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Archivio Febbraio 2015

i diritti sono anche per i cristiani??

27 Febbraio 2015 Nessun commento

Quattro fatti di natura diversa, due in Italia e due in Francia, ci obbligano a riflettere sul crescente clima di persecuzione, ostilità e violenze contro i cristiani. Questa volta non nei paesi di matrice islamica radicale, ma qui da noi, in Europa.

In Italia, il diritto all’obiezione di coscienza, che garantisce al personale medico il diritto a non praticare l’aborto, diritto garantito anche dalla cattiva legge sull’aborto, la 194, che è ancora una volta messa in discussione.

Generazione “Voglio Vivere” denuncia un “clima di censura e ghettizzazione che in Italia colpisce i medici obiettori di coscienza”, quelli che si rifiutano di praticare l’aborto.

Infatti, in vista della nomina del nuovo Direttore della Divisione di Ostetricia e Ginecologia dell’Ospedale San Camillo di Roma, Lisa Canitano, ginecologa e presidente dell’associazione pro aborto “Vita di donna”, ha lanciato una petizione indirizzata al Presidente della Regione Zingaretti – ripresa da tutti i maggiori quotidiani – per chiedere formalmente che la carica in questione non venga affidata ad un primario obiettore di coscienza e per giunta cattolico.

La nomina del nuovo Direttore avverrà il giorno 13 marzo. Nel frattempo Generazione Voglio Vivere si è mobilitata affermando che “l’obiezione di coscienza è tutelata dalla Legge e dalla Costituzione. Dire il contrario significa voler trasformare gli obiettori (peggio ancora se cattolici), in cittadini di serie B. Secondo questa mentalità non dovrebbero accedere a determinati posti di lavoro per il solo fatto di dichiararsi a favore della vita!”.

Sempre in Italia, secondo La Provincia di Varese ci sono stati quattro attentati dal mese di novembre ad oggi alla pizzeria Gabry, nel quartiere di Biumo, nel varesino. Parla Anis, il giovane proprietario egiziano: “Io perseguitato perché cristiano”.


“Nessun problema sino al novembre scorso – racconta Anis – poi sono iniziati gli attacchi”. Il giovane ha fornito una pista precisa agli inquirenti e agli agenti della Digos della questura di Varese che erano presenti sul posto:

“Un gruppo di musulmani – racconta il giovane – a novembre sono entrati qui. Hanno mangiato e non volevano pagare. Poi uno di loro ha visto il Crocifisso affisso al muro: mi ha chiamato cristiano di m”.

Un appello affinché la comunità di Biumo si mobiliti è stato lanciato da Gianna Miraglia, coordinatrice volontaria dell’Associazione varesina Amici Randagi che ha sede a pochi passi dalla pizzeria, “Anis non deve essere lasciato solo. È arrivato in Italia sostenuto dalla volontà di lavorare. È un giovane che ha voglia di fare. Non deve essere ostacolato in questo modo”.

E su Facebook sono in tanti ad essersi già mobilitati per dare una mano. Tra chi si offre come volontario per eseguire riparazioni gratuite e chi è pronto a dare il via alla colletta per aiutare Anis a rimettere in sesto la sua pizzeria. E ieri mattina parecchie persone sono passate dalla pizzeria per dimostrare solidarietà a Anis.

In Francia, dopo i ripetuti casi di profanazione di chiese cattoliche francesi, con relativo furto di pissidi ed ostie consacrate, Mons. Pascal Roland, Vescovo di Belley-Ars, ha emesso un editto rivolto a tutte le parrocchie della sua diocesi che prevede che “il Santissimo Sacramento venga ritirato dai tabernacoli di tutte le chiese e cappelle parrocchiali per essere messo in un apposito luogo, posto in sicurezza. La porta di questi tabernacoli deve restare vistosamente aperta”. L’unica eccezione viene fatta per le chiese munite di tabernacoli metallici ben fissati e muniti di una serratura resistente agli attacchi indiscriminati e sacrileghi.


Sempre in Francia, nel piccolo cimitero di Tracy-sur-Mer, nella regione del Calvados, sono state vandalizzate decine di croci, alcune sono state anche bruciate. Il ministro dell’Interno Bernard Cazeneuve ha promesso che “sarà fatto ogni sforzo per identificare e consegnare alla giustizia gli autori di questi atti oltraggiosi che violano i nostri valori e il rispetto che sigilla la nostra comunità”. Speriamo che le dichiarazioni del ministro dell’Interno francese non rimangano soltanto parole!

L’Osservatorio sulla Cristianofobia
continua ad agire, monitorare e denunciare ogni atto perpetrato contro i cristiani che professano la propria fede, affinché sia tolto definitivamente il velo di silenzio che cela queste terribili atrocità, e affinché la libertà religiosa dei cristiani venga rispettata!
Un saluto cordiale!
silviodallavalle@luci-sullest.it

“Raro sono io non la malattia”

23 Febbraio 2015 Nessun commento

«Egregio direttore, il Signore si serve di “Avvenire” per fare miracoli…”. La lettera arrivata in redazione giorni fa allegava due trafiletti ingialliti, usciti sul nostro giornale 25 anni or sono, obbligandoci a un flashback. “Michele è un bel bambino di 5 mesi ricoverato dalla nascita in ospedale e adottabile”, spiegava l’articoletto, firmato dall’allora giudice onorario del Tribunale dei minori di Milano, Silvio Barbieri (lo stesso autore della lettera odierna). Il neonato però presentava un quadro clinico grave, occorreva una famiglia speciale… Quindici giorni dopo un secondo trafiletto ripeteva l’appello: “Si cerca una coppia che accolga il piccolo con assoluto spirito di servizio… potrebbe infatti verificarsi una morte prematura”.

Fine del flashback.
Genova, quartiere Sanpierdarena, ieri.
Michele, il neonato destinato a morire presto, ha 25 anni e una maturità scientifica da 100 e lode. Non è guarito, non guarirà mai, perché la sua è una malattia rarissima (un caso su un milione nel mondo, 40 in tutta Italia), per cui fare ricerca non conviene. Eppure è visibilmente felice, tra mamma Paola (ex insegnante di religione) e papà Franco Cargiolli (macchinista di treni in pensione), la coppia speciale che un quarto di secolo fa il giudice di Milano cercava con il lanternino. La sindrome di Lesch-Nyhan (LND) su Michele ha infierito con cattiveria particolare: tetraparesi spastica, l’insulina fin da piccolino, poi a 9 anni il trapianto di reni seguito da una costellazione di ricoveri.

Tutto a causa di un enzima mancante che determina disturbi gravi del comportamento: notte e giorno quattro fasce tengono legati polsi e caviglie alla sedia a rotelle, come lui ci mostra sorridendo. Sa bene che senza quelle farebbe del male a se stesso e agli altri, involontariamente: «Immagina un’automobile cui abbiano invertito freno e acceleratore – spiega Paola –, tu cerchi disperatamente di frenare e invece piombi sul pedone. Questi bambini vivono con un’angoscia tremenda, il corpo fa sempre l’opposto di ciò che vorrebbero e loro arrivano a mordere se stessi, si picchiano fino a farsi molto male». Michele sorride ancora e annuisce, «il mio corpo mi comanda», dice a modo suo. Mamma e papà “traducono” per la cronista.

«Non hanno nemmeno freni inibitori nel parlare, come quando chiamò “ciccione” un professore grasso il primo giorno di scuola o disse ad alta voce il fatto suo a un conferenziere in Aula Magna, con grande sollievo dei compagni che non osavano fare altrettanto», ride anche Franco. «In casa ci siamo tutti abituati a una grande franchezza…». E sì che la sua vita è stata in salita fin dall’inizio, quando la sua mamma, una ragazzina minorenne, dopo averlo partorito alla Mangiagalli di Milano non lo volle riconoscere e lo lasciò lì, anche se della malattia non si sapeva ancora nulla.

«Così per noi arrivò la cicogna, e cioè Avvenire». Il 1° ottobre 1989 lessero quel primo trafiletto assieme ai loro tre bambini, «ma non ci passò nemmeno per la testa di accoglierlo noi. Dopo 15 giorni però è uscito il secondo appello e con i nostri bambini abbiamo detto una preghiera perché quel neonato trovasse davvero una famiglia. Fu Marco, il piccolo di 8 anni, a lasciarci di stucco dicendo: e perché non lo prendiamo noi?». Un fulmine a ciel sereno, l’impossibile che si crea un varco nel possibile, soprattutto grazie al candore del bambino: «Dai, papà, in fondo non abbiamo mai vinto niente, noi!».

Chissà cosa intendeva. Certamente che Michele era comunque un «premio». «Cosa che poi è risultata vera – assicura Franco –. All’epoca mi consultai con il pediatra che, saputo il nome della malattia, si prese la testa tra le mani e ci disse assolutamente di lasciar perdere. Andai in chiesa per meditarci su e nel Vangelo di quel giorno Gesù diceva “quello che farete al più piccolo di voi lo avrete fatto a me”. Era così lampante e non lo avevo capito!». Le notti insonni poi sono state migliaia, eppure «dopo 25 anni ci chiediamo ancora perché Dio abbia concesso a noi un tale privilegio. Michele cambia la vita a chiunque lo incontri». Dall’asilo al liceo, compagni e professori lo hanno amato in modo tangibile e quotidiano, così come tutti i medici che negli anni ha incontrato, nonostante le battaglie contro la burocrazia e per ottenere quel po’ di assistenza domiciliare… «Ma noi paghiamo volentieri le tasse, perché la Sanità gli ha sempre passato cure e operazioni», tiene a far sapere mamma Paola, che non percepisce pensione perché «per stare con lui lasciai il lavoro».

Anche quel pediatra che li aveva sconsigliati non ha mai voluto un soldo: «Volete essere solo voi a fare le cose buone?», protestava ad ogni visita, innamorato di quel neonato. Che fino ai 4 anni non pronunciava una parola, non si sapeva nemmeno quanto davvero capisse, finché a sbloccare la situazione non venne Terence Hill con i suoi film: «Non voleva vedere altro, iniziò ad esprimersi allora e ancora oggi Terence Hill è la sua passione».

Da due anni Michele scrive fiabe e due libri sono già andati a ruba. L’ispirazione è chiara: il Principe Michele, seduto sul trono (la sua sedia a rotelle?) con l’aiuto di tanti amici supera incantesimi e prove di coraggio, e il dolore alla fine è sconfitto. Metà dei proventi li ha dati all’associazione dei malati di LND, con l’altra metà un anno fa ha adottato a distanza Giulien, una bimba africana. Per la psicologa non c’è dubbio, non ha chiesto una sorellina ma una figlia, adottiva come lui. Il principe Michele è diventato adulto.

Sentinelle in piedi e palloncini gonfiati

21 Febbraio 2015 Nessun commento

Siccome io non sono Mario Adinolfi, il nostro impetuoso centravanti di sfondamento, il nostro coraggioso combattente, uno che strapperebbe un cuore a morsi per difendere i più deboli, siccome io invece sono una femmina, e pure un po’ dalla lacrima facile, io quando leggo certe cose ci rimango male. Ma sempre siccome sono una femmina ho una certa pazienza – noi donne sappiamo essere alleate del tempo, sappiamo per esempio che, quando una vita comincia dentro di noi, a noi tocca solo aspettare, farci amiche dei giorni, e permettere che questa vita diventi sempre più forte, fino a che può uscire dal nostro grembo – e sono certa che la verità, se la sapremo custodire e nutrire per tutto il tempo che sarà necessario, un giorno camminerà con le sue gambe.
Perciò non importa, spieghiamo ancora una volta come stanno le cose, anche se la gola si secca, ripetiamo anche se abbiamo un po’ di nausea, proprio come in gravidanza (non so voi, io nei primi mesi ne ho sofferto un sacco, e ho vomitato multietnico, dal giapponese al turco, passando per la cucina romana e quella umbra).
Dunque, ricominciamo. A Cesena sabato trecento persone si sono messe in piazza, in piedi, in silenzio, a due metri l’una dall’altra, ferme, a leggere un libro. Senza dire niente. Senza essere contro nessuno. Per dire che non si può togliere la libertà di espressione, che non si può togliere a nessuno (ci riferiamo alla legge Scalfarotto) la libertà di scrivere – per questo le Sentinelle leggono libri – o di dire nessuna parola, se non è offensiva contro una persona ma esprime un’idea generale, e sì, anche un giudizio sulla realtà, perché giudicare la realtà è per tutti non solo un diritto ma anche un dovere. Subito arriva la contromanifestazione, e sull’Ansa leggo: “in 500 in piazza: si è manifestato per l’uguaglianza dei diritti e contro ogni discriminazione al contrario di chi, come le Sentinelle, vuole negare la parità dei diritti alle coppie omosessuali”.
E già qui vorrei dire che noi invece non scendiamo in piazza a fare da contorno ad altre iniziative, noi crediamo che tutti debbano poter fare il loro evento in piazza in santa pace, e perciò non manifestiamo mai contro nessuno, perché essere contro è da perdenti, giocare di rimessa, e noi vogliamo vincere. Non sappiamo se sarà così, ma ce la giocheremo (non per niente il direttore è juventino, ed è la prima volta che ho un amico che tifa i vincenti, io sono sempre stata moglie e mamma di romanisti – “mai ‘na gioia” dice uno degli striscioni della sud che mi stanno più simpatici -, amica di tifosi del Toro, io stessa tifosa del Perugia, figuriamoci. Grazie lo stesso è il mio motto).
La seconda cosa importante da dire è che i contromanifestanti, chiamati a raccolta da tutte le sigle lgbt della Romagna erano più o meno la metà di quanto affermato dall’Ansa, che peraltro ha riportato i dati dei comunicati. Come si sa i figli del mondo sono più scaltri dei figli della luce, e le foto lo provano. Le Sentinelle hanno detto di essere trecento, e lo erano davvero (a occhio sembravano pure di più), mentre i cinquecento dichiarati dai movimenti lgbt dovevano sicuramente includere nel computo anche i palloncini. D’altra parte noi non siamo palloncinofobi, anche loro devono avere la libertà di espressione (mentre vedevo foto e comunicato mi è venuto in mente Tom Hanks che parla col suo amico Wilson, il pallone, in Castaway).
Ma le cifre alla fine non sono importanti. La verità sì, quella è importante. Nessuno di noi vuole negare nessun tipo di diritto alle coppie omosessuali. Non è questo l’oggetto della legge Scalfarotto. La legge è evidentemente propedeutica all’approvazione di altre norme, che aprano la strada alla produzione – vendita, acquisto – di esseri umani. Noi non vogliamo una legge che ci tappi la bocca. Avete visto a Ballarò il conduttore messo in difficoltà dalla coppia di omosessuali perché aveva usato l’espressione “utero in affitto”? I due, che si sono procurati due bambini all’estero, hanno detto con una certa veemenza che quell’espressione lui se fosse stato in un altro paese, per esempio in Canada, non l’avrebbe potuta usare, sarebbe andato in carcere. Quindi il disegno dappertutto nel mondo, così per esempio in Francia, è stato lo stesso: prima leggi che impediscano la libertà di espressione e istituiscono una sorta di tribunale delle parole – una cosa che sinceramente mi terrorizza, perché fatto salvo l’obbligo di non offendere una persona specifica la possibilità di andare in carcere, e sottolineo in carcere, per delle parole la trovo davvero da incubo – e poi, dopo le leggi che azzerino eventuali manifestazioni di dissenso, leggi che liberalizzano la compravendita di esseri umani. Perché, lo ricordiamo ancora una volta, i figli li fanno un maschio e una femmina insieme, e questa cosa due uomini o due donne non la possono aggirare se non facendo intervenire una terza persona, che poi non farà da padre o da madre, con tutta una serie di dolori e violenze e strascichi esistenziali, forse patologici, dolorosissimi. Una persona che vorrà essere pagata per generare un figlio che non potrà mai più vedere, o di cui non potrà vivere da genitore. Ci rendiamo conto che questo riporta l’umanità ai tempi della schiavitù? Come possiamo chiamare questo un diritto?
Come può la propaganda essere così potente e violenta da far passare l’idea che le Sentinelle vogliano impedire, che so, alle persone dello stesso sesso di fare l’amore (ma chi se ne importa???) o di comprare una casa insieme (già lo possono fare) o di avere possibilità di decidere l’uno per la sorte dell’altro in ospedale (già lo possono fare) o di intestarsi reciprocamente l’eredità (già lo possono fare)? Ci sono dei diritti che davvero mancano? Non credo. Ma se ci fossero non è questo l’oggetto della nostra preoccupazione. Noi vogliamo solo dire che la persona ha un valore assoluto, che nessuno può disporre della vita di un altro, dal concepimento alla fine naturale. Questo ci preoccupa.
Abbiamo così tanta ragione che per soffocarci devono darci dei medievali, omofobi, razzisti, oscurantisti, ultracattolici (magari), vandeani, e via dicendo. Noi vogliamo solo che non si torni ai tempi della schiavitù. E abbiamo così tanta ragione, che gli attacchi contro di noi si stanno facendo isterici, perché rischiamo di essere quelli che fanno inceppare la gloriosa macchina da guerra lgbt, la quale sotto l’usurpatissimo vessillo dei cosiddetti diritti civili vuole straziare tante vite umane. Abbiamo così tanta ragione che nessuno ci risponde mai nel merito, nessuno ci critica dicendo che è una bella cosa che un bambino venga tolto a una mamma nell’istante del parto, ancora caldo del suo liquido e sporco del sangue di quella donna che non lo vedrà mai più. Abbiamo così tanta ragione che ognuno di noi sta pagando un prezzo molto alto in termini personali, perché sta dicendo una verità talmente vera che va seppellita sotto un mare di bugie. Abbiamo così tanta ragione, facciamo così tanta paura che nessuno dialoga con noi nel merito, ma solo insultando. Facciamo così tanta paura, soprattutto, perché se la verità arriva all’orecchio delle persone non indottrinate, delle persone comuni che incontriamo per strada, quelle persone, praticamente tutte, se portate a ragionare, saranno d’accordo con noi. Siamo un popolo. Il popolo del buon senso. Siamo tanti perché tutti sappiamo che se la vita umana non è più indisponibile – cioè qualcosa su cui nessuno ha diritto di mettere le mani – non sappiamo cosa può succedere domani (e tra l’altro anche a noi: io personalmente ho un progettino per gli anni di ospizio, vorrei una tovaglia cerata a quadretti qualche vecchietto per chiacchierare e molti libri da leggere, preferirei se possibile non essere accoppata finché Dio non lo vorrà, o almeno morire in posa plastica per una nobile causa, non con un’iniezioncina per liberare un posto).
È per questo che Mario ha preso in affitto il Palalottomatica, una follia che mi toglie il sonno la notte: per risvegliare un popolo, per dire la verità a voce alta, per far sì che dopo il 13 giugno quindicimila persone torneranno a casa e spiegheranno agli amici, al vicino di casa, all’igienista dentale e all’edicolante che noi non siamo contro gli omosessuali ma per la sacralità della vita. Spiegheremo che le leggi che parlano di unioni civili spalancheranno un’agile discesa alla stepchild adoption, che vuol dire che se un uomo compra un bambino in uno stato dove questo è consentito, il suo compagno sarà legalmente suo padre. Spiegheremo che non vogliamo l’utero in affitto perché i bambini hanno diritto di sapere da dove vengono e di sentire la voce della mamma che li ha cullati per nove mesi. (Volevo infine tra parentesi sommessamente avvisare gli omosessuali che le famiglie pagano più tasse dei singoli, al momento, quindi attenti a chiedere, potreste essere esauditi).
10/02/2015 blog di costanza miriano

la Croce in cima al mondo

16 Febbraio 2015 Nessun commento

C’è questa vicenda qui che va raccontata perché è lo specchio luminoso della società. Quello in cui ti rifletti volentieri, a prescindere, che puoi non essere d’accordo sui contenuti –e vada- ma sulla storia no, almeno prendila da un punto di vista di marketing, di analisi del fenomeno mediatico, di benchmarking, di best practice, di community, quello che ti pare. Avevo già provato a raccontare del convegno di Milano e di come il prima e soprattutto il dopo è stato un evento –e usiamola questa parola così sdrucita e sciapa che oggi pretende di elevare ad avvenimento qualsiasi cosuccia- per la sua capacità di aggregare.

Oggi mi ripeto esaminando LaCroce, inteso come quotidiano, come un community-maker prima ancora che un giornale. Perché questo è successo: LaCroce non è un foglio che comperi, anche con quell’orgoglio, del provocatore, dell’emarginato che ci mette la faccia, dell’agitatore di coscienze, insomma con quello spirito che per i primi… dieci giorni? dieci ore? dieci… minuti? devono aver provato coloro che andavano in giro a scuola con il Manifesto infilato in bella vista nella tasca dell’eskimo –prima di essere presi ad eroi e a riferimento e quindi perdere la patente di discriminato ai margini, rivoluzionario e sobillatore-.

No.

Non è il sito che consulti di soppiatto per trovare la notizia da sparare poi in rete con il gusto del franco tiratore che spiazza e sconvolge.

No.

È una vera e propria comunità. Che attraversa il mondo reale e digitale per connettere, su una battaglia comune, persone che forse prima si sfioravano senza conoscersi. Adesso ti organizzi, ti incontri, ti riveli: è capitato a me che trovandomi in Centro Italia per lavoro, sono stato avvicinato da una delle persone presenti in riunione che mi ha chiesto: ma lei è quel paolopugni (così, tutto attaccato) che scrive su LaCroce?.

E così ti amichi su Facebook e inizi a tessere una rete con gli amici degli amici che poi porta sempre più spesso a sbucare fuori dallo schermo per incontrarti di persona. Non solo, ma vai a cercarli nei loro blog, nelle loro piccole pagine, nei loro audio questi qui che hanno il privilegio, l’onore, di mettere il loro nome sulla carta stampata, e ne scopri tratti nuovi e profondi. Non era mai successo.
Se ci pensate è quello che ogni azienda, rivista, centro culturale cerca di fare oggi: creare un popolo, una tribù. Che si senta legata da una alleanza, da uno scopo comune. E che trovi i suoi linguaggi, i suoi percorsi, le sue relazioni.
Sta accadendo. Non è facile disegnare la rete, ma la vedo nascere, crescere, connettersi, come una compagnia che sa che insieme si può stare anche se si è lontani. Come diceva Troisi dell’amore che è quella cosa che se tu sei qui e lei è là lontana, si capisce che siete felici insieme.
(Paolo Pugni

L’…”anticamera di tutto”

10 Febbraio 2015 Nessun commento

PERCHE’ DIFENDIAMO LA FAMIGLIA
Mai come oggi la famiglia è stata così tanto assediata,così tanto bersagliata. Eppure noi ci collochiamo dalla parte di coloro che la difendono. Pensiamo di avere tutte le carte in regola per giustificare tale scelta

Difendiamo la famiglia perché è l’anticamera di tutto:

il luogo primario della nostra umanizzazione.
È nella famiglia che si impara il primo alfabeto della vita!
Se le prime esperienze sono positive, avremo quella fiducia di fondo (ritenuta fondamentale dallo psicanalista statunitense Erik Erikson, 1902-1994) che porteremo sempre con noi; se saranno esperienze negative, ne risentiremo per la vita intera.
Una cosa è certa: vi sono cicatrici psicologiche, circuiti virtuosi (o viziosi) contratti nella prima infanzia, che non si rimarginano più. È la prova che la famiglia ci firma. Ecco un punto su cui tutti sono d’accordo. Lo psicologo e psichiatra statunitense Arnold Gesell (1880-1961) è deciso: “La maturità psicologica che viene raggiunta nei primi cinque anni di vita è prodigiosa!”.
Il nostro maestro-scrittore, Mario Lodi (1922-2014) conferma: “Nei primissimi anni dell’infanzia il bambino impara l’80% di quanto gli servirà per tutta la vita”.
La psicanalista svizzera Alice Miller (1923-2010) è ancor più decisa: “L’opinione pubblica è ancora ben lontana dall’avere consapevolezza che tutto ciò che capita al bambino nei suoi primi anni di vita si ripercuote inevitabilmente nella società: psicosi, droga, e criminalità sono l’espressione cifrata delle primissime esperienze”.
Difendiamo la famiglia perché è la famiglia che soddisfa il bisogno di appartenenza scritto nel nostro patrimonio cromosomico genetico. Nessuno ama essere figlio di nessuno!
Difendiamo la famiglia perché è la clinica del cuore.
In essa non si è accolti per quello che si sa come a scuola; non per quello che si fa, come al lavoro, ma per quello che si è!

Ebbene, questo è il primo capitolo dell’amore secondo lo psicanalista austriaco Bruno Bettelheim (1903-1990): “Non puntate ad avere il bambino che piacerebbe a voi! Abbiate rispetto per ciò che il bambino è!”.
Difendiamo la famiglia perché è la prima scuola di socialità. La famiglia è una società in miniatura: il luogo ove si vive il plurale, ove il piccolo dell’uomo fa la prima conoscenza del ‘noi’. Nella famiglia il bambino esperimenta la vera relazionalità che non può essere soddisfatta dalle nostre varie connessioni digitali d’oggi.
Difendiamo la famiglia perché è una riserva di valori: del valore Gratuità, del valore Sicurezza, del valore Amore, del valore Intimità, del valore Relazionalità di cui abbiamo appena detto.
Ecco, in breve (troppo in breve!) perché difendiamo la famiglia! Sono ragioni da meditare per scoprirne tutta la valenza argomentativa.
Qui lo spazio ci impone di chiudere senza però prima aver detto che la nostra difesa della famiglia non si fonda su ragioni religiose. Non è necessario appartenere a una religione per difendere la famiglia. Molti pensatori non cristiani, ad esempio, l’hanno protetta, l’hanno difesa.
Pensiamo al grande filosofo greco Aristotele (384-322 a.C.), a Cicerone (106-43 a.C.), a Marx (1818-1883) stesso. Pensatori che hanno capito che la famiglia è il primo patrimonio dell’umanità, anche se non è rintracciabile tra i 1007 siti individuati, finora, dall’Unesco.
La famiglia è un frammento di mondo che ne guida il destino! Bersagliare la famiglia è seminare mine anti-uomo, è tagliare il ramo su cui siamo seduti. Davvero: abbiamo tutte le carte in regola per difenderla, per sostenerla, per amarla!

LA FAMIGLIA È COME IL CALABRONE:
molti pensano che dovrebbe precipitare, invece vola!
Il brillante scrittore Vittorio Buttafava in una simpatica lettera: “Cari figli del 2053″, parlando della famiglia, ha fatto queste osservazioni che ci convincono sempre più della sua importanza e necessità: “Scommetto che anche voi, nel vostro 2053 state discutendo se la famiglia è in crisi. È da un secolo, e anche più, che si rumina questo argomento senza venirne a capo.
Uno psicologo americano B. Watson previde nel 1937 che entro mezzo secolo ‘il matrimonio non sarebbe più esistito’. Nel 1937 il sociologo Pitirin Serokin, commentando la crescente diffusione dei divorzi e delle separazioni, decretò la fine della famiglia come ‘unione di marito e moglie’ e la ridusse a ‘un semplice sistema di parcheggio notturno destinato ai rapporti sessuali’. Un altro celebre sociologo, Carl Zimmermann, stabilì che la famiglia dovesse polverizzarsi, dando inizio alla fine della civiltà occidentale.
Hanno sbagliato tutti!
L’errore comune è stato quello di credere che gli avvenimenti esterni, la rivoluzione francese, l’industrialismo, la liberazione sessuale e la protesta giovanile, avessero la forza di cancellare un’istituzione che è nata con l’uomo delle caverne, si è collaudata attraverso i millenni e quindi non può morire. Le inchieste degli ultimi anni sulla famiglia hanno tutte un denominatore comune. La famiglia, nonostante gli errori e le polemiche, resta un’isola calda, protettiva, rassicurante specialmente nel confronto con il disastro del mondo esterno.
Credo che continuerà a esistere e che sostanzialmente sarà più franca e onesta”.

PIETRE MILIARI
• “La famiglia sarà piena di germi e di batteri, però serve alle persone per crescere” (Natalia Ginzburg, scrittrice, 1916-1991).
• “Per quante convivenze di vario tipo si possano inventare, la famiglia torna sempre di soppiatto” (Margaret Mead, antropologa, 1901-1978).
• “Non attentate alla famiglia: è un concetto di Dio, non nostro” (Giuseppe Mazzini, uomo politico, 1805-1872).
• “Se alla famiglia si riservasse tanta attenzione quanta ne abbiamo per le armi da fuoco o per il gioco del calcio, questo Paese sarebbe infinitamente più sano e felice… Mentre siamo impegnati ad andare avanti e indietro sulla Luna e su Marte, la famiglia è l’ultimo dei nostri pensieri” (Urie Bronfenbrenner, psicologo tedesco, 1917-2005).

QUESTO DICO AL FIGLIO ADOLESCENTE
“Tutte le sere, prima di metterti a letto, smaltisci i tuoi rifiuti emotivi”.
“Ha senso vivere per diventare l’uomo più ricco del cimitero?”.
“La vita è sensata solo se è donata!”.
“Cammina per trovare gli altri, fermati, per trovare te stesso”.
“Chi ha solo il denaro in testa, finisce con il diventare un salvadanaio”.
—————————–
Pino Pellegrino BOLLETTINO SALESIANO febbraio 2015

Everybody needs somebody to love

7 Febbraio 2015 Nessun commento

Love is love. Che non vuol dire nulla detto così, anzi sembra una vanità allo specchio. Peggio ancora un capriccio che guardandosi si illude di determinarsi. Onanismo dell’istinto. Però vuol dire molto. Eccome.

Che tutti hanno bisogno di amore. E di amare. Non si riesce a vivere senza.
E questa è una scoperta, perché ci parla di noi, se solo volessimo stare ad ascoltare questa tensione che porta fuori, che ci descrive come incapaci di sussistere da soli, che ci implica una relazione. Che non viviamo senza altri. Senza un Altro che ci ama.

Aut duo aut nemo. Lo dice lo psicologo Maurice Nédoncelle. Mica io.

Così c’ho pensato a questa roba qui e la metto insieme al fatto che da qualche parte secoli fa qualcuno ha sganciato questa roba qui dalla realtà, dalla natura intesa non come un bucolico giardino di ruscelli e palme, di prati rasati e ordinati, di spiagge levigate e mari caldi e calmi, che quello non esiste davvero in natura ma l’hanno plasmato gli uomini, che la natura è lotta e sangue e disordine entropico crescente e crudeltà e tante altre cose tranne Versailles, ma natura nel senso di essenza delle cose, di finalità, di ordine intrinseco. Perché tutto ha un ordine ed un fine.

Ora qualche cosa tempo fa l’ha sganciato (e come non pensare alla bestia dell’apocalisse alla quale è stata tolta pro tempore la catena?) e da allora s’è spalancata la gabbia e tutto diventa lecito –salvo poi fare le marce perché ci si rende conto che forse proprio tutto no, non può, ma non so più chi e dove mettere il limite- e quindi anche la ricerca di amore.

E siccome essere amati significa essere approvati ecco che si chiede prima, si pretende poi, che tutti siano d’accordo con noi sulle nostre scelte perché non possiamo credere –ne moriremmo dato che abbiamo perso la coscienza e sepolta l’umiltà- che ciò che facciamo, che la nostra vita, sia un errore.

E non vogliamo essere un errore, non vogliamo che ciò che vogliamo, anzi che desideriamo (e c’è differenza), sia male. Noi vogliamo il bene e siccome non vogliamo cambiare ciò che vogliamo,

diciamo che il male è bene. Questo facciamo

.

Così c’è chi vuole sposare il gatto, chi il padre, chi il frullatore perché li ama proprio, e quindi lo vuole per sempre –curioso questo desiderio di “per sempre” che dura quanto un contratto di Osvaldo o Balotelli- e lo vuole in pubblico perché pretende l’approvazione coram populo. Perché diciamo che siamo individualisti, soggettivisti, che non ci frega nulla degli altri poi però vogliamo il matrimonio in chiesa, una qualunque. Chissà perché.

E tutto diventa un diritto. Così che ha ragione Annarosa quando dice che bisognerebbe combattere per convincere Bruxelle a istituire il #dirittoalconiuge per quelli che proprio single non vogliono morire (e a giudicare da Facebook sono molti di più di quello che millantano)

Sì davvero allora: questo fatto non rivela un bisogno radicale, essenziale di ognuno di noi: vogliamo essere amati e approvati da tutti, solo che nel momento in cui s’è perso il metro dell’approvazione e abbiamo barattato la pietra angolare, quella che misura e spiega, con l’essere noi stessi dei, pretendiamo anche che questa approvazione sia a misura dei nostri capricci, quali che siano.

E questo è naufragare in un mare in tempesta. E non è dolce per nulla.

p.s. curioso poi che tutti vogliano il matrimonio salvo poi affermare che è la tomba dell’amore.
(Paolo Pugni)

eliminare i cristiani!

4 Febbraio 2015 Nessun commento

Secondo quanto riportato dalla Agenzia Fides, l’organo di informazione delle Pontificie Opere Missionarie, le bande armate jihadiste dello Stato Islamico (IS) hanno fatto irruzione nel villaggio cristiano di Tel Hormuz, saccheggiando la chiesa e imposto agli abitanti di rimuovere la croce dall’edificio sacro.

Mons. Jacques Behnan Hindo, l’arcivescovo siro-cattolico di Hassaké-Nisibi, racconta che “due gruppi di miliziani armati sono scesi dalle montagne e sono entrati nel villaggio, dove vivono ancora alcune dozzine di famiglie cristiane. I jihadisti hanno portato via oggetti preziosi dalla chiesa, e hanno intimato ai cristiani di rimuovere le croci”.

L’episodio allunga la serie di attacchi e intimidazioni subiti dai villaggi cristiani situati nella regione attraversata dal fiume Khabur. “In quell’area”, riferisce a Fides l’Arcivescovo Hindo “c’erano più di 30 villaggi cristiani. Erano villaggi fiorenti, abitati ognuno da migliaia di persone, con chiese e comunità molto attive, che gestivano anche scuole e iniziative sociali. Ma dall’inizio della guerra si sono quasi tutti svuotati e alcuni di essi ormai appaiono come città fantasma. In uno di essi è rimasto un solo cristiano. In altri, gli abitanti sono ridotti a qualche decina, tutti sono scappati all’estero”.

?A questo si aggiunge il fatto avvenuto il 27 gennaio quando una scuola cristiana nella città di Bannu, nel nord del Pakistan, è stata presa d’assalto da circa 300 studenti musulmani armati di spranghe e bastoni che protestavano contro la pubblicazione del giornale satirico francese “Charlie Hebdo” (dove i cristiani non c’entrano per nulla).

Come riferito a Fides, gli studenti hanno scavalcato i muri, aperto i cancelli e sono entrati nella scuola, compiendo atti vandalici e danneggiando le strutture. Nell’attacco, quattro studenti cristiani sono rimasti feriti.

Da due giorni la scuola è chiusa e il Preside ha deciso di adottare misure di sicurezza supplementari.

L’anno scorso, L’Osservatorio sulla Cristianofobia ha indirizzato al Ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, una petizione affinché il Governo italiano esprima una posizione di ferma condanna riguardo gli atti di persecuzione dei cristiani perpetrati nei paesi a matrice islamica radicale.

Noi non possiamo rimanere semplici spettatori di quanto accade ai nostri fratelli cristiani, loro hanno bisogno del nostro sostegno. Ecco perché l’Osservatorio sulla Cristianofobia proseguirà nell’impegno di denuncia di tutte le situazioni di violenza e di negazione della libertà religiosa dei cristiani di tutto il mondo!

Un cordiale saluto!
Silvio Dalla Valle