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Archivio Marzo 2015

genitalità, sessualità, affettività e diritti dei genitori

29 Marzo 2015 Nessun commento

sulla #mania europea
di sessualizzare precocemente
((di Giovanni Bonini))
Da alcuni mesi si è acceso un forte
dibattito sulla pubblicazione degli
“Standard per l’Educazione Sessuale
in Europa (Ufficio Regionale per l’Europa
dell’OMS e BZgA).
In queste linee guide per politici, amministratori
locali e insegnanti, si legge che i bambini
hanno il «diritto di indagare la propria nudità
e il proprio corpo, un diritto di essere curiosi,
il diritto di scoprire la loro identità di genere»
e dovranno essere coinvolti al “gioco del dottore”.
Inoltre bisognerà “informare [il bambino]
sul piacere e sul godimento che si sperimenta
quando si accarezza il proprio corpo e
sulla masturbazione precoce infantile”. Per i
bambini dai 4 ai 6 anni occorrerà mettere a
tema i loro «problemi sessuali e favorire relazioni
tra coetanei dello stesso sesso», per
quelli dai 9 ai 12 è necessario stimolarli «a
decidere in modo responsabile se avere o non
avere esperienze sessuali». La contraccezione
(preservativo, pillola etc) sarà argomento
spendibile già per i bambini dai 6 anni in su e
di gravidanze indesiderate e di aborto si potrà
parlare agli scolari di nove anni e più.
Il presupposto di queste linee guida è che
«bambine e bambini, ragazze e ragazzi sono
decisivi per il miglioramento della salute
sessuale generale». Ma «per maturare un
atteggiamento positivo e responsabile verso
la sessualità, essi hanno bisogno di conoscerla
sia nei suoi aspetti di rischio che di
arricchimento». Questo documento vuole
essere dunque un “primo passo” in questa
direzione e «contribuire a introdurre l’educazione
sessuale olistica», che significa fornire
a bambine/i e a ragazze/i «informazioni
imparziali e scientificamente corrette su tutti
gli aspetti della sessualità», evitando di terrorizzarli
con i potenziali rischi e favorendo,
piuttosto, un sentimento che li porti a vivere
la sessualità e le relazioni di coppia «in modo
appagante e allo stesso tempo responsabile».
«Il documento ha il pregio di aver evidenziato
che la sessualità va educata per tutto il corso
della vita, però offre una lettura dell’educazione
sessuale estranea alla famiglia, come
fosse un addestramento, un esercizio» sottolinea
lo psicologo infantile Ezio Aceti.
Sessualità e affettività rivestono sicuramente
un aspetto importante nella vita di relazione
di ogni individuo, ma coinvolgendo aspetti
così sensibili, intimi, personali, non possono
essere insegnati o divulgati come fossero le
Guerre Puniche o il Primo Libro del Paradiso
di Dante.
Per non ferire la sensibilità di soggetti in età
evolutiva, è indispensabile tener conto del
grado di maturazione dei minori, delle abitudini
etniche e razziali, delle convinzioni
religiose, ed infine delle differenti tappe di
maturazione e di sensibilità fra maschio e
femmina all’adolescenza, considerando anche
i rapporti interpersonali che sempre si
creano all’interno di una stessa classe.

Rispetto dell’intimità, rispetto del pudore, rispetto
della privacy (così spesso tirata in ballo
senza motivo, e messa in un angolo come in
questo caso), rispetto della gradualità educativa,
che richiederebbero colloqui individualizzati,
parlando a tu per tu coi bambini/
adolescenti, in privato, e non apertamente
davanti ad altri 20, 30 coetanei, sono i motivi
per cui solo all’interno della famiglia questi
argomenti potrebbero essere affrontati, rispettando
la personalità del minore.
Lo sviluppo del comportamento sessuale,
delle emozioni e cognizioni relative alla sessualità,
inizia nel grembo materno e continua
per tutto l’arco della vita di un individuo.
Il bambino esplora il proprio corpo, scopre
parti più sensibili, e parti più dolorose, scopre
la differenza fra il suo corpo e quello degli altri,
impara il rispetto di ciò che è diverso dal
suo e che ognuno ha pari dignità; questo non
vuol dire che maschi e femmine siano la stessa
cosa, ma, anzi, hanno bisogni, sensibilità ed
esperienze differenti.
Maschio e femmina, uomo e donna sono differenti
fisicamente, emotivamente, psicologicamente,
ma sono assolutamente complementari.
“Nasciamo maschi e femmine, ribadisce Ezio
Aceti, e su questa nascita maturano caratteristiche
fisiologiche e psicologiche differenti.
L’educazione e la cultura – intervengono affinché
l’essere uomo o donna sia rispettato,

siamo di fronte ad una verità della natura”.

La scoperta del corpo e la scoperta del piacere
che lo accompagna è quindi una cosa
naturale, spontanea. “I bambini, esplorandosi,
sono gratificati dalla propria stimolazione
tattile, producendo un comportamento calmante
e gratificante come avviene quando
la mamma li abbraccia, li accarezza” (Noemi
Grappone sessuologa).

Susanna Tamaro scrive sul Corriere: «Questo
prepotente insinuarsi dei metodi educativi
nella parte più segreta e intima dei bambini
è qualcosa di inquietante. Da che mondo è
mondo, i piccoli d’uomo hanno scoperto da
soli come nascono i figli e cosa fanno gli adulti
quando si appartano. Il percorso di queste
scoperte coincide con quello del corpo, ed è
un percorso fatto di penombre, di cose nascoste,
di piccole conquiste, di grandi e improvvise
folgorazioni. L’esplorazione del proprio
corpo e di quello degli altri è un’ attività che è
sempre esistita, e che sempre esisterà. Probabilmente
soltanto la nostra società malata di
frantumazione ha bisogno di farla illuminare
dalla sapienza degli specialisti, senza tenere
conto del nostro innato senso di pudore».
Il piacere quindi che provano è conseguenza
di un atto esplorativo e conoscitivo, non
il fine per il quale agiscono, come potrebbe
invece accadere dall’adolescenza in poi; cioè
non possiamo ritenere (perché non dimostrato)
che la manipolazione dei genitali, cioè la
masturbazione infantile, sia finalizzato alla
ricerca del piacere sessuale inteso come orgasmo.
È viceversa un sistema auto consolatorio, del
tutto naturale, da non enfatizzare, ma sicuramente
da non favorire o promuovere.
Chi ha lavorato tanti anni a tutela dei minori
riferisce che gli unici bambini che avevano
questi pensieri (questi sì francamente sessuali)
erano bambini abusati o che avevano
assistito a filmati pornografici o a madri che
si prostituivano in casa. Al di là di questi casi,
non hanno mai visto bambini esplicitamente
interessati al raggiungimento del piacere sessuale.
Un fatto che a mio avviso merita attenzione è
trasmettere al bambino la capacità di dominare
gli impulsi, esercitare la volontà, il controllo
di sé, promuovendo il concetto che la
sessualità non vada disgiunta dalla affettività
mentre si vorrebbe distinguere i due piani, separarli
rendendoli indipendenti.
L’insegnamento al gioco del dottore, la manipolazione
dei genitali, anche fra bambini
dello stesso sesso, l’educazione alla masturbazione
infantile (favorita da insegnanti e genitori)
mira invece a scindere l’aspetto puramente
genitale da quello emotivo, il piacere
fisico dal contatto affettivo.
Peculiare dell’essere umano sono razionalità
e volontà, quelle caratteristiche che lo rendono
capace di dominare impulsi, desiderio e
istinto, e che tradotto in pratica diventano libertà
di agire o non agire, cedere o aspettare.
L’incapacità di dominarsi è alla base delle violenze
sulle donne (femminicidio), sui bambini
(pedofilia), ma anche all’interno delle coppie
dello stesso sesso, come abbiamo assistito in
questi ultimi decenni e come mostrano le statistiche
dei paesi del Nord Europa, che ad una
liberalizzazione dei costumi sessuali, hanno
visto crescere stupri, aborti e malattie a trasmissione
sessuale.
Dietro a questa critica, che viene liquidata
come bigotta e sessuofobica, vi sono

valutazioni di psicologi clinici e sessuologi.

“Dal punto di vista clinico ed esperienziale, la
masturbazione, soprattutto maschile, è tra le
principali (se non principale) causa d’impotenza
sessuale e di matrimoni bianchi.
Per diversi motivi: innanzitutto la stimolazione
manuale è più “rude” di quella naturale,
che quindi diventa meno eccitante; secondariamente,
la masturbazione produce la stessa
latenza di un rapporto sessuale, quindi chi
si masturba quotidianamente vive perennemente
in una fase di latenza; dal punto di vista
psicologico la masturbazione è una forma
di sessualità nevrotica e, come in economia
la moneta cattiva scaccia quella buona, la
sessualità cattiva (nevrotica) scaccia quella
naturale perché la trasgressione la rende più
eccitante; infine la pornografia associata alla
masturbazione da un imprinting che la realtà
difficilmente può realizzare. Non è il punto
di vista di un bigotto, ma anche quello di
“istruttori di seduzione”: «Chi si masturba non
ha una vita sessuale» (http://www.seducere.
com/2011/12/fa-male-masturbarsi/).
Non dimentichiamoci poi delle dinamiche
che si creano fra autoerotismo, pornografia e
dipendenza sessuale, vere e proprie psicopatologie,
che sicuramente trovano le loro radici
in una visione sessuocentrica che la cultura
dominante quotidianamente ci propina.
Il gioco del dottore e la masturbazione nel
bambino sono dati oggettivi, naturali, spontanei,
occasionali, talvolta autoconsolatori, fatti
di nascosto quando i grandi non guardano;
sembra pertanto una forzatura farlo diventare
un gioco strutturato, di pubblico dominio
e sotto la supervisione degli adulti, come se
fosse, ripeto, un esercizio o un compito in
classe (chi lo fa meglio? Non si fa così si fa
cosà).
Citando Foucalt, «si è “problematicizzato” il
sesso. Il gesto sessuale è ridotto a funzione
corporale emancipata dalla moralità. L’educazione
sessuale a scuola cerca di cancellare
le differenze fra noi e gli animali, rimuovendo
concetti come il proibito, il pericoloso
o il sacro. L’iniziazione sessuale significa superare
queste emozioni “negative” e godere
del “buon sesso”. Abbiamo incoraggiato i figli
a un interesse depersonalizzato alla sessualità.
Il corpo è diventato opaco»
L’educazione sessuale verso i minori, quindi
– che tocca la sfera più intima della persona
– non può essere affidata in via prioritaria ad
“esperti”. esperti”. Solo i genitori, conoscendo il grado
di maturazione e la sensibilità dei propri figli,
sono in grado di affrontare temi così delicati.
È da denunciare infine il tentativo che le istituzioni
(scuola, ministero, enti locali) cercano
di portare avanti, escludendo la famiglia,
o non informandola, facendo passare come
materia curricolare l’educazione alla sessualità.
Qualora le famiglie fossero in difficoltà
ecco che le istituzioni potrebbero sostenerle
e formarle, anche con corsi specifici, ma non
sostituirle o peggio ancora escluderle.
Concludo ricordando che l’articolo 26 della
Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo
recita: «I genitori hanno diritto di priorità
nella scelta di istruzione da impartire ai loro
figli».

“Genitori!….)

24 Marzo 2015 Nessun commento

Genitori, volete questo per i
vostri figli?».
Il grido del presidente
della Cei, cardinale
Bagnasco, sulla teoria del gender nel corso
della prolusione all’assemblea dei vescovi
italiani è davvero un grido di dolore e un
richiamo alla responsabilità.
Finalmente l’insistenza
di Papa Francesco su questi temi e
la risposta coerente e puntuale dell’episcopato
italiano alle sue sollecitazioni, travolge
qualsiasi interpretazione deviata dell’idea di
accoglienza che la Chiesa ha sempre avuto
verso tutti, ma mai negando la propria
identità e la propria dottrina. Non a caso le
reazioni degli esponenti più noti della lobby
lgbt sono state venate di isterismo. Così
come la risposta unitaria a chi a Bologna ha
protestato contro gli show blasfemi e vergognosi
del circolo gay del Cassero. Stessi toni:
«La Chiesa avvelena la società con la sua ortodossia
» e via a delirare.
Deve essere chiaro che è in campo uno
scontro definitivo e decisivo. Da una parte
ci sono i fautori di una visione antropologica
che vuole trasformare le persone in cose: i
bambini in oggetti di compravendita, le donne
in uteri da affittare, i malati in prodotti
deteriorati da eliminare e guai a chi osi protestare.
La proiezione di questa ideologia
non è composta di mere chiacchiere, ma si
sostanzia in quattro precisi progetti di legge,
che questo giornale non si stanca da quando
è nato di stigmatizzare, mettendo in guardia
dalle sottovalutazioni e dalle non comprensioni
di ciò che sta avvenendo. I quattro
progetti di legge sono l’arcinoto ddl Scalfarotto,
il ddl Cirinnà su unioni gay e stepchild
adoption (che è la legittimazione dell’utero
in affitto), il ddl Fedeli sull’ideologia gender
obbligatoria nelle scuole e infine il ddl di
iniziativa popolare dei radicali sull’eutanasia
a cui quattro esponenti del governo Renzi
hanno appena dato il loro esplicito appoggio.
Questo pacchetto di quattro progetti di legge
potrebbe essere approvato in pochi mesi
e stravolgerebbe l’Italia. La Cei presti attenzione
a tutti e quattro i pericoli, i cattolici italiani
si preparino a combattere a partire dalla
frontiera della vergognosa pratica dell’utero
in affitto. E i genitori, tutti i genitori, laici e
cattolici, si oppongano alla follia dell’ideologia
gender nelle scuole. Vigilando. L’invito
del cardinale Bagnasco è lucido e puntuale e
voglio chiudere riportandone il testuale, così
come all’interno del giornale troverete l’integrale
della prolusione importante anche
per i passaggi sul tema della corruzione. Ma
l’invito a mamme e papà mi pare la questione
nodale dell’emergenza del nostro tempo
ed al presidente della Cei occorre dare
ascolto. Lo faccio io per primo da genitore di
due figlie che nella scuola italiana hanno vissuto
l’assalto di quella pericolosa ideologia.
Dice Bagnasco: «Non possiamo non dar voce
anche alla preoccupazione di moltissimi genitori,
e non solo, per la dilagante colonizzazione
da parte della cosiddetta teoria del
gender, sbaglio della mente umana, come
ha detto il Papa a Napoli sabato scorso. Il
gender si nasconde dietro a valori veri come
parità, equità, autonomia, lotta al bullismo
e alla violenza, promozione, non discriminazione.
Ma, in realtà, pone la scure alla
radice stessa dell’umano per edificare un
transumano in cui l’uomo appare come un
nomade privo di meta e a corto di identità.
Una manipolazione da laboratorio, dove inventori
e manipolatori fanno parte di quella
governance mondiale che va oltre i governi
eletti, e che spesso rimanda ad Organizzazioni
non governative che, come tali, non
esprimono nessuna volontà popolare! Vogliamo
questo per i nostri bambini, ragazzi,
giovani? Genitori che ascoltate, volete questo
per i vostri figli? Che a scuola – fin dall’infanzia
– ascoltino e imparino queste cose,
così come avviene in altri Paesi d’Europa?
Reagire è doveroso e possibile, basta essere
vigili, senza lasciarsi intimidire da nessuno,
perché il diritto di educare i figli nessuna autorità
scolastica, legge o istituzione politica
può pretendere di usurparlo.
È necessario un
risveglio della coscienza individuale e collettiva,
della ragione dal sonno indotto a cui
è stata via via costretta. Sappiate, genitori,
che noi pastori vi siamo e vi saremo sempre
vicini». E noi saremo vicini ai pastori, con la
nostra coscienza vigile.
(Mario Adinolfi www.lacrocequotidiano.it 24 marzo 2015)

Gli uteri non si pagano, le donne non si affittano

22 Marzo 2015 Nessun commento

(Costanza Miriano)
Quando ho saputo la prima volta di essere incinta ero davvero una squinternata. Ancora più di adesso, dico subito per chi mi conosce bene, e se lo sta chiedendo. Ero ancora più squinternata, e di parecchio. Eppure sapere di avere una vita dentro di me ha cominciato immediatamente – non si vedeva ancora niente, niente era cambiato, apparentemente, ma io sapevo – un cammino di guarigione, un miracolo di allegria, consapevolezza, paura, responsabilità, terrore, coraggio, un cambiamento che io non controllavo in nessun modo, e che mi ha stupita per la sua irruenza. Uno sconvolgimento radicale di ogni cellula, e insieme la certezza inattesa di essere nel mezzo dell’avventura per la quale ero programmata da sempre.

Io, addirittura io, perfino io sono capace di fare questa cosa incredibile? – mi chiedevo incredula. E la responsabilità di cui mi sono sentita investita mi ha in un secondo fatto venire il desiderio di fare tutto il meglio per il mio corpo cioè per il mio bambino o bambina, di mangiare decentemente, di dormire abbastanza – fino ad allora dormire più di quattro ore a notte era contrario ai miei principi morali, una spregevole perdita di tempo – e tutto fatto con slancio ed entusiasmo, tranne rinunciare agli affettati, quello sì che era un sacrificio supremo (ogni volta che ho partorito, arrivata alla fine del travaglio ho supplicato mio marito di andarsene a comprarmi un panino al salame, col doppio risultato di non avere uomini in sala parto e di approntare il dovuto risarcimento della fatica che stavo per fare).

Eppure non ero, non credevo di essere votata alla maternità, non avevo mai creduto nella mistica del sacrificio femminile, tra l’altro ero un’atleta e non ho mai smesso di correre, magari un po’ più lenta, fino al giorno del parto. Non avevo aspettato quel momento sin da quando ero bambina, non avevo amato particolarmente le bambole, piuttosto a volte avevo cullato i fagiani o le beccacce morti portati a casa da mio padre, cacciatore, sperando di farli rinvenire, adoravo lo sport e i libri, non sapevo rompere un uovo senza farmelo colare tra le mani e l’unica cosa bella che la gravidanza mi sembrava prospettarmi era la possibilità di passare a una taglia di reggiseno degna di nota (cioè, diciamo la verità, di passare al reggiseno tout court). Questo per dire che non c’è bisogno di essere supermaterne, o molto femminili, o avere una particolare inclinazione all’accudimento di pargoli per sapere che avere un figlio tra le proprie viscere è una cosa che coinvolge e sconvolge ogni singola fibra del corpo di una donna.

Ora, mi chiedo, come possiamo fingere di dimenticare che pagare una donna perché porti una vita dentro di sé per nove mesi, farla partorire, e poi portarle via quel bambino, è una violenza inenarrabile, forse la peggiore che si possa infliggere a una donna? Come possono le istituzioni mondiali sedicenti paladine dei diritti umani non gridare allo scandalo davanti al ritorno alla schiavitù, alla compravendita di esseri umani, e addirittura ammonire l’Italia perché non permette questo commercio di vita? Come possiamo gridare contro lo sfruttamento della prostituzione e non contro l’utero in affitto, quando a essere venduta è solo un’altra parte dello stesso apparato del corpo? Come possiamo manifestare contro la violenza sulle donne, e non alzare un sopracciglio contro questa violenza suprema? Sono libere, ci dicono. Sono libere? Davvero qualcuno può pensare che ci sia una donna che faccia questa cosa liberamente, e non per necessità assoluta disperata di soldi? Come possiamo fingere di credere che una donna, anche se indiana, anche se del terzo quarto ultimo mondo, povera e lontanissima dalla nostra cultura, a cui si chieda di far crescere un bambino dentro di sé per poi lasciarlo andare via nel momento del parto, possa non soffrire in modo devastante, oserei dire letale, e possa accettare di farlo per la simpatia umana e la carità che prova verso due facoltosi sconosciuti? Che possa essere spinta da qualcos’altro che non sia il bisogno? Perché non ne trovano una in Occidente, benestante e realizzata? E le donne povere che si prestano dicono di farlo per garantire possibilità di riscatto ai figli che già hanno, solo questo pensiero permette loro di sopravvivere allo strappo di vedersi portare via un neonato appena partorito.

Possiamo dimenticarlo, certo, o pensarci solo distrattamente, perché i media ci raccontano queste storie dicendo solo la parte, per così dire, bella: vediamo i due genitori, che siano dello stesso sesso o meno, che tengono in braccio un piccolino e gli sorridono commossi. Cosa c’è di più bello di un grande che accoglie un bambino? – è la domanda che sembra suggerirci la copertina del settimanale patinato, il pezzo del tg, la paginata del quotidiano.

A parte la questione dei due genitori dello stesso sesso – ne abbiamo parlato, ne riparleremo – la bestialità è la stessa anche quando i committenti del prodotto bambino sono due genitori dello stesso sesso, che usano i soldi per soddisfare i loro desideri sfruttando il corpo di una donna nel bisogno. È solo una questione di soldi, ricordiamolo. A parte l’aumento della taglia di reggiseno per quelle piatte come me, non c’è niente che una farebbe gratis, in una gravidanza. Tutti i disagi, come minimo un po’ di mal di schiena, ritenzione idrica – che pizza – doloretti vari, difficoltà a dormire o a digerire, o proprio il minimo sindacale di un po’ di pelle rilassata, una donna li affronta con gioia non perché siano piacevoli in sé, ma solo perché sa che sta dando la vita al suo bambino, sa che sta cooperando a un miracolo, che sta cominciando a spendersi per quell’essere umano a cui sarà legata per l’eternità.

Con quel bambino, anche se l’ovulo e lo spermatozoo sono stati comprati da un catalogo in qualche parte lontana del mondo, la mamma, anche se non ha fornito il suo ovulo, mischia il sangue (qualche genio ha scritto che tra la mamma che presta l’utero e il bambino non c’è legame biologico!), le cellule, il nutrimento, il respiro, il battito del cuore per nove mesi. Il bambino si abitua a sentire quel cuore che batte, quella voce, quel respiro, e poi all’improvviso viene strappato via a quella mamma, per essere stretto e baciato e stropicciato da due perfetti estranei. Ci credo che il bambino che si è procurato Elton John ha pianto per due anni, e chissà gli altri di cui nessuno ci parlerà.

Deve essere stato lo stesso pianto accorato, disperato, inconsolabile dei bambini le cui mamme muoiono nel parto, come raccontano i medici. Però quei bambini un giorno sapranno che quella mamma che non li ha potuti stringere, consolare, abbracciare, attaccare al seno a ciucciare le prime gocce di colostro, non è una mamma che li ha venduti, ma al contrario è una mamma che è morta per loro, per farli nascere, e quindi il dolore, che sempre c’è, sarà pacificato, avrà una risposta. Un bambino che sa di essere stato amato fino all’ultima goccia di sangue dalla mamma potrà affrontare la sua assenza con la forza che viene dalla certezza di essere stati amati. Un bambino che sa di essere stato venduto come potrà fidarsi dell’amore, della gratuità, come potrà ascoltare quello che dice la sua carne, quella carne che ha cellule di una mamma che l’ha venduto?

E il dolore della mamma? Nessuno ne parla perché nessuno ritiene le donne indiane degne di essere intervistate, forse, né ascoltate. Ma qui non è questione di fede o di cultura: può forse una madre dimenticare il frutto delle sue viscere?, dice la Bibbia per parlare dell’amore più certo e indubitabile, del legame più forte e violento che ognuno di noi conosce (anche le cattive madri, anche quelle che impazziscono hanno viscere che fremono per i loro bambini). Forse è il caso di dare il nome a questo dolore che permettiamo e incoraggiamo con leggi pseudocivili, con falsi miti di progresso, per cui uomini politici possono orgogliosamente annunciare che presto avranno un bambino col loro compagno, senza che nessuno si preoccupi di tutto il dolore che il soddisfacimento di questo desiderio seminerà, seppure a pagamento.

C’è poi tutta la questione degli ovuli e dei semi venduti (basta con la parola donatore, qui è di vendita che si parla), e anche qui ogni fibra dell’umano si ribella – e non c’è bisogno di essere cattolici per inorridire, basta essere umani. Bambini che non sanno da dove vengono, quale storia hanno alle spalle, a chi somigliano, e quale parte invece del loro corredo è tutta nuova, e solo loro. Neanche la psichiatria è pronta a fare i conti con uomini e donne senza passato. Io vedo solo dolore, o peggio, vuoto, buio, assenza, indefinitezza, che è qualcosa di peggio del dolore. Persone che passeranno tutta la loro vita a farsi domande destinate a rimanere senza risposta, persone sole, senza passato. Che è anche peggio del dolore. È avere a che fare con il nulla, l’indefinitezza, l’angoscia totale e irrimediabile. Leviamo gli scudi del buon senso, difendiamo quello che è umano, il diritto di sapere da dove si viene, perché ognuno possa almeno decidere dove andare.
fonte: La Croce Quotidiano 21/03/2015

se i blasfemi insegnano a scuola

20 Marzo 2015 Nessun commento

Mi hanno scritto in molti per segnalare
le orrende foto di “Venerdì
Credici”, l’iniziativa di un
circolo gay bolognese che aveva come intenzione
quella di irridere e anche volgarmente
offendere tutti i simboli religiosi
ovviamente del cristianesimo (con l’Islam
si passano guai, dunque vai con le croci e
le imitazioni “viventi” delle vignette più
oscene di Charlie Hebdo). Questo gruppo,
noto nel capoluogo emiliano come il
“Cassero”, ha come caratteristica quella
di stare sempre a battere cassa al sistema
pubblico, il nome forse l’avranno mutuato
da questa abitudine. Così, in meno
di tre mesi, da gennaio ad oggi hanno
già messo le mani su trentamila euro di
finanziamenti provenienti da Comune e
Regione. Hanno una sede di cinquecento
metri quadri anch’essa messa a disposizione
gratis dagli enti locali bolognesi e
tutta una serie di benefits come altri soldi
quando organizzano festival dal nome
evocativo di “Gender Blender”.
Mentre mi scrivevano per segnalarmi l’iniziativa
blasfema del Cassero e mi mostravano
le foto della serata, la mia prima
reazione è stata quella di non fare alcuna
pubblicità a costoro e così quando mi
è arrivata persino la dichiarazione del
cardinale arcivescovo di Bologna, Carlo
Caffarra, ho spiegato alla redazione sorpresa
che non l’avrei pubblicata. Non per
mancanza di rispetto verso Sua Eminenza,
ma proprio perché personalmente volevo
evitare di cadere nella trappola di questi
quattro cialtroni, che era farsi attaccare
dai cattolici per avere pubblicità per i
loro eventi e magari fare anche le vittime.
Ma sbagliavo io e aveva ragione Caffarra.
Dalla Manif Pour Tous e da altri amici
bolognesi ho saputo che questi tizi, oltre
a godere del sostegno economico con
soldi a palate garantiti dagli enti locali,
portano avanti anche progetti nelle scuole
“contro la discriminazione e il bullismo
omofobico”, ovviamente iperfinanziati.
Insomma ai bambini e ai ragazzi bolognesi
quelli del Cassero vanno ad insegnare
blasfemia. E allora no. Adesso diciamo
quel che c’è da dire forte e chiaro. E ci
affidiamo alle parole dell’arcivescovo di
Bologna.
Dice il cardinale: «Le fotografie della serata
“Venerdì credici” al Cassero di Bologna
sono un insulto di inarrivata bassezza
e di diabolica perfidia a Cristo in Croce.
Non si era ancora giunti a un tale disprezzo
della religione cristiana e di chi la professa
da irridere, tramite l’abominevole
volgarità dell’immagine, persino la morte
di Gesù sulla Croce. Addolora, ma non
stupisce, costatare con che dispiegamento
di forze si cerca di far passare l’idea
che il cristianesimo e il cattolicesimo in
particolare, siano i nemici della libertà,
delle giuste rivendicazioni, del progresso
scientifico, della laicità, della democrazia.
Ogni ideologia che non riesce a farsi alleata
la Chiesa, la perseguita ferocemente,
sia uccidendo i cristiani sia insultando ciò
che essi hanno di più caro. E vede giusto:
in una Chiesa fedele al Vangelo non troverebbe
mai l’appoggio incondizionato e
cieco, di cui ogni menzogna ha bisogno
per sopravvivere. Che dire poi del tempismo
che vede in contemporanea il teatrino
del Cassero profanare il dramma
del Calvario e sulle sponde del Mediterraneo
la demolizione delle croci e di ogni
simbolo cristiano dalle chiese assaltate
dall’ISIS?».
Conclude Caffarra: «Quando si invoca la
libertà di espressione a giustificazione
della libertà di insulto, c’è da chiedersi se
sia prossima la fine della democrazia. E ci
si domanda a che titolo l’Istituzione comunale
possa concedere in uso gratuito
ambienti pubblici a gruppi che li utilizzano
per farne luogo di insulto e di dileggio
».
Credo ci sia poco da aggiungere. Io ho
solo un telegramma di tredici parole da
inviare ai politici bolognesi: mai più un
euro pubblico a gente così. E teneteli lontani
dalle scuole. (Mario Adinolfi)
(www.lacrocequotidiano.it 20 marzo 2015)

“..i passi del padre fanno l’andatura del figlio..”

19 Marzo 2015 Nessun commento

Basta con i papà di carta, descritti dai libri! È mille volte preferibile mostrarli in diretta, in carne e ossa. Sono questi i veri Trattati dell’arte della paternità. Ecco, dunque, una splendida rassegna di papà che ci insegnano ben più di quanto raccontano cento pedagogisti nei loro volumi.

Il papà di Madre Teresa di Calcutta
«Era un uomo severo e da noi pretendeva molto. Ma era anche molto generoso. Donava a tutti cibo e denaro, senza farsi notare né vantarsi. Diceva sempre: “Dovete essere generosi con tutti come Dio è stato generoso con noi: ci ha dato tanto, tanto, per cui fate del bene a tutti”.
Una volta mi ha detto: “Figlia mia, non prendere mai né accettare mai un boccone di pane, se non è diviso con gli altri”. Un’altra volta mi disse: “L’egoismo è una malattia spirituale”».

Il papà di Enzo Biagi, scrittore
«Di mio padre ricordo la grandissima generosità, l’apertura e la disponibilità verso tutti. Non è mai passato un Natale – e il nostro era un Natale modesto – senza che alla nostra tavola non sedesse qualcuno che se la passava peggio di noi. Non è mai arrivato in ritardo allo stabilimento. E io ho imparato che bisogna fare ogni giorno la propria parte».

Il papà di san Giovanni Paolo II, papa
«Mio padre è stato meraviglioso e quasi tutti i miei ricordi d’infanzia e di adolescenza si riferiscono a lui. Era così esigente con se stesso da non aver bisogno di mostrarsi esigente con suo figlio. Il suo esempio era sufficiente a insegnare la disciplina e il senso del dovere. Era un uomo eccezionale!».

Il papà di Goffredo Parise, scrittore
«Severo, di poche parole, alto e magro, mio padre con la sua presenza fisica ha influito su di me trasmettendomi la capacità di non scompormi mai!».

Il papà di Giovanni Spadolini, politico
«Il suo amore per i libri e la biblioteca fornitissima in cui passava le giornate hanno avuto un’importanza decisiva nella mia formazione. Era un uomo di grande probità morale e di grande dedizione al lavoro. Nel 1942 e 1943 salvò molti beni di Israeliti. E non solo beni. Nel 1944 rimase ucciso sotto i bombardamenti mentre soccorreva i feriti».

Il papà di Francesca D’Acquino, attrice
«Non potrò mai dimenticare mio padre: se penso al passato, vedo soltanto lui. È stato un uomo che ha sofferto moltissimo. Ha sopportato tredici anni di malattia prima di spegnersi. Una lunga agonia. Era una persona stupenda, eccezionale. Quando studiavo all’Accademia d’arte drammatica a Roma, mi veniva sempre a prendere la sera tardi o mi aspettava alla fermata dell’autobus e, una volta a casa, anche se erano le due di notte, mi preparava la cena. Da mio padre ho imparato tanto: gli vorrò sempre bene».

Il papà di Claudio, diciannove anni
«Mio padre è stato bocciato una volta alle Medie e a scuola non era uno dei migliori. Ora, con tutto quello che ha dovuto affrontare nel lavoro, si è come illuminato. Lui è sempre lì a correggerti, ad aiutarti. Quando stai facendo un lavoro, lui ti mostra sempre un’altra possibilità di fare quella cosa. In famiglia è come una fonte di salvezza».

Il papà di Flavio Insinna, attore
«Molto severo, ma di grandissimo cuore. Un esempio da seguire nella vita di tutti i giorni. È stato il medico degli ultimi, dei più disperati, dei malati di mente, dei tossicodipendenti, dei diversamente abili. Mi ha insegnato che nella vita ci vogliono sempre generosità e la voglia di tendere la mano a chi ne ha bisogno».

Eccoli i nostri meravigliosi papà: che cosa aspetta l’Unesco a dichiararli “Patrimonio dell’Umanità”?

HANNO DETTO
• “Credo che i padri non si rendano conto di quanto i ragazzi hanno bisogno di loro” (Alessandro D’Avenia, insegnante-scrittore).
• “Oggi ne sappiamo quanto basta per comprendere che il bambino per evolversi in modo armonioso, deve poter interagire con entrambi i genitori” (Norberto Galli, pedagogista).
• “Se non rivalutiamo con equilibrio tutte e due le figure dei genitori faremo poca strada” (Antonio Miotto, psicologo).
• “È difficile pensare a Dio padre se non si è fatta l’esperienza di un padre terrestre affettuoso e provvidente” (André Godin, pedagogista).
• “I vostri figli vogliono qualcuno da rispettare! Forse non hanno il coraggio di dirvelo, ma non c’è dubbio su quello che pensano: ‘Comportatevi da genitori, non da coetanei!’” (Charles Galea, pedagogista americano).
• “Le parole che un padre dice ai figli nell’intimità della casa, nessun estraneo al momento le sente, ma alla fine la loro eco raggiungerà i posteri” (J.P. Richter, scrittore tedesco).

I PROVERBI DEL PAPÀ
• In casa non c’è pace se la gallina canta e il gallo tace.
• Come canta l’abate, così risponde il frate.
• Il leopardo non perde le chiazze del padre (dal Marocco).
• Se il padre fa carnevale, ai figli tocca fare quaresima.
• Marito innamorato sa fare anche il bucato.
• Chi vuole essere capo deve fare da ponte (dall’Inghilterra).
• Prima di dirigere l’orchestra, bisogna conoscere la musica.
• Albero carico di frutti si china verso tutti.
• I passi del padre fanno l’andatura del figlio.
MEGLIO PADRE CHE GENERALE!
Douglas MacArthur era un generale americano duro, dalla tempra d’acciaio. Sorprese tutti quando si scoprì che un giorno aveva scritto: “Per professione io faccio il soldato e ne sono orgoglioso. Ma sono infinitamente più orgoglioso d’essere padre. Un soldato distrugge per poter costruire. Il padre costruisce sempre senza distruggere mai. Uno ha la potenzialità della morte, l’altro incarna la creazione e la vita. La mia speranza è che mio figlio, quando me ne sarò andato, mi ricordi non in battaglia, ma in casa, mentre recito con lui la mia preghiera quotidiana”.
(Pino Pellegrino —Bollettino Salesiano marzo 2015—)

I #FIGLI NON SI PAGANO

17 Marzo 2015 Nessun commento

I #FIGLI NON SI PAGANO
Per una #moratoria Onu sull’utero in affitto:
AL SEGRETARIO GENERALE DELLE NAZIONI UNITE BAN KI MOON
E per conoscenza
AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI ITALIANO MATTEO RENZI
AL PRESIDENTE DELL’EUROPARLAMENTO MARTIN SCHULZ
————————————————————————
Roma, 28 gennaio 2015
Nel nome di Sushma Pandey – ragazza 17enne indiana morta a causa dei trattamenti ormonali di stimolazione ovarica propedeutici alla fornitura di ovuli per una procedura di
utero in affitto acquistata da due ricchi occidentali – i sottoscrittori di questo documento chiedono ai potenti della terra e alle Nazioni Unite di indire una moratoria sull’applicazione
delle leggi che consentono di accedere a forme di genitorialità surrogata.
Nella neolingua di chi pensa che esista un diritto ad avere un figlio – ignorando l’unico vero diritto che è quello di un figlio a non essere considerato un prodotto da acquistare
tramite contratto di compravendita (oltre a quello di avere un papà e una mamma che non l’hanno ridotto a cosa) – alcuni governi hanno consentito al varo di normative
che prevedono la “gestazione di sostegno”, la “gestazione per altri” o, appunto, la “maternità surrogata”. Sono tutte espressioni che servono a mascherare la realtà dei fatti.
Si chiama comunemente utero in affitto, perché questo è: un passaggio di denaro tra un acquirente o locatario e un venditore o locatore, la cui finalità è la consegna alla fine
del processo di un “prodotto” che è però un essere umano. Un bambino.
I firmatari di questo documento affermano che le persone non sono cose, gli esseri umani non possono mai essere considerati oggetti, meno che mai i bambini. I figli non si
pagano. Il desiderio di avere un figlio è un desiderio naturale che non può travalicare i limiti della natura stessa e mai e poi mai legittima l’attivazione di meccanismi di compravendita
che reificano la persona umana.
Le procedure che portano alla nascita di questi bambini-oggetto sono terrificanti: dalla ricerca di “donatrici di ovulo” (eufemismo in neolingua: non donano alcunché, ci sono
dei ricchi borghesi che se li comprano, quegli ovuli, e costringono una donna in stato di bisogno ad accettare pochi denari per venderli sotto la pressione di agenzie specializzate
– le quali sono i veri lucratori di queste procedure); alla stimolazione ovarica via bombardamento ormonale, la quale porta danni pesantissimi alle donne che vi si sottopongono
(fino alla morte, come nel caso di Sushma Pandey); all’operazione di agoaspirazione in sedazione profonda che viene attuata per “catturare” l’ovulo bombardato.
Dopo la fecondazione l’ovulo viene inserito nell’utero affittato di un’altra donna, anche essa pagata dall’agenzia intermediaria, in modo che il bambino che nascerà non abbia
alcun riferimento a una figura materna essendo questa stata parcellizzata, nel frattempo, spezzata in due. E sia la “donatrice di ovulo” sia l’affittatrice di utero firmano comunque
contratti dove per pochi spiccioli rinunciano a qualsiasi contatto diretto con il nascituro.
Il momento del parto è poi dolorosissimo, per donna e neonato. Il bambino, infatti, appena venuto al mondo viene adagiato solo per qualche secondo sul petto della madre
partoriente per tranquillizzarlo, e viene poi brutalmente strappato non appena cerca di avvicinarsi al suo seno, per essere consegnato nel pianto disperato alla coppia di ricchi
che quel bambino s’è comprato.
Questa è una pratica barbara e noi sottoscrittori chiediamo ai governi di India, Cina, Bangladesh, Thailandia, Russia, Ucraina, Grecia, Spagna, Regno Unito, Canada e degli otto
Stati degli Stati Uniti dove è consentita di aderire ad una moratoria immediata sull’applicazione delle proprie normative sull’utero in affitto e di impedire che a tale pratica
possano accedere coppie di stranieri.
Le conseguenze terrificanti di queste pratiche, con bambini rifiutati perché nati affetti da qualche malattia, secondo la logica dell’eliminazione del “prodotto fallato” conseguente
alla trasformazione delle persone in cose, ha già interrogato molti governi. In Cina si sta procedendo con molta energia per impedire alle agenzie intermediarie, vere
responsabili dell’ampliamento di quello che viene considerato da loro un mero business, di operare; in India è stato vietato l’accesso alla maternità surrogata sia agli omosessuali
sia ai single; in Thailandia si va verso l’abolizione totale della possibilità di ricorso a questa pratica, dopo l’incredibile vicenda del piccolo Gammy rifiutato perché affetto
da sindrome di Down dalla coppia di australiani che avevano affittato l’utero di una giovanissima thailandese e si sono poi portati in Australia solo la sorella gemella nata sana.
Solo in Europa, incredibilmente, la Corte di Strasburgo ha sanzionato l’Italia perché non riconosce questa supposta “genitorialità surrogata”, affermando di conseguenza la
legittimità delle pratiche di utero in affitto. Ma è un’Europa che dimentica le sue radici quella che acconsente allo sfruttamento del corpo della donna, alla mercificazione del
corpo della donna, alla trasformazione della persona in cosa, d el figlio in oggetto di una compravendita.
Noi siamo italiani orgogliosi del nostro Paese che considera inaccettabile questa violazione plateale dei diritti elementari della donna e del bambino. Per questo diciamo e
chiediamo a tutti i cittadini del mondo di dire con noi – in tutte le lingue per arrivare attraverso i governi nazionali e le associazioni interessate fino all’assemblea generale
delle Nazioni Unite – che i figli non si pagano e gli uteri non si affittano.
I firmatari di questo documento chiedono, signor Segretario generale dell’Onu, di convocare l’assemblea del Palazzo di Vetro per mettere in votazione la proposta di moratoria
delle pratiche di utero in affitto e di genitorialità surrogata in tutto il mondo, nel rispetto particolare che si deve ai soggetti più deboli che più fatica fanno a far valere i propri
diritti umani e civili come le donne in condizioni di bisogno e i bambini appena nati.
1. Nome e cognome Indirizzo tel e/o email firma
2. Nome e cognome Indirizzo tel e/o email firma
3. Nome e cognome Indirizzo tel e/o email firma
4. Nome e cognome Indirizzo tel e/o email firma
5. Nome e cognome Indirizzo tel e/o email firma
(vedi www.lacrocequotidiano.it 17 marzo 2015)

una delle liberate

14 Marzo 2015 Nessun commento

Ebbene sì, ci sono ancora quelli che, mossi da un sentimento di vera carità, mettono a rischio la loro vita, pur di salvare i fratelli perseguitati.

Questa che racconterò è una di quelle vicende che pensavamo esistesse soltanto nei libri di Storia. Invece no: in Iraq, oggi, un uomo compra schiave sessuali rapite, per poi restituirle alle loro famiglie!
Aleteia ci racconta la vicenda di questo eroe iracheno, un uomo che per evidenti motivi di sicurezza non rivela la sua identità. Mettendo a rischio la propria vita, questo uomo entra nelle regioni dell’Iraq controllate dal gruppo terroristico dello Stato Islamico (ISIS) e compra, con il suo denaro, ragazze cristiane, yazidi e musulmane che sono state rapite e vendute come schiave sessuali.
E dopo averle riscattate, le aiuta a ritrovare le proprie famiglie. È stato diffuso un video in cui si vede come porta a casa una giovane restituendola al padre. La famiglia non sapeva dove fosse la ragazza da quando era stata sequestrata dai membri del ISIS.

L’immagine dell’incontro della ragazza con il padre è un momento di emozione intensa, che naturalmente lascia chiunque con un briciolo di umanità.

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https://www.youtube.com/watch?v=x4wxT8IT98E#action=share

Non ci sono dettagli sul numero di ragazze che questo uomo ha già salvato, ma i suoi sono gesti nobili che non ricevono attenzione da parte dei mezzi di comunicazione di massa.

Di recente, il quotidiano inglese Daily Mail ha mostrato come i soldati dell’ ISIS si lascino andare a questo commercio di schiavitù infame. La maggior parte delle prigioniere sono ragazze cristiane e yazidi, una minoranza religiosa del Kurdistan.

D’altronde, la pratica della schiavitù è qualcosa prevista dal Corano alla Sura 4,24. La rivista on-line Dabiq, pubblicata in inglese dall’ ISIS, giustifica cinicamente l’uso di donne “infedeli” come schiave sessuali. I prezzi variano, più sono giovani, più alto è il loro valore. Bambine fino a 10 anni hanno il prezzo più alto, quelle da 10 a 20 anni valgono 120 Euro, le donne dai 20 ai 30 anni sono vendute a 80 Euro, e il prezzo delle più anziane gira intorno a 40 Euro.

Questa nobile vicenda ci fa ricordare l’Ordine della Santissima Trinità, un istituto religioso approvato da Papa Innocenzo III nel 1198, il cui scopo, unendo il culto alla Trinità di Dio, era proprio l’opera di liberazione dalla schiavitù, in particolare il riscatto dei cristiani caduti prigionieri dei musulmani. Infatti, il nome dell’ordine per intero è Ordine della Santissima Trinità e redenzione degli schiavi. I loro membri sono conosciuti come Trinitari.

Grazie al sostegno dei suoi benefattori, l’Osservatorio sulla Cristianofobia continua il suo impegno di monitoraggio e di denuncia di ogni atto perpetrato contro i cristiani e ti invita a continuare a pregare per tutti i fratelli cristiani che si trovano in una situazione di difficoltà e di persecuzione.

Un carissimo saluto!
Silvio Dalla Valle
Responsabile Campagna Osservatorio sulla Cristianofobia

ciò a cui la scuola deve servire

13 Marzo 2015 Nessun commento

Non sempre sono d’accordo con ciò che Ernesto Galli della Loggia scrive nei suoi editoriali sul «Corriere della Sera». Ma quello di domenica 8 marzo sulla scuola mi è sembrato, per certi versi, così coincidente con quello che da molti anni è il mio punto di vista – con due sole importanti riserve che alla fine segnalerò – , da poterne fare la base per il “chiaroscuro” (più scuro che chiaro) di questa settimana. Lo sfondo è il progetto relativo a “la buona scuola” lanciato dal governo Renzi, delle cui difficoltà di realizzazione si parla in questi giorni. L’articolo di Galli della Loggia non si sofferma tanto su queste difficoltà tecniche, quanto sul significato complessivo del progetto e su ciò che in esso si dice o, meglio, non si dice.
«La buona scuola», osserva l’autore, «non è solo quella degli edifici che non cascano a pezzi, degli insegnanti assunti e progredenti nella carriera per merito, o delle decine di migliaia di precari (tutti bravi? Siamo certi?) immessi finalmente nei ruoli: obiettivi ovviamente giusti, e sempre ammesso che il governo Renzi riesca a centrarli, visto che specie sui mezzi e i modi per conseguire gli ultimi due è lecito avere molti dubbi. Ma la buona scuola non è questo».
Non sarebbe giusto svalutare i problemi organizzativi. Essi sono sicuramente fondamentali ed è importante che il governo se ne occupi. Anche se, nel modo attuale di gestirli, si può notare già una logica che guarda più al posto di lavoro che non alla qualità culturale (per i precari) e che, anche per quanto riguarda la valutazione del merito, fa temere l’applicazione di logiche meramente formali e quantitative (ore di lavoro in più, funzioni svolte in istituto, etc.), che non garantiscono per nulla il livello dell’insegnamento.
«La buona scuola non sono le lavagne interattive e non è neppure l’introduzione del coding, la formazione dei programmi telematici; non sono le attrezzature, e al limite – esagero – neppure gli insegnanti. La buona scuola è innanzi tutto un’idea. Un’idea forte di partenza circa ciò a cui la scuola deve servire: cioè del tipo di cittadino – e vorrei dire di più, di persona – che si vuole formare, e dunque del Paese che si vuole così contribuire a costruire».
È questo il punto cruciale. Si sbandiera come svolta decisiva l’introduzione, nella vita scolastica, degli strumenti elettronici. Ma qui non è solo un problema di mezzi: quelli sono ormai molto più sofisticati che in passato e il “pof” (piano dell’offerta formativa) di ogni istituto ne contiene sempre di nuovi (viaggi, gemellaggi, laboratori teatrali, etc.). Nella nostra scuola sono i fini che sono venuti meno! E’ «l’idea» di «ciò a cui la scuola deve servire», «del tipo di cittadino», «di persona», «che si vuole formare». Con l’immediata ricaduta politica: «E dunque del Paese che si vuole così contribuire a costruire».
È ai fini della scuola che bisogna di nuovo cominciare a guardare. «Solo a questa condizione essa è ciò che deve essere: non solo un luogo in cui si apprendono nozioni, bensì dove intorno ad alcuni orientamenti culturali di base si formano dei caratteri, delle personalità; dove si costruisce un atteggiamento complessivo nei confronti del mondo, che attraverso il prisma di una miriade di soggettività costituirà poi il volto futuro della società».
Finché questo non sarà messo all’ordine del giorno come il problema cruciale, si continuerà sulla strada già così brillantemente battuta dai governi precedenti (vi ricordate la «svolta epocale» della Gelmini?) e di cui sono frutto i giovani smarriti e qualunquisti che oggi stentano terribilmente non solo a trovare un lavoro – questo è un dramma oggettivo – , ma a diventare adulti (e questo è un dramma soggettivo).
Si potrà obiettare giustamente – questo è il primo limite del discorso di Galli della Loggia - che non si può addossare solo alla scuola la responsabilità dello sfascio etico e culturale, prima ancora che economico, in cui il nostro Paese si trova invischiato da anni. Si potrà notare che la famiglia e la Chiesa non sono state in grado di fare molto meglio e che l’istituzione scolastica è pur sempre lo specchio di una società. E proprio questa società nel suo complesso, attraverso i mezzi di comunicazione, le mode, gli esempi (si pensi a quelli della classe politica), contribuisce in modo decisivo alla (dis)educazione delle nuove generazioni.
Ora, se questo è vero, rivendicare, come fa l’autore, il ruolo della «collettività», nelle scelte relative alla scuola, invece di affidarle «a un manipolo sia pur eccellente di specialisti di qualche disciplina o di burocrati», non sembra una buona soluzione. Oggi proprio la «collettività» marginalizza la dimensione propriamente educativa della scuola, reputa “inutile” buona parte di quello che vi si insegna, giudica i docenti dei fannulloni fin troppo profumatamente pagati e difende i ragazzi quando vengono rimproverati o prendono cattivi voti.
In realtà, solo che chi sta nella scuola può cambiarla, dal di dentro. Sono gli insegnanti – svalutarne la funzione decisiva è il secondo limite dell’articolo – che possono e forse devono reagire, non solo puntando sulla loro competenza nelle rispettive discipline, ma riaprendo una riflessione e un confronto sui fini. Si tratta, in altri termini, di tornare a pensare l’istruzione in funzione dell’educazione, la trasmissione dei saperi in funzione della crescita complessiva di personalità che non sono solo cervelli. Questo richiede però, in una società pluralistica, il coraggio di riaprire il confronto sui valori, per vedere se è possibile ricostruire un orizzonte di fini condiviso, o almeno condivisibile, a livello pubblico.
È un’impresa ardua (oggi su questo piano, per prudenza, non ci si pone più da tempo), ma indispensabile se si vuole che la scuola possa di nuovo contribuire a formare dei cittadini. E proprio il regime dell’autonomia, malgrado sia stato finora utilizzato in modo spesso distorto, potrebbe favorire questa riflessione comunitaria nei singoli istituti.
Sì, è un impresa ardua. Ma già il prendere coscienza della sua urgenza, già l’affiorare di queste istanze, sarebbe il segno che la “buona scuola”, in Italia, è ancora possibile.
(Giuseppe Savagnone — www.tuttavia.eu — 13 marzo 2015)

come la mettiamo?

11 Marzo 2015 Nessun commento

La denuncia di Amedeo Rossetti, padre di un bimbo che frequenta una scuola dell’infanzia di Trieste, sta diventando un caso nazionale e avrà un seguito. Era stata pubblicata sul settimanale diocesano di Trieste, Vita Nuova, e in contemporanea su La Nuova Bussola Quotidiana. Che poi, parlare di denuncia, è perfino eccessivo. Si trattava di una diffida inviata alla dirigenza scolastica adoperando un fac-simile disponibile in rete per chiedere, come genitore, di essere messo al corrente di progetti che riguardavano la sfera delicata dell’affettività e della sessualità. Niente di più normale eppure è bastato questo per far scoppiare il caso. Perché la burocrazia scolastica teme le diffide per lo stesso spirito di inerzia con cui implementa acriticamente i progetti educativi e li appalta ad organizzazioni esterne: non vuole aver noie.

Dunque, il signor Amedeo Rossetti entra in possesso del testo di un progetto chiamato “Il Gioco del rispetto” in via di realizzazione nella scuola di suo figlio. Nessuno lo aveva avvertito. Preoccupato, invia la diffida di cui sopra alla dirigente. Dopo alcuni giorni la scuola affigge alla bacheca una informazione per i genitori circa l’implementazione del gioco. Sempre alcuni giorni dopo la dirigente fa esporre un cartello con scritto: “Kit” e una freccia che indica una scatola su un tavolino. Questa doveva essere, probabilmente, la sua attività di informazione alle famiglie circa la valenza educativa del “Gioco” in questione. Allora il signor Amedeo prepara un articolo che viene pubblicato su Vita Nuova, il settimanale diocesano. Il titolo è eloquente: “Il Comune di Trieste spieghi questa pubblica vergogna”.

Essendo che in questo modo la cosa diventa pubblica, interviene la vicesindaco del Comune di Trieste, con un comunicato diffuso dall’ufficio stampa comunale. La signora Fabiana Martini comunica che il “Gioco del rispetto” è stato approvato regolarmente dagli organi scolastici, che gli insegnanti hanno cominciato la formazione già nello scorso dicembre, che i genitori sono stati debitamente informati e che il progetto è stato loro illustrato nella più totale trasparenza, che comunque i genitori possono esentare i figli per i quali sarebbero state fatte attività alternative, che l’attività non era presente nel Pof perché decisa solo in seguito, che lo scopo del gioco è favorire il rispetto reciproco tra maschi e femmine e che non ha assolutamente nessuna relazione con la sfera sessuale ed affettiva.

Mentre sul quotidiano locale infuria la polemica, con interrogazioni da parte di alcuni consiglieri regionali, il buon signor Amedeo riprende carta e penna. É un tipo preciso, prende una ad una le affermazioni della vicesindaco e le smonta, facendo leva solo sulla logica spietata dei fatti. Anche questo testo viene pubblicato sulla versione on line di Vita Nuova con il titolo “Ora vi spiego perché la vicesindaco dice cose inesatte”. Come è possibile che i genitori siano stati informati se l’avviso che li informava è stato affisso “dopo” la diffida? Perché è stata convocata un’assemblea per l’11 marzo, con la presenza della Laby, promotrice del gioco ed estranea alla scuola, per informare i genitori “dopo” che il progetto è già entrato nella scuola? Attività alternative: la scuola non ne ha mai indicato. Se il progetto non è presente nel Pof perché deciso in seguito – continua il buon signor Amedeo – ciò non esenta da chiedere l’approvazione dei genitori, anzi ne rafforza l’esigenza. Ed altre “pignolerie” di questo genere. Tutti i fatti che la vicesindaco aveva citato come esempio di trasparenza sono stati messi in atto “dopo” la diffida e non prima. Anche la cronologia ha i suoi diritti. E poi: perché il Comune non mette a disposizione il testo completo del progetto, che non si trova da nessuna parte? Altro che informazione ai genitori!

C’è però anche un altro punto, più di contenuto che di procedura, che merita di essere ricordato, in questa vicenda accaduta nelle “periferie” d’Italia, all’estremità orientale della Penisola. La signora vicesindaco, nel suo comunicato, afferma che «Il Gioco del rispetto non affronta né i temi della sessualità, né quelli dell’affettività». Però il signor Amedeo Rossetti, nel testo del progetto che circolava a scuola, ha potuto leggere: «… L’insegnante a questo punto fa notare che le sensazioni e le percezioni che (n.d.a.: i bambini) hanno provato sono uguali per i corpi dei maschi e per i corpi delle femmine. I corpi funzionano nello stesso modo. Per rinforzare questa percezione i bambini/e possono esplorare i corpi dei loro compagni/e (utilizzare uno stetoscopio, se si riesce a reperirlo), ascoltare il battito del cuore a vicenda, respirare per riempire i polmoni e poi svuotarli facendo porre la mano sul torace, ecc. Ovviamente i bambini/e possono riconoscere che ci sono delle differenze fisiche che li caratterizzano, in particolare nell’area genitale. É importante confermare loro che maschi e femmine sono effettivamente diversi in questo aspetto, e nominare senza timore i genitali maschili e femminili ma che tali differenze non condizionano il loro modo di sentire, provare emozioni, comportarsi con gli altri/e».
Come la mettiamo?
(lanuovabq.it 11 marzo 2015)L’educazione al gender arriva anche all’asilo
Tutta la verità sul “Gioco” imposto ai bambini
-di Stefano Fontana-

mamma Elisa

9 Marzo 2015 Nessun commento

Carissimi Chiara, Francesco, Maria e Maddalena Elisa, come tutte le mamme che vi conoscono, o che sentono parlare della vostra famiglia (la vostra storia sta facendo il giro del mondo), ho il cuore stretto per voi. Non faccio che pensare a voi in questi giorni. Anche al vostro babbo, certo, ma lui è grande e forte, e poi io sono una mamma, non posso fare a meno di preferire i più piccoli. Vorrei correre da voi ad abbracciarvi e baciarvi, ma so che non servirebbe a niente, perché non sono i baci di una mamma qualsiasi quelli di cui avete nostalgia. Vorrei venire a cucinarvi una torta, ma immagino che ci sia chi lo fa per voi, e poi la vostra mamma era una cuoca bravissima, mentre io sono una schiappa. Vorrei prendermi il dolore al posto vostro, ma purtroppo neanche questo adesso è possibile. Vorrei fare qualcosa per voi, ma che, mi chiedo. L’unica cosa che so un po’ fare è scrivere (niente di che, per carità, ma sempre meglio di come sono capace di cucire, cucinare, cantare e un sacco di altre cose). Allora questo, volentieri, posso provare a farlo per voi.

Voglio raccontarvi di quello che la vostra mamma mi ha lasciato in eredità, perché anche a me, come a tante persone che ha incontrato, mamma Elisa ha lasciato qualcosa di buono. Innanzitutto mi ricordo, non vi arrabbiate, che prima che la incontrassi mi stava un po’ antipatica. Don Luca Castiglioni, il vostro don Luca – che anche se ora deve stare un po’ lontano vi vuole sempre un bene tremendissimo – mi parlava spesso dei vostri genitori e di voi. Di voi tre “grandi”, perché la sorellina ancora non c’era. Mi diceva che voi eravate simpaticissimi, e un po’ casinari (si dice anche da voi a Orvieto? Da noi a Perugia sì) e che i vostri genitori erano davvero una coppia di meravigliosi sposi che si volevano un bene profondo e vero, e che volevano tantissimo assomigliare a Gesù, e che ce la mettevano tutta per riuscirci. Voi mi chiederete perché la mamma mi stesse un po’ – ma giusto un pochino – antipatica. Ma, a dire la verità solo perché don Luca ne parlava troppo bene, e noi femmine grandi a volte siamo un po’ strane, ci piace sentirci le più brave e le più belle, e questa è una di quelle cose che chi vuole assomigliare a Cristo deve combattere (infatti io sono indietro rispetto ai vostri genitori).

Comunque una volta don Luca mi ha proposto di incontrarci, a Roma, e allora io vi ho invitati a casa che con tutti i bambini era più semplice. Non so se voi vi ricordiate, immagino di no, o forse Chiara e Francesco sì (i miei Tommaso, Bernardo si ricordano di voi, Lavinia e Livia solo vagamente). Mi ricordo che ho cucinato per voi il mio menù base, detto menù uno (pasta alle olive e pinoli, arrosto con patate) poi siamo andati in giardino – giardino è una parola grossa per noi umbri, da usare per quella striscia di spazio tra i palazzi, ma insomma siamo andati fuori – dove il nostro babbo (che quel giorno era al lavoro) aveva gonfiato la piscinetta, riempita con l’acqua tiepida, e così avete un po’ sguazzato tutti insieme. Intanto io chiacchieravo con i grandi, soprattutto con la vostra mamma che, ve lo dico subito, non ha fatto in tempo a entrare in casa che già mi era diventata simpaticissima (anche se un po’ troppo bella per i miei gusti, con quel suo fisico da ballerina). Il fatto è che – non vorrei esagerare e farne un ritrattino troppo benevolo solo perché è morta, ma vi assicuro che non è così -proprio non era possibile trovarla antipatica. Il suo sorriso, la sua dolcezza disarmante ti conquistavano in due nanosecondi. Ho abbassato ogni difesa e ho pensato subito “questa deve diventare mia amica”.

Lo sapete la cosa che mi ha colpito più di lei? Elisa ascoltava. Stava lì, davvero, mentre parlavi sembrava che per lei esistessi solo tu. Ti guardava e ti ascoltava veramente. Mi ricordo che appena ho saputo che faceva la psicologa le ho parlato di un ragazzino a me molto caro. E lei non mi ha dato soluzioni: qualche suggerimento, una strada da tentare. Ma soprattutto mi aveva colpito quanto mi avesse ascoltata, prendendomi sul serio, cercando di farsi carico della mia preoccupazione, preoccupandosi anche lei per questo ragazzino.

La seconda cosa che ho notato è che la vostra mamma era una persona riposante. Ti faceva venire voglia di metterti vicino a lei e di prenderti una vacanza dalla fatica. Questo è l’effetto che fanno le donne accoglienti: ti dicono “vai bene così, per me è una cosa buona che tu ci sia”. Non so se anche con voi ci riuscisse, mi è sembrato proprio di sì, anche se per una mamma è più difficile dire sempre al figlio “vai bene così”, perché un po’ noi vi dobbiamo dire che ci andate bene, che siete meravigliosi, ma un po’ vi dobbiamo anche correggere e insegnare delle cose. Insomma, secondo me tante persone la cercavano, la vostra mamma, perché era molto bello sentirsi guardati così come faceva lei.

La terza cosa che ho notato era quanto il vostro babbo le vuole bene, e quanto lei ne voglia a lui. Forse voi ora non vi rendete conto perché ci siete cresciuti in questa abbondanza di amore, e lo avete respirato come l’aria, forse vi è sembrata una cosa normale, ma dovete sapere che non è affatto così. Non è così in tutte le coppie, in tutte le famiglie. Anzi, la vostra è un po’ speciale. Direi che il segreto di mamma e papà era Gesù, loro lo avevano incontrato e lo avevano messo al centro. Per questo sentivano l’urgenza di andare a invitare altre persone, altre famiglie, a questa festa che è la vita con Gesù. Per questo cercavano di stare insieme a Lui, e magari a volte è successo che vi abbiano lasciati un po’ di tempo per fare i ritiri e gli incontri, ma, se vi è dispiaciuto un briciolino qualche volta, sappiate che lo facevano per aiutare tutte quelle famiglie che facevano tanta fatica perché non avevano fatto questo incontro fondamentale. I vostri genitori sono speciali, Dio li ha preparati da lontano per una grande missione, per essere un segno per tante famiglie, la testimonianza di quanto ci si possa amare con la grazia di Dio, di quanto il mistero grande che è il matrimonio – l’unione di due persone diversissime – sia possibile. Così la bellezza della vostra mamma è potuta diventare così splendente perché vicino a lei c’è sempre stato il vostro babbo, che è un uomo veramente eccezionale, un vero uomo come ce ne sono pochissimi in giro.

La quarta cosa che ho notato è stata la pazienza della vostra mamma. Cambia costume, cambia maglietta, asciuga i capelli, non ti rituffare, va bene sì l’ultima volta, non tirare supereroi in aria, non spingere tua sorella… le cose normali di ogni mamma, ma fatte con calma, come se il tempo fosse da vivere in ogni secondo, al presente. Anche io cambio costumi e magliette e asciugo capelli e faccio saggissime raccomandazioni, solo che io ogni tanto urlo come una strega (vi prego, ditemi che succedeva anche a lei, ogni tantissimo, su, ditemelo anche se non è vero). Ecco, mi era sembrata una donna che stava esattamente al suo posto in quel momento, come se quello fosse proprio il posto giusto dove stare, non una che facesse qualcosa di fretta per scappare via da un’altra parte. Anche questa è una cosa che si impara a forza di ginocchia, cioè pregando. L’adesione alla realtà, l’obbedienza alla circostanza presente, in ogni istante.

Sono state poche ore quelle che ho passato con voi, e la vostra mamma mi ha insegnato così tanto! Chissà quanto amore ha potuto dare a voi tre in questi anni. Alla piccola Maddalena Elisa non ha potuto dare anni di amore, ma le ha dato tutto quello che aveva, la vita.

Noi vi vogliamo tanto bene. Sappiate che ci siamo per voi, sempre, in qualsiasi momento, se volete fare un bagno in una piscinetta minuscola piena di moccio e sassi e moscerini, se volete fare una passeggiata a Roma, se volete mangiare pasta alle olive (ma posso anche fare altro, dai, non ascoltate quei brontoloni dei miei figli) o giocare. Quella degli amici di Gesù è una vera famiglia, per cui qualsiasi cosa vi possa servire fateci un fischio, e se non possiamo aiutarvi noi, chiederemo ad altri amici. Siamo tanti, tantissimi, e non vi lasceremo soli.
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Esequie di Elisa Lardani,
di don Luca Castiglioni
Duomo di Orvieto, 2 marzo 2015
Elisa non avrebbe voluto testimonianze al suo funerale: Luca me l’ha comunicato, perché più volte ne avevano discusso, preparando quel momento fin nei dettagli. Strani discorsi fra giovani innamorati, eppure indispensabili. Non ne voleva perché temeva l’esagerazione che interviene facilmente in questi frangenti; soprattutto, non voleva che le parole sulla sua persona distogliessero l’attenzione dall’abbraccio al Signore della vita cui ritornava, nella gioia.

Prendendo la parola, quindi, siamo avvertiti che potremmo dispiacerle; se corriamo il rischio, non è solo per l’insopprimibile bisogno del cuore: è per cercare di corrispondere proprio al suo desiderio di dare gloria a Dio. Questa celebrazione, oso dire, sarebbe piaciuta a Elisa: è stata “traboccante”, come la “buona misura versata nel grembo”, ma senza esaltazioni troppo facili della sua persona. La santità efficace, del resto, non è esclusivamente quella proclamata e, a ben vedere, non c’è bisogno di dire tutto immediatamente. Niente esaltazioni, dunque, niente “santa subito”. Semmai, “senza fretta”.

Tanti fra noi, in effetti, hanno conosciuto questa giovane donna riconciliata con le urgenze, consapevole del dono del tempo e quindi solerte nel darsi da fare, ma paziente nell’attendere, tutta compresa nell’attimo presente. Con questa fiducia nella fecondità del seme che cresce silenziosamente, trasmetteva pace.

Se avremo un po’ della sua serenità, affiorerà in ciascuno l’immagine della donna vera che Elisa ha saputo essere. Scopriremo la fragranza della sua testimonianza, cadute, debolezze, esitazioni e paure comprese. Ecco l’eredità di valore inestimabile e duraturo: è la certezza, per la sua famiglia e per noi tutti, di non avere a che fare con un mito irraggiungibile del passato, ma con una compagna di strada nel presente, che attesta a ciascuno “anche tu ce la puoi fare”.

Luca, hai visto? Ce l’ho fatta ad esserti fedele sempre, ad amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita. La mia assenza ti strazierà, non sai come mi dispiace, però è il segno che ce l’hai fatta anche tu. Abbiamo mantenuto la promessa fattaci davanti a Dio e in lui quasi 12 anni fa. Sei un uomo di parola, sposo mio. Questa è fatta: missione compiuta. Proseguiamo con la prossima, adesso: io dal cielo, tu dalla terra. Che il nostro amore sia fecondo e generi figli liberi e capaci di amare; loro parleranno anche di noi e per noi.

Chiara, Francesco, Maria, ascoltate la mamma: io ho visto che Gesù è vincitore della morte. Io l’ho visto vivo oltre la tomba. L’ho visto vivo quando mi ha liberato dalle schiavitù della mia giovinezza, dal rischio di sprecare la mia vita. Anche voi potete vivere senza perdere tempo, facendo il bene senza stancarvi mai. L’ho visto vincitore quando mi ha liberato dall’egoismo, per rendermi capace di vivere per voi. Io ho visto Gesù vivo quando tutto il sangue, tutta la vita usciva dal mio corpo: la sua presenza – e accanto a lui c’era la mia amica Chiara Corbella – mi ha fatto trasalire. In quell’istante il sangue e le lacrime hanno smesso di scappare, e io ho visto che siamo nati e non moriremo mai più.

Famiglia mia carissima, mamma, papà, Alessandro, amici tutti: io ho fatto l’esperienza che l’ultima parola non è morte, ma vita in Dio, e così ve la trasmetto, con la mia ultima parola: Maddalena. Lei è annuncio di Risurrezione.

Luca mio, coi nomi dei figli abbiamo fatto un centro perfetto, non trovi?!

A noi, che abbiamo conosciuto e voluto bene a Elisa, l’incarico di ricordare alla sua bambina e ai suoi che hanno ottime ragioni per non piangere e che, anzi, possono esultare ­­– senza fretta­ – di avere una donna così ad attenderli alla meta verso cui tutti pellegriniamo.

Un ultimo pensiero: questo è fra te e me, Elisa. Me lo hai detto a chiare lettere che mi amavi. Bellezza travolgente. Non ho avuto la tua prontezza, la tua libertà e la tua intensità perché tu potessi ascoltarlo dalla mia voce, ma anch’io ti amo, amica mia vera. Come un prete può e deve amare una donna sposata, una mamma. Ora non lo tacerò e, nel tempo che mi è donato, voglio che la tua famiglia senta che è vero. Come te, voglio amare, in Cristo; grazie a te, sono persuaso che ho anch’io – veramente – questo potere. Grazie di averlo liberato, amica mia vera. A presto: ci vediamo.
Don Luca
(da Il blog di Costanza MIRIANO 8 marzo 2015)