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Archivio Giugno 2015

com’era Filippo?

29 Giugno 2015 Nessun commento


Com’era Filippo?
di Anna Mazzitelli
Quando siamo andati a raccontare la nostra storia in televisione, la persona che ci ha scritturati (si dice così?) ci aveva detto che in scaletta, durante il programma, era stato inserito l’argomento di questo blog, delle sette preghiere di Filippo e il racconto del funerale. Non ci ha detto altro, e noi, non conoscendo nulla della televisione (anche come telespettatori lasciamo molto a desiderare), siamo andati in onda abbastanza ingenuamente e con semplicità.

C’erano invece delle domande preparate che poi la conduttrice ci ha fatto, ma noi non le avevamo lette prima, quindi rispetto ad alcune di esse ci siamo trovati un po’ spiazzati.

Io in particolare ho avuto un momento di difficoltà a rispondere quando lei mi ha chiesto: “Com’era Filippo?”.

Come si può rispondere a una domanda così in pochissimi minuti? Ci vorrebbe una settimana di racconti e sono certa che neanche in quel modo riuscirei a far capire a chi mi ascolta com’era Filippo.

Vorrei però provare a dire qualcosa di lui, per farlo ricordare a chi lo conosceva e per farlo sentire più familiare a chi non l’ha conosciuto.

Quando lui stesso doveva dare una descrizione di sé, la prima cosa che diceva era che si metteva sempre le magliette al contrario.

Non amava le fantasie, preferiva le tinte unite, ma anche le banali t-shirt di Decathlon con lui finivano sempre a rovescio, perché c’era sempre un logo infinitesimale che non poteva proprio sopportare.

Questo comportamento aveva radici in un’altra usanza di Filippo, cioè quella di immedesimarsi ogni giorno in un animale diverso.

Ci sono stati dei periodi in cui la mattina non era lecito fare nulla finché non si fosse deciso quale animale era Filippo, e si fosse indossato un abbigliamento adeguato.

Questa cosa degli animali era a volte un vero tormento, perché se certi giorni eravamo tutti animali appartenenti alla stessa famiglia (famiglia lontra, famiglia panda minore, famiglia pulcinella di mare…), e la famiglia veniva scelta insindacabilmente da lui, altri giorni le cose si facevano serie, ognuno di noi doveva scegliere un animale personale, che però doveva essere a tema con quello scelto da Filippo: se lui era volpe artica tu non potevi di certo essere leonessa, mi sembra evidente, e in più dovevi rispettare le taglie, ovvero se lui era volpe artica tu dovevi scegliere un animale di taglia più grossa, meglio non uscirsene con ermellino o con lepre bianca perché lui andava su tutte le furie, e poteva metter su una scenata mai vista.

C’erano poi degli animali che erano vietati a priori, i suoi preferiti, quelli che, anche se lui era tutt’altro, non potevano in ogni caso toccare a nessuno.

Poco male, gli animali più amati da Filippo erano stranissimi e poco conosciuti (anche se a casa nostra erano un tormentone): il primo della lista, il suo preferito da quando era piccolissimo e zia Daniela gli regalò il libro su “Animali del mondo”, è di certo il mirmecobio, strano marsupiale “con la coda a peletti”, così lui lo definiva, e le strisce sul dorso, che vive in Australia.

L’okapi, con i calzini a strisce, lo sanno bene le clown dottoresse, era amato almeno quanto il licaone (la frase “mamma, hai un giacchetto da licaone” ancora mi risuona in testa, e quando me la disse la prima volta aveva due anni e mezzo), e pochi altri potevano competere con l’oritteropo (abbiamo letto una decina di volte il libro di Jill Tomlinson intitolato “L’oritteropo che non sapeva chi era”).

Ancora vanno citati l’ocelot, da cui si è fatto truccare ad un incontro-clown, e il bassarisco, piccolo animaletto americano con niente di particolare agli occhi dei più.

Quando voleva essere inquietante Filippo si trasformava in un moloch, e allora nessuno poteva avvicinarsi per paura di essere punto dalle sue spine.

Un capitolo a parte andrebbe dedicato ai dinosauri, anche se negli ultimi tempi l’interesse per loro era molto diminuito. Filippo ne era appassionato nel senso che conosceva centinaia di nomi di dinosauri e sapeva associare a ciascuno di essi la forma, le caratteristiche fisiche peculiari, l’alimentazione, le dimensioni relative (o paragonate a quella di animali viventi) e per alcuni anche la zona della terra in cui vivevano.

Ricordo un episodio, accaduto in ospedale, durante uno dei ricoveri. La maestra della scuola in ospedale, per fargli piacere, gli portò un libro con le immagini di dinosauri. Cercava poi di leggere i nomi, spesso impronunciabili, ma a Filippo bastava dare un’occhiata alle illustrazioni per riconoscerli, e quindi lei non riusciva a stargli dietro. A un certo punto la sua attenzione si fermò sul Pachicefalosauro, e la maestra cercava di ripetere il nome che lui le aveva detto. Visto che lei si impappinava, Filippo le ha detto: “Beh, se non riesci a dire Pachicefalosauro puoi sempre chiamarlo Stigimoloch!”.

Devo ammettere che la sua cultura sugli animali era stata fomentata da noi. Ci piaceva da impazzire condividere con lui le materie dei nostri studi, quindi approfondivamo insieme ogni aspetto e lui, ricettivo e con una memoria eccezionale, capiva tutto e ricordava tutto.

Una volta, durante una visita nel reparto trapianti, il medico rimase molto ammirato dei disegni degli animali che avevamo appeso alle pareti della stanza.

Poiché Filippo non dava assolutamente confidenza, ed era molto difficile entrare in sintonia con lui, il medico cercò una via per iniziare un dialogo, e gli fece i complimenti per i disegni. Poi gli disse che mancava una categoria di animali a lui molto cara, gli insetti, e gli suggerì di fare un disegno sugli insetti velenosi.

“Sai quali insetti sono velenosi, Filippo?” gli chiese, ma non ottenne risposta.

Allora provò ancora: “La tarantola, per esempio è velenosa”.

A quel punto il professore nascosto dietro le sembianze di un bambino malaticcio uscì fuori e Filippo sentenziò: “La tarantola è un ragno, e i ragni non sono insetti, sono aracnidi.”

La visita medica, quel giorno, finì lì.

L’amore di Filippo per gli animali si traduceva anche nel volerli imitare, e uno dei giochi che andava di più a casa nostra era la costruzione di tane: si spostavano sedie, si appendevano parei e asciugamani, si sistemavano cuscini e divani, con l’effetto che qualunque tana non era mai perfetta, tutte si distruggevano, presto o tardi, e Filippo si arrabbiava sempre.

Altro capitolo era il cosiddetto “gioco del pranzo”, un tormentone che si svolgeva durante la preparazione del pasto diurno o serale.

Ciascuno di noi doveva scegliere un animale, secondo le regole sopra citate, e poi io, praticamente da sola, dopo aver canticchiato la sigla del gioco per decretarne l’inizio, dovevo metter su una scena in cui dicevo che mi sentivo triste, che nel bosco (o in altro habitat a seconda delle scelte animalesche fatte) non c’era mai nessuno, e andare avanti così per un buon quarto d’ora, tempo di bollitura dell’acqua e cottura della pasta, quando finalmente Filippo appariva da qualche parte e ci conoscevamo, e alla fine potevo invitarlo a pranzo.

Poteva succedere, quando non era di buon umore, che il tempo di cottura fosse tutto occupato dalla scelta dell’animale da impersonare, e quindi andava a finire che non c’era tempo sufficiente per giocare, e lui si arrabbiava moltissimo. Ma quando era in buona prendeva parte anche lui al gioco e saltava da una parte all’altra della sala, emetteva versi, si avvicinava e si allontanava come se fosse veramente una bestiolina nascosta nel bosco, e allora il gioco del pranzo diventava delizioso.

Filippo non era quel che si definisce un bambino socievole, al contrario, era piuttosto diffidente.

Non salutava, non sorrideva alle persone, tanto da apparire addirittura scorbutico e antipatico. Non dava baci a nessuno, e se qualcuno insisteva con lui per farsene dare, c’era il rischio che strillasse e facesse una scenata. Era difficile entrare in sintonia con lui, bisognava toccare le corde giuste, e molte persone che pur lo frequentavano da tanto tempo non ci sono mai riuscite. Ma chi era capace di aprirsi un varco in questa barriera di riservatezza e autoprotezione scopriva un mondo di affetto fatto di gesti inusuali, una dedizione al sapere, al comprendere, una bontà e una profondità che non si può immaginare.

Una caratteristica di Filippo era la sua dedizione al disegno. Un po’ per passione personale, un po’ perché, spesso costretto in un letto di ospedale non poteva fare altro, era diventato bravissimo e faceva disegni su qualsiasi cosa lo interessasse. Gli animali, in primo luogo, e poi i personaggi dei cartoni animati e dei libri che leggeva, situazioni di vita, supereroi, giochi, scene familiari.

Un dettaglio era ricorrente nei suoi disegni: i personaggi, umani o animali che fossero, dovevano avere il collo lungo.

Filippo trovava che avere il collo lungo fosse una caratteristica distintiva di bellezza, e riusciva a fare dei disegni in cui il collo dei personaggi era talmente lungo da sembrare un errore, era fuori da qualsiasi proporzione e ragionevolezza. Inoltre riusciva a disegnare un collo più o meno lungo anche ad animali che il collo non ce l’hanno proprio, come delfini e balene, e rimirando i suoi lavori tutto soddisfatto lo indicava come la parte più importante delle sue creazioni.

Se voleva farti un complimento davvero sentito, ti diceva: “Sai che hai un collo davvero lungo?” e chiedeva sempre conferme anche sul suo, stiracchiandolo il più possibile per farlo ammirare in tutta la sua lunghezza.

Sapeva che la sua era una strana fissazione, e sapeva anche riderci su, salvo poi imbarazzarsi e fare una voce piccola piccola mentre diceva vergognandosi un po’: “E mamma, che ci posso fare, mi piace il collo lungo!”

I lunghi periodi passati dentro l’ospedale e i periodi a casa in cui era bene non uscire e non frequentare nessuno, per evitare il rischio di contagiarsi con banali malattie da raffreddamento che nel caso di Filippo potevano avere conseguenze più importanti, lo avevano trasformato in un bambino molto casalingo. Amava starsene a casa, giocare con i LEGO, disegnare, farsi leggere un libro, sfogliare atlanti di animali.

Quando era necessario uscire, spesso si ribellava, e faceva delle scene anche lunghe, cercando in tutti i modi di evitare attività fuori di casa.

Spesso dovevamo costringerlo a uscire, e puntualmente, nel realizzare quello che avevamo programmato (passeggiate per Roma, gite, giri al centro commerciale, visite a parenti o amici) Filippo si entusiasmava moltissimo e si gustava le esperienze nel suo modo tipico, cioè con tutto se stesso.

Al ritorno spesso lo provocavo, chiedendogli se la volta successiva avrebbe fatto tutte quelle storie, visto che poi, alla fine, si era divertito.

E lui, molto seriamente, mi rispondeva “Mamma, certo che farò la scena, lo sai, sono fatto così, devi costringermi tutte le volte!”, rivelando una riflessione e una comprensione di se stesso non indifferente.

Oltre alla cultura sugli animali, io e Stefano abbiamo trasmesso a Filippo, meglio che abbiamo potuto, la nostra fede.

Fin da piccolo abbiamo pregato con lui per insegnargli le preghiere, abbiamo ringraziato prima dei pasti, l’abbiamo portato a Messa e gli abbiamo letto e raccontato le storie della Bibbia e della vita di Gesù.

Come per qualsiasi altro argomento, lui era interessato e faceva domande su tutto. Ascoltava, meditava, approfondiva, si dava delle spiegazioni.

Nel periodo in cui alla TV guardava gli episodi di “Dora l’Esploratrice”, successe una cosa molto buffa. La protagonista del cartone e tutti gli altri personaggi erano soliti dire frasi tipo: “Adoro i miei stivali”, “adoro questo dolce”, “adoro il colore rosso” e così via.

E’ successo che anche Filippo abbia usato questa espressione in riferimento a qualcosa di suo gradimento. Io e Stefano l’abbiamo subito ripreso, perché non ci piace questo modo di dire, cercando di fargli capire che alle parole bisogna dare il giusto significato, le parole sono importanti, il verbo adorare ha un significato profondo e importante, e si rivolge solo a Dio.

Filippo ci ascoltava, e non si ribellava, il suo carattere docile e fiducioso lo portava ad accogliere le nostre parole come suggerimenti per essere migliore, e non come divieti o impedimenti alla sua libertà.

Qualche volta, quindi, è capitato che qualche amichetto che usava le stesse espressioni di Dora l’Esploratrice “Adoro le lenticchie, adoro i mandarini, adoro questa maglietta…”, si sia sentito rispondere da Filippo: “Si adora solo Dio, puoi dire mi piace da matti, o vado pazzo per… ma non adoro, si adora solo Dio”.

Filippo aveva sempre caldo. D’inverno era un dramma fargli tenere una felpa, i calzini per lui erano il massimo della tortura, e d’estate, quando faceva caldo davvero, spesso si bagnava i capelli o si metteva in testa bandane zuppe nel tentativo di rinfrescarsi.

La sua maggior aspirazione era poter indossare una “maglietta corta” cioè a mezze maniche, ne aveva decine, anche perché in ospedale faceva un gran caldo in tutti i periodi dell’anno, e indossava solo quelle.

Molte avevano delle stampe di animali fatte apposta per lui, aveva anche una maglietta con il mirmecobio. Ma tutte le sue magliette celavano il disegno all’interno, perché venivano indossate al contrario.

Gli dicevo sempre: “Cerca di comportarti bene, così andrai in Paradiso, dove fa fresco, all’inferno si muore di caldo, non ti conviene andarci, credi a me”. E lui ubbidiva.

Filippo ha camminato prestissimo, il giorno di San Giuseppe, aveva nove mesi e mezzo. Eravamo a casa del nonno per festeggiare il suo onomastico, e si è lasciato dal divano percorrendo pochi passi in equilibrio da solo.

Da allora, ha sempre camminato sulle punte dei piedi.

Poiché in casa camminava sempre scalzo, e i nostri pavimenti non sono mai proprio pulitissimi, la sera mi accorgevo che aveva i piedi neri, ma non tutta la pianta, solo la punta e le dita, il tallone era pulito, perché quasi non aveva sfiorato terra tutto il giorno.

Dopo l’ultimo trapianto i medici che lo seguivano ci hanno consigliato di farlo visitare, perché attribuivano questo modo di camminare a possibili esiti delle terapie fatte oppure ai lunghi periodi di degenza durante i quali camminava poco. L’abbiamo fatto visitare, consapevoli del fatto che da quando ha mosso i primi passi ha sempre camminato sulle punte dei piedi, come se su questa terra fosse solo di passaggio e non volesse disturbare; era un altro dei suoi marchi di fabbrica, come il collo lungo e le magliette al contrario.

L’estate scorsa, al mare, ho assistito a una conversazione tra Filippo e Francesco che mi ha intenerito. Stavano risalendo dalla riva e si trascinavano dietro, facendo a turno, un secchiello carico d’acqua.

Filippo non ce la faceva a portarlo, non era di sicuro muscoloso, e Francesco, con la sua tipica testardaggine, arrancava portando il secchiello e facendo uscire acqua a ogni passo.

Evidentemente Filippo è rimasto affascinato dalla forza di Francesco, e voleva fargli un complimento, così, cercando di non offenderlo nel tentativo di lodarlo, gli ha detto: “Franci, ma lo sai che sei davvero forte? E’ incredibile, sei così magro…” e temendo che averlo definito magro potesse risultare come un’offesa, ha aggiunto: “Cioè, lo sai, vero, che sei magrolino, no? Però nonostante questo hai una forza straordinaria!”.

Mi ha colpito la delicatezza, inusuale, direi, con cui si è rivolto al fratello. In genere andavano entrambi molto meno per il sottile, ma in quell’occasione ho percepito ammirazione e amore fraterno che sicuramente c’è sempre stato ma che nella maggior parte dei casi restava celato sotto lotte e combattimenti all’ultimo urlo.

Filippo (come tutti i miei figli) non era quel che si definisce “una buona forchetta”. Io baso la colpa di questo (e trovo la mia giustificazione) nel fatto che all’esordio della malattia, quando aveva poco più di due anni, molti cibi gli sono stati interdetti per pericolo di infezioni: latticini freschi, frutta, verdura cruda, e varie altre cose a seconda del ciclo di chemio e della fase di terapia in cui si trovava.

Gli piacevano il formaggio saporito (fontina e puzzone di Moena erano i suoi preferiti) e la pizza con la salsiccia, non sopportava i legumi e non mangiava nessun tipo di frutto al di fuori delle banane.

Nell’ultimo anno aveva scoperto un piatto che lo faceva letteralmente impazzire e ne avrebbe mangiata fino a sentirsi male: la pasta alla carbonara.

Filippo non sopportava le parolacce. Vietava anche a me di usarle e mi rimproverava sempre se mi beccava a dirne una. A volte mi scappava un’imprecazione, pensando di non essere udita, ma lui dall’altra camera mi strillava: “Mamma guarda che ti ho sentito!”

Filippo aveva un numero preferito, il sette. Anche per questo motivo le intenzioni di preghiera che gli ho affidato sono sette. Non avrebbero potuto essere di più, non ce l’avrebbe fatta a ricordarsele tutte, né di meno, sette era il suo numero. Lui, per noi, era il “bambino numero sette”.

Emma è stata la fidanzata di Filippo. Si sono conosciuti quando lei aveva quasi due anni e mezzo e lui ne aveva quasi tre. Sono stati fidanzati per cinque anni. Quando sei un bambino, cinque anni sono tutta la vita.

Emma è una bambina speciale, nel senso che anche lei ha avuto la leucemia, anche lei è stata sottoposta al trapianto di midollo osseo, anche lei ha conosciuto l’ospedale, la fatica, il dolore, la paura, la stanchezza e l’esasperazione.

Emma sta bene, adesso.

Lei e Filippo erano uniti da un legame che andava oltre la frequentazione assidua, oltre il condividere interessi comuni (che pur condividevano), oltre il frequentare i gonfiabili insieme o partecipare alle stesse feste.

Emma e Filippo hanno condiviso quello che tante coppie di adulti non condividono mai, sono stati l’uno per l’altra forza e debolezza, si davano sicurezza e dividevano le paure e i successi, conoscevano le cadute, e si aiutavano a rimettersi in piedi.

Nei progetti per il futuro di ciascuno di loro c’era sempre un posto per l’altro.

Lei diceva che sarebbe diventata veterinaria, che lui avrebbe fatto lo zoologo, avrebbero costruito un parco di animali insieme, dove si sarebbero presi cura delle bestie più disparate.

Lui diceva che era lei ad aver deciso il fidanzamento, ma lo diceva sorridendo e abbassando lo sguardo emozionato, si sentiva lusingato.

Lei tifa Lazio, e lui, pur non sapendo cosa volesse dire, tifava Lazio.

Le ultime parole sensate della vita di Filippo, sono state per Emma. Il 18 novembre era il suo compleanno, e Filippo era già nel pieno della sua agonia. Non parlava più e non si alzava più dal letto. Nel pomeriggio volevo cercare di scuoterlo un po’, così gli ho proposto di mandare un messaggio audio a Emma per farle gli auguri. Lui si è messo a sedere sul letto e abbiamo registrato questo messaggio, nel quale le faceva gli auguri e le diceva che le voleva bene.

Dopo di questo non ha più formulato frasi di senso compiuto.

Nessuna delle preghiere che ho affidato a Filippo comprende Emma, perché sono certa che lui ha sempre pregato per lei e continua a farlo, senza bisogno che qualcuno glielo ricordi.

Lei, ora, canta spesso questa canzone, perché la fa pensare a lui.

Filippo aveva una vera passione per i peluche. Anche se erano vietati. I peluche erano una delle cose, assieme alle sottilette e poco altro, che facevano venire il fumo negli occhi alla nostra Dottoressa Capo, perché possibili portatori di infezioni (anche gravi) quali accumulatori di polvere. Ma non c’era niente da fare, Filippo desiderava solo peluche. Ne aveva decine, cercavamo di tenerne in giro solo pochi per volta, scambiandoli di tanto in tanto e lavandoli in lavatrice più spesso possibile.

L’ultimo peluche che gli abbiamo regalato è stato Bubbles, uno degli Angry Birds. L’aveva desiderato tantissimo ed era arrivato in un momento in cui cominciava a capire di stare davvero male, quindi per lui costituiva una grande consolazione e non se ne separava mai. Ora Bubbles è in ottime mani, non avrebbe potuto trovare proprietario migliore.

Ma se Bubbles è stato l’ultimo gioco a cui Filippo si è affezionato, non posso non citare uno dei primi pupazzetti che ha ricevuto in dono mentre si preparava al primo trapianto di midollo: Rosso Cinolino. Era un drago per l’appunto rosso, di plastica, apparentemente senza nulla di speciale, che però nel cuore di Filippo aveva un posto in prima fila. Quanto ci abbiamo giocato, quante volte ce lo siamo portato dietro, quante gliene abbiamo dette e quante gliene abbiamo fatte dire… Nessuno di quelli che ha frequentato Filippo in ospedale può aver dimenticato il suo draghetto Rosso, che veniva presentato come uno della famiglia, e spesso divideva il letto con noi. Ora Rosso Cinolino è con Filippo, non avrebbe potuto lasciarlo a casa, avevano bisogno l’uno dell’altro.

Il colore preferito di Filippo era l’arancione. Non un arancione qualsiasi, ma quello che lui definiva un “arancione preciso”.

La nonna gli aveva portato da Mykonos una maglietta arancione stampata, quelle t-shirt fruit of de loom che si vendono ai turisti nelle località balneari.

E’ stato il regalo che ha più gradito in assoluto in tutta la sua vita, voleva indossare solo quella e, anche quando gli era diventata troppo piccola e la stampa, a forza di lavarla, non si vedeva più (ma tanto non si vedeva comunque, perché finiva sempre nella parte interna), continuava a cercarla e a chiedere di lei.

Il giorno del primo trapianto, assieme a tutti gli amici e partenti che seguivano le sue vicende, abbiamo istituito il giorno arancione, l’ORA-nge day, e abbiamo raccolto tantissime fotografie di persone che si sono vestite di arancione per farci coraggio ed esserci vicine.

E la maglia che gli ho messo per ultima era arancione, a rovescio, naturalmente, così non avrò dubbi quando lo incontrerò in Paradiso.

Con il suo corpo glorioso, trasfigurato, che sarà di una bellezza accecante (sarà il più bello di tutti, glielo dicevo sempre), temo che potrei non riconoscerlo.

Allora mi basterà cercare un bambino che si porta dietro un draghetto di nome Rosso, che cammina sulle punte dei piedi, che ha il collo lungo e che indossa la maglietta al contrario.

(dal blog “piovono miracoli”)

PPP=PERPETRATA PERFIDA PAGLIACCIATA

27 Giugno 2015 Nessun commento

Non è passata neanche una settimana dalla grandiosa manifestazione del 20 giugno e il primo tradimento è già stato consumato. Ieri sera il Senato ha votato la fiducia al governo sul decreto della “Buona scuola” in cui era stato inserito un emendamento che apre all’introduzione dell’ideologia di genere nell’insegnamento curricolare di ogni ordine e grado.
E a votare a favore sono stati anche gran parte di quei senatori che sabato scorso erano in Piazza San Giovanni e che, facendo parte della maggioranza di governo, dopo un lungo tira e molla hanno votato sì. Unica eccezione Carlo Giovanardi, che è uscito dall’aula. Ora il decreto arriva alla Camera il 7 luglio per l’approvazione definitiva.

A giustificare l’atteggiamento dei senatori di Area Popolare (NCD + UDC) sono delle presunte garanzie offerte dal governo per l’esclusione dei programmi sull’identità di genere, ma è evidente – come sottolinea un duro commento del Comitato Famiglia Educazione Libertà – che si tratta di una

«pagliacciata». </strong

>Più possibilista è il Comitato Difendiamo i nostri figli, organizzatore della manifestazione di sabato scorso, che auspica un intervento chiarificatore del governo prima del voto alla Camera; ma al suo interno c’è anche chi la vede in modo diverso, visto che la Manif pour Tous parla invece di «buco nero» creatosi nel patto tra scuola e famiglia.

Ma cerchiamo di spiegare con ordine cosa è successo, perché la differenza di posizioni si spiega anche con un pasticcio di cui si è reso responsabile il governo. La questione riguarda non già i famigerati tre disegni di legge chiaramente indirizzati a promuovere il gender sia nella scuola (Fedeli), sia con la legittimazione delle unioni civili (Cirinnà), sia con l’introduzione del reato di omofobia (Scalfarotto); bensì la riforma della scuola, sui cui contenuti generali ci siamo già soffermati più volte (clicca qui e qui). Ebbene, all’inizio di maggio nel progetto di riforma i parlamentari PD hanno inserito un emendamento, l’articolo 16 – proposto dall’on. Giovanna Martelli, consulente del Presidente del Consiglio in materia di pari opportunità –, che oggi recita così:

«Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori sulle tematiche indicate dall’articolo 5, comma 2, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119, nel rispetto dei limiti di spesa di cui all’articolo 5-bis comma 1, primo periodo, del predetto decreto-legge n. 93 del 2013».
Dove sta il problema? Essenzialmente nel riferimento al decreto 93/2013 e alla legge 119/2013, finalizzate a prevenire e contrastare le violenze di genere (la famosa legge sul femminicidio), perché all’articolo 5 si fa riferimento a un “Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere” da predisporre successivamente e valido per il periodo 2014-2020. Questo Piano, poi effettivamente adottato, prevede tra le altre cose la promozione «nell’ambito dei programmi scolastici delle scuole di ogni ordine e grado» della formazione degli studenti per «prevenire la violenza nei confronti delle donne e la discriminazione di genere, anche attraverso la valorizzazione di questi temi nei libri di testo».

Per capire meglio la gravità dell’art 16 dell’emendamento votato ieri con la riforma della Buona scuola, sarà anche utile riferirsi al comunicato diffuso dal senatore Lucio Malan (Forza Italia), che – riprendendo il suo bell’intervento svolto in Aula – ha spiegato la pericolosità dell’espressione «prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni». «Confrontando queste parole – ha detto Malan – con la Strategia Nazionale LGBT 2013/15 del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio, c’è da rabbrividire. La Strategia prevede esplicitamente, proprio in nome della “rimozione di ogni forma di discriminazione”, “l’integrazione e aggiornamento sulle tematiche LGBT” nei programmi scolastici, la “valorizzazione” dell’expertise delle associazioni LGBT, l’accreditamento delle associazioni LGBT presso il MIUR in qualità di enti di formazione e altro ancora.
Intanto, l’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali), operante presso il Dipartimento Pari Opportunità, ha istituito un gruppo nazionale di lavoro con 29 associazioni LGBT (evidentemente quelle che si vogliono accreditare) tra le quali spicca il Circolo Culturale Omosessuale intitolato a Mario Mieli – intellettuale suicidatosi trentunenne nel’83, sostenitore di varie pratiche sessuali estreme – di cui ho letto in Aula alcune frasi,

tra le quali questa:

“Noi sì, possiamo amare i bambini. Possiamo desiderarli eroticamente rispondendo alla loro voglia di Eros, possiamo cogliere a braccia aperte la sensualità inebriante che profondono, possiamo fare l’amore con loro”».

In ogni caso a fronte di questo subdolo inserimento dell’educazione di genere nella riforma della scuola i senatori di Area Popolare – formazione che fa parte della maggioranza di governo – hanno protestato minacciando un voto contrario e ieri mattina sono stati ricevuti dai ministri dell’Istruzione, Giannini, e delle Riforme, Boschi. La richiesta iniziale dei senatori era la cancellazione dall’articolo 16 del riferimento alla legge 119/2013, che se non altro avrebbe attenuato di molto la pericolosità dell’emendamento. Parandosi dietro l’impossibilità di intervenire su un testo su cui doveva essere votata la fiducia, i ministri Giannini e Boschi proponevano un compromesso in due punti: la Giannini avrebbe fatto una dichiarazione di impegno del governo nell’impedire l’insegnamento del gender nelle scuole, e il governo avrebbe varato un decreto per rendere obbligatorio il consenso informato dei genitori per ogni tipo di attività extracurricolare.

Chiunque abbia minima consapevolezza di quanto sta accadendo nelle scuole italiane sa che, anche se l’impegno fosse sincero, sarebbe praticamente impossibile realizzarlo vista la fortissima spinta ideologica dei movimenti LGBT.

Eppure i senatori di Area Popolare hanno accettato: due promesse aleatorie in cambio di un voto certo. Un compromesso già inaccettabile, permesso soltanto dalla precedenza data dai senatori AP alla volontà di non mettere in difficoltà il governo. Ma non basta: nel corso della giornata il compromesso non è mai stato confermato dai due ministri.

Si attendeva una dichiarazione pubblica della Giannini, ma non è mai arrivata. Malgrado ciò soltanto il senatore Giovanardi ne ha tratto le conclusioni e si è allontanato dall’aula prima del voto. Gli altri invece si sono tutti accodati a difesa del governo. E tralasciamo gli assurdi tweet di soddisfazione del leader del Nuovo Centro Destra, Angiolino Alfano, per la fiducia conquistata.
Ora il progetto di riforma passa alla Camera e Area Popolare chiede che prima

del voto finale sul ddl scuola venga emanata «la circolare per l’applicazione del diritto dei genitori a dare o negare il proprio consenso», e inoltre che venga avviato l’iter per una legge che ribadisca la responsabilità dei genitori nell’educazione dei figli.

Salvando la buona fede dei parlamentari, è evidente che non è per questi compromessi al ribasso che un milione di italiani hanno sopportato grossi sacrifici per essere sabato scorso in piazza San Giovanni a Roma.

Il tentativo di salvare sempre capra e cavoli (la propria faccia con gli elettori e un posto comodo in Parlamento e al governo) ormai non regge più. L’aggressione nei confronti della famiglia è tale che la scelta non è più rinviabile: salvare la famiglia o salvare il governo. Ieri è apparso chiaro che i più optano per la seconda. Ci sono solo pochi giorni per dimostrare il contrario e recuperare la faccia.
NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA Ricc.Cascioli
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“La cosa più saggia del mondo è
GRIDARE PRIMA del danno!
GRIDARE DOPO il danno
non serve a nulla!
specie quando il danno è una ferita mortale”
(G.K.Chesterton)

Signore aiutami

24 Giugno 2015 Nessun commento


(Mahatma Gandhi)
Signore, aiutami a dire la verità davanti ai forti
e a non mentire per avere l’applauso dei deboli.
Se mi dai fortuna, non togliermi la ragione.
Se non ho fortuna, dammi la forza per trionfare sul fallimento.
Se mi dai successo, non togliermi l’umiltà.
Se mi dai l’umiltà, non togliermi la dignità.
Se sarò in difetto con la gente,
dammi il coraggio di chiedere scusa
e se la gente mancherà con me
dammi il coraggio di perdonare.
Signore, se mi dimentico di te,
non ti dimenticare di me.

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per difendere i figli

20 Giugno 2015 Nessun commento

Innanzitutto vorrei salutare chi non è potuto venire, proprio perché sta “difendendo i suoi figli” come noi, ma dal posto di combattimento, da casa, dalla trincea direi: chi ha un bambino malato, come Paola, che è in ospedale con lui, chi ce l’ha sotto esame, chi non si è potuto permettere il viaggio, perché le famiglie a volte sono lasciate sole. Direi che per ogni persona che è qui, ce ne sono cento che avrebbero voluto, e alcuni hanno organizzato manifestazioni, fiaccolate, veglie la notte scorsa. Grazie!

Ecco, io sono qui per parlare della differenza tra maschile e femminile, e non so da dove cominciare, perché la differenza è talmente tanta e talmente evidente, che mi sembra davvero di sguainare la spada per dire che le foglie sono verdi in estate, e che due più due fa quattro.

E ci vuole uno strano coraggio per far questo perché si è sviluppata una sorta di isteria collettiva sul tema, per cui ogni volta che si parla di differenza qualcuno grida allo scandalo, ci dice che siamo imbevuti di stereotipi, qualcuno si offende. Qualche giorno fa, per dire, si è chiesto ufficialmente il ritiro di uno spot pubblicitario di pannolini perché diceva che alle femminucce piace farsi belle, ai maschi a giocare a palla, le femmine si fanno cercare, i maschi inseguono. Ritirare lo spot!

Ancora, un premio Nobel è stato messo alla berlina su twitter perché aveva detto che alle donne sul lavoro succede di essere emotive, di innamorarsi e di piangere se rimproverate. (ecco, a me tra l’altro sono successe tutte e tre le cose, al lavoro).

L’insofferenza a tutto quello che parla di maschio e femmina ha raggiunto il parossismo, e nell’epoca della comunicazione si restringe sempre di più il campo delle cose che si possono dire liberamente, c’è una sorta di polizia del pensiero.

Dire che le persone oltre alle loro caratteristiche particolari sono o maschi o femmine non significa essere sessisti – come hanno scritto davanti alla redazione milanese di Tempi insieme ad altri epiteti che non si possono dire qui perché ci sono bambini. La differenza parla di una grande bellezza. È la vera grande bellezza. È qui il segreto più profondo, più intimo dell’uomo, come diceva Giovanni Paolo II. Ed è qui, per chi crede alla Genesi, che sta la somiglianza con Dio.

È faticoso ma prezioso essere diversi, irriducibili gli uni agli altri, avere sempre nel cuore nostalgia di unione, di una complementarietà profonda, una nostalgia mai guarita, il segnaposto del totalmente altro, come scrive il cardinale Scola. Per noi credenti la distanza tra maschio e femmina è la nostalgia di Dio.

Ma qui prima di tutto non è questione di fede, è questione di realtà: noi siamo tra coloro che hanno visto, eppure hanno creduto – direbbe Chesterton. Uomini e donne spesso amano fare cose diverse, e anche quando amano le stesse, le fanno in modo diverso, e questa è una ricchezza, che nessuna legge potrà mai cancellare. Per esempio, in Norvegia, che è il paese con le politiche per le pari opportunità più aggressive, hanno addirittura dovuto mettere le quote azzurre nelle aziende perché c’erano troppe dirigenti femmine e i maschi erano all’angolo. Bene, anche nella paritaria Norvegia non si sa come mai nei reparti maternità ci sono solo donne, ma proprio 100%, e nei cantieri gli operai sono solo uomini.

E’ dallo scontro/incontro
tra un uomo e una donna
che si muove l’universo intero.
All’universo non importa niente
dei popoli e delle nazioni.
L’universo sa soltanto
che senza
due corpi differenti
e due pensieri differenti
non c’è futuro.”
Lo ha detto Giorgio Gaber.
E lo ha detto anche Papa Francesco, con altre parole: essere genitori viene dalla differenza di maschile e femminile. Innanzitutto biologicamente, sembra ovvio ma forse serve ricordarlo: solo così si possono fare figli, e non è una discriminazione, ci dispiace, è la natura. Solo la differenza è feconda, dà la vita. Il buio si definisce rispetto alla luce, la terra al cielo, l’acqua all’aria. Il mondo è stato creato così, con le distinzioni che hanno messo fine al caos.
Ecco, quando vogliamo fare questo, cioè dimenticare da dove viene la vita, dalla differenza feconda di maschio e femmina, produciamo sofferenza, perché Dio perdona, ma la natura no. La legge di Dio è la misericordia, ma la natura non è misericordiosa, ha delle sue leggi che non possono essere infrante senza conseguenze. È l’ecologia dell’umano! I limiti non sono qualcosa che ci opprime, ma proprio quello che ci custodisce, ci salva, ci fa bene.
Donna e uomo sono tali nel rapporto, nella relazione, nessuno si definisce da solo come vuole la cultura individualista. Abbiamo bisogno di questo, non possiamo dire cos’è l’uomo senza dire cos’è la donna, e imparare a funzionare insieme è la sfida della vita, nel senso che ci vuole una vita per riuscire, e non è detta che si riesca. Il primo organo sessuato è il cervello. Quello della donna ha molti collegamenti fra le varie parti, adesso non mi addentro perché questo è il lavoro del nostro conduttore, di Gandolfini, ma che noi femmine abbiamo un modo non lineare di pensare è evidente anche a me. Per un uomo la strada da A a B è la più breve. Un uomo va dritto al punto, ed è per questo che un uomo fatica a fare due cose insieme, mentre per noi donne la strada da A a B non è la più breve, ma la più bella, e lungo il percorso da A a B facciamo tante deviazioni, magari a raccogliere i fiori. La donna ha una speciale chiamata alla cura della bellezza, (che non è un tentativo di dare una giustificazione di nobiltà spirituale agli ultimi quattro vestiti che ho comprato…) Lo dico perché davvero questa chiamata alla bellezza è qualcosa di più. La donna è chiamata a ricordare all’uomo il bene e il bello di cui lui è capace e che lui tende a dimenticare quando vive al ribasso. La donna aiuta l’uomo ad alzare lo sguardo verso il di più, l’umanità è affidata alla donna, che prima ancora dell’uomo, vede l’uomo.
Forse nell’ansia di emanciparci ci siamo dimenticate di quanto sia preziosa la nostra chiamata, e ci dimentichiamo che invece la nostra fragilità non è una debolezza, ma è ciò che ci rende capaci di fare spazio, di essere fondamentali quando entra in gioco la vita. La donna fa spazio, allarga, l’uomo mette i confini, costruisce i muri, a cui poi possono appoggiarsi i ponti, ma sempre a partire da un’identità salda, che l’uomo aiuta a costruire per tutta la famiglia.
La donna e l’uomo quando decidono di stare insieme, magari sull’onda del sentimento, forse non sempre sanno a quale fatica andranno incontro: è un lavoro su di sé continuo quello che stanno cominciando. La donna dovrà rinunciare alla sua volontà di controllo sull’uomo, alla sua tentazione di manipolarlo, per imparare un amore libero che sa partire dal bene che c’è, e accoglie e riceve senza chiedere, controllare, misurare. E anche l’uomo deve fare un lavoro su di sé, per vincere la sua tentazione dell’egoismo, la tentazione di tenere una parte di vita per sé, non totalmente coinvolta, non totalmente spesa.
Poi c’è il lavoro di tradursi, che devono fare uomo e donna, che non parlano neanche la stessa lingua. Noi parliamo per esprimere noi stesse, per sfogarci, lamentarci, esprimere vicinanza, gli uomini per dire delle cose. Per gli uomini le parole significano quello che dicono, per le donne non solo quello, perché poi c’è il tono della voce, cosa che getta a volte nel panico gli uomini, che non sempre riescono a decodificarlo.
Dire che le donne sono diverse, è appena il caso di ricordarlo, non vuol dire, ormai, nell’Italia del 2015, che ci sia preclusa qualche scelta di vita: possiamo fare le astronaute o dirigere il Fondo Monetario Internazionale. Ma i problemi che abbiamo al lavoro vengono soprattutto dal fatto che noi vogliamo stare con i nostri figli, per questa strana cosa che non potrà mai essere cambiata, cioè che i figli li partoriscono e li allattano solo le donne, e questa non è una discriminazione. Li facciamo e vogliamo stare con loro, e questo le nostre mamme e nonne che ci hanno consegnato l’emancipazione si sono dimenticate di dircelo! Conquistandoci il diritto di uscire di casa , e presentandolo come una conquista in assoluto, si sono dimenticate di dirci che una donna non può lavorare nei modi di un uomo. È ora di chiedere non pari diritti, ma diritti diversi. È ora di combattere non perché le mamme possano lavorare, ma perché le lavoratrici possano di più fare le mamme!
La differenza nei ruoli infine è evidentissima nell’educazione. La mamma accoglie il babbo mette le regole, e riesce meglio a farlo perché è meno empatico della madre. Con i figli la mamma è il pavimento il padre il muro, e anche qui la differenza è preziosa, quando noi genitori ci confermiamo gli uni gli altri, e facciamo vedere ai figli che le differenze sono buone, ed è decisivo metterle a disposizione della vita che nasce, o anche della vita in difficoltà, sto pensando alle famiglie che adottano, a quelle affidatarie, e che ammiro tantissimo la grande generosità che fa loro superare un vero percorso a ostacoli, quello dell’adozione.
Dalla differenza dei genitori i bambini imparano a relazionarsi, e a misurare la realtà, l’universo. E non è nostro diritto privare i bambini di un padre maschio e di una madre femmina, perché questo non permetterebbe loro di trovare il loro posto nel mondo. I genitori possono sbagliare, e anche moltissimo, e si possono anzi si devono mettere in discussione, infine anche rifiutare, ma prima sono l’unica chiave che i bambini hanno per aprire le porte della realtà. Non possiamo privarli delle chiavi. Non possiamo derubarli. Per questo ci siamo alzati in piedi, perché la vita umana è minacciata, e ancora ci alzeremo in piedi ogni volta che un bambino viene visto solo come un mezzo per soddisfare un’emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile. Ma non è per noi, e i suoi diritti vengono prima.
Costanza Miriano

finti stregoni per salvare

18 Giugno 2015 Nessun commento

Li chiamano «teste sbucciate», «fantasmi», «demoni». In alcune zone dell’Africa nascere albini può portare con sé una condanna alla discriminazione. E in molti casi il rischio è addirittura la morte. È successo ancora in Tanzania, Paese in cui da anni si verificano attacchi agli albini, soprattutto ai minori, i più indifesi. Nella regione occidentale di Tabora la polizia ha arrestato un 44enne: secondo le accuse aveva sequestrato e provato a vendere la nipote di 6 anni ad agenti di sicurezza che si erano finti stregoni per incastrarlo. Le diverse parti del corpo degli albini vengono spesso utilizzate per riti di stregoneria tribale. In alcune zone dell’Africa c’è chi pensa che ingerire pozioni contenenti parti del corpo degli albini possa portare ricchezza. Tra le credenze diffuse c’è anche quella secondo cui avere rapporti sessuali con una donna albina possa guarire dall’Aids.

La bambina tratta in salvo dalla polizia ha solo sei anni ed era stata rapita l’altra notte dal villaggio di Kona nne nel distretto di Nzega, dove vive con la madre Joyce Mwandu (anche lei albina) e tre fratelli. La donna ha raccontato che un gruppo di persone a volto coperto aveva fatto irruzione in casa sua durante la notte e preso la figlia, fuggendo poi nella boscaglia e scatenando la caccia all’uomo da parte degli abitanti del villaggio. Il capo della polizia locale, Juma Bwire, ha quindi organizzato una trappola per i rapitori, dopo aver saputo che uno dei sequestratori stava cercando un acquirente per la ragazza. Alcuni poliziotti si sono finti stregoni e hanno bloccato l’uomo in flagrante. La polizia è anche riuscita a trarre in salvo la bambina incolume, riportandola subito alla famiglia. Ora l’indagine sta proseguendo per capire se questa è stata la prima volta in cui l’uomo ha avvicinato un albino con scopi criminali e per individuare i suoi complici. Non si sa a quale prezzo il sequestratore intendesse vendere la nipote, ma secondo un rapporto della Croce Rossa gli stregoni arrivano a pagare fino a 75mila dollari per il corpo di un albino.

All’inizio del 2015 la Tanzania ha imposto un «divieto di stregoneria» proprio per provare a fermare il commercio di parti del corpi degli albini.
Il governo ha avvertito ancora di recente che politici locali potrebbero nascondersi dietro l’ondata di attacchi contro gli albini, un modo per attirarsi le simpatie di parte della popolazione in previsione delle elezioni di ottobre. Stando a dati delle Nazioni Unite, almeno 75 albini sono stati uccisi dal 2000 a oggi in Tanzania. La stessa Onu ha segnalato un aumento degli attacchi anche in altri Paesi africani, tra cui Malawi e Burundi. L’albinismo coinvolge circa una persona su 20mila nel mondo, ma è molto più comune in Africa sub-sahariana: in Tanzania ne sarebbe affetta una persona su 1.400. Soffrono la mancanza di pigmentazione su pelle, iride e capelli, una diversità così «vistosa» a causa della quale sono vittime di razzismo e ostilità oltre a essere a rischio di vita.
© riproduzione riservata —Paolo M.Alfieri AVVENIRE 18 GIUGNO 2015

“Bambini, non si gioca con il pane”.

10 Giugno 2015 Nessun commento

La nonna era una signora dai lineamenti garbati. Nacqui quando lei aveva sessant’anni e da quel giorno mi sembrò che nulla fosse più cambiato in lei. In lei e nei suoi racconti cuciti addosso: il dopoguerra e le risaie del Piemonte, i fratelli da sfamare e il nonno al fronte, la casa da costruire e i figli da allevare. Per lei generare era narrare: favole, storie, frammenti di vita. Quando taceva, la sua era una narrazione silenziosa: con lo sguardo, con la postura, con quelle dita che filavano la tela a meraviglia. Parlava per detti, la grammatica della gente semplice (“E’ la goccia continua che scava il sasso”); armeggiava l’acqua e la cenere per fare il bucato (stessi ingredienti della Quaresima); mentre tirava la pasta mi spiegava come faceva a fare i conti più veloci di una calcolatrice.
S’accoppiò col nonno, col suo baffetto sempre ben curato: un signore dai toni sommessi ma decisi. Alla sua sposa aveva dato amore e fiducia cieca: “E’ una brava donna la nonna” ci disse tante volte. Mica uno zerbino, però: sapeva il fatto suo. E sapeva anche potare le viti come pochi altri: le sue mani, al tempo ella potatura e della vendemmia, andavano a ruba tra i campi del paese. Lui, tutto fiero, sembrava un imprenditore di successo: si pettinava prima d’andare nei campi. In paese aveva messo lui le fognature: tutte a mano, ci teneva a specificare. Mungendo le vacche e potando le viti, mi faceva catechismo. “Sta andando in amore” mi spiegava guardando un tralcio che lacrimava. “Questo non serve più, lo bruciamo” mi diceva di un altro che era secco. M’accorsi anni dopo che mi stava spiegando una delle pagine più naturali dei Vangeli: quella del tralcio che rimane attaccato alla vite e porta frutto; del tralcio che si secca e viene bruciato. Pagine di Vangelo tra i filari di viti: il catechismo di casa mia.
Qualche sera tiravano le orecchie a noi bambini: i motivi erano i più svariati. Mica ci mettevano acredine: era il loro modo d’educare alla vita i nipotini. Solo una sera ricordo bene che s’arrabbiarono all’inverosimile. Io e mio fratello ci divertivamo, da un capo all’altro della tavola, a tirarci le molliche di pane. Appena s’accorse, la nonna si voltò di scatto. E sembrò una rappresaglia: “Bambini, non si gioca con il pane”. Fu l’unica volta che il nonno si spaventò, tanto s’era animata la sua sposa. Perché arrabbiarsi così per due molliche? A casa nostra tante frasi profumavano di pane: “Essere buoni come il pane, guadagnarsi il pane col sudore, vivere a pane e acqua, mangiare pane e lacrime”. Il pane era un alimento, era anche un simbolo: si lavora per portare a casa il pane, dare il pane ai propri figli, il pane che manca. Io e mio fratello abbassammo lo sguardo e, pian piano, rimettemmo le molliche dentro il pane.
Anni dopo divenni sacerdote. Col vangelo in mano, una domenica m’apparve tra le righe quella semplice donna di mia nonna: «Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo» (Mc 14,22) (liturgia della Solennità del Corpo e Sangue del Signore) Anche lì parlavano di mangiare pane: una cosa seria quel pane se, di lì a poco, inizieranno a scriverlo con la maiuscola. Centrava quel Dio del quale i nonni mi parlavano mentre zappavano, mentre cucivano o facevano il bucato, mentre mungevano le vacche o andavamo a messa. Quel loro Dio – che divenne anche il mio, tanto furono convincenti – amava parlare di Sè in prima persona, abbinandoci sempre cose familiari: “Io sono la luce, la strada, la vita, la verità, il pastore buono” Di più: «Io sono il pane della vita. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno» (Gv 6,45-47).

Dio è il Pane: “Bambini, non si gioca con il pane”.

Al mio paese nella Festa del Corpus Domini ancor oggi fanno processioni e gettano petali di rosa al passaggio della reliquia. Tutto come quand’ero bambino alle elementari. Ancor oggi, nel mezzo della messa, quando alzo l’Ostia consacrata – «Fate questo in memoria di me» – assieme al campanello che suona, sento l’eco della nonna: “Bambini, non si gioca con il Pane”. Che nonna ho avuto! Altro che rimbrotto: quella sera mi fece una catechesi indimenticabile: “Bambini, non si gioca con il Cristo”.
Detto così, mentre preparava la cena.
———————————————–(don Marco Pozza www.sullastradadiemmaus.it)

augurio

4 Giugno 2015 Nessun commento


Auguro a tutti di essere:

Abbastanza giovani
per essere sempre allegri.

Abbastanza adulti
per fare le cose seriamente.

Abbastanza forti
per non essere subito stanchi.

Abbastanza saggi
per sapersi moderare.

Abbastanza sereni
per riconoscere i propri limiti.

Abbastanza impegnati
per cercare di superarli.

Abbastanza spiritosi
per non prendersi troppo sul serio.

Abbastanza generosi
per prendere sul serio gli altri!
(da qumran2.it)