Io permetto tutte queste cose. Le permetto già. E dovreste saperlo, visto che già le fate. Tutte”. Si avvicinò, e fissò negli occhi il loro capo: “Ma quello che non posso fare è dire che tutte queste cose vi renderanno felici. Non posso proprio farvele bastare. Perché io ho fatto voi uomini in un’altra maniera.” Mentre parlava sorrideva, un sorriso triste. “Non solo il fare tutte queste azioni non vi basterà, ma vi renderà ancora più infelici, perché sono proprio il contrario del modo in cui vi ho fatto.”
Il leader del gruppo abbassò lo sguardo. Dio gli posò una mano sulla spalla: “Vi ho fatti in una certa maniera, e nemmeno io posso farvi in maniera diversa senza disfarvi del tutto. Nel fondo del vostro cuore voi non volete le cose che avete chiesto: chiedete delle cose che pensate colmino quella sete che avete, ma non sono le cose giuste. Sono le cose che qualcuno che odia voi e me vi ha suggerito proprio sapendo cosa vi succederebbe.”
Si rivolse a quelli dietro: “Voi, che già le fate, ditemi, vi hanno resi felici, o ancora più disperati e famelici? Cosa è successo, come conseguenza di quelle azioni? Quale tristezza e schifo hanno generato?” Nessuno parlò. “E quindi,” proseguì Dio, “cosa vorreste che io facessi? Che, nonostante quello che siete, quello che è, io vi dessi il permesso di sentirvi giustificati qualsiasi cosa facciate? In maniera da accusarmi anche di questo? Bene, il permesso di farlo ve l’ho dato. E ve l’ho dato fin dal principio. Si chiama libertà. Ma avete anche qualcosa d’altro, dentro, cioè la conoscenza di cosa sia bene e cosa sia male. E nemmeno io posso togliervela, perché ve la siete presa assieme alla libertà.”
Si accostò al vescovo, passò il braccio attorno alle sue spalle bianche e lo strinse a sé. “Il vostro vescovo vi può ricordare cosa io stesso ho detto ai vostri padri. Cos’è che può rendervi felici. Ma, se non lo posso io, neanche lui può cambiare la vostra natura”. “Cos’è che può renderci felici, allora?” chiese il capo del gruppo. “Già lo sai” disse Dio “stare qui assieme a me.”
A questo punto, il silenzio era totale. Neanche si sentivano più gli uccellini tra i rami del giardino. Poi, uno ad uno, i presenti si voltarono e se ne andarono.
Alla fine rimasero solo Dio e il vescovo. Il vescovo sospirò: “Credi che l’abbiano capito, stavolta?” chiese, rivolgendosi a Dio. Dio si strinse le spalle: “Come tutte le altre volte. Ma una cosa la sanno, anche se ogni volta sembrano scordarsene”. Il vescovo si girò verso Dio: “E qual è?”. Rispose Dio: “Che io li amo”.

Titolo originale: Permesso?
Fonte: Blog di Berlicche, 11/02/2014
Pubblicato su BastaBugie n. 379

Un Crocifisso di scarti

4 Dicembre 2014 Nessun commento

Un Crocifisso di scarti
(Giorgio Paolucci AVVENIRE – INVIATO A LECCO)

Chi l’avrebbe mai detto? Lei, Giuditta, insegnante
di lettere, donna tutta d’un
pezzo di sani principi, cattolica doc. Lui,
Pietro, condannato a vent’anni per omicidio e
spaccio di droga, vita spericolata, una gioventù
bruciata negli eccessi e che sembrava destinata
a consumarsi nel buio di una cella. Si sono
incontrati in maniera imprevedibile, piaciuti,
innamorati, sposati. Freschi di matrimonio, ci
accolgono nella loro casetta di Lecco, piccola
ma da far invidia, col Resegone alle spalle e una
finestra da cui s’intravede il lago celebrato
dal Manzoni, in una giornata che sembra uscire
dalla pagina dei «Promessi sposi» in cui si
magnifica il cielo di Lombardia, così bello quando
è bello.
Questa è una storia popolata di imprevisti. Imprevista
l’occasione che capita a Pietro di poter
lavorare in carcere, quando viene trasferito
al Due Palazzi di Padova dove da molti anni la
cooperativa Giotto ha allestito laboratori per
assemblare valigie, biciclette, produrre dolci,
gestire un call center e altro ancora, offrendo
una possibilità di rilancio umano e professionale
a decine di carcerati. Imprevisti gli incontri
con i detenuti che nei laboratori lo accolgono
col sorriso sulle labbra «in un posto dove di
solito ti insegnano a odiare e a coltivare la vendetta
– racconta –. La prigione ti toglie la libertà
fisica, ma da loro ho imparato che quella interiore
non te la toglie nessuno. Puoi sentirti libero
da carcerato e prigioniero da uomo libero.
E invece lì ho cominciato a sollevare il mio
sguardo incarognito e a capire che c’era la carezza
di Cristo pronta a posarsi sulle mie ferite
e sui miei errori».
Imprevisto anche l’invito della cooperativa
Giotto a partecipare come volontario al Meeting
di Rimini assieme ad altri detenuti (ovviamente
sotto sorveglianza delle guardie di polizia
penitenziaria): «Un’occasione per testimoniare
che i carcerati sono persone che devono
pagare per gli errori commessi, ma non
sono definiti dai loro errori. Uomini che possono
ricominciare». Imprevisto l’incontro con
una giovane insegnante arrivata al
Meeting con alcuni suoi studenti,
conosciuta per caso e che accende
in lui la fiamma di un amore vero,
pulito, così diverso da quelli istintivi
sperimentati nel suo tormentato
passato. È amore a prima vista, tra
Pietro e Giuditta. Messo subito alla
prova dalle difficoltà oggettive con
cui devono misurarsi. Il Meeting finisce
e lui deve tornare in cella, l’unico
mezzo per comunicare sono le
le lettere. Diventano, loro malgrado,
innamorati per corrispondenza,
con le parole scritte a biro su un
foglio che, sole, esprimono i sentimenti. E perciò
diventano pesanti e piene di significato. Imparano
cos’è l’essenziale, cosa davvero tiene in
piedi l’esistenza. «Non le sembri un paradosso
– dice Giuditta –: pensandoci oggi, mi accorgo
di essere una privilegiata perché non ho
potuto piegare la realtà secondo i miei progetti,
potevo solo guardare i segni che Dio non ha
mai smesso di mandarci. È così che il nostro amore
si è purificato, è così che abbiamo imparato
cosa vuol dire che la vita non è nelle nostre
mani ma di Qualcuno a cui non possiamo
che affidarla».
Il 24 febbraio di quest’anno, dopo 11 anni, 2
mesi e 22 giorni di detenzione, Pietro ottiene
l’affidamento ai servizi sociali: può scontare la
pena a casa. E per un altro dei tanti imprevisto
di cui è costellata questa storia trova lavoro come
fabbro. Il suo “antico” mestiere, quello di
due vite fa, prima di cadere nel vortice della
malavita.
Il 29 marzo al matrimonio ci sono
400 invitati, compresi alcuni ex compagni dello
sposo e un mare di amici che ascoltano commossi
le parole del celebrante: «La grazia che
chiedete a Dio vale solo per oggi, perciò dovete
chiederla ogni giorno. Certi che Lui ve la concederà,
come ha dimostrato di fare tante volte
in questa storia».
In giugno viene pubblicato «Il cuore oltre le
sbarre» (Itaca Edizioni), diario dell’anima in cui
Giuditta racconta cosa hanno imparato da questa
avventura. «Una delle frasi che mi sono sentita
ripetere più volte in questi quattro anni è ’-
chi nasce rotondo non muore
quadrato’. Volevo dimostrare
che è un’idiozia: ciascuno
può decidere, in ogni
momento e circostanza, di
tornare a essere uomo, qualunque
errore abbia commesso.
Può decidere di alzare
lo sguardo dalla sua miseria e
riconoscere che Dio è un padre
buono che mai volta lo
sguardo da un’altra parte, che
ti viene a cercare anche quando
gli hai voltato le spalle. Nessuno
è perduto per sempre,
nessuno sbaglio è tanto grande
da non poter essere perdonato
».
Nell’ultima pagina del libro Pietro scrive: «Ero
male. Tutto e tutti non bastavano mai. Avevo
buttato via tutto. A distanza di 11 anni dall’arresto,
con una detenzione
che fortunatamente prosegue
con affidamento ai servizi
sociali, posso dire che la
galera è stata la mia salvezza.
Col carcere mi sono ritrovato,
ho ritrovato la fede e la vita
vera, ho trovato l’amore infinito
per una donna stupenda
e ho scoperto amici
che sono dei veri angeli».
In casa di Pietro e Giuditta,
appeso al muro della sala, c’è
un crocifisso in ferro battuto.
Lo ha costruito “il fabbro”
utilizzando gli scarti di lavorazione
dell’officina in cui lavora.

«Anch’io ero uno scarto,

ma Gesù ha avuto
compassione e si è chinato sulle mie ferite.
Chi l’avrebbe mai detto?».