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Archivio Maggio 2015

un meraviglioso “scarabocchio” di Dio

19 Maggio 2015 Nessun commento

Certe volte la domenica vado in questa parrocchia romana, della quale per ovvie ragioni taceremo il nome: una delle tante che si somigliano. L’edificio è anni ’50. E sono costernato da questo spazio disadorno, dall’arredamento sacro dozzinale, dai microfoni gracchianti e a tutta birra che rompono i timpani propalando prediche logorroiche e sfibranti ma che non quagliano mai: parole parole parole. Che ti rubano il diritto ad ascoltare il silenzio di Dio, mentre avverti il soffio lieve dello Spirito. Mi opprime questo sentore generale di squallore e incuria. Solo mi consola la certezza che quelli lì sono dei buoni preti, nonostante tutto: ci credono. E fanno quel che possono, come possono.

Quando arriva il momento della comunione, tutti si alzano a prenderla, salvo io e qualche altro reietto. E allora mi chiedo: possibile che sia rimasto l’unico peccatore di questo quartiere? Possibile che non ci stanno, solo in questo quartiere, divorziati risposati, donne che abortiscono, gente con odio in corpo, ladri e truffatori d’ogni risma? Solo io son rimasto? E che avrò fatto mai di tanto abominevole! Cose che turbano la mia pace durante la liturgia. E lì ti domandi a che servono ‘sti sinodi quando poi, a prescindere, tutti prendono la comunione, con o senza grazia di Dio.

Mi disse un sacerdote di zona: «Siamo rimasti davvero in pochi e c’è da cominciare tutto daccapo: abbiamo bisogno d’aiuto e a questo dovreste servire voi laici più formati e coscienziosi. Ma oltre a crearci solo problemi, oltre a scambiare l’essere operai nella vigna con il voler “comandare” in sacrestia, oltre questo pure voi avete dimenticato che non di sole parole vive e s’evangelizza l’uomo: lo si fa anche con l’esempio.» L’esempio delle nostre vite, rapportate all’altro: il mondo ha bisogno più che di maestri, di testimoni diceva Paolo VI. Già! Lo dico pure al prete. Ma sempre alle parole stiamo, per quanto edificanti.

Il quale in effetti mi chiede: ma sapete ancora voi laici come si diventa “testimoni”? Testimoni della speranza cristiana. Bah, dico, essendo devoti, pregando con zelo, vivendo coerentemente: non era Benedetto XVI a dire che la Chiesa non è stata mai rinnovata dai disobbedienti ma dai santi? Sì, mi dice, anche, “ci mancherebbe”. Ma non basta. «Questo serve ad essere chiesa dentro la chiesa, ed è fondamentale, è la base.» Ma poi, fuori? Come si può comunicare questo “stato di grazia”?

«La risposta è il povero Ercolino:

lui forse non lo sa, ma Ercolino è testimone della speranza che è in noi. Osserviamolo e facciamo come lui». Osservo per giorni Ercolino: è un povero vecchio di origini meridionali, zoppo, con un bastone, piccolo, sdentato, mezzo deforme, miope, con difficoltà a parlare, di pelo rossastro e rosse sono le sue guance e il nasone. Uno scarabocchio di Dio. E un uomo apparentemente solo.

Sembra sia stato già raccontato da Alda Merini, pazza e poetessa, nella descrizione del suo Gesù:

Nessuno si è accorto di lui,
che è passato silenzioso e inerte
in mezzo all’ombra e alla luce (…),
che ha vestito di cenci
e non si è mai curato della propria bellezza.

Ora però Ercolino è anche uomo di chiesa, non c’è messa che si perda, non c’è vangelo che non ascolti memorizzi e interiorizzi, non c’è volta che passando davanti il santo edificio mentre va a fare le sue piccole spese quotidiane (un pezzo di pane, una busta di latte, dei biscotti “calabresi”, un farmaco) non si faccia il segno della croce e mandi “un bacio volante” a quel che la chiesa nello scrigno del suo cuore conserva.

Ercolino è un uomo felice. Non ha niente, la natura gli ha negato tutto, ma è felice. Si accontenta di piccole cose, a orari fissi, al bar: un bicchiere di solo latte tiepido e questo è tutto, non prende altro. Ercolino, soprattutto, sorride sempre; celia, fa battute urbane galanti e gentili a tutte le ragazze e signore che hanno imparato a riconoscerlo; è saturo di un’ironia mite e antica, inoffensiva: piena di passione e compassione per gli esseri umani.

Ma Cristo era felice, era felice delle intemperie, era felice della pietra nuda, era felice della sua stessa parola (…) Guardava le donne come si guardano i fiumi che accompagnano la vela sbatacchiata da tutte le parti e le sentiva amiche essendo donna nel cuore.

Ercolino è povero ma dispensa ricchezza a tutto il quartiere: perché vede tutti, sorride a tutti, a tutti rivolge la parola e una battuta. E sorridendo e scherzando, rimbrotta anche quando vede qualcosa di storto, ma non si serve di proverbi ché sono sempre così saccenti, usa il Vangelo: «Dice il Signore…» ed è così che a tutti ricorda qual è la fonte della sua gioia così “ingiustificata”; così rende noto il Vangelo, e così nel suo piccolo è apostolo della nuova evangelizzazione: è egli stesso, con tutta la sua persona, infelice fuori e serena dentro, Testimone: testimone della speranza che è in lui. E che lo divora come una candela la fiamma, che dà luce e calore tutt’intorno e dentro.

Ancora la Merini:

E come vorrei diventare anch’io un deserto di semplicità dove crescano sterpi e bisce e cose incolte che io amerò come fratelli perché consumeranno la mia carne. Oh, siano benedetti coloro che consumano le mie vesti così tribolate.

Perché tutti sanno che Ercolino è uomo di Chiesa, ma soprattutto è uomo di Dio: Ercolino è testimone e santo, e non c’è macchia, c’è innocenza in questo “piccolo” di Dio, al quale tante cose grandi sono state in semplicità rivelate. È un uomo che dovrebbe essere infelice e piegarsi su se stesso a commiserarsi ma che invece si stacca da se stesso e guarda i cieli e l’implora ridendo: beh, non c’è evangelizzatore e testimone più potente. La gente che passa, pensa e dice: «Vedi Ercolino: vorrei essere come lui». Perché Ercolino è felice. Felice che Dio c’è. Felice della vita che gli ha dato. Felice persino del suo corpo infelice. Felice della morte che verrà.

Nessuno si è accorto
che intorno a lui l’universo
gli faceva infamia
e che era una grande colata
di sudore e amore,
nessuno l’aveva visto.

Allora ho avvicinato Ercolino, e gli ho chiesto: ma perché sei felice della tua vita? «Perché se non fossi nato, non avrei potuto sorridere. A tante creature infelici, dire una parola buona a chi ne ha bisogno. Perché essendo nato posso godermi anche qui le grazie di Dio. Oggi forse, con tutti quegli esami che fanno alle donne incinte, mi avrebbero abortito, perché, dicono, un figlio come me può solo soffrire. È gente infelice quella che pensa così». Poi mi fissa, e mi sorride, ma ammonendomi: «Dice il Signore: Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo.» Ci strapperà il cuore di pietra ci donerà un cuore di carne. Come ad Ercolino.

Incantato, certe volte, lo vedevo sorridente osservare degli sposi che uscivano dalla chiesa, delle madri con un pargolo in braccio, due fidanzati che si baciavano, e questo lo potevo capire. Non capivo perché però sorridesse anche vedendo un morto uscire dalla chiesa.

Glielo domandai. Scosse la testa, come a dire, “non hai capito niente”. «La gente pensa che pregare sia solo chiudersi in se stessi, in casa o in chiesa con un rosario e mormorar giaculatorie. Anche questo… », traballante sulle gambe, si tirò fuori bruscamente un rosario dalla tasca e lo baciò con devozione, anzi: passione, e lo ripose, «ma non basta.» Che altro? «Dobbiamo fare di tutta la giornata, della nostra vita una preghiera.» E come? Scosse ancora la testa: «Quando vedi degli sposi uscire dalla chiesa dici una preghiera per loro: che imparino la virtù della pazienza, solo così non divorziano e sono fedeli. Quando vedi un bambino in braccio alla madre, preghi perché i genitori sappiano educarlo con giustizia e amore.

Quando vedo un vecchio come me…» e ride mentre lo dice «dico una preghiera perché qualcuno gli faccia compagnia; se è un malato grave, ché impari la sopportazione e faccia una santa morte. Se un commerciante ha aperto un negozio, ché possa guadagnare il suo pane quotidiano: tanti commercianti oggi falliscono dopo pochi mesi, ogni settimana uno, due. Appena giri un angolo, mentre cammini, c’è sempre da pregare per qualcuno: ne hanno tanto bisogno!» Bisogna fare della nostra vita tutta una preghiera, di un intero quartiere una chiesa.

Eppure lo inseguivano tutti,
cercavano di toccarlo,
di capirlo,
di sapere quali erano le sue disubbidienze

«Per questo sorrido: faccio del bene e Gesù e Maria sono contenti.» E quando vedi una bara perché sorridi? «Certe volte non sorrido. Ma spesso sì: perché il cuore mi dice che quell’anima è in purgatorio, dunque è salva. E allora sono felice, e sono felice di poterla aiutare con le mie preghiere. E sorrido».

Ercolino, dico, molti santi piangevano. «Sapevano che c’erano tanti uomini che non sorridevano: a causa del loro peccato. Perché non avevano incontrato Cristo Liberatore.» Ossia la speranza cristiana. Che è in Ercolino. E ne fa un testimone vivente.

Quanto mai sono vere in lui le parole di Paolo: «Io vivo, ma non sono più io che vivo, sei tu, Signore, che vivi in me».
sources: LA CROCE – QUOTIDIANO

cara mamma adottiva…

14 Maggio 2015 Nessun commento

Cara mamma adottiva,
Ti ho conosciuto durante una lezione sull’adozione. Ti ho visto in agenzia. Ti ho incontrato a scuola. Ti ho conosciuto on line. Ti ho conosciuto di proposito o solo per caso.

Non importa. Io ti conoscevo fin da subito. Riconosco la determinazione, il coraggio, la lotta. Perché tutto ciò che hai è frutto di decisioni e non è stato semplice. Tu sei quel tipo di donna che fa sì che le cose accadano. D’altra parte, hai reso possibile ciò che hai, la tua famiglia.

Forse hai pregato. Forse hai dovuto convincere il tuo partner che fosse la scelta giusta. Forse l’hai affrontato da sola. Forse la gente ti ha detto di accontentarti di quello che già avevi. Forse qualcuno ti ha anche detto che darti un bimbo non rientrava nei piani di Dio, quello stesso bimbo a cui ora togli dolcemente i capelli dal volto. Forse qualcuno ti ha anche raccontato, avvertendoti, la storia degli amici dei vicini di suo cugino. E forse tu li hai ignorati.

Lo avrai pianificato per anni. O forse ti si è presentata un’occasione giusta. Forse hai esaurito i tuoi risparmi, forse non era neanche la tua prima scelta. O forse sì.

In ogni caso, io ti conosco. E vedo il modo in cui tieni duro strenuamente. A volte anche troppo. Perché è così che facciamo, vero?

So di tutti i libri che hai letto. Li leggono tutti, sono i libri sui ritmi del sonno e sulla scelta tra pannolino in tessuto o usa e getta, ma hai letto anche tutti gli altri. I libri che parlavano di come gestire i disturbi di attaccamento, delle banche di latte materno, dei bambini nati già “dipendenti” da alcool, cocaina o metamfetamina. Hai letto dei ritardi cognitivi, delle difficoltà nel linguaggio. Ti sei informata dei servizi di supporto psicologico, delle tasse e dell’assicurazione, dei pro e contro delle adozioni aperte, dei diritti legali.

So di quando ti hanno preso le impronte digitali, di tutti i controlli preventivi, dell’affidabilità creditizia, dei colloqui, delle referenze. So delle lezioni che hai seguito, così tante. Conosco la frustrazione di una burocrazia infinita. Le ore passate a far quadrare i conti, a vendere oggetti usati, torte o qualsiasi altra cosa servisse a racimolare un po’ di soldi in più.

So anche che non hai mai perso di vista ciò che desideravi.

So di ogni telefonata, quando ti sembrava di toccare il cielo con un dito. E poi tutto finiva con un nulla di fatto, perché poi qualcosa non aveva funzionato.

Forse lo hai detto solo a tua madre, a pochi amici fidati. Forse l’hai urlato al mondo. Forse hai perfino preparato la sua stanzetta o comprato il sediolino per la macchina. Forse hai comprato una copertina e l’hai tenuta stretta a te ogni notte.

So delle visite domiciliari. So delle tue mani, spaccate e sanguinanti per avere pulito a fondo ogni angolo della casa. So che hai bruciato la torta al caffè e ti sei aggiustata il mascara prima che l’assistente sociale suonasse alla porta.

So delle visite di controllo, quando non hai dormito per tre settimane perché il bimbo aveva le coliche. So che volevi dimostrare che avevi tutto sotto controllo, anche se eri tornata al lavoro “molto più che a tempo pieno”, forse senza il congedo di maternità, senza famiglia, pasti preparati per te, feste di “benvenuto”, palloncini e piante.

Ti ho vista mentre visitavi paesi stranieri, sconosciuti, dormendo in alberghi miseri, prendendoti settimane dal lavoro, cercando di capire cosa ti sarebbe stato promesso e cosa no. Lottando per offrire amore ad una creatura sola e spaventata. Aspettare, sperare, amare, viaggiare, “preparare il nido” , e finalmente tornare a casa.

Ti ho vista all’ospedale, alla nascita del tuo bambino, cercando di capire come collocarti in quella nuova dimensione. Ho visto la tua faccia quando l’infermiera ha sussurrato alla madre biologica che poteva anche scegliere di non andare fino in fondo. Ho visto che cercavi con tutta te stessa di dimostrare alla madre tutto il tuo rispetto, la tua pazienza la tua comprensione, mentre ti mordevi, nervosa, il labbro e chiudevi gli occhi, non sapendo se avesse cambiato idea, se si era trattato solo di un sogno che si stava infrangendo lì, in un ambiente sterile. Senza sapere se era quello il tuo momento. Senza sapere quasi nulla.

Ti ho vista guardare quel neonato negli occhi, chiedendoti se fosse davvero tuo, se fossi stata capace di calmarti e dare tutta te stessa.

E poi, ti ho vista prendere in braccio quel bimbo a casa, la prima notte. Le sue dita intorno alle tue. Il suo cuore che batteva contro il tuo.

Conosco quella gioia. Quella gioia perfetta, ma cauta e piena di speranza.

Ma so anche come ti sei sentita il giorno dell’adozione. Il nervosismo di quel mattino, il giudice, le formalità, il sollievo, la gioia. Il respiro finalmente liberato, quel respiro che non sapevi neanche di aver trattenuto per mesi. Mesi.

Ti ho vista mentre incontravi i genitori naturali e i nonni di tuo figlio settimane o anni dopo. To ho vista “condividere” il tuo bambino con degli sconosciuti che hanno il suo naso, il suo sorriso… persone che lo amano perché è uno di loro. Ti ho vista stringerlo dopo quelle visite, quando lui era scosso e confuso e voleva solo stringere il suo peluche e dormire con la testa sulla tua spalla.

Ti ho vista preoccuparti di quando tuo figlio porterà a casa il compito sull’albero genealogico. O ti chiederà di portare a scuola foto di suo padre, così che la classe possa constatare i tratti che sono stati ereditati, come gli occhi azzurri o il mento quadrato. So che ti preoccupi, perché puoi proteggere tuo figlio da moltissime cose, ma non puoi proteggerlo dal rischio di essere considerato diverso in un mondo che celebra l’identicità.

Ti ho vista allo studio medico, mentre compili la scheda clinica, lasciando spazi bianchi e punti interrogativi, sperando che quelle piccole omissioni non diventino problemi più grandi, in futuro.

Ti ho vista rispondere a domande difficili. Quelle domande che contengono un sacco di dubbi e che hanno a che fare con l’amore, con i come i quando e i “perché, mamma? Perché?”

Ti ho vista chiedere a te stessa come avresti reagito alla temuta affermazione “Tu non sei la mia vera mamma”. E ti ho vista sorridere una volta di fronte a questa frase, restando calma e affettuosa, fino a quando non ti sei chiusa in bagno, coprendo il tuo timido pianto con il rumore della doccia.

Ti ho vista accennare appena una risposta quando qualcuno dice che tuo figlio è fortunato ad averti. Perché sai con tutta te stessa che è proprio tutto il contrario.

Ma soprattutto voglio che tu sappia che ti ho vista mentre guardi il tuo bambino negli occhi. E anche se non vedrai mai riflessi i tuoi occhi, vedi qualcosa di altrettanto potente: un riflesso del tuo amore assoluto e irrefrenabile per questo essere umano cresciuto tra lacrime e risate. E sai che se dovessi perderlo perderesti anche te stessa.

Ho scritto questo pezzo dopo aver letto il saggio di Lea Grover intitolato “DearLess-Than-Perfect Mom (Cara mamma quasi perfetta). L’articolo di Lea era magnifico e mi ha fatto riflettere sulle madri adottive e su come affrontiamo le grandi sfide. Spero vi piaccia, che siate genitori adottivi o meno.

Questo post è apparso su KathyLynnHarris.com. È stato pubblicato su Huffpost Usa ed è stato tradotto dall’inglese da Milena Sanfilippo

la vita dopo l’aborto

11 Maggio 2015 Nessun commento

Alessandra aveva diciannove anni quando si è accorta di essere incinta. Era stata cresciuta da una madre emancipata, separata, fieramente autonoma. Alessandra era libera di fare tardi la sera, di dormire fuori, di fare quello che voleva con i ragazzi. La sua mamma per lei era un mito, così diversa dalle altre, così poco opprimente. Perciò è stato naturale per lei correre dalla madre per quell’emergenza, come è stato naturale per la madre portarla dal suo ginecologo, che senza battere ciglio l’ha indirizzata verso l’”eliminazione di quel grumo di cellule”, del quale si è ben guardato di mostrare la vera natura – un cuore che batte, una vita che pulsa da subito! – alla ragazza, “per non impressionarla”. Nessuna alternativa proposta, neppure uno dei colloqui previsti, obbligatori, dalla 194.

Alessandra è stata portata in uno stanzone da cui le madri, una ad una, venivano portate via, addormentate, e liberate del problema. Il risveglio per lei è stato traumatico, per una brutta infezione, e poi, guarita nel corpo, le cose sono andate sempre peggio. Angoscia, tristezza, impossibilità di avere rapporti col suo ragazzo. Una storia finita, poi qualche altra, ma niente che colmasse il vuoto. Intanto per lei era diventato insopportabile il solo pensiero di uccidere un essere vivente, così è diventata vegetariana di stretta osservanza, e se vedeva una coccinella annaspare nell’acqua dal bordo della piscina si spogliava e si tuffava a salvarla, anche se si era appena rivestita per andare a casa, tanto era il dolore che le procurava l’idea di non avere fatto niente per salvare quell’insettino. Per connettere il dolore alla sua vera causa, l’aborto, ci sono voluti un sacco di anni. Anni in cui ha anche deciso di essere pronta per avere bambini, che però poi non sono più arrivati. Quasi venti anni di sofferenza, mutante, strisciante, sotterranea o esplosiva, manifesta. Culminata con un tentativo di suicidio che è stato per lei come toccare il fondo con le gambe e così darsi una spinta per risalire.

So che ci sono tante sostenitrici dell’aborto che negano che debba essere necessariamente per tutte un trauma, ma io faccio molta fatica a crederlo. Alessandra per esempio era, per sua dichiarazione, atea e bestemmiatrice convinta. Nessun senso di colpa indotto dalla Chiesa può essere responsabile di quello che le è successo dopo. Lei è il prototipo della donna libera, priva di condizionamenti religiosi, bella, bellissima, se questa informazione c’entra qualcosa, intelligente, simpatica e piena di amici. Ma non riusciva proprio a perdonarsi, perché non aveva chiamato per nome quello che aveva fatto, e quindi era lei la prima a non chiederlo, quel perdono, a pensare di non meritarlo.

Poi nella sua vita è arrivato l’amore sconfinato e misericordioso di Gesù, che l’ha ripescata a un passo dal baratro, e la sua vita ha cominciato a rifiorire. È stata perdonata con sovrabbondanza di tenerezza, e ha ricominciato a sorridere. Si è avvicinata, prima piano piano poi con l’ardore di chi non può più respirare senza, alla preghiera, ai sacramenti.

Ho ascoltato la testimonianza di Alessandra due anni fa, al convegno il giorno prima della Marcia per la Vita; una grandissima donna che ha avuto il coraggio di mettere a nudo il suo cuore, buttato in pasto a trecento ragazzi, esposta al loro giudizio, parlando dei suoi errori senza farsi sconti, prendendosi tutte le responsabilità, forse anche quelle non sue. Perché io ascoltandola continuavo a pensare a tutti i condizionamenti che ha subito senza difese, senza anticorpi, senza strumenti per farsi un giudizio diverso da quello dell’ideologia imperante. Nessuno le ha mai prospettato una strada diversa, nessuno si è messo a camminare al fianco di una ragazzina giovanissima e inesperta, per vedere se c’era il modo di aiutarla a tenere il suo bambino. Tutti quelli che aveva intorno, anzi, le hanno detto che era coraggiosa e forte a liberarsi di quel problema per seguire la sua strada, per realizzare i suoi sogni. Non so davvero cosa avrei fatto al posto suo, non lo so.

Alessandra racconta la sua storia, forse con dolore e fatica (ma non si vede, è così dolce e sorridente!), ma lo fa perché spera di aiutare qualche ragazza a capire che l’aborto è una morte doppia, di una mamma e di un bambino. Accetta di farsi umile, umilissima, e di farlo davanti a tutti, anche senza conoscere i suoi interlocutori, anche a rischio di essere giudicata. Accetta di farlo per amore, per salvare qualche vita.

Sono sicura che già lo ha fatto, che già con le sue parole ha salvato almeno un bambino, ed è così diventata madre, in un altro modo, coraggioso, umile, senza avere niente in cambio.
COSTANZA MIRIANO

madri invisibili

3 Maggio 2015 Nessun commento

Voli speciali stanno portando in Israele decine di neonati, figli di “madri surrogate” nepalesi e commissionati da coppie omosessuali israeliane, evacuandoli dalle zone terremotate. Finora sono arrivati tre bambini, con le rispettive coppie gay che risultano loro genitori “legali”. Se ne aspettano più di venti nelle prossime ore, e il numero potrebbe aumentare di molto: in Israele l’utero in affitto è accessibile solo a coppie eterosessuali, e gli omosessuali che vogliono farlo se ne vanno all’estero.

Il Nepal è una delle mete preferite (non solo per Israele, e non solo per omosessuali) perché la grande e diffusa povertà della popolazione ha fatto della maternità surrogata una “produzione low cost”: si può avere un figlio con appena seimila dollari, contro qualche decina di migliaia dell’India e più di centomila, ormai, negli Stati Uniti. È emblematico che il caso emerga definitivamente dalla polvere di dolore e morte del sisma che ha scosso il tetto del mondo proprio nel giorno in cui il Papa chiama credenti e persone di buona volontà a «difendere» le donne da sfruttamento, sottovalutazione, mercificazione.

Seimila miserabili dollari per convincere una donna povera a portare avanti una gravidanza conto terzi e partorire un figlio che dovrà abbandonare appena nato, cedendolo a coppie o single, ricchi a sufficienza per poter pagare una cifra relativamente modesta. Sorpresi dal terremoto, coppie omosessuali e single israeliani che erano in Nepal per prelevare i neonati commissionati se ne stanno tornando in patria con i bambini già nati e, in alcuni casi – almeno quattro – con le madri surrogate che li portano ancora in grembo, in attesa di partorire.
Se ci fossero ancora dubbi sull’umiliante mercato dell’utero in affitto e sull’ignobile sfruttamento delle donne coinvolte, queste brevi cronache sono in grado di fugarli tutti: non sappiamo niente delle madri surrogate di quei piccoli. Non un nome, una storia, un racconto. Gli articoli sinora pubblicati in giro per il mondo non le nominano, le coppie omosessuali appena sbarcate dagli aerei non ne parlano, quelle coppie che pure dovrebbero sapere chi sono quelle giovani donne, visto che ne hanno commissionato e pagato le gravidanze, e che hanno ottenuto l’oggetto del contratto, il tanto atteso “bimbo in braccio”.

Che cosa ne è stato di chi ha appena partorito? Sono sopravvissute al terremoto? In quali condizioni sono restate nel loro Paese? Non sappiamo, non si sa, a nessuno sembra importare niente: per le cronache semplicemente queste madri non esistono, perché hanno già svolto il “lavoro” per cui sono state retribuite, e devono solo essere dimenticate. Per il mondo non sono madri, esseri umani come ciascuno di noi, ma solo incubatori a pagamento. I “genitori” dei piccoli sono quelli che hanno stipulato il contratto di maternità conto terzi, nella piena legalità conferita dalle leggi e da quei seimila miserabili dollari. Una cifra superiore cambierebbe comunque poco: il giogo della schiavitù non ha prezzo.

Ma l’esiguità della somma dà la misura della miseria estrema di queste persone, per le quali solo poche migliaia di dollari significano la sopravvivenza personale e delle loro famiglie.

Il volo verso la salvezza dal terremoto – in Israele – è stato consentito solo a quelle madri surrogate “fortunate” che ancora devono partorire, cioè che aspettano di terminare il “lavoro” e onorare l’impegno stipulato nel contratto. Sopravvissute al sisma, devono ancora cedere il proprio bambino: per questo possono e, soprattutto, devono essere portate via e seguire i committenti, con un permesso speciale del governo israeliano. E c’è chi continua parlare di «dono» e di «diritti»…
Chissà chi quelle donne hanno lasciato in Nepal: genitori, fratelli, parenti, sicuramente qualcuno a cui badare, qualcuno da mantenere, vista la loro disponibilità ad affittare il proprio grembo. Ma, a quanto pare, se ne sono venute via da sole, senza familiari o conoscenti. Chissà cosa ne sarà di loro una volta svolto il compito, consegnati i propri figli alle coppie acquirenti. Probabilmente un volo di ritorno in Nepal, in quel che resta delle loro case dopo il terremoto, avendo intanto assaporato qualche settimana di benessere. Certamente, di nuovo invisibili.
(Assuntina Morresi 30 aprile 2015 AVVENIRE 3 maggio 2015)