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Archivio Aprile 2015

“…come quei due alpinisti..”

29 Aprile 2015 Nessun commento

Il Nepal e i due alpinisti morti per portare medicine
Già lo sapevamo: non esiste luogo al mondo al riparo dalla crudeltà del caso, dalla violenza insensata e cieca della natura, ma ancora più dall’estrema ingiustizia della morte. Neppure in quelli che con ingenuo cinismo chiamiamo paradisi terrestri, come se davvero esistesse un Eden in Terra. Qui la bellezza serve solo a mascherare l’ultima menzogna. Già lo sapevamo, ma quei 7000 morti (che presto potrebbero diventare anche 10.000) in un Paese di ghiaccio e rocce sperdute tra le nuvole, vengono ancora a ricordarcelo. Con lo strazio dell’ecatombe, ma ancora con le migliaia di sopravvissuti, ma condannati a una pena ancora più crudele: non aver più nulla per riempire il futuro. E tra quei morti anche i quattro italiani e gli altri 10 che mancano ancora all’appello. Soprattutto quei due alpinisti esperti soccorritori, Renzo e Marco, sorpresi dalla valanga dopo aver lasciato la spedizione per portare medicine a un’anziana donna nepalese. Una deviazione non obbligata né richiesta, un gesto gratuito e di altruismo che oggi risulta ancora più beffardo e crudele. O forse, il solo che in tanta devastazione e morte potrebbe restituire un senso al sacrificio di massa cui il Nepal è stato condannato. Stavolta a toccato al paradiso sul tetto del mondo, com’era capitato ad altri, nel tourn over dello sconquasso imprevedibile: Haiti, lo tsumani dell’Asia, Cina, Turchia, Giappone e da noi il terremoto in Irpinia, Friuli, Abruzzo e poi l’Emilia.

Il Nepal, Kathmandu: la casa degli dei e delle montagne più alte del mondo, nell’immaginario un po’ farlocco da tour operator. Oppure la libertà fricchettona del viaggio psichedelico e allucinato, come appariva nell’iconografia degli anni Sessanta: la fuga delle rock star in India (qualcuno è ancora lì), la meditazione trascendentale, i guru induisti, i ritiri negli ashram dove espandere la coscienza al suono ipnotico del sitar e nel fumo della marijuana, come fanno gli asceti del dio Shiva per “sollevare il velo di Maya” che nasconde l’essenza della realtà. Per assopire i dolori dell’alienazione occidentale nell’impassibilità di Buddha e nella fissità delle tecniche yoga. Kathmandu, Lhasa, Varanasi: paradisi perduti per hippie new age e aspiranti ricercatori di un Io che s’era già perso ancor prima di arrivare. Ma quei due alpinisti, Renzo e Marco sepolti dalla valanga per qualche pillola promessa a una vecchia, non c’entravano niente con quei due mondi, forse neppure al nostro. Paiono frammenti strani, di un’umanità sconosciuta e inedita le cui storie che non appartengono alla nostra cronaca. Sembrano arrivare da un altro pianeta abitato da gente che non siamo noi. Andare fino in Nepal per conquistare un fazzoletto di ghiaccio a 8mila metri, ma prima deviare dal tracciato sicuro per infilarsi in quella trappola di neve e sassi solo per adempiere a una stupida promessa: perché? O anche gli altri due colleghi, esperti nel salvataggio nelle forre e venuti qui a esercitarsi all’estremo. Non l’avessero fatto, i quattro sarebbero ancora tutti vivi. Invece…

Per questo, è anche una realtà stranita e diversa quella che affiora da sotto le macerie del Nepal sbriciolato: immagini e storie che raccontano di una devastazione insensata perché indipendente dalla cattiveria umana, ma insieme cose meravigliose e incredibili. Proprio nel momento in cui nulla pare più esserci se non la disperazione di chi è sopravvissuto alla ferocia del mostro. Ma almeno qui, nel Paese tra i poveri al mondo, ci sono risparmiate le inutili e oscene polemiche sul disastro annunciato: l’unica cosa annunciata è quella della polvere di cui siamo fatti. Tanto perché sia evidente a tutti chi comanda davvero lassù. Il sacrificio “inutile” di Renzo e Marco potrebbe invece dare un senso a quella fossa comune dove sono state buttate le vite di uomini, donne e bambini. Loro, ma non solo. Le cronache raccontano di fatti commoventi e di straordinaria solidarietà da parte dei soccorritori: succede sempre in queste circostanze, ma è sorprendente vedere che accade anche qui, dall’altra parte del mondo e a seimila metri nel cielo. Non sono marziani venuti dallo spazio quei due alpinisti o le centinai di volontari che si sono messi subito a scavare, a rovistare tra le rovine in cerca di un respiro: sono fatti della nostra stessa carne e del nostro stesso spirito. Ci rappresentano, ci portano con loro sotto la polvere, nelle case sbriciolate e sotto le slavine ai piedi della montagna.

Rischiare la vita per salvarne un’altra è l’azione estrema, eccezionale e limitata, che tuttavia segnala la strada della normalità quotidiana. Vorremmo essere sempre generosi così, come quei due alpinisti, come i volontari di Kathmandu. L’altro siamo noi. Lo capiamo solo quando la vita colpisce duro: è allora che la nostra libertà tiene il confronto con Dio nell’amicizia al prossimo e gareggia contro l’ineluttabilità del male. Il problema della morte è lo stesso di quello della nascita e della vita. È il problema, cioè, se vi sia da qualche parte un Volontario cui aggrapparci, che ci cavi fuori dalle rovine che noi stessi produciamo. Ecco la speranza: sapere che anche noi, come quella vecchina senza nome sulle montagne del Nepal, possiamo contare su qualche Renzo e Marco, pronti a portarci in casa le medicine.
(Luigi Santambrogio lanuovabq.it 29 aprile 15)

“..solo una parola ti rimane nel cuore..”

26 Aprile 2015 Nessun commento

Tre minuti: questo è il tempo concesso per sostare di fronte alla Sindone.
Ci pensi mentre percorri la coda che ti porterà a contemplare la tanto discussa reliquia, mentre ti immagini quali saranno i sentimenti, magari le emozioni, che attraverseranno il tuo cuore quando sarai davanti al lenzuolo; quello stesso lenzuolo che hai già veduto tante volte in fotografie più o meno dettagliate, ma che ora potrai finalmente osservare dal vivo. Basteranno tre soli minuti per farsi un’idea definitiva di che cosa è in realtà quel pezzo di lino? Sono sufficienti tre minuti per far sbocciare la fede nel cuore di chi non crede? Sono abbastanza tre minuti per soddisfare il desiderio di venerazione per coloro che riconoscono il volto di Dio nell’immagine impressa sulla tela?

I pensieri ti si affollano nella mente, misti magari a qualche sprazzo di preghiera, mentre la coda procede, più o meno velocemente, verso la meta di questo strano pellegrinaggio. Strano perché di ciò che vai a visitare sai magari già tutto ciò che c’è da sapere; strano perché dell’oggetto che vedrai hai già visto tutto quello che è possibile vedere; strano perché, pur conoscendo anticipatamente ed esattamente ciò che ti si parerà davanti agli occhi, nel cuore ti aspetti qualcosa di nuovo, di sorprendente: segretamente ti aspetti qualcosa di miracoloso.

Poi, ad un tratto, dopo tanti vagheggiamenti, entri nella semioscurità della Basilica. Percorri gli ultimi passi su quel palchetto di legno foderato che sembra quasi prenderti per mano per condurti davanti all’oggetto di tante attese, mentre tenti le prime sbirciatine a quello che tra poco vedrai chiaramente. Infine, quasi inaspettatamente, ti ci trovi di fronte, e senza che tu te ne renda conto il cronometro scatta. Le parole di un’orazione lontana si spandono per l’aria, ma tu le senti a malapena, perché ora ci sei davanti alla Sindone e l’immagine di quell’uomo imbrattato di sangue e percosse ti assorbe totalmente, ti pacifica il cuore, ti sgombra la mente e ti attira a sé. Tanto che l’unico pensiero che ti rimbomba in testa è che sei troppo lontano. Tanto che l’unico desiderio che ti fa eco nel cuore è che vorresti essere lì vicino, toccarla, annusarla, stropicciarla al tuo petto in un abbraccio virtuale con la persona che essa rappresenta. Così come ha fatto Maria.

Perché allora non ci sono più dubbi: è Lui, non può essere che Lui quell’uomo. E dentro tutta quella sofferenza così crudamente ritratta intravedi anche la beatitudine del sacrificio, la gioia della risurrezione: perché dentro quel lenzuolo il cadavere non c’è, ne rimane soltanto il riflesso, come l’ombra scarlatta di Colui che è vivo, per sempre. E così, quando i tre minuti sono finiti,

solo una parola ti rimane nel cuore:

grazie.
(Cronaca di una visita
DI ANDREA TORQUATO GIOVANOLI)

APERTURA CASA AD ARS

21 Aprile 2015 Nessun commento

15 aprile, Ars
Con una commovente Processione Eucaristica, che ha “accompagnato” Gesù Eucaristia nella piccola cappellina della nostra nuova fraternità, si è conclusa la Santa Messa di inaugurazione della casa ad Ars: un piccolo villaggio dove un Santo Prete, Giovanni Maria Vianney, ha dato la vita per Dio e per la gente, accogliendo e confessando migliaia di uomini e donne che in Lui incontravano la Misericordia ed il Cuore di Dio.La Santa Messa era presieduta dal Cardinale di Lione Philippe Barbarin, che ha voluto essere presente, assieme al Vescovo della Diocesi di Belley-Ars, Mons. Pascal Roland.Già da un paio di settimane, dodici giovani scelti dallo Spirito Santo si erano insediati tra le mura di una bella cascina, situata a soli 10 minuti di cammino dal Santuario del Santo Curato e consegnataci dalla “Famiglia di San Giuseppe” perché nel villaggio di Ars potesse sorgere un’opera di carità per i “poveri”. Questo era il desiderio di tante persone che negli anni si sono unite nella preghiera e nello sforzo concreto di trovare una casa per noi.Alcuni anni fa, il Cardinale Barbarin aveva partecipato alla Festa della Vita, esprimendo a Madre Elvira il desiderio della presenza della Comunità nella loro Diocesi. Da quel giorno tante famiglie, consacrati, sacerdoti e tanti amici si sono messi in preghiera, fino a quando la Provvidenza ha trovato la casa giusta… proprio in quel luogo speciale che è il villaggio di Ars-sur-Formans!La festa per l’inaugurazione è poi proseguita con un bel pranzo, preparato dai nostri ragazzi, aiutati dai fratelli della casa di Lourdes, e da momenti semplici di testimonianza e di gioia. Siamo poi ritornati al Santuario per pregare la Divina Misericordia e per affidare all’intercessione di San Giovanni Maria tutto ciò che il Signore vorrà donarci e donare attraverso di noi in una terra che sentiamo già sin d’ora “casa nostra”. Ci sentiamo come se fossimo qui già da anni, anche perché sin dalle prime ore tutti, a partire dal Parroco Padre Patrice, ci hanno dimostrato tantissimo affetto e calore umano, facendoci sentire attesi e amati!Grazie, Signore, per il dono di questa nuova fraternità e affidiamo i primi passi dei nostri ragazzi all’intercessione di Maria, Madre della Misericordia, e del Santo Curato d’Ars.
Pregate per noi! (www.comunitacenacolo.it)

noi, fratelli!

20 Aprile 2015 Nessun commento

Noi, fratelli
Ormai è diventato abbastanza evidente che quelli più massacrati, in giro per il mondo, siamo noi cristiani. Massacrati in senso letterale: bruciati vivi, buttati a mare, se ci va bene soltanto sgozzati. Da queste parti è qualche annetto che lo si dice, ma forse non morivamo in modo abbastanza spettacolare. Poi ci sono altre categorie che si dicono trattate male e per carità, è così devastante che c’è apparentemente bisogno di leggi speciali e trasmissioni televisive e corsi nelle scuole per sensibilizzare tutti. Per noi cattolici spesso le trasmissioni tivù e le lezioni a scuola sono invece occasione per venire diffamati un altro po’, ma di fronte allo sterminio di cui sopra non viene neppure da lamentarsi. A noi urlano contro, gettano cose e picchiano anche se stiamo in silenzio a leggere, figurarsi se parlassimo ancora.

Quello che più mi colpisce è però il modo con cui vengono date certe notizie. “Cristiani uccisi da una bomba”, “cristiani arsi vivi”, “cristiani giustiziati”…molto impersonale. Quel tono con cui si parla di altri. Di estranei che fanno parte di uno strano culto di cui talvolta si è sentito parlare. “Ah, sì, cristiani, una volta ne abitavano anche vicino a me”. “Sai, ne avevamo uno in ufficio, qualche anno fa. Andava anche a Messa”. “Cristiani? Ma ce ne sono anche qui?”
Perdonate, ma sembra che i giornalisti di video e carta stampata che danno queste notizie siano tutti cresciuti nella Russia sovietica. Pare sia tutta gente che com’è fatta una chiesa l’abbia visto solo su internet. E magari è vero.

Da queste parti, invece, quei morti ci piace ricordarli come fratelli.
(da berlicche.wordpress.com)

“…quella libertà interiore…”

19 Aprile 2015 Nessun commento

Mi chiamo Marco, ho ventiquattro anni. Sono cresciuto in una famiglia in cui si stava abbastanza bene; ero un bambino vivace, soprattutto a scuola con i compagni. Quando avevo undici anni, però, sono morti due nonni e in famiglia sono incominciati ad esserci meno dialoghi e più litigi. Cominciavo a sentire più forte il desiderio di evadere dalla famiglia. Suonavo con un gruppo e la musica rock-metal è stata la mia prima ribellione, il luogo dove poter mostrare che dentro di me qualcosa non andava. Ero tanto chiuso e così ho cominciato a quattordici anni con l’alcool e con le prime droghe, illudendomi di sentirmi più libero. Con le ragazze le relazioni duravano qualche mese, poi mi lasciavano e ogni volta rimanevo sempre più male e deluso. Mi sentivo rifiutato e così mi sono lasciato andare, fino ad arrivare all’eroina e ad altre droghe: tutto è incominciato a crollare e anche gli amici del gruppo musicale hanno iniziato ad allontanarsi da me. In famiglia non mi sentivo più a casa e mi stavo avvicinando pian piano alla morte; ma non mi spaventava, anzi, a volte l’ho persino desiderata. Con gli amici che mi erano rimasti, con i quali stavamo spesso insieme, mi sentivo solo. Grazie a Dio la mia famiglia mi ha portato ai colloqui della Comunità e a un pellegrinaggio a Medjugorje. Da una parte non volevo saperne, ma dall’altra sentivo qualcosa di particolare, come un’“aria pulita” che desideravo respirare ma della quale anche avevo paura. Per decidermi ho dovuto trovarmi senza più niente, fuori di casa, solo con la droga. In quella disperazione ho trovato la forza di dire “basta”. Mi ricordo il giorno in cui ho deciso di farla finita con la droga. Avevo dormito davanti ad una chiesa e al mattino ho sentito di voler cambiare la mia vita. Scoprii poi che lo stesso giorno la mia famiglia si trovava a Lourdes a pregare per me. Così ho chiesto aiuto a casa, un po’ per convenienza ma anche perché in fondo ero stufo di soffrire. Poco dopo mi sono ritrovato in Comunità. I rimorsi erano troppi: avevo diciannove anni e il mio passato di sbagli e delusioni cominciava ad urlare dentro di me. Facevo tanta fatica ad aprirmi, a sorridere, a essere altruista. Quando riuscivo ad aprirmi con gli altri, sentivo che stavo meglio, ma il male dentro di me continuava ad attaccarmi. Dopo un anno ho rivisto la mia famiglia, che mi ha tanto incoraggiato ad andare avanti. Nei loro occhi c’era tanta luce, tanto amore verso di me, amore che sentivo di non meritare ma che è stato una grande spinta. Sono stato trasferito poi in Francia, nella fraternità di Lourdes, e lì ho vissuto la mia rinascita. Ho deciso di impegnarmi nella preghiera e ho incominciato a scoprire in modo più profondo un Dio che mi ama e che non mi lascia mai; di giorno e di notte Lui c’è, e questo ha cominciato a smuovere tante cose dentro di me. Per ricambiare questo amore di Dio per me, ho desiderato impegnarmi nell’essere più paziente più buono, più al servizio degli altri. Anche se le difficoltà erano all’ordine del giorno e le mie povertà ritornavano sempre, affrontavo tutto questo con più positività. Mi sono sentito amato dai ragazzi con più periodo di Comunità, un po’ come un figlio, e questo ha fatto nascere anche in me la voglia di donarmi agli altri, di servire, di sacrificarmi per il bene. Quando riuscivo a farlo, ricevevo in cambio tanta libertà,

quella libertà interiore

che avevo tanto cercato nella vita passata. Oggi sto ritrovando la serenità e la gioia di vivere che avevo perso, e ne sono davvero felice. Sono consapevole che alla base della mia vita nuova c’è la preghiera, il vivere nella verità, la volontà di uscire da me stesso, il ricordarmi ogni giorno chi ero. Ringrazio il Signore per il miracolo della mia salvezza e di quella della mia famiglia. Oggi voglio dire “grazie” con il mio servizio quotidiano ai fratelli e alla Comunità. Desidero d’ora in poi camminare sulla strada del bene fino in fondo, senza più voltarmi indietro.
Marco
www.comunitacenacolo.it

ecco dove sta la differenza

19 Aprile 2015 Nessun commento


Spesso molte cose accadono senza che tu ne comprendi la differenza, quella che cambia il significato delle cose, quella differenza secondo cui quello che un domani sarà è completamente distinto da ciò che ora è. La capacità di capirne la differenza è una consapevolezza sacra!
Succede infatti di vivere degli eventi importantissimi della propria vita come se fossero la stessa medesima cosa, come se addirittura i termini di significato così diversi diventassero improvvisamente sinonimi. Tutto origina da questa omonimia menzognera delle parole e degli accadimenti.
Il fidanzamento può essere sinonimo di matrimonio?
Il seminarista è lo stesso di un sacerdote ordinato?
Può guidare una macchina chi non ha la patente?
Il digiuno è la stessa cosa di un giorno in cui mangi?
La convivenza è uguale al Matrimonio Sacramento?
L’anello fedina è l’anello fede?
La sessualità di due coniugi che si uniscono perché ricreano quell’essere divino che…..”maschio femmina LO creò”, quindi diventano una sola carne nel nome di Gesù Cristo è la stessa medesima cosa di una sessualità vissuta da maschio e femmina che ancora non sono un progetto e che non unendosi nel nome di Gesù si uniscono nel nome di qualcun altro?
Io e Giorgio, fidanzati per sette anni senza comprendere la differenza delle cose!
Stavamo benissimo insieme, condividevamo tutto, compresa naturalmente l’intimità, ci mancherebbe altro, due fidanzati che si amano, che fanno viaggi insieme, che ritengono a giusta ragione che la cosa importante è essere felici, fare le cose che piacciono…..insomma vivevamo da sposati senza ancora esserlo, usurpavamo il diritto di una parola, matrimonio, inserendola dentro al termine fidanzamento. Compivamo con il corpo gesti che non ci appartenevano…..La grande menzogna!!!!Magari qualcuno ce l’avesse annunciato, dunque eravamo davvero nella tenebra…..e il peccato come ci sguazza volentieri!!!
È come se un sacerdote non ancora ordinato tale si adoperasse con fervore a celebrare messa, a confessare, a fare insomma il prete…..sarebbe un bugiardo: esattamente come chi vive il fidanzamento come un matrimonio……è un bugiardo!
Avevamo preparato in questo modo il terreno per il futuro matrimonio e, quando decidemmo di sposarci, giungemmo con tale “coltivazione” a condividere le due diversissime umanità.
Arrivo poi un tempo in cui non ci sentimmo gratificati e insoddisfatti così, nel bisogno egoistico della felicità, cominciammo interiormente a navigare il mare della divisione. Quel naturale passaggio dall’innamoramento all’amore non lo facemmo perché ancora incapaci di comprendere il valore della differenza.
L’innamoramento , nell’uomo e nella donna , è una pulsione che provoca una varietà di sentimenti e di comportamenti caratterizzati dal forte coinvolgimento emotivo verso un’altra persona , che, a seconda dei casi, è associata a un’intensa attrazione sessuale.
Tra le numerose decisioni , dimentichiamo la più importante, quella che dovrebbe avere la priorità….L’amore…..AMARE È UNA DECISIONE!!
In realtà c’è differenza…..
Il FIDANZATO è un promesso in matrimonio. ? la promessa di fiducia fatta dall’uno all’altra per un futuro impegno di un GIÁ e non ancora per sempre. Da qui la FEDINA.
Il MARITO è un uomo sposato in relazione a sua moglie ed è un impegno presente di alleanza per sempre. Da qui la FEDE. Ancora non stiamo parlando di sacramento.
Il MATRIMONIO è il MATER MUNUS, cioè il compito della donna madre di custodire ed accogliere essendo il fondamento (la sottomissione di San Paolo) della vocazione.
Il PATRIMONIO è il PATER MUNUS, cioè il compito dell’ uomo padre di guidare, procacciare sostentamento, essere il navigatore satellitare della vocazione.
Il CONIUGE, da CUM IUGUM è colui che cammina col giogo che, visto dall’alto ha la forma di croce ed è il cammino della coppia dove l’uno necessariamente aspetta i passi dell’altro perché il giogo non ti permetterebbe di camminare con ambiguità chilometriche e ciascuno conosce perfettamente chi c’è al centro dei due.
Il COMPAGNO, da CUM PANIS è colui con cui divido il pane, sperimento la convivialitá ed è un impegno libero, semplice condivisione
La CONVIVENZA è vivere con. È un patto a volte solo verbale e di fatto altre volte sancito dinanzi al primo cittadino. Può essere anche una bellissima famiglia, può anche durare tantissimo ma non rappresenta la grande novità!!
Il MATRIMONIO SACRAMENTO è la grande novità…..quella che ci permette e ci regala il dono più ambito e sconosciuto: LO STUPORE!!
La grande differenza è che il Matrimonio Sacramento è CHIESA DOMESTICA…..che meraviglia!!! Due esseri poveri e fragili come gli umani possono compiere GESTI LITURGICI:
Si uniscono sessualmente nel nome di Gesù Cristo ed è l’unica forma di non privatizzazione della sessualità perché tutta la comunità conosce che quella coppia diventerà UNA SOLA CARNE e deve essere così perché questo è molto piaciuto al Creatore e, se LUI vorrà, nasceranno futuri cittadini per il mondo. Qui si celebra il sacramento del matrimonio perché la prima cosa che la coppia deve generare è il NOI.
Possono benedirsi i coniugi di buon mattino e in ogni momento della giornata perché, già con il battesimo sono Re, Sacerdoti e Profeti ma in più, gli sposi, sono CONSACRATI e possono impartire benedizioni per loro e per i propri figli.
Loro sicuramente pregano prima dei pasti e ricevono l’eucaristia l’uno per l’altro per ricolmare di grazia ogni necessità della famiglia.
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LA GRANDE DIFFERENZA……ESSERE CHIESA DOMESTICA….CHE SPETTACOLO e che libertà interiore!!!
Così io e Giorgio, navigando il mare della divisione facemmo prevalere, addirittura per 11 anni di infelicità, il grande nemico, il tentatore che ci fece credere, come alla coppia modello ISH E ISSHÁ, a cui il mondo continua ad ispirarsi, che la menzogna avrebbe avuto la meglio ai fini della nostra felicità e noi ci siamo caduti. Del resto eravamo partiti male perché l’area fabbricabile ( il fidanzamento) per costruire la casa sulla roccia (il matrimonio con Gesu) non aveva nè il tetto (lo Spirito Santo) nè tanto meno le fondamenta del NOI cementato della coppia. Anche quando ci sposammo in chiesa, dopo 3 anni di matrimonio civile, non avevamo ancora capito la differenza, doveva passare ancora del tempo.
Così peccato su peccato, accusa sui difetti e dito puntato è poi finalmente arrivato il nostro grande riscatto contro il nemico ma questo bisogna deciderlo con tutte le forze!!! Abbiamo riconosciuto quel GESÙ che si era inchinato dinnanzi al nostro si. Avevamo dimenticato DIO ma lui mai si dimentica di noi!!!
In forza del battesimo tu, essere umano meraviglioso, hai la certezza che ovunque ti troverai e in qualunque condizione sarai DIO verrá sempre a cercarti, Lui ascolterà il grido sordo del tuo cuore ed infatti…….il Signore ha risorto il nostro noi!!
Eccoli gli occhi nuovi per comprendere il VALORE DELLA DIFFERENZA!!!
Noi, che ci saremmo separati, siamo oggi sposati da 25 anni, abbiamo 4 figli, siamo madre e padre spirituale di moltissime coppie giovani, di coppie “anziane” in serissime difficoltà, siamo padrini di battesimo di 30 bambini, distribuiamo cerotti per le ferite della vita, siamo al fianco e accompagniamo la cura della RELAZIONE . Insomma siamo in pieno a servizio della famiglia contagiosi al massimo e dispensatori di gioia, di quella speranza che è certezza, contro ogni scoraggiamento e tristezza.
Tutto questo può accadere solo se costantemente fai memoria della tua resurrezione. Si è innanzitutto poveri per arricchirsi. Ecco l’altra grande differenza!!!
Scoprire la POVERTÀ per ARRICCHIRE. Tutto parte da me. Sono io che rendo ricco e felice l’altro.
Scoprire la DIFFERENZA fa nascere il senso della CHIAMATA.
Cosa è mio marito per me?
È la mia parte maschile!
Cosa sono io moglie per lui?
La sua parte femminile.
È il dono che mi è stato consegnato con tutta la sua storia: se non amo la sua storia e non ci entro con tutta me stessa non potrò mai decidere di AMARE.
Se non generiamo il Noi della coppia non saremo generatori di figli nel vero senso della parola.
Io non voglio te secondo i miei gusti meschini ma amandoti nella tua storia ti vedrò sempre speciale perché è il mio sguardo che cambia davanti alla tua povertà…..e mi diventi ricco, ricchissimo!
Mio marito era un taciturno? Un distratto? Una persona poco affettiva?
Cosa ho fatto io per arricchirlo?
Credo qualcosa abbia fatto, per essere oggi la miglior coppia….
Sedici anni or sono, al tempo della nostra rinascita, annunciavamo che un grande nemico avrebbe contrastato questa preziosissima cellula che è la famiglia…..allora in pochi ci si credeva (noi eravamo reazionari perché la mentalità del “che c’è di male” contagiava anche molti cattolici)ma noi abbiamo iniziato subito la nostra buona battaglia a cui oggi invece molti hanno dovuto aderire, a giudicare dallo smascheramento che il nemico sta operando!
Noi però lavoriamo sulla carne, sulle ferite delle singole famiglie…..e la nostra casa ne accoglie tanti, davvero un piccolo ospedale da campo. L’abbiamo chiamata OASI NEL DESERTO NEVÈ MIDBAR.
Si rinasce???
Solo se si desidera comprendere la DIFFERENZA!
Solo io posso arricchire il povero che ho davanti.
Maschio e femmina lo creò, tu sei prezioso ai miei occhi, io ti amo.
Ecco dove sta la grande differenza!!!!!
(da blog di costanza miriano)
Per scrivere a Cristina: cristinarighi1@virgilio.it

L’imboscata di Dio. Un altro Agostino nel sacco

15 Aprile 2015 Nessun commento


L’arrestarono che era ancora giovinetto e di lui si persero le tracce. I più che lo conoscevano dissero: “E’ perduto”. Altri, che di falliti e di fallimenti non vogliono magari sentire parlare, preferirono sbarrare la strada a qualsiasi discorso: “Chiudetelo dentro e stop”. Tantissimi nemmeno sapevano della sua esistenza, dei suoi misfatti e dei suoi lineamenti. Perché entrare in carcere a diciotto anni, e sapersi destinati al ferro e al cemento delle patrie galere per decenni, non è cosa facile da sopportare. Anche coloro che con lui spesero giorni e pasti nell’angusto spazio di una cella, difficilmente intuirono cosa stava accendendosi nel cuore di Jianq-Ing Zhang, detenuto cinese di quasi trent’anni, condannato alla reclusione forzata in un declassato carcere del Nord-Est.
Ciò che rimase mistero per anni – gli anni delle notti insonni, del silenzio e della fatica, forse anche della vergogna – si è reso manifesto ieri mattina tra i capannoni del medesimo carcere. Jianq-Ing è diventato cristiano scegliendosi il nome pesante di Agostino e ricevendo i sacramenti dell’iniziazione cristiana: il battesimo, la cresima e l’eucaristia. Là dentro – tra scatoloni di panettoni e imballaggi di valigie, profumo di tramezzini e squilli del call center – s’è celebrata l’ennesima vittoria della Grazia sulla disgrazia, della Bellezza sulla Bruttezza, della Vita sulla morte, della Risurrezione sulla Croce. Una chiesa stile “ospedale da campo”, di quella che tanto piace a papa Francesco: chiesa nelle cui navate la prima urgenza non è tanto la rendicontazione dei peccati e delle miserie ma l’annuncio gratuito e spassionato di un Dio che s’è intestardito nel cercare te, proprio te: il fannullone, l’omicida, l’avverso. Il delinquente o, forse, solo il deluso: di se stesso, della vita, della storia. L’annuncio che vale già una mezza salvezza: Dio ti cerca, Dio ti trova. Non te lo perdere altrimenti sei perduto. Sempre così, come nelle più classiche delle storie d’amore: quasi per caso, quasi sempre con un Dio in borghese, molto spesso quando e dove meno te l’aspetteresti. Un Dio imboscato dentro una galera, a spiare un galeotto, a tendergli il più bello dei tranelli: quello dell’Amore e della rinascita.

Nel nome scelto, la bellezza di ciò che è stato e l’auspicio di ciò che sarà. Certi nomi, dentro la galera, profumano di sicurezza: Agostino e Zaccheo, la Maddalena e il buon ladrone, il figlio prodigo e la donna samaritana. Gente di strada e di peccato, di miseria e di misericordia. Gente di consolazione per i falliti della storia: in qualsiasi caos l’uomo abiti, quello sarà il punto di partenza per tornare a Lui. E’ un Dio paradossale: s’è intestardito ad andare a cercare il perduto, magari su strade slabbrate, per mostrare l’abbondanza della grazia nel campo minato della disgrazia. E’ un Dio scandaloso: s’è ficcato nell’animo il sogno che nessun uomo vada perduto. Per nessuna ragione al mondo. E’ un Cristo ambizioso: s’è messo in testa che al suo Amore in pochi potranno resistere. Parola di Agostino, quello d’Ippona: «Mi chiamasti, gridasti, vincesti la mia sordità: folgorasti il tuo splendore e mettesti in fuga la mia cecità (…) Mi toccasti e ora brucio di desiderio per la tua pace» (Confessioni X, 27).
Con l’acqua sul capo, una candela accesa in mano e una vesta bianca addosso: col capo unto di crisma e un’Ostia consacrata nel petto. Le “solite cose” dirà qualcuno: dategli torto se riuscite? Eppure quelle solite cose – quando tornati a casa s’è perduto tutto – rimarranno le solite cose. Con un’unica variante: che prima di gettarle le si guarderà un’altra volta. Gettate anche quelle, infatti, tra le mani non rimarrà più nulla. Quelle “solite cose” in carcere sovente sono di una bellezza bambina: uomini d’armi, solo un Dio li può salvare. E’ così che la “solita storia” diviene la più bella tra le storie possibili.
don Marco Pozza
(da Il Mattino di Padova, 14 aprile 2015)

“…ma io so…”

9 Aprile 2015 Nessun commento

L’appuntamento

Era una mattinata movimentata, quando un anziano gentiluomo di un’ottantina di anni arrivò per farsi rimuovere dei punti da una ferita al pollice. Disse che aveva molta fretta perché aveva un appuntamento alle 9,00.

Rilevai la pressione e lo feci sedere, sapendo che sarebbe passata oltre un’ora prima che qualcuno potesse vederlo. Lo vedevo guardare continuamente il suo orologio e decisi, dal momento che non avevo impegni con altri pazienti, che mi sarei occupato io della ferita. Ad un primo esame, la ferita sembrava guarita: andai a prendere gli strumenti necessari per rimuovere la sutura e rimedicargli la ferita.

Mentre mi prendevo cura di lui, gli chiesi se per caso avesse un altro appuntamento medico dato che aveva tanta fretta. L’anziano signore mi rispose che doveva andare alla casa di cura per far colazione con sua moglie. Mi informai della sua salute e lui mi raccontò c he era affetta da tempo dall’Alzheimer. Gli chiesi se per caso la moglie si preoccupasse nel caso facesse un po’ tardi. Lui mi rispose che lei non lo riconosceva già da 5 anni.

Ne fui sorpreso, e gli chiesi: “E va ancora ogni mattina a trovarla anche se non sa chi è lei?”.

L’uomo sorrise dicendo: “Lei non sa chi sono,

ma io so ancora perfettamente chi è lei”.

Dovetti trattenere le lacrime… Avevo la pelle d’oca e pensai: “Questo è il genere di amore che vorrei nella mia vita”.

Il vero amore non è né fisico né romantico. Il vero amore è l’accettazione di tutto ciò che è, è stato, sarà e non sarà.
(Bruno Ferrero)

“…essa non cadde…!”

6 Aprile 2015 Nessun commento

(da www.comunitacenacolo.it)

Saint Josephine Bakhita Mission, 16 marzo 2015
“Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica sarà simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia.” (Mt 7,24-25)

Carissima Madre Elvira, Padre Stefano e tutti, vi raggiungiamo dalla calda Liberia per condividervi con tanta gioia che l’emergenza ebola sembra sia davvero finita: da più di due settimane non si sono verificati nuovi casi e questa è una grande speranza affinchè il paese venga presto dichiarato “ebola-free”. Comunque continuiamo a pregare perché questo pericolo finisca presto anche in Sierra Leone e in Guinea, i paesi confinanti. I bambini hanno finalmente ricominciato la scuola che, essendo quest’anno più vicina a casa, si può raggiungere a piedi con una bella camminata di 45 minuti. Così ogni mattina subito dopo il Rosario, partono accompagnati dagli zii e dalle zie e lungo il cammino si aggiungono al gruppetto i bambini del vicinato che frequentano la stessa scuola e che sono in classe con loro. Questa passeggiata ci permette finalmente di avere di nuovo un po’ di contatto con la gente del villaggio, di salutarli e scambiare qualche parola. L’essere rimasti qui durante questi mesi difficili ha rafforzato la nostra amicizia con loro e ci accorgiamo che la gente apprezza di più la nostra presenza.

Un traditore, un ladro, una prostituta: “Tutto è compiuto”

4 Aprile 2015 Nessun commento

Magdala (“la torre”), città di memoria, di lago e di buon cuore. Cristo a Nazareth, Maria a Magdala. Così densi di storia, di strade e di viuzze d’essere tramandati assieme alla loro terra natìa: Maria di Magdala, per l’appunto, come Gesù di Nazareth.

Lei fu donna: e questo bastò per aizzare la stizza di chi del Cielo mai amò quelle preferenze di genere. Femmina di mal costume: col mestiere più antico e passionale del mondo, rabberciò un nome e una reputazione. Da sballo e da sbando, ma al Cielo non precluse l’ardire di uno sguardo. D’un rintocco che divenne un tocco, il palparsi di due sguardi d’amore. Della verità, ch’è la liberazione dagli inganni: «E’ un errore giudicare l’uomo come fate. Non c’è amore in voi, ma soltanto un severo senso della giustizia; perciò siete ingiusto» (F. Dostoevskji, L’idiota).

Lui, lei e gli altri. In barba a tanti.

Poi Lui e lei; e basta. Alla meretrice di corpi toccò l’imbarazzo inaudito, quasi l’anticamera dell’allucinazione. Al quale il Cielo, però, anzitempo aveva avanzato l’indizio: “In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” (Mt 21,31). S’incamminò al sepolcro di buon mattino, scortata da corpi di donne mansuete e vegliarde. Col crepacuore a battere la domanda che Salomè rinfaccia a Giovanna di Cusa e alle altre due Marie: “Chi ci rotolerà via il masso dall’ingresso del sepolcro?” (Mc 16,3).

Di primo mattino e di buon cuore, perchè femmine e madri: custodi di vita, ostetriche delle anime dei discepoli, intermediarie tra il prima e il poi. Le donne del Sabato: ch’è vigilia della domenica, della festa. Il giorno dei puri dell’attesa, delle donne che sono l’anticamera della vita. Della Risurrezione di lui e di altri dopo di Lui.

Eppur Lui non sembra concedersi loro. Non lo trovano, farfugliano tra di loro: c’è chi entra, chi sospetta, chi tentenna. Poi varcano la soglia: spazio d’amanti incalliti e di porte socchiuse all’imbrunire. La soglia dell’angoscia che muta in trepidazione: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso.

È risorto, non è qui (…)

Andate” (Mc 16,6-7).

Tornano con la Risurrezione addosso: a ritroso, alla luce del sole, in barba ai discepoli pavidi e timorosi. Forse rancorosi. Solo lei s’arresta, appena fuori dal sepolcro: la Maria di Magdala, quasi avesse un conto in sospeso. Un ultimo sguardo da rendere. Da gettare in faccia a quella Voce indecifrabile: “Donna, perchè piangi? Chi cerchi?” E lei giù a picco, anche stavolta a dar di gomito alla disperazione: “Signore, se l’hai portato via tu,
dimmi dove lo hai posto
e io andrò a prenderlo” (20,15).

L’amata che confonde l’Amante, l’Amore e l’Amante così feriali da farsi confondere con l’ortolano al servizio dell’uomo d’Arimatea. Per troppa bellezza Lo fraintese: lei, audace coi corpi e i lineamenti, donna d’arme e di cuori, il Corpo Risorto la sorprese. La spiazzò, come nel giorno dei sette dèmoni scacciati.

Di quella storia – ch’è rimasta a posteriori la loro storia – Lui salvò solo l’essenziale, ciò che non muta, ciò che solo conta. E da lì ripartì: “Maria!” E lei si fece di luce: “Rabbunì!” (20,16). Parole che sono nomi scarni, semplici, natalizi: l’amore che cerca spiegazioni è anticipo di morte, ch’è sempre mancanza d’amore. Di sorpresa e d’intrigo. Di futuro.

Si guardarono e dipanarono l’eterna sorpresa d’una storia non più morta, doppiamente risorta. Lei vergine d’aspetto, Lui luminoso di portamento e statura. Non le concesse l’abbraccio: non fu per stizza e nemmeno per dicerie dei tempi che furono. Da altre femmine si lascerà cingere i piedi e dare di lacrime. Lei Gli rispose correndo a casa, cioè obbedendo; pur sapendo che in pochi le avrebbero creduto: per il passato, perchè donna, perchè capace di veglia. Che importa? Lui l’aveva guardata, e s’erano scambiati una lettera di Risurrezione: «In fondo quelle a Dio sono le uniche lettere d’amore che si dovrebbero scrivere» (E. Hillesum, Diario). L’Eterno scambiato per giardiniere. Ch’era poi la Verità somma: della Maddalena fu cagione di bellezza.
Di giardini.

(*) Testo tratto da Marco Pozza, L’imbarazzo di Dio, San Paolo 2014